bambini

Manina d’opera

segnalato da Barbara G.

Bangladesh, le foto dei bambini nelle fabbriche di vestiti

Dormono, mangiano e si lavano all’interno di luoghi di lavoro disastrati. Viaggio tra i piccoli schiavi che confezionano abiti anche per l’Occidente.

lettera43.it, 01/12/2015

Il fotografo Claudio Montesano Casillas ha rivelato con il suo reportage le tragiche condizioni in cui lavorano i bambini del Bangladesh, costretti a vivere notte e giorno all’interno delle disastrate fabbriche di vestiti – spesso prodotti per brand occidentali – dove mangiano, si lavano e dormono (guarda la gallery).
Nonostante siano migliorati gli standard all’interno delle fabbriche regolari, le aziende non registrate che sfruttano i bambini non vengono ispezionate, diventando così delle vere e proprie trappole a causa delle misure di sicurezza praticamente nulle.

25 MILIARDI DI DOLLARI IN EXPORT ALL’ANNO. Spesso i grandi marchi internazionali subappaltano la produzione di vestiti a terzi, rendendo difficile sapere esattamente dove vengono confezionati.
Nel 2013 un incendio all’interno di una fabbrica fuori Dacca, la capitale del Paese, ha provocato circa 1.100 morti. Da allora i luoghi di produzione hanno registrato un miglioramento delle condizioni di sicurezza.
La produzione di abiti è la principale fonte di guadagno del Bangladesh, garantendo circa 25 miliardi di dollari in export all’anno.

Le donne di Gaza

segnalato da Barbara G.

di Alessandra Mecozzi – comune-info.net, 07/03/2016

Doveva essere una settimana dedicata a Gaza e all’inaugurazione del laboratorio Liutati di Gaza, la musica al lavoro contro la distruzione. Le cose sono andate un po’ diversamente. I ragazzi, il direttore e gli insegnanti, della scuola Al Kamanjati, di Ramallah, non sono riusciti ad avere il permesso per entrare,io l’ho avuto all’ultimo minuto quando ero arrivata già a Ramallah e fatto un “piano B”, pensando di non poter entrare. Alla fine ce l’ho fatta, grazie all’impegno di Meri Calvelli, direttrice dell’accogliente e super attivo centro di scambi culturali Palestina-Italia intitolato alla memoria di Vittorio Arrigoni dove avrà la sede, almeno all’inizio, anche il Laboratorio di Al Kamanjati, per il quale ho messo… la prima pietra, ovvero uno dei violoncelli da riparare, donati da un generoso liutaio francese, a Roma.

Ho mantenuto solo una piccola parte del “piano B”, visitando, e acquistando khefie multicolori, la fabbrica della famiglia Hirbawi, ad Hebron, l’unica rimasta a produrre kefie, dopo che il mercato è stato occupato dalla produzione cinese… La sua sopravvivenza è dovuta all’intelligenza della “diversificazione produttiva”: kefie di vari disegni e colori, non solo quelle tradizionali bianche e nere o bianche e rosse. Così la famiglia Hirbawi esporta con successo prodotti veramente belli, di qualità e buon gusto.

Ho cancellato invece, sia pure a malincuore, l’incontro con il Freedom Theater di Jenin, una volta avuto il permesso di entrata a Gaza. Tornarvi dopo sette anni è stato emozionante e sorprendente. Una gioia trovare mare e sole dopo tre giorni di freddo, pioggia e tormenta a Ramallah. Ma Gaza sorprende per molto altro. Meri stessa, che è con me ed è stata fuori un mese, si meraviglia per quanto è stato fatto di sgombero delle macerie e di ricostruzione in questo periodo. Immaginavo di trovarmi dentro una massa di macerie ma, almeno all’entrata e lungo il percorso per Gaza city, se ne vedono poche: da quando hanno avuto la possibilità di ricevere il materiale, hanno lavorato incessantemente. Grandi lavoratori, spesso per un lavoro di Sisifo, che ogni guerra (una ogni due anni ripetono tutti) costringe a ricominciare da capo.

Adesso regna la calma: passeggiando al porto vediamo barche che vanno e vengono, nelle poche miglia loro consentite, per la pesca o anche per gite turistiche; una bella moschea ricostruita, nuova di zecca, bianca e azzurra, svetta sul mare con i suoi minareti. La sera sul lungomare c’è una quantità di gente e (mai viste negli anni che ricordo) una gran quantità di macchine nuove e costose. Una piccola parte della popolazione si arricchisce, forse attraverso l’uso distorto di donazioni internazionali senza controlli. Ma ci sono zone dove la miseria è assoluta. Di questa grande disuguaglianza sociale c’è chi accusa la corruzione, chi il governo locale, chi l’Anp, decisamente non amata né a Ramallah né qui, ma la chiusura, l’impossibilità di entrare e uscire, sono gli effetti di un assedio che dura da circa dieci anni. Meri ci racconta i giorni e le notti di paura e di affanno durante la guerra, per aiutare gli sfollati, comprare e portare materassi e coperte, sotto le bombe….

Tutt’altra atmosfera oggi, quando assistiamo a un concerto, organizzato da Al Kamandjati insieme ai musicisti locali per inaugurare il progetto: possiamo vedere e ascoltare il saluto triste da Ramallah di Ramzi Aburedwan, il suo direttore, solo attraverso l’immancabile smartphone. Poi due ore di canzoni di lotta e di festa creano entusiasmo nel folto giovane pubblico, ragazze e ragazzi che si spellano le mani ad applaudire e cantano insieme alla band. Molte ragazze non portano più il velo, il clima è gioioso e, da me, totalmente inaspettato.

La sorpresa più bella sta negli incontri con le tante donne che inventano, creano, costruiscono, lavorano per la loro comunità senza stancarsi né lamentarsi, senza perdere il sorriso, costruttrici di futuro e di speranza, vera spina dorsale di resistenza. Ci accompagna quasi sempre Nashwauna giovane architetta-archeologa che avevamo conosciuto in Italia in occasione di un periodo di formazione con Iccrom (agenzia delle Nazioni Unite per i beni culturali). Siamo felici di ritrovarci qui e per prima cosa ci mostra il suo attuale lavoro: dirige il restauro di un antico monastero, Al Khader, creato 1700 anni fa, a Deir el Balah, a metà della striscia di Gaza. Diventerà una biblioteca per bambini, legata a Nawa (seme di palma), associazione per la cultura e le arti, la cui direttrice, Reem Abu Jaber, incontreremo subito dopo. Intelligente, energica, ha viaggiato molto, studiato al Cairo, e raccolto spunti e idee per il centro che dirige, dedicato ai bambini e alle loro famiglie. Il posto è molto bello, pieno di luce, con materiali naturali, mobili di legno chiaro e tanti colori intorno. Molte sono le attività: dall’educazione al riciclo e alla cura dell’ambiente, all’amore per la lettura, con il programma “amiamo leggere”.

Nata nel 2014, accoglie migliaia di bambini, impiega ventidue giovani donne e due uomini (con piccoli stipendi), cura i rapporti con le famiglie. Disegno, storia, ginnastica, artigianato e in futuro la musica: una comunità autogestita, dove il personale adulto, animatrici e animatori, si riserva una giornata, il giovedì, di training collettivo, inclusa la meditazione. L’uso equilibrato del tempo, per sé e per gli altri, è uno dei principi fondamentali di Nawa, insieme a quello della cultura come strumento di crescita: il suo slogan, “il potere della cultura affronta una cultura del potere” dice molto.

I bambini che hanno vissuto la paura e la distruzione della guerra, vengono coinvolti attraverso le varie attività nei valori fondamentali di Nawa: ambiente accogliente, libertà di parola, impegno e senso di appartenenza, sviluppo dell’autoapprendimento. “Non siamo una Ong e usiamo decisamente metodi diversi, il nostro obiettivo è fornire ai bambini, alle famiglie, a chi educa, nel centro della striscia di Gaza, attività che aiutino a conservare la cultura palestinese e a dare sicurezza di sé alle future generazioni”. Questa donna, creativa e instancabile, ci dice che sta crescendo una nuova leva, perché conta, nel giro di pochi anni, di trasferirsi in altra zona per costruire una analoga impresa.

Nashwa, la nostra accompagnatrice, è innamorata di questi luoghi e della bellezza degli edifici antichi per il cui restauro lavora: si illumina quando ci porta a visitare strutture restaurate, come il bellissimo edifico per la conservazione del patrimonio culturale, della famiglia Al Alami, si incupisce quando ci imbattiamo in una antica casa venduta ad un nuovo proprietario, che la sta facendo demolire.

Nel quartiere dove abita con la sua famiglia, Al Shejaeya, incontriamo le donne di Zakher, altra associazione, per lo sviluppo delle capacità femminili, anche essa in un bell’edifico restaurato, unico centro di donne, in un’area che ha visto un massacro di civili nell’ultima guerra. La cosa di cui la direttrice è orgogliosa è la “cucina femminista” Sarroud (pentola bassa con coperchio), a pochi metri di distanza, creato per rispondere ai bisogni delle donne a cui la guerra ha portato via il marito, rimaste sole a gestire casa e famiglia. La particolarità di Sarroud è che tutta la gestione della cucina, gli acquisti, la produzione di cibi, è fatta da donne: l’obiettivo dell’attività è fornire modesti redditi alle donne rimaste vedove, alle divorziate o a quelle sottoposte a violenza familiare.

Infine, in Gaza city, visiteremo a lungo la sede di Aisha, parlando con la giovane e attivissima Miriam, addetta alle “relazioni esterne”: Aisha è il nome della prima direttrice del centro, nato nel 2009 staccandosi dal Gaza Community mental health program (dopo quindici anni di attività), il suo significato è “vita”. Le donne di Aisha realizzano progetti finanziati da varie associazioni europee, inclusa l’italiana Gazzella, e hanno un vasto spettro di campi di attività. Vedremo al lavoro parrucchiere e truccatrici, donne che lavorano a maglia o a uncinetto, che producono artigianato: attività diverse che consentono un sia pur modesto reddito.

Altro importante settore è quello dedicato, con strumenti giuridici e psicologici, a combattere la violenza contro le donne e a proteggere le donne stesse, nonché i bambini. Ben 5.800 donne colpite dall’aggressione israeliana del 2014, sono state sostenute sia psicologicamente, sia fisicamente, anche, nei casi, più gravi con psicoterapia attraverso la clinica mobile. È così che molte donne acquisendo fiducia in se stesse hanno la capacità di dare sostegno ad altre.

Miriam ci racconta molto orgogliosa l’episodio di una frequentatrice del centro che, incontrata per strada una donna piangente a causa della violenza del marito contro se stessa e i bambini, sottratti dal marito per farli lavorare al mercato, è stata capace di fare causa, portarla in tribunale, farle riottenere i figli e farli tornare a scuola! Aisha, dice Miriam, è un agente di cambiamento sociale. E anche attraverso la formazione, sollecita   ragazze e ragazzi (“I giovani creano il cambiamento”) alla partecipazione politica nelle amministrazioni comunali, all’impegno per superare le divisioni politica – sempre un fattore paralizzante – attivando invece un lavoro sociale comune e servizi alla comunità.

Di politica, di partiti, di governo, si parla ben poco: la consapevolezza di una situazione difficilissima è diffusa, ma non ho sentito nessuna/o lamentarsi; tutti amano il proprio paese, ci interrogano sull’ostracismo della comunità internazionale, sul perché essere costretti a vivere in prigione e sul perché il nome di Gaza sia avvolto dal sospetto e dal rifiuto. Di risposte non ne abbiamo, possiamo solo assicurare di fare il possibile per trasmettere nel nostro paese immagini positive, racconti di storie e persone di grande vitalità e dignità, il loro desiderio, ma anche il loro diritto a una vita libera.

Peggio di Bertone

segnalato da Barbara G.

Siete peggio di Bertone, siete il suo attico

di Saverio Tommasi – comune-info.net

Volevo sommessamente far notare che tutti i partiti contrari alla Stepchild adoption hanno votato tutte le guerre degli ultimi quindici anni. Perché la verità è che della vita e dei bambini, a questi ipocriti, non gli interessa un cazzo.

Se domani qualcuno bombardasse l’Italia questa gente userebbe i bambini come scudi umani, esattamente come hanno fatto in questi mesi per affossare una legge che avrebbe dato gli stessi diritti a tutte le famiglie.

Voi siete peggio di Bertone, voi siete il suo attico.

La stagione dell’arcobaleno

segnalato da Barbara G.

comune-info.net, 18/01/2016

Sì intitola “Disegno di famiglia” il video voluto e pensato da Famiglie Arcobaleno, CondividiLove e Arcigay con il supporto di Ilga Europe, da pochi giorni diffuso sui siti e i social network delle associazioni. “Abbiamo chiesto ad alcuni bambini e bambine di disegnare le loro famiglie – spiegano gli ideatori – e i disegni sono stati in un secondo momento mostrati ad alcune persone incontrate casualmente per strada, alle quali è stato chiesto di commentarli. I bambini e le bambine provengono dalle più diverse tipologie di famiglie e le hanno disegnate: nessuna tra le persone che le ha successivamente commentate ha manifestato rifiuto o turbamento”.

Il video è stato realizzato per informare l’opinione pubblica sulla proposta di legge sulle unioni civili, discussa in questi giorni in senato. “Una legge – spiega Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno – che non riconosce la piena uguaglianza tra le coppie omosessuali e eterosessuali ma che puó rappresentare un primo passo verso il matrimonio egualitario, che è il nostro vero obiettivo. Tuttavia, da mesi questa legge è nel mirino di partiti ed associazioni conservatrici che mirano a depotenziarla cancellando la stepchild adoption, ovvero la norma che consente alle coppie gay e lesbiche con figli di dare una stabilità alla propria famiglia attraverso il riconoscimento del genitore non biologico. L’obiettivo è negare che quelle formate da gay e lesbiche siano famiglie come tutte le altre. L’obiettivo è negare ai nostri figli “briciole di diritti”, in attesa che abbiano diritti pieni come tutti i bambini di questo paese”.

“Da tempo – prosegue Gabriele Piazzoni, segretario nazionale Arcigay – assistiamo a discussioni di politici, opinionisti, personaggi di spettacolo, giornalisti; abbiamo visto movimenti schierarsi e poi dividersi, ma soprattutto abbiamo maturato la concreta sensazione che si sia perso di vista il cuore della questione, cioè il riconoscimento pieno dei bambini e delle bambine e delle loro famiglie dinanzi alla legge. Per questo abbiamo ritenuto giusto far parlare innanzitutto i bambini e le bambine e chiedere alle cittadine e ai cittadini di confrontarsi con i loro affetti, i loro sogni e le loro rappresentazioni”.

Al video è abbinato il sito disegnodifamiglia.it strutturato in percorsi domanda/risposta, cosi da fornire strumenti concreti per risolvere i dubbi più diffusi rispetto alle coppie formate tra persone dello stesso sesso e alle loro famiglie.

Roma, gli asili interculturali chiudono

segnalato da Barbara G.

Roma, gli asili interculturali chiudono. 300 bimbi senza integrazione. Le associazioni: “Colpa di Mafia Capitale e dell’incuria”

di Laura Eduati – huffingtonpost.it, 14/10/2015

A marzo Ignazio Marino aveva accolto questi bambini e ragazzi stranieri consegnando loro l’attestato di ambasciatori della cittadinanza. Sei mesi più tardi, proprio quando lo ius soli sta diventando finalmente legge facilitando il passaporto italiano ai minori nati in Italia, questi stessi giovani e giovanissimi perdono il centro interculturale e rischiano di rimanere senza sostegno all’integrazione.

E’ la storia di 300 piccoli che frequentano quattro centri ormai rimasti senza fondi e senza attenzione dal Campidoglio, anche per colpa di Mafia Capitale. Il primo, e più celebre a Roma perché centrale, è il Celio Azzurro. Gli altri tre sono Zero in Condotta, Armadilla e Nessun Luogo è lontano – questi ultimi due specializzati nel doposcuola degli adolescenti.

Esistono dagli anni ’90, la filosofia è quella di accogliere non solo piccoli italiani ma anche i figli dei migranti, aiutando i genitori a orientarsi nel difficile mondo burocratico e della salute.

“Un lavoro artigianale, una offerta di servizi socio-psicologici che nei nidi e nelle scuole dell’infanzia spesso mancano”, dicono gli operatori. “I Centri Interculturali sono dei luoghi di prevenzione del disagio e di coesione sociale”.

Un percorso che rischia di sparire in quanto il Campidoglio fornisce una copertura dei fondi soltanto fino al 15 ottobre, e poi chissà. Le quattro associazioni avrebbero voluto manifestare sotto la finestra di Ignazio Marino già il 13 ottobre, i bimbi avrebbero restituito la qualifica di “ambasciatori” per protesta, alla fine le dimissioni inaspettate hanno convinto gli organizzatori a cancellare la mobilitazione “per non cedere alla strumentalizzazione”.

Siamo rimasti senza interlocutori. La situazione è gravemente compromessa e temiamo che l’imperativo sia quello di chiudere quanti più servizi sociali possibile”, prova a spiegare Anna Aluffi, docente di Pedagogia Sociale e Interculturale all’università Roma 3 e presidente di Zero in Condotta.

“La situazione è sconvolgente ed è anche figlia della massima incuria. Da anni chiediamo al Campidoglio la lista dei centri per bambini finanziati come il nostro, ma sembra che la lista non ci sia”, continua Aluffi. Che non sa cosa promettere alle mamme che affidano i figli all’asilo e che forse saranno costrette a rivolgersi ad altre scuole, perdendo quell’aiuto specifico che viene garantito dai centri interculturali.

La rabbia è tanta, specialmente dopo le rivelazioni di Mafia Capitale. “Chiediamo senza sosta dal 2010 bandi che non arrivano e oggi rischiamo di chiudere per le motivazioni contrarie a quelle di Mafia Capitale che si è arricchita proprio con le proroghe”, scrivono le quattro associazioni in un comunicato. “Invece di far fuori i disonesti, di sospendere cautelativamente chi non sembra affidabile e lavorare con le persone perbene, si preferisce chiudere i servizi presenti in zone di Roma dove spesso i ragazzi e i bambini non hanno altro, gestite da Associazioni di gente per bene”.

Né la prima assessora ai servizi sociali Rita Cutini né l’attuale, ormai uscente, Francesca Danese hanno mai prestato orecchio alla richiesta del Celio Azzurro e degli altri centri. E così le quattro associazioni si rivolgono al prefetto Gabrielli, l’unica figura che in questo momento sembra mantenere le funzioni istituzionali in una capitale al collasso: “Tra due settimane 300 bambini rimarranno a casa. Sono anche suoi concittadini.Siamo certi che vorrà ascoltarci”.

(di Celio Azzurro avevamo parlato QUI)

Liberi tutti!

segnalato da barbarasiberiana

LIBERI TUTTI! IL 25 APRILE CON GLI OCCHI DEI BAMBINI

da raccondandosi.it

Abbiamo un bellissimo progetto in tasca, per festeggiare il settantesimo anniversario della Liberazione, e per offrire ai ragazzi e alle loro famiglie la possibilità unica di ascoltare dalla viva voce dei bambini di allora il racconto di un momento storico straordinario.

Abbiamo girato una serie di interviste nel corso di quest’anno a milanesi nati tra il 1930 e il 1940 e le abbiamo raccolte in un un documentario. Alla proiezione di queste si aggiungerà la presenza di alcuni degli intervistati, che saranno disponibili a rispondere alle domande dei bambini.

Abbiamo il posto: il MUBA, all’interno della Rotonda della Besana di Milano, che si offre gratuitamente.

Abbiamo il patrocinio dal Comune di Milano (già orientato a concederlo), e il sostegno mediatico del Corriere della Sera, di Topolino e di Radio Popolare.

Ma ci mancano i soldi per realizzarlo! Aiutateci!

Si può contribuire anche con un bonifico, scrivete a alemascaretti@gmail.com per informazioni.

Ecco una breve descrizione del progetto:

L’evento si svolge nell’arco di tre giorni, da venerdì 24 a domenica 26 aprile 2015, all’interno degli spazi del MUBA.

L’allestimento prevede una struttura a forma di cubo di circa 3 metri per 3 e all’interno le pareti interamente stampate riproducono lo scenario di una città distrutta, con la gente che festeggia l’avvenuta Liberazione. Al centro una poltrona in stile vintage dove far sedere i diretti testimoni del tempo quando incontrano i bambini, con accanto un comodino e una radio d’epoca (mentre l’audio interno trasmette la voce di Radio Londra). In terra albi illustrati per bambini a tema.

All’esterno invece la struttura presenta due pareti con didascalie ed esposizione di immagini riferite alla storia e all’oggettistica del tempo e sulla quarta parete, lasciata bianca, un video con le interviste ai bambini di allora.

Nelle fotografie e nei film siamo abituati a vedere quegli anni in bianco e nero, ma per i bambini di allora la realtà era a colori, ed era fatta di suoni, sensazioni tattili, odori. Un impianto audio, posto all’interno della struttura, riproduce i rumori dell’epoca, dall’ululato della sirena antiaerea alle note allegre del boogie, alla voce di Radio Londra.

Nei due giorni sono previsti anche laboratori gratuiti per i bambini e ragazzi, organizzati dal Muba e da Topolino, legati ad alcuni dei temi emersi dai ricordi dei testimoni (gli oggetti d’uso quotidiano, le parole dell’epoca, il cibo ecc.). In particolare, il cioccolato e il pane ricorrono come un filo rosso nei ricordi della fine della guerra e potrebbero essere gli alimenti simbolici intorno a cui far ruotare giochi e racconti.

QUI per contribuire

Saranno i bambini a salvarci

segnalato da crvenazvezda76

da Il demone del tardi (Radio Popolare Milano – 17/12/2014) –  di Gianmarco Bachi

“Papà, perché hanno ucciso quei bambini?”

“Non lo so, amore. Non lo so….”

“Ma avevano disubbidito?”

“No, non avevano disubbidito….”

“Erano dei monelli?”

“No, non erano nemmeno questo, o forse qualcuno sì, com’è giusto che sia. Fare i monelli è uno dei modi che i bambini hanno di stare nel mondo, di incontrare le cose… Un po’, dai, sì. Un po’ sono monelli anche loro.”

“Ma quindi non sono morti?”

“Sì, adesso sì. Sono andati a fare monellate dove nessuno li vede e li può sgridare.”

“Ma a farli morti chi sono stati? Le loro mamme e i loro papà?”

“No no no! Sono stati i cattivi…”

“E perché lo hanno fatto?”

Già, perché? E tu non lo sai perché lo hanno fatto. O forse sì, ma non lo sai dire. Perché le parole non spiegano abbastanza, e ti dici che è bene che sia così. Perché, come fai a raccontarlo, l’orrore, a un bambino? Lì, nella stanza, mentre l’albero di Natale scintilla incantato per lui.

“Ma quando sono arrivati i cattivi, non c’erano i loro papà?”

“No, non c’erano.”

E ora glielo devi spiegare che i papà non sono invincibili, e che non li potranno proteggere per sempre. E che i cattivi, a volte, vincono loro, e che il male sa essere più forte.

E li vedi quei bambini, accartocciati sotto i banchi a chiamare chi non verrà. O non abbastanza in fretta, non in tempo. E speri che non abbiano nemmeno avuto il tempo di chiamare, di domandarsi perché il papà non arriva. ‘Aiuto! Aiuto!’ e il papà non arriva.

“E adesso sono tristi i loro papà e le loro mamme?”

“Beh, sì, credo di sì. Lo sono…”

“E piangono?”

“Sì… mmm… piangono tanto…”

“E i bambini dove sono andati? Su una stella?”

“Forse sì. O forse stanno aiutando Babbo Natale a preparare i regali per gli altri bambini….”

“E loro intanto ci possono giocare con quei regali?”

“Ssssì…. È questa cosa qui che chiamiamo paradiso: giocare con tutti i giocattoli del mondo…..”

E un po’ ti vergogni di avergli detto così, di averlo salvato dalla verità: è che prima o poi dovrai dirgliela la verità, perché altrimenti gli verrà addosso da sola. Ma adesso no, non ce la fai mica. E il paradiso è comodo e bello, lo hanno inventato gli uomini, da sempre in cerca di un rifugio.

E tu ti rifugi in una poesia, che è di Gianni Rodari, e che dice così:

La mia bambina ha una bambola,

e la sua bambola ha tutto:

il letto, la carrozzina,

i mobili di cucina,

e chicchere, e posate, e scodelle,

e un armadio con i vestiti

sulle stampelle, in folla,

e un ‘automobile a molla

con la quale

passeggia per il corridoio

quando le scarpe le fanno male.

La mia bambina ha una bambola,

e la sua bambola ha tutto,

perfino altre bamboline

più piccoline,

anche loro con le loro scodelline,

chiccherine, posatine eccetera.

E questa è una storiella divertente

ma solo un poco, perché

ci sono bambole che hanno tutto

e bambini che non hanno niente.

“Allora, ti è piaciuta questa storiella?”

“Sì, è bella. Però posso chiederti ancora una cosa?”

“Sì… L’ultima, che poi dormiamo.”

“Possiamo dire a Babbo Natale di tenerselo un gioco? Uno lo possiamo lasciare a quei bimbi….”
“Sì, ok, lo possiamo fare…”

Ed è lì che capisci che non sarai mai tu a poter salvare lui. Sarà sempre lui a salvare te.
Saranno i bambini a salvarci. Sempre.