astensione

La storia non siamo più noi

segnalato da Barbara G.

La Storia non siamo più noi: il grande disincanto dell’elettore di sinistra

Tra i protagonisti della prossima campagna elettorale ci sarà l’Astenuto di sinistra. Frustrato, arrabbiato, deluso, non pensa più al futuro dell’Italia. Ma nonostante abbia deciso di non votare più, non ha perso la voglia di identificarsi con le sue bandiere

Di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 21/11/2017

Una volta cantava che «ti dicono tutti sono uguali/ tutti rubano alla stessa maniera /ma è solo un modo per convincerti/ a restare in casa quando viene la sera». Era la stagione dell’impegno, della bella politica, della storia-siamo-noi, di lettere da scrivere, onde del mare, prati di aghi sotto il cielo, piatti di grano. Oggi l’umore generazionale è cambiato, per Francesco De Gregori e per tanti altri. «Posso indicare un’abbondante decina di colleghi che sono dispostissimi a parlare di tutto e su tutto. Io no, grazie. Ma non per reticenza: davvero non saprei cosa dire», ha risposto il Principe dei cantautori in tour negli Stati Uniti a Repubblica (10 novembre) che gli chiedeva di parlare di politica. «Sul mio futuro personale e professionale sono molto ottimista. Per il resto, non passo la mia vita a pensare al futuro del mondo». E all’obiezione che un tempo lo faceva, e molto, De Gregori ha risposto: «Eh, una volta leggevo anche la favola di Cappuccetto Rosso».

Cappuccetto Rosso non c’è più, come tutto quello che è dello stesso colore. Le bandiere rosse, i palchi rossi, i leader rossi. La sinistra, da cui passava la Storia, quella che «dà torto e dà ragione», rispetto alla quale non potevi rifiutarti di scegliere da che parte stare. La forza inesorabile, come nel Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, nonostante reazioni e cadute nessuno avrebbe potuto fermare la marcia silenziosa del progresso. Oggi Cappuccetto Rosso è stato divorato dal lupo cattivo. E nel disincanto dichiarato, ai limiti del cinismo, De Gregori sembra ancora una volta essere più rappresentativo di molti altri intellettuali.

La sinistra è parola caduta in disuso, in tutto l’Occidente, in gran parte dell’Europa che ne è stata la culla, in Italia. Nel 2017 la gauche è sparita in Francia, è sprofondata in Germania, assiste irrilevante allo scontro tra nazionalismi tra Madrid e Barcellona in Spagna. In Italia, alla vigilia del voto 2018, c’è lo spettacolo non inedito di divisioni, scissioni, tentativi di riappacificazione subito frustrati. E poi vanità personali mascherate da ideologismi insopportabili, leadership vecchie e nuove che si combattono per occupare il palcoscenico, negli ultimi giorni è spuntata perfino la Mossa del cavallo, neo-formazione messa in piedi, si apprende, da Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa, desiderosi di saltellare in una scacchiera già fin troppo affollata.

Niente di nuovo, in questa triste storia. La novità è che di fronte a tutto questo l’elettorato che ancora ama definirsi di sinistra, il «pubblico pagante» per citare ancora De Gregori, si prepara a restare a casa. Tra le molte offerte disponibili sul mercato elettorale si prepara a non indicarne neppure una. E non sembra allarmato più di tanto dai fantasmi e dalle paure che vengono agitate per convincerlo ad andare a votare in primavera: il ritorno di Silvio Berlusconi, il populismo della Lega di Matteo Salvini, l’ascesa del Movimento 5 Stelle, l’ingovernabilità. Il potenziale Astenuto di sinistra, il nuovo personaggio che avanza in vista della campagna elettorale, non passa più il tempo a pensare al futuro del mondo e dell’Italia. Ha deciso che basta così. Si prepara a disertare le urne. Disgustato, indignato, o semplicemente indifferente.

È la fase dell’impolitica, l’ha definita l’ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky sulla Stampa, «la fase suprema dell’antipolitica, quando non si crede più neppure al populismo»: «L’antipolitica è un’energia che può essere mobilitata “contro”: i partiti, i politici di professione, la democrazia parlamentare, è un atteggiamento in un certo senso attivo. L’impolitica è l’esatto contrario: è un atteggiamento passivo, di ritrazione, di stanchezza. Un modo di dire: lasciatemi in pace». Un intellettuale lontano da Zagrebelsky come Ernesto Galli della Loggia è arrivato alle stesse conclusioni: «Certo, dietro l’astensione ci sarà in molti casi il torpore, l’eco tuttora viva di un antico qualunquismo. Ma sempre più spesso sembra di percepire in essa un sentimento ben diverso: qualcosa che assomiglia a una rassegnata disperazione. O forse meglio una disperata rassegnazione. La rassegnazione al vuoto politico», ha scritto sul Corriere della Sera (11 novembre).

Un senso di stanchezza e di rabbia, o mancanza di fiducia nella politica e nella sua utilità, rilevato in tutte le ultime consultazioni elettorali: in Sicilia alle elezioni regionali del 5 novembre ha votato il 46 per cento degli aventi diritto; nel decimo municipio di Roma, a Ostia, addirittura il 36 per cento. Certo, si votava per il presidente e per il parlamentino di quelle che fino a qualche anno fa si chiamavano circoscrizioni. Ma tre anni fa, quando andò al voto la regione rossa per eccellenza, l’Emilia Romagna, il risultato non fu molto diverso: appena il 37 per cento dei votanti, nella terra dove la partecipazione politica è considerata un pezzo dell’identità individuale, non solo collettiva. Eppure in pochi, a sinistra, colsero il segnale di allarme. Anche perché i politici di ogni colore preferiscono contare i voti di chi va alle urne, non si interessano a chi resta a casa. Sbagliando, quasi sempre, ancora di più se a commettere l’errore sono gli strateghi delle varie formazioni di sinistra o di centro-sinistra. Perché è sempre più evidente che è lì, nel cuore dell’elettorato impegnato o post-impegnato, che si muove la tentazione del non-voto o comunque del disimpegno.

Il Neo-disimpegnato di sinistra, oggi potenziale astenuto, nei decenni passati si è mobilitato per tutte le cause possibili: è stato via via operaista, ambientalista, femminista, pacifista, girotondino. Ha sfilato con la Cgil di Sergio Cofferati e con il movimento di Nanni Moretti, è stato anti-berlusconiano, prima ancora anti-craxiano e nella notte dei tempi, ormai, anti-democristiano, e ovviamente è stato comunista. Ha portato la lotta come una moda, ma in realtà è sempre stato moderato. Per una certa generazione il tempo si è fermato, forse, il giorno dei funerali di Enrico Berlinguer, nel 1984, come è successo al personaggio del romanzo di Walter Veltroni “Quando”, che entra in coma durante le esequie di massa, l’ultima manifestazione autenticamente popolare del Pci, e si risveglierà trentatré anni dopo in un mondo mutato e irriconoscibile. «Era finito il partito, non quella voglia di cambiare il mondo, vero?», domanda inquieto nel romanzo Giovanni (in una precedente opera narrativa veltroniana di undici anni fa, “La scoperta dell’alba”, il protagonista si chiamava profeticamente Giovanni Astengo). In un’altra pagina Giovanni incontra il food, «ristoranti cinesi, indiani, giapponesi, thailandesi. Cibi prodotti nel rispetto dell’ambiente e degli animali. Per il suo sistema di valori, almeno nel mangiare, il socialismo, in questi trentatré anni, sembrava davvero essersi realizzato». Almeno a tavola, dove, si sa, finiscono le rivoluzioni.

Il Neo-disimpegnato ha celebrato con riluttanza i quarant’anni del Settantasette e altrettanto si prepara a fare con i cinquant’anni del Sessantotto. Appagato di sé e del suo presente e futuro personale e professionale, come De Gregori, non ha più tempo e voglia di occuparsi del mondo che nel frattempo è sempre grande e terribile, ancor più di prima. Di fronte a questa impossibilità di capire e di provare coinvolgimento per quello che un tempo era la sfera delle passioni più forti, la politica, il Neo-disimpegnato preferisce ritirarsi nel suo lavoro, nella coltivazione di soddisfazioni minori e strettamente personali. E rifiuta di continuare a essere quello che è stato per molti anni: un punto di riferimento, una bussola di orientamento, qualcuno che aveva qualcosa da dire. Quel qualcosa oggi non c’è, non c’è più, e quel che c’è forse imbarazza dirlo: ecco perché molti intellettuali negli ultimi anni hanno scelto la strada del silenzio, dell’afasia che nasconde in alcuni casi una difficoltà di capire e il pudore di intervenire su questioni che non si comprendono più, in altri un adagiamento definitivo sulle comodità del tempo presente, le loro, sia chiaro, e sull’impossibilità di cambiarlo.

C’è poi l’astenuto di sinistra per così dire militante. Il contrario del disimpegnato o del qualunquista. Quello che non va a votare per scelta, per segnalare la sua presenza, per partecipazione viscerale, la reazione ai tormenti esistenziali cui lo stanno sottoponendo da anni i massimi leader e i piccoli capetti della sinistra italiana. E che trova nelle cronache di questi giorni e di queste settimane nuovi motivi per stare lontano dalle urne. Il balletto delle alleanze, tra il Pd e quel pezzo di partito che a febbraio è uscito guidato dall’ex segretario Pier Luigi Bersani. L’incarico di esplorare le possibilità di un’intesa assegnato a un politico serio e tenace come Piero Fassino, che però rischia di finire nella classica giungla dei veti incrociati. I due presidenti delle Camere, due figure rispettabili e stimate come Pietro Grasso e Laura Boldrini, che nel vuoto di leadership sono spinti da una dinamica inesorabile a schierarsi, e finiscono contrapposti sul piano mediatico, nella babele senza regista di assemblee e contro-assemblee. Il contrordine compagni del duo Tomaso Montanari e Anna Falcone, che disdicono l’invito per la loro manifestazione e tuonano contro i politici che hanno tradito i civici. Su tutto, l’ombra di Massimo D’Alema, così presente nell’immaginario da spingere Oliviero Toscani a proporre chissà quanto inconsciamente di mettere la parola Max nel simbolo del futuro partito. I tentennamenti di Giuliano Pisapia che reprime a fatica la voglia a sua volta di mandare tutti al diavolo. E le manovre di Matteo Renzi, che dopo una legislatura tutta giocata su una strategia di raccolta di voti centristi, moderati, post-berlusconiani, a poche settimane dal voto si riconverte alle alleanze a sinistra. Intanto, il potenziale astenuto, per rabbia o per disperazione, accumula nuove motivazioni.

C’è poi l’astenuto che rappresenta il corpo centrale della società italiana. «Un tempo si diceva che le elezioni si vincevano al centro: ora è cambiato, gli estremismi fanno il pieno di voti e il centro è diventato più piccolo, è spaventato, non va più a votare», analizza il prodiano ex ministro Giulio Santagata. Il centro della società, ovvero i lavoratori dipendenti, gli insegnanti, il pubblico impiego, i pensionati, rappresentano il blocco sociale residuo del centro-sinistra e del Pd. È lì che si combatterà la battaglia elettorale. Questo elettorato era stato inizialmente gratificato da Renzi con gli 80 euro, una misura che doveva servire a rafforzare il blocco antico e a porre le premesse per uno nuovo. Una coalizione renziana da costruire nella società prima che nella politica, su modello di quelle americane (la coalizione rooseveltiana), destinata nelle intenzioni a durare anni. Invece la magia è svanita subito, lasciando posto alla delusione. Che si è manifestata fragorosamente nelle urne un anno fa, nel voto per il referendum costituzionale del 4 dicembre. Un anno fa l’affluenza fu del 65, 4 per cento, elevatissima se paragonata a elezioni amministrative, regionali e ai referendum abrogativi. Segno che la maggioranza silenziosa degli elettori, invocata da Renzi nel 2016 alla vigilia del voto, non si è consegnata all’area del non-voto in modo definitivo, una volta per tutte. Decide semmai caso per caso. È il dato che più interessa in vista dello scontro elettorale del 2018, anche se non è scontato che l’appello a non astenersi porterà al risultato sperato.

C’è infine l’astenuto suo malgrado. Quello che vorrebbe votare, ma non può. Come succede domenica 19 novembre a Ostia, dove si è verificato quello che per poco è stato evitato un anno e mezzo fa alle elezioni comunali di Roma: un ballottaggio tra una candidata del Movimento 5 Stelle e una di Fratelli d’Italia, con il Pd che non si schiera al secondo turno e gli elettori di sinistra che restano a guardare. Non solo il giorno del voto: alla manifestazione antimafia della settimana scorsa iscritti e militanti del Pd, tra loro molti giovani, hanno deciso di sfilare contro il clan degli Spada nonostante l’indicazione contraria del partito. Hanno deciso che non si poteva restare a casa.

Perché la storia (non) siamo (più) noi, non passa più dalla sinistra. Ma che non finisce la voglia di identificarsi con le sue bandiere: «Sono rimasto “di sinistra” perché mi risulta tuttora impossibile credere che l’umanità non rassomigli alle sue parole migliori, non si adegui alla loro esemplare eloquenza, alla loro disciplina e al loro stile, che tutti gli esseri umani non diventino “libertà, fraternità, uguaglianza” al semplice suono di quelle tre parole», scrive Michele Serra in “La Sinistra e altre parole”, in uscita per Feltrinelli. Da ripetere, oggi che De Gregori non crede più a Cappuccetto Rosso. E che, di sinistra o no, siamo stati privati perfino della possibilità di cantare “Viva l’Italia”.

Segreterie Oscure

segnalato da Barbara G.

Referendum trivelle, lo scontro sull’astensione nel Pd: anche in segreteria alcuni erano all’oscuro

Un componente dell’organo di vertice: “Non ne so niente”. Poi i vice segretari Guerini e Sarracchiani si attribuiscono la decisione e lui fa marcia indietro: “No, no, decisione ufficiale”. Sale la tensione con la minoranza dem: “Boicottare la consultazione è politicamente sbagliato”. Ma non manca chi ipotizza anche una forzatura dello Statuto. Che assegna alla direzione la funzione di “indirizzo politico”

di Antonio Pitoni e Giorgio Velardi – 18/03/2016

Alla fine la toppa sembra peggio del buco. Perché non è bastata l’assunzione di ‘responsabilità’ da parte dei due vice segretari del Pd, Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani (nella foto), sull’indicazione di astensione al prossimo referendum anti-trivelle a spegnere la rabbia e le polemiche esplose all’interno del partito. Questione di merito, ma nel caso specifico, anche di merito. Sintetizzata alla perfezione dalla domanda posta da Roberto Speranza: “Come e dove sarebbe stata assunta questa scelta?”. E alla quale la risposta dei due vice di Renzi non ha convinto più di tanto.

SEGRETERIA IN CONFUSIONE – Perché se nel partito ne erano all’oscuro, anche tra i vertici del Nazareno più di qualcuno, ieri, è caduto dalle nuvole. “Francamente non ne so niente”, ha detto, preso alla sprovvista, un autorevole esponente della segreteria dem a ilfattoquotidiano.it. Salvo poi correggere la rotta, via sms (“no, no, decisione ufficiale della segreteria del Pd”), quando con una nota ufficiale Guerini e Serracchiani hanno messo la firma (postuma) sulla “decisione presa come vicesegretari”. Che non è bastata a bloccare le fibrillazioni innescate, peraltro, da una singolare circostanza. Quella cioè di aver appreso, come denunciato dallo stesso Speranza, della scelta dal sito internet dell’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom) e non dai canali ufficiali del partito. “Partito democratico (Astensione). Lino Paganelli”, recita il documento – contenente l’elenco delle richieste di accesso alle tribune politico-elettorali sulle tv private in vista del referendum – disponibile sul portale dell’Authority. Con la ‘firma’ dello storico dirigente del Nazareno già organizzatore delle feste dell’Unità. Che, contattato dal nostro giornale, ha confermato: “Sì, sono stato io a trasmettere il documento all’Agcom visto che nel partito svolgo una funzione di coordinamento, ma riguardo la provenienza della decisione di schierarsi per l’astensione la nota dei due vice-segretari mi pare chiara. Non c’è nulla da aggiungere”.

ASTENSIONE NEL MIRINO – Tra i bersaniani, la replica di Miguel Gotor è durissima. “La segreteria del partito non si riunisce da questa estate e i canali di discussione sono ostruiti”, ricorda. “Non è una questione formale ma di merito: su un tema come il referendum una comunità politica si confronta coinvolgendo al massimo i suoi iscritti e le varie istanze direttive – aggiunge il senatore della minoranza dem –. Non è possibile apprendere la posizione ufficiale del partito da un comunicato dell’Agcom”. Una posizione, peraltro, contestata nel merito anche da Davide Zoggia: “O decidi per il sì o decidi per il no. Boicottare la consultazione dando l’indicazione di astenersi è una scelta scorretta che crea un danno dal punto di vista della percezione dei nostri elettori – spiega il deputato della sinistra interna –. A maggior ragione tenuto conto che 7 delle 9 regioni chiamate al referendum sono guidate da governatori del Pd che, su questo tema, si sono schierati apertamente per lo stop alle trivelle”.

DIREZIONE SCAVALCATA – Ma è anche sul metodo che, dietro le quinte del Nazareno, si sta consumando lo scontro più duro. Innescato anche in questo caso dal tandem Guerini-Serracchiani che, nella loro dichiarazione congiunta, hanno rinviato alla direzione del Pd di lunedì prossimo per la ‘ratifica’ della posizione espressa in qualità di vicesegretari. “Non solo è stata presa una decisione sbagliata nel merito perché considero l’astensione come la negazione della politica – accusa un altro autorevole esponente della minoranza dem che preferisce l’anonimato–. Ma si è arrivati al punto di trattare la direzione nazionale del partito come un organo di ratifica di una decisione non solo già presa ma addirittura già attuata perché, prima di sottoporla alla discussione della direzione stessa, è stata già comunicata nel frattempo all’Agcom”. Ma cosa prevede al riguardo lo statuto del Pd? Le definizioni sono eloquenti: se lasegreteria nazionale “è l’organo collegiale che collabora con il segretario ed ha funzioni esecutive”, la direzione è “organo di esecuzione degli indirizzi dell’assemblea nazionale ed è organo d’indirizzo politico”. E l’ultima battuta raccolta a Montecitorio, da un onorevole della sinistra dem tra i divanetti del Transatlantico, sintetizza alla perfezione l’ennesima giornata ad alta tensione: “C’è qualcuno che ha il coraggio di sostenere che il referendum non sia un atto di indirizzo politico?”.

POSTILLA