Banca Etruria

Il caso Boschi spiegato a Matteo Renzi

Il caso Boschi spiegato a Matteo Renzi

Il caso Boschi spiegato a Matteo Renzi

di Stefano Feltri – ilfattoquotidiano.it, 18 dicembre 2017

Nella sua intervista al Corriere della Sera e nella lettera che ha fatto mandare dal suo portavoce al Fatto QuotidianoMatteo Renzi pone un problema che vale la pena affrontare seriamente: ma non staremo esagerando con l’attenzione sul caso Boschi? Non è che stiamo sottovalutando quanto emerge sulle responsabilità della Banca d’Italia e della Consob?

La domanda non andrebbe certo posta al Fatto che, è vero, ha dedicato grande spazio a Maria Elena Boschi e ai suoi legami con Banca Etruria ma da tre anni, grazie soprattutto agli articoli di Giorgio Meletti, ha sviscerato la crisi bancaria e le conseguenze di una regia nel settore del credito velleitaria e con risultati disastrosi da parte della Banca d’Italia.

La commissione Banche non ha aggiunto molto a quanto già emerso negli ultimi anni. Chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno sottolinea che il capo della vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo è stato messo di fronte alle sue responsabilità, ha fornito versioni contraddittorie, poi emendate per correggere le contraddizioni, e ora rischia anche accuse per falsa testimonianza, ed è emerso dai documenti che la Consob di Giuseppe Vegas sapeva molto di più di quanto sosteneva, non ha ricevuto tutte le informazioni di cui Bankitalia era in possesso ma era abbastanza consapevole di certe situazioni critiche da poter tutelare meglio di come ha fatto i risparmiatori (vedi l’emissione di obbligazioni subordinate di banca Etruria a dicembre 2013).

Il bicchiere si può però anche vedere mezzo vuoto: il continuo scaricabarile, a colpi di dettagli burocratici, documenti omissivi o superflui, dichiarazioni tanto assertive quanto vaghe, ha creato una cortina fumogena intorno ai disastri bancari di questi anni. Tutti sembrano – e sono – colpevoli, dunque nessuno è colpevole. Da Mps alle due banche venete, la responsabilità delle crisi pare così condivisa da risultare non attribuibile a nessuno in particolare. Il rischio è che al termine di queste settimane di audizioni infinite l’unico verdetto possibile possa essere una condanna collettiva abbinata ad assoluzioni individuali.

Sul caso Boschi, invece, sono emerse molte cose nuove. E tutte peggiorano la posizione del sottosegretario e dei due governi che l’hanno sostenuta. Renzi lamenta, sul Corriere e sul Fatto, che i titoloni sui suoi incontri con Vegas abbiano oscurato il resto. Vero, ma anche perché la maldestra gestione di un conflitto di interesse oggettivo (Maria Elena è figlia di Pier Luigi Boschi, vice presidente di una banca oggetto di interventi del governo di cui il ministro era anche una piccola azionista) si è trasformata in un suicidio politico collettivo.

In estrema sintesi: la Boschi prima ha sostenuto che non ci fosse alcun conflitto di interesse. Poi, a fine 2015, non partecipa ad alcuni consigli dei ministri dove si discute degli interventi su Etruria per evitare accuse di conflitto d’interessi (per questo l’Antitrust la assolve ai sensi della legge Frattini, certificando di fatto l’esistenza dei conflitti d’interesse ma la correttezza dei comportamenti). Se il conflitto c’era ed era tale da non permettere la presenza in consiglio, perché la Boschi poi parlava con banchieri (Federico Ghizzoni di Unicredit) e istituzioni di vigilanza (Vegas di Consob e Fabio Panetta di Bankitalia)? Erano solo normali interlocuzioni, dice oggi la sottosegretaria. Una tesi incompatibile con i suoi comportamenti precedenti, ma anche con quelli successivi: se queste interlocuzioni erano normali, perché non raccontarle al Parlamento quando la Boschi ha dovuto rispondere delle accuse di conflitto di interesse? E perché chiedere un risarcimento danni al giornalista Ferruccio de Bortoli che ha rivelato in un libro gli incontri con Ghizzoni? Si può pretendere da un giornalista un risarcimento se si arricchisce pubblicando notizie false e diffamatorie, non se scopre retroscena inediti ma veri che spingono tanti lettori ad acquistare il suo libro.

Dulcis in fundo: se per la Boschi i rapporti con Vegas erano normali, che senso ha continuare a lasciar intendere in dichiarazioni e interviste che le attenzioni del presidente della Consob erano un po’ inopportune negli orari (messaggi notturni) e nelle richieste di incontro (alle otto di mattina a casa Vegas)? Sembra tanto una vendetta per le dichiarazioni, anche queste chiaramente ritorsive  ma fondate, di Vegas in audizione che, per l’ostilità di alcuni renziani, non ha avuto la presidenza della Figc.

Ancora una volta, poi, i tentativi di difesa della Boschi peggiorano la sua posizione. Vegas, dice lei, le aveva chiesto di andare a casa sua la mattina del 29 maggio 2014, alle otto di mattina, dopo che in precedenti incontri avevano parlato di Etruria. Cosa succede quel giorno? La Popolare di Vicenza ufficializza la sua intenzione di lanciare un’offerta pubblica di acquisto su Etruria, cioè si iniziava a concretizzare proprio quello scenario che la Boschi paventava nei suoi colloqui con Vegas.

L’incontro alle otto di mattina può suggerire, come si percepisce dalle parole della Boschi, desideri poco finanziari di Vegas che cerca di attirare la avvenente ministra in una trappola di seduzione domestica. Ma è anche compatibile con un’altra spiegazione: poiché Vegas sapeva quanto la Boschi era sensibile alla possibile scalata di Vicenza su Etruria, le usa la cortesia di informarla in anticipo, cioè prima dell’apertura dei mercati, sull’imminente ufficialità della scalata (che poi non si è concretizzata). E il gran rifiuto della Boschi potrebbe spiegarsi non con una orgogliosa difesa del proprio onore assediato – con Vegas si erano già visti a vari pranzi e cene – ma come una dimostrazione di stizza perché la Consob nulla aveva fatto per fermare i vicentini (come sapeva la Boschi dell’Opa? A quanto è emerso con suo padre non c’erano segreti sulle vicende di Etruria).

Morale: dalle udienze della commissione è emerso poco di nuovo su Bankitalia e Consob rispetto a quanto il Fatto ha pubblicato in questi anni mentre si è aggravata la posizione della Boschi e dei suoi sponsor.

Se Renzi vuole andare oltre il caso Boschi, ha varie possibilità. Produrre documenti e non allusioni sui tanti punti toccati nei suoi ultimi due interventi pubblici, sulle responsabilità di Bankitalia, dei dirigenti di Mps e su tutto il resto (magari anche sulle colpe della Commissione europea nella direzione Concorrenza). E poi dovrebbe dire come vorrebbe cambiare la vigilanza bancaria, la tutela dei risparmiatori e l’accountability delle autorità indipendenti: presenti un progetto e lo renda uno dei pilastri del programma del Pd alle elezioni e lo prenderemo sul serio.

Altrimenti rimarremo dell’idea che tutto il suo attivismo intorno al caso Etruria e alla Banca d’Italia di Visco sia dovuto a meri interessi personali e al fatto che, insieme ai bilanci di alcune banche, questi intrecci di conflitti di interesse e insipienza politica stanno soffocando la sua carriera politica.

La Boschi no

Appello a Renzi: non candidare Boschi

di Luca Di Bartolomei – strisciarossa.it, 5 dicembre 2017

Bisogna che sia chiaro, proprio nel momento in cui per speculazione elettorale i grillini e la Lega chiedono le dimissioni di Maria Elena Boschi: la sottosegretaria è fuori da ogni indagine, è estranea così come il governo con le sue azioni da responsabilità. Ma vorrei porre una domanda a Matteo Renzi: vogliamo davvero affrontare la campagna elettorale con sul tavolo questa fonte di aggressioni, polemiche, continuo scambio di accuse?

Io penso di no e penso che per sminare il terreno sarebbe bene se Renzi chiedesse alla Boschi un atto di generositá: la disponibilitá a non candidarsi alle prossime politiche. Capisco sia molto difficile visto lo strettisimo rapporto politico e umano che un leader ha verso le persone a lui più vicine, quelle di cui più di tutte si fida e nelle mani delle quali consegna spesso responsabilitá importanti. Peró credo che sarebbe davvero un atto dirompente, uno di quelli che dimostrano amore verso il proprio partito e ricambiano di quanto la nostra comunitá ha offerto loro in questi anni di battaglie durissime.

So (e comprendo) l’obiezione per la quale la non candidatura per accuse tutte da dimostrare nei confronti non già della sottosegreteria bensì del di lei padre sarebbe una resa al populismo giustizialista. Ma se è il Pd a rovesciare le carte l’effetto politico sarebbe inverso. Ci stiamo avvicinando ad una campagna elettorale che segnerà uno spartiacque fra il Paese che conosciamo e quello che verrá: in una situazione di polarizzazione frammentata, di confusione così pazzesca sarebbe opportuno presentarsi come una “forza tranquilla”, evitando magari di porre in lista per questo giro persone che per la loro recente storia – diretta e indiretta, positiva e negativa – hanno prodotto così tante divisioni nell’opinione pubblica italiana.

Politicamente parlando chieder loro un po’ di generosità inserendo in lista magari tutti quegli amministratori locali di piccoli comuni abituati a fare coi modi di chi sa comporre nell’interesse di una comunità sarebbe un segnale di grandissima forza e porterebbe, di certo, molti più voti in una lotta contro le destre che oggi ci vede assai indietro.

La passione di MariaEtruria per le banche

di Andrea Greco – La Repubblica, 13 luglio 2017

Troppa passione per il credito

C’è un feeling speciale tra Maria Elena Boschi e le banche. La 36enne toscana, malgrado gli inizi da avvocato, l’ascesa a ministra (Riforme, non Tesoro) e l’arrocco a sottosegretaria, coltiva sempre la passione per il credito. Forse è di famiglia, dato che il padre Pier Luigi e il fratello Emanuele ebbero ruoli apicali nell’ex Popolare Etruria, saltata nel 2015 con salasso da 5 miliardi a banche e risparmiatori. Per evitare il crac Boschi chiese aiuto all’ad di Unicredit Ghizzoni: invano. «Bugie!», ha detto lei promettendo querele. Da allora si prodiga per evitare schizzi e regolare conti. Nel 2016 il suo Pd ha “punito” Unicredit in cerca di aiuti sui crediti fiscali. Nel 2017, orfana di Renzi, ha sottratto alla Commissione d’inchiesta le Popolari. Ora toglie la manleva agli amministratori delle Venete (e il governo ha pure cassato l’emendamento per interdire da incarichi i banchieri liquidati, come papà Boschi). Occuparsi d’altro, no?

E la manina della Boschi affonda tutti i banchieri

La mano di Maria Elena Boschi torna in azione per plasmare il decreto legge del 25 giugno che ha salvato al volo Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Un decreto oggi al voto di fiducia definitivo della Camera di fatto invariato malgrado le proteste della sinistra e dei Cinquestelle.

Non c’è solo la scarsa attenzione ai titolari di bond subordinati delle banche venete, che non potranno ampliare la platea dei rimborsi, perché la data limite rimarrà il 12 giugno 2014 (non l’1 febbraio 2016 come proposto dal relatore Pd Giovanni Sanga). Nella penna resta anche la richiesta di manleva – uno scarico delle responsabilità legali per future azioni di responsabilità – per amministratori e sindaci dei due istituti: uno stuolo di avvocati, finanzieri e imprenditori come Gianni Mion, Fabrizio Viola, Rosalba Casiraghi, Alberto Pera, Salvatore Bragantini, Luigi Bianchi, Massimo Ferrari, ingaggiati nel 2016 dal socio Atlante, e a giugno scaricati dopo un anno vissuto pericolosamente nel tentativo – non riuscito – di fondere le banche venete e tenerle autonome sotto un’insegna nuova.

Secondo ricostruzioni confermare da tre fonti nelle ultime ore della trattativa con cui le due banche venete hanno siglato la resa, era stato predisposto un patto di manleva, che salvaguardasse gli amministratori di Vicenza e Montebelluna, «salvo dolo o colpa grave» per le delibere tra il 17 febbraio 2017, quando gli istituti chiesero accesso alla “ricapitalizzazione precauzionale” di Stato, e il 23 giugno, data della liquidazione coatta. Una cautela che sia il ministro del Tesoro sia il presidente del Consiglio erano disposti a concedere in luce di due considerazioni. La prima, che non erano certo i neo amministratori convinti dal capo di Atlante Alessandro Penati i colpevoli dei buchi miliardari formati nei bilanci durante le gestioni di Gianni Zonin e Vincenzo Consoli. Secondo, che proprio la soluzione dell’aumento statale, inseguita per quattro mesi d’intesa con Roma, Bruxelles e Francoforte, ha fatto lavorare i due cda nel presupposto della continuità aziendale, mancata improvvisamente un mese fa. Più che il rischio di strascichi legali, resta in molti uscenti l’amarezza per un gesto di poco riguardo dettato dalla convenienza politica.

Sembra infatti che il veto alla manleva lo abbia posto la sottosegretaria alla Presidenza Maria Elena Boschi, timorosa che fosse strumentalizzato come un favore ai banchieri nella campagna elettorale delle prossime elezioni. Nemmeno il tentativo, tramite i capigruppo, di inserire la manleva in Aula è riuscito: l’assist era venuto da un emendamento di Pier Luigi Bersani (Mdp), ma l’ostruzionismo dei Cinquestelle, che in una settimana ha permesso di votare solo due articoli, ha indotto il governo a lasciare il testo intatto.Si teme di mettere in discussione, con il decreto, anche la stabilità bancaria nel Paese, da giorni in recupero. Così il testo dovrebbe passare al voto del Senato settimana prossima, senza le migliori tutele per obbligazionisti e amministratori uscenti; soprattutto senza una discussione politica, come posto dal compratore Intesa Sanpaolo tra le condizioni risolutive.

Papà Boschi trema: il suo tesoro rischia di essere pignorato

Triskel182

boschi-renziLa multa da 300 milioni per i manager di Banca Etruria minaccia la villa di Laterina, casali e azioni del padre della ministra.

La villa della famiglia Boschi, quella presa di mira dai risparmiatori beffati dalla Banca Popolare dell’Etruria con le loro manifestazioni, è a rischio. Come anticipato dal Fatto il 23 marzo scorso, il commissario liquidatore della Bpel Giuseppe Santoni, ha chiesto a Pier Luigi Boschi di pagare 300 milioni di euro, in solido con altri 36 ex manager. La lettera, spedita il 17 marzo, chiede agli amministratori e sindaci delle gestioni del periodo 2010-2015 di pagare entro 30 giorni in solido tra loro (cioè ciascuno risponde fino alla somma intera di 300 milioni) “a causa delle condotte illecite e di mala gestio accertate dalla Banca d’Italia e confermate all’esito delle verifiche”.

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Ex vertici Banca Etruria sotto accusa

segnalato da Barbara G.

Banca Etruria, sprechi e favori: le accuse agli ex vertici e al consiglio

Dodici contestazioni che chiamano in causa Boschi senior e i manager. Entro due mesi le sanzioni

di Fiorenza Sarzanini – corriere.it, 09/01/2016

La quantificazione delle nuove sanzioni si conoscerà entro due mesi. Ma l’atto di incolpazione di Bankitalia contro i vertici del consiglio di amministrazione di Banca Etruria e cinque componenti dell’organismo, fa ben comprendere quali siano «le carenze nel governo, gestione e controllo dei rischi e connessi riflessi sulla situazione patrimoniale» che hanno portato l’istituto di credito all’insolvenza. Dodici punti di contestazione che chiamano direttamente in causa l’ex presidente Lorenzo Rosi, i due ex vicepresidenti Alfredo Berni e Pierluigi Boschi – padre del ministro delle Riforme Maria Elena – e i componenti del Cda Claudia Bugno, Andrea Orlandi, Luciano Nataloni, Luigi Nannipieri e Claudio Salini. Tutti accusati dai funzionari di Palazzo Koch di «inerzia nell’attivare adeguate misure correttive per risanare la gestione, provocando un ulteriore peggioramento della situazione tecnica, già gravemente deteriorata. Comportamento che ha provocato una significativa erosione delle esigue risorse patrimoniali, da tempo non in grado di soddisfare il previsto “capital conservation buffer” del 2,5 per cento». Tutti chiamati a difendersi dall’accusa di non aver «pianificato interventi idonei a ristabilire l’equipaggio reddituale del gruppo, per di più necessari in considerazione dell’elevato ammontare degli attivi infruttiferi e dei vincoli in termini di patrimonio e redditività».

Nella relazione già notificata agli interessati per le controdeduzioni, sono elencati gli sprechi, gli abusi, e gli atti omissivi che hanno svuotato le casse di Etruria e – dopo il decreto del 22 novembre varato dal governo – causato perdite enormi per azionisti e obbligazionisti. Tra loro anche piccoli risparmiatori convinti di aver messo al sicuro i propri soldi e invece travolti da un fallimento che ha reso il loro investimento carta straccia.

Persi 517 milioni in un anno

I primi due «capi di incolpazione» riguardano le politiche messe in atto dai vertici e si concentrano su quanto accaduto nel 2014, che avrebbe dovuto rappresentare il momento di svolta, visto quanto era già stato eccepito nel corso delle precedenti ispezioni. Per questo stigmatizzano «le esigenze di accantonamento sul portafoglio crediti deteriorati che hanno portato a rettifiche su crediti per 622 milioni di euro e hanno concorso a generare la perdita di esercizio di 517 milioni di euro». Un’enorme massa di denaro persa concedendo finanziamenti anche a chi non forniva adeguate garanzie, firmando contratti di consulenza per incarichi inutili e soprattutto «non in linea con la normativa interna sul ciclo passivo di spesa», gli sprechi nella gestione degli immobili.

Tra i principali addebiti al presidente e ai due vice c’è poi il mancato rispetto della delibera sulla riduzione degli emolumenti, ma pure la scelta di non proporre ai soci «l’unica offerta giuridicamente rilevante presentata dalla Popolare di Vicenza di un euro per azione, estesa al 90 per cento del pacchetto azionario». Secondo gli ispettori ciò «ha lasciato inevasa la richiesta della Vigilanza di realizzare un processo di integrazione con un partner di elevato “standing” e non ha portato a tempestive ed efficaci iniziative per una soluzione alternativa».

Stipendi, premi, buonuscite

I conti erano in profondo rosso ma questo non ha impedito al consiglio di amministrazione di autorizzare pagamenti faraonici ai manager, nonostante ci fosse un esplicito divieto. Al punto 6 delle contestazioni gli ispettori scrivono: «Non si è tenuto conto del “documento sulle politiche di remunerazione e incentivazione” approvato dall’assemblea dei soci nel maggio 2014 che non consentiva la corresponsione di alcuna forma di incentivazione al “personale più rilevante”». Ancor più grave è la denuncia contenuta al punto 8 dove fra l’altro si rimarca l’esito di un audit concluso il 28 gennaio 2015 sui contratti consulenza che evidenziava proprio i «comportamenti anomali» degli organi amministrativi.

Il quadro delineato da Bankitalia mostra come in tutti i settori non si sia intervenuto in maniera adeguata e sottolinea quanto grave sia il fatto che queste mancanze abbiano riguardato in modo particolare «le strutture deputate alla gestione del credito deteriorato che non hanno fronteggiato l’imponente crescita delle partite anomale». Tra gli esempi più clamorosi citati nell’atto di incolpazione c’è quello degli «indicatori di performance» relativi alle sofferenze «risultati ampiamente al di sotto degli standard di mercato in particolare per i tassi di recupero del credito che nel giugno 2014 erano pari a 1,3 per cento anziché 3,5 per cento».

Le fidejussioni «scoperte»

Accusano gli ispettori: «Dall’analisi di un campione di 103 “sofferenze” classificate tra settembre 2013 e lo stesso mese del 2014 emergono le seguenti anomalie: le garanzie consortili sono risultate non attivabili nel 23 per cento dei casi a motivo del mancato pagamento delle commissioni o del mancato invio di lettere di messa in mora; le fidejussioni rilasciate dai garanti, nel 91 per cento dei casi erano prive di efficacia ai fini del recupero, anche a causa della mancanza di monitoraggio sui beni degli stessi».

Mancavano i controlli, mancava pure la volontà di recuperare – nei pochi casi in cui ciò era possibile – il denaro uscito dalle casse di Etruria. E così, anche per quanto riguardava “le cause di minor importo”, «nonostante l’assegnazione a un ufficio che avrebbe dovuto garantire una maggiore tempestività nelle azioni di recupero, ha fatto registrare invece un ritardo medio di circa tre mesi nella lavorazione delle pratiche dal momento della classificazione».

Dei Boschi e delle Banche

Banca Etruria, nel 2013 la lettera di Bankitalia: istituto travolto “in modo irreversibile” da “progressivo degrado”

Mentre la Popolare chiedeva investimenti alla clientela, Via Nazionale già sapeva che erano fortemente a rischio. Ma non è intervenuta e i risparmiatori hanno perso tutto. È dal 2002 che Palazzo Koch ha riserve sull’istituto aretino e lo ribadisce nel 2010 e nel 2012.

di Giorgio Meletti – ilfattoquotidiano.it, 17 dicembre 2015

Già due anni fa Banca Etruria era travolta “in modo irreversibile” da un “progressivo degrado” in corso indisturbato da 11 anni. Lo ha scritto il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco in una lettera al consiglio d’amministrazione della Popolare aretina il 3 dicembre 2013. Peccato che la lettera fosse segretata, probabilmente per non disturbare il collocamento di obbligazioni subordinate in corso proprio in quei giorni. Se Visco avesse reso pubblica la lettera, molti risparmiatori avrebbero potuto salvare i propri risparmi. Ma per Bankitalia il parco buoi non deve sapere, per essere spolpato meglio. In questo caso però, essendo saltato il banco, è possibile che chi ha perso i suoi soldi chieda giustizia in tribunale: la Vigilanza bancaria sapeva cose tremende su Banca Etruria e le ha occultate al pubblico.

Nel 2013 Banca Etruria è pressata da Bankitalia, che dal 2002 contesta la debolezza patrimoniale a fronte di crescenti rischi sui crediti (clienti che stentano a rimborsare i prestiti ottenuti). Piazza un aumento di capitale da 100 milioni e quattro emissioni di subordinate per complessivi 120 milioni. L’ultima tranche viene piazzata agli sportelli di Etruria, unico luogo di smercio, tra ottobre e dicembre. Nel frattempo gli ispettori della Vigilanzapassano al setaccio per l’ennesima volta gli uffici di Arezzo. Guidati da Emanuele Gatti, che il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo considera il suo Maradona, si installano in banca dal 18 marzo al 6 settembre. Dopo sei mesi consegnano a palazzo Koch i loro rilievi.

Il 3 dicembre Visco scrive la lettera che comincia con la scritta “riservatissimo”. Leggendo si capisce perché. Il 20 dicembre la Consob pubblica un supplemento al prospetto informativo della subordinata IT0004966856, che è già stata venduta e che, secondo gli scenari probabilistici opportunamente vietati dalla Consob, presentava il 64 per cento di probabilità di perdere la metà del capitale. Il supplemento concede agli investitori (qualora avessero per caso saputo della pubblicazione) di revocare l’ordine di acquisto, alla luce delle novità, entro due giorni lavorativi. Il 20 dicembre è un venerdì, possono eventualmente andare in banca il 23 e il 24 dicembre.

A parte questa presa in giro, il supplemento tace della lettera di Visco. Si limita a dire che, a seguito dell’ispezione, Bankitalia ha fatto dei rilievi che “non assumono in ogni caso un’entità tale da pregiudicare il mantenimento dei requisiti prudenziali”. E che, “in linea con gli indirizzi dell’Organo di Vigilanza”, il cda ha deciso di cercare un partner bancario di “elevato standing”: “Un intento che, oltre a dare respiro alle prospettive future, mira a non compromettere i livelli occupazionali ed a valorizzare il sempre crescente patrimonio di professionalità e conoscenze acquisite nel tempo”. Ma che bello. Prima di vedere che cosa ha scritto Visco, ricordiamoci il copione. La Banca d’Italia non vigila sui mercati finanziari, quindi non si assume responsabilità se il contenuto di un prospetto, oltre che tardivo, risulti anche falso. Scarica la colpa sulla Consob, che però replicherà che non può sapere della lettera di Visco se Bankitalia non glielo dice.

Visco il 3 dicembre ha scritto nella lettera segreta che già nel 2002, a fronte di ingenti crediti ammalorati, “la Banca d’Italia ha imposto un coefficiente patrimoniale specifico”: cioè un capitale totale pari al 10 per cento dei prestiti erogati e non dell’8 per cento come nelle banche sane. Questa misura di prevenzione, dice Visco, “non è stata mai rimossa per mancanza dei necessari presupposti”, visto che “negli ultimi anni tali criticità si sono progressivamente accentuate”. Ricorda l’ispezione del 2010, che non è servita a fermare il degrado. E richiama la lettera del 24 luglio 2012 con cui era stato chiesto un rimpasto sostanzioso del cda per la sua “inadeguatezza”, un taglio della struttura attraverso il “ridimensionamento della rete territoriale”, e “un rafforzamento dei buffer patrimoniali rispetto ai minimi regolamentari”, cioè nuovo capitale, cioè obbligazioni subordinate, visto che il mercato non assorbiva aumenti di capitale.

Un anno e mezzo dopo la lettera del 2012 Visco sostiene che aBanca Etruria si sono fatti beffe di lui: “I ritardi accumulati nell’affrontare le gravi problematiche e il ricorso ad interventi parziali e talvolta dilatori hanno contribuito ad accrescere le criticità”. Conclusione tombale: “A seguito del progressivo degrado della situazione aziendale, la Banca Popolare dell’Etruria risulta ormai condizionata in modo irreversibile da vincoli economici, finanziari e patrimoniali che ne hanno di fatto ‘ingessato’ l’operatività”. Per cui Bankitalia “ritiene che la Popolare non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”. Visco ordina a Banca Etruria di vendersi a un’altra banca più grossa entro 120 giorni, tempo che in genere non basta neppure per vendere un’auto usata. Infatti non succederà niente. L’ispezione di Bankitalia serve solo a fare fuori il presidente Giuseppe Fornasari (che ne ha contestato energicamente i contenuti) e a mettere in sella Lorenzo Rosi (oggi indagato) con due vice presidenti: Pier Luigi Boschi e Alfredo Berni, ex direttore generale negli anni in cui la Banca, stando a Visco, era stata sfasciata. Lo scorso febbraio, a quindici mesi dalla letteraccia, Visco ha commissariato l’istituto che Bankitalia ha lasciato sfasciare per 13 anni segretando le sue ispezioni.

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di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it, 17 dicembre 2015

Maria Elena Boschi se ne deve andare sì o no? Mettiamo in fila i fatti sin qui emersi che la riguardano nel pasticciaccio brutto delle banche del buco.

1) Il 20 gennaio 2015 il Consiglio dei ministri del governo Renzi vara un decreto che trasforma le banche popolari in società per azioni. Fra queste c’è Banca Etruria, di cui la Boschi è piccola azionista, il padre Pier Luigi è vicepresidente, membro del Cda e socio, e il fratello Emanuele è dirigente, dipendente e socio. Decreto forse doveroso.

Ma le banche, già da tempo defunte secondo Bankitalia (fra cui Etruria), tornano appetibili sul mercato e continuano ad attirare risparmi come se fossero risorte. Per giorni regna il mistero sulla presenza della Boschi in quel Cdm, che configurerebbe un bel conflitto d’interessi. Fonti qualificate del Fatto assicurano che la Boschi c’era. Lei smentisce: “Ero in Parlamento a seguire le riforme istituzionali”. Purtroppo nessuno l’ha vista.

2) L’affare si complica quando si scopre che il decreto, annunciato a Borse chiuse per evitare speculazioni, era noto negli ambienti finanziari da parecchi giorni, tant’è che i titoli delle banche coinvolte erano lievitati per massicci acquisti alla vigilia (il record del rialzo lo registrò proprio Etruria, con un +65%). Insomma, qualcuno aveva violato il segreto.

La Consob sospetta un caso gigantesco di insider trading. Ora Carlo De Benedetti, uno dei sospettati degli acquisti, replica che dell’imminente decreto sapevano tutti. Un segreto di Pulcinella. Chi, nel governo, se la cantò? E perché tanti acquisti proprio su Etruria?

3) Il 22 novembre il Consiglio dei ministri vara il decreto “salva-banche” che recepisce la direttiva europea sul bail-in: accolla al sistema bancario (non allo Stato perché non si può più) il costo del dissesto di quattro banche bollite, e lascia senza risarcimenti obbligazionisti subordinati e azionisti anche se sono stati truffati con informazioni false o incomplete sullo stato di salute delle medesime.

Fra queste c’è di nuovo Banca Etruria, di cui papà Boschi non è più vicepresidente perché, dopo le severe censure di Bankitalia con multa di 140 mila euro, è uscito di scena col commissariamento (un atto dovuto del governo, non certo la prova di inflessibilità e imparzialità millantato da Renzi & Boschi). Stavolta è sicuro che la Boschi non partecipa, sempre per scansare il conflitto d’ interessi.

4) C’è un terzo decreto sul bail-in, quello preparatorio del 16 novembre. Questo aggiunge alla norma europea una clausoletta (articolo 35 comma 3) che quella non prevede in materia di responsabilità degli amministratori. E, secondo alcune interpretazioni, rende più difficile per azionisti e singoli creditori l’ azione di responsabilità per chiedere risarcimenti ai manager, ai membri dei Cda e ai commissari delle banche.

Compreso papà Boschi, ex vicepresidente di Etruria. Che, grazie alla mancata equiparazione dello scioglimento di una banca al fallimento, non perde neppure i titoli necessari per andare ad amministrarne un’ altra.

5) Poniamo che la Boschi si sia astenuta sia sul primo decreto (dubbio) sia sugli altri due (sicuro). Purtroppo però era presente alle tre riunioni preparatorie del secondo e del terzo, come ha documentato su Libero Franco Bechis. Infatti la lettera di accompagnamento del doppio provvedimento del 16 e del 22 novembre, datata 5 ottobre, è firmata Maria Elena Boschi.

Ma in ogni caso astenersi dai Cdm non è un titolo di merito: è un atto dovuto per la legge Frattini sui conflitti d’interessi varata nel 2004 dal governo B., sempre contestata per la sua ridicolaggine dal centrosinistra che però, in barba alle promesse elettorali, non l’ ha mai toccata.

Articolo 3: “1. Sussiste situazione di conflitto di interessi ai sensi della presente legge quando il titolare di cariche di governo partecipa all’adozione di un atto, anche formulando la proposta, o omette un atto dovuto, trovandosi in situazione di incompatibilità… quando l’ atto o l’ omissione ha un’ incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate… con danno per l’interesse pubblico”. Quindi, astenendosi, la Boschi rispetta la legge di B. ed evita un conflitto d’ interessi che lei stessa riconosce esistere.

6) Anche B. ogni tanto usciva dai Cdm mentre i suoi ministri decretavano ad suam personam (o aziendam): per esempio per salvare Rete4 dallo spegnimento imposto dalla Consulta. Una buffonata, perché B. era il dominus del governo e mai nessuno avrebbe approfittato della sua assenza per disobbedire ai suoi ordini. Ora, la Boschi non è il premier e non è neppure B.. E i decreti sulle banche non riguardano esclusivamente Etruria.

Ma se allora tutto il centrosinistra rideva a crepapelle di B. che pensava di evitare il conflitto d’ interessi uscendo dalla stanza, dovrebbe almeno sorridere dinanzi allo stesso escamotage della Boschi. Che non è un ministro qualsiasi: è la figura più in vista del governo dopo Renzi, la ministra di sua maggior fiducia, il simbolo della rivoluzione sorridente renziana. Qualcuno è così ingenuo da credere che, prima di uscire dalla stanza, la Boschi non parli con Renzi dei decreti sulle banche? Un conto è dire di aver rispettato la legge (Berlusconi-Frattini!). Un altro è negare un conflitto d’interessi visibile a occhio nudo.

7) Come ha rivelato il Fatto, il pm di Arezzo che indaga con grande prudenza sulla malagestione di Etruria (e quindi anche del Cda vicepresieduto da papà Boschi) è consulente giuridico di Palazzo Chigi (dove lavora, accanto a Renzi, la ministra Boschi). Lo è dai tempi del governo Letta, ma è stato confermato dal governo Renzi.

Possibile che Renzi, la Boschi e il pm, che lo sapevano da ben prima che lo scoprissimo noi, non abbiano notato neppure questo, di conflitto d’interessi, e non abbiano deciso subito, all’esplodere del caso Etruria, di troncare quel rapporto per evidenti motivi di opportunità?

8) Avendo ricevuto, come i colleghi di altre procure, un esposto contro gli ex amministratori di Etruria dalle associazioni dei consumatori, può darsi che il pm di Arezzo iscriva anche papà Boschi sul registro degli indagati per vagliare le accuse. Se ciò accadesse, ancora una volta la Boschi non avrebbe alcun obbligo di dimettersi. Ma, restando al suo posto, diventerebbe un bersaglio ancor più facile per polemiche, sospetti e contestazioni, che trascinerebbero il premier in un gorgo senza fine, obbligandolo a difendere la fedelissima e la sua famiglia per vicende che nulla hanno a che fare con il governo e che al momento nessuno, nemmeno nel governo né probabilmente la Boschi, è oggi in grado di conoscere.

9) I paragoni con le dimissioni chieste o date da altri ministri (Alfano, Cancellieri, Lupi, De Girolamo e Idem) non reggono: la Boschi non è coinvolta né direttamente né indirettamente in inchieste penali. Ma le fughe di notizie sul primo decreto, lo scudo salva-amministratori e salva-papà del secondo e del terzo e l’imbarazzo – destinato a crescere – per gli sviluppi delle indagini sulla banca amministrata dal genitore creano un gigantesco caso di opportunità politica che dovrebbe suggerirle di farsi da parte per il bene suo e del governo.

10) Come disse lei stessa nel novembre 2013 a Ballarò su un caso diverso dal suo (la Cancellieri sospettata di interventi diretti per favorire la famiglia Ligresti), il punto “non è tanto se ci debbano essere o meno le dimissioni del ministro o se viene meno la fiducia nei confronti del governo. Il punto vero è che è in gioco la fiducia nelle istituzioni. Il punto grave è che ancora una volta si è data l’immagine di un Paese in cui la legge non è uguale per tutti, ma ci sono delle corsie preferenziali per gli amici degli amici, per chi ha i santi in Paradiso. Io al suo posto mi sarei dimessa”. Parole sante. Come passa, il tempo.

5 semplici domande…

segnalato da Barbara G.

Cinque semplici domande al Ministro Maria Elena Boschi

di Ulrich Anders – scenarieconomici.it, 13/12/2015

Dal Fatto Quotidiano del 13/12/2015

Un parlamentare PD così argomentava sul decreto “Salvabanche” pubblicato dal governo nel novembre scorso:

Se il decreto “Salvabanche” 180/181 partorito dal governo serviva a prevenire il “panico dei depositanti”, direi che l’obiettivo sta fallendo.

Se invece l’obiettivo del governo Renzi invece era salvaguardare clienti e amici del PD, sia nel patrimonio che nella carriera che nella libertà personale, la missione (per ora) è riuscita. Gettando sospetti molto pesanti di favoritismi famigliari sul circolo renziano, e l’accusa di conflitto d’interessi fatta da più parti – inclusi intellettuali di sinistra come Saviano – all’indirizzo del ministro Boschi.

Un comma infatti “protegge gli ex vertici delle banche fallite da qualsiasi azione di rivalsa”, vertici tra i quali figura il padre del ministro Boschi. Salvataggio di beni e corpi devastante per la reputazione del governo, e in particolare per quella del ministro Boschi accusata di produrre leggi “ad personam”.

Da Libero del 12/12/2015

“Le vent se lève, il faut tenter de vivre”. La bufera si sta rafforzando, e piuttosto che un “tenter de vivre” alla Paul Valéry, solo una trasparenza rapida e completa permetterebbe al ministro Boschi di uscire indenne da questa situazione. Trasparenza che per ora manca totalmente, lasciando l’impressione che per la Ministra Boschi “basti la parola”: sia sufficiente cioè affermare di non avere conflitto d’interessi, uscire dal consiglio al momento del voto, raccontare a Vespa che il padre è una brava persona per salvare la propria carriera politica.

Questa condotta stile “sopire, troncare” sarà forse efficace nella cerchia dei suoi amici e compagni di partito. Non lo è affatto in una democrazia che fin dai tempi della polis ateniese e delle riforme di Solone e Clistene del sec VII-VI a.C. chiede ai delegati del popolo di rendere conto dei patrimoni personali prima e dopo l’incarico pubblico. Troppo facile sarebbe infatti per un eletto favorire parenti e amici e infine ritirarsi tranquillamente, grazie allo scudo di una malintesa privacy.

Il ministro Boschi ha scelto per adesso la strada opposta, quella della non trasparenza:

Scelta permessa dalla legge, e della quale il ministro Boschi dovrà assumere le conseguenze politiche. Conseguenze che invece potrebbe – probabilmente – evitare, rispondendo alle seguenti cinque domande:

  1. Il padre del ministro Maria Elena Boschi, Pierluigi Boschi, è stato amministratore di Banca Etruria dal 2011 e vicepresidente dal maggio 2013, fino alla decadenza per commissariamento del febbraio scorso. Il Sole24Ore riporta che negli ultimi 5 anni i 13 ex amministratori e i 5 sindaci di Banca Etruria si sono assegnati compensi per oltre 14 milioni di euro: quanti di questi 14 milioni sono stati pagati al padre del ministro, Pierluigi Boschi?
  2. Gli amministratori di Banca Etruria si sono concessi fidi per 185 milioni (fonte: Sole24Ore): quanti di questi 185 milioni sono andati a società riconducibili alla famiglia del ministro Boschi?
  3. I crediti in incaglio o sofferenza in capo ad amministratori e sindaci di Banca Etruria valgono 90 milioni di euro (fonte: Sole24Ore): quanti di questi 90 milioni  sono dovuti da Pierluigi Boschi?
  4. I crediti in sofferenza o incaglio di Banca Etruria (record in Italia) ammontano a 3 miliardi: quanti di questi 3 miliardi di crediti in sofferenza o incagliati sono stati concessi a società amministrate da Pierluigi Boschi o da altri famigliari di esponenti del governo, a partire dal Presidente del Consiglio Renzi?
  5. In un solo biennio, tra 2013 e 2014, vengono spesi in consulenze da Banca Etruria ben 15 milioni di euro, con “incarichi che vengono forniti sulla stessa materia a diversi professionisti”: quanti di questi 15 milioni sono stati assegnati a familiari o amici del ministro Boschi?

Dare una risposta a queste 5 domande permetterebbe al ministro Boschi di allontanare da sè e dal governo Renzi i sospetti sollevati negli ultimi giorni. Senza risposte esaurienti al contrario non potremo che condividere le conclusioni di Roberto Saviano, vittima ieri del manganellamento mediatico dei dirigenti PD al completo:

In attesa delle spiegazioni migliaia di risparmiatori, lavoratori, pensionati, gente semplice (cittadini definiti con disprezzo “speculatori” dalle mosche cocchiere del governo) contemplano con disperazione i risparmi di una vita spariti nelle tasche di farabutti; farabutti probabilmente ben protetti politicamente.