armi

Sono Ilaria Alpi…

segnalato da barbarasiberiana

di Claudia Pepe – comune-info.net, 10/07/2017

Sono Ilaria Alpi. Io e il mio operatore Miran Hrovatin, siamo stati uccisi il 20 marzo 1994. Io ero una donna, una giornalista e una figlia. Mi hanno ammazzato, e adesso vedo che la mia morte è stata archiviata. Come un peso di cui liberarsi, come se fossi un’estranea, una colpevole, una donna che se l’ha cercata. Ma non è così.

Io sono morta perché credevo in quello che facevo, ero una ragazza con tutti i miei sogni, con tutti i miei desideri. E, in tutto ciò, credevo e credo ancora nella verità. Quella verità che mi ha ucciso. Quante bugie e mancate verità sulla mia vita, sulla mia indagine. C’è perfino chi ha detto: «Ilaria Alpi è morta a causa di una rapina. Era in vacanza non stava facendo nessuna inchiesta, la commissione che presiedevo lo ha accertato. Ho un documento che manterrò privato per rispetto alla sua memoria che racconta tutta un’altra storia». Questo l‘ha detto un giudice, forse un uomo, forse.

Avevo solo trentatré anni, ed ero andata in Somalia, a Bosaso, per entrare nel cuore di quella terra e raccontarla, da giornalista. Mi hanno ucciso in un agguato. Erano pronti sette killer per me. Forse ero nella pista giusta? Forse avevo capito troppo? Avevo visto malaffari che hanno visto a Bosaso traffici d’ogni genere: armi, rifiuti tossici, scorie radioattive, tangenti e riciclaggio di denaro sporco? Ma io ero una giornalista, una persona che doveva raccontare i fatti, io ero e sono una professionista. Avevo capito che era quello il mio compito, lo dovevo fare anche se c’era il rischio di lasciarci la vita. Volevo indagare su vicende in cui non vedevo chiaro. Vicende legate a traffico di armi, prevalentemente, di carattere internazionale, in cui anche l’Italia avrebbe un ruolo non proprio marginale. Ma anche situazioni relative a rifiuti tossici o radioattivi che sarebbero stati scaricati sulla costa somala, provenienti anch’essi dall’Italia. Ora so che l’unico imputato per il mio omicidio, è stato scagionato e rimesso in libertà dalla Corte d’appello di Perugia.

C’è chi mi vuole morta e chi mi vuole ancora viva. Sono un caso irrisolto come Ustica, come tutte le tragedie italiane. Io sono viva per mia madre che ormai dopo tante umiliazioni, dopo tante bugie, dopo la morte di mio padre, si è arresa. Ma io sono viva, e la mia morte non può essere archiviata. Sono qui per urlare, per gridare, per squarciare l’omertà che nasconde la mia morte, quella di mio padre e il dolore che non trova giustizia nelle mani di mia madre. Vogliono chiudere il mio caso, la mia vita, il mio volto, la mia storia. Ma io Ilaria, accuso tutti voi di non avermi cercata, di non avermi difesa, di non aver capito la mia morte. Io sono morta per la verità, ed ora vengo rinchiusa in un feretro che non mi appartiene. Perché io sono la verità, e ancora una volta mi tappano la bocca. Come i sette Killer, come la reticenza italiana, come una mano che soffoca la verità. Io sono Ilaria, nessuno mai mi archivierà, nessuno mai dimenticherà la mia morte. Nessuno. A parte lo Stato Italiano.

Armi nucleari: il Trattato che impegna il mondo a bandirle

segnalato d Barbara G.

I Paesi delle Nazioni Unite potrebbero finalmente riconoscere le catastrofiche conseguenze umanitarie di qualsiasi uso degli ordigni. E restituire dignità alle vittime delle detonazioni. Il 7 luglio in votazione il testo definitivo al palazzo di vetro di New York

Di Francesco Vignarca – Altreconomia n°195, 01/07/2017

Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite si sta discutendo da giugno di armi nucleari. L’obiettivo è metterle al bando. Gli Stati dell’ONU -convocati per la seconda serie di negoziati prevista nel 2017- devono definire e approvare un testo di Trattato internazionale che metta fuorilegge gli ordigni atomici. La bozza è stata elaborata dall’ambasciatrice del Costa Rica, Elayne Whyte Gomez, che presiede e coordina il percorso. A meno di imprevisti, il 7 luglio sarà stato votato un nuovo strumento della legislazione internazionale, pronto per la ratifica da parte degli Stati.

La prima sessione del cammino di negoziazione votato dall’Assemblea Generale dell’ONU a fine 2016 -con il parere contrario dell’Italia- si è svolta lo scorso marzo e ha visto la partecipazione di oltre 130 Paesi. “Non del Governo italiano -sottolinea Lisa Clark, vice-presidente dell’International Peace Bureau (http://www.ipb.org)- che così ha confermato la propria posizione di alleato degli USA, e di Stato che ospita testate statunitensi secondo gli accordi di nuclear sharing”. A nulla sono valse le iniziative di pressione della società civile che aveva chiesto al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e al ministro degli Esteri Angelino Alfano un ripensamento dopo il voto contrario alla mozione “L.41” -il documento ONU che ha convocato i negoziati di quest’anno-. “Quantomeno il nostro Paese non ha partecipato alla inusuale e clamorosa azione organizzata dagli ‘Stati nucleari’, USA in testa con l’ambasciatrice Nikki Haley, che hanno inscenato una protesta nell’atrio del Palazzo di Vetro di New York il giorno dell’inizio dei negoziati”, commenta Enza Pellecchia, direttrice del Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace dell’Università di Pisa (https://pace.unipi.it) e membro del Comitato scientifico di Senzatomica (www.senzatomica.it). “Forse ci sono margini per far acquisire un nuovo ruolo all’Italia, ma senza una pressione positiva della società civile il nostro Governo non cambierà di certo posizione”.

Il secondo round di incontri ha una durata prevista di tre settimane -l’avvio è stato celebrato dalle organizzazioni disarmiste internazionali con la “Women’s march to ban the bomb” lo scorso 17 giugno- e segna un passo importante in un processo storico. È nato dalla volontà e l’impegno della società civile internazionale. “Stiamo raccogliendo i frutti dell’Iniziativa Umanitaria -ricorda Lisa Clark-. Visti i decenni di stallo diplomatico e di blocco nella pratica delle prescrizioni disarmiste del Trattato di non proliferazione nucleare, alcuni Stati e organizzazioni non governative (in particolare Croce Rossa internazionale e l’International Physicians for the Prevention of Nuclear War), hanno spostato il centro del dibattito: non più questione militare, di sicurezza nazionale o regionale, ma tema umanitario che impone una scelta a livello etico prima ancora che politico”. “Nessuna nazione od organizzazione internazionale sarebbe in grado di proteggere le popolazioni colpite. Per questo le armi nucleari devono essere messe fuori dalla storia”, conclude. Nel 2016 il percorso -che ha già animato tre conferenze internazionali (Oslo, Nayarit, Vienna)- ha registrato un deciso salto di qualità. È avvenuto quando tutti -Stati e società civile- hanno concentrato i loro sforzi per dare avvio a una fase di formale negoziato.

“La situazione internazionale attuale, e il richiamo pericoloso alla necessità di armi nucleari, ci obbliga ad agire e forzare la mano perché ormai è chiaro come una graduale riduzione non sia in grado di mettere in dubbio la legittimazione degli ordini nucleari -ribadisce Beatrice Fihn, coordinatrice della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (www.icanw.org)-.
I Governi delle nazioni non nucleari sono preoccupati poiché in caso di detonazione le radiazioni non si fermerebbero ai confini. Un Trattato di messa al bando è uno strumento in grado di ricordarci come le armi nucleari siano inumane e indiscriminate”.

Al momento, le organizzazioni della società civile sono soddisfatte. Il percorso le sta coinvolgendo anche in termini propositivi e di confronto, cosa non abituale per i meccanismi delle Nazioni Unite. Il punto però è che gli Stati nucleari non solo si sono detti contrari a discutere e a sottoscrivere il Trattato, ma stanno addirittura obbligando i propri alleati (si pensi alla NATO) a boicottare i negoziati. Il ricatto, in sintesi, è questo: “Discutere di messa al bando delle armi nucleari renderà impossibile qualsiasi percorso concreto di disarmo”. Considerazioni del genere non sono ignorate dalla campagna ICAN. Che però le rispedisce al mittente. “Nella società civile e in oltre 130 Stati c’è ormai la consapevolezza che non si può più aspettare le mosse degli Stati nucleari, bloccati da veti incrociati da oltre 30 anni. Coloro che hanno nelle proprie mani una potenza nucleare non la dismetteranno volontariamente: sono gli altri a dover pretendere questo passo”, conclude Beatrice Fihn.

4.120 le armi nucleari “operative” nel mondo censite dall’istituto SIPRI nel 2016. L’arsenale complessivo conta 15.395 unità

Quali sono i punti principali della bozza di Trattato attualmente in discussione? Il testo di base è stato ancorato ai principi della legislazione umanitaria, fondandosi sulle esperienze già in vigore di proibizione di armi inaccettabili come quelle chimiche e biologiche, le mine anti-uomo, le munizioni cluster. E il Preambolo mette al centro le preoccupazioni sulle catastrofiche conseguenze umanitarie di qualsiasi uso di armi nucleari, nonché l’importanza del diritto umanitario internazionale. La bozza riconosce il ruolo delle vittime di detonazioni nucleari, in particolare degli Hibakusha -sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, in Giappone- e di coloro che hanno sofferto le conseguenze delle sperimentazioni nucleari.

“Questa bozza di Trattato, che ci auguriamo venga approvata, integra un punto molto importante: impedire lo stazionamento di armi nucleari altrui. Già solo questa prescrizione vale tutta la fatica -commenta il professor Paolo Cotta Ramusino dell’Università di Milano e Segretario Generale del Pugwash (https://pugwash.org). Pensate a uno scacchiere mediorientale in cui alcuni Stati siano pronti a concedere porzioni di territorio per installazioni nucleari alleate? Si tratta di un modo, già utilizzato dagli USA con il nuclear sharing anche nel nostro Paese, di aggirare il Trattato di non proliferazione, senza uscirne”.

“La seconda sessione di trattative di New York è una grande occasione anche per la società civile italiana -riflette Daniele Santi, segretario generale della campagna Senzatomica promossa dalla Soka Gakkai Italia (http://www.sgi-italia.org)-, che sarà presente con una delegazione (compresa la Rete Italiana per il Disarmo, http://www.disarmo.org) con l’obiettivo di rilanciare le azioni sul disarmo nucleare. Peccato solo che il Governo italiano si ostini ad essere assente”. A New York ci saranno alcuni parlamentari. “Qualcosa si è mosso, con alcune mozioni e interpellanze depositate sia alla Camera sia al Senato -prosegue Santi- ma sarebbe necessario un dibattito più ampio e visibile a livello di opinione pubblica ed istituzioni”.

Il testo di base è ancorato ai principi della legislazione umanitaria, alle esperienze già in vigore di proibizione di armi inaccettabili come quelle chimiche e biologiche

Dal 7 luglio -a Trattato approvato- si aprirà la sfida del processo di ratifica, per fare in modo che si arrivi il prima possibile alla sua entrata in vigore. “Lavoreremo affinché ogni Stati firmi -conclude Fihn- e cercheremo di concentrare gli sforzi sui membri della NATO, in cui sono presenti e forti le nostre campagne. Ci lavoreremo ad uno ad uno. Il Trattato di messa al bando non sarà l’unica ragione per cui otterremo un disarmo nucleare, ma speriamo che sia comunque una delle più importanti”.

Lo stesso si può dire per l’Italia, che finora si è defilata -non volendo intervenire nemmeno in termini critici- contrariamente alla “buona tradizione” nei percorsi di disarmo multilaterale. “Dobbiamo anche chiederci quanto sia sostenibile un equilibro basato sulla paura, quando esso tende di fatto ad aumentare la paura e a minare le relazioni di fiducia fra i popoli -ha scritto papa Francesco in un messaggio inviato in occasione della prima sessione di negoziati-; l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario. Un approccio concreto dovrebbe promuovere una riflessione su un’etica della pace e della sicurezza cooperativa multilaterale che vada al di là della paura e dell’isolazionismo che prevale oggi in numerosi dibattiti”.

Disarmo nucleare? No grazie.

segnalato da Barbara G.

Divieto armi nucleari. 123 stati votano Si. L’Italia no

valori.it, 28/10/2016

Disarmo nucleare? No grazie. Mentre 123 Paesi del mondo hanno votato all’Onu approvando una Risoluzione politica che chiede di avviare a partire dall’anno prossimo i negoziati per un Trattato internazionale che vieti le armi nucleari, il rappresentante italiano ha votato contro il provvedimento (insieme ad altri 37 Stati, tra i quali quasi tutte le potenze nucleari e molti dei loro alleati, compresi quei Paesi europei che, come l’Italia, ospitano armi nucleari sul proprio territorio come parte dell’accordo ‘nuclear sharing’ Nato). 16 i Paesi che si sono astenuti.

La votazione si è tenuta durante la riunione del Primo Comitato dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si occupa di disarmo e questioni di sicurezza internazionale. Grazie a questa Risoluzione (denominata L.41) viene fissata un Conferenza tematica delle Nazioni Unite a partire dal marzo 2017: una riunione aperta a tutti gli Stati membri con il fine di negoziare uno “strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi nucleari, che porti verso la loro eliminazione totale”. I negoziati a riguardo continueranno poi nel mese di giugno e luglio.

Un totale di 57 nazioni sono stati primi firmatari del testo proposto, con Austria, Brasile, Irlanda, Messico, Nigeria e Sud Africa ad essersi assunti il compito di redigere concretamente la risoluzione.

Il voto Onu è avvenuto solo poche ore dopo l’adozione da parte del Parlamento europeo di una propria risoluzione su questo tema: 415 voti favorevoli (con 124 contro e 74 astensioni) ad un invito verso tutti gli Stati membri Ue a “partecipare in modo costruttivo” ai negoziati del prossimo anno. Un invito non raccolto dall’Italia che si è schierata contro la Risoluzione L.41 continuando, come nei passi precedenti di questo percorso, a sostenere la posizione degli Stati Uniti e delle altre potenze nucleari.

“Si è riusciti finalmente a formare un fronte unito tra gli Stati che da sempre di impegnano per il disarmo e tutti quelli che finora hanno rispettato il loro impegno di non dotarsi di armi nucleari (impegno presente nel TNP) a condizione che le potenze nucleari smantellassero i propri arsenali” sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo. “Un risultato ottenuto poiché molti Paesi si sono stancati di non veder realizzata la parte dell’accordo in capo agli Stati nucleari”.

Le armi biologiche, armi chimiche, mine antiuomo e bombe a grappolo sono topologie di ordigni tutte esplicitamente proibite dal diritto internazionale. Attualmente per le armi nucleari esistono invece solo divieti parziali. Il disarmo nucleare è stata una delle priorità delle Nazioni Unite sin dalla creazione dell’Organizzazione nel 1945. Gli sforzi per far avanzare questo obiettivo fondamentale si sono fortemente rallentate negli ultimi anni, con le potenze nucleari che hanno deciso di investire pesantemente nella modernizzazione dei propri arsenali.

“È chiaro che un Trattato per la messa al bando delle armi nucleari che non veda tra i propri membri le potenze nucleari non sarà sufficiente per realizzare davvero un disarmo pieno” commenta Lisa Clark, dei Beati i Costruttori di Pace. “Dobbiamo quindi prepararci a un nuovo e lungo duplice lavoro. Da un lato portare avanti, a partire dall’anno prossimo, i lavori per il Trattato di messa al bando; dall’altro trasformare questo lavoro in un enorme movimento che entri dentro i meccanismi governativi delle potenze nucleari”.

I complici siamo noi

Non sconfiggeremo mai il terrorismo islamico, finché saremo suoi complici

A quindici anni dalle Torri Gemelle, continuiamo a riempire di armi e soldi la monarchia saudita e i paesi del Golfo Persico, nonostante sappiamo benissimo che siano loro i padrini e gli ispiratori del terrorismo islamico. Da Al Qaeda all’Isis la musica non è cambiata

I regalini di Renzi

Lobby, Renzi e Boschi: “Non ne siamo schiavi”. Ecco le leggi a favore di tabacco, armi, banche e assicurazioni

Gli esempi di norme a misura di gruppi pressione varate negli ultimi due anni non mancano certo. E se in alcuni casi il premier può opporre, con il dovuto imbarazzo, di non essersi accorto di ciò che accadeva in casa sua, non può certo dire di aver cercato di mettersi al riparo imprimendo un’accelerata alla legge sulle lobby che giace in un cassetto da un anno.

“Col nostro governo è cambiato il clima e mi scappa da ridere quando ci dicono che siamo noi quelli delle lobby. Mi fa schiantare dalle risate, lo dico con un tecnicismo fiorentino“. Davanti alle telecamere della tv di Stato, domenica 3 aprile, Matteo Renzi non è arrivato alle iperboli del ministro Maria Elena Boschi, secondo la quale l’esecutivo è attaccato dai poteri forti “proprio perché non siamo schiavi dei poteri forti”, ma ha negato vigorosamente che nei provvedimenti presi dal suo governo ci sia lo zampino delle lobby. Eppure l’esecutivo in questi due anni è stato più volte accusato, anche dall’interno, di aver ceduto alle pressioni dei portatori d’interessi altrui. Ecco una guida, necessariamente incompleta, delle norme finite al centro delle polemiche.

“Noi non siamo quelli delle lobby”. Ma i provvedimenti dicono altro – Armi, navi, assicurazioni, tabacchi, banche, autostrade: in poco più di due anni l’esecutivo guidato dal segretario del Pd ha approvato parecchie disposizioni tutt’altro che distanti dagli interessi delle grandi lobby. Tutto il contrario rispetto a quello che ha assicurato il premier domenica scorsa. Anzi per la verità, sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio i conti non tornano neanche quando si va a spulciare alla voce delle riforme mai approvate: come per esempio quella per regolamentare le attività di lobbying in Parlamento. Lungamente promessa non è ancora arrivata. Nel frattempo i provvedimenti del Consiglio dei ministri che sono andati – in un modo o nell’altro – a favorire i grandi gruppi industriali aumentano di mese in mese. E in qualche caso contengono nomi presenti anche nella lista dei benefattori di Open, la fondazione che accompagna la carriera politica di Renzi, sin dal 2007.

Renzi and cigarettes: stop alle accise e la multinazionale finanzia la fondazione del premier – È il primo luglio del 2014, quando sui conti della fondazione del politico fiorentino arriva un bonifico da centomila euro: denaro donato dalla Bat, la British American Tobacco. Un versamento arrivato nelle stesse settimane in cui il governo annunciava un decreto di riordino del settore dei tabacchi. Si parlava di un aumento delle accise che poteva arrivare fino al trenta per cento e che non dispiaceva ai colossi del settore, come la Philip Morris. In caso di tasse più alte, infatti, ad essere maggiormente penalizzati sono i marchi che vendono sigarette di fascia bassa, cioè più economiche, come appunto la Bat. Il provvedimento per l’aumento delle accise sui tabacchi è all’ordine del giorno del Cdm per due volte, ma poi scompare nel nulla. Riemergerà il 31 luglio del 2014, quando arriva il via libera: l’aumento però non sfiora nemmeno il 30 per cento proposto in precedenza, fermandosi  al  10 per cento. La Bat brinda e dopo qualche settimana vara un investimento quinquennale da un miliardo per l’Ente tabacchi; la Philip Morris da parte sua si consola con uno sconto del 50 per cento per le sigarette elettroniche prodotte nello stabilimento di Crespellano a Bologna, inaugurato dallo stesso Renzi.

Le altre concessioni dello Sblocca Italia: quelle autostradali – Lo Sblocca Italia tornato alla ribalta in questi giorni, non è stato fonte di giubilo solo per i petrolieri. Lo sa bene il ministro Graziano Del Rio che ha preso in mano il dicastero di Maurizio Lupi e si è dovuto confrontare con le critiche di Bruxelles al macroscopico regalo ai concessionari autostradali contenuti nell’articolo 5 del provvedimento varato pochi mesi dopo il riordino dei tabacchi. Cioè la possibilità si ottenere la proroga senza gara delle concessioni in cambio di investimenti che nella maggior parte dei casi sarebbero stati fatti comunque. Un pacchetto da quasi 6 miliardi di euro per i vari Benetton, Gavio e Toto che hanno così avuto il via libera a fare il bello e il cattivo tempo e ottenere automaticamente proroghe sia con la promessa di nuovi investimenti, sia accorpando tratte autostradali con scadenze differenziate. Nonostante le critiche e i dubbi espressi da Antitrust, Anticorruzione e Authority dei Trasporti.

Banche e assicurazioni: liberi tutti – Sintomatico del rapporto tra il governo Renzi e i principali gruppi di pressione è senza dubbio il capitolo delle banche. Mentre le polemiche sul caso Banca Etruria & C non si erano ancora esaurite, ecco che dal dicastero guidato da Maria Elena Boschi veniva trasmesso a Montecitorio l’atto di governo numero 256. Oggetto: recepimento della direttiva europea 2014/17 per aumentare le tutele per i consumatori nei contratti di credito. In realtà quel provvedimento, poi parzialmente modificato in seguito alle polemiche, cancellava l’articolo 2744 del codice civile, che disciplina il divieto del “patto compromissorio”, e cioè “il patto col quale si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore”. In questo modo le banche potevano prendere possesso degli immobili dei debitori insolventi e venderli senza passare dal giudice, con pieni poteri (di fatto o di diritto) sul prezzo di vendita. Finito? Assolutamente no. Perché l’articolo 16 del provvedimento di conversione in legge del decreto sulla riforma del credito cooperativo ha disposto altro. Come per esempio l’imposta sostitutiva da appena 200 euro per chi acquista immobili da vendite giudiziarie per poi rivenderli, mentre normalmente la tassa ordinaria è pari al 9 per cento. In pratica il provvedimento che doveva aumentare le tutele dei consumatori nei contratti di credito aveva finito per avere effetti opposti: più che una legge un ossimoro.

Simile è la piega che rischia di prendere il ddl Concorrenza, attualmente in discussione al Senato e congelato in seguito alle dimissioni del ministro Federica Guidi. Nell’ambito del provvedimento volto a rilanciare la sana concorrenza tra imprese a beneficio dei consumatori e del mercato, c’è un lungo capitolo dedicato alle assicurazioni e, in particolare, alla Rc Auto. Un settore piuttosto delicato visto l’obbligo della polizza e in cui le compagnie puntano da tempo, come dimostrano i precedenti tentativi, a dimezzare i risarcimenti previsti per i sinistri stradali e per responsabilità mediche. E questa volta rischiano di farcela. Come faceva notare l’avvocato Marco Bona su ilfattoquotidiano.it, alla luce dell’evoluzione presa dal disegno di legge, “le vittime con lesioni gravissime saranno quelle maggiormente colpite dalle nuove norme: danni morali azzerati o quasi, parametri monetari molto più bassi rispetto a quelli impiegati dai giudici. Forse gli emendamenti più estremi (quelli sostenuti dall’esecutivo) non passeranno, ma, in ogni caso, il provvedimento abbasserà la tutela risarcitoria di questi danneggiati, per poi magari estendersi ad altri campi”.

Navi e armi senza sconto. Anzi costano il doppio – A parlare delle pressioni della lobby delle armi sui provvedimenti di governo non è invece un oppositore della maggioranza, ma al contrario un esponente del Pd. È il 15 gennaio del 2015 quando Gian Piero Scanu, capogruppo dei dem in commissione Difesa, chiede di rinviare il via libera definitivo ai 5,4 miliardi di euro per acquistare nuove navi e arricchire la flotta della Marina militare. Lo stanziamento di quei fondi è il sogno coltivato a lungo dall’ammiraglio De Giorgi, oggi indagato dalla procura di Potenza proprio per aver cercato un profitto, non per se stesso ma per l’intera Marina. Scanu nel gennaio di un anno fa però voleva bloccare quei fondi. Il motivo? “Pressioni lobbistiche da diverse parti sono state esercitate con intensità su diversi componenti della commissione in modo da poter orientare il parere”, dice il capogruppo Pd in commissione Difesa, che in quella stessa riunione era chiamato a dare il via libera anche all’acquisto di 381 carri blindati Freccia per 2,6 miliardi di euro. Una spesa gigantesca nonostante nel 2009 fosse già stato impegnato un miliardo e mezzo di euro per altri 250 veicoli identici. In pratica quattro miliardi di carri blindati, in appena sei anni, nonostante in Afghanistan ne fossero stati usati solo 17. E dire che tramite il piano organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti se ne sarebbero potuti risparmiare almeno due di miliardi di euro: perché dunque si è scelto di raddoppiare quella spesa?

Legge sulle lobby, tutti la vogliono ma nessuno la approva – Tutti la invocano e nessuno la fa. Un testo da cui partire per avere una legge che regolamenta la presenza dei lobbisti in Parlamento esiste, ma dorme beato in commissione. Da poche settimane è stato spostato alla Camera perché a Palazzo Madama avevano perso ogni speranza che fosse calendarizzato. Il ddl a prima firma degli ex M5s Luis Aberto Orellana e Lorenzo Battista è stato approvato nella commissione Affari costituzionali del Senato ad aprile 2015. Sono passati nove mesi e il provvedimento non ha nessuna speranza di vedere la discussione in Aula. Per questo Adriana Galgano (Scelta civica) a inizio gennaio scorso ha deciso di presentare lo stesso ddl a Montecitorio, nella speranza che dall’altra parte del Parlamento i tempi possano essere più veloci. Ma il luogo cambia poco se a mancare è la volontà dei capigruppo e del governo di far entrare l’argomento nell’agenda. “C’è un interesse”, ha spiegato a ilfattoquotidiano.it la Galgano, “di molti ex deputati e senatori a svolgere un’attività di questo tipo una volta finito il mandato”. Ed è solo uno dei tanti intoppi che il ddl continua a incontrare.

Eppure tutti – almeno a parole – dicono di volere una norma che regoli la professione, dall’ex premier Enrico Letta al ministro della Giustizia Andrea Orlando, fino allo stesso Renzi, che si è più volte espresso sull’argomento. Durante questa legislatura sono stati depositati ben undici ddl sul tema. Nel frattempo il Parlamento prova a rimediare con quello che può. Montecitorio nei giorni scorsi ha approvato il codice etico che impone ai deputati di non accettare più regali costosi “nell’esercizio delle proprie funzioni, salvo quelli di valore inferiore a 200 euro“. Un tentativo debole, ma concreto di evitare all’Italia una serie di sanzioni a livello europeo. È dal 1997 che il Consiglio d’Europa chiedeva di mettersi in regola, ma finora nessuno se ne era occupato. Il codice è ancora però molto debole: se un deputato non lo rispetta, la sua violazione sarà resa pubblica. E niente di più.

Focolaio belga

Segnalato da Barbara G.

Perché il Belgio è il focolaio del jihadismo europeo

Il bar Les béguines nel quartiere di Molenbeek, a Bruxelles, il 17 novembre 2015. Il locale era di proprietà di Brahim Abdeslam, uno dei responsabili degli attentati di Parigi

di Marie-Béatrice Baudet (*) – internazionale.it, 23/03/2016

Cercare di capire il motivo per cui il Belgio è oggi uno dei focolai del terrorismo in Europa significa esaminare diversi pezzi di un puzzle.

Il primo pezzo ha per simbolo la Grande moschea del parco del Cinquantenario, costruita nel cuore di Bruxelles, segno della forte influenza dell’Arabia Saudita, che l’ha finanziata alla fine degli anni sessanta, e della sua versione radicale e conservatrice dell’islam. Un terreno fertile per l’ideologia jihadista. Negli anni novanta lo sceicco francosiriano Bassam Ayachi ha tessuto una solida rete fondamentalista nel quartiere di Molenbeek-Saint-Jean, a lungo indisturbato dalle autorità federali belghe.

Questa “svolta salafita” dell’islam belga non si è limitata a Bruxelles. Ha riguardato anche altre città, come per esempio Anversa, dove è nata nel marzo del 2010 l’organizzazione Sharia4Belgium. Fouad Belkacem, il suo leader oggi in prigione, predicava all’epoca l’instaurazione della sharia nel paese e invocava la pena di morte per gli omosessuali. Il gruppuscolo salafita estremista riuscirà poi a estendere la sua influenza nelle Fiandre, in città come Mechelen e Vilvoorde, da dove molti giovani partiranno per combattere, a partire dal 2012, prima in Iraq e poi in Siria. Oggi dieci città in tutto il territorio belga sono considerate ad alto rischio dal governo federale e beneficiano di programmi di finanziamento per la lotta contro la radicalizzazione dei giovani.

Il secondo pezzo del puzzle potrebbe essere una “I”, come incrocio. Il Belgio infatti presenta molti vantaggi per un’organizzazione terroristica. Geograficamente si trova al centro dello spazio Schengen, dove è consentita la libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea. Anche se i controlli alle frontiere sono stati rafforzati, è ancora abbastanza facile raggiungere la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Germania, dove per esempio l’aeroporto di Düsseldorf offre molti voli economici per la Turchia, permettendo così di arrivare in Siria.

Il mercato illegale delle armi e la burocrazia

Il Belgio è anche uno snodo importante del traffico d’armi. Alla fine degli anni novanta, dopo le guerre nei Balcani e nel Caucaso, la mafia albanese e cecena si sono stabilite in diverse città del Belgio e hanno creato dei canali clandestini di approvvigionamento. È il caso di Charleroi, in Vallonia, dove Amedy Coulibaly, autore dell’attacco a un supermercato kosher di Parigi nel gennaio del 2015, si sarebbe procurato le armi. Tutte queste reti della criminalità organizzata sono utili ai gruppi jihadisti.

Il terzo pezzo del puzzle si potrebbe chiamare “particolarità politiche” del Belgio. Il paese è un rompicapo amministrativo e poliziesco che provoca numerose rivalità linguistiche e regionali. Bruxelles è costituita da 19 comuni, dove ogni sindaco ha poteri di polizia. La capitale belga è ugualmente divisa in sei zone di competenza della polizia federale. Per anni questo groviglio amministrativo ha impedito lo scambio di informazioni e ha ritardato diverse inchieste. Ancora oggi alcuni sindaci delle città belghe dicono di non conoscere precisamente la lista dei giovani a rischio di radicalizzazione residenti nel loro territorio e sottoposti a sorveglianza dalle autorità federali.

Infine, come in altri paesi europei, bisogna aggiungere un ultimo pezzo che riguarda le politiche di integrazione condotte nel paese. I reclutatori dei giovani che vogliono partire per la Siria approfittano del sentimento di frustrazione e di discriminazione provato da molti giovani e promettono ai futuri combattenti di passare dalla condizione di “essere uno zero a quelle di essere un eroe”. Una famiglia di origine marocchina su due è povera in Belgio. E i giovane di origine magrebina e turca hanno tra il 20 e il 30 per cento in meno di probabilità di trovare un lavoro rispetto a quelli di origine differente. Il gruppo Stato islamico sfrutta questo contesto economico.

Con le armi nel sacco

segnalato da Barbara G.

PRESI…CON LE ARMI NEL SACCO!

Dal 2010 al 2014 l’Italia ha aumentato considerevolmente l’export di armi verso il Medio Oriente e il Nord Africa, teatri di guerre sanguinose. Smettiamo di chiudere gli occhi

di Alexis Myriel – terranuova.it, 06/02/2016

Che l’Italia esporti armi nel mondo e anche in Medio Oriente non è un segreto. Ma è una di quelle notizie che si è abituati ad ignorare perché tutto avviene lontano dai riflettori delle tv e le coscienze possono riposare tranquille. Poi, ecco che nel novembre scorso un deputato sardo pubblica sul suo profilo Facebook le fotografie delle bombe (appena uscite dalla fabbrica di Domusnovas) che vengono caricate sugli aerei e sulle navi per essere trasportate in Arabia Saudita. E scoppia lo scandalo. Che prontamente il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, cerca di liquidare con una manciata di parole: «È tutto regolare, non sono armi italiane, si tratta solo di transito».

Ma, allora, cerchiamo di capire cosa succede quando invece ad essere esportate sono proprio le armi italiane e quando ciò avviene in Paesi con regimi autoritari o impegnati in teatri di guerra. È realistico pensare, come qualcuno ha dichiarato di recente, che l’Italia venda direttamente le armi ai terroristi dell’Isis? O si innescano meccanismi differenti?

«Non abbiamo evidenze che l’Italia venda armi all’Isis» spiega Piergiulio Biatta, presidente di Opal Brescia, l’Osservatorio per le armi leggere. «Ma le armi, per arrivare in mano a gruppi incontrollabili o estremisti, non hanno bisogno di essere vendute direttamente. Se si esportano armi a regimi autoritari o a dittatori che poi magari vengono rovesciati, non si sa in che mani possano finire. Basti pensare all’esempio degli Stati Uniti: hanno inondato la regione mediorientale di armi e si sono ritrovati poi a combattere contro eserciti che usavano quelle di provenienza americana. Sollevammo la questione quando l’Italia fornì sistemi militari al regime di Bashar Al Assad, tanto da essere il maggior fornitore europeo di armamenti alla Siria; servivano per l’ammodernamento dei carri armati di fabbricazione sovietica. Ora questi carri armati a chi sono in mano? Qualcuno può rispondere? E ancora: le 11mila armi italiane vendute nel 2009 alla guardia di sicurezza di Gheddafi dove sono finite?».

In proposito, è utile ricordare che il giornalista del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, entrando nell’agosto del 2011 nel bunker di Gheddafi riportava testualmente:«Nelle stanze adibite ad arsenali militari ci sono le scatole intatte e i foderi di migliaia tra pistole calibro 9 e fucili mitragliatori, tutti rigorosamente marca Beretta. A lato, letteralmente montagne di casse di munizioni italiane. Ricordano da vicino gli arsenali che avevamo trovato nella zona dei palazzi presidenziali di Saddam Hussein, dopo l’arrivo dei soldati americani, il 9 aprile del 2003».

«Riguardo poi le armi che escono dall’Italia ma che vengono definite solo in transito, occorre comunque un’autorizzazione del Governo» prosegue Biatta. «Si pensi alle migliaia di bombe inviate dall’Italia alle forze armate dell’Arabia Saudita: le hanno impiegate per bombardare lo Yemen senza un mandato dell’Onu. L’azienda produttrice è la RWM Italia, azienda bresciana appartenente al gruppo tedesco Rheinmetall ma che opera con la piena  autorizzazione del governo italiano. Vogliamo continuare a nasconderci dietro l’ipocrisia, le mezze verità e le mezze risposte?».

Veniamo ai dati

«Se ci si concentra sul quinquennio dal 2010 al 2014, si vede che le esportazioni dall’Italia sono aumentate considerevolmente verso il Medio Oriente e il Nord Africa, cioè proprio le zone di guerra, aree che rappresentano oggi, con un 35,5%, il bacino maggiore per il nostro Paese» spiega Giorgio Beretta, analista Opal. «Nel quinquennio precedente, dal 2005 al 2009, non era così, il bacino maggiore era interno all’Unione Europea. La classifica è guidata dai regimi di Algeria e Arabia Saudita. Se non fosse per la presenza Usa, anche gli Emirati Arabi Uniti sarebbero sul podio».

Esportazioni italiane di armamenti. Autorizzazioni per zone geopolitiche. Confronto tra il quinquennio 2005-2009 e quello 2010-2014

L’informazione, poi, è sempre più carente. «La relazione che il governo Renzi ha inviato alle Camere nel marzo 2015 è corposa, due volumi per un ammontare di 1.281 pagine, ma manca di elementi fondamentali necessari al Parlamento per esercitare quel ruolo di controllo che gli compete. Ancora più carente, tanto da risultare non solo inutile ma addirittura fuorviante, è la sezione curata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze a seguito delle modifiche legislative introdotte negli anni scorsi. Più che un documento ufficiale sembra un testo di appunti di qualche svogliato funzionario».

Cosa fare

Cosa è possibile fare, dunque, per sollecitare il governo a cambiare rotta? Se non altro fare sentire la propria voce e tenersi informati. Può essere utile seguire e aderire alle campagne di sensibilizzazione della Rete per il Disarmo,  dell’Osservatorio Permanente per le armi leggere (www.opalbrescia.org/) e di Amnesty International Italia.

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Armi italiane in Yemen: otto domande a Matteo Renzi

di Giuseppe Civati – possibile.com, 19/02/2016

La situazione in Yemen è esplosiva, soprattutto da quando lacoalizione guidata dall’Arabia Saudita (senza alcun mandato o copertura della comunità internazionale) ha deciso di procedere abombardamenti su città e villaggi. Si parla di oltre 20.000 morti(tra cui diverse centinaia bambini) e di oltre l’80% della popolazione senza accesso ai servizi essenziali. Senza dimenticare i bombardamenti sugli ospedali.

Una condizione gravissima ed inaccettabile: lo ha sottolineato Ban Ki-moon, nei mesi scorsi aveva espresso preoccupazione la stessaFederica Mogherini, e lo ribadiscono molte prese di posizione di attori internazionali (Agenzie ONU e ONG che operano sul campo).

Matteo Renzi invece non ha mai preso posizione esplicita a riguardo, nemmeno durante la sua visita ufficiale di fine 2015 a Riyad.

Nei mesi scorsi dall’Italia sono partite bombe (almeno sei carichi)alla volta dell’Arabia Saudita. Abbiamo avuto conferma che tali ordigni siano stati usati direttamente in Yemen. Da tempo, diversi parlamentari e la società civile che si occupa di controllo delle armi chiedono conto al Governo di queste spedizioni, ricevendorisposte vaghe ed evasive (tanto che la Rete Disarmo sta presentando in diverse Procure d’Italia degli esposti per violazione della legge 185/90 che impedirebbe di vendere armi a Paesi in conflitto armato, oltre che per violazione del Trattato Internazionale sugli armamenti che anche l’Italia ha ratificato).

La prossima settimana il Parlamento Europeo sarà chiamato a votare (speriamo positivamente) una Risoluzione relativa allo Yemen, che comprende un emendamento favorevole ad un embargo di armi verso i sauditi.

Ma il tempo passa e i morti aumentano e, sia per il silenzio del Governo sia per la fornitura diretta di armi, il nostro Paese si sta rendendo complice di quella che è considerata una delle più gravi crisi umanitarie attuali. Non si può attendere oltre e dunque rivolgiamo al Governo di Matteo Renzi alcune semplici domande per cui chiediamo risposte chiare.

1) Chiediamo al Governo di chiarire tipologia di armi, valore e destinatari finali delle autorizzazioni rilasciate tra il 2012 e il 2014all’esportazione verso Paesi coinvolti nella coalizione Saudita che sta bombardando lo Yemen;

2) In particolare chiediamo al Governo di dettagliare tutti i singoli e specifici tipi di sistemi militari autorizzati e il periodo(anno/mese) di consegna di ciascuna delle esportazioni riportate nella “Tabella delle autorizzazioni” a Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Qatar e Egitto all’interno della Relazione al Parlamento ex Legge 185/90;

3) Chiediamo al Governo di sapere per quale motivo non siano state sospese le forniture di armi all’Arabia Saudita e ai suoi alleati dopo che, nel marzo 2015, si era resa evidente (per loro stessa ammissione) la partecipazione ad un conflitto armato(fatto che implica la proibizione all’export militare secondo l’articolo 1 della legge 185/90);

4) Poiché tali spedizioni non sono state sospese chiediamo al Governo informazioni precise su quante e quali nuove autorizzazioni siano state rilasciate ad aziende italiane nel corso del 2015 e di queste prime settimane del 2016; per ciascuna azienda e per ciascun specifico tipo di sistema militare chiediamo siano esplicitati quantità e valore, e quali consegne si sianoeffettivamente realizzate nel 2015 verso Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Qatar e Egitto (cioè quelli della coalizione sunnita che è intervenuta in Yemen senza mandato internazionale);

5) Chiediamo a Matteo Renzi il motivo per cui non abbia minimamente affrontato la questione yemenita (e delle forniture di armamenti) nella sua visita di fine 2015 in Arabia Saudita;

6) Chiediamo al Ministro degli Esteri Gentiloni (il MAECI ha il mandato di valutare l’export militare italiano) di spiegare i motivi per cui le consegne all’Arabia Saudita siano proseguite nel corso del 2015 nonostante gli impedimenti della 185/90. Non accetteremo le risposte evasive già fornite al Parlamento (come, ad esempio, che per l’Arabia Saudita possiamo non rispettare la Legge perché “ci aiuta contro il terrorismo”);

7) Chiediamo al Governo che senso abbia inviare bombe all’Arabia Saudita nel giorno stesso in cui il Parlamento Europeo assegnava per acclamazione il Premio Sakharov al dissidente saudita Raif Badawi (ricordando che le gravi violazioni dei diritti umani sono impedimento prescritto dalla Legge per le vendite di armi);

8) Chiediamo al Governo di rispondere alle richieste della società civile in merito alla perdita di trasparenza nelle Relazioni al Parlamento previste dalla legge 185/90. Ad esempio, dalla Relazione pubblicata nel 2015 si può conoscere solo il sistema militare di ogni singola autorizzazione e l’azienda a cui è stata rilasciata, ma non si può ricostruire (nemmeno incrociando tutte le tabelle) il destinatario finale di ciascuna di queste. Tutte cose chiaramente esplicitate, invece, nelle prime Relazioni del governo Andreotti e – seppur a fatica – ricostruibili fino all’avvento del Governo Renzi (cui si possono attribuire ultime due Relazioni).

Un esposto contro le bombe

segnalato da Barbara G.

Le spedizioni contestate sono sei, la prima risale al maggio 2015. Ne avevamo parlato QUI.

Un esposto contro le bombe all’Arabia Saudita

La Rete italiana per il disarmo ha depositato nelle Procure di Roma, Brescia, Verona e Pisa una circostanziata denuncia delle violazioni della legge 185/1990 sul commercio di armamenti. Gli ordigni prodotti da RWM Italia, infatti, avrebbero raggiunto un Paese in conflitto armato non avvallato dalle Nazioni Unite, che sta producendo in Yemen una “catastrofe umanitaria”

Altreconomia.it, 28/01/2016

Le sei spedizioni di bombe aeree dall’Italia all’Arabia Saudita avvenute tra il 2015 e l’inizio di quest’anno finiscono all’attenzione della magistratura. La Rete Italiana per il Disarmo, infatti, ha presentato oggi un esposto in Procura a Roma per chiedere alle autorità competenti di “verificare l’osservanza della Legge n. 185 del 1990”.

Secondo la Rete, che ha monitorato gli invii (il primo dei sei risalirebbe al 2 maggio 2015), sarebbe in atto una continua “violazione dell’articolo 1 della legge 185, che vieta l’esportazione di armamenti verso Paesi in stato di conflitto armato e che violano i diritti umani”.

Oltre a Roma, i rappresentanti della Rete depositeranno il testo dell’esposto anche a Brescia -dove ha sede l’azienda tedesca RWM Italia, fornitrice delle bombe aeree-, Verona e Pisa.

“È una decisione alla quale siamo giunti a seguito delle continue spedizioni di tonnellate di bombe dalla Sardegna all’Arabia Saudita -ha spiegato Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo-: bombe che servono a rifornire la Royal Saudi Air Force che dallo scorso marzo sta bombardando lo Yemen senza alcun mandato da parte delle Nazioni Unite, esacerbando un conflitto che ha portato a una ‘catastrofe umanitaria’ (ONU), a quasi 6mila morti di cui circa la metà tra la popolazione civile (tra cui 830 tra donne e bambini) e alla maggior crisi umanitaria in tutto il Medio Oriente”.

Dall’esposto emerge come la “dinamica di fornitura” degli ordigni sia totalmente cambiata durante l’autunno del 2015. “Il 29 ottobre 2015 -scrivono infatti i curatori- diverse tonnellate di bombe e munizioni sono state imbarcate all’aeroporto civile di Cagliari Elmas, su un cargo Boeing 747 della compagnia Silk Way dell’Azerbaigian, con destinazione diretta Arabia Saudita. Il cargo in questione, rintracciato dai sistemi di rilevamento, è giunto a Taif (Arabia Saudita) località in cui è situata un base militare della Royal Saudi Armed Forces”.

Il governo Renzi, che si è rifiutato di incontrare alcun rappresentante della Rete, avrebbe fornito risposte “evasive e contraddittorie”, equivocando sul concetto di “esportazione”. Il punto è che la 185, come ricordano gli autori dell’esposto, vieta espressamente non solo l’esportazione ma anche il transito, il trasferimento intracomunitario e l’intermediazione di materiali di armamento “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere”.
Le bombe, come detto, sarebbero prodotte dalla RWM Italia, azienda tedesca del gruppo Rheinmetall con sede legale a Ghedi (Brescia) e stabilimento a Domunovas (Carbonia-Iglesias), in Sardegna.

“Considerate le ingenti forniture di bombe aeree della RWM Italia avvenute in questi mesi –ha affermato Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio OPAL di Brescia– riteniamo che si tratti di nuove autorizzazioni all’esportazione rilasciate dall’attuale governo Renzi. Se è vero, infatti che le licenze rilasciate negli anni scorsi non erano state riscontrate nelle spedizioni fatte fino all’anno scorso, va però notato che in questi mesi abbiamo monitorato almeno 5 spedizioni via aerea e via mare. In ogni caso anche trattandosi di autorizzazioni rilasciate negli anni scorsi è espresso compito dell’esecutivo, e nello specifico dall’Unità per le Autorizzazioni di Materiali d’Armamento (UAMA) incardinata presso la Farnesina, verificare che sussistano le condizioni di legge per l’invio dei materiali militari. Saremmo perciò interessati a sapere se UAMA e ministero degli Esteri ritengono che l’intervento militare della coalizione a guida saudita in Yemen sia conforme all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e ai principi della nostra Costituzione”.

La violazione evidenziata dall’esposto, peraltro, sarebbe cristallizzata da un’autorevole opinione legale (allegata alla denuncia) pubblicata da Matrix Chambers, e dalla quale emergerebbe che le violazioni sia del Trattato Internazionale sugli Armamenti (ATT, ratificato dall’Italia) sia della Posizione Comune EU si potrebbero applicare anche al caso delle spedizioni italiane. Il parere è del dicembre 2015, ma le spedizioni non si sono fermate.

Non sono bastate infatti le prese di posizione del Segretario generale dell’Onu, Ban Ki moon, che ha esplicitamente condannato i bombardamenti aerei sauditi su diversi ospedali e strutture sanitarie, o dell’Alto rappresentante per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, che ha inviato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu un rapporto dove sono documentate “fondate accuse di violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani” di tutte le parti attive nel conflitto. “Nei giorni scorsi -scrivono gli autori dell’esposto- Ban Ki-moon ha ripetuto il suo appello a tutte le parti al ‘cessate il fuoco’. E per tutta risposta dall’Italia è partito un nuovo carico con migliaia di bombe”.

“Ci auguriamo che la magistratura (o chi di dovere) prenda presto in esame il nostro esposto -è il commento degli autori dell’esposto- e che, finché la materia non sia accertata, possa sospendere immediatamente l’invio di bombe e materiali militari verso l’Arabia Saudita”.

Affari e pallottole

segnalato da Barbara G.

Bombe per l’Arabia Saudita: fino a quando il Governo intende evitare le proprie responsabilità?

Continua la mancanza di presa di responsabilità del nostro Governo sul “caso” delle bombe partite dalla Sardegna destinate dell’Arabia Saudita: fino a quanto l’esecutivo di Matteo Renzi intende mantenere l’ipocrisia su queste forniture militari che ormai tutto il mondo conosce? Non sono più accettabili giustificazioni raffazzonate: il Governo deve rendere conto al Parlamento e all’opinione pubblica delle proprie decisioni politiche.
Fonte: Rete Italiana per il Disarmo – 04 dicembre 2015
Oggi, per l’ennesima volta il Governo italiano ha perso un’occasione per assumere la propria evidente responsabilità riguardo all’invio di bombe prodotte in Sardegna verso l’Arabia Saudita.
Dopo le esternazioni e le dichiarazioni della Ministro della Difesa Pinotti (“E’ tutto regolare…”, “Non sono ordigni italiani…”, “Si tratta solo di transito…”), le parole del Ministro Gentiloni in Parlamento (“Rispettiamo gli embarghi e convenzioni sulle armi vietate”) è stato oggi il sottosegretario Benedetto Della Vedova a rispondere in modo evasivo ad un’interrogazione urgente in materia, cercando di aggirare la questione per non entrare nel merito del problema.
Ormai tutto il mondo è al corrente, e lo ha dimostrato anche Rete Disarmo con documenti e informazioni di prima mano, che diverse forniture di bombe sono partite dalla Sardegna verso l’Arabia Saudita: si tratta di spedizioni rese possibili solo con l’autorizzazione del Governo sulle quali il ruolo del Parlamento è successivo (prende atto solo in un secondo tempo delle autorizzazioni emesse dal Governo) e in cui è irrilevante il fatto che la fabbrica in cui questi ordigni sono assemblati o fabbricati sia di proprietà tedesca.
Invece di scaricare la responsabilità sul Parlamento, i componenti dell’Esecutivo dovrebbero rivolgere precise domande su queste spedizioni all’Unità Autorizzazioni Materiali d’Armamento incardinata presso la Farnesina.
La domanda a cui il Governo di Matteo Renzi dovrebbe rispondere è una sola: chi ha autorizzato le forniture e le recenti spedizioni di bombe dall’Italia all’Arabia Saudita, Paese che sta bombardando lo Yemen senza alcun mandato delle Nazioni Unite?
Ci domandiamo fino a che punto il nostro Governo abbia intenzione di fingere agli occhi del mondo confermando nei fatti di non voler chiarire la questione e richiamando, nelle risposte ufficiali, vaghi riferimenti alla normativa nazionale che internazionale. Riferimenti che peraltro appaiono non pertinenti, come abbiamo già avuto modo di sottolineare. Ci domandiamo se i ministri del Governo stiano consapevolmente svicolando dalla questione o se non conoscano la normativa sull’esportazione di armi: situazione grave in qualsiasi caso.
La Legge italiana (numero 185 del 1990) non solo richiede di tenere in considerazione embarghi dell’Onu o dell’Unione Europea, ma vieta espressamente non solo l’esportazione, ma anche il solo transito, il trasferimento intracomunitario e l’intermediazione di materiali di armamento “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere”. (art. 1. c 6a) e “verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione (art.1. c6b).
La questione fondamentale è dunque questa: c’è una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che abbia dato mandato alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita ad intervenire militarmente in Yemen o c’è una decisione del parlamento che confermi una deliberazione del CDM a riguardo? No, non c’è: l’Arabia Saudita ha solamente annunciato all’Onu che sarebbe intervenuta militarmente in Yemen ma non ha mai richiesto alcun mandato per farlo.
In mancanza di questo esplicito mandato continuare ad inviare bombe e sistemi militari all’Arabia Saudite è una chiara decisione politica del Governo Renzi, che se ne deve assumere tutta la responsabilità.
Il sottosegretario Della Vedova, che nella risposta di oggi ha fatto riferimento a norme europee, dovrebbe poi sapere bene che la Posizione Comune 2008/204/CFSP (qui in .pdf) non essendo una direttiva, non ha valore vincolante e non prevede sanzioni. Richiede ai Paesi membri di verificare il rispetto degli otto criteri, ma la decisione finale nell’autorizzazione all’esportazione e all’invio di armamenti è di competenza dei singoli governi, in base alle proprie leggi nazionali. Non è quindi appropriato far riferimento alla Posizione Comune per giustificare la continua fornitura di bombe aeree alle forze armate dell’Arabia Saudita. Si dovrebbe invece valutare anche la situazione dei diritti umani e del rispetto delle convenzioni internazionali da parte dell’Arabia Saudita, paese nel quale – come riportano tutte le organizzazioni internazionali – persistono gravi e reiterate violazioni dei diritti umani, tra cui incarcerazioni immotivate, la tortura e la pena di morte attuata anche con decapitazione e crocifissione in pubblico. Considerazioni ancora più forti a pochi giorni dal 10 dicembre, Giornata Internazionale dei Diritti Umani.
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Da dove vengono le armi usate dai jihadisti dello Stato islamico

internazionale.it, 09/12/2015

Un fucile cinese Cq 5.56 sequestrato dalle milizie curde siriane a Kobane alla fine del 2014 e catalogato il 24 febbraio del 2015. (Conflict armament research/Amnesty international

In Siria e in Iraq i jihadisti del gruppo Stato islamico usano armi e munizioni provenienti da almeno 25 paesi, tra cui tutti i paesi membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu e l’Italia. Lo denuncia un nuovo rapporto di Amnesty international pubblicato l’8 dicembre, intitolato Taking stock: the arming of Islamic State.

La maggior parte delle armi usate dal gruppo jihadista è stata sottratta dai depositi di armi in Iraq dopo la conquista di Mosul nel giugno del 2014. La mancanza di controlli e un fiorente mercato illegale permettono ai jihadisti di aver accesso a un numero consistente di armi e munizioni.

L’organizzazione non governativa ha catalogato più di cento tipi diversi di armi e munizioni finite nelle mani dei miliziani, sulla base dell’analisi di video e immaginigirati al fronte di cui è stata verificata l’autenticità. Gran parte delle armi sequestrate era stata fornita all’esercito iracheno dagli Stati Uniti, dall’Unione Sovietica e da altri paesi dell’ex blocco comunista durante la guerra tra Iraq e Iran negli anni ottanta. In Siria le armi usate dai miliziani sono state fornite dalla Russia, dai paesi dell’ex blocco sovietico e dall’Iran.

Il ruolo dell’Italia. Il rapporto di Amnesty international evidenzia come anche l’Italia abbia contribuito indirettamente ad armare il gruppo Stato islamico, rifornendo durante la guerra tra Iraq e Iraq (1980-1988) sia Baghdad sia Teheran.

Dal 2003, l’Italia ha partecipato alla cosiddetta guerra al terrore guidata dagli Stati Uniti. Per rispondere alla minaccia terroristica dopo gli attacchi dell’11 settembre, tra il 2004 e il 2007 è stato concesso ai paesi esportatori di armi di avere una maggiore libertà per trasferire armi all’Iraq senza troppa considerazione per i diritti umani, attraverso l’Iraq relief and reconstruction fund e l’Iraq security forces fund. In quel periodo la coalizione guidata dagli Stati Uniti ha firmato contratti per almeno un milione di dollari per trasferire armi e milioni di munizioni in Iraq, provenienti anche dall’Italia.

Infine, nel 2014, a causa dell’avanzata dello Stato islamico nel nord dell’Iraq e in Siria, gli Stati Uniti, insieme ad altri undici paesi europei tra cui l’Italia, hanno coordinato il rifornimento di armi per le truppe irachene, le milizie sciite e quelle curde.

La guerra tra Iran e Iraq all’origine del mercato di armi in Iraq. Il conflitto tra i due paesi medioorientali tra il 1980 e il 1988 è stato un fattore determinante per lo sviluppo del mercato globale illegale delle armi: all’epoca almeno 34 paesi fornirono armi all’Iraq, 28 paesi invece fornirono armi alla potenza rivale: l’Iran.

Nel 1990 le Nazioni Unite hanno approvato un embargo contro Baghdad che ha fermato l’afflusso di armi e munizioni verso il paese. Ma le forniture sono riprese in maniera massiccia dopo l’intervento militare degli Stati Uniti in Iraq nel 2003. Negli ultimi dieci anni, più di trenta paesi, tra cui i membri del Consiglio permanente dell’Onu, hanno fornito armi all’Iraq e la maggior parte di queste armi è al momento nelle mani dei jihadisti.

Proiettili da mortaio costruiti dallo Stato islamico e sequestrati dalle milizie curde siriane a Kobane. (Conflict armament research/Amnesty international)

Tra il 2011 e il 2013 gli Stati Uniti hanno concluso contratti miliardari con il governo iracheno per la fornitura di armi. Alla fine del 2014 sono state inviate munizioni e armi leggere per un valore di 500 milioni di dollari. Questo tipo di attività è proseguita, nell’ambito del programma del Pentagono per l’equipaggiamento e l’addestramento dell’esercito iracheno (per un valore di 1,6 miliardi di dollari). Dal 2011 sono stati mandati in Iraq 43.200 fucili d’assalto M4. Tra il 2011 e il 2013, gli Stati Uniti hanno mandato in Iraq 140 carri armati M1A1 Abrams, decine di aerei da combattimento F-16, 681 missili terra-aria portabili a spalla Stinger, batterie anti-aeree Hawk. Alla fine del 2014, Washington aveva inviato al governo iracheno armi leggere e munizioni per un valore di oltre 500 milioni di dollari.

La corruzione dell’esercito iracheno e dei funzionari governativi e la mancanza di controllo del territorio da parte delle truppe di Baghdad ha permesso che la maggior parte dei depositi e degli arsenali iracheni finissero nelle mani dei jihadisti o nel circuito illegale del commercio di armi.

Fatti e numeri

  • Tre. Il numero di divisioni di soldati (una divisione è formata da 40mila soldati) che lo Stato islamico potrebbe aver equipaggiato con le armi che sono state sequestrate nel solo mese di giugno del 2014.
  • Dodici. La percentuale del mercato globale di armi che negli anni ottanta è stata esportata verso l’Iraq.
  • Quindici. Negli ultimi dieci anni le armi negli arsenali iracheni sono aumentate di quindici volte, per un giro d’affari di 9,5 miliardi di dollari.
  • Venticinque. Le armi usate dallo Stato islamico in Siria e Iraq provengono da almeno 25 paesi.
  • Ventotto. Il numero dei paesi che hanno fornito armi all’Iraq e all’Iran durante il conflitto tra le due nazioni.
  • 650mila. Le tonnellate di munizioni che sono presenti sul territorio iracheno secondo una stima dell’esercito statunitense del settembre del 2003.
  • 1,6 miliardi di dollari. I finanziamenti approvati dal congresso degli Stati Uniti per sostenere l’esercito iracheno e le milizie sciite e curde contro lo Stato islamico.

L’Isis siamo noi

segnalato da Barbara G.

Parigi – Iraq, sola andata. L’ISIS siamo noi

di Gabriele Neri – battibit.org, 14/11/2014

Ci deve essere stato un fraintendimento. Noi vi massacriamo dal 2001 per il petrolio e il gas. La nostra è una guerra per le risorse. Voi adesso ci massacrate per la religione.
Fermate i  lavori. In realtà è meglio dirla diversamente.
Noi vi massacriamo per il petrolio dicendo che è per la democrazia e contro il terrorismo. E così facendo, qualche anno fa, abbiamo armato il nuovo esercito iracheno sciita per contenere la guerriglia per bande che si è scatenata mentre abbiamo compiuto uno dei più grandi genocidi contemporanei. Per di più motivato con prove false (le armi di distruzione di masse inventate dai nostri Colin Powell).

Abbiamo buttato fosforo bianco su Falluja, diviso etnicamente un paese prima laico, importato la democrazia reintroducendo la pena di morte con processi sommari all’ex regime di Saddam Hussein, spiegato al mondo qual è la democrazia secondo noi, con le torture dei nostri soldati ad Abu Grahib (ricordate?), introdotto manuali sulla tortura, sequestrato persone in tutto il mondo con voli segreti (anche in Italia!), allestito Guantanamo, carcere degno dei nemici che diciamo di combattere.

Lo abbiamo fatto MENTRE Shell, Exxon, Eni, Total, Repsol e molte altre industrie del petrolio saccheggiavano oro nero dall’Iraq, garantendo la sicurezza degli impianti con mercenari privati. Abbiamo dipinto l’Iran come il mostro assoluto, fiancheggiatore di Al Qaeda. I barili di petrolio se ne andavano dal Golfo Persico e pensavamo che questa situazione di instabilità politica permanenete in Iraq ci conveniva, perché uno stato fantoccio non avrebbe turbato i nostri interessi. E il terrorismo stesso della banda di Bin Laden sembrava quasi sconfitto, lui stesso morto (?).

Solo che brutalizzare, stuprare, dividere, umiliare, massacrare milioni di persone nell’area ha avuto un effetto. Creare una banda di fanatici che, facendo leva sulla disperazione e la disumanizzazione dei disperati, ha colto l’opportunità di costruire uno stato dentro l’Iraq. L’ISIS o Daesh, come volete. Si appella alla vendetta dei sunniti vessati dagli sciiti che si sono ritrovati alla guida del traballante Iraq post invasione. E allora l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, con cui facciamo grandi affari (vendiamo loro squadre di calcio e ci aiutano a pagare il debito pubblico), hanno drizzato le antenne. E mentre stringono mani a Obama, Renzi e Hollande da un lato, con l’altra allungano dollari e armi a questa nuova Isis. Con la scusa che combatte in Siria contro Assad.

Gli americani lo sanno e lo vedono ma non dicono nulla. Saranno pure dei fanatici ma ci servono per rovesciare un regime che ci sta sulle balle. Gli americani dopo l’Iraq hanno bisogno di porti sul Mediterraneo per ottimizzare l’espropriazione del petrolio medio orientale. La Siria è un obiettivo strategico, lo dicevano già dai tempi di Bush. E così chiudono tutti e due gli occhi. L’Isis diventa quello che è, uno stato organizzato tra Siria e Iraq. E mentre gli americani e gli occidentali si preoccupavano solo di garantire la sicurezza dei pozzi petroliferi coi contractor, l’ISIS, con armi e finanziamenti sauditi, conquistava il resto dell’Iraq, svaligando anche banche (come a Tikrit nel 2014) con riserve d’oro per milioni di dollari.

Questo nemico è truffaldino nei moventi tanto quanto noi che diciamo di essere in Medio Oriente per la democrazia o l’antiterrorismo. L’ISIS non fa una guerra di religione. Anche se la proclama e attacca in casa nostra il nostro modo di vivere, il nostro stile di vita. L’ISIS combatte una guerra di dominio e sfruttamento delle risorse. Si appella a Dio secondo una logica malata e deviata perché serve a far presa su una comunità umana lì in Medio Oriente brutalizzata e de-umanizzata dalla nostra guerra, una comunità disposta ad ogni forma di violenza e vendetta per quello che ha subito lì. La storia ci insegna che la guerra disumanizza sempre e porta a violenze  e sopraffazioni che sembrano inspiegabili. Come ci sembrano i fatti di Parigi. Ma l’ISIS ha presa anche qui, rastrellando il fondo della società, gli esclusi, gli alienati, quelli messi fuori dalla catena di montaggio sociale. I Jihadi John. Ovvero quegli umani brutalizzati e disumanizzati non dalla guerra, ma dall’alienazione prodotta dal capitalismo. E la risposta diventano le fregnacce para religiose dell’ISIS che offrono un movente a disperati che non hanno alcuno strumento culturale o morale per dare un senso alla loro vita.

E finché percepiremo lo shock solo quando toccherà a noi, in casa nostra, subire violenze ingiustificate e amorali, rimuovendo le stragi come quella di Beirut qualche giorno fa o, per citarne una, degli studenti socialisti che volevano aprire una biblioteca a Kobane, allora siamo disumani anche noi. Burattini incapaci di dare un senso e una visione alla nostra vita. Alla mercé della nostra personale ISIS: i Salvini che invocano altri (ancora!) bombardamenti sul medio Oriente indistinto, il Papa che parla di reazione dura e di terza guerra mondale (sì lo ha fatto), Obama e tutti gli altri cialtroni che ci governano, che sono parte integrante del problema.
Finché ci sarà sfruttamento, deprivazione della dignità e della sovranità dei popoli, i poveri saranno boccaloni dei fanatici che li manovrano. Qui e in Medio Oriente. L’Isis adesso va fermata sul campo, ma poteva essere fermata a monte, bloccando lo scempio della guerra in Iraq a suo tempo e cambiando politica nei confronti dei suoi finanziatori, che sono anche nostri finanziatori: gli sceicchi sauditi. E mi dispiace dirlo ma gli unici che stanno facendo qualcosa di concreto contro l’ISIS sono i curdi, che sono nell’elenco dei terroristi di qualsiasi governo occidentale. Preferiamo tenerci stretta la Turchia di Erdogan che schierarci dalla parte di un popolo che non ha neanche nazione ma che si è preso la briga di respingere il fanatismo sul campo di battaglia (mentre si deve difendere pure dai turchi contemporaneamente.)

Se vivessimo in un mondo multi polare per davvero, i paesi del mondo tutto si siederebbero attorno ad un tavolo all’ONU e con una forza militare internazionale metterebbero a tacere l’ISIS e la guerra civile in Siria. Come dovrebbero anche disarmare palestinesi e israeliani e porre fine alla follia attuando finalmente la soluzione di due popoli e due stati. Ma per farlo si dovrebbe anche dire che il mondo si impegna a ricostruire queste aree, non solo con le infrastrutture, ma a recuperare l’infanzia per le nuove generazioni, mandare a scuola chi deve starci, invece di tenere un fucile in mano. Amministrare per decenni queste aree con una forza internazionale, estromettendo gli interessi occidentali o regionali da queste zone. Ricostruire il senso morale e civile di popolazioni che non ce l’hanno più.  E’ un’utopia che il mondo non vuole e non può affrontare. Perché preferisce tenersi il regime di paura che ci rende tutti schiavi di logiche obbligate: la violenza chiama violenza. Che accresce e consolida gli interessi dell’ISIS. Che è il nome di un’organizzazione terroristica e anche il nome che dovremmo dare a tutto il fanatismo violento che tranquillamente pervade la nostra politica e la nostra visione religiosa, quando ci appelliamo alla guerra come risposta a un problema che per altro abbiamo creato noi.

http://www.battibit.org/parigi-iraq-sola-andata-lisis-siamo-noi/