Beni Comuni

La riforma che fa bene alla crescita

di Francesco Gesualdi (*) – comune-info.net, 05/10/2016

Che la riforma della Costituzione rappresenti un picconamento della democrazia è fuor di dubbio. C’è chi si ostina a pensare, tuttavia, che si tratterebbe di un male minore, un prezzo da pagare in nome di due grandi obiettivi: stabilità di governo e leggi veloci, due condizioni ritenute indispensabili al bene massimo, la crescita, la medicina miracolosa che, secondo imprenditori, politici e sindacati, potrebbe curarci da ogni male. Che si tratti di debito pubblico, pensioni, disoccupazione, degrado ambientale, povertà, la ricetta è sempre la stessa: crescita. Ce lo ripetono settanta volte al giorno. Sulle capacità miracolose della ricetta, tuttavia, esistono molti dubbi. Non solo per i risultati niente affatto garantiti sul piano sociale ma, soprattutto, per i sicuri effetti indesiderati sul piano ambientale. E tuttavia, perfino ammesso che la crescita fosse in grado di salvarci dal baratro, perché per inseguirla è così essenziale cambiare la Costituzione? Che sia perché lo sport nazionale di ogni governo è diventato la riforma di tutto ciò che non piace alle imprese?

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Sulle ragioni per cui la riforma della Costituzione sarebbe ormai diventata una questione di vita o di morte, se ne sono sentite di tutti i colori. Da chi la vuole per risparmiare sui costi della politica, a chi la pretende per essere  al passo coi tempi. Come se concetti come democrazia, sovranità parlamentare, partecipazione, potessero essere variabili dipendenti dai contesti che mutano.

L’innovazione tecnologica ci ha abituato a rottamare stili di vita, modi di lavorare e di comunicare, ma certi principi hanno valore assoluto: non invecchiano col tempo che passa, né sono messi fuori moda dall’incalzare di  nuovi ritmi, nuove tecnologie e nuovi interessi economici. La democrazia non ha come obiettivo la fretta, ma scelte meditate e partecipate finalizzate ad ottenere leggi giuste. Leggi, cioè, varate, nel rispetto della volontà popolare a favore di equità, libertà, sostenibilità, dignità per tutti, come sancito dalla Costituzione. Per questo i nostri padri costituenti avevano progettato un assetto istituzionale che intendeva avvicinare i  livelli decisionali   ai cittadini tramite gli enti locali, che affermava la sovranità del Parlamento sul governo, che prevedeva oculatezza attraverso un doppio passaggio legislativo.

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La riforma di oggi va in direzione opposta: vuole espropriare le Regioni rispetto a temi  cruciali come la salvaguardia dei territori e dei beni comuni, vuole ridurre il potere elettivo del popolo impedendogli di eleggere il Senato, vuole azzoppare il Parlamento riservando la piena potestà legislativa alla sola Camera dei deputati, vuole trasformare l’unica Camera pienamente legiferante in un leggificio al servizio del governo, vuole ridurre i momenti di confronto fra governo e Parlamento  mantenendo in vita un Senato che  fra i propri compiti non ha più quello di accordare la fiducia al governo.  In una parola è una riforma che non solo punta ad accentrare le decisioni a livello nazionale ma anche a spostare l’asse del potere dal Parlamento al governo, impedendo sempre di più al popolo di esprimere la propria rappresentanza. E lo dimostra non solo la decisione di non farci più eleggere il Senato, ma di accompagnare la riforma costituzionale con una legge elettorale che garantisce la maggioranza parlamentare  al partito   che  in rapporto agli altri ottiene più voti, non importa quanti. Il che, considerato l’astensionismo crescente che si va affermando nel paese, ci condurrà a maggioranze parlamentari che rappresentano solo una  parte molto esigua dell’elettorato.

Che la riforma in atto rappresenti un picconamento della democrazia è fuori di dubbio. Ma secondo molti si tratterebbe di un male  da accettare in nome di due grandi obiettivi: stabilità di governo e leggi veloci.  Il tutto come precondizione per raggiungere quello che oggi è ritenuto  il massimo bene. Per chi non l’avesse capito stiamo parlando della crescita,   la medicina miracolosa che secondo l’accordo unanime di imprenditori, politici e sindacati sarebbe capace di curarci da ogni male. Che si tratti di debito pubblico, di pensioni, di disoccupazione, di degrado ambientale, di povertà, la ricetta è sempre la stessa: crescita. Ce lo ripetono all’unisono settanta volte al giorno. Ma sulla miracolosità della ricetta  esistono molti dubbi, non solo per i risultati non garantiti sul piano sociale, ma soprattutto per i sicuri effetti indesiderati sul piano ambientale.  E tuttavia, anche ammesso e non concesso che la ricetta sia corretta, una domanda continua a rimanere nell’aria: perché per avere la crescita è così importante riformare la Costituzione?

Il nesso non verrà mai afferrato finché non si mette a fuoco che nella testa dei politici non esiste altro soggetto economico se non le imprese private. Un tempo il ventaglio dei soggetti economici comprendeva anche la comunità, nelle sue varie articolazioni (Stato, Regioni, Comuni),  che poteva, anzi doveva intervenire per creare ricchezza al servizio dei cittadini nella sue componenti più nobili: la difesa dei beni comuni,  la garanzia dei servizi alla persona, il soddisfacimento dei bisogni fondamentali. Ma il vento neoliberista ha fatto piazza pulita di ogni idea di comunità imprenditrice di se stessa convincendoci che solo le imprese orientate al mercato sono autorizzate ad avviare attività produttive. Oggi, però, non è facile trovarne di disposte ad investire in Italia perché nel tempo della globalizzazione le imprese hanno acquisito il privilegio  di poter sfarfallare da un paese all’altro alla ricerca di quello che offre le condizioni più vantaggiose. Ecco perché lo sport nazionale di ogni governo è diventato la riforma di tutto ciò che non piace alle imprese per invogliarle ad investire nel proprio paese.

Sulle riforme da introdurre per attirare gli investimenti,  i governi non hanno molto da inventare, ha già scritto tutto Il World Economic Forum,l’associazione delle multinazionali che tutti gli anni, a gennaio, organizza l’incontro di Davos per dettare l’agenda politica  dell’anno che verrà. Nei suoi rapporti sono elencate le condizioni che piacciono alle imprese: non solo  un basso regime fiscale, bassi oneri sociali, alta flessibilità del lavoro, ma anche un assetto istituzionale sicuro e veloce. Che tradotto significa governi stabili capaci di garantire continuità politica e parlamenti veloci capaci di produrre in fretta leggi favorevoli agli affari. Del resto già nel 2013, la banca internazionale JP Morgan aveva messo nero su bianco il percorso di riforme per l’Italia: «I sistemi politici dell’Europa meridionale soffrono di esecutivi deboli, strutture statali centrali deboli rispetto alle Regioni, protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori, sistemi di costruzione del consenso che favoriscono il clientelismo politico, diritto di protestare se intervengono cambiamenti non graditi. (…) Il test più importante sarà per l’Italia dove il nuovo governo dovrà dimostrare di sapersi impegnare per una riforma politica significativa».

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JP Morgan è la sesta banca del mondo per valori amministrati, qualcosa come 2.500 miliardi di dollari. Lavora per l’1% del pianeta, quelli che da soli controllano il 50% della ricchezza mondiale. Amministra le loro ricchezze affinché ne abbiano sempre di più. E pur di servirli non si fa neanche scrupolo ad elaborare truffe che mandano in rovina i risparmiatori più sprovveduti. Dal 2012 al 2015 JP Morgan ha collezionato multe, per comportamenti illeciti, pari a 30 miliardi di dollari. Ma il suo amministratore delegato, Jamie Dimon guadagna sempre di più. Nel 2015 ha ottenuto compensi per 27 milioni di dollari, permettendogli l’ingresso trionfale nell’olimpo dei miliardari. Per queste imprese e questi personaggi stiamo rinunciando alla nostra democrazia, ma è davvero ciò che ci conviene?

La “Guida Partigiana alla riforma”, dossier grafico predisposto dal Centro Nuovo modello di Sviluppo, è disponibile QUI

Nuova stagione referendaria: beni comuni

segnalato da Barbara G.

www.referendumsociali.info/beni-comuni/

Cinque anni dopo la straordinaria vittoria referendaria del 2011, il governo Renzi e la maggioranza rilanciano i processi di privatizzazione del servizio idrico e dei servizi pubblici locali e cercano di cancellare definitivamente il contenuto politico-culturale di un pronunciamento democratico del popolo italiano, che ha affermato il principio che l’acqua è un bene comune.

Questo attacco prevede:

  • lo stravolgimento della legge d’iniziativa popolare sulla gestione pubblica dell’acqua, presentata con oltre 400.000 firme nel 2007, con una serie di modifiche che eliminano ogni riferimento alla ripubblicizzazione del servizio idrico integrato e alla sua gestione partecipativa;
  • la pubblicazione del Testo Unico sui servizi pubblici locali (decreto attuativo della Legge Madia sulla riorganizzazione della pubblica amministrazione – n. 124/2015), con l’obiettivo di: ridurre la gestione pubblica dei servizi ai soli casi di stretta necessità e di vietarla per quelli a rete, come il servizio idrico; di rafforzare il ruolo dei soggetti privati; di promuovere la concorrenza; di reintrodurre il principio dell’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito” nel calcolo della tariffa, proprio la dicitura che il referendum aveva abrogato.

Contro questo progetto lanciamo una campagna contro le privatizzazioni e i monopoli privati, per una gestione pubblica e partecipativa dell’acqua e dei beni comuni, e raccogliamo le firme a sostegno di una petizione popolare in cui chiediamo:

  • il riconoscimento dell’esito referendario sull’acqua e sui servizi pubblici locali del giugno 2011;
  • il ritiro dei decreti attuativi della legge Madia sulle aziende partecipate e sui servizi pubblici locali;
  • l’approvazione della proposta di legge “Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico”, nel testo originario;
  • l’avvio di una discussione parlamentare per l’inserimento del diritto all’acqua nella Costituzione.

Firma anche tu la petizione presso i banchetti dei Referendum Sociali, o verifica se è possibile firmare nel tuo comune

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Scarica il testo in pdf

La stagione dei referendum sociali

segnalato da Barbara G.

L’autonomia dei movimenti, la consapevolezza dei propri limiti, la voglia di connettere temi (la scuola, le trivellazioni, il ricatto del lavoro, gli inceneritori e l’acqua) e pezzi di società, ma soprattutto il rifiuto del dominio dall’alto. Il puzzle dei referendum sociali mostra, prima di tutto, mondi che vogliono una società diversa, qui e adesso. Ecco perché è un percorso tutto da accompagnare nei territori, a cominciare dal Firma day (14 e 15 maggio), con mille banchetti nelle piazze di tutta Italia

di Paolo Carsetti (*) – comune-info.net, 13/05/2016

In due anni di governo Renzi, abbiamo visto applicare nei fatti la nota lettera del luglio 2011 alla BCE, ispirata da una ferrea logica neoliberista. Su questa base, si è attaccato il ruolo della scuola pubblica, privatizzati i beni comuni e i servizi pubblici, aggredito l’ambiente, a partire dalle trivellazioni e dal moltiplicarsi degli inceneritori, abbattuti i diritti del lavoro. Con la controriforma costituzionale, poi, si progetta di rendere permanente quest’impostazione, passando attraverso la riduzione degli spazi di democrazia e il primato del potere esecutivo e dell’”uomo solo al comando”.

Queste scelte sono passate anche perché si è fatto pesare il ricatto della crisi; e tutto ciò in un quadro di debolezza della politica e di frammentazione, anche volutamente costruita, delle mobilitazione e dei soggetti che hanno provato a contrastarle.

Attraverso la campagna sui referendum sociali vogliamo provare ad invertire questa tendenza, in primo luogo rilanciando il conflitto e la mobilitazione diffusa contro quelle scelte. Soprattutto iniziando a dare gambe ad un processo di connessione e costruzione di legami tra i soggetti che hanno animato l’opposizione a quelle politiche. Da qui, pur con la consapevolezza della nostra parzialità, nasce la nostra idea di fondo di lanciare un’alleanza sociale dei movimenti per la scuola pubblica, di quello per l’acqua, della campagna contro la devastazione ambientale che si oppone alle trivellazioni e dal movimento che si batte contro il piano nazionale inceneritori.

In questo quadro, collochiamo anche l’opzione di ricorrere allo strumento referendario per abrogare e contrastare la legge 107 sulla scuola, la legislazione che consente le trivellazioni in mare e in terraferma, quanto prevede lo Sblocca Italia rispetto a un piano strategico per nuovi inceneritori e una grande raccolta di firme per una petizione popolare che vuole contrastare la ripresa dei processi di privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni promossa attraverso il decreto sui servizi pubblici locali attuativo della legge Madia e lo stravolgimento della legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua compiuta alla Camera il 20 aprile scorso con l’approvazione di un testo completamente diverso dall’originale (leggi Le mani sull’acqua di Marco Bersani).

È questa un’iniziativa e un percorso che muove dall’autonomia dei movimenti e dei soggetti sociali e, dunque, prevede che si costituiscano comitati promotori referendari composti da movimenti e soggetti sociali e comitati di sostegno in cui trovano posto anche i soggetti politici che concordano con tale iniziativa.

Con la nostra iniziativa, incrociamo anche il tema della democrazia e della sua espansione, che altro non è se non il rovescio della medaglia dell’affermazione dei diritti fondamentali. La nostra stagione dei referendum (e della raccolta firme) sociali, pur nella sua dimensione autonoma, vuole contribuire anche alla campagna per il NO alla controriforma istituzionale nel referendum confermativo che si dovrebbe tenere in autunno, con la convinzione che parlare di democrazia non significa ragionare puramente di architettura istituzionale ma del potere che hanno le persone di decidere sulle scelte di fondo che riguardano gli assetti della società.

Si apre una stagione di grande impegno, che necessita della mobilitazione e dell’intelligenza diffusa di tante persone nei territori volta a riprendere un rapporto largo con tante persone e soggetti interessati ad uscire dalla crisi affermando un’altra idea di modello sociale e di democrazia.

Per informazioni referendumsociali.info.

(*) Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Università estiva di Attac 2015

segnalato da Barbara G.

Due elementi emergono dentro la profondità della crisi sistemica che da anni avvolge l’Europa e l’Italia.

Il primo riguarda i prolungati processi di privatizzazione dei beni comuni, che, come un mantra inossidabile, vengono ogni volta evocati come strada di uscita dalla crisi, mentre ne costituiscono una delle principali cause.

Il secondo riguarda la crisi profonda e verticale della democrazia rappresentativa e delle istituzioni pubbliche, spesso ridotte a luoghi di gestione degli interessi privatistici di lobby, famiglie e clan dentro sistemi di corruttele diffuse e pervasive.

E’ il combinato disposto di questi due elementi che ha costretto le esperienze di movimento a non potersi accontentare di un contrasto classico alle politiche di privatizzazione, bensì ad elaborare nuovi concetti e nuovi paradigmi.

La straordinaria stagione referendaria del movimento per l’acqua ha introdotto nel lessico sociale la categoria dei “beni comuni”, che, coniugata alla rivendicazione della gestione partecipativa degli stessi da parte delle comunità territoriali, ha aperto la strada ad una battaglia contro la mercificazione che non si limitasse allo schema “pubblico vs privato”, bensì andasse oltre entrambe le categorie per introdurre il tema della riappropriazione sociale, come elemento costitutivo di un altro modello di società.

Contemporaneamente, le esperienze urbane di occupazione e restituzione all’uso sociale di spazi abbandonati hanno reso pratica concreta la riappropriazione del comune e il tentativo di promuovere la cooperazione contro il profitto e il valore d’uso contro il valore di scambio.

Mentre si affacciano le prime esperienze di autogestione della produzione e di fabbriche recuperate e trasformate. Autogestione, mutualismo, partecipazione dal basso iniziano ad essere tematizzate e praticate come forme di costruzione qui ed ora di un percorso di alternativa.

Indagare il “comune” e la riappropriazione sociale dei beni comuni diventa dunque un primo compito per un’associazione come Attac Italia che fa dell’autoformazione orientata all’azione l’elemento distintivo del proprio contributo alle lotte sociali in corso.

Ma c’è un altro “Comune” su cui occorre puntare l’attenzione, in diretta continuità con la riflessione sopra richiamata: sono gli enti locali e la comunità territoriali concrete, divenute dentro la crisi sistemica uno dei luoghi di precipitazione dello scontro sociale.

Le ricchezze sociali (territorio, servizi pubblici e patrimonio pubblico) prese di mira dai grandi interessi finanziari “appartengono” infatti ai Comuni, che, messi alle corde da anni di vincoli monetaristi declinati attraverso il patto di stabilità e la trappola del debito, sono oggi spinti a vendere e a mettere sul mercato i beni collettivi, su cui si fondano le comunità territoriali.

Indagare il “Comune” , analizzandone la situazione odierna con un approccio “sistemico” è ciò che Attac Italia sta da tempo proponendo come pratica per i movimenti territoriali, suggerendo un salto di qualità nella loro azione di conflitto e di proposta, che, dalle singoli rivendicazioni tematiche, deve progressivamente aprire varchi per la rimessa in discussione di tutti i vincoli liberisti e la costruzione di una nuova funzione pubblica e sociale degli enti locali, alla cui base non può che esserci la conquista di una democrazia radicale, diffusa e dal basso.

In altri termini, potremmo dire che oggi occorre riappropriarsi del comune per riprendersi i Comuni.

E’ a questi temi che dedicheremo la prossima Università estiva di Attac che si terràpresso il camping “Le Tamerici” a Cecina Mare, in Toscana, da venerdì 11 a domenica 13 settembre 2015.

Un appuntamento estivo per coniugare il tempo della riflessione e dell’approfondimento con quello della piacevolezza e dello stare assieme, all’inizio di una stagione sociale che richiederà nuovi impegni collettivi a tutte e tutti noi.

Sarà un’Università, nella quale affronteremo temi come la rivoluzione del “comune” e il paradigma dei beni comuni come strumento per definanziarizzare la società, e porremo l’accento sui “Comune” come luogo odierno del conflitto tra grandi interessi finanziari e bisogni delle comunità in merito a territorio, città, servizi pubblici, fino a mettere in evidenza proposte ed esperienze locali e internazionali su democrazia, partecipazione e autogoverno delle comunità.

Sarà un’Università organizzata come uno spazio aperto, dove chiunque potrà venire ad ascoltare o proporre proprie riflessioni, insieme ad alcune persone più “esperte” che abbiamo invitato per socializzare il proprio sapere e facilitare il confronto collettivo.

Ti aspettiamo.

Il sito: QUI

Per informazioni su costi, prenotazioni e come arrivare, cliccare qui.

Per prenotazioni : segreteria@attac.org

Per contatti : Marco Bersani (3294740620)

Festival dei Beni Comuni

Segnalato da Barbara G.

FESTIVAL DEI BENI COMUNI A BRISIGHELLA

Da brisighellabenecomune.it, 17/07/2015

Il 4-5-6 Settembre si svolgerà il primo Festival dei Beni Comuni a Brisighella nella suggestiva cornice del Convento dell’Osservanza organizzato dal Comitato Brisighella Bene Comune piccolo esperimento di democrazia partecipata e dalla Agri.Comes Coop Sociale Agricola di Marradi che curerà la serata di pre-festival l’11 Agosto.

In questa prima edizione ci concentreremo sul tema del Suolo: la sua importanza, la sua difesa, le sue emergenze e la sua valorizzazione.

Il Festival nasce quale luogo aperto per discutere, confrontarsi, condividere esperienze, partendo dal nostro territorio per passare alla scala nazionale.

Tre giorni in cui Brisighella, uno dei borghi più belli d’Italia sarà teatro di un esperimento culturale fatto di musica, spettacoli, dibattiti, arte, benessere e una particolare attenzione al mondo dell’agricoltura biologica come esperienza fondamentale per la difesa del suolo e del paesaggio.

Ma parleremo anche di imprenditoria, di stat-up e di giovani perché il suolo è sempre un luogo abitato.

Il Festival si svolge in collaborazione con: Rivista Altreconomia, Circolo Legambiente – Faenza, Fondazione Dalle Fabbriche, Gruppo Garum, Manitese Faenza, Associazione Peter Pan, Ristorante Diffuso Brisighella.

Il programma definitivo QUI.

Troppo virtuosi per essere veri

segnalato da Barbara G.

di Natalino Balasso

Il comune di Saracena, in provincia di Cosenza, viene punito perché l’acqua costa troppo poco. Il sindaco si sfoga così: “Invece di premiare, il governo Italiano infraziona un piccolo comune che gestisce bene le risorse idriche, ha realizzato un modello che dovrebbe essere esportato negli altri comuni italiani e fa pagare l’acqua il giusto, non poco. Facciamo pagare solo i costi che l’ente affronta. Se io avessi fatto pagare l’acqua 600 euro a famiglia all’anno piuttosto che 170 euro non sarei stato punito”.

Eh sì, perché è proprio così che funziona, il reato è proprio quello di realizzare un modello che potrebbe essere esportato, e se fosse esportato, dimostrerebbe che i beni comuni possono essere gestiti senza bisogno di strutture costosissime, che sono spinte dal mondo della mediazione burocratica, dei sindacati e delle mafie, per creare posti di lavoro che vengono pagati dalle famiglie perché i genitori abbiano il lavoro per mantenere la famiglia. Se i comuni gestissero direttamente i propri beni, dall’acqua ai teatri, ai cinema comunali (altro che multiplex!) dal territorio alle strutture sanitarie, dai parcheggi ai servizi in genere, senza servirsi di società, cooperative finte ed enti di turboburocrazia, risparmierebbero moltissimo, creerebbero occupazione interna e non ci sarebbe bisogno dell’ingombrante e poco efficace mondo della mediazione e dei servizi per conto terzi. Non ci sarebbe bisogno dei moderni mercanti di schiavi che sono le società e le cooperative per l’impiego. Ma ci sarebbe anche bisogno di amministratori capaci e di competenze vere. Se si mettesse in pratica un modello così, dove andremmo a finire? Si comincerebbe a chiedersi se i beni comuni debbano essere una risorsa per la comunità o un altro anello del marketing. Vorrai mica che qualcuno cominci a chiedersi se per caso non ci siamo incartati in un loop nel quale bisogna consumare per poter dire di essere vivi, bisogna sperare in un terremoto per poter lavorare, si arriva ad appiccare incendi per essere assunti nell’antincendio. Qualcuno comincerebbe a chiedersi di cosa abbiamo bisogno veramente, magari potrebbe addirittura mettersi a pensare. Qualcuno potrebbe cominciare a notare che in Italia ci sono almeno 500.000 case vuote di troppo, che sono state scaricate nel territorio valanghe di cemento che aumentano la possibilità di alluvioni, che intensificano il caldo (altroché temperatura percepita!), che stiamo regalando miliardi di euro alle mafie per poter “far funzionare” il paradosso del lavoro.

Il sindaco di Saracena non lo sa, forse non ne è consapevole, ma con la sua scelta rischia di mettere in atto un meccanismo rivoluzionario nel quale i cittadini finirebbero per essere animali pensanti e non servomeccanismi votanti. Faccia una cosa, signor sindaco, faccia pagare 600 euro a famiglia, gli dica che ci sono sacrifici da fare per far funzionare il sistema.

La notizia QUI

L’unione fa la forza

segnalato da Barbara G.

DAL 9 A CHIERI IL FESTIVAL DEI BENI COMUNI, L’UNIONE FA LA FORZA

Quattro giorni per interrogarsi sulle forme del vivere e del produrre insieme

di Noemi Penna – lastampa.it, 09/07/2015

A Chieri debutta «Area»: è il primo festival italiano dedicato ai beni comuni e si terrà da giovedì 9 a domenica 12 luglio. Quattro giorni di incontri, dibattito, musica, cinema, teatro e arte su ogni forma di vivere e produrre in comune, ai quali prenderanno parte attivisti dei movimenti sociali di tutta Europa e decine di ospiti, fra cui Stefano Rodotà, Salvatore Settis, Gianni Vattimo e Vandana Shiva. «Consideriamo questa rassegna – dice Ugo Mattei, professore di Diritto internazionale nonché vicesindaco di Chieri, tra i promotori del festival – una ripresa del processo di costruzione di una politica dei beni comuni che in Italia è stata tradita dopo la vittoria del referendum sull’acqua e il nucleare del giugno 2011. Per la costruzione di politiche pubbliche che superino l’austerity sono necessari studio, partecipazione e sperimentazione di nuovi linguaggi».

«Area» s’inaugura giovedì 9 alle 18 nel cortile del Comune con la Corale Civica di Chieri: i primi ospiti sono Marco Paolini e Davide Ferrario, attesi alle 20,30 per spiegare cosa significa essere artista in un contesto sociale. Alle 21 nel Chiostro di Sant’Antonio, la compagnia Alambic di Epinal (città francese gemellata con Chieri) porta in scena «Figurines» di Laura Pazzola: un lavoro teatro visivo e d’animazione, accompagnato da una parola essenziale e necessaria. Alle 22,30 al cinema Splendor è prevista la prima europea del film «Art war» alla presenza del regista Marco Wilms. Infine a mezzanotte ai Bastioni della Mina si va «In viaggio con la luce» nella conferenza in musica ideata da Infini.To. Grande attesa per il concerto di Gilberto Gil e Caetano Veloso: i due giganti della musica brasiliana si esibiranno venerdì 10 in piazza Dante (posto unico 23 euro; prevendita suwww.ticketone.it, www.ticket.it e www.piemonteticket.it).

Programma completo sul sito www.festivalbenicomuni.it: coerentemente con lo spirito del festival, verranno potenziati i servizi di trasporto pubblico locale e il servizio notturno di Nightbuster. In via Vittorio Emanuele saranno presenti le cucine su ruote di street food italiano gestite da Pro Loco e Quadrifoglio, e nel centro sportivo San Silvestro sarà allestita un’area campeggio.

ALCUNI APPUNTAMENTI

GIOVEDÌ 9. Ore 18, inaugurazione con la Corale Civica di Chieri; ore 19, Salvatore Settis e Gustavo Zagrebelsky su «Beni comuni: un dialogo per le generazioni future»; ore 20,30 , incontro con Marco Paolini e Davide Ferrario; ore 21, spettacolo «Figurines»; ore 22,20 film «Art War»; ore 24, «In viaggio con la luce», conferenza in musica.

VENERDÌ 10. Ore 12, Ugo Mattei e Salvatore Nastasi su «Pubblico e Comune nel governo della cultura»; ore 18, Stefano Rodotà «I beni comuni tra solidarietà e fraternità»; ore 20, «Storia spettacolare di Guyelmo el Pesado che voleva rovesciare il mondo»; ore 21,30, concerto di Gilberto Gil e Caetano Veloso; ore 23,spettacolo di live-multimedia-storytelling «Utopia».

SABATO 11. Ore 18, Vandana Shiva «Il cibo e l’etica dei beni comuni»; ore 20, «10% dei 100 violoncelli»; ore 22, reading-spettacolo «Fontamara»; ore 23, teatro «Insoliti parcheggi»; ore 23,30, concerto degli Area765.

DOMENICA 12. Ore 19, concerto Orchestrabile; ore 21,30, «Slurp», spettacolo di e con Marco Travaglio.

Il capitale sociale di Landini

segnalato da crvenazvezda76

LANDINI È GIÀ COALIZZATO

di Massimo Franchi – ilmanifesto.info, 7 giugno 2015

Sinistra. In un migliaio raccolgono la sfida del segretario della Fiom. Per riconquistare i diritti cancellati si parte dal basso. Lanciando campagne su reddito di dignità, beni, saperi e spazi comuni. Nel giorno del battesimo della Coalizione sociale il suo ideatore decide di ascoltare e prendere appunti. Parlerà oggi tirando le fila del lungo dibattito.

Ascolta in disparte, prende appunti, passa da un gruppo di lavoro all’altro. Nel giorno in cui la sua pro­po­sta prende forma e sostanza, Mau­ri­zio Lan­dini fa da spet­ta­tore. Solo qual­che rispo­sta a mar­gine ai gior­na­li­sti che ancora una volta gli chie­dono se «la coa­li­zione sociale sarà un par­tito». «Non so più come dirlo. Sto stu­diando il cinese e la prossima volta lo dirò in cinese», è la rispo­sta quasi stiz­zita.

Par­lerà oggi, tirando le fila di una due giorni che dovrà ini­ziare ad «unire tutto quello che è stato diviso e rimet­tere al cen­tro della discus­sione tutto quello che è stato can­cel­lato: diritti, un’idea diversa di svi­luppo e soste­ni­bi­lità ambientale, riqua­li­fi­ca­zione e rige­ne­ra­zione delle città, sia dal punto di vista eco­no­mico che morale».

I tempi e i modi sono allo stesso tempo lun­ghi e com­plessi. «Par­liamo alle per­sone, non ai par­titi e saranno le persone a deci­dere cosa fare, se il nostro pro­getto li può inte­res­sare. Se uno all’inizio di un per­corso sa già come va a finire vuol dire che si è messo d’accordo prima e noi non ci siamo messi d’accordo pro­prio con nes­suno. I pro­blemi sono grandi — con­clude Lan­dini — e noi non pen­siamo a una cosa che li risolve in quat­tro e quattr’otto».

Una lunga gior­nata di «poli­tica con la P maiu­scola», dun­que. Una gior­nata comin­ciata con tre inter­venti «cap­pello» — di Filippo Mira­glia dell’Arci, della costi­tu­zio­na­li­sta Carla Car­las­sarre, di Cor­rado Oddi dei Forum per l’Acqua pubblica — e la prima divi­sione in gruppi di lavoro. Di sotto, nella sala prin­ci­pale, si parla di “Unions” e diritti del lavoro, di sopra nella sala più pic­cola di “Rige­ne­rare la Città”. Nel pome­rig­gio invece nella sala grande l’argomento è “Economia, poli­ti­che indu­striali, cam­bia­menti cli­ma­tici», men­tre in quella pic­cola tocca a “Saperi e conoscenza”.

«Quat­tro temi deci­sivi per cam­biare la nostra con­di­zione di vita», si sin­te­tizza dal palco. Cin­que minuti a testa e l’accorato appello — eluso in qual­che caso — «a non rac­con­tare solo la pro­pria espe­rienza, ma a fare pro­po­ste concrete», come ricorda Michele De Palma, respon­sa­bile Auto della Fiom e coor­di­na­tore del gruppo Unions che «parte dalla con­sta­ta­zione che la crisi divide, mette in com­pe­ti­zione e sot­to­pone al ricatto le per­sone che per vivere devono lavorare».

Accanto al palco o ai tavoli di chi gesti­sce i gruppi ven­gono messi dei pan­nelli blu sui quali attac­care post-it gialli con le pro­prie pro­po­ste. In un clima da uni­ver­sità inglese all’inizio c’è ritro­sia. Il primo corag­gioso verga un pro­gramma poli­tico strin­gato ma assai impe­gna­tivo: «Lotte e mutua­li­smo per costruire nuovi diritti. Red­dito e sala­rio per tutti». Poi la cosa prende piede e i bigliet­tini ini­ziano a non bastare per i gra­fo­mani, costretti ad attac­carne anche tre assieme pur di non disper­dere le loro idee.

Si va per le lun­ghe. Biso­gna con­tin­gen­tare i tempi per per­met­tere agli altri due gruppi tema­tici di poter avere un tempo decente di discus­sione. Una sin­tesi di 50 inter­venti — come quelli con­tati nel caso di Unions — diventa compli­cata. La fa il gio­vane Fede­rico che sot­to­li­nea «i punti comuni a gran parte degli inter­venti: il salto del nesso tra indi­vi­duale e col­let­tivo, la scor­cia­toia del prin­ci­pio del capo che è il renzismo».

Ma sono le pro­po­ste a farla da padrone: «Cam­pa­gne per unire e legare gene­rale e par­ti­co­lare con al cen­tro l’efficacia: il fatto che il Jobs act sia un inno all’illegalità in cui il “tutele cre­scenti” è una scusa per pre­ca­riz­zare e pagare meno tutti; un sala­rio minimo non assi­sten­ziale ma come bat­ta­glia di libertà su cui fare cam­pa­gna sul ter­ri­to­rio quest’estate e un momento comune e nazio­nale in autunno; la bat­ta­glia sala­riale e quella dei migranti come ver­tenza di carat­tere euro­peo con l’idea di un sala­rio minimo con­ti­nen­tale per evi­tare il dum­ping sociale». A fianco alle proposte «c’è il metodo: nuove forme di sin­da­ca­liz­za­zione, soli­da­rietà alla Gre­cia di Tsi­pras e la demo­cra­zia come vin­colo su tutte le decisioni».

Forse ancora più inte­res­sante il dibat­tito uscito dal gruppo “Rige­ne­rare le città”. Ame­deo del cen­tro sociale romano La Strada rias­sume le pro­po­ste «sulla rige­ne­ra­zione urbana» lan­ciando una «cam­pa­gna nazio­nale sul tema del patrimo­nio pub­blico, della gestione dei beni e degli spazi comuni e una piat­ta­forma digi­tale per met­tere assieme le esperienze».

Da “Saperi e cono­scenza” invece arriva l’appello ad allar­gare («a uni­ver­sità, diritto allo stu­dio, for­ma­zione permanente, accesso alla cul­tura», sin­te­tizza Ric­cardo della Rete della Cono­scenza) e ren­dere tra­sver­sale il grande suc­cesso della mobi­li­ta­zione con­tro la Buona scuola. Sui “Cam­bia­menti cli­ma­tici” infine si punta a bloc­care lo Sblocca Ita­lia, a filiere pro­dut­tive non inten­sive e all’autogestione di sta­bi­li­menti in crisi legan­doli al territorio.

Oggi si riparte con la ple­na­ria. E con l’intervento di Ste­fano Rodotà (ieri a Genova a RepI­dee, ma non con Renzi). Ver­ranno letti i report dei quat­tro gruppi e poi si cer­cherà di tro­vare una sin­tesi. Con tutta pro­ba­bi­lità la farà Maurizio Lan­dini. E ai suoi avrà il van­tag­gio di non dover par­lare in cinese. Qua nes­suno vuole fare un par­tito. Solo (buona) poli­tica dal basso.

Un’ipoteca sul futuro?

Segnalato da barbarasiberiana

EXPO 2015: UN’IPOTECA SUL FUTURO?

Sabato 28 marzo – ore 10.30, presso la Sala conferenze – Libreria Claudiana, in Via Francesco Sforza 12/a a Milano, l’Osservatorio popolare sull’acqua e i beni comuni promuove un incontro dal titolo EXPO 2015: un’ipoteca sul futuro?

L’Osservatorio popolare sull’acqua e i beni comuni è nato dall’esigenza di approfondire e conoscere le dinamiche vive che si costruiscono nel tessuto sociale del nostro paese, di indagarne sia le distorsioni sia le potenzialità tanto a livello locale quanto a livello sovralocale.

In questa fase, in Italia, chiunque voglia riflettere sui processi che attraversano i territori deve necessariamente confrontarsi con l’ormai prossima inaugurazione di Expo 2015, di un evento globale che ha già avuto e avrà un enorme impatto sull’area metrolombarda, offrendosi a paradigma di un modello di sviluppo tutt’altro che innovativo benché rilanciato nel discorso pubblico e nell’azione di governo.

Malgrado il rilievo e la gravità del tema prescelto, quel Nutrire il mondo che evoca la necessità di «garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli nel rispetto del pianeta e dei suoi equilibri» – come recita il sito ufficiale della manifestazione – Expo 2015 rappresenta infatti il simbolo di un modo di intendere la messa in valore di un territorio che procede in direzione opposta a quella promozione e riappropriazione delle risorse locali, ambientali sociali e culturali, che pure dice di voler favorire.

È il modello dei “grandi eventi” e delle “grandi opere” su cui dobbiamo tornare a confrontarci a dispetto della retorica della “straordinaria opportunità” che derubrica ogni dissenso, ogni argomento critico, a “sterile disfattismo” o “cieco conservatorismo”. Una retorica pubblica, peraltro, divenuta a tratti imbarazzante alla luce dell’ondata di arresti delle massime dirigenze della manifestazione e della pubblicazione dei dati reali sugli investimenti e sul lavoro.

A partire da questa serie di contraddizioni, l’Osservatorio popolare sull’acqua e i beni comuni ha quindi deciso di promuovere un incontro pubblico a Milano capace di contribuire a una più estesa e approfondita riflessione sull’impatto immediato e futuro di Expo 2015 nel nostro paese.

Partecipano:

Stefano Boeri (architetto)

Alberto Di Monte (Lab.Offtopic_aderente rete NoExpo)

Luca Martinelli (AltrEconomia)

Emilio Molinari

Uno scempio da bloccare

segnalato da barbarasiberiana

Una sintesi delle critiche al decreto Sblocca Italia le avevamo già riportate in questo post. In questi giorni è in corso una manifestazione a Roma contro il decreto. Riporto qui uno stralcio di un articolo molto esaustivo sull’argomento, il resto lo trovate cliccando sul link.

SBLOCCA ITALIA, UNO SCEMPIO DA BLOCCARE: ECCO PERCHE’

Contraddizioni e rischi di un decreto criticato anche dal presidente anti-corruzione Raffaele Cantone.

di Andrea Zitelli – valigiablu.it, 14/10/2014

Quarantacinque articoli su edilizia, infrastrutture, ferrovie, appalti, bonifiche, dissesto idrogeologico, cassa in deroga e altro ancora. Questo lo sblocca Italia, l’intricato e ambizioso decreto legge 133/2014 – approvato a fine agosto – del governo Renzi. L’obiettivo dichiarato è quello di sburocratizzare e “sbloccare” il Paese nei più disparati settori. Dopo aver ascoltato decine di enti e associazioni, ieri è iniziata l’analisi in commissione Ambiente della Camera dei 2200 emendamenti (poi ridotti a 700) al testo. Numeri che dimostrano i tanti conflitti e questioni sollevate da questo testo di legge, che hanno avuto un forte riscontro sul territorio nazionale.

Italia a rischio cementificazione?

Matteo Renzi a luglio aveva promesso che con lo Sblocca Italia sarebbero stati sbloccati 43 miliardi per il 1 settembre. Passati due mesi, i numeri però si sono sgonfiati, tanto che Giorgio Santilli, sul Sole 24 ore, ha scritto che tutti quei soldi erano infondati, una farsa. Arrivati all’approvazione del decreto i soldi trovati e destinati a grandi “opere cantierabili in date certe” sono 3,9 miliardi e si trovano all’articolo 3. Soldi che «però – annota Confindustria durante la sua audizione in Parlamento – generano una complessiva disponibilità di soli 65 milioni nel biennio 2013-2014 e 390 milioni nel biennio 2015-2016, ma di ben 3,4 miliardi dal 2017 in avanti». A queste considerazioni si aggiungono quelle dei tecnici del servizio Bilancio della Camera che hanno chiesto al governo come intenda far fronte alle coperture delle spese, essendo state utilizzati «risorse inerenti opere infrastrutturali strategiche già approvate».

Anna Donati, su Rottama Italia, ebook di Altraeconomia che critica duramente il Dl del governo, denuncia che questi fondi sono destinati «allo sviluppo dell’asfalto». Secondo l’ambientalista «sommando le previsioni tra i diversi progetti, si ottiene che ben il 47% andrà a strade e autostrade, il 25% a ferrovie e solo l’8,8% a reti tramviarie e metropolitane». Una delle opere sbloccate e maggiormente contestate è quella dell’austrostrada Orte-Mestre, con i suoi 400 km di lunghezza previsti per un costo di 10 miliardi di euro. La costruzione dell’autostrada era stata approvata dal Cipe nel 2013 e avrebbe dovuto usufruire di 1,8 miliardi di agevolazioni fiscali previste dal Decreto del Fare per progetti in project financing. La Corte dei Conti ha però bloccato tutto (qui la sentenza): l’opera infatti era stata dichiarata di pubblica utilità ben prima del 2013 – quando è stata introdotta la defiscalizzazione – e per questo motivo non ha diritto agli incentivi. Con l’articolo 2 (al comma 4) del decreto, il governo ha però poi sottratto l’opera al maglie delle sentenza dei giudici contabili. Riguardo l’Orte-Mestre, per Legambiente il problema principale è l’insostenibilità dei lavori. Secondo Mattia Donadel, della “Rete stop autostrada Orte Mestre”, intervistato dal Fatto quotidiano «i flussi di traffico previsti dagli stessi proponenti sono talmente bassi che le tariffe proposte andrebbero a superare di gran lunga quelle del Passante di Mestre, già oggi le più care in Europa». Il rischio, insomma, è che alla base dell’opera manchi una valutazione ben fatta del bilancio tra costi e benefici.

Deroghe e semplificazioni, quali rischi

Cantieri riaperti e lavori portati a termine più velocemente. Questo l’obiettivo che si pone lo Sblocca Italia, per raggiungerlo sono previste deroghe al codice degli appalti e semplificazioni delle procedure concorsuali. In questo modo, però, il rischio è di abbassare i livelli di trasparenza e di lotta alla corruzione. Questa tra le più grandi preoccupazioni mostrate dagli enti e associazioni in commissione Ambiente alla Camera nel mese scorso. Fabrizio Salassone, vice capo del Servizio di Struttura economica della Banca d’Italia, ad esempio, ha invocato «massima trasparenza», visto che, come da lui denunciato, il provvedimento basato sull’«estrema urgenza», introduce «un sistema generale di deroghe molto pervasivo al Codice dei contratti pubblici». Un metodo che in passato si è rivelato «non sempre pienamente efficace, con ripercussioni negative sui tempi e sui costi nella successiva fase di esecuzione dell’opera e vulnerabilità ai rischi di corruzione». Altra fonte di critiche e dubbi è l’articolo 9, definito da Cantone tra i più importanti dello Sblocco Italia ma che, aggiunge il magistrato, «pone una serie di problemi». Per esempio, il provvedimento introduce per tutti gli interventi che rientrano nella definizione di “estrema urgenza” – e che riguardano la messa in sicurezza degli scolastici, la riduzione dei rischi idraulici e geomorfologici, l’adeguamento della normativa antisismica, la tutela ambientale e del patrimonio culturale – la possibilità di usufruire di «ulteriori disposizioni di carattere acceleratorio per la stipula del contratto, in deroga a quelle del Codice». La stessa norma, inoltre, permette alle imprese coinvolte nei lavori di non dover fornire alcuna garanzia a corredo dell’offerta. Questa disposizione secondo Cantone, potrebbe portare gli operatori economici a non rispettare gli impegni assunti, senza subire per questo alcun danno. Un altro aspetto poco chiaro (al coma 2, lettera d) sta nella possibilità di avviare “procedure negoziali” senza dover pubblicare un bando, ma solo invitando almeno tre operatori economici, anche per importi molto elevati (l’attuale soglia comunitaria è infatti di 5 milioni e 800 mila euro). Ma su quali basi alcune imprese verrebbero scelte e altre no?

Misure urgenti anche per patrimonio culturale e ambiente

“Accelerazioni” e “misure urgenti” coinvolgono anche procedure riguardanti il patrimonio culturale e l’ambiente. Proprio per questi motivi sono emerse denunce e avvertimenti di rischi della salvaguardia del territorio. Per Andrea Carandini, presidente del Fondo Ambiente Italiano, la cosa più preoccupante è la trasformazione «della deroga in regola». Per il Fai, ad esempio, l’articolo 25 (al comma 3) consentirà «ai Comuni di rilasciare l’autorizzazione edilizia in aree sottoposte a vincolo paesaggistico anche in assenza del parere della Soprintendenza, al momento, invece, vincolante», o l’articolo 26 che, come scrive la fondazione, vuole «facilitare il recupero degli immobili non più utilizzati del patrimonio pubblico (caserme, scuole e palazzi) semplificando la procedura per determinare la loro diversa finalità d’uso», ma prevedendo «che questa sia stabilita nell’ambito di trattative ‘privatistiche’ tra enti», con la chiusura «della partecipazione e al dibattito e non garantendo la trasparenza».

Concessioni autostradali, si tratta di un regalo?

Il presidente dell’Anac si concentra anche sulla revisione delle concessioni autostradali. All’articolo 5 del testo si legge: “i concessionari autostradali possono proporre modifiche ai contratti in essere anche mediante l’unificazione di tratte interconnesse, contigue o complementari ai fini di una loro gestione unitaria“. Secondo il presidente dell’Anticorruzione la disposizione appare poco chiara, perché «non indica esplicitamente chi ed in che modo debba approvare il piano predisposto dai concessionari». La stessa norma viene bocciata anche dall’Autorità nazionale trasporti che non ne condivide l’impostazione perché «attribuisce al singolo concessionario la facoltà di predisporre un nuovo piano economico finanziario finalizzato a proporre l’unificazione di tratte, in assenza di provvedimenti dell’Autorità sugli ambiti ottimali di gestione». L’Autorità segnala un’altra incongruenza, riguardante la gestione dell’Autostrada del Brennero A22, per la quale era stata da poco avviata una consultazione ai fini del riavvio della procedura di gara per l’affidamento della concessione e che lo sblocca Italia ha invece prorogato. La norma del decreto sulle concessioni autostradali «non appare di agevole comprensione e comunque contiene aspetti delicati in una prospettiva concorrenziale». Lo ha detto nel corso di un’audizione alla Camera il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, spiegando che la norma si colloca tra l’altro «in un contesto che vede alcune concessioni esistenti già scadute (Autostrade centropadane, Autostrade meridionali, A22 del Brennero) e attualmente in proroga». Pitruzzella spiega inoltre che in questo settore proprio le concessioni sono «le uniche forme di stimolo concorrenziale» e che «la possibilità di unificare titoli concessori, aventi scadenze differenziate», potrebbe causarne «l’eliminazione per periodi significativi».

Il resto dell’articolo, in cui si parla anche di patto di stabilità, inceneritori, gas e idrocarburi, competenze comuni e loro bilancio, lo trovate QUI.