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Ecco tutti gli errori di Renzi

Lunghissima e dettagliata analisi, capitolo per capitolo, della politica seguita dall’ex presidente del Consiglio, scritta e firmata da quattro economisti che da anni animano i dibattiti e gli studi del Nens come Salvatore Biasco, Vincenzo Visco, Pierluigi Ciocca e Ruggero Paladini. Risultato: “Alla luce delle considerazioni precedenti, è difficile sostenere che quella del Governo Renzi sia stata un’esperienza positiva”

di Salvatore Biasco, Pierluigi Ciocca, Ruggero Paladini e Vincenzo Visco

nuovatlantide.org, 22/01/2017

1. La nascita del Governo Renzi era stata accolta con molta fiducia e aspettative favorevoli, sia per la personalità del nuovo Presidente del Consiglio, che per la forza derivante dal fatto di essere il segretario del PD. In particolare ci si aspettava da Renzi il rilancio dell’economia e dell’occupazione, il contenimento del fenomeno populista e in particolare del M5S, il varo di riforme strutturali e istituzionali. A consuntivo dei tre anni di governo il bilancio non appare particolarmente positivo, anche se provvedimenti condivisibili non sono mancati quali quelli sui diritti civili, tema sul quale i Parlamenti precedenti non erano riusciti a deliberate, l’inizio di interventi di natura sociale, senza peraltro affrontare in modo organico il problema della diseguaglianza crescente, l’alternativa scuola lavoro, e l’aumento della tassazione di alcuni redditi finanziari.

2. Per quanto riguarda l’economia, discutibile e contradittoria appare la linea seguita in Europa. La presidenza italiana dell’Unione Europea poteva essere l’occasione per porre in discussione formalmente la politica economica seguita, imposta dalla Germania, in quanto errata sul piano teorico e inefficace o controproducente su quello pratico (salvo che per la Germania stessa). Gli argomenti non mancavano certo. A questo si è arrivati molto più tardi dopo un periodo che è sembrato di acquiescenza alle posizioni di Schauble. Ci si è arrivati con una linea indebolita dall’obiettivo di ottenere individualmente una maggiore flessibilità di bilancio da utilizzare non già per maggiore spese per investimenti bensì per finanziare la politica dei bonus, senza rendersi conto che la credibilità di un Paese fortemente indebitato come l’Italia dipendeva (e dipende) dalla capacità di rispettare gli impegni assunti, pur mantenendo i propri punti di vista, cercando eventualmente di farli valere anche con convergenze e alleanze con altri Paesi, con il Parlamento europeo, ecc.. Anche questo è stato carente. Poco si è puntato sul ridisegno della architettura complessiva. Non si è cercato di porre sul tappeto la questione della ristrutturazione del debito europeo, nonostante che a una proposta italiana (Visco) se ne fosse aggiunta una (pressoché identica) avanzata dai “saggi” consulenti della signora Merkel. Non si è posta sul tappeto neppure la questione della concorrenza fiscale in Europa. Durante la crisi greca, invece di fornire un sostegno al governo di Tsipras, si preferì defilarsi lasciando la Grecia al suo destino, secondo una deriva nazionalista che è andata inevitabilmente crescendo.
3. Per quanto riguarda la politica interna, la strategia seguita dal Governo Renzi si è ispirata sostanzialmente a una politica dell’offerta: riforme strutturali (in primis quella del mercato del lavoro), riduzione delle imposte, tagli alla spesa pubblica, maggiore libertà all’azione privata e riduzione dei vincoli amministrativi. In sostanza l’approccio mainstream che ha dominato il pensiero economico negli ultimi decenni, ma che, dopo la crisi del 2007-08, appariva non solo carente, ma anche superato sia in concreto, in quanto del tutto inadatto ad affrontare una situazione di deflazione e stagnazione come quella attuale, sia da un punto di vista teorico. Il risultato inevitabile è stato quello di sprecare ingenti risorse con l’obiettivo di rilanciare il consumo delle famiglie che invece è rimasto stagnante (per es. la Banca d’Italia ha valutato che l’erogazione degli 80 euro si è tradotta in consumi solo per il 40%), e di aumentare i profitti delle imprese nella speranza che esse avrebbero aumentato gli investimenti, cosa che in carenza di domanda non poteva accadere. Peraltro, anche la riduzione del cuneo fiscale (Irpef e imposte sulle imprese) tentata dal II Governo Prodi nel 2006 non aveva avuto successo: la riduzione delle imposte, invece di tradursi in investimenti determinò similmente un aumento degli accantonamenti delle imprese (e degli imprenditori).
Anche l’occupazione è stata massicciamente sussidiata con risultati complessivi che andranno valutati allo scadere degli incentivi previsti, ma probabilmente non esaltanti. Inoltre bisogna chiedersi quanto gli incentivi non abbiano contribuito a rendere conveniente impiegare lavoratori a bassa qualifica piuttosto che investire in nuove tecnologie e quindi contribuito alla riduzione della produttività.
4. Un altro approccio era invece possibile, come auspicato da molti e dimostrato dal XV rapporto Nens sugli andamenti e prospettive della finanza pubblica italiana che ha simulato gli effetti di una diversa strategia di politica economica basata sul riassorbimento progressivo delle clausole di salvaguardia oggi previste, su una efficace politica di contrasto all’evasione (come quella più volte proposta da uno degli autori) con il contestuale utilizzo dei proventi per misure di riduzione dell’Irpef e dei contributi sociali (cuneo) e di sostegno delle situazioni di povertà, e utilizzando tutte le altre risorse disponibili, incluse quelle derivanti dalla flessibilità europea, per spese di investimento ad elevato moltiplicatore.
Come si ricorderà, questa è la politica che recentemente è stata proposta dal FMI, dall’OCSE, e da autorevoli economisti in tutto il mondo. Pur prendendo con cautela i risultati ottenuti dalla simulazione, le direzioni cui avrebbe portato una strategia alternativa sono inequivocabili e di rilievo: nel periodo 2015-18 il PIL sarebbe cresciuto di (almeno) il 6% invece che del 3,8% implicito nelle manovre governative considerando i risultati acquisiti nel 2015 e quelli previsti nei documenti governativi per i tre anni successivi (e probabilmente sovrastimati); l’indebitamento pubblico per il 2017 si sarebbe collocato sull’1,6% invece del 2,3-2,4% oggi previsto; il debito pubblico sarebbe sceso al 130,2% del PIL, 2,5 punti in meno della stima del Governo. Inoltre ci sarebbero stati effetti positivi sull’occupazione, le aspettative e il clima di fiducia generale nei confronti della nostra economia sia in Italia che all’estero.
5. Un’altra grave carenza dell’azione economica del Governo Renzi (in parte da condividere col Governo Letta) riguarda la crisi bancaria che è stata causata in Italia non già da un eccesso di investimenti in prodotti strutturati, come in UK, USA, Germania, ecc., bensì dalla doppia recessione che ha determinato il fallimento di decine di migliaia di imprese e l’esplosione delle sofferenze. In tale situazione era necessario costituire al più presto una bad bank per smaltire i crediti deteriorati e rimettere in funzione il sistema. Non è stato fatto, e la crisi si è trascinata fino alla deprimente conclusione della vicenda MPS. Alla base di tale comportamento vi è stato un pregiudizio ideologico, condiviso e rafforzato dalla comunità dei banchieri, contro ogni intervento pubblico diretto nel settore. Se i Monti bonds fossero stati convertiti in azioni tra il 2013 e il 2014 (Governi Letta e Renzi), la situazione si sarebbe stabilizzata, non si sarebbero sprecati aumenti di capitale per 8 miliardi, e non si sarebbe verificata la massiccia fuga di depositi dal Monte che è la causa principale della richiesta da parte della BCE di una maggiore capitalizzazione della banca. La questione bancaria è stata più volte evidenziata come urgente dalla Banca d’Italia, ma senza successo. Che sarebbe entrato in vigore l’accordo sul bail in non poteva sfuggire al Governo. Inoltre, le mancate dimissioni del ministro Boschi in occasione della vicenda della banca Etruria che, pur non strettamente necessarie, sarebbero state politicamente utili, ha fortemente indebolito il Governo esponendolo a critiche spesso infondate, ma sempre efficaci da un punto di vista comunicativo, da parte delle opposizioni, contribuendo alla sostanziale paralisi operativa, alla politica dei rinvii e delle “soluzioni di mercato”, in nome delle quali si è deciso perfino di sostituire d’autorità il vertice del MPS. Incomprensibile ed inaccettabile, comunque, è non essere intervenuti almeno subito dopo lo stress test del luglio scorso a salvare il Monte, lasciando marcire la situazione a causa della priorità del momento, il referendum istituzionale. Il costo ulteriore per i contribuenti è rappresentato dai 4 miliardi di maggior aumento di capitale richiesto. Né va dimenticato che anche le riforme delle banche popolari e di credito cooperativo non sono state fatte in modo da evitare rilievi sia di carattere amministrativo che costituzionale.
6. E’ difficile valutare quale sia stata la politica industriale del Governo Renzi, sempre che ce ne sia stata una. Con industria 4.0 si è cercato di recuperare il terreno per quanto riguarda la digitalizzazione del Paese, ma il processo deve ancora partire. Analogamente la digitalizzazione della PA stenta a decollare e non si vede un disegno ed una visione unitaria. Sono stati confermati gli sgravi fiscali per ristrutturazioni e interventi energetici e ambientali, ma senza disegnare una strategia complessiva di trasformazione ecologica di settori dell’economia (a differenza di quando fatto in altri Paesi, Germania in testa). Si sono predisposti strumenti per affrontare le crisi industriali utilizzando la CDP, ma non si è saputo affrontare la questione delle infrastrutture da una prospettiva generale. Per quanto il Piano per la logistica e i Porti abbia un approccio condivisibile (e così quello relativo agli interventi delle Ferrovie) esso è rimasto del tutto laterale rispetto all’azione di Governo diretta verso altri fronti. Gli impegni di spesa sono stati essenzialmente collocati verso gli anni di scadenza (2020) del piano e di fatto lo stato di avanzamento su tutti i lavori concernenti i corridoi europei è in ritardo a causa della esiguità dei fondi disponibili. Sulla banda larga si rischia di creare concorrenza tra più operatori, con relativo spreco di risorse trattandosi di un monopolio naturale. Si difende l’italianità di Mediaset, e si è lasciato che Vivendi acquisisse il controllo di Telecom. In concreto la politica industriale di Renzi si è basata soprattutto e principalmente su un consistente insieme di misure di detassazione e incentivazione fiscale a pioggia, sicuramente molto gradito alle imprese, ma non in grado di indirizzare il Paese verso un nuovo assetto industriale e neppure di recuperare il potenziale industriale perso durante la crisi. L’idea di fondo è sempre la stessa: se lo Stato riduce il suo perimetro (riducendo le tasse, i contributi, ecc.) il mercato, le imprese, troveranno nuova energia e nuove opportunità di crescita a beneficio di tutti. Non si è fatto nessuno sforzo, né si è suscitato nessun dibattito su quali settori potrebbe essere utile sviluppare in Italia con il sostegno pubblico tenendo conto delle esigenze del Paese, delle possibili sinergie con la ricerca e le Università, della possibilità di creare occupazione, né si è avviato un dibattito sulla possibilità di utilizzare in modo diverso e coordinato il residuo sistema delle partecipazioni statali, che continua ad essere visto soprattutto come fonte di reddito per la finanza pubblica, prova ne sia la privatizzazione di Poste che è avvenuta prima di esplorare le sinergie che poteva avere con la digitalizzazione del Paese e con lo sviluppo della logistica di consumo. Non è stata elaborata nessuna strategia valida per il Mezzogiorno, mentre si ripropone drammaticamente la questione del dualismo del Paese. Tardiva è stata la predisposizione di Patti con Regioni e Città, che pur andando nella giusta direzione, appaiono spesso affrettati oltre che imperniati su progetti tirati fuori dai cassetti degli Enti locali, e in ogni caso improntati a una logica frammentaria e priva di visione organica. In tutte le politiche verso cui sono state indirizzate risorse pubbliche o varati mutamenti di assetto è mancata una vera e propria regia di attuazione e coordinamento degli attori, in un attivismo mirato a poter vantare interventi e riforme in vari campi, più che curarne la completezza, la qualità, il raccordo e l’implementazione.
7. Particolarmente discutibile è stata la politica tributaria del Governo Renzi. Dall’ultima riforma organica del fisco italiano, quella del 1996-97, sono passati 20 anni e quindi sarebbe necessaria una revisione complessiva. Ma il problema di fondo del sistema fiscale italiano rimane quello della evasione di massa, considerevolmente ridotta (in via permanente) dai governi di centrosinistra tra il 1996 e il 2000, tollerata e incentivata dal centrodestra, ridotta di nuovo durante il Governo Prodi del 2006-08, aumentata durante il successivo Governo Berlusconi. Renzi ha ignorato il problema di una revisione sistematica del sistema e anzi ne ha accentuato il degrado con provvedimenti ad hoc, frammentari, episodici senza alcuna consapevolezza della necessità di una visione organica. Per quanto riguarda il contrasto all’evasione, all’inizio Renzi sembrava orientato ad intervenire, ed infatti adottò alcune delle misure proposte in un rapporto del Nens del giugno 2014, in particolare il reverse charge e lo split payment, misure che, visto il successo ottenuto (anche al di là delle previsioni) , sono state sistematicamente presentate come la dimostrazione dell’impegno e del successo del Governo nel contrasto all’evasione, sempre riaffermato pubblicamente, ma ben poco praticato in realtà. Le altre proposte contenute nel rapporto Nens sono state invece ignorate, tra queste l’uso dell’aliquota ordinaria nelle transazioni intermedie IVA, l’adozione del sistema del margine in alcune transazioni al dettaglio, la trasmissione telematica obbligatoria dei dati delle fatture IVA….In verità quest’ultima misura è stata adottata con l’ultima legge di bilancio, ma in modo tale da risultare in buona misura inefficace, in quanto è esclusa la trasmissione automatica dei corrispettivi delle vendite finali, non è previsto l’accertamento automatico in caso di evasione manifesta, non sono state introdotte misure di cautela nel caso in cui la reazione dei contribuenti comportasse una riduzione del margine abituale sui ricavi (mark up); le sanzioni, già modeste, sono state ulteriormente ridotte, l’entrata in funzione rinviata….In sostanza si è seguita la stessa logica in base alla quale, in seguito all’introduzione obbligatoria del POS ci si dimenticò di prevedere una sanzione in caso di inadempienza. Eppure il rapporto Nens stimava che la misura fosse potenzialmente in grado di produrre oltre 40 miliardi di recupero di evasione.
Contemporaneamente l’amministrazione finanziaria è stata delegittimata e indebolita, non si è salvaguardata la sua autonomia, si è consentito che membri del Governo attaccassero l’Agenzia delle Entrate, non si è data soluzione al problema creato da una discutibile sentenza della Corte Costituzionale relativa agli incarichi dirigenziali. Non si sono investite risorse nell’informatica.
Ma più in generale, l’intera politica fiscale si è indirizzata in direzione opposta a quella di serietà e di un ragionevole rigore: il sistema sanzionatorio è stato modificato innalzando le soglie di punibilità penale e restringendo le fattispecie incriminatrici; inizialmente era stato perfino proposto di depenalizzare la frode fiscale, misura poi rientrata; l’abuso del diritto (elusione) è stato depenalizzato e ridotto ad una fattispecie residuale, senza considerare il fatto che prima o poi la Cassazione e la Corte di Giustizia europea ristabiliranno l’interpretazione corretta. Ciò peraltro è già avvenuto con il falso in bilancio per cui la Cassazione ha già vanificato la portata della norma che allentava ben oltre quella approvata dal Governo Berlusconi, e per anni criticata dal centrosinistra, la possibilità di punire tale comportamento. E’ stato abolito il termine lungo di accertamento amministrativo per le condotte penalmente rilevanti, contrariamente a quanto previsto dalla normativa prevalente in Europa. La riscossione dei tributi è stata fortemente indebolita prevedendo la possibilità di rateazioni fino a 72 rate per i debitori decaduti negli ultimi due anni da un precedente piano di dilazione, ciò mentre per i debiti nei confronti di privati (banche) si sono accelerate le procedure di riscossione coattiva creando una inaccettabile discriminazione tra pubblico e privato. Ci si è uniformati alla propaganda del M5S sopprimendo, anche se solo in apparenza, Equitalia, e introducendo un condono (rottamazione) delle cartelle esattoriali, relative – è bene ricordarlo – a evasori conclamati, spesso sanciti come tali da più gradi di giudizio. Si sono varate due voluntary disclosures in apparente ossequio a un indirizzo internazionale, senza considerare che negli anni precedenti erano già stati varati da Tremonti ben due condoni in materia. Si è cercato di introdurre una sorta di riciclaggio di Stato prevedendo la sanatoria anche per il contante, norma che fortunatamente non è sopravvissuta alle critiche. Si è innalzata a 3000 euro la soglia di utilizzazione del contante favorendo così non solo l’evasione ma anche il riciclaggio. La norma sugli 80 euro, operando in un ristretto intervallo di reddito, da un lato ha penalizzato relativamente i redditi più bassi, e dall’altro ha introdotto un’aliquota marginale implicita pari al 79,5% (48% a causa del venir meno degli 80 euro, cui si aggiunge l’aliquota effettiva (formale e implicita) Irpef del 31,5%) per i contribuenti collocati sul limite superiore di applicazione della misura (tra i 24000 e i 26000 euro), per cui è stato necessario inserire nella ultima legge di bilancio, e in previsione degli aumenti contrattuali, una norma di deroga che non si sa ancora come opererà. L’Irpef è stata ulteriormente distorta dalla detassazione dei premi di produttività che fa sì che neanche i redditi di lavoro entrino più interamente nella base imponibile della imposta sul reddito in deroga a qualsiasi principio di progressività. Molte sono state le norme a favore delle imprese: dalla eliminazione dall’Irap dei redditi di lavoro (il che equivale ad escluderli da qualsiasi contributo specifico per la spesa sanitaria), alla decontribuzione per i nuovi assunti, alla patent box, al rafforzamento dell’ACE col recupero dell’incapienza sull’Irap, alla assegnazione agevolata dei beni ai soci, alle norme di accelerazione degli ammortamenti, alla riduzione dell’aliquota Ires al 24% e all’introduzione dell’IRI, all’eliminazione dell’IMU sui cosiddetti “imbullonati”. L’agricoltura è stata ulteriormente detassata (Irap, imposta patrimoniale), senza considerare che il settore era già quello più agevolato sul piano fiscale e quello in cui maggiore è l’evasione. La condivisibile esigenza di redistribuire il prelievo alleviandolo per alcuni settori e fattispecie non è stata affrontata, in altre parole, in modo organico e secondo un disegno preciso, ma con provvedimenti frammentari e ad effetto guidati da preoccupazioni di consenso. Si è inoltre rinunciato alla revisione del catasto dei fabbricati che era in dirittura d’arrivo e necessario avviare, e si è eliminata l’imposizione patrimoniale sulla casa di abitazione. Con le modifiche dell’Irap, della Tasi, e con le misure connesse all’obbligo di pareggio di bilancio e al funzionamento del fondo di solidarietà si è svuotata l’autonomia impositiva di regioni ed enti locali. Si è rinviato l’esercizio della delega di revisione delle cosiddette tax expenditures, che sono viceversa di molto aumentate. In tema di tassazione delle rendite finanziarie è stato aumentato il differenziale con la tassazione dei titoli pubblici, e nel complesso, pur essendo l’obiettivo condivisibile, il sistema il sistema è stato reso sempre più irrazionale.
8. Per quanto riguarda le riforme “strutturali”, quella più importante per il Governo era ovviamente la riforma istituzionale. Oggi è senso comune criticare Renzi per aver “personalizzato” e politicizzato lo scontro sul referendum confermativo, ma il problema nasce prima. La personalizzazione infatti è avvenuta immediatamente, fin dall’inizio del dibattito parlamentare quando Renzi ha imposto la sua peculiare visione della riforma senza accettare critiche né mediazioni, visione che aveva a cuore nella sostanza il fatto che i futuri senatori non dovessero beneficiare di alcuna retribuzione per ridurre i costi della politica oltre a quella derivante dalla drastica riduzione del loro numero. Questo è stato l’unico punto considerato irrinunciabile perché tutto il resto della proposta iniziale è stato oggetto di cambiamento per cercare convergenze tattiche. Questo approccio ha compromesso fin dall’inizio la possibilità di successo della riforma. Ed in verità il dibattito parlamentare al Senato mostra chiaramente che se si fossero accettati due punti essenziali, vale a dire che anche il numero dei deputati fosse ridotto a 400, e quello dei senatori a 200, e che i senatori fossero eletti direttamente dal popolo, ferma restando la differenza delle funzioni delle due assemblee e l’attribuzione del voto di fiducia alla sola Camera dei Deputati, la riforma avrebbe ottenuto un consenso molto ampio evitando la necessità del referendum, o comunque depotenziandone la portata politica. E’ qui emersa una caratteristica di fondo dell’approccio di Renzi alle riforme: la necessità di determinare in ogni caso rotture, divisioni, contrapposizioni, secondo una logica amici-nemici che, a ben vedere, riguardava principalmente una parte rilevante della sua costituency e del suo stesso partito. La questione di fondo era ideologica: le tradizionali posizioni della sinistra italiana non dovevano avere più legittimità: esse rappresentavano comunque il vecchio, qualcosa da rimuovere e “rottamare”.
9. La stessa logica è stata seguita sul jobs act, dove l’avversario principale è diventato il sindacato e in particolare la CGIL. Una riforma contro, quindi, e non una riforma utile per tutti. E anche in questo caso sarebbe stato sufficiente evitare alcuni eccessi e adottare, per esempio, il modello di contratto a tutele crescenti proposto da tempo da Tito Boeri, per ottenere un consenso pressoché unanime. Il risultato è stato quello di rischiare di sottoporre il Paese ad un ‘altra prova referendaria di cui non si sentiva certo il bisogno. Sui vouchers si sono allargate le maglie senza pensare ai possibili abusi, tanto che ora sarà necessario un intervento correttivo.
10. La riforma della scuola è avvenuta secondo lo stesso approccio: anche in questo caso il “nemico” era inizialmente il sindacato, ma ben presto sono diventati gli insegnanti. Il modello proposto è stato quello dell’autonomia scolastica interpretata come meccanismo in grado di simulare una sorta di mercato all’interno del settore pubblico, meccanismo che avrebbe inevitabilmente aumentato le diseguaglianze nei livelli di insegnamento tra le diverse zone del Paese e quartieri delle città. Ciò di cui avrebbe invece bisogno la scuola italiana è una modernizzazione dei programmi, un ripensamento dei cicli scolastici, una migliore qualità dei docenti, una carriera per i docenti, e investimenti rilevanti per ridurre le distanze tra le scuole di migliore qualità e le altre, rivalutando il ruolo sociale dei docenti, limitando le ingerenze indebite delle famiglie, prevedendo concorsi per le assunzioni, ecc. Ora il Governo Gentiloni è costretto a ritornare indietro (anche troppo) su alcuni punti della riforma cercando un accordo con i sindacati. E’ stata giusta l’introduzione nella nostra scuola dell’alternanza tra studio e lavoro. Ma al solito con fondi insufficienti e senza adeguata regia. Rimane non coordinato il canale dell’istruzione professionale di competenza statale con quello di competenza regionale e manca un Sistema Nazionale di Valutazione. Anche la ricerca pubblica non ha avuto alcuna razionalizzazione visto che non si è posto mano alla dispersione dei centri e al loro scarso coordinamento. L’Italia rimane nel mezzo delle due grandi direttrici della ricerca, quella dei grandi progetti diretti ai paradigmi tecnologici e che mettono insieme alte capacità realizzative industriali, Università, centri di ricerca (che può solo svolgersi come partecipazione a progetti di ricerca internazionali, in primo luogo quelli europei) e quella che si adatta alle situazioni concrete e esigenze tecnologiche specifiche. Di fatto l’Italia non segue né l’una né l’altra. Sebbene siano stati finalmente aumentati, dopo anni di tagli, i fondi per la ricerca pubblica, questi sono stati allocati in modo tale da suscitare una vera e propria sollevazione della comunità scientifica. L’eccessivo affidamento a criteri di mercato, soprattutto attraverso criteri di valutazione tecnicamente molto discutibili, si è riprodotto con l’Università producendo gli stessi problemi della scuola di determinare una frattura e differenziazioni che senza governance e correttivi del processo, rischiano di penalizzare pesantemente gli Atenei meridionali, non si capisce con quale vantaggio per il Paese.
11. La riforma della giustizia è rimasta al palo. In questo caso, la categoria presa di mira è stata quella dei magistrati attaccati sulle ferie, sulle retribuzioni e sulla età pensionabile, sulla quale, peraltro, si è fatta una parziale marcia indietro che si spera non diventi totale. In questo caso, tuttavia, va riconosciuto che, data la composizione del Governo, la riforma non era agevole. Va però sottolineato che il problema della legalità (corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata) non sembra essere stato al centro delle preoccupazioni e del programma di Governo. In diverse occasioni Renzi ha negato che in Italia esista un problema di evasione di massa, o che in alcune regioni italiane il potere dello Stato è contestato e talvolta vanificato dall’esistenza delle mafie. Molta propaganda è stata fatta all’Autorità anticorruzione guidata da Cantone, e sono state approvate nuove norme, secondo alcuni insufficienti, ma il punto di fondo è che i tre fenomeni sopra ricordati sono intrinsecamente collegati e andrebbero affrontati insieme e posti all’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze politiche, cosa che non è avvenuta. Uno degli strumenti possibili era quello di varare finalmente una buona legge sui partiti, legge di cui si è parlato, ma che non ha fatto passi avanti.
12. Quanto alla riforma della PA, si è seguito un vecchio modello, già sperimentato e fallito più di una volta, secondo una visione organicistica della PA, attaccando la dirigenza pubblica e portando alle estreme conseguenze una logica privatistica che mal si adatta al settore pubblico i cui dirigenti non possono essere assimilati a quelli delle imprese private, ma necessitano di competenze specifiche e specializzazioni. Anche in questo caso la riforma si è esposta a rilievi di ordine amministrativo e costituzionale.
13. Alla luce delle considerazioni precedenti, è difficile sostenere che quella del Governo Renzi sia stata un’esperienza positiva. Il Paese è oggi più diviso, il PD è politicamente isolato (salvo l’alleanza con Alfano e Verdini) ed è diviso, data la radicalità dello scontro sul referendum, si sono verificate fratture nelle famiglie e nelle amicizie. Le riforme sono state contestate e in parte sono rimaste sulla carta. L’opinione pubblica è confusa, disorientata, arrabbiata, e sempre più influenzabile da posizioni qualunquiste e di antipolitica. Dopo il risultato del referendum è inoltre diffusa, soprattutto all’interno dell’establishment la convinzione che il Paese è irriformabile e rassegnato al proprio destino. La colpa sarebbe della gente che non capisce. Ma così non è, la gente desidera riforme, ma vorrebbe capirne finalità e modalità, desidera essere coinvolta, e soprattutto vedere una classe dirigente preoccupata dei problemi e delle difficoltà dei cittadini comuni. Soprattutto ci sarebbe bisogno di un a classe dirigente competente e all’altezza. Uno dei lasciti del Governo Renzi rischia di essere proprio quello di aprire la strada a una classe dirigente ancora meno qualificata.
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Bancocrazia

di John Weeks , Eric Toussaint , Stavros Tombazos , Pritam Singh , Benjamin Selwyn , Alfredo Saad Filho , Patrick Saurin , Sabri Öncü , Susan Pashkoff , Ozlem Onaran , Thomas Marois , Philippe Marlière , Francisco Louça , Stathis Kouvelakis , Andy Kilmister , Michel Husson , Michael Hudson , David Harvey , Pete Green , Giorgos Galanis , Alan Freeman , Gilbert Achar, Costas Lapavitsas 22 aprile 2016

Nove anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria che continua a causare dannosi effetti sociali attraverso le misure d’austerità imposte a popolazioni vittime, è ora di dare un altro sguardo agli impegni che erano stati presi all’epoca da banchieri, finanzieri, politici e organismi di regolazione. Questi quattro attori hanno mancato in misura fondamentale di mantenere le promesse fatte sulla scia della crisi: di moralizzare il sistema bancario, di separare le banche commerciali dalle banche d’investimento, di por fine agli stipendi e ai premi esorbitanti e, infine, di finanziare l’economia reale. All’epoca non abbiamo creduto a tali promesse, e per buoni motivi. Invece che a una moralizzazione del sistema bancario, tutto ciò cui abbiamo assistito è stata una lunga lista di appropriazioni indebite, portate alla luce da una serie di fallimenti bancari a partire da quello della Lehman Brothers il 15 settembre 2008.

Dal solo 2012 la lista di salvataggi include: Dexia in Belgio e in Francia (2012, il terzo salvataggio), Bankia in Spagna (2012), Espirito Santo (2014) e Banif (2015) in Portogallo, Laiki e Bank of Cyprus a Cipro (2013), Monte dei Paschi, Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio e Carifer in Italia (2014-2015), NKBM in Slovenia (2012), SNS Reaal in Olanda (2013) e Hypo Alpe Adria in Austria (2014-2015) e questi sono solo alcuni esempi. La cosa più intollerabile è che le autorità pubbliche hanno deciso di pagare il riscatto a queste banche facendo sopportare ai cittadini le conseguenze degli affari immorali dei loro amministratori e azionisti. Una separazione o “erezione di uno steccato” tra le banche commerciali e le banche d’investimento resta null’altro che una pia illusione. La cosiddetta riforma delle banche intrapresa in Francia nel 2012 da Pierre Moscovici, il ministro francese delle finanze e dell’economia, si è rivelata una finta. Quanto alle remunerazioni dei banchieri, il tetto ai compensi variabili adottato dal Parlamento Europeo il 16 aprile 2013 ha avuto la sua conseguenza immediata: un aumento dei compensi fissi e il ricorso a una clausola di immunità prevista per legge.

Nessuna misura intesa a evitare altre crisi è stata imposta al sistema finanziario privato. Governi e varie autorità che dovrebbero garantire che le norme siano rispettate e migliorate hanno o accantonato o considerevolmente attenuato le trascurabili misure annunciate nel 2008-2009. La concentrazione delle banche è rimasta immutata, così come le loro attività ad alto rischio. Ci sono stati altri scandali che hanno coinvolto tra quindici e venti più grandi banche private d’Europa e degli Stati Uniti, implicanti prestiti tossici, mutui ipotecari fraudolenti, manipolazioni del mercato delle divise, di quello dei tassi d’interesse (il particolare del LIBOR) e dei mercati dell’energia, enormi evasioni fiscali, riciclaggio di denaro sporco del crimine organizzato, e via dicendo. Lo scandalo dei Panama Papers dimostra come le banche stiano utilizzando i paradisi fiscali. Il Financial Times ha scritto che il primo ministro britannico, David Cameron, è intervenuto di persona per impedire che fondi fiduciari all’estero fossero trascinati nel giro di vite a livello UE contro l’elusione fiscale.

Le autorità si sono limitate a imporre multe, normalmente risibili quando paragonate ai reati commessi. Tali reati hanno impatto negativo non solo sulla finanza pubblica ma anche sul tenore di vita di milioni di persone in tutto il mondo. Responsabili degli organi di disciplina, come Martin Wheatley, ex direttore della Financial Conduct Authority di Londra,  sono stati licenziati per aver tentato di svolgere correttamente il loro lavoro e per essere stati troppo critici del comportamento delle banche. George Osborne, il Cancelliere dello Scacchiere, ha licenziato Martin Wheatley nel luglio del 2015, nove mesi prima della scadenza del suo contratto quinquennale.

Anche se ovviamente da incolpare, nessun dirigente di banca negli Stati Uniti o in Europa (con l’eccezione dell’Islanda) è stato condannato, mentre gli operatori, che sono meri sottoposti, sono processati e condannati a da cinque a quattordici anni di carcere.

Come nel caso della Royal Bank of Scotland nel 2015, banche sono state nazionalizzate con grande spesa pubblica per proteggere gli interessi di grandi azionisti privati e sono state rivendute al settore privato per una frazione del loro valore. Salvare la RBS è costato 45 miliardi di sterline di fondi pubblici, mentre la sua ri-privatizzazione probabilmente si tradurrà in una perdita di altri 14 miliardi.

Infine, quanto a se le banche stiano oggi finanziando l’economia reale, i tentativi attuati dalle banche centrali non sono riusciti ad avviare, a oggi, nemmeno l’inizio di una reale ripresa dell’economia.

Poiché sentiamo, in particolare alla luce dell’esperienza della Grecia, che le banche siano un elemento essenziale di qualsiasi progetto di cambiamento sociale, proponiamo che siano prese misure immediate per conseguire i seguenti sei obiettivi:

  1. Ristrutturare il settore bancario
  2. Sradicare la speculazione
  3. Cancellare il segreto bancario
  4. Disciplinare il settore bancario
  5. Trovare modi alternativi di finanziare la spesa pubblica
  6. Rafforzare le banche pubbliche

In una seconda parte svilupperemo i nostri argomenti a favore della socializzazione del settore bancario.

  1. MISURE IMMEDIATE
  2. Ristrutturazione del settore bancario

Ridurre radicalmente la dimensione delle banche al fine di eliminare il rischio rappresentato dalle banche sistemiche [1] “troppo grandi per fallire”.

Separare le banche commerciali dalle banche d’investimento. Le banche commerciali saranno le sole istituzioni finanziarie autorizzare a ricevere depositi dei risparmiatori e sostegno pubblico (sottoscrizione di depositi a risparmio e accesso a contante dalla banca centrale). Queste banche commerciali saranno autorizzate a concedere prestiti solo a persone fisiche e ad aziende locali e nazionali private e a entità pubbliche. Sarà loro vietato di condurre attività sui mercati finanziari. Ciò che questo significa è che non sarà consentito loro di coinvolgersi in cartolarizzazioni; i prestiti non potranno essere trasformati in titoli negoziabili e le banche commerciali dovranno conservare i prestiti sui propri libri fino ad avvenuto rimborso. La banca che ha concesso un prestito deve sopportarne il rischio.

Le banche d’investimento non avranno titolo a sottoscrizioni pubbliche;  in caso di fallimento di una banca tutte le perdite saranno subite dal settore privato, a partire dagli azionisti (sulla totalità del loro attivo; vedere oltre).

Vietare i rapporti creditizi tra banche commerciali e banche d’investimento. Seguendo il principio di Fredéric Lordon di imporre un vero e proprio “apartheid” tra banche commerciali e banche d’investimento, in nessun caso alle banche commerciali sarà consentito di intrattenere un rapporto creditizio con una banca d’investimento. [2]

  1. Sradicare la speculazione

Vietare la speculazione. Come propone Paul Jorion, la speculazione deve essere vietata. “In Francia la speculazione è stata autorizzata nel 1885 e in Belgio nel 1867. Di fatto la speculazione è stata definita molto chiaramente dalla legge mirata a ‘vietare le scommesse sui movimenti al rialzo e al ribasso di titoli finanziari’.’ Con un simile divieto chiunque pratichi la speculazione sarebbe colpevole di una violazione; che si tratti della banca X o della banca Y non fa alcuna differenza” [3]. Ciò potrebbe includere sanzioni a banche che speculino per conto proprio o nell’interesse di propri clienti.

L’acquisizione di proprietà tangibili (materie prime, merci, terreni, edifici, ecc.) o titoli (azioni, obbligazioni o qualsiasi altro titolo) da parte di una banca o di altra istituzione finanziaria con l’intenzione di speculare sul loro prezzo sarà vietata.

Vietare i derivati. Questo significa che le banche e le altre istituzioni finanziarie che vogliono coprirsi da vari tipi di rischi (associati a rapporti di cambio, tassi d’interesse, insolvenze, ecc.) dovranno tornare a utilizzare i contratti tradizionali di assicurazione.

Prescrivere alle banche di richiedere l’autorizzazione prima di mettere sul mercato prodotti finanziari. Le banche d’investimento dovranno sottoporre qualsiasi nuovo strumento finanziario alle autorità di controllo (ciò non si applica ai derivati, poiché saranno messi fuorilegge) a fini di autorizzazione prima dell’immissione sul mercato.

Separare le attività di consulenza da quelle di mercato. Siamo anche d’accordo con l’economista belga Eric de Keuleneer che propone di separare le attività di consulenza da quelle di mercato. “Non è giusto che le banche assumano debiti rischiosi consigliando contemporaneamente i clienti sulla qualità di tali debiti o che siano attualmente in grado di speculare sull’oro e contemporaneamente di consigliare ‘disinteressatamente’ i loro clienti ad acquistare oro.” Per questo egli propone di creare attività di intermediazione.

Vietare le transazioni ad alta frequenza e il settore bancario ombra. Limitare rigidamente che cosa può essere iscritto in contabilità fuori bilancio [4]. Vietare le vendite allo scoperto con e senza prestito dei titoli relativi.

  1. Cancellazione del segreto bancario

Vietare i mercati finanziari non regolamentati [over the counter]. Tutte le transazioni sui mercati finanziari devono essere registrate, tracciabili, regolate e controllate. Fino a oggi i principali mercati finanziari sono stati non regolamentati, cioè non sono soggetti a nessun controllo di alcun genere. Questo vale per il mercato FOREZ (5.300 miliardi di dollari al giorno) [5], per il mercato dei derivati, per i mercati delle materie prime e dei prodotti agricoli [6], eccetera.

Cancellazione del segreto bancario. Alle banche deve essere prescritto di comunicare tutte le informazioni riguardanti i loro amministratori, le loro varie entità, i loro clienti, le attività che conducono e le transazioni che attuano per conto dei propri clienti e in nome proprio. Analogamente la contabilità bancaria deve anche essere leggibile e comprensibile. L’abbandono del segreto bancario deve divenire un fondamentale imperativo democratico per tutti i paesi. Concretamente questo significa che le banche devono rendere disponibili alle autorità fiscali: una lista dei nomi dei beneficiari di interessi, dividendi, utili di capitale e altre entrate finanziarie; informazioni sull’apertura, modifica e chiusura di conti bancari al fine di creare un archivio nazionale dei conti bancari; tutte le informazioni sui movimenti di capitale all’interno e fuori dal paese, inclusa in particolare l’identificazione di chi impartisce l’ordine.

Vietare le transazioni con paradisi fiscali. Alle banche deve essere vietato di attuare qualsiasi transazione con un paradiso fiscale.  Il mancato rispetto del divieto deve comportare sanzioni molto aspre (compresa la possibile revoca della licenza) e multe pesanti.

  1. Disciplinare il settore bancario

Prescrivere alle banche di aumentare radicalmente il volume dei fondi propri (capitale) in rapporto con i loro attivi totali [7]. Mentre il capitale è generalmente inferiore al 5% degli attivi bancari, noi crediamo che il minimo legale dovrebbe essere portato al 20%.

Vietare la socializzazione delle perdite delle banche e di altre istituzioni finanziarie. Significa vietare che autorità pubbliche garantiscano debiti privati con fondi pubblici.

Ripristinare la responsabilità illimitata dei maggiori azionisti in caso di fallimento bancario. Il costo di un fallimento deve essere recuperabile dal patrimonio totale degli azionisti principali (che si tratti di persone fisiche o di società).

Nel caso di fallimento di una banca i depositi dei clienti delle banche commerciali devono continuare a essere garantiti dallo stato fino al limite di un importo ragionevole per una famiglia di classe medio-alta (stimato oggi in 150.000 euro e soggetto a dibattito democratico).

Tassare pesantemente le banche. Gli utili delle banche devono essere strettamente assoggettati a prescrizioni legali riguardanti la tassazione delle imprese. Di fatto le aliquote che le banche attualmente pagano sono molto considerevolmente inferiori al tasso legale, che esso stesso e troppo basso. Le transazioni bancarie in divise [8] e in titoli finanziari devono essere tassate. Deve essere tassato il debito a breve termine delle banche al fine di promuovere il finanziamento a lungo termine.

Perseguire sistematicamente gli amministratori bancari colpevoli di reati e infrazioni finanziarie e revocare la licenza bancaria a istituzioni che non rispettino i divieti e siano colpevoli di appropriazioni indebite.

Trovare un altro modo per salvare le banche. In aggiunta alle misure di cui sopra – responsabilità illimitata dei maggiori azionisti (con riferimento al loro intero patrimonio), garanzia dei depositi sino a 150.000 euro e divieto di garantire il debito privato con fondi pubblici – deve essere creato un meccanismo per il fallimento ordinato delle banche, consistente in due strutture. Una bad bank privata (di proprietà di azionisti privati senza alcun costo per le autorità pubbliche) e una banca pubblica cui siano trasferiti i depositi e gli attivi certi. Certi esperimenti recenti possono servire da ispirazione, in particolare le misure assunte dall’Islanda a partire dal 2008 [9].

  1. Trovare altri modi per finanziare il debito pubblico

Prescrivere alle banche di detenere una quota dei titoli del debito pubblico.

Le banche centrali dovrebbero concedere di nuovo prestiti senza interessi alle autorità pubbliche. Diversamente dalla prassi attuale della BCE, conseguenza dei trattati europei, la banca centrale sarebbe in grado di offrire finanziamenti senza interessi allo stato e a tutti gli enti pubblici (città, ospedali, organismi di edilizia popolare, eccetera) al fine di condurre politiche socialmente eque nel contesto della transizione ambientale.

  1. Rafforzare le banche pubbliche esistenti

e ricrearle nei paesi in cui sono state privatizzate (sarebbero, ovviamente, sottoposte come tutte le altre banche alle misure concrete discusse più sopra). In Francia, nel 2012, un collettivo ha rivolto un appello “Pour un Pôle Public Financier au service des Droits !” (Per un polo finanziario pubblico al servizio dei diritti) [10] che appoggi la creazione di una struttura bancaria pubblica. Il grande svantaggio di questo progetto è che non arriva alla radice del problema poiché accanto a un settore bancario pubblico insignificante continuerebbero a esistere banche private e un settore cooperativo che è cooperativo solo nel nome. In Belgio, dove il governo ha privatizzato le ultime banche pubbliche negli anni ’90, nel 2011 lo stato ha riacquistato la “parte” bancaria di Dexia, di cui è proprietario al 100%. La Dexia Bank è divenuta Belfius e ha ancora uno status privato. La Belfius deve diventare una vera banca pubblica e devono essere applicate le misure concrete formulate più sopra. Lo stato ha pagato 4 miliardi di euro, un importo che la stessa Commissione Europea ha considerato del tutto irragionevole. Ciò che avrebbe dovuto fare è questo: la Belfius avrebbe dovuto essere creata senza costi per le finanze pubbliche come istituzione bancaria finanziata dai depositi dei clienti e da tutti gli attivi certi della Dexia Bank. La banca avrebbe dovuto essere posta sotto il controllo dei cittadini. Le condizioni di lavoro, i posti e il reddito del personale avrebbero dovuto essere garantiti, mentre la remunerazione versata agli amministratori avrebbe dovuto essere radicalmente ridotta. Ai membri del consiglio e ai dirigenti avrebbe dovuto essere vietato di avere posizioni in un’istituzione privata. Avrebbero dovuto essere presentate denunce contro gli amministratori della Dexia a cura del ministero per le malefatte penali da essi commesse. Il Rapporto No.58 depositato dal senato francese sulla Société de financement local (SFIL) stima il costo del fallimento della Dexia in circa 20 miliardi di euro (13 miliardi per la Francia, compresi 6 miliardi stanziati per la ricapitalizzazione e il resto per coprire parte delle penalità per il rimborso anticipato di prestiti tossici; 6,9 miliardi di euro per il Belgio, corrispondenti alla nazionalizzazione della Dexia Bank Belgium e alla ricapitalizzazione di Dexia) alla data del rapporto. Il 1 febbraio 2013 la Francia ha creato una struttura al 100% pubblica (con lo stato che detiene il 75%, la CDC il 20% e la Banque Postale il 5%) al fine di acquisire il 100% della Dexia Municipal Agency (una sussidiaria della Dexia Credit Local) che è divenuta la Caisse Francaise de Financement Local (CAFFIL).

  1. SOCIALIZZARE IL SETTORE BANCARIO

Mettere in pratica le misure concrete che abbiamo menzionato sopra costituirebbe un progresso nella risoluzione della crisi del settore bancario, ma il settore privato continuerebbe a occupare una posizione dominante.

Sono anche necessarie misure permanenti di lungo termine

Se l’esperienza di questi ultimi anni dimostra qualcosa è che le banche non devono essere lasciate nelle mani di capitalisti. Se, attraverso la mobilitazione popolare, possiamo far sì che le misure discusse in precedenza (che sono aperte a ulteriore dibattito al fine di migliorarle e completarle) siano applicate, il capitale farà tutto il possibile per recuperare parte del terreno che avrà perduto, individuando molteplici modi per aggirare le norme, utilizzando le proprie potenti risorse finanziarie per comprare il sostegno di legislatori e leader governativi al fine di liberalizzare, ancora una volta, e accrescere i profitti al massimo, senza riguardo per gli interessi della maggioranza della popolazione.

E’ necessario socializzare il settore bancario sotto il controllo dei cittadini

Poichè i capitalisti hanno dimostrato esattamente quanto in là sono disposti a spingersi, assumendo rischi (rischi delle cui conseguenze si rifiutano di essere chiamati a rispondere) e commettendo reati al solo fine di accrescere i loro profitti, poiché le loro attività si traducono regolarmente in pesanti costi subiti dalla società nel suo complesso, poiché la società che vogliamo costruire deve essere guidata dal perseguimento del bene comune, della giustizia sociale e della ricostituzione di relazioni equilibrate tra gli esseri umani e le altre componenti della natura, il settore bancario deve essere socializzato. Come propone Frédéric Lordon, deve essere attuata una “de-privatizzazione totale del settore bancario” [11]. La socializzazione del settore bancario nella sua interezza è raccomandata dalla federazione sindacale Sud BPCE in Francia [12].

Socializzare il sistema bancario significa:

  • esproprio, senza risarcimento (o con il risarcimento simbolico di un euro) dei grandi azionisti (i piccoli azionisti saranno risarciti per intero);
  • concessione di un monopolio delle attività bancarie al settore pubblico, con un’unica eccezione: l’esistenza di un piccolo settore bancario cooperativo (sottoposto alle stesse norme fondamentali del settore pubblico);
  • creazione di un servizio pubblico per risparmi, credito e investimenti, con una struttura duplice: una rete di piccole filiali “al dettaglio”, da un lato, e dall’altro di agenzie specializzate responsabili della gestione dei fondi e del finanziamento degli investimenti non gestiti dai ministeri responsabili della sanità, dell’istruzione, dell’energia, dei trasporti, delle pensioni, della transizione ambientali pubbliche, eccetera. A questi ministeri sarà fornito lo stanziamento necessario per assicurare i loro investimenti e un funzionamento efficiente. Le agenzie specializzate interverranno in aree e attività che esorbitino la competenza e le sfere d’azione dei ministeri, al fine di garantire che siano coperti tutti i bisogni;
  • Definizione, con la partecipazione dei cittadini, di una Carta relativa agli obiettivi da conseguire e alle missioni da attuare e che ponga i risparmi pubblici, il credito e le entità di investimento al servizio delle priorità definite da un processo democratico di pianificazione;
  • Trasparenza delle comunicazioni finanziarie che devono essere presentate al pubblico in forma comprensibile;

 

E’ usato il termine “socializzazione”, preferendolo a “nazionalizzazione” o a “proprietà statale” per rendere chiaro il ruolo essenziale del controllo da parte dei cittadini, con un processo decisionale condiviso tra amministratori, rappresentanti del personale, clienti, associazioni non a fini di lucro, dirigenti locali e rappresentanti delle entità bancarie pubbliche regionali e nazionali. Perciò il modo in cui sarà esercitato il controllo attivo dei cittadini dovrà essere definito con mezzi democratici. Analogamente devono essere incoraggiati il controllo sull’attività delle banche da parte dei dipendenti del settore bancario e la loro partecipazione attiva all’organizzazione del lavoro. Gli amministratori delle banche devono distribuire un rapporto pubblico annuale sulla loro gestione. La preferenza va attribuita a servizi locali di qualità rompendo con le politiche di esternalizzazione perseguite attualmente. Il personale degli stabilimenti finanziari dovrebbe essere incoraggiato a offrire una consulenza autentica alla clientela e a rompere con le attuali politiche aggressive di vendita.

Socializzare il settore bancario e renderlo un servizio pubblico rendere possibile:

  • per i cittadini e le autorità pubbliche sottrarsi all’influenza dei mercati finanziari;
  • finanziare progetti dei cittadini e delle autorità pubbliche;
  • dedicare l’attività delle banche al bene comune, comprendendo tra le loro missioni quella di agevolare la transizione da un’economia capitalista a produzione intensa a un’economia sociale e ambientalista.

Poiché risparmi, credito, sicurezza dei depositi e preservazione dell’integrità del sistema dei pagamenti sono questioni d’interesse generale, raccomandiamo che sia creato un servizio bancario pubblico socializzando la totalità delle società nei settori bancario e assicurativo.

Poiché le banche sono oggi uno strumento essenziale del sistema capitalista e di un modo di produzione che sta devastando il nostro pianeta e arraffandone le risorse, creando guerre e impoverimento, erodendo, un po’ alla volta, i diritti sociali e attaccando le istituzioni e le pratiche democratiche, è essenziale assumere il loro controllo in modo che divengano strumenti posti al servizio del maggior numero di persone.

La socializzazione del settore bancario non può essere concepita come un mero slogan o una mera rivendicazione, sufficienti a sé stessi e che i decisori della politica metterebbero in pratica per il solo fatto di comprendere che la cosa ha senso. Deve essere considerata come un obiettivo politico da raggiungere attraverso un processo guidato da un movimento di cittadini. Non solo è necessario per i movimenti sociali organizzati esistenti (compresi i sindacati) farne una priorità del proprio programma e per i diversi settori (organi delle amministrazioni locali, piccole e medie imprese, associazioni di consumatori, eccetera) adottare tale posizione, ma anche – e soprattutto – per i dipendenti delle banche essere condotti a una consapevolezza del ruolo svolto dalla loro professione e del fatto che sarebbe loro interesse che le banche fossero socializzate, e per gli utenti delle banche essere informati nel punto di utilizzo (ad esempio attraverso occupazioni di filiali bancarie dovunque, lo stesso giorno) in modo da poter partecipare direttamente a definire esattamente che cosa dovrebbe essere una banca.

Solo una mobilitazione su larga scala può garantire che la socializzazione del sistema bancario possa essere realizzata nella pratica, poiché è una misura che colpisce al cuore stesso del sistema capitalista. Se un governo di sinistra non assume una tale misura, la sua azione non sarà in grado di realizzare realmente il cambiamento radicale necessario per rompere con la logica del sistema e per realizzare un nuovo processo di emancipazione.

Socializzare il sistema bancario e assicurativo deve far parte di un programma molto più vasto di altre misure che avvierebbero l’adozione di una transizione a un nuovo modello post-capitalista e post-produttivo. Un tale programma, che deve essere di portata europea ma che può inizialmente essere messo in atto in una o più nazioni, includerebbe l’abbandono delle politiche di austerità, la cancellazione del debito illegittimo, la messa in atto di una riforma fiscale generale con una forte tassazione del capitale, una riduzione generale degli orari di lavoro con assunzioni compensative e con il mantenimento dei livelli di salario, la socializzazione del settore energetico, misure che garantire la parità di genere, lo sviluppo di servizi pubblici e di sussidi sociali e l’attuazione di una politica di transizione ambientale fortemente determinata.

In questo momento della storia la socializzazione dell’intero sistema bancario è una necessità politica, economica, sociale e democratica urgente.

Autori:

  • Gilbert Achcar – Professore di Studi sullo Sviluppo, SOAS, Università di Londra
  • Alan Freeman economista presso la Greater London Authority dal 2000 al 2011, co-direttore del Gruppo di Ricerca sull’Economia Geopolitica, Università di Manitoba, Canada
  • Giorgios Galanis – Professore, Goldsmiths, Università di Londra
  • Pete Green – co-promotore della Commissione di Economia Politica dell’Unità della Sinistra
  • David Harvey – Distinguished Professor al Centro di Laurea dell’Università della Città di New York (CUNY)
  • Michael Hudson Distinguished Professor di ricerca presso l’Università del Missouri, Kansas City e professore presso l’Università di Pechino
  • Michel Husson – Economista, autore di Le capitalisme en 10 leçons, La Dècouverte, Parigi, 2012, Francia
  • Andy Kilmister – Docente senior di economia presso l’Università di Oxford Brookes e direttore del Journal of Contemporary Central and Eastern Europe
  • Stathis Kouvelakis – Lettore presso la King’s College University di Londra, membro di Unità Popolare (Grecia)
  • Costas Lapavitsas – Professore di economia, SOAS, Università di Londra
  • Francisco Louça – Professore di economia presso l’Instituto Superior de Economia e Gestao di Lisbona
  • Philippe Marlière – Professore di scienze politiche, University College di Londra
  • Thomas Marois – Lettore senior, Studi sullo sviluppo, SOAS, Università di Londra
  • Ozlem Onaran – Professore di economia, direttore del Centro Ricerche di Economia Politica di Greenwich, Università di Greenwich
  • Sabri Őncű – Economista, SoS Economics, Istanbul, Turchia
  • Susan Pashkoff – Economista, Unità della Sinistra, Commissione Politica Economica, Gran Bretagna
  • Alfredo Saad Filho – Professore di Economia Politica, SOAS, Università di Londra
  • Patrick Saurin – Portavoce della federazione sindacale dei dipendenti bancari Sud Solidaires de la Banque Populaire – Caisse d’Epargne (BPCE) – Francia
  • Benjamin Selwyn – Lettore senior in Sviluppo Internazionale, Università del Sussex, Regno Unito
  • Pritam Singh – Professore di economia, Facoltà di scienze aziendali, Oxford Brookes University
  • Stavros Tombazos – Professore di economia politica presso l’Università di Cipro
  • Eric Toussaint – Portavoce del CADTM, autore di Bancocracy, Resistance Books/IIRE/CADTM, 2015
  • John Weeks – Professore emerito, SOAS, Università di Londra

 

NOTE

[1] Philippe Lamberts, parlamentare europeo dei Verdi, propone un massimo di 100 miliardi di dollari di patrimonio. “A titolo di confronto, gli attivi totali di BNP Paribas e Deutsche Bank, rispettivamente, nel 2011 erano di 2.164 miliardi di euro e di 1.965 miliardi di euro” http://www.philippelamberts.eu/les-7-peches-capitaux-des-banques. Noi sentiamo che la dimensione massima dovrebbe essere considerevolmente inferiore, in particolare in paesi piccoli. Cento miliardi di euro sono un multiplo del PIL di Cipro e più di un quarto di quello del Belgio.

[2] http://blog.mondediplo.net/2013-02-18-La-regulation-bancaire-au-pistolet-a-bouchon (in francese)

[3] Paul Jorion in Financité, novembre 2013 (in francese)

[4] Limitare, ad esempio, le voci fuori bilancio a garanzie e impegni sottoscritti. Necessario discuterne.

[5] Vedere Eric Toussaint “Comment les grandes banques manipulent le marché des devises” (Come le grandi banche manipolano il mercato dei cambi), pubblicato su Le Monde il 13 aprile 2014 e disponibile in inglese come capitolo 18 di Bankocracy (disponibile in formato pdf all’indirizzo http://cadtm.org/IMG/pdf/Bankocracy_web.pdf; disponibile anche a stampa presso CADTM)

[6] Eric Toussaint “Banks Speculate on Raw Materials and Food”  [Le banche speculano su materie prime e cibo], 10 febbraio 2014, http://cadtm.org/Banks-speculate-on-raw-materials

[7] Questo significherebbe abbandonare il sistema di calibrare gli attivi in funzione del rischio, il che è particolarmente inaffidabile poiché la quantificazione è lasciata alle banche stesse. Per una spiegazione della valutazione degli attivi basata sui rischi vedere http://cadtm.org/Banks-bluff-in-a-completely-legal

[8] Eric Toussaint, “Il faut imposer une véritable taxe Tobin au lobby bancaire” (Va imposta una vera imposta Tobin alla lobby dei banchieri), un editoriale pubblicato dal quotidiano L’Humanité il 25 febbraio 2014 e anche su http://cadtm.org/Il-faut-imposer-une-veritable-taxe (in francese).

[9] Intervista a Eva Joly di Renaud Vivien, “L’Islanda rifiuta transazioni stragiudiziali ai banchieri accusati” – http://cadtm.org/Iceland-refuses-its-accused

[10] Vedere il loro sito (in francese) ): http://pourunpolepublicfinancier.org/. L’entità bancaria  pubblica promossa dal collettivo includerebbe istituzioni finanziarie pubbliche (Banque de France, Caisse dei Dépots e le sue sussidiarie finanziarie, OSEO, Société des Partecipations de l’Etat, Banque Postale, UbiFrance, Agence Française de Developpment, Institut d’émission des Départments d’Outre-Mer, CNP Assurance) o quelle le cui attività costituiscono un servizio pubblico (Crédit Foncier, Coface). Ogni azienda bancaria o assicurativa in cui lo stato acquisisce una quota azionaria di maggioranza o cui possono essere assegnate missioni di servizio pubblico ne farebbe parte. In Belgio un sito creato dal PTB è dedicato a promuovere la necessità di una banca pubblica (in francese o fiammingo): http://www.banquepublique.be/

[11] Frédéric Lordon, “L’effarante passivité de la ‘re-régulation financière’” (La spaventosa passività della disciplina della finanza), in Changer d’èconomie, les économistes atterés. Les liens qui libérent, 2011, pag. 242 (in francese)

[11] Vedere in particolare questi link (in francese): http://www.sudbpce.com/files/2013/01/2012-projet-bancaire-alternatif-definitif.pdf;

http://cadtm.org/IMG/pdf/PLAQUETTE_BANQUES_SUD_BPCE.pdf ; http://cadtm.org/Socialiser-le-systeme-bancaire

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/what-is-to-be-done-with-the-banks-radical-proposals-for-radical-changes/

Originale: CADTM

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

I regalini di Renzi

Lobby, Renzi e Boschi: “Non ne siamo schiavi”. Ecco le leggi a favore di tabacco, armi, banche e assicurazioni

Gli esempi di norme a misura di gruppi pressione varate negli ultimi due anni non mancano certo. E se in alcuni casi il premier può opporre, con il dovuto imbarazzo, di non essersi accorto di ciò che accadeva in casa sua, non può certo dire di aver cercato di mettersi al riparo imprimendo un’accelerata alla legge sulle lobby che giace in un cassetto da un anno.

“Col nostro governo è cambiato il clima e mi scappa da ridere quando ci dicono che siamo noi quelli delle lobby. Mi fa schiantare dalle risate, lo dico con un tecnicismo fiorentino“. Davanti alle telecamere della tv di Stato, domenica 3 aprile, Matteo Renzi non è arrivato alle iperboli del ministro Maria Elena Boschi, secondo la quale l’esecutivo è attaccato dai poteri forti “proprio perché non siamo schiavi dei poteri forti”, ma ha negato vigorosamente che nei provvedimenti presi dal suo governo ci sia lo zampino delle lobby. Eppure l’esecutivo in questi due anni è stato più volte accusato, anche dall’interno, di aver ceduto alle pressioni dei portatori d’interessi altrui. Ecco una guida, necessariamente incompleta, delle norme finite al centro delle polemiche.

“Noi non siamo quelli delle lobby”. Ma i provvedimenti dicono altro – Armi, navi, assicurazioni, tabacchi, banche, autostrade: in poco più di due anni l’esecutivo guidato dal segretario del Pd ha approvato parecchie disposizioni tutt’altro che distanti dagli interessi delle grandi lobby. Tutto il contrario rispetto a quello che ha assicurato il premier domenica scorsa. Anzi per la verità, sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio i conti non tornano neanche quando si va a spulciare alla voce delle riforme mai approvate: come per esempio quella per regolamentare le attività di lobbying in Parlamento. Lungamente promessa non è ancora arrivata. Nel frattempo i provvedimenti del Consiglio dei ministri che sono andati – in un modo o nell’altro – a favorire i grandi gruppi industriali aumentano di mese in mese. E in qualche caso contengono nomi presenti anche nella lista dei benefattori di Open, la fondazione che accompagna la carriera politica di Renzi, sin dal 2007.

Renzi and cigarettes: stop alle accise e la multinazionale finanzia la fondazione del premier – È il primo luglio del 2014, quando sui conti della fondazione del politico fiorentino arriva un bonifico da centomila euro: denaro donato dalla Bat, la British American Tobacco. Un versamento arrivato nelle stesse settimane in cui il governo annunciava un decreto di riordino del settore dei tabacchi. Si parlava di un aumento delle accise che poteva arrivare fino al trenta per cento e che non dispiaceva ai colossi del settore, come la Philip Morris. In caso di tasse più alte, infatti, ad essere maggiormente penalizzati sono i marchi che vendono sigarette di fascia bassa, cioè più economiche, come appunto la Bat. Il provvedimento per l’aumento delle accise sui tabacchi è all’ordine del giorno del Cdm per due volte, ma poi scompare nel nulla. Riemergerà il 31 luglio del 2014, quando arriva il via libera: l’aumento però non sfiora nemmeno il 30 per cento proposto in precedenza, fermandosi  al  10 per cento. La Bat brinda e dopo qualche settimana vara un investimento quinquennale da un miliardo per l’Ente tabacchi; la Philip Morris da parte sua si consola con uno sconto del 50 per cento per le sigarette elettroniche prodotte nello stabilimento di Crespellano a Bologna, inaugurato dallo stesso Renzi.

Le altre concessioni dello Sblocca Italia: quelle autostradali – Lo Sblocca Italia tornato alla ribalta in questi giorni, non è stato fonte di giubilo solo per i petrolieri. Lo sa bene il ministro Graziano Del Rio che ha preso in mano il dicastero di Maurizio Lupi e si è dovuto confrontare con le critiche di Bruxelles al macroscopico regalo ai concessionari autostradali contenuti nell’articolo 5 del provvedimento varato pochi mesi dopo il riordino dei tabacchi. Cioè la possibilità si ottenere la proroga senza gara delle concessioni in cambio di investimenti che nella maggior parte dei casi sarebbero stati fatti comunque. Un pacchetto da quasi 6 miliardi di euro per i vari Benetton, Gavio e Toto che hanno così avuto il via libera a fare il bello e il cattivo tempo e ottenere automaticamente proroghe sia con la promessa di nuovi investimenti, sia accorpando tratte autostradali con scadenze differenziate. Nonostante le critiche e i dubbi espressi da Antitrust, Anticorruzione e Authority dei Trasporti.

Banche e assicurazioni: liberi tutti – Sintomatico del rapporto tra il governo Renzi e i principali gruppi di pressione è senza dubbio il capitolo delle banche. Mentre le polemiche sul caso Banca Etruria & C non si erano ancora esaurite, ecco che dal dicastero guidato da Maria Elena Boschi veniva trasmesso a Montecitorio l’atto di governo numero 256. Oggetto: recepimento della direttiva europea 2014/17 per aumentare le tutele per i consumatori nei contratti di credito. In realtà quel provvedimento, poi parzialmente modificato in seguito alle polemiche, cancellava l’articolo 2744 del codice civile, che disciplina il divieto del “patto compromissorio”, e cioè “il patto col quale si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore”. In questo modo le banche potevano prendere possesso degli immobili dei debitori insolventi e venderli senza passare dal giudice, con pieni poteri (di fatto o di diritto) sul prezzo di vendita. Finito? Assolutamente no. Perché l’articolo 16 del provvedimento di conversione in legge del decreto sulla riforma del credito cooperativo ha disposto altro. Come per esempio l’imposta sostitutiva da appena 200 euro per chi acquista immobili da vendite giudiziarie per poi rivenderli, mentre normalmente la tassa ordinaria è pari al 9 per cento. In pratica il provvedimento che doveva aumentare le tutele dei consumatori nei contratti di credito aveva finito per avere effetti opposti: più che una legge un ossimoro.

Simile è la piega che rischia di prendere il ddl Concorrenza, attualmente in discussione al Senato e congelato in seguito alle dimissioni del ministro Federica Guidi. Nell’ambito del provvedimento volto a rilanciare la sana concorrenza tra imprese a beneficio dei consumatori e del mercato, c’è un lungo capitolo dedicato alle assicurazioni e, in particolare, alla Rc Auto. Un settore piuttosto delicato visto l’obbligo della polizza e in cui le compagnie puntano da tempo, come dimostrano i precedenti tentativi, a dimezzare i risarcimenti previsti per i sinistri stradali e per responsabilità mediche. E questa volta rischiano di farcela. Come faceva notare l’avvocato Marco Bona su ilfattoquotidiano.it, alla luce dell’evoluzione presa dal disegno di legge, “le vittime con lesioni gravissime saranno quelle maggiormente colpite dalle nuove norme: danni morali azzerati o quasi, parametri monetari molto più bassi rispetto a quelli impiegati dai giudici. Forse gli emendamenti più estremi (quelli sostenuti dall’esecutivo) non passeranno, ma, in ogni caso, il provvedimento abbasserà la tutela risarcitoria di questi danneggiati, per poi magari estendersi ad altri campi”.

Navi e armi senza sconto. Anzi costano il doppio – A parlare delle pressioni della lobby delle armi sui provvedimenti di governo non è invece un oppositore della maggioranza, ma al contrario un esponente del Pd. È il 15 gennaio del 2015 quando Gian Piero Scanu, capogruppo dei dem in commissione Difesa, chiede di rinviare il via libera definitivo ai 5,4 miliardi di euro per acquistare nuove navi e arricchire la flotta della Marina militare. Lo stanziamento di quei fondi è il sogno coltivato a lungo dall’ammiraglio De Giorgi, oggi indagato dalla procura di Potenza proprio per aver cercato un profitto, non per se stesso ma per l’intera Marina. Scanu nel gennaio di un anno fa però voleva bloccare quei fondi. Il motivo? “Pressioni lobbistiche da diverse parti sono state esercitate con intensità su diversi componenti della commissione in modo da poter orientare il parere”, dice il capogruppo Pd in commissione Difesa, che in quella stessa riunione era chiamato a dare il via libera anche all’acquisto di 381 carri blindati Freccia per 2,6 miliardi di euro. Una spesa gigantesca nonostante nel 2009 fosse già stato impegnato un miliardo e mezzo di euro per altri 250 veicoli identici. In pratica quattro miliardi di carri blindati, in appena sei anni, nonostante in Afghanistan ne fossero stati usati solo 17. E dire che tramite il piano organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti se ne sarebbero potuti risparmiare almeno due di miliardi di euro: perché dunque si è scelto di raddoppiare quella spesa?

Legge sulle lobby, tutti la vogliono ma nessuno la approva – Tutti la invocano e nessuno la fa. Un testo da cui partire per avere una legge che regolamenta la presenza dei lobbisti in Parlamento esiste, ma dorme beato in commissione. Da poche settimane è stato spostato alla Camera perché a Palazzo Madama avevano perso ogni speranza che fosse calendarizzato. Il ddl a prima firma degli ex M5s Luis Aberto Orellana e Lorenzo Battista è stato approvato nella commissione Affari costituzionali del Senato ad aprile 2015. Sono passati nove mesi e il provvedimento non ha nessuna speranza di vedere la discussione in Aula. Per questo Adriana Galgano (Scelta civica) a inizio gennaio scorso ha deciso di presentare lo stesso ddl a Montecitorio, nella speranza che dall’altra parte del Parlamento i tempi possano essere più veloci. Ma il luogo cambia poco se a mancare è la volontà dei capigruppo e del governo di far entrare l’argomento nell’agenda. “C’è un interesse”, ha spiegato a ilfattoquotidiano.it la Galgano, “di molti ex deputati e senatori a svolgere un’attività di questo tipo una volta finito il mandato”. Ed è solo uno dei tanti intoppi che il ddl continua a incontrare.

Eppure tutti – almeno a parole – dicono di volere una norma che regoli la professione, dall’ex premier Enrico Letta al ministro della Giustizia Andrea Orlando, fino allo stesso Renzi, che si è più volte espresso sull’argomento. Durante questa legislatura sono stati depositati ben undici ddl sul tema. Nel frattempo il Parlamento prova a rimediare con quello che può. Montecitorio nei giorni scorsi ha approvato il codice etico che impone ai deputati di non accettare più regali costosi “nell’esercizio delle proprie funzioni, salvo quelli di valore inferiore a 200 euro“. Un tentativo debole, ma concreto di evitare all’Italia una serie di sanzioni a livello europeo. È dal 1997 che il Consiglio d’Europa chiedeva di mettersi in regola, ma finora nessuno se ne era occupato. Il codice è ancora però molto debole: se un deputato non lo rispetta, la sua violazione sarà resa pubblica. E niente di più.

Banche, Boschi e burattini

segnalato da Barbara G.

Il “meta-Potere”: Banche, Boschi, Burattini

di Paolo Ercolani – ilmanifesto.info, 15/12/2015

Le analisi sul potere sono antiche quasi quanto l’umanità. Anche se non quanto il Potere stesso, fenomeno originario, atavico, vero e proprio burattinaio della dimensione pubblica come di quella privata.

Il fatto è che spesso ci si è concentrati sulle dinamiche teoriche del Potere, sui fondamenti che lo identificano: il governo dei pochi (oligarchia), di uno solo (monarchia), del popolo (democrazia).

Oppure su quelle pratiche, sulle modalità con cui esso arriva a costituirsi: libere elezioni, colpo di stato, guerra, diritto di nascita o di appartenenza castale.

Più rare, ma anche rarefatte e pallide, le analisi sul Potere che si è costituito. Quello che c’è già e sta operando.

IL POTERE CHE C’E’

Specie da quando, in epoca di democrazia, la legittimità di chi governa non può essere messa in dubbio, così che il periodo in cui gli è dato di governare in seguito a libere elezioni finisce con l’assumere i contorni di un parco protetto, in cui chi vi si trova dentro non è esposto ai colpi e neppure alle regole che invece riguardano «gli altri», i governati.

Accettare le regole democratiche significa anche questo: libera critica nei confronti di chi governa, ma riconoscimento della sua piena legittimità a governare fino alla scadenza del suo mandato, o fino a che il parlamento non gli revochi la fiducia (volendo escludere ipotesi più rare e gravi).

Il guaio è che nella nostra epoca, almeno a partire dal 1989, questa dinamica che abbiamo riassunto riguarda sì il Potere, ma non quello che governa effettivamente.

I governi delle nazioni, oggigiorno, esercitano certamente un potere, conservano la facoltà di operare delle scelte, ma il tutto deve avvenire all’interno del perimetro e dei dogmi rigidamente definiti dal «sistema tecno-finanziario». Il vero Potere.

Questi dogmi sono riassumibili utilizzando una formula del genere, che poi si declina nei vari ambiti e contesti sociali, lavorativi, culturali: il profitto continuo e il progresso infinito rappresentano lo scopo supremo rispetto al quale gli uomini, ovviamente per il loro bene, devono essere sottomessi e subordinati.

Dai misteri del potere (arcana imperii) di cui si parlava fin dall’antichità siamo passati, in maniera evidente e oscura al tempo stesso, al «potere del mistero», o meglio a un Potere oscuro e nascosto che tutto vede senza poter essere individuato e compreso a sua volta.

Un Potere che diffonde il Verbo della finanza e utilizza gli strumenti potentissimi delle nuove tecnologie mediatiche.

IL META-POTERE

I governanti hanno sempre fatto in modo di nascondersi agli occhi dei governati, tenendoli però sotto controllo fino al punto di rendere quanto più possibile ininfluente la loro opinione pubblica.

Ma mai come oggi ciò si rivela fattibile e pervasivo a un tale grado. Perché la sensazione è quella di avere a che fare con un «meta-Potere», con un Potere dei poteri che risulta ancora più potente in quanto non è scalfibile, non è direttamente responsabile di nulla, non è eletto né quindi deponibile in seguito a una consultazione popolare.

Potremmo quasi parlare di un Potere che non è, ma che in realtà riesce a operare e ad agire con una forza e pervasività mai visti prima.

Interfacciarsi con un genere tale di Potere è quanto mai ostico e pericoloso anche per i nostri governanti. Che laddove decidono di attuare dei programmi in parziale contrasto con i dogmi del sistema tecno-finanziario, bene che vada si scoprono più o meno impotenti (Barack Obama, Matteo Renzi, lo stesso Papa Francesco), male che vada vengono pubblicamente umiliati e costretti a un ripiego indecoroso (Tsipras).

Il sistema tecno-finanziario assume allora i contorni di un Potere divino, supremo, inarrivabile ma onnipotente, i cui apostoli e sacerdoti sono innanzitutto le grandi istituzioni finanziarie internazionali (Fmi, Banca mondiale, Ocsce), veri e propri maître-à-penser delle politiche governative, ma anche le banche, braccio operativo efficacissimo che, non a caso, i governi nazionali sono chiamati a salvare e sostenere con ingenti somme di denaro pubblico, mentre lo stato sociale, i servizi pubblici, la giustizia sociale e la qualità della vita dei cittadini vengono lasciati indegnamente allo sbando.

AL DI LA’ DELLA DESTRA E DELLA SINISTRA

Fare i conti con questo tipo di «meta-Potere» non è facile per nessuno, perché abitando esso le terre misteriose e inesplorabili della «meta-politica», non è identificabile né configurabile: esso è ben oltre la destra o la sinistra, ben oltre le identità e le logiche di una politica che ormai esso è riuscito a sottomettere e a ridurre al ruolo di notaio servizievole dei propri diktat.

In questo senso si rivela ingenua o ipocrita l’affermazione di chi sposta le colpe dei malgoverni sulla politica corrotta, incapace, inadeguata. E non perché essa in buona parte non lo sia, ma perché essa lo è con il benestare e anzi perfino con la benedizione del meta potere tecno-finanziario.

Che se non volesse servirsi proprio di questo tipo di politica se ne libererebbe immediatamente, spazzandola via con un battito di ciglia.

Ad esso servono cittadini quanto più possibile ignoranti e indifferenti, disposti a sottomettersi alla sua logica dominante pur di potersi concedere la «vacanza» di un centro commerciale; nonché politici altrettanto ignoranti e incapaci, magari corrotti o corruttibili (perché ricattabili), oppure velleitari, cioè depositari di un progetto di costante rinascita di qualcosa di vecchio e irrealizzabile e, quindi, tremendamente funzionale a un Potere che desidera presentarsi anche con il vestito buono della democrazia.

Il Potere di cui sto parlando spazza via soltanto coloro che gli si presentano come realisticamente pericolosi. Tutti gli altri li lascia sopravvivere pacificamente, o persino li inonda di una ribalta luminosa e passeggera, buona per confondere gli occhi e le menti.

Un Potere del genere risulta ad oggi invincibile perché in grado di selezionare i suoi (finti) avversari a monte: nessuno può arrivare a ricoprire ruoli influenti in quasi nessun ganglo vitale della società se prima non ha dichiarato e certificato la propria sottomissione, e fede assoluta, rispetto ai dogmi e comandamenti del sistema tecno-finanziario, nonché ai suoi apostoli e sacerdoti che fanno capo alle grandi istituzioni internazionali (non elette da nessuno) e al sistema delle banche.

GIOVANI RAMPANTI A PIENO SERVIZIO

Il caso della ministra Boschi, ma soprattutto dell’intreccio fra banche e governo complice e compiacente, sembra rientrare in questo contesto (alla faccia dell’ormai dimenticato conflitto di interessi di Berlusconi), ma in generale un po’ tutta la fauna dei giovani renziani sembra suggerire il prototipo del giovane rampante, politicamente poco preparato, culturalmente non pervenuto, ma strategicamente assai abile ad attirare il consenso popolare pur facendo gli interessi dei soli poteri forti.

Ho parlato di un «meta-potere», quello del sistema tecno-finanziario, che si staglia oltre le logiche e le appartenenze della Destra e della Sinistra.

Ma sarebbe ingenuo pensare che esso non sia né di destra né di sinistra.

Cosicché, mentre Renzi cavalca alla grande questa dimensione ideologicamente indistinta, è bene sapere che è destinata alla sconfitta più sonora ogni Sinistra che o non si oppone realisticamente ai diktat della tecno-finanza (Renzi non ci pensa neppure lontanamente, ma lui è a sua volta «meta-politico»), oppure si rifugia in propositi arcaici e velleitari di ricostituzione di un passato che serve soltanto alla serena perpetuazione del presente.

Il caso francese insegna: a vincere è la Destra moderata, con sempre pronto in canna lo spauracchio di una Destra estremista abile a cavalcare i fragori del populismo, con annessi i «valori» di riserva del razzismo, del nazionalismo e in generale della «difesa» contro gli stranieri sporchi e cattivi. Populismo che naturalmente attecchisce ogniqualvolta si distrugge o smantella il sistema sociale (stiamo più male tutti, scatta la guerra fra poveri), su ordine della più sostanziale ideologia liberista e con una Sinistra che non risulta più pervenuta da troppo tempo nel suo compito principale: difendere le classi sociali più svantaggiate e impedire (o contenere) l’ingiustizia sociale che vede sempre meno persone più benestanti a fronte di un numero sempre crescente di persone e famiglie in difficoltà. Questo è il contesto realistico in cui si gioca la partita. Tutto il resto è fumo negli occhi. La forza della Sinistra risiede nella sua capacità di spingere la Politica verso un realistico controllo degli eccessi dell’Economia. Di governarla e incanalarla verso l’obiettivo del benessere collettivo e della giustizia sociale. Tutti coloro che non operano in tal senso non sono Sinistra. Così come una Sinistra che abdica a questo suo compito identitario e sostanziale si condanna a non essere.