Beni Culturali

La sentenza del Tar e l’arroganza della politica

segnalato da Barbara G.

Tomaso Montanari, Musei, la sentenza del Tar e l’arroganza della politica

emergenzacultura.org, 25/05/2017

Vorrei ringraziare sinceramente Dario Franceschini, Matteo Renzi e Andrea Orlando. Le loro dichiarazioni di oggi mi hanno ringiovanito, riportandomi come per incanto all’Italia di vent’anni fa. Quando un pugnace Silvio Berlusconi attaccava frontalmente ogni giudice che gli desse torto, minacciando sfracelli e facendo rivoltare nella tomba il povero Montesquieu, che aveva ben spiegato perché il potere giudiziario, quello legislativo e quello esecutivo dovessero stare ben divisi.

 E ora siamo daccapo. Il Tar del Lazio boccia impietosamente la “riforma” dei musei di Franceschini? Renzi tuona su facebook: “Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar!”.
 Gli fa eco l’alternativa, cioè Orlando: “I Tar andrebbero cambiati“. E Franceschini si scaglia
contro i giudici:
“Sono preoccupato per la figura che l’Italia fa nel resto del mondo, e per le conseguenze pratiche perché da oggi alcuni musei sono senza direttore”.
 Ma possibile che nessuno di costoro senta invece il bisogno di scusarsi? Di dimostrare un po’ di umiltà, invece di sfoderare una simile arroganza?

Il punto è molto semplice: una legge (non fascista: novellata nel 2001) dice che i posti della dirigenza pubblica sono riservati a chi ha la cittadinanza italiana. Si potrà discutere sulla sua bontà. Io non la trovo insensata: dai dirigenti dipendono molti posti di lavoro, sistemi complessi. In molti casi ci sono in gioco settori strategici. Ed è così in tutti i paesi. Franceschini grida che la National Gallery è diretta da un italiano: ma si dimentica di dire che quell’italiano è cittadino britannico.

 E in ogni caso: se a un ministro una legge non piace, può chiedere al Parlamento di cambiarla. E Franceschini aveva i numeri per farlo. Se invece firma un atto che la aggira o peggio la vìola, può capitare che un giudice amministrativo annulli quell’atto. È la democrazia, bellezza! E io me ne sento garantito.

Non sarà il caso di cominciare a dire che non basta fare le cose, ma bisogna anche farle bene? La riforma Madia è stata massacrata dal Consiglio di Stato e dalla Corte Costituzionale, la riforma costituzionale è stata respinta dal popolo italiano: ma non sarebbe stato meglio farle bene, quelle riforme, invece che gridare contro chi ha dovuto constatarne il fallimento? Non è che la figuraccia dell’Italia l’ha causata un ministro incompetente circondato da incapaci?

E poi c’è un punto di merito. Il Tar dice che i colloqui per selezionare i direttori sono stati troppo frettolosi, e sono stati celebrati a porte chiuse. E che dunque i diritti dei concorrenti non sono stati rispettati. Se è vero è una cosa grave. E io so che è vero.

Quel concorso è stato condotto malissimo, ai limiti della farsa, per la stessa ragione per cui Franceschini non ha cambiato la legge: per la maledetta fretta mediatica di poter dire che aveva fatto qualcosa.

La commissione ha avuto (nella migliore delle ipotesi) nove minuti per leggere e valutare ogni curriculum e quindici minuti (questo è un dato ufficiale) per il colloquio che ha deciso la sorte degli Uffizi, o di Capodimonte.

Un elemento di comparazione: per scegliere l’ex direttore della Galleria Estense Davide Gasparotto come curatore della collezione di dipinti, il Getty Museum di Los Angeles ha ritenuto necessari un’intervista preliminare di 2 ore, un colloquio privato col direttore di 2 ore, due visite di tre giorni durante le quali il candidato ha trascorso molto tempo col direttore e il vicedirettore, e poi un lungo colloquio col presidente dei Trustee.

E in questo caso era un direttore di museo che diventava curatore di sezione: mentre noi abbiamo fatto il contrario (abbiamo preso direttori che in quasi tutti i casi non erano mai stati tali, ma al massimo conservatori di sezioni di musei secondari) in un quarto d’ora. La commissione contava solo due tecnici (un archeologo e uno storico dell’arte, entrambi professionalmente non italiani), accanto a una manager museale, a un rappresentante diretto del ministro stesso (l’autore materiale della riforma e consigliere giuridico principale del ministro) e a un presidente non proprio terzo rispetto alle volontà ministeriali (perché contestualmente confermato alla guida della Biennale di Venezia con una deroga alla legislazione vigente decisa dal governo).

Franceschini si trincera dietro i dati dell’affluenza ai musei: che però non dipendono certo dalla sua riforma (o pensiamo che gli australiani vadano gli Uffizi per la riforma Franceschini?), ma dalla congiuntura internazionale legata al terrorismo che vede crollare il turismo in Francia e nel Mediterraneo, e lo spinge nel nostro Paese, ritenuto più sicuro.

E poi: siamo sicuri che i musei di misurino solo con i numeri? A Brera moltissime tavole del Rinascimento hanno subito gravi danni a causa della noncuranza del nuovo direttore. Palazzo Pitti è diventato una cava di opere di pregio concesse in prestito per ragioni politiche, e un set da addii al celibato privati di lusso. Al Palazzo Ducale di Mantova si fa la fiera del mobile. E da nessuna parte si fa più ricerca, cioè non si produce più conoscenza. I musei assomigliano ormai a luna park pregiati: e a rimetterci sono i cittadini comuni, che non hanno molte altre occasioni di crescere culturalmente.

Il prossimo ministro per i Beni culturali dovrà smontare la “riforma” Franceschini pietra per pietra, errore per errore. Questa sentenza del Tar può essere un buon inizio.

Cancellate la riforma Franceschini

segnalato da transiberiana9

La diaspora del Pd, vi prego, cancelli anche la riforma Franceschini sui beni culturali

di Tomaso Montanari – huffingtonpost.it, 24/02/2017

In queste ore la diaspora del PD sta mettendo sotto accusa, e sta progettando di rovesciare, una buona parte dei provvedimenti chiave del Governo Renzi, che pure aveva votato in Parlamento. Bene, anzi meglio: meglio tardi che mai.

Vorrei però elevare una preghiera: accanto al Jobs Act, alla Buona Scuola, alla soppressione dell’Ici anche per i miliardari, allo Sblocca Italia del cemento non dimenticatevi di ripudiare (e di abrogare, se ne avrete la forza) la cosiddetta riforma Franceschini!

Vi prego di credere non tanto a me o a Salvatore Settis, ma alle centinaia di associazioni e tecnici del patrimonio culturale (molti riuniti nel cartello Emergenza Cultura), o ai cittadini delle zone colpite dal terremoto nell’Italia centrale, che da mesi cercano di bucare il muro del silenzio e della propaganda del potente, eterno Dario Franceschini. Che, se è impegnato nel puntellare il Pd (e nel puntellare soprattutto le sue ambizioni sulla presidenza della Camera, e oltre), è anche impegnatissimo nel far cadere ogni puntello che reggeva il nostro povero patrimonio culturale.

La riforma Franceschini si basa su un principio semplice, anzi brutale: separare la good company dei musei (quelli che rendono qualche soldo), dalla bad company delle odiose soprintendenze, avviate a grandi passi verso l’abolizione. Il resto (archivi, biblioteche, siti minori, patrimonio diffuso) è semplicemente abbandonato a se stesso: avvenga quel che può.

Il progetto sui musei è chiaro: la messa a reddito selvaggia, la trasformazione in un luna park per ricchi. A Palazzo Pitti si fanno gli addii al celibato privati dei milionari; a Brera 50 tavole (tra cui un Piero della Francesca) si crettano mentre tutte le porte sono spalancate ad un clima polare perché si deve allestire una sfilata di Trussardi; la Galleria Borghese presta tredici opere delicatissime ad una grande fiera olandese di antiquariato per ricchi collezionisti; il Palazzo Ducale di Mantova è ridotto ad una fiera del mobile, e la Reggia di Caserta in un outlet di borse griffate. Il Colosseo si trasformerà in una location di eventi (esclusivi, ovviamente) e al Pantheon si impone il biglietto, mercificando un altro pezzo della città di tutti. E tutto questo circo per ricchi gira grazie ad uno schiavismo di massa: perché tutta la baracca è retta da una legione di precari, travestiti da volontari, che vanno avanti con 400 euro al mese, anche se hanno fior di lauree e dottorati di ricerca.

In gioco non c’è la dignità dell’arte, ma la nostra capacità di cambiare il mondo. Il patrimonio culturale è una finestra attraverso la quale possiamo capire che è esistito un passato diverso, e che dunque sarà possibile anche un futuro diverso. Ma se lo trasformiamo nell’ennesimo specchio in cui far riflettere il nostro presente ridotto ad un’unica dimensione, quella economica, abbiamo fatto ammalare la medicina, abbiamo avvelenato l’antidoto. Se il patrimonio non produce conoscenza diffusa, ma lusso per pochi basato sullo schiavismo, davvero non abbiamo più motivi per mantenerlo con le tasse di tutti: non serve più al progetto della Costituzione, che è “il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3).

Il progetto sulla tutela, invece, è stato chiarito da Maria Elena Boschi. Dialogando amabilmente con Matteo Salvini in diretta televisiva (a Porta a Porta, il 16 novembre scorso), l’allora ministra per le riforme ha candidamente ammesso: “io sono d’accordo diminuiamo le soprintendenze, lo sta facendo il ministro Franceschini. Aboliamole, d’accordo”. Ecco la verità. Renzi l’aveva scritto, in un suo libro: “soprintendente è la parola più brutta del vocabolario della democrazia”. Detto fatto: ora chi vuole cementificare, distruggere, esportare clandestinamente, saccheggiare necropoli ha la strada spianata.

Peccato che il terremoto abbia svelato prima del tempo che non c’è più nessuna tutela del patrimonio. Pochi giorni fa un collega storico dell’arte mi ha scritto sconvolto, dopo aver camminato a lungo tra le rovine di Camerino, che il nostro patrimonio è stato abbandonato da “un ministero drammaticamente sprovvisto di mezzi e di persone. Al di là della facile propaganda e delle narrazioni rassicuranti sono i crolli stessi degli edifici, uno dopo l’altro, a raccontare un’altra storia”. E i cittadini rimasti ad Amatrice hanno scritto a Franceschini una lettera straziante e durissima, ovviamente ignorata dai giornali che alimentano la narrazione della ricostruzione: “Ma Lei, signor Ministro, si rende conto della situazione che stiamo vivendo? Si rende conto che insieme ai monumenti di Amatrice stiamo perdendo, come Italiani, un pezzo della nostra storia, che stiamo perdendo un pezzo dell’Italia, non avendo intrapreso se non in minima parte quelle azioni che ne avrebbero salvato almeno una parte?”.

Tra cento anni i libri di storia dell’arte diranno che furono un ministro (Dario Franceschini) e un governo (quello del Pd di Matteo Renzi) a distruggere ciò che in secoli si era costruito: il patrimonio culturale e il sistema di tutela grazie al quale esso era arrivato fino a noi.

Se ora davvero una parte di quel Pd si è svegliata dal sonno e ha deciso di reagire, ebbene, siamo in tanti a pregarlo: ricordatevi anche del nostro patrimonio culturale, ricordatevi dell’articolo 9 della Costituzione. Come scrisse Raffaello al papa Leone X nel 1519: “non deve essere tra gli ultimi vostri pensieri aver cura che quel poco che resta di questa antica madre della gloria e della fama italiana, e che eccita alla virtù gli spiriti che oggidì sono tra noi, non sia estirpato e guasto dalli maligni, dagli ignoranti”.

Maria Elena Boschi: «Aboliamo le soprintendenze»

segnalato da Barbara G.

di Tomaso Montanari – emergenzacultura.org, 19/11/2016

Chi l’avrebbe detto che il castello della propaganda del ministro Franceschini sarebbe venuto giù tutto in un colpo solo, durante una puntata di Porta a Porta?

È mercoledì scorso, il 16 novembre, e va in scena un ‘confronto’ tra Matteo Salvini e Maria Elena Boschi. E su cosa sono perfettamente d’accordo, questi due titani del pensiero?

sulla distruzione della tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale!

Ascoltiamoli (qui, al minuto 1h 34):

«Salvini: “Ci sono alcuni organismi statali che vanno rivisti, e io aggiungo qualcosa di più, cancellati: soprintendenze e prefetture. Ufficio complicazioni cose semplici! Soprintendenze e prefetture […] Se lo Stato vuole dimagrire, vuole snellire, vuole esser più veloce, vuole semplificare, inizi a cancellare qualcosa”

Boschi: “[…] Abbiamo fatto una riforma della pubblica amministrazione per ridurre le complicazioni sul territorio. […] Va benissimo darsi altre sfide, io sono d’accordo diminuiamo le soprintendenze, lo sta facendo il ministro Franceschini. Aboliamole, d’accordo, lavoriamoci dal giorno dopo: disponibilisismi a discutere di tutto, ma il 4 dicembre votiamo a un referendum su questa riforma costituzionale”».

Da due anni Dario Franceschini nega pervicacemente l’evidenza: e cioè che egli sta scientificamente distruggendo le soprintendenze, su mandato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi (quello che ha scritto: «soprintendente è la parola più brutta del vocabolario della burocrazia»).

Ora, grazie alla benedetta semplicità di Maria Elena Boschi, le carte sono finalmente sul tavolo: per ora le hanno diminuite, ma ora sono pronti ad abolirle, queste maledette soprintendenze.

Almeno finalmente è tutto chiaro: grazie, signora ministra!

Referendum, che confusione su ambiente e cultura

segnalato da Barbara G.

di Tomaso Montanari – libertaegiustizia.it, 30/10/2016

Con il referendum d’autunno saremo chiamati a decidere anche del futuro dell’ambiente e del patrimonio culturale della nazione. Non molti lo sanno, perché il dibattito sulla riforma costituzionale non ha finora lasciato spazio all’analisi dell’impatto che essa avrà su quest’ambito cruciale. Eppure i cambiamenti del riparto delle competenze tra Stato e Regioni introdotti dal nuovo articolo 117 comportano conseguenze rilevanti.

Come è ben noto, l’assetto attuale di quell’articolo è frutto della riforma del titolo V della Carta promossa nel 2001 da un Centrosinistra sotto la pressione dell’assedio secessionista della Lega. Schizofrenicamente, esso mantiene allo Stato la «legislazione esclusiva» in fatto di «tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali», ma assegna alla legislazione concorrente delle Regioni la «valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali». Una mediazione che ha funzionato solo sulla carta: perché i confini tra la tutela e la valorizzazione sono impossibili da fissare in teoria, e a maggior ragione in pratica. Infatti l’unico risultato di quella riforma è stato un enorme contenzioso tra Stato e Regioni, che ha intasato per anni la Corte Costituzionale e ha finito per intralciare pesantemente il governo del patrimonio culturale.

Una riforma di quella riforma era dunque auspicabile: purché riuscisse a risolverne i guasti optando con decisione per una soluzione (statalista o regionalista), o almeno dividendo le competenze con chiarezza.

Non è questo, purtroppo, l’esito della riforma su cui siamo chiamati a votare. Perché, se da una parte l’articolo 117 ricompone l’unità naturale assegnando (condivisibilmente) allo Stato la legislazione esclusiva su «tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici», dall’altra lo stesso articolo assegna, contraddittoriamente, alle Regioni la potestà legislativa «in materia di disciplina, per quanto di interesse regionale, delle attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici». Esattamente come nel caso, ben più noto, dell’iter legislativo tra Camera e nuovo Senato, anche in questo settore la riforma crea più incertezza e confusione di quante non riesca a eliminarne. Sia che le intendiamo (come dovremmo) in senso culturale, sia che le intendiamo (come accade normalmente) in senso commerciale nessuno è infatti in grado di spiegare quali siano le differenze tra la «valorizzazione» (su cui potrà legiferare solo lo Stato) e la «promozione» (su cui lo potranno fare anche le Regioni): ed è facile prevedere che, ove la riforma fosse approvata, si aprirebbe una nuova stagione di feroce contenzioso.

Ma cosa ha in mente il riformatore che prova a introdurre in Costituzione la nozione di promozione? Un’analisi del lessico attuale della politica mostra che siamo assai lontani da quel «promuove lo sviluppo della cultura» che, d’altra parte, i principi fondamentali (all’articolo 9) assegnano esclusivamente alla Repubblica (intesa come Stato centrale, come chiarisce la lettura del dibattito in Costituente). Tutto il discorso pubblico del governo Renzi dimostra che «promozione» va, invece, intesa in senso pubblicitario, come sinonimo di marketing. E anzi, i documenti ufficiali del Mibact arrivano a dire apertamente (cito un comunicato del 2 maggio) che il patrimonio stesso è «uno strumento di promozione dell’immagine dell’Italia nel mondo».

Se, dunque, la promozione è questa, è difficile capire perché, in uno dei pochi interventi del governo su questo punto della riforma (il discorso del ministro Dario Franceschini all’assemblea di Confindustria), si sia affermato che la riforma diminuirebbe la spesa, per esempio impedendo alle Regioni di aprire uffici promozionali all’estero: quando, al contrario, l’invenzione di una competenza regionale proprio in fatto di promozione apre le porte a una stagione di spesa incontrollata.

La grave approssimazione con cui il riformatore si è occupato di patrimonio culturale risalta particolarmente quando si consideri la determinazione e la coerenza con cui egli ha, invece, affrontato il nodo delle competenze – strettamente collegate – in materia di governo del territorio e dell’ambiente: competenze da cui vengono rigidamente escluse le Regioni, cui pure è affidata la redazione e l’attuazione dei piani paesaggistici.

L’articolo 117, infatti, riserva senza equivoci allo Stato la legislazione in fatto di «produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia e di infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale». Tutte materie, queste, che l’articolo 116 esclude esplicitamente da quelle su cui le Regioni potrebbero in futuro godere di «particolare autonomia»: laddove lo stesso articolo continua, invece, ad ammettere che essa possa investire i beni culturali e il paesaggio.

La ratio di queste norme era stata anticipata dallo Sblocca Italia del governo Renzi, che la Corte ha giudicato incostituzionale proprio dove ha estromesso la voce delle Regioni da materie sensibili per la salute dei cittadini come gli inceneritori, o le trivellazioni: uno degli obiettivi della nuova Costituzione è evidentemente proprio quello di impedire, in futuro, referendum come quello sulle trivelle. E non è dunque un caso che la campagna del Sì si apra riesumando la più insostenibile delle Grandi Opere: il Ponte sullo Stretto di berlusconiana memoria.

Insomma: se si tratta di decidere come consumare il suolo, le Regioni vengono escluse. Ma vengono invece riammesse al banchetto della mercificazione del patrimonio culturale. C’è evidentemente del metodo in questa, pur confusa, revisione costituzionale: ma è un metodo che rafforza le ragioni di chi si appresta a votare No.

La cultura della cultura

segnalato da Andrea

L’INTERVENTO DI SALVATORE SETTIS AL CONVEGNO DI BOLOGNA

di Giovanni Cocchi – retescuole.net, 30/11/2014

Parlando di cultura e scuola in tempo di crisi, il punto di partenza è obbligato: è prevalsa in Italia una versione dei fatti, sbandierata dalla destra e vissuta con rassegnazione da buona parte della sinistra, secondo cui in tempo di crisi ridurre le risorse (cioè tagliare le gambe) alla ricerca, alla scuola, all’Università, al teatro, alla tutela dei beni culturali, alla musica è non solo necessario ma giusto. Questa volgare mistificazione, di solito citata con la formuletta (attribuita a Tremonti) “la cultura non si mangia”, ha un corollario importante: la riduzione dei fondi pubblici, dicono lorsignori, innescherà un processo virtuoso, per cui non solo si spenderà meglio quel poco che c’è, ma prontamente interverranno i privati ad assicurare il funzionamento delle istituzioni.

Vale la pena di smontare in poche mosse questo traballante castello di carta. Prima di tutto, non è vero che la politica dei tagli alla spesa pubblica in cultura sia una reazione-standard dei governi di destra alla crisi. Non è quello che ha fatto la Francia di Sarkozy, che anzi ha “sanctuarisé” le spese in cultura (dichiarazione del ministro Frédéric Mitterrand, 29 maggio 2012), e ha lanciato un programma di accresciuti investimenti in ricerca per 21,9 miliardi di euro nel quinquennio (discorso del ministro Valérie Pécresse, 1 giugno 2010). Non è quello che ha fatto la Germania di Angela Merkel, che anzi ha incrementato i fondi per la ricerca di 10 miliardi di euro con la Exzellenzinitiative lanciata tre anni fa e ancora in corso. Lo spirito di questi provvedimenti in questi due Paesi europei è identico a quello espresso dal presidente Obama nel suo discorso alla National Academy of Sciences del 27 aprile 2009: «In un momento difficile come il presente, c’è chi dice che non possiamo permetterci di investire in ricerca, che sostenere la scienza è un lusso in una fase in cui bisogna dare priorità a ciò che è assolutamente necessario. Sono di opinione opposta. Oggi la ricerca è più essenziale che mai alla nostra prosperità, sicurezza, salute, ambiente, qualità della vita. (…) Per reagire alla crisi, oggi è il momento giusto per investire molto più di quanto si sia mai fatto nella ricerca applicata e nella ricerca di base, anche se in qualche caso i risultati si potranno vedere solo fra dieci anni o più: (…) i finanziamenti pubblici sono essenziali proprio dove i privati non osano rischiare. All’alto rischio corrispondono infatti alti benefici per la nostra economia e la nostra società».

Reagire alla crisi economica tagliando gli investimenti pubblici in cultura, dunque, non è la politica delle destre europee, bensì una specialità della destra italiana. Ma di quale destra? Una delle favolette consolatorie che ci raccontiamo per addormentarci è che vi sarebbero in Italia due destre: una destra becera e indecente (quella di Berlusconi, di Bossi, di Alemanno), per fortuna ormai sgominata; e una destra colta, “pulita” e tecnocratica che si è incarnata nel governo “tecnico”, e che si è poi riversata nella destra ai governi delle “larghe intese”, basata oggi sul patto di carta fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.

Ma non dobbiamo accecare noi stessi al punto di non vedere che, sotto molti aspetti, dall’una all’altra destra nulla è cambiato: e questo è vero in particolare per quel che riguarda la spesa sociale e gli investimenti in cultura. Fra Gelmini e Giannini c’è una perfetta continuità di intenti, con un continuo depotenziamento della scuola, dell’università, della ricerca. Dobbiamo dunque constatare amaramente che il disprezzo per la cultura e la deliberata intenzione di relegarla al margine delle politiche pubbliche non è un attributo della destra “becera”, ma anche della destra “pulita” e tecnocratica, quella che ancor oggi ci governa, appena travestita sotto il velo di una strana maggioranza. Allargando le braccia, e magari fingendo di vergognarsi, si tagliano le spese in cultura, dando per scontato che scuola e ricerca siano optional a cui dedicare solo il superfluo (che non c’è mai).

Spendere per la scuola, per i musei o per i teatri è dunque, in Italia e solo in Italia, considerato un lusso che in tempi di magra non ci possiamo permettere. Possiamo vederlo bene ricordando un famoso articolo di Alessandro Baricco su Repubblica del 24 febbraio 2009. Il titolo era : Basta soldi di Stato al teatro. Un titolo eloquente. In tempi di crisi, questa la sua tesi, non si può pensare che la cultura sia finanziata con fondi pubblici. È arrivato il momento di scegliere. Basta soldi di Stato al teatro, puntiamo sulla scuola e la televisione, le sole cose che contino «nel paesaggio che ci circonda» (per la loro dimensione di massa). Quanto al teatro, all’opera lirica e così via, «meglio lasciar fare al mercato e non disturbare», tanto più che «se non sono stagnanti, poco ci manca». Ergo: tagliare tutti i fondi a musica e teatro, spostandoli integralmente sulla scuola e la televisione, «il Paese reale è lì». Sarebbe interessante analizzare le reazioni a questo articolo, ma non ce n’è il tempo: ricordo solo l’esultanza degli allora ministri Brunetta e Bondi e le critiche acute di Eugenio Scalfari. Più tardi, Vincenzo Cerami sull’Unità (3.1.2010) e Gioacchino Lanza Tomasi sul Sole ( 17.1.2010) hanno lapidariamente osservato che anche alla sinistra «manca la cultura della cultura». Non è un gioco di parole. Cultura della cultura vuol dire sapere che le attività artistiche, la creazione letteraria, la ricerca scientifica, i progetti museografici, la scuola, l’università hanno una funzione alta e insostituibile nella società. Sono luoghi di consapevolezza e di educazione alla creatività, alla democrazia e ai valori civici e identitari : il cuore di quella capacità di crescita endogena che i migliori economisti individuano come uno stimolo potente all’innovazione e all’occupazione non di quei settori specifici, ma di una società nel suo insieme.

Qualche domanda, allora:

  1. perché in Italia si taglia, altrove l’investimento in cultura è visto come una reazione positiva alla crisi?
  2. ha ragione Baricco di chiedere più soldi per la scuola e una decente TV pubblica che recuperi (se mai è possibile) il degrado culturale che proprio la televisione, privata e pubblica, va consolidando. Ma perché va fatto a spese del teatro (o del patrimonio culturale? o della ricerca e dell’Università? o della tutela del paesaggio?). In quale Paese al mondo si è mai dovuto scegliere fra scuola e musica, fra televisione e teatro?
  3. «Spostate quei soldi», scriveva Baricco, e intendeva : spostate su scuola e TV i fondi del teatro. Come se vi fosse un “paniere cultura”, necessariamente magrissimo, da cui pescare, in alternativa, o per la scuola o per l’opera. E perché mai non potremmo dire: «Spostate quei soldi», ma intendendo quelli destinati a opere inutili anzi dannose come il Ponte sullo Stretto, le varie Tav, la dannosa autostrada Orte-Mestre e le altre cementificazioni dello Sblocca-Italia, il cosiddetto salvataggio Alitalia che ha borseggiato il contribuente, e così via?

Ci viene propinata quotidianamente una dose letale di perversa retorica dello sviluppo inteso come profitto delle imprese e non come crescita civile ed economica del Paese. Storditi da un pulviscolo di cifre e dalla necessaria genuflessione al Dio Mercato, dimentichiamo che non può esservi nessun vero sviluppo economico, se non è anche crescita democratica del Paese. Dimentichiamo che la cultura non è un lusso, ma è stimolo potente di creatività non solo artistica e letteraria, ma scientifica e industriale. Quella creatività che produce innovazione e lavoro, e che oggi in Italia è agonizzante perché ha ceduto il passo ai facili guadagni di un’edilizia di pessima qualità, al riciclaggio dei denari delle mafie, allo smontaggio dello Stato e dei beni pubblici, oggetto privilegiato di un’economia di rapina che non produce nuova ricchezza, ma sposta le risorse dalla comunità dei cittadini alle nuove caste prodotte dal neoliberismo spinto che ci governa.

Per smontare la catena di menzogne che ci soffoca, è vitale ricordarsi che il “paniere cultura” non sta sotto una campana di vetro. È parte essenziale di un largo orizzonte di diritti, che ha nella Costituzione repubblicana il suo perfetto manifesto. La nostra Costituzione è davvero “la grande incompiuta” (Calamandrei): non è una ragione per cambiarla, bensì per esigere che venga finalmente messa in pratica. Il grandioso progetto che sinora non abbiamo saputo tradurre in pratica si esprime al meglio nell’art. 9, secondo cui «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Essenziale alla legalità di una Repubblica che è e deve restare «una e indivisibile» (art. 5 Cost.), il principio espresso nell’art. 9 si lega ad altri articoli della Costituzione in una sapiente architettura di valori. Esso va inteso come espressione dei «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art. 2); dev’essere indirizzato al «pieno sviluppo della personalità umana» (art. 3) e collegato alla piena libertà di pensiero e di parola (art. 21), alla libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento (art. 33), alla centralità della scuola pubblica statale e al diritto allo studio (art. 34). La tutela del paesaggio, inoltre, concorre alla formazione della nozione di ambiente come valore costituzionale primario convergendo con la tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (art. 32). Secondo la Costituzione il bene comune non comprime, ma limita i diritti di privati e imprese: alla proprietà privata deve essere «assicurata la funzione sociale» (art. 42), la libertà d’impresa «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (art. 41).

Dando tanto risalto alla cultura, la Costituzione è in sintonia con grandi tendenze culturali del nostro tempo, secondo cui «l’etica dev’essere una condizione del mondo, come la logica» (Wittgenstein). La cultura fa parte dello stesso identico orizzonte di valori costituzionali che include il diritto al lavoro, la tutela della salute, la libertà personale, la democrazia. Perciò dobbiamo reagire contro l’indifferenza che uccide la democrazia, contro la tirannia antipolitica dei mercati. Io condivido pienamente quanto ha scritto Zagrebelsky: “antipolitica è una parola violenta e disonesta”, se applicata a movimenti di cittadini, anche confusi e sgangherati: se “antipolitico” è quel che opera contro la democrazia, nulla di più antipolitico della cieca forza dei mercati, a cui pure destra e sinistra si genuflettono senza fiatare. Dobbiamo rilanciare l’etica della cittadinanza, puntando su mete necessarie: giustizia sociale, tutela dell’ambiente, priorità del bene comune sul profitto del singolo. Dobbiamo far leva sui beni comuni come garanzia delle libertà pubbliche e dei diritti civili. Recuperare spirito comunitario, pensare anche in nome delle generazioni future. Ambiente, patrimonio culturale, salute, ricerca, educazione incarnano valori di cui la Costituzione è il manifesto: libertà, eguaglianza, diritto al lavoro. La scuola pubblica statale è lo snodo necessario fra l’orizzonte dei diritti e l’esercizio attivo della cittadinanza: perciò dovrebbe costituire il più importante investimento del Paese sul proprio futuro. Nessuno può dire “non ci sono risorse per farlo”: in un Paese che nel solo 2012 non ha pagato 154,4 miliardi di euro di tasse (dati Confcommercio), le risorse ci sono, ma vengono lasciate nel cassetto dell’evasione fiscale.

Ricordiamo l’ammonimento di Brecht «per la difesa della cultura» al I e al II congresso internazionale degli scrittori: «Si abbia pietà della cultura, ma prima di tutto si abbia pietà degli uomini! La cultura è salva quando sono salvi gli uomini. Non lasciamoci trascinare dall’affermazione che gli uomini esistono per la cultura, e non la cultura per gli uomini. (…) Riflettiamo sulle radici del male! (…) scendiamo sempre più in profondo, attraverso un inferno di atrocità, fino a giungere là dove una piccola parte dell’umanità ha ancorato il suo spietato dominio, sfruttando il prossimo a prezzo dell’abbandono delle leggi della convivenza umana (…), sferrando un attacco generale contro ogni forma di cultura. Ma la cultura non si può separare dal complesso dell’attività produttiva di un popolo, tanto più quando un unico assalto violento sottrae al popolo il pane e la poesia.» E Brecht conclude esortando a lottare per la cultura anche in nome della produttività, oltre che della libertà.

Per condurre questa battaglia, non c’è arma migliore della Costituzione repubblicana. Per la Costituzione, la comunità dei cittadini è fonte delle leggi e titolare dei diritti. Dobbiamo dunque riguadagnare sovranità, nello spirito della Costituzione, cercando nei movimenti civici il meccanismo-base della democrazia, il serbatoio delle idee per una nuova agenda della politica. Dobbiamo dare nuova legittimazione alla democrazia rappresentativa facendo esplodere le contraddizioni fra i diritti costituzionali e le pratiche di governo che li calpestano in obbedienza ai mercati. Dobbiamo ricreare la cultura che muove le norme, ripristina la legalità, progetta il futuro. Serve oggi una nuova consapevolezza, una nuova responsabilità. Una forte azione popolare in difesa del bene comune, della cultura, della scuola, di un’Italia declinata al futuro all’insegna della sua Costituzione.

Libriamoci…

segnalato da barbarasiberiana

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“LIBRIAMOCI”, ARTISTI E MUSICISTI A LEGGERE A SCUOLA: IN CATTEDRA DA AVATI A LITTIZZETTO

Da mercoledì 29 a venerdì 31 ottobre, attori, musicisti e scrittori saranno nelle aule di tutta Italia per riscoprire i classici insieme agli studenti. Tante le iniziative e gli autori scelti, da Shakespeare a John Fante e Pablo Neruda.

da ilfattoquotidiano.it (28/10/2014) – di Alex Corlazzoli

Tutti in classe a leggere ad alta voce. A lanciare l’iniziativa sono i ministeri della Pubblica Istruzione e quello dei Beni Culturali con il Centro per il libro e la lettura: da mercoledì 29 a venerdì 31 ottobre andrà in scena Libriamoci, una manifestazione tra i banchi per riscoprire i grandi classici o portare in aula volumi freschi di stampa. Dal nord al sud le scuole, pubbliche e paritarie, dalla materna alle secondarie di secondo grado, libereranno i libri dagli scaffali per leggerli grazie all’aiuto di attori, scrittori, musicisti e intellettuali che, con la Conferenza delle Regioni, l’Anci, il Salone internazionale del libro di Torino, Rai Fiction, hanno dato la loro disponibilità a tornare in cattedra. Tante le personalità di cultura che andranno nelle aule.

Tra gli altri lettori “arruolati” figurano Gino Paoli, Cinzia Tani, Elio Pecora, Nicola Piovani, Ennio Morricone, Luciana Littizzetto, Neri Marcorè, Pupi Avati, Massimo Ghini, Veronica Pivetti, Giuseppe Culicchia, Paolo Mereghetti, Giovanni Bianconi, Beppe Severgnini, Paolo Conti, Paolo Fallai, Fiorenza Sarzanini, Alessandra Arachi, Paolo Mottura, Vito Mancuso, Loriano Macchiavelli, Cristina Chiabotto, Rolando Ravello, Francesco Bruni, Cosimo Calamini, Davide Ferrario, Maurizio Sciarra, Giacomo Durzi e Michele Pellegrini.

“Con questa iniziativa – spiega il ministro Stefania Giannini – vogliamo mettere insieme cultura e istruzione e riportare al centro della scuola la parola. Perché il libro è questo: uno strumento tangibile per trasmettere un patrimonio intangibile come il pensiero”. All’appello hanno risposto centinaia di istituti che hanno messo in campo diverse iniziative. Al liceo scientifico Galileo Galilei di Torino hanno organizzato “Libromania”: da giovedì 30 a venerdì 31 ottobre la classe terza B riscriverà il finale del romanzo John Fante. Alla fine le rivisitazioni personali verranno lette e votate. Nella stessa scuola è stata programmata anche una maratona di lettura de La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth.

All’istituto tecnico agrario Celso Ulpiani di Ascoli Piceno dopo aver studiato e analizzato vita e opere del Bardo, alunni e insegnanti leggeranno alcuni sonetti di William Shakespeare in lingua originale e nelle traduzioni di Ungaretti, Montale e Sanguineti, per scoprire se raccontano la stessa verità. A testimonianza del fatto che la lettura e l’amore per i libri non ha età, alla scuola primaria Santa Maria Chiara di Cagliari, negli orari d’uscita dalla scuola verranno accolti i famigliari in una grande aula dove i bambini leggeranno a mamme, papà e nonni la fiaba Cappuccetto rosso in rima.

Il 31 ottobre, invece, la biblioteca della Fondazione Alario per Elea Vella si trasferirà nelle cucine dell’istituto professionale per i servizi alberghieri di Castelnuovo Cilento per leggere le Odi elementari di Pablo Neruda e trasformarle in ricette. E a Lodi, all’istituto Cazzulani, la voce dei lettori sarà diffusa attraverso l’interfono della scuola, in tutte le classi. “Sarà un vero e proprio evento – ha spiegato il ministro Dario Franceschini – sul modello dei tanti festival del cinema, della letteratura e della filosofia ma senza spostare nessuno dalle proprie scuole”.

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