Assicurazioni

Tempeste, inondazioni, uragani…siccità

Una ricerca di Munich Re, la più grande assicurazione al mondo, rivela un drastico incremento di piene improvvise e afferma che l’aumento è in linea col cambiamento climatico.
di Arthur Neslen da Bruxelles – 19 gennaio 2017 – the Guardian

Cars swept into a pile by torrential rain in Genoa, Italy Saturday.

Conseguenze di una pioggia torrenziale a Genova. Foto Antonio Calanni/AP

Il numero di alluvioni devastanti che scatenano i rimborsi assicurativi è più che raddoppiato in Europe dal 1980, secondo una nuova ricerca della Munich Re, la più grande società mondiale di riassicurazione.

I dati più recenti della società mostrano che ci sono state trenta alluvioni che hanno richiesto rimborsi assicurativi in Europa lo scorso anno – contro i dodici del 1980 – e il trend è in accelerazione in quanto l’aumento delle temperature fanno aumentare i livelli di umidità dell’atmosfera.

Globalmente il 2016 ha visto 384 alluvioni devastanti, comparate con 58 nel 1980, benché il maggiore incremento proporzionale probabilmente rifletta protezioni contro le alluvioni di scadente qualità e standard costruttivi più bassi nel mondo in via di sviluppo.

Ernst Rauch, il capo del centro climatico societario di Munich Re, afferma: “Alluvioni assieme a tempeste di vento sono i due tipi di rischio dove noi abbiamo il maggior incremento di frequenza a livello mondiale. In Europa abbiamo visto un aumento drastico di alluvioni collegate a forti tempeste con tuoni e lampi. La frequenza delle onde di piena improvvise è aumentata molto più delle piene dei fiumi dal 1980”.

Anche l’intensità delle tempeste è aumentata in Europa e fuori, aggiunge.

Solo nell’ultimo mese, diciotto persone sono state uccise da precipitazioni di pioggia inusualmente intense in Thailandia, mentre i consulenti del governo britannico hanno avvertito che alluvioni del tipo che hanno devastato ampie parti del Regno Unito lo scorso inverno stanno diventando la norma.

La Munich Re mette in guardia che il trend è non lineare e segue un modello che sarà significativamente determinato dalle emissioni di gas serra provocate dall’uomo. “Sfortunatamente questo è in linea con il cambiamento climatico” dice Rauch. “È sorprendente quanto strettamente questi sviluppi si accordino con i risultati dei modelli climatici”.

I dati della Munich Re dicono che otto su dieci delle catastrofi naturali più letali in Europa dal 1980 hanno avuto luogo nei passati 13 anni. E uno dei due rimanenti non era di tipo climatico.

Fenomeni come i terremoti sono inclusi nei dati della società, ma più del 90 per cento delle catastrofi naturali registrate dal 1980 sono legate al clima.

Ancor più preoccupante è che il tasso di eventi atmosferici estremi sembra essere in aumento nel mondo, con 750 catstrofi naturali lo scorso anno, comparato con una media annua di 590 nell’ultimo decennio. Il dato medio dei 30 anni era di 470 disastri per anno.

Dagli anni ’50, le precipitazioni annuali sono aumentate nell’Europa del nord e sono diminuite nel Mediterraneo, un trend che gli scienziati climatici dell’Onu si aspettano che aumenti.

Il quinto rapporto della Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico prevede inoltre con “alta probabilità che l’Europa settentrionale vedrà una crescita di pioggie estreme nei decenni a venire.

“Abbiamo chiare prove che le piogge estreme stanno aumentando da qualunque parte le si guardi” dice Peter Stott, capo del monitoraggio climatico del Servizio Metereologico britannico. “Questo è semplicemente il risultato di come lavora la fisica dell’atmosfera”

Per ogni grado di riscaldamento globale l’atmosfera può trattenere circa il 6 per cento in più di umidità, incrementando l’energia che si rende disponibile per nutrire le tempeste, dice Stott.

Anche la circolazione del sistema atmosferico ne risente, con aria più calda che è cresciuta nei tropici e poi scende a latitudini più a nord. Per l’Europa settentrionale il risultato è inverni più bagnati. Nel sud, il Mediterraneo affronta potenzialmente condizioni aride, simili a quelle del Nord Africa.

“L’aumento delle precipitazioni che superano ogni record può essere spiegato solo da temperature in aumento causate dal cambiamento climatico” dice Fred Hattermann, ingegnere idrogeologico ed esperto sugli impatti regionali del clima al Potsdam Institute for Climate Impact Research.

Peter Höppe, il capo dell’unità di ricerca sui geo-rischi di Munich Re, dice che c’erano “molte indicazioni” che l’incidenza di tempeste e sistemi atmosferici persistenti stava aumentando a causa del cambiamento climatico.

Malgrado questo, la ricerca di Hattermann ha trovato che l’umidità del suolo in Germania – una zona di confine climatica – è diminuita fino a 25 litri per metro quadro nei passati 50 anni, a causa di un’altra conseguenza del riscaldamento globale: estati più secche. “Nell’Europa centrale la vegetazione sta cambiando” dice. “Le piante cominciano a crescere e fiorire molto prima nell’anno. Cominciano a succhiare acqua e a traspirarla”.

Scienziati della UE ritengono che almeno mezzo milione di europei subiranno le conseguenze delle alluvioni ogni anno nel 2050, in uno scenario massimo del riscaldamento globale che è spaventosamente vicino ai trend correnti. Nel 2080 quasi un milione di europei potrebbero subire le conseguenze delle alluvioni ogni anno se questa proiezione si realizza.

Lo scorso anno la Munich Re aveva stimato una perdita di 175 miliardi di dollari come risultato di disastri naturali, tra questi 50 miliardi erano coperti da polizze assicurative.

https://www.theguardian.com/environment/2017/jan/19/flood-disasters-more-than-double-across-europe-in-35-years

(trad. Lame)

I regalini di Renzi

Lobby, Renzi e Boschi: “Non ne siamo schiavi”. Ecco le leggi a favore di tabacco, armi, banche e assicurazioni

Gli esempi di norme a misura di gruppi pressione varate negli ultimi due anni non mancano certo. E se in alcuni casi il premier può opporre, con il dovuto imbarazzo, di non essersi accorto di ciò che accadeva in casa sua, non può certo dire di aver cercato di mettersi al riparo imprimendo un’accelerata alla legge sulle lobby che giace in un cassetto da un anno.

“Col nostro governo è cambiato il clima e mi scappa da ridere quando ci dicono che siamo noi quelli delle lobby. Mi fa schiantare dalle risate, lo dico con un tecnicismo fiorentino“. Davanti alle telecamere della tv di Stato, domenica 3 aprile, Matteo Renzi non è arrivato alle iperboli del ministro Maria Elena Boschi, secondo la quale l’esecutivo è attaccato dai poteri forti “proprio perché non siamo schiavi dei poteri forti”, ma ha negato vigorosamente che nei provvedimenti presi dal suo governo ci sia lo zampino delle lobby. Eppure l’esecutivo in questi due anni è stato più volte accusato, anche dall’interno, di aver ceduto alle pressioni dei portatori d’interessi altrui. Ecco una guida, necessariamente incompleta, delle norme finite al centro delle polemiche.

“Noi non siamo quelli delle lobby”. Ma i provvedimenti dicono altro – Armi, navi, assicurazioni, tabacchi, banche, autostrade: in poco più di due anni l’esecutivo guidato dal segretario del Pd ha approvato parecchie disposizioni tutt’altro che distanti dagli interessi delle grandi lobby. Tutto il contrario rispetto a quello che ha assicurato il premier domenica scorsa. Anzi per la verità, sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio i conti non tornano neanche quando si va a spulciare alla voce delle riforme mai approvate: come per esempio quella per regolamentare le attività di lobbying in Parlamento. Lungamente promessa non è ancora arrivata. Nel frattempo i provvedimenti del Consiglio dei ministri che sono andati – in un modo o nell’altro – a favorire i grandi gruppi industriali aumentano di mese in mese. E in qualche caso contengono nomi presenti anche nella lista dei benefattori di Open, la fondazione che accompagna la carriera politica di Renzi, sin dal 2007.

Renzi and cigarettes: stop alle accise e la multinazionale finanzia la fondazione del premier – È il primo luglio del 2014, quando sui conti della fondazione del politico fiorentino arriva un bonifico da centomila euro: denaro donato dalla Bat, la British American Tobacco. Un versamento arrivato nelle stesse settimane in cui il governo annunciava un decreto di riordino del settore dei tabacchi. Si parlava di un aumento delle accise che poteva arrivare fino al trenta per cento e che non dispiaceva ai colossi del settore, come la Philip Morris. In caso di tasse più alte, infatti, ad essere maggiormente penalizzati sono i marchi che vendono sigarette di fascia bassa, cioè più economiche, come appunto la Bat. Il provvedimento per l’aumento delle accise sui tabacchi è all’ordine del giorno del Cdm per due volte, ma poi scompare nel nulla. Riemergerà il 31 luglio del 2014, quando arriva il via libera: l’aumento però non sfiora nemmeno il 30 per cento proposto in precedenza, fermandosi  al  10 per cento. La Bat brinda e dopo qualche settimana vara un investimento quinquennale da un miliardo per l’Ente tabacchi; la Philip Morris da parte sua si consola con uno sconto del 50 per cento per le sigarette elettroniche prodotte nello stabilimento di Crespellano a Bologna, inaugurato dallo stesso Renzi.

Le altre concessioni dello Sblocca Italia: quelle autostradali – Lo Sblocca Italia tornato alla ribalta in questi giorni, non è stato fonte di giubilo solo per i petrolieri. Lo sa bene il ministro Graziano Del Rio che ha preso in mano il dicastero di Maurizio Lupi e si è dovuto confrontare con le critiche di Bruxelles al macroscopico regalo ai concessionari autostradali contenuti nell’articolo 5 del provvedimento varato pochi mesi dopo il riordino dei tabacchi. Cioè la possibilità si ottenere la proroga senza gara delle concessioni in cambio di investimenti che nella maggior parte dei casi sarebbero stati fatti comunque. Un pacchetto da quasi 6 miliardi di euro per i vari Benetton, Gavio e Toto che hanno così avuto il via libera a fare il bello e il cattivo tempo e ottenere automaticamente proroghe sia con la promessa di nuovi investimenti, sia accorpando tratte autostradali con scadenze differenziate. Nonostante le critiche e i dubbi espressi da Antitrust, Anticorruzione e Authority dei Trasporti.

Banche e assicurazioni: liberi tutti – Sintomatico del rapporto tra il governo Renzi e i principali gruppi di pressione è senza dubbio il capitolo delle banche. Mentre le polemiche sul caso Banca Etruria & C non si erano ancora esaurite, ecco che dal dicastero guidato da Maria Elena Boschi veniva trasmesso a Montecitorio l’atto di governo numero 256. Oggetto: recepimento della direttiva europea 2014/17 per aumentare le tutele per i consumatori nei contratti di credito. In realtà quel provvedimento, poi parzialmente modificato in seguito alle polemiche, cancellava l’articolo 2744 del codice civile, che disciplina il divieto del “patto compromissorio”, e cioè “il patto col quale si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore”. In questo modo le banche potevano prendere possesso degli immobili dei debitori insolventi e venderli senza passare dal giudice, con pieni poteri (di fatto o di diritto) sul prezzo di vendita. Finito? Assolutamente no. Perché l’articolo 16 del provvedimento di conversione in legge del decreto sulla riforma del credito cooperativo ha disposto altro. Come per esempio l’imposta sostitutiva da appena 200 euro per chi acquista immobili da vendite giudiziarie per poi rivenderli, mentre normalmente la tassa ordinaria è pari al 9 per cento. In pratica il provvedimento che doveva aumentare le tutele dei consumatori nei contratti di credito aveva finito per avere effetti opposti: più che una legge un ossimoro.

Simile è la piega che rischia di prendere il ddl Concorrenza, attualmente in discussione al Senato e congelato in seguito alle dimissioni del ministro Federica Guidi. Nell’ambito del provvedimento volto a rilanciare la sana concorrenza tra imprese a beneficio dei consumatori e del mercato, c’è un lungo capitolo dedicato alle assicurazioni e, in particolare, alla Rc Auto. Un settore piuttosto delicato visto l’obbligo della polizza e in cui le compagnie puntano da tempo, come dimostrano i precedenti tentativi, a dimezzare i risarcimenti previsti per i sinistri stradali e per responsabilità mediche. E questa volta rischiano di farcela. Come faceva notare l’avvocato Marco Bona su ilfattoquotidiano.it, alla luce dell’evoluzione presa dal disegno di legge, “le vittime con lesioni gravissime saranno quelle maggiormente colpite dalle nuove norme: danni morali azzerati o quasi, parametri monetari molto più bassi rispetto a quelli impiegati dai giudici. Forse gli emendamenti più estremi (quelli sostenuti dall’esecutivo) non passeranno, ma, in ogni caso, il provvedimento abbasserà la tutela risarcitoria di questi danneggiati, per poi magari estendersi ad altri campi”.

Navi e armi senza sconto. Anzi costano il doppio – A parlare delle pressioni della lobby delle armi sui provvedimenti di governo non è invece un oppositore della maggioranza, ma al contrario un esponente del Pd. È il 15 gennaio del 2015 quando Gian Piero Scanu, capogruppo dei dem in commissione Difesa, chiede di rinviare il via libera definitivo ai 5,4 miliardi di euro per acquistare nuove navi e arricchire la flotta della Marina militare. Lo stanziamento di quei fondi è il sogno coltivato a lungo dall’ammiraglio De Giorgi, oggi indagato dalla procura di Potenza proprio per aver cercato un profitto, non per se stesso ma per l’intera Marina. Scanu nel gennaio di un anno fa però voleva bloccare quei fondi. Il motivo? “Pressioni lobbistiche da diverse parti sono state esercitate con intensità su diversi componenti della commissione in modo da poter orientare il parere”, dice il capogruppo Pd in commissione Difesa, che in quella stessa riunione era chiamato a dare il via libera anche all’acquisto di 381 carri blindati Freccia per 2,6 miliardi di euro. Una spesa gigantesca nonostante nel 2009 fosse già stato impegnato un miliardo e mezzo di euro per altri 250 veicoli identici. In pratica quattro miliardi di carri blindati, in appena sei anni, nonostante in Afghanistan ne fossero stati usati solo 17. E dire che tramite il piano organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti se ne sarebbero potuti risparmiare almeno due di miliardi di euro: perché dunque si è scelto di raddoppiare quella spesa?

Legge sulle lobby, tutti la vogliono ma nessuno la approva – Tutti la invocano e nessuno la fa. Un testo da cui partire per avere una legge che regolamenta la presenza dei lobbisti in Parlamento esiste, ma dorme beato in commissione. Da poche settimane è stato spostato alla Camera perché a Palazzo Madama avevano perso ogni speranza che fosse calendarizzato. Il ddl a prima firma degli ex M5s Luis Aberto Orellana e Lorenzo Battista è stato approvato nella commissione Affari costituzionali del Senato ad aprile 2015. Sono passati nove mesi e il provvedimento non ha nessuna speranza di vedere la discussione in Aula. Per questo Adriana Galgano (Scelta civica) a inizio gennaio scorso ha deciso di presentare lo stesso ddl a Montecitorio, nella speranza che dall’altra parte del Parlamento i tempi possano essere più veloci. Ma il luogo cambia poco se a mancare è la volontà dei capigruppo e del governo di far entrare l’argomento nell’agenda. “C’è un interesse”, ha spiegato a ilfattoquotidiano.it la Galgano, “di molti ex deputati e senatori a svolgere un’attività di questo tipo una volta finito il mandato”. Ed è solo uno dei tanti intoppi che il ddl continua a incontrare.

Eppure tutti – almeno a parole – dicono di volere una norma che regoli la professione, dall’ex premier Enrico Letta al ministro della Giustizia Andrea Orlando, fino allo stesso Renzi, che si è più volte espresso sull’argomento. Durante questa legislatura sono stati depositati ben undici ddl sul tema. Nel frattempo il Parlamento prova a rimediare con quello che può. Montecitorio nei giorni scorsi ha approvato il codice etico che impone ai deputati di non accettare più regali costosi “nell’esercizio delle proprie funzioni, salvo quelli di valore inferiore a 200 euro“. Un tentativo debole, ma concreto di evitare all’Italia una serie di sanzioni a livello europeo. È dal 1997 che il Consiglio d’Europa chiedeva di mettersi in regola, ma finora nessuno se ne era occupato. Il codice è ancora però molto debole: se un deputato non lo rispetta, la sua violazione sarà resa pubblica. E niente di più.