Bergoglio

Il papa ripudia la guerra, ma la cerimonia è militarizzata

Redipuglia. Le parole pacifiste stridono con il contesto. La ministra Pinotti gli dona un altare da campo

segnalato da crvenazvezda76

da ilmanifesto.info (13/09/2014) —  di Luca Kocci

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C’è una sequenza che rende chiara l’ambivalenza della visita del papa al sacra­rio mili­tare di Redi­pu­glia, ieri, nel cen­te­na­rio dell’inizio della prima guerra mon­diale. Durante l’omelia Fran­ce­sco ripete che «la guerra è una fol­lia», facendo risuo­nare le parole di Gio­vanni XXIII nella Pacem in ter­ris: «Alienum a ratione», “roba da matti”. Pochi minuti dopo, durante l’offertorio, la mini­stra della Difesa Roberta Pinotti con­se­gna a Ber­go­glio un altare da guerra usato dai cap­pel­lani mili­tari durante il con­flitto, l’oggetto che più di tutti rap­pre­senta la legit­ti­ma­zione reli­giosa del con­flitto — una messa in trin­cea e poi via all’assalto del nemico — gra­zie al ruolo dei preti-soldato, inviati al fronte su richie­sta del gene­rale Cadorna che aveva bisogno di chi soste­nesse spi­ri­tual­mente i sol­dati, con­tri­buendo così a man­te­nere salda l’obbedienza e la disci­plina della truppa.

È tutta qui la con­trad­di­zione tra le parole paci­fi­ste del papa e il con­te­sto di una cerimo­nia fortemente mili­ta­riz­zata dalla gestione dell’ordinariato castrense — su 10mila fedeli par­te­ci­panti, 7.500 erano mili­tari -, non­ché l’ossimoro di una Chiesa mili­tare, il cui capo, l’arcivescovo Mar­cianò, che cele­bra la messa con Ber­go­glio, è anche gene­rale di corpo d’armata, e i cui preti sono incardinati con i gradi (e lo stipen­dio pagato dallo Stato) nelle Forze armate.

Atter­rato di buon mat­tino all’aeroporto di Ron­chi dei Legio­nari, accolto dalla ministra Pinotti e dalla pre­si­dente della Regione Friuli Vene­zia Giu­lia Ser­rac­chiani, Fran­ce­sco si reca al cimi­tero austro-ungarico di Fogliano, dove sono sepolti 15mila sol­dati (oltre 12mila senza nome). Una breve pre­ghiera, poi il tra­sfe­ri­mento a Redipu­glia, nel sacra­rio voluto da Mus­so­lini per esal­tare e fascistizzare la memo­ria della prima guerra mon­diale e inau­gu­rato il 18 set­tem­bre 1938, giorno della proclama­zione, a Trie­ste, delle leggi razziali.

«La guerra è una fol­lia», esor­di­sce Ber­go­glio. «Men­tre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chia­mati a col­la­bo­rare alla sua opera, la guerra distrugge, anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra è folle, il suo piano di svi­luppo è la distru­zione». Le cause dei con­flitti secondo il papa: «Cupi­di­gia, intol­le­ranza, ambi­zione al potere», «spesso giu­sti­fi­cati da un’ideologia». E se non c’è l’ideologia, «c’è la rispo­sta di Caino: a me che importa? Sono forse io il custode di mio fra­tello?». L’espressione si può tra­durre con il motto fasci­sta «Me ne frego», per riequi­li­brare l’ossessivo «Pre­sente» fatto scol­pire sui 22 gra­doni del sacra­rio che ospita oltre 100mila morti (60mila ignoti) per­ché il regime mussoliniano si appro­priasse dei caduti della guerra, tra­sfor­man­doli in «mar­tiri fasci­sti». Ber­go­glio ripete quello che già aveva detto ad ago­sto sull’aereo tor­nando da Seoul: anche oggi «si può par­lare di una terza guerra mon­diale com­bat­tuta “a pezzi”, con crimini, mas­sa­cri, distru­zioni». Tutto ciò è pos­si­bile, pro­se­gue, per­ché «ci sono inte­ressi, piani geo­po­li­tici, avi­dità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sem­bra essere tanto importante. E que­sti pia­ni­fi­ca­tori del ter­rore, que­sti orga­niz­za­tori dello scon­tro, come pure gli impren­di­tori delle armi, hanno scritto nel cuore: a me che importa?».

Al ter­mine viene letta una pre­ghiera per le vit­time di tutte le guerre, e Ber­go­glio con­se­gna ai vescovi pre­senti — fra cui i car­di­nali di Vienna e di Zaga­bria Schön­born e Boza­nic — una lam­pada rea­liz­zata dai fran­ce­scani di Assisi e ali­men­tata con l’olio di Libera da accen­dere nelle loro diocesi durante le com­me­mo­ra­zioni della guerra. Nes­suna parola per gli obiet­tori e i diser­tori, veri eroi della guerra, come chie­deva un gruppo di preti del Nor­dest. Uno di loro, Andrea Bel­la­vite, commenta: «Ome­lia forte nei toni, un po’ meno nei con­te­nuti, troppo gene­rici. Il papa ha denunciato la guerra e il mer­cato delle armi. Forse però avrebbe potuto dire qual­cosa anche a chi quelle armi le usa, i sol­dati, visto che erano pre­senti alla messa, e porre qual­che inter­ro­ga­tivo sul senso delle Forze armate».

La prima volta

segnalato da crvenazvezda76 – da “Il Manifesto” del 22/06/2014

PRIMA VOLTA PAPALE: A SORPRESA, BERGOGLIO SCOMUNICA I MAFIOSI

Papa Francesco scomunica pubblicamente ‘ndranghetisti e mafiosi. Le parole sono state pronunciate ieri pomeriggio da Bergoglio – in visita pastorale in Calabria, a Cassano allo Jonio, la piccola diocesi guidata dal neosegretario della Cei, mons. Galantino – durante la messa all’aperto celebrata nella piana di Sibari. «La ‘ndrangheta è adorazione del male e disprezzo del bene comune», è un male che «va combattuto e allontanato», ha detto il pontefice, secondo il quale anche la Chiesa «deve sempre di più spendersi perché il bene possa prevalere». Quindi la scomunica: «Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati».
È la prima volta che un Papa pronuncia la parola «scomunica» rivolgendosi ai mafiosi. Non lo avevano fatto né Wojtyla nella Valle dei Templi di Agrigento né Ratzinger. Si è trattato di un “fuori programma”, poiché nei testi ufficiali «sotto embargo» distribuiti poco prima della celebrazione quel passaggio non c’era. È stato aggiunto successivamente dallo stesso Bergoglio.
Le parole non bastano e non risolvono la lunga storia di silenzi, omissioni e relazioni ambigue fra Chiesa e mafie. Per restare in Calabria, per esempio, nell’ottobre del 2009, Caterina Condello e Daniele Ionetti, figli di due ritenuti fra i più importanti esponenti dei clan reggini, hanno celebrato il loro matrimonio nella cattedrale di Reggio Calabria con tanto di benedizione papale su pergamena firmata da papa Ratzinger. Oppure i legami stretti, e di antica data, della ‘ndrangheta con il santuario
della Madonna di Polsi a San Luca in Aspromonte, spesso luogo di riunione dei capi-mafia.
E nello scorso aprile la storica processione dell’Affruntata di Sant’Onofrio è stata annullata dal vescovo dopo che il Comitato per l’ordine e la sicurezza aveva deciso che le statue sarebbero state portate da volontari della Protezione civile per evitare infiltrazioni mafiose (ma va ricordato anche l’impegno antimafia di alcuni vescovi e soprattutto di molti parroci spesso oggetto di minacce e intimidazioni).
Tuttavia le parole hanno un valore simbolico importante, soprattutto in un contesto sociale e culturale in cui i padrini guidano le processioni e ricevono talvolta benedizioni ecclesiastiche. E quindi, messe in fila, la beatificazione di don Puglisi “martire di mafia” lo scorso anno, la partecipazione di Bergoglio alla veglia per le vittime delle mafie promossa a marzo da Libera di don Ciotti e ora la «scomunica» degli ‘ndranghetisti offrono strumenti per marcare le distanze. Anche se silenzi, omissioni e collusioni non cesseranno per miracolo.
Durante la visita, Bergoglio ha incontrato i detenuti del carcere di Castrovillari, fra cui il padre di Cocò Campolongo, il bambino di tre anni ucciso in un regolamento di conti tra clan a Cassano allo Jonio insieme al nonno ed alla sua compagna. Ed è tornato a parlare dei problemi dei penitenziari: il «rispetto dei diritti fondamentali» dei detenuti e la necessità di «un impegno concreto delle istituzioni per un effettivo reinserimento nella società». «Quando questa finalità viene trascurata – ha detto il papa –, la pena degrada a uno strumento di sola punizione e ritorsione sociale, dannoso per l’individuo e per la società».