Attentati di Parigi

Noi non siamo la Generazione Bataclan

segnalato da Barbara G.

di Andrea Coccia – linkiesta.it, 27/11/2015

Lunedì 16 novembre, il quotidiano Libération è uscito, come tutti, con una prima pagina dedicata alle stragi di Parigi della notte del 13 novembre. Questa:

Il titolo è “Generation Bataclan”. Nella foto, a tutta pagina, ci sono ragazzi, all’incirca della mia età, tra il 25 e i 35 anni. La generazione Bataclan, per l’appunto, descritta nel catenaccio come «giovane, festaiola, aperta e cosmopolita», un’etichetta che poi è rimbalzata dappertutto, dalle prime pagine di molti giornali, passando per le mille trasmissioni televisive dedicate alla tragedia, fino a permeare il discorso della mattina del 27 novembre, pronunciato all’Hotel des Invalides da monsieur le President, François Hollande. Un’etichetta che fa ridere.

Ho 32 anni, ne farò 33 tra poco. Come quasi tutti i miei amici, come quasi tutti i miei colleghi, come quasi tutte le persone che frequento, ci finisco in pieno in quella etichetta. Come tutti loro ero piccolo — come ha ricordato Hollande — quando è caduto il muro di Berlino. Insieme a tutti gli altri diventavo maggiorenne quando cadevano le torri gemelle a New York, o quando al G8 Genova marciavo — con terrore — davanti a polizia e carabinieri che battevano i passi e i manganelli contro gli scudi.

Avevo vent’anni quando andai a Parigi dormendo in palestre di quelle stesse banlieue di Parigi — dove altri nostri coetanei venivano emarginati e dimenticati mentre imparavano a sparare davanti alla Playstation — per andare a sentire i discorsi di qualche contadino coi baffoni al World Social Forum.

Avevo la stessa età quando gridavo per le strade di Roma — insieme a tutti gli altri — che la guerra in Iraq, a dispetto del parere di qualche vecchia giornalista incattivita dalla malattia, avrebbe portato solo guai.

Ho 32 anni, ne farò 33 tra poco. Ho fatto l’Erasmus, parlo tre lingue e ho amici in ognuna delle città in cui negli ultimi 15 giorni ci sono stati attentati. Avevo a chi scrivere a Beirut, come a Parigi, come a Bamako.

Come loro, come tantissimi dei miei coetanei che voi chiamate Generazione Bataclan e che oggi indentificate come le vittime del terrorismo, sono vittima della società che ci state lasciando in eredità. Ho un presente precario e avrò una vecchiaia infernale, senza pensione e con una società ingiusta e a brandelli.

Ho tanti amici di quella che chiamate Generazione Bataclan che hanno rischiato di essere coinvolti in questa fottutissima guerra in molte parti del mondo, al concerto degli Eagles of the death metal ci sarei potuto essere anch’io, come avrei potuto essere tranquillamente al Carillon, come spesso è accaduto.

Eppure quando sento Generazione Bataclan, a me viene da ridere. Perché? Perché noi non siamo la generazione che si è svegliata il 13 novembre dal bel sogno della felicità perpetua e delle birrette il venerdì sera. Noi siamo la generazione che vi aveva avvertiti 15 anni fa. E all’epoca non ci avete solo ignorato, ci avete irriso, a volte ci avete persino sparato, picchiato e terrorizzato.

«Monsieur le President», cantava nel 1954 quel campione di Boris Vian, «C’est pas pour vous fâcher il faut que je vous dise, ma décision est prise: je m’en vais déserter». Se volete fare di questa inutile e idiota follia una guerra civile globale, la guerra in nome della Generation Bataclan, allora la mia decisione è presa: io diserto.

Tutti in piazza!

“Not in my name”, sabato a Roma manifestazione dei musulmani contro il terrorismo

L’appuntamento nazionale alle 15 in piazza Santi Apostoli per rispondere alla strage di Parigi.

da Repubblica.it, 19 novembre 2015

Dell’iniziativa si discute oggi anche a Palazzo Reale a Milano, nell’ambito del forum “Libertà religiosa, educazione, sicurezza e sviluppo”, a cui aderiscono decine di autorità religiose ebraiche, cristiane e musulmane, istituzionali ed accademiche. E la Coreis (Comunità religiosa islamica) ha lanciato un appello affinché alla mobilitazione del 21 aderiscano tutti i musulmani, italiani, marocchini, pakistani, senegalesi, turchi, presenti nel nostro Paese. “Noi musulmani – si legge nella nota – condanniamo con forza la recente strage di Parigi, esprimendo il più profondo sentimento di vicinanza al popolo francese e a tutti i familiari delle vittime così barbaramente uccise. Intendiamo perciò lanciare un appello che sappia indicare una solida svolta nei rapporti con la società civile e lo Stato italiano di cui siamo e ci riteniamo parte integrante. Invitiamo quindi tutte le musulmane e i musulmani ad una mobilitazione che, isolando ogni pur minima forma di radicalismo, protegga in particolare le giovani generazioni dalle conseguenze di una predicazione di odio e violenza in nome della religione”. “Questo cancro – proseguono – offende e tradisce il messaggio autentico dell’Islam, una fede che viviamo e interpretiamo quale via di dialogo e convivenza pacifica, insieme a tutti i nostri concittadini senza alcuna distinzione di credo; questa pericolosa deriva violenta rappresenta oggi il pericolo più feroce per il comune futuro nella nostra società”. I promotori dell’iniziativa invitano quindi “tutte le musulmane e i musulmani, tutte le associazioni religiose e laiche, tutti i cittadini italiani alla manifestazione nazionale”.

Ad annunciare la sua partecipazione la Confederazione islamica italiana (Cii): “Ci saremo per ribadire il nostro no categorico a qualsiasi forma di violenza, aggressione e terrorismo – si legge nella nota a firma del segretario Abdullah Cozzolino – e per dimostrare la nostra vicinanza al popolo francese e porgere le nostre condoglianze ai familiari delle vittime e per evitare che si faccia di tutta un’erba un fascio accusando per i fatti accaduti a Parigi un’intera comunità musulmana costituita da un miliardo e mezzo di persone”. La Confederazione islamica ha aggiunto che “noi siamo musulmani pacifici convinti della necessità di trovare un’unità per fronteggiare questa aggressione che lede noi musulmani e di mostrare in questo modo il nostro senso di cittadinanza e di partecipazione per la costruzione di una vita futura pacifica e di convivenza”. La Cii parteciperà alla manifestazione di Roma con tutte le proprie federazioni regionali perché “vogliamo testimoniare davanti alla società civile e alle istituzioni che quanto è accaduto non è ‘in mio nome'”.

*******

Landini: “Sabato in piazza contro il terrorismo”

Fiom. Non solo contratto e legge di stabilità. Dopo i fatti di Parigi i metalmeccanici Cgil allargano il significato della manifestazione del 21.

di An. Sci. – ilmanifesto.info, 17 novembre 2015

La Fiom ha confermato la propria manifestazione per il contratto il prossimo sabato, ma visti i fatti tragici avvenuti in Francia ha allargato il tema alla lotta contro il terrorismo. Lo ha spiegato ieri il segretario generale dei metalmeccanici Cgil, Maurizio Landini, davanti a una assemblea di delegati riunita a Milano: «Condanniamo in modo totale quello che è avvenuto a Parigi», ha detto. «Lo dobbiamo fare con tutti — aggiunge Landini -, compresi i musulmani, per affermare che bisogna mettere in campo una mobilitazione generale per la lotta contro il terrorismo, contro la guerra e per la pace».

La manifestazione di sabato Unions! Per giuste cause, indetta dall’assemblea nazionale dei metalmeccanici Fiom, fin dalla sua proclamazione ha indicato un percorso più vasto rispetto a quello strettamente sindacale: insieme alle tute blu sfilerà infatti la Coalizione sociale, con studenti, lavoratori autonomi, associazioni, per dire no alla Legge di stabilità targata Renzi e chiedere equità fiscale, un abbassamento dell’età di pensione, investimenti pubblici a sostegno della crescita.

La piazza sarà ancora più folta, e ricca, c’è da scommetterci, perché è la prima occasione offerta agli italiani (se si eccettuano le manifestazioni immediatamente successive agli attentati di Parigi) per offrire solidarietà ai nostri cugini d’Oltralpe e chiedere con forza un impegno per politiche di pace.

Parlando ai suoi, dal palco dell’assemblea di Milano, Landini è tornato a criticare il governo: «Sta cancellando leggi senza discutere con nessuno e senza avere il consenso dei cittadini — ha detto — Dobbiamo porci il problema di cancellare le leggi sbagliate e, al contrario del governo, mettere i cittadini nella condizioni di potersi esprimere e partecipare».

Chiaro il riferimento al referendum che la Cgil intende richiedere per abrogare le parti peggiori del Jobs Act, proposta che verrà sottoposta al voto dei lavoratori tra gennaio e febbraio prossimo, dopo che in dicembre verrà presentato il nuovo Statuto dei lavoratori: «Non è mai successo nella storia del Paese che un sindacato valutasse la possibilità di essere promotore di un referendum abrogativo — ha notato Landini — Deve diventare una battaglia non solo del sindacato, ma di tutti, in modo che ci sia uno statuto per tutte le forme di lavoro, quello dipendente, quello subalterno e quello autonomo».

Quanto al contratto, il segretario Fiom ha spiegato che «il tavolo unitario» che si aprirà il prossimo 4 dicembre con le imprese «è una novità», anche se «le prime dichiarazioni di Federmeccanica non rendono facile» questa soluzione. «C’è la volontà di cercare un accordo», ma «la situazione è molto difficile», ha aggiunto. «Abbiamo alle spalle un accordo separato e non c’è un accordo interconfederale di riferimento».

Tra le richieste della Fiom «il diritto alla formazione, la riforma dell’inquadramento, l’applicazione dell’accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio». Su quest’ultimo punto, Landini spiega che «applicarlo significa impedire accordi separati». «Sia il contratto nazionale sia la contrattazione aziendale devono vivere e non possono essere uno sostitutivo dell’altra».

Un’ultima battuta Landini la fa sul papa: «Certo che gli darei la tessera Fiom — ha detto — ma lui non l’accetterebbe. A ragione, perché è il papa di tutti». E se Bergoglio non si iscrive ai metalmeccanici, Landini non prenderà la tessera di Sinistra italiana: «Il sindacato è indipendente e autonomo, non ha forze politiche di riferimento. Abbiamo le nostre proposte e ci interessa discuterle con tutti».

Non avrete mai il mio odio

segnalato da Barbara G.

Lettera di Antoine Leiris dopo la perdita della moglie, morta durante la strage del Bataclan.

Venerdì sera avete rubato la vita di un essere eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, ma non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo, quello che so è che siete anime morte. Se questo Dio per il quale voi uccidete ciecamente ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Quindi non vi farò il regalo di odiarvi. Voi l’avete cercato, tuttavia rispondere all’odio con la rabbia sarebbe come cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io abbia paura, che debba guardare i miei concittadini in maniera differente, che io sacrifichi la mia libertà per la sicurezza. E’ una battaglia persa. L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era così bella, bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando m’innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Naturalmente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma durerà poco. So che lei ci accompagnerà ogni giorno e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere al quale voi non accederete mai. Siamo due, io e mio figlio, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come tutti i giorni e poi giocheremo insieme come tutti i giorni e per tutta la sua vita questo piccolo vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, non avrete neanche il suo odio”

L’Isis siamo noi

segnalato da Barbara G.

Parigi – Iraq, sola andata. L’ISIS siamo noi

di Gabriele Neri – battibit.org, 14/11/2014

Ci deve essere stato un fraintendimento. Noi vi massacriamo dal 2001 per il petrolio e il gas. La nostra è una guerra per le risorse. Voi adesso ci massacrate per la religione.
Fermate i  lavori. In realtà è meglio dirla diversamente.
Noi vi massacriamo per il petrolio dicendo che è per la democrazia e contro il terrorismo. E così facendo, qualche anno fa, abbiamo armato il nuovo esercito iracheno sciita per contenere la guerriglia per bande che si è scatenata mentre abbiamo compiuto uno dei più grandi genocidi contemporanei. Per di più motivato con prove false (le armi di distruzione di masse inventate dai nostri Colin Powell).

Abbiamo buttato fosforo bianco su Falluja, diviso etnicamente un paese prima laico, importato la democrazia reintroducendo la pena di morte con processi sommari all’ex regime di Saddam Hussein, spiegato al mondo qual è la democrazia secondo noi, con le torture dei nostri soldati ad Abu Grahib (ricordate?), introdotto manuali sulla tortura, sequestrato persone in tutto il mondo con voli segreti (anche in Italia!), allestito Guantanamo, carcere degno dei nemici che diciamo di combattere.

Lo abbiamo fatto MENTRE Shell, Exxon, Eni, Total, Repsol e molte altre industrie del petrolio saccheggiavano oro nero dall’Iraq, garantendo la sicurezza degli impianti con mercenari privati. Abbiamo dipinto l’Iran come il mostro assoluto, fiancheggiatore di Al Qaeda. I barili di petrolio se ne andavano dal Golfo Persico e pensavamo che questa situazione di instabilità politica permanenete in Iraq ci conveniva, perché uno stato fantoccio non avrebbe turbato i nostri interessi. E il terrorismo stesso della banda di Bin Laden sembrava quasi sconfitto, lui stesso morto (?).

Solo che brutalizzare, stuprare, dividere, umiliare, massacrare milioni di persone nell’area ha avuto un effetto. Creare una banda di fanatici che, facendo leva sulla disperazione e la disumanizzazione dei disperati, ha colto l’opportunità di costruire uno stato dentro l’Iraq. L’ISIS o Daesh, come volete. Si appella alla vendetta dei sunniti vessati dagli sciiti che si sono ritrovati alla guida del traballante Iraq post invasione. E allora l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, con cui facciamo grandi affari (vendiamo loro squadre di calcio e ci aiutano a pagare il debito pubblico), hanno drizzato le antenne. E mentre stringono mani a Obama, Renzi e Hollande da un lato, con l’altra allungano dollari e armi a questa nuova Isis. Con la scusa che combatte in Siria contro Assad.

Gli americani lo sanno e lo vedono ma non dicono nulla. Saranno pure dei fanatici ma ci servono per rovesciare un regime che ci sta sulle balle. Gli americani dopo l’Iraq hanno bisogno di porti sul Mediterraneo per ottimizzare l’espropriazione del petrolio medio orientale. La Siria è un obiettivo strategico, lo dicevano già dai tempi di Bush. E così chiudono tutti e due gli occhi. L’Isis diventa quello che è, uno stato organizzato tra Siria e Iraq. E mentre gli americani e gli occidentali si preoccupavano solo di garantire la sicurezza dei pozzi petroliferi coi contractor, l’ISIS, con armi e finanziamenti sauditi, conquistava il resto dell’Iraq, svaligando anche banche (come a Tikrit nel 2014) con riserve d’oro per milioni di dollari.

Questo nemico è truffaldino nei moventi tanto quanto noi che diciamo di essere in Medio Oriente per la democrazia o l’antiterrorismo. L’ISIS non fa una guerra di religione. Anche se la proclama e attacca in casa nostra il nostro modo di vivere, il nostro stile di vita. L’ISIS combatte una guerra di dominio e sfruttamento delle risorse. Si appella a Dio secondo una logica malata e deviata perché serve a far presa su una comunità umana lì in Medio Oriente brutalizzata e de-umanizzata dalla nostra guerra, una comunità disposta ad ogni forma di violenza e vendetta per quello che ha subito lì. La storia ci insegna che la guerra disumanizza sempre e porta a violenze  e sopraffazioni che sembrano inspiegabili. Come ci sembrano i fatti di Parigi. Ma l’ISIS ha presa anche qui, rastrellando il fondo della società, gli esclusi, gli alienati, quelli messi fuori dalla catena di montaggio sociale. I Jihadi John. Ovvero quegli umani brutalizzati e disumanizzati non dalla guerra, ma dall’alienazione prodotta dal capitalismo. E la risposta diventano le fregnacce para religiose dell’ISIS che offrono un movente a disperati che non hanno alcuno strumento culturale o morale per dare un senso alla loro vita.

E finché percepiremo lo shock solo quando toccherà a noi, in casa nostra, subire violenze ingiustificate e amorali, rimuovendo le stragi come quella di Beirut qualche giorno fa o, per citarne una, degli studenti socialisti che volevano aprire una biblioteca a Kobane, allora siamo disumani anche noi. Burattini incapaci di dare un senso e una visione alla nostra vita. Alla mercé della nostra personale ISIS: i Salvini che invocano altri (ancora!) bombardamenti sul medio Oriente indistinto, il Papa che parla di reazione dura e di terza guerra mondale (sì lo ha fatto), Obama e tutti gli altri cialtroni che ci governano, che sono parte integrante del problema.
Finché ci sarà sfruttamento, deprivazione della dignità e della sovranità dei popoli, i poveri saranno boccaloni dei fanatici che li manovrano. Qui e in Medio Oriente. L’Isis adesso va fermata sul campo, ma poteva essere fermata a monte, bloccando lo scempio della guerra in Iraq a suo tempo e cambiando politica nei confronti dei suoi finanziatori, che sono anche nostri finanziatori: gli sceicchi sauditi. E mi dispiace dirlo ma gli unici che stanno facendo qualcosa di concreto contro l’ISIS sono i curdi, che sono nell’elenco dei terroristi di qualsiasi governo occidentale. Preferiamo tenerci stretta la Turchia di Erdogan che schierarci dalla parte di un popolo che non ha neanche nazione ma che si è preso la briga di respingere il fanatismo sul campo di battaglia (mentre si deve difendere pure dai turchi contemporaneamente.)

Se vivessimo in un mondo multi polare per davvero, i paesi del mondo tutto si siederebbero attorno ad un tavolo all’ONU e con una forza militare internazionale metterebbero a tacere l’ISIS e la guerra civile in Siria. Come dovrebbero anche disarmare palestinesi e israeliani e porre fine alla follia attuando finalmente la soluzione di due popoli e due stati. Ma per farlo si dovrebbe anche dire che il mondo si impegna a ricostruire queste aree, non solo con le infrastrutture, ma a recuperare l’infanzia per le nuove generazioni, mandare a scuola chi deve starci, invece di tenere un fucile in mano. Amministrare per decenni queste aree con una forza internazionale, estromettendo gli interessi occidentali o regionali da queste zone. Ricostruire il senso morale e civile di popolazioni che non ce l’hanno più.  E’ un’utopia che il mondo non vuole e non può affrontare. Perché preferisce tenersi il regime di paura che ci rende tutti schiavi di logiche obbligate: la violenza chiama violenza. Che accresce e consolida gli interessi dell’ISIS. Che è il nome di un’organizzazione terroristica e anche il nome che dovremmo dare a tutto il fanatismo violento che tranquillamente pervade la nostra politica e la nostra visione religiosa, quando ci appelliamo alla guerra come risposta a un problema che per altro abbiamo creato noi.

http://www.battibit.org/parigi-iraq-sola-andata-lisis-siamo-noi/

 

Le strade della radicalizzazione

segnalato da Antonella

di Laurent Bonelli – Le Monde Diplomatique (Il Manifesto), febbraio 2015,

http://ilmanifesto.info/edizione-pdf/le-monde-diplomatique/

Passato lo stupore di fronte gli attentati, mentre i sentimenti di indignazione e impotenza si attenuano e il dolore si restringe ai parenti e amici delle vittime, persiste una domanda lancinante. Perché, in un contesto di pace, giovani francesi hanno potuto attaccare con tanta violenza persone scelte in ragione delle loro opinioni, della loro presunta confessione religiosa o della divisa indossata? Dagli omicidi perpetrati da Mohammed Merah nel marzo 2012 a quelli del 7, 8 e 9 gennaio 2015, rivendicati dai fratelli Kouachi e da Amedy Coulibaly, passando per l’attacco al Museo ebraico in Belgio il 24 maggio 2014, del quale è accusato Mehdi Nemmouche, almeno venti persone sono state uccise.

Che si sa degli autori degli attentati? Le informazioni raccolte dalla stampa, pur lacunose, consentono di farsi un’idea delle loro traiettorie sociali. In primo luogo, essi sono stati oggetto di interventi precoci e vincolanti da parte dei servizi sociali e della giustizia minorile. Gli ambienti familiari sono ritenuti inappropriati e carenti; i soggiorni in case famiglia carattezzano l’infanzia e l’adolescenza della maggior parte di loro. I percorsi scolastici, poi, sembrano corrispondere ai settori meno qualificati degli ambienti popolari, come sembra rivelare l’orientamento verso un’istruzione tecnica (diplomi professionali) – non necessariamente completata. Si consideri che in Francia il diploma di maturità è ormai il livello minimo di riferimento.

L’emarginazione scolastica trova talvolta una compensazione nella socialità di strada (il mondo delle bande) e nei piccoli disordini che l’accompagnano (1). Atti di trasgressione (come il furto di automobili o scooter, o la guida senza patente), legati all’onore (risse e oltraggi ad esempio) o appropriazione (furti con scasso, aggressioni, rapine) attirano presto l’attenzione di polizia e magistrati. Dopo diverse viccende, Merah, Coulibaly e Nemmouche vengono incarcerati per la prima volta a 19 anni. Nuovi delitti commessi all’uscita di prigione, revocano le misure di condono e allungano le condanne: fra i 20 e i 30 anni, i tre passano buona parte del tempo dietro le sbarre.

Cresciuti in un piccolo centro della Corrèze, i fratelli Kouachi sembra siano rimasti più a lungo fuori da questo tipo di ambiente, per arrivare solo più tardi alla piccola delinquenza e a diversi espedienti (ricettazione e vendita di stupefacenti coesistono con lavori precari o al nero), in coincidenza con il loro arrivo nella regione di Parigi, nei primi anni 2000. Questo non impedisce a Chérif di conoscere una carcerazione preventiva dal 2005 al 2006, a 23 anni, a causa della sua partecipazione a un percorso di avviamento di volontari verso l’Iraq. Un tipo d’impegno che accomuna i cinque uomini. Tutti aderenti a una visione dell’islam fatta di combattenti idealizzati (i mujaidin), azioni fulminee e lontani teatri di conflitto. D’altronde, in molti viaggiano verso quelle destinazioni (Siria, Pakistan, Afghanistan, Yemen). La propaganda, le prediche e i soggiorni iniziatici forniscono loro una griglia di lettura del mondo relativamente semplice che riunisce in un insieme coerente la loro esperienza concreta del dominio, quella che sperimentano altri popoli (in Mali, Cecenia, Palestina etc) e una grande narrazione di civiltà secondo la quale ebrei e miscredenti sono responsabili di tutti quei mali. Questa concezione della religione è tanto più approvata in quanto è al tempo stesso presa di coscienza (di una situazione) e liberazione (offrendo alla rivolta un ideale più “elevato” e universale rispetto alla deliquenza e alla marginalità).

La relativa omologia delle loro traiettorie ha già dato la stura alla furia classificatrice di certi esperti, che non esitano a proclamare l’avvento di un “lumpen-terrorismo” o di un “gangster-terrorismo”. Ma, non dispiaccia agli adepti della categorizzazione, queste caratteristiche non sembrano così peculiari. Corrispondono infatti, per un verso o per l’altro, a quelle della “generazione X” alla quale i succitati appartengono (sono tutti nati negli anni 1980), caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento, dall’accentuarsi del carattere non qualificato del lavoro, dalla ghettizzazione territoriale e dal controllo di polizia, con un’etnicizzazione dei rapporti sociali e un declino delle mobilitazioni politiche portate avanti dalle generazioni precedenti.

Dal momento che si tratta di caratteristiche così comuni, non dovrebbe stupire il passaggio all’azione quanto piuttosto la sua rarità… Dunque, non ci si può limitare alla ricerca delle cause a monte o allo studio delle giustificazioni. “Se la radicalizzazione è un processo, spiegano i politologi Annie Collovald e Brigitte Gaïti, occorre allora accettare di seguirla prima di poterla spiegare. Ecco dunque il passaggio dal perché al come” (2). Non c’è dubbio che le esortazioni di un capo jihadista a colpire la Francia, l’Occidente o la comunità ebraica ispirino gli aspiranti alla rivolta, ma in nessun caso sono il motore di un loro passaggio all’azione. “Questa decisione ultimativa è l’ultima di una lunga serie di decisioni precedenti, ciascuna delle quali, presa in modo isolato – ed è questo un punto centrale – è parsa in sé strana”, ricorda il sociologo Howard S. Becker (3). Come lo storico statunitense Christopher Browning, il quale ha mostrato – in quello che è probabilmente uno dei migliori saggi sulla radicalizzazione (4) – con quali meccanismi (il conformismo all’interno del gruppo, la spersonalizzazione delle vittime, etc.) gli “uomini normali” appartenenti al 101esimo battaglione di riserva della polizia tedesca si trasformano tra il luglio 1942 e il novembre 1943 in freddi sterminatori, bisognerebbe poter ricostruire la serie di concatenazioni nell’esistenza degli autori degli attentati e negli universi nei quali essa si è svolta.

SI PUO’ FAR RISALIRE LA GENEALOGIA DEGLI ATTENTATI DI PARIGI ALLA GUERRA CIVILE ALGERINA

In primo luogo il modus operandi degli attentati si inscrive con continuità nelle forme precedenti di delinquenza alle quali certamente si sono dati alcuni di loro. Rubare auto, ottenere armi, saperle maneggiare e usare, per esempio nel quadro di una rapina, sono savoir-faire e modalità di azione trasponibili. Lo svolgimento degli attacchi riflette anche il permanere di questo tipo di pratiche: i sopralluoghi sono approssimativi; i piani di fuga si limitano al ritorno a casa e, se questo è impossibile, non sembra esserci altra scelta che errare senza meta. Il sangue freddo per portare a termine l’attentato e la rapidità di guida per fuggire velocemente sembrano le sole qualità richieste. Anche la morte da martiri sparando sulle forze dell’ordine si sovrappone stranamente a quella di Scarface, incarnata da Al Pacino nel film di Brian De Palma, un’icona per certi giovani delle periferie; e con quella del criminale Jacques Mesrine, la cui biografia Mehra stava leggendo alcune settimane prima di morire. La familiarità di questi comportamenti e la loro legittimità agli occhi di chi li mette in essere sono una tappa importante, anche se insufficiente, per capire come essi possano in seguito essere impiegati verso altri obiettivi. Così, la volontà di Coulibaly di “far fuori i poliziotti”, mentre i fratelli Kouachi attaccavano Charlie Hebdo, può senza dubbio essere ricondotta al suo odio per un’istituzione che nel settembre 2000 uccise il suo migliore amico, Ali Rezgui, mentre i due uomini caricavano moto rubate su una camionetta.

Questa violenza politica, inoltre, non sorge dal nulla. La sua genealogia può essere ricondotta alla guerra civile algerina. Il conflitto, scatenatosi nel dicembre 1991 dopo l’annullamento delle elezioni che avevano visto la vittoria del Fronte islamico di salvezza (Fis), fu estremamente violento. Fino ai primi anni 2000, gli aspri scontri fra l’esercito e i Gruppi islamisti armati (Gia) fecero diverse decine di migliaia di morti e causarono fughe di popolazione ed esili di massa. Una situazione tragica che non risparmiò le famiglie algerine residenti in Francia, alle quali appartenevano sia Merah e Nemmouche sia i fratelli Kouachi. Abdelghani Merah, fratello maggiore di Mohammed, ha raccontato delle vacanze estive a Oued Bezzaz, dove la famiglia paterna sosteneva il Gia, esibendo armi e talvolta “un poliziotto o un civile decapitati”. E ha spiegato delle pressioni esercitate in quel periodo da uno dei suoi zii di Tolosa affinché le sue sorelle “smettano di andare a scuola, mettano il velo e rimangano a casa” (5). Nel contesto francese, queste ingiunzioni religiose possono rappresentare al tempo stesso un richiamo all’ordine per giovani troppo emancipati (nell’uscire di casa, nelle frequentazioni, nel modo di vestire) e un appoggio più direttamente politico ai gruppi armati. Come quello di Djamel Beghal, ritenuto il mentore di Chérif Kouachi e di Coulibaly, incontrato nell’istituto penitenziario di Fleury-Mérogis nel 2005. Nato nel 1965, egli ha fatto parte delle reti di sostegno al Gia in Francia, e per questo era stato arrestato nel 1994. Con Coulibaly e Chérif Kouachi, era anche fra le quattordici persone sospettate di aver preparato nel 2010 l’evasione di Smaïn Aït Ali Belkacem, uno degli artefici degli attentati del 1995. Durante la detenzione, Kouachi avrebbe preso contatto anche con  Faird Meliuk, anch’egli condannato per aver dato sostegno logistico in quegli attacchi.

Con questi incontri si opera un collegamento tra generazioni diverse di militanti attivi dell’islam politico. Il tutto si incrive in una storia più lunga, costellata di episodi violenti, sconfitte e ridirezionamenti (6). Nel 1995, i Gia potevano sperare di ottenere una vittoria militare e politica in Algeria. Le bombe sui trasporti pubblici parigini si proponevano dunque di costringere il governo francese a riconsiderare il suo sostegno al regime militare algerino. Alcuni anni dopo, questa possibilità è svanita. I Gia sono stati sconfitti, e il gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, creato nel 1998, arretra sotto i colpi dell’esercito. Questo indebolimento politico e territoriale spiega senza dubbio l’allineamento con al Qaeda nel 2007, con il nome di Qaeda nel Maghreb islamico, e un cambio di strategia. Ormai l’organizzazione si concentra su operazini isolate nel Sahara, o in Mali e Niger (come i rapimenti di occidentali). Per militanti che vivono in Francia o Europa, la continuità della causa prende dunque vie diverse da quelle di chi li ha preceduti. E passa per una svolta – e talvolta una partenza – verso quelle che i servizi segreti chiamano “terre della jihad” o per il passaggio dalla propaganda ai fatti.

Questa maniera di operare era stata adottata dagli anarchici alla conferenza di Londra del 1881. Il principio è semplice: l’atto insurrezionale (attentati, omicidi, sabotaggi, occupazioni) “è la propaganda più efficace e l’unica che (…) possa penetrare fino agli strati sociali più profondi attirando nella lotta le forze vive dell’umanità” (7). Utilizzata un po’ ovunque in Europa, negli Stati Uniti e in Russia, questa modalità colpiva tanto i governanti quanto poliziotti, magistrati, religiosi, oppositori politici e borghesi anonimi. Mirava al tempo stesso a punire dei responsabili (di condanne , torture etc.), a vendicare compagni morti e a eliminare dei simboli così da risvegliare le masse. Centotrenta anni prima di Inspire, la rivista di al Qaeda nella penisola araba che chiedeva la morte di Stéphane Charbonnier, detto Charb, giornali come La Révolution sociale, La lutte, Le Drapeau noir ospitavano rubriche chiamate “Studi scientifici”, “Prodotti antiborghesi” o “Arsenale scientifico”, dedicate alla fabbricazione di bombe. Nel 1884, Le Droit social lanciava addirittura una sottoscrizione “per l’acquisto della pistola che deve vendicare il compagno Louis Chaves”, ucciso da alcuni gendarmi.

Ma con grande disappunto dei suoi promotori, la propaganda con fatti eclatanti non ha mai davvero mobilitato le folle. Alcuni atti magari suscitavano approvazione, ma non hanno mobilitato. Al contrario, hanno provocato una presa di distanza dal mondo operaio rispetto ai movimenti anarchici, mentre su questi si abbatteva una decisa repressione. A tal punto la strategia fu abbandonata agli inizi del XX secolo, a vantaggio di azioni più collettive. In seguito, essa fu utilizzata con lo stesso insuccesso da gruppi di estrema sinistra (Action Directe in Francia, Frazione armata rossa in Germania, Brigate rosse in Italia), ma anche da gruppi estrema destra (come l’Organizzazione armata segreta, Oas, Timoty McVeigh, ucciso negli Stati Uniti per l’attentato a Oklahoma City nel 1995, o Anders Behring Breivik, responsabile del massacro di Utoya in Norvegia nel 2011).

I recenti attentati che hanno sconvolto la Francia confermano questa regola. Malgrado le intimazioni di Coulibaly ai suoi “fratelli mussulmani” nel video postumo (“Che cosa fate mentre insultano ripetutamente il Profeta? Che cosa fate mentre massacrano l’intera popolazione? Che cosa fate mentre, davanti ai vostri occhi, i vostri fratelli e le vostre sorelle sono affamati?”), questi ultimi rifiutano in massa azioni delle quali sono vittime collaterali, a giudicare dagli attacchi alle moschee, dagli atti vandalici contro i luoghi di culto e dalle aggressioni fisiche che hanno fatto seguito agli attentati di Parigi.

I responsabili politici sembrano disconoscere le lezioni della storia quando intonano canti di guerra, come fa il primo ministro francese Manuel Valls, che proclama all’Assemblea Nazionale, il 13 gennaio 2015: “Si, la Francia è in guerra contro il terrorismo. jihadismo e islamismo radicale”.

IL “RAPPORTO TERRORISTA” PRESUPPONE NON DUE MA TRE PARTECIPANTI

In primo luogo, la situazione, per tragica che sia, non è una guerra. Essa rimane sotto controllo, da parte dei servizi di polizia e delle autorità giudiziarie. Gli autori e i loro complici sono stati neutralizzati o fermati rapidamente, e si può legittimamente pensare che sarà lo stesso se simili atti dovessero ripetersi. Il rischio zero non è mai esistito, nemmeno nei regimi più polizieschi (come il Cile di Augusto Pinochet o la Spagna di Francisco Franco). Inoltre il discorso bellicista presuppone una polarizzazione, perché si fonda sulla mobilitazione di tutti contro un nemico comune. L’argomento può avere una sua eco quando gli eserciti superano le frontiere, ma in tempi normali rimane privo di efficacia. Le difficoltà da parte di alcuni insegnanti a far rispettare il minuto di silenzio ufficiale nelle loro classi l’8 gennaio 2015, come la composizione sociale delle enormi manifestazioni della domenica seguente, mostrano che presso certe popolazioni non c’è grande unanimismo. E come meravigliarsene? Il vissuto quotidiano degli ambienti popolari e soprattutto della loro gioventù è per molti versi più vicino a quello degli autori degli attentati che a quello dei governanti che li incitano a mobilitarsi o delle classi medie colte che sentono il bisogno di sfilare. Le molteplici forme di discriminazione quotidiana (sociale, religiosa, di apparenza, di origine), il confinamento sociale o spaziale e i controlli di polizia rendono poco probabile che si coaguli in uno stesso movimento chi tutto questo subisce, chi lo organizza e chi lo deplora, in genere senza davvero preoccuparsene. Così come certi cattivi studenti tedeschi studiati dalla sociologa Alexandra Oeser si richiamano al nazismo per scioccare i professori (8), il sostegno verbale agli attentati offre ai loro omologhi francesi un’ottima occasione di contestare un ordine scolastico e sociale che li esclude.

Quel che è più grave, è che la polarizzazione bellicosa è priva di senso in materia di violenza politica. Si contrappongono due discorsi simmetrici: quello delle autorità (“O siete con noi o siete con i terroristi”) e quello delle organizzazioni clandestine (“O siete con noi o siete cattivi mussulmani” o “cattivi nazionalisti” o “cattivi rivoluzionari”, etc.). Va sottolineato che la “relazione terrorista” non comporta due,  ma tre partecipanti (9). Lo scontro fra i primi due avviene sotto gli occhi sovente indifferenti della gran parte della popolazione, messa nel ruolo di spettatrice dai media. Questa distanza è proprio la condizione del non estendersi della violenza, in particolare quando i gruppi radicali non hanno una forte base sociale o territoriale. La pressione che mira a ottenere la condanna universale può incitare, per reazione, una minoranza di questi spettatori a raggiungere gli obiettivi, o i ranghi, delle organizzazioni prese di mira. Un rischio ulteriormente accresciuto se l’intimazione si accompagna a misure giudiziarie o amministrative che permettono di condannare chi la rifuta.

(1) Gérard Mauger, Les Bandes, le milieu et la bohème populaire, Belin, Parigi, 2006, e Marwan Mohammed, La formation des bandes. Entre la famille, l’école et la rue, Presses universitaires de France, Parigi, 2011.

(2) Annie Collovald, Brigitte Gaïti (a cura di), La démocratie aux extrêmes. Sur la radicalisation politique, La Dispute, Parigi, 2006.

(3) Howard S. Becker, Les ficelles du métier, La Découverte, Parigi, 2002.

(4) Christopher R. Browning, Des homes ordinaires, Le Belles Lettres, Parigi, 1994.

(5) Abdelghani Merah, Mon frère, ce terroriste, Calmann-Lévy, Parigi, 2012.

(6) Meccanismi analoghi si possono osservare per altri movimenti clandestini. Si legga “Europa, c’era una volta la lotta armata”, Le monde diplomatique, agosto 2011.

(7) Lettera di Carlo Cafiero a Enrico Malatesta alla Federazione del Jura, pubblicato nel Bulletin de la Fédération jurassienne, n. 49, Sonvillier (Svizzera), 3 dicembre 1876.

(8) Alexandra Oeser. Enseigner Hitler. Les adolescents face au passé nazi en Allemagne, Editions de la maison des sciences de l’homme, Parigi, 2010.

(9) Didier Bigo, Daniel Hermant, “La relation terroriste”, Etudes polémologiques, n. 47, Parigi, 1988.