articolo 18

Solo lavoro povero per le donne

Francesca Re David (Fiom): «Solo lavoro povero per le donne in Italia»

Occupazione. Intervista alla segretaria Fiom Francesca Re David sui dati Istat, sbandierati da Boschi e Renzi.

di Adriana Pollice – ilmanifesto.info, 2 agosto 2017

L’occupazione femminile cresce in Italia: spiega l’Istat che la percentuale di donne che lavorano ha raggiunto lo scorso giugno il 48,8%. Il risultato più alto da quando sono cominciate le serie storiche, nel 1977. La sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, ha esultato: «Qualcuno può ancora negare il successo del Jobs act?». Il segretario del Pd, Matteo Renzi, ha scritto nella sua enews del 31 luglio: «Il Jobs act funziona. E finalmente non lo mette in dubbio più nessuno».

Eppure il dato non dovrebbe suscitare troppo entusiasmo visto che la media europea è del 65,3%: si va dal 70% della Germania al 55% della Spagna. Il segmento che ha avuto la crescita maggiore di posti di lavoro è quello tra i 55 e i 64 anni (in tre anni è aumentato del 23%). Infine, oltre due terzi dell’aumento riguarda contratti a tempo determinato, mentre i contratti a tempo indeterminato risultano stabili. Chiara Saraceno su Repubblica ha attribuito il dato all’effetto della riforma delle pensioni targata Elsa Fornero e non al Jobs Act, visto anche l’assenza di crescita del tempo indeterminato. Francesca Re David, segretaria generale della Fiom, sottolinea un altro aspetto: «Si tratta di un tipo di lavoro così precario e sfruttato che, in questo senso, è un effetto del Jobs act».

Re David, come vanno letti i dati sull’occupazione femminile?
Dal Jobs act in poi la crescita degli assunti riguarda quasi sempre gli ultra cinquantenni. La disoccupazione giovanile è la più alta in Europa dopo la Grecia. La riforma del lavoro voluta da Renzi ha reso i licenziamenti più facili, una tendenza cominciata con l’articolo 18 della riforma Fornero: chi ha perso il posto o vive in una famiglia a rischio povertà, visto anche quanto poco viene pagato il lavoro operaio, ha scelto di accettare qualsiasi offerta, anche con paghe bassissime. E poi l’Istat inserisce nel calcolo anche chi ha lavorato solo un’ora nella settimana della rilevazione. Possiamo considerarla occupazione?

La crescita riguarda soprattutto i contratti a termine
Il dato riguarda le forme di lavoro che hanno un termine, cioè anche tipi di occupazione meno strutturati rispetto ai contratti a termine in senso stretto, che includono condizioni di lavoro migliori e maggiori diritti sindacali. Si tratta, in molti casi, di lavoro poverissimo. La crescita sbandierata a giugno arriva dopo un mese di maggio in negativo. La prova del nove ce la dà l’inflazione che non cresce, questo vuol dire che le famiglie non spendono perché ancora inchiodate dalla crisi, preoccupate della sussistenza. Le donne, poi, tradizionalmente occupano posti nel terziario e nei servizi alla persona, un segmento fortemente svalutato dal punto di vista dei compensi.

Nel terzo trimestre del 2016 il tasso di occupazione femminile al Nord era del 57,8%, in linea con l’Europa, mentre al Sud era fermo al 32,3%. Una tendenza che sembra proseguire.

I dati nel Mezzogiorno sono drammatici. Per cominciare, la disoccupazione giovanile è più alta di quella greca. In Italia le donne guadagnano comunque meno degli uomini ma al Sud si attestano su redditi bassi anche in virtù di una minore scolarizzazione, con un tasso di laureate più basso rispetto al settentrione. Al Nord reggono i grandi gruppi ma l’economia è comunque ferma perché manca una politica industriale. I finanziamenti a pioggia, voluti dal governo Renzi, non servono a invertire la rotta: i soldi vanno dove ci sono i soldi. Così il Mezzogiorno, e le donne, restano bloccati.

Annunci

La corsa del Jobs Act

POLETTI: “BISOGNA CORRERE. MA PERCHÉ IL JOBS ACT FUNZIONI SERVE UN CAMBIO DI CULTURA”

Il ministro del Lavoro: “Chi criticava le norme sull’art. 18 ha capito che nella riforma ci sono molti aspetti positivi”.

da La Stampa (10/10/2014) – di Paolo Baroni

«Il risultato della fiducia al Senato? Buono. La discussione ha consentito a chi aveva elementi di dissenso, ad esempio sull’articolo 18, di valutare che magari per un cosa che non gli stava bene ce ne erano altre sei che apprezzava», sostiene il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Che dopo aver incassato il primo sì del Parlamento respinge l’accusa di aver chiesto la fiducia su una delega in bianco e fissa le prossime scadenze. «Il nostro obiettivo è approvare la legge entro novembre, poi a inizio 2015 vareremo i decreti delegati. Abbiamo già preparato molti materiali, ma servirà qualche settimana in più perché il lavoro è molto complesso e bisogna fare le cose per bene».

Praticamente i decreti attuativi, almeno per le parti fondamentali (riforma degli ammortizzatori, disboscamento dei contratti e nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti) «saranno presentati contestualmente, perché i vari pezzi della riforma si tengono tutti assieme. Uno spiega l’altro». «Bisogna correre – aggiunge il ministro – ma non per smania mia o del governo a fare in fretta. È la condizione del nostro Paese che ci impone di fare al meglio, il più velocemente possibile». Quindi Poletti indica gli obiettivi fondamentali della sua riforma: semplificazione, chiarezza delle norme, «perché altrimenti le imprese non investono», e riduzione della precarietà, introducendo il contratto a tempo indeterminato a tutele crescente e disboscando il resto. «Tutta la discussione si è focalizzata sulla questione dell’articolo 18 – spiega Poletti – ma a me preme molto far capire che l’operazione che stiamo facendo partire è rilevantissima e che per avere successo richiede che cambi la cultura del Paese. Faccio solo un esempio, quello degli ammortizzatori: passeremo da un sistema politiche passive del lavoro, in cui lo Stato paga le persone per restare a casa senza alcun obbligo, a un sistema di politiche attive, dove lo Stato e le sue strutture ti prendono in carico per offrirti nuove opportunità di impiego, ma tu in cambio devi fare la tua parte».

Molti dicono che i fondi non basteranno e comunque questa riforma richiederà anni.

«Ma se si segue questo ragionamento si finisce per non fare mai nulla. Io invece sono dell’idea che bisogna partire, bisogna riorganizzare ed utilizzare bene le risorse che in questo modo si liberano».

Il fondo da un miliardo e mezzo che sarà inserito nella prossima legge di stabilità potrebbe essere aumentato?

«Al momento lo stanziamento è questo, però teniamo conto che proprio in questo momento stiamo chiudendo un rifinanziamento della cassa in deroga per altri 700 milioni di euro. Si tratta di uno sforzo non banale per finanziare il nostro sistema di ammortizzatori».

Per la Cgil si riducono i diritti e si rischiano nuovi soprusi.

«Non è vero. Siamo convinti che complessivamente se guardiamo alla possibilità di ridurre le tipologie contrattuali e all’estensione delle protezioni la precarietà dovrebbe ridursi».

Il destino dei contratti co.co.pro. dunque è segnato.

«Puntiamo a togliere dal campo i contratti più permeabili agli abusi, quelli più precarizzanti e quelli che hanno meno tutele. Puntiamo molto sul nuovo contratto a tutele crescenti che presenterà vantaggi sia dal punto di vista economico che normativo e potrà sostituire in meglio quelli cancellati».

Perché non avete messo più dettagli sull’art. 18 nella delega come tutti si aspettavano?

«Visto tutta la discussione che c’è stata mi sembra che i riferimenti all’articolo 18 nel testo della delega ci fossero tutti. Tant’è che sono stati presentati pure emendamenti sul contratto a tutele crescenti per reintrodurre dopo due-tre anni la tutela piena dell’articolo 18. E nel testo della delega ci sono una pluralità di riferimenti che ci consentiranno di intervenire».

Allora riepiloghiamo, reintegro eliminato per i licenziamenti economici (sostituito da un indennizzo economico), confermato per quelli discriminatori, mentre per quelli disciplinari resterà per i casi «particolarmente gravi». Esempi?

«Non faccio anticipazioni, perché anche solo fare un esempio scatenerebbe subito il dibattito su quale fattispecie è più grave dell’altra. Ci sono licenziamenti per fatti disciplinari che hanno una loro forte rilevanza e che pertanto vanno tenuti in considerazione. I dettagli li fisseremo comunque nel decreto attuativo».

QUI l’abc della riforma del lavoro.

Il campo di battaglia

di Lame

Intanto cominciamo a definire la cornice. Siamo dentro il quadro del liberismo spinto globale. Un mondo dove “regna il capitale, oggi più spietatamente” (cit.). E non c’è verso, se intendiamo restare dentro questo quadro l’art. 18 e tanti altri diritti che quello simboleggia, sparirà. In un modo o nell’altro, che lo vogliamo o no. Perché se le imprese italiane vogliono restare competitive a livello mondiale devono avere a disposizione una forza lavoro a basso costo, senza voce, pronta a tutto. Spianata (cit.).
Per questo la battaglia sull’art. 18 è perdente. È un muretto a secco col quale si tenta di arginare uno tsunami. E poiché si gioca in difesa pura, siamo sempre più in debito d’ossigeno. Non duriamo molto. L’unico risultato sarà una distruzione finale delle ultime energie rimaste.
Quindi l’unica possibilità è uscire dal quadro. Ma, sento già i lamenti, non c’è una cornice alternativa preconfezionata. È vero, tocca inventare. E cominciare a pensare in proprio.
La prima cosa che mi viene in mente è che, se io fossi il sindacato, farei una campagna a tappeto sulle piccole e medie imprese italiane (90, dicesi 90 per cento delle imprese italiane) spiegandogli chiaramente che loro sono le prossime sulla linea del fuoco. E spiegando chiaramente quanto la battaglia sull’art. 18 le riguardi direttamente. Cambiando verso (cit.) alla questione. Non una battaglia di retroguardia, come viene descritta, ma lo spartiacque tra due mondi. Quello delle persone e quello del denaro. Sono abbastanza convinta che ridefinire la questione in termini di persone versus denaro farebbe cambiare idea a molta gente.
È la stessa struttura economica dell’Italia ad essere in questione oggi. Perché la rete di piccole e medie imprese che ha sempre tenuto in piedi l’Italia non è coerente col capitale globale. Ostacola la totale spersonalizzazione della produzione che il capitale insegue spietatamente. E per questo l’Italia è un campo di battaglia cruciale. Perché non è vero che gli italiani non sono di sinistra. È che lo sono a loro insaputa (cit.).

Il sistema si abbatte, non si cambia

di Lame

In questi giorni vedo (con un occhio solo, a dire il vero, ché guardarli apertamente mi ucciderebbe di noia) le contorsioni preagoniche della sinistra sull’art. 18. E poi vedo, con meno tedio ma uguale scetticismo, la proposta di legge popolare per togliere il pareggio di bilancio dalla costituzione. E poi vedo, nel mio piccolo, il sindaco Pd della mia città elencare le cose buone che la sua amministrazione ha fatto: messi 20 lampioni, vangate cento aiuole, aiutate 322 vecchiette ad attraversare la strada.
E intuisco (come una debolissima scintilla che appare solo per un attimo) cos’è che blocca tutto. In Italia ma anche in Europa, sia pur meno catastroficamente. E mi incazzo, furiosamente. Mi esplode una furia bestemmiatoria perché non è questo che voglio. Non mi importa un beato niente dei lampioni, così come alla fin fine so che non è l’art. 18 il problema.
Il problema è che nessuno riesce a produrre una visione di futuro. Embè, diranno i miei venticinque lettori, che non ce lo sapevamo (cit.)?
Sì, in fondo ai nostri piccoli cuori lo sappiamo quel che ci manca. Non che sia semplice trovarlo, un progetto per il nostro futuro. Non mi sento nemmeno di incolpare la nostra classe dirigente perché non riesce a produrne uno bello e confezionato. Non è cosa per menti deboli (quali sono).
Però bloccano la strada, tra una vecchietta e un lampione. La ingolfano di detriti inutili – come il dibattito sull’art. 18 – e alzano barricate sul percorso. Perché l’uscita – lo sanno anche alle torri di Francoforte e alla Federal Reserve – è fuori dal loro schema. Mi sento disarmata e impotente, contro questi pifferai di Hamelin che ci portano allegramente al baratro. Però so che il primo passo sarebbe vedere i pifferai per quel che sono: enormi gargoyle che bloccano la nostra uscita.

Civati dixit…

GIUSEPPE CIVATI: “SCISSIONE NEL PD? UNA FOLLIA, MA RENZI LA CERCA CON UNA RIFORMA DI DESTRA”

“Sull’articolo 18 ha cambiato opinione perché vuol dividere. Ci tratta da cassintegrati, però stia attento: i giapponesi nel Pd sono tanti. Voto nel 2015? Possibile, ma il Patto del Nazareno durerà più di una legislatura”.

ciwa

da l’Espresso.it (22/09/2014) – di Susanna Turco

Si scrive articolo 18, si legge rischio scissione: insomma sulla discussione intorno allo jobs act, puntuale come una certezza, riesplode la tensione nel Pd. Con il contorno di spettri mai davvero sopiti, che – mentre i lavori in commissione al Senato procedono – si agiteranno in crescendo almeno fino alla Direzione di lunedì prossimo, dove la riforma del lavoro sarà il piatto forte. Per portarci avanti, chiediamo lumi a Pippo Civati, ex rottamatore con Renzi e oggi minoranza dura e pura, l’unica a non essere entrata nella segreteria unitaria.

Ma davvero i democratici sono a rischio scissione?

“Di per sé sarebbe una follia, che si faccia davvero una scissione nel Pd. Eppure, nel caso dell’articolo 18 – sul quale nel programma di Renzi alle primarie non c’era una riga – siamo in presenza di una evidente forzatura. Il premier pretende dal partito una fedeltà quasi feudale, e non contempla alcun tipo di relazione politica con le minoranze che non sia il dileggio o l’umiliazione. Usa le lettere agli iscritti, addirittura. Un atteggiamento molto aggressivo, su una questione che non dipende in realtà dalle minoranze. Leggo che Orfini, presidente del Pd, dice “no a diktat”. Ma chi è che li pone i diktat?

Lei?

“Io no. Io mi attesto sul contratto unico alla Boeri, che dava come soluzione la stabilizzazione e non la precarizzazione, e su cui Renzi, ai tempi delle primarie, era d’accordo”.

Anche Grillo adesso gli rimprovera scarsa coerenza, ricordando che la sua posizione nel 2012 era opposta a quella di adesso.

“Non solo nel 2012, anche ad agosto. E comunque, da come si muove, capisco benissimo che la posizione non riguarda il merito, ma la volontà di dividere. È una scelta politica per distrarre da altre situazioni. Dopo i gufi serve un altro tipo volatile”. 

Fassina dice che se si va avanti così “Renzi ci porta al voto in primavera”. Possibile?

“Il patto del Nazareno durerà più di una legislatura: è un’intesa di lungo periodo sulla gestione politica del sistema italiano, nella quale è possibile anche sia messo nel conto di votare nel 2015, per poi ritrovarsi con uno schema analogo a quello di oggi, col Pd maggioranza e Fi all’opposizione. Comunque, è chiaro che se Renzi drammatizza così tanto adesso, in caso di problemi di stabilità si andrà a votare. Il gioco è pesante”.

Lei dice che Renzi usa l’articolo 18 come scusa per spaccare il partito. Ma è quello che dicono anche i renziani di voi. Pina Picierno, ad esempio, alle minoranze: “Spero che la polemica sull’articolo 18 non diventi uno strumento per regolare conti in sospeso”…

“Ma perché dovremmo farlo noi? È una falsità, portata avanti con una disinvoltura sorprendente, e modi allucinanti. Se si vuol tornare a una Margherita più robusta lo si dica: ma nel Pd c’è anche una storia della sinistra, che non si può ignorare. E chi è che ha posto il tema articolo 18, dividendo tra buoni e cattivi ? Non io. Chi ha iniziato, chi vuole drammatizzare? Se il contratto a tutele crescenti prevedesse che dopo tre anni un lavoratore è stabilizzato, nessuno sarebbe in disaccordo. Se invece si parla di persone che non avranno mai la tutela del reintegro in caso di licenziamento illegittimo, a questo punto potevamo votare Berlusconi e facevamo prima”.

Ma si vuol davvero smantellare l’articolo 18? L’ultima ipotesi sul tavolo del premier è che l’articolo 18 sia l’ultimo gradino del contratto a tutele crescenti.

“Dopo dieci anni, capisce? Un’eternità. Mi sembra allucinante, anche rispetto alla soluzione di Boeri che abbiamo tutti frequentato”.

Comunque siamo ancora alle ipotesi, cioè non si sa esattamente quale sarà l’intervento di riforma, giusto?

“Cosa esattamente sarà non è nella legge delega, perché la delega è vaga, e comunque andrà poi interpretata, come faceva notare Bersani. Comunque si tratta di una scelta molto pesante. Poletti cerca di smussare, ma la direzione del premier è chiara. E sarebbe un cambiamento culturale epocale per la sinistra”.

In concreto, a Palazzo Madama dove si discute il jobs act cosa succederà? Ci saranno le fronde come è accaduto in estate per la riforma del Senato?

“Non ne ho idea e non faccio previsioni. Ci sono malumori traversali e scelte personali in ballo”.

Il premier li chiamerebbe i “giapponesi”.

“Mah, i giapponesi sono tanti… Alla fine può anche vincere il Giappone, per dire”.

E nel Pd, chi vincerà? La Boschi invita a dimostrare che si vuol bene alla “ditta” e, in generale, si chiede di rispettare l’indicazione della maggioranza del Pd.

“Il partito ha un equilibrio delicato: è chiaro che Renzi predomina nel dibattito interno, però bisogna rappresentare anche chi non è d’accordo: altrimenti invece del Partito democratico si fa il partito di Renzi. E se il segretario continua sulla linea dura, finisce che o umilia o perde un terzo di noi”.

Lo vede che allora la scissione aleggia?

“Io dico che è in gioco l’equilibrio del partito nel suo complesso. Un equilibrio ancor più delicato in Parlamento”.

Perché?

“Renzi governa senza essere passato dalle elezioni, non è mai stato il nostro candidato premier, mentre i parlamentari del Pd hanno preso, con chi li ha eletti, impegni che erano altri da questi. Con grande velocità e furbizia, sostituendo Letta, Renzi ha voluto usarli, ma non può dimenticarsi l’equilibrio delicato sul quale tutto ciò si regge, e da dove viene”.

È una minaccia?

“Intendo solo dire che se oggi Renzi mettesse nel programma elettorale l’abolizione dell’articolo 18, magari qualcuno deciderebbe di non candidarsi col Pd e qualcun altro di non votarlo. Invece lui tratta i suoi parlamentari come fossero tutti cassintegrati: della serie ora si adeguano e lavorano come dico io, perché sono il segretario. Ma in questa logica, mancano i cittadini”.

È in atto una trasformazione, nel Pd?

“Più che trasformazione il rischio è il trasformismo, direi. In questo caso, abbiamo l’assunzione da parte della sinistra di un progetto di riforma della destra. Non a caso, i complimenti più scatenati arrivano da Vittorio Feltri e Maurizio Sacconi”.

Dunque?

“Io sono pronto ad assumermi la quota di responsabilità che mi compete, dopodiché tanto l’astensione di Forza Italia è scontata, quindi la riforma passerà lo stesso. Il Patto del Nazareno, come dicevo, durerà a lungo. E del resto il Nazareno, si sa, è eterno”.

QUI la riforma del lavoro possibile proposta da Civati.