Boschi

Chiti, La democrazia nel futuro

Chiti: “Gentiloni doveva fare sì che Boschi salutasse. Il Pd? Se si allea con Forza Italia scompare”

Vannino Chiti: “Il 40% alle Europee valeva comunque meno voti di quelli presi da Veltroni nel 2008, ma nessuno ha osato muovere appunti”.

Vannino Chiti

di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it, 15 gennaio 2018

“Dopo 16 anni in Parlamento era giusto lasciare. Ma la decisione finale l’ho presa dopo quanto avvenuto sulla legge elettorale, piovuta in Senato con un voto di fiducia: per me è stata l’ultima goccia”. In una mattinata romana il senatore Vannino Chiti ragiona di passato prossimo e di futuro. Cresciuto nel Pci, presidente della Regione Toscana, ministro con Romano Prodi e sottosegretario a Palazzo Chigi con Giuliano Amato, non si ricandiderà. Cercherà di aiutare da fuori quel Pd che ancora difende: “L’idea era buona, però non le abbiamo dato le gambe giuste”. Contrario alle riforme renziane, ha comunque sostenuto il Sì nel referendum perché “ci furono correttivi concordati con la minoranza e pacta sunt servanda”, e ha disapprovato la scissione di Mpd. Di questo e molto altro scrive nel libro La democrazia nel futuro (Guerini e associati).

Lei parte dalla crisi della sinistra in tutto l’Occidente. Ma perché questo tracollo?
La sinistra è stata subalterna rispetto alla globalizzazione. Non aveva gli strumenti per governarla, perché non ha saputo affrontarla in ottica internazionale, l’unico modo con cui si poteva gestire. Ogni partito europeo è rimasto chiuso nei confini nazionali.

Perché la globalizzazione ha prevalso così facilmente?
Perché si veniva anche dalla sconfitta dell’Urss e del socialismo reale. Non palpitavo per quel sistema, ma per quel crollo hanno pagato tutte le forze socialiste: l’alternativa al capitalismo aveva fallito.

Negli anni ’90 a sinistra furoreggiava la “terza via”.
Doveva essere un modo di sinistra per orientare la globalizzazione. L’idea era che il pubblico lasciasse spazio anche al privato, per esempio nel welfare, e che fosse necessario attenuare le regole nell’ambito del lavoro. Ma non ha funzionato.

Uno degli apostoli della terza via era Tony Blair.
Veniva in vacanza ogni estate in Toscana, quando governavo la Regione. Una volta mi disse che voleva portare la Gran Bretagna nell’euro.

Blair disse di avere un erede italiano, Matteo Renzi. Lei l’ex premier quando l’ha conosciuto?
Quando ero presidente regionale. Fu a un dibattito pubblico a Pontassieve (Firenze), dove presentavo un libro. Non ricordo cosa disse, quindi non rimasi molto colpito. Poi nel 2001 ci sentimmo molto per le Politiche. Da coordinatore della Margherita, lui appoggiò la mia candidatura nel collegio uninominale di Firenze. A coordinare il mio comitato elettorale era Dario Nardella. E il mio avversario era Denis Verdini.

Quanto è stretto il legame tra Verdini e Renzi?
Hanno relazioni pre-politiche. Il senatore aveva rapporti con il padre e la sua famiglia.

Poi sono arrivati i rapporti politici…
Verdini è stato il ponte tra Renzi e Berlusconi: è un pragmatico.

Fu pragmatico anche quando a Firenze candidò contro Renzi l’ex portiere di calcio Giovanni Galli?
Senza dubbio.

Lei come si trovava con l’ex premier?
Con me è sempre stato corretto. Nel 2009 mi chiese di fare il sindaco di Firenze, perché voleva rimanere presidente della Provincia. Ma ho avuto forti dissensi politici con lui, a cominciare dall’uso del termine rottamazione.

Lei racconta di vari incontri in cui discutevate di legge elettorale e riforme. Renzi le rispondeva sempre che bisognava fare in fretta.
La velocità e lo svecchiamento servono. Ma il come? E la condivisione?

Renzi affonda sulla riforma costituzionale.
L’errore primario è stato non dividerla in più leggi costituzionali. E poi il Senato avrebbe dovuto diventare un vero Bundesrat sul modello tedesco, espressione delle Regioni. Oppure restare elettivo.

Lui non capiva?
Renzi riconosceva i difetti della riforma. Ma l’unica cosa che gli premeva era il taglio dei costi. Lo ripeteva sempre. Voleva inseguire i grillini sul loro terreno: errore grave.

Lei scrive di “accecamento” nel Pd dopo il 40,8 nelle Europee.
Erano meno voti di quelli presi da Walter Veltroni nelle Politiche del 2008, ma nessuno lo notò. E nel Pd per lungo tempo nessuno ha osato muovere appunti al segretario. Io gli riconosco doti, come il coraggio e la capacità di lavoro. Ma gli ho sempre detto ciò che ritenevo giusto.

Lei scrive: “Non ci possono dire che il patto del Nazareno è saltato per l’elezione di Mattarella al Quirinale”.
Le intese vanno fatte in modo trasparente, altrimenti restano dubbi. Non so cosa prevedesse, e perché venne meno,

Lei definisce il giglio magico “inadeguato”.
Renzi si è circondato di persone inesperte e incompetenti.

E Boschi sul caso banche?
Occuparsi del proprio territorio non mi pare un problema, e certi attacchi nei suoi confronti sono stati vergognosi.

Ma?
Io rimprovero a lei e a tutto il Pd errori politici. E il primo è stata la mozione del Pd su Bankitalia (quella contro il governatore Visco, ndr), autogol clamoroso. Boschi conosceva quel testo? Gentiloni non è stato coinvolto. Al posto del premier avrei fatto in modo che lei salutasse.

Il secondo errore?
La commissione sulle banche. Andava fatta nella prossima legislatura, con una chiara conclusione temporale.

Ora come si riparte? Il Pd se la vedrà anche con LeU.
Io ero contrario alla scissione, le fratture non hanno mai giovato alla sinistra. Ma stimo Pietro Grasso, e penso che vada ricostruito un centrosinistra plurale, al più presto.

Il Pd rischia di scomparire in caso di sconfitta?
Potrebbe accadere in caso di alleanza con Forza Italia. In quel caso verrebbe meno la speranza di ricostruirlo.

Chiti, ora cosa farà?
Politica, perché è la mia vita. Lavorerò per la riunificazione della sinistra. Ma devo ancora capire come.

Quattro amici al governo

De Benedetti alla Consob: “Ecco cosa mi ha detto Renzi sulle Popolari”

di Lorenzo Bagnoli (Irpi, Investigative reporting project Italy) e Angelo Mincuzzi – ilsole24ore, 11 gennaio 2018

Carlo De Benedetti

«Allora, con le nostre controparti … avevamo fatto 620 milioni, di cui le Popolari solo 5. Tutte le altre operazioni hanno il taglio di 20, ma se io avessi saputo, avrei fatto 20 anche sulle Popolari, o di più, e ho fatto meno! Cioè è una roba che è un controsenso. Cioè questa è la prova provata che, che io non sapevo niente della, della, dei tempi …». Sono le 11,15 dell’11 febbraio 2016 e Carlo De Benedetti è negli uffici della Consob in via Broletto 35 a Milano.

L’ingegnere è stato convocato «ai sensi dell’articolo 187-octies, comma 3, lettera c), del decreto legislativo numero 58/1998 nell’ambito di indagini amministrative relative a ipotesi di abuso di informazioni privilegiate con riguardo a operazioni effettuate da Romed Spa il 16 e il 19 gennaio 2015 su azioni ordinarie Banco Popolare, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Banca Popolare di MilanoUbi Banca, Credito Valtellinese e Banca Popolare di Sondrio». A porgli le domande sono Maria Antonietta Scopelliti, responsabile divisione Mercati della Consob, e il responsabile dell’Ufficio abusi di mercato, Giovanni Portioli. In quei giorni del 2015, poco prima che il governo Renzi varasse il decreto per trasformare le Popolari in Spa nel Consiglio dei ministri del 20 gennaio, qualcuno aveva operato in Borsa sui titoli delle banche coinvolte.

«Un’operatività potenzialmente anomala di alcuni intermediari, in grado di generare plusvalenze per 10 milioni di euro», racconterà l’allora presidente della Consob, Giuseppe Vegas, in un’audizione davanti alle commissioni Finanze e Attività produttive della Camera l’11 febbraio 2015. Tra gli intermediari sui quali la Consob in quei giorni concentra l’attenzione c’è anche la Romed, società di trading presieduta fino a gennaio 2015 da Carlo De Benedetti.
Davanti ai funzionari della Consob, l’ingegnere si difende dalle ipotesi accusatorie e racconta degli incontri avuti con il premier Matteo Renzi il 15 gennaio 2015 e con il vicedirettore generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta, il 14 gennaio. Afferma che entrambi gli interlocutori gli parlarono incidentalmente della imminente riforma delle popolari ma che nessuno di loro accennò né ai modi né ai tempi delle misure.

Nella sua audizione, De Benedetti si dilunga anche sulle colazioni periodiche con l’ex premier, sugli incontri con il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, e sull’amicizia con Maria Elena Boschi. E sostiene di essere il vero “padre” del Jobs Act.

L’incontro in Bankitalia
I funzionari della Consob esordiscono spiegando che De Benedetti ha la facoltà di non rendere dichiarazioni ma l’ingegnere sceglie di rispondere alle domande e le sue parole vengono dunque registrate e trascritte in un verbale che Irpi (Investigative reporting project Italy) e il Sole 24 Ore hanno potuto leggere.
Il racconto parte dal 14 gennaio 2015, quando l’allora presidente del gruppo Espresso incontra il direttore generale di Bankitalia, Fabio Panetta. «Ero tornato dalle vacanze ed ero andato a trovare Panetta in Banca d’Italia – spiega l’ingegnere -, come faccio abbastanza abitualmente o con lui o con Visco, una volta al mese una volta ogni due mesi, non c’è una scadenza precisa ma, diciamo, una consuetudine precisa».

Con Panetta, quel giorno De Benedetti discute soprattutto della situazione della Grecia e del rischio – possibile – di un default. Al termine del colloquio – racconta De Benedetti agli uomini della Consob -, Panetta accompagnandolo all’ascensore accenna al tema delle popolari: «Mi ha detto, “guardi, l’unica cosa, sono negativissimo, sono pessimista, solo lei si illude. Guardi! L’unica cosa positiva che mi pare che finalmente il governo si sia deciso ad implementare quella roba che noi chiediamo da anni e cioé: la trasforma …, la riforma delle, delle popolari”. Per dire – prosegue De Benedetti -: non mi fece altra affermazione, né date, né di, né di quando, né di che cosa, in che cosa sarebbe consistito, ecco! Mi ha solo detto: “Guardi, con tanta roba che va male, finalmente quella roba lì l’abbiam portata in porto o la porteremo in porto”. Adesso le parole esatte non me le ricordo».

Il responsabile dell’Ufficio abusi di mercato della Consob, Giovanni Portioli, chiede allora a De Benedetti se Panetta gli abbia specificato che il governo avrebbe adottato lo strumento del decreto legge per il provvedimento sulle Popolari. «No – risponde De Benedetti -. Mi ha detto: “Il governo lo farà”. Il governo si è convinto».

La colazione a Palazzo Chigi
Il giorno seguente, il 15 gennaio, alle 7 del mattino, De Benedetti incontra Renzi a Palazzo Chigi. Fanno colazione insieme e discutono soprattutto della situazione in Grecia e di questioni di politica interna. Spiega De Benedetti: «Anche lui – e sembra una condanna – accompagnandomi all’ascensore di Palazzo Chigi mi ha detto: “Ah! Sai, quella roba di cui ti avevo parlato a Firenze, e cioè delle Popolari, la facciamo”. Ma proprio mentre un commesso stava aprendo la porta dell’ascensore, quindi non fu parte della conversazione durante la colazione, fu proprio nel dirci: ciao, arrivederci, mi ha detto: “Ah, ti ricordi di quella volta, ti ricordi di quando ti parlai che volevo fare le Popolari? Ecco, lo faremo”. Non mi ha detto con che. Ero già un piede sull’ascensore; non mi ha detto se le faceva con un decreto, con disegno, quando. Non mi ha detto niente, però mi ha detto sta’ roba riferendosi ad una conversazione più ampia che avevamo avuto ancora a Firenze su che cos’erano le cose che lui doveva fare».

La telefonata con Bolengo
È a questo punto che l’audizione si concentra sulla telefonata tra De Benedetti e il broker della Intermonte Sim, Gianluca Bolengo, finita in questi giorni sulle pagine dei giornali. La conversazione telefonica avviene tra le 9,02 e le 9,10 di venerdì 16 gennaio 2015, quindi il giorno dopo il breakfast con Renzi e due giorni dopo l’incontro con il direttore generale di Bankitalia.

I funzionari della Consob leggono a De Benedetti la trascrizione della telefonata e si concentrano soprattutto su una frase pronunciata dall’ingegnere: «Faranno un provvedimento in cui le p… il governo farà un provvedimento in cui le popolari per togliere la storia del voto capitario nei prossimi me… (incomprensibile) una o due settimane». Sembra che lei abbia avuto un’indicazione precisa sui tempi, gli chiede Portioli. «Non è così», ribatte De Benedetti.

L’audizione prosegue concentrandosi sull’incontro tra Renzi e De Benedetti ma torna quasi subito sulla telefonata con Bolengo e in particolare su una frase di quest’ultimo quando l’ingegnere gli chiede: «Salgono le popolari?». Bolengo gli risponde: «Sì, se questo su questo se passa un decreto fatto bene salgono». E De Benedetti risponde: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa».

L’ingegnere conferma di aver pronunciato quelle parole ma aggiunge: «… nessuno mi ha parlato di decreto. Né io con Bolengo ho parlato di decreto. Io mi sono limitato a dire che io sapevo che passava ma, ripeto, non, ma poi non è neanche nella natura di Renzi quella di parlare della tecnicalità con cui fa le cose. Ecco non, proprio non, è uno molto, è uno molto poco tecnico, ecco».
De Benedetti insiste ancora, più avanti, su questo punto e ai funzionari della Consob tiene a spiegare che «se io avessi saputo e qualcuno mi avesse detto che si trattava di una roba che usciva per decreto martedì, non, non ipotizzo di dire mesi o settimane, dico la prossima settimana».

L’operazione da cinque milioni di euro
De Benedetti ribadisce più volte che se avesse saputo che il governo si apprestava a varare un decreto sulle Popolari pochi giorni dopo non avrebbe certamente investito solo 5 milioni di euro. A gennaio di quell’anno, afferma De Benedetti, «l’operatività della Romed è stata di 620 milioni di cui 5.066.451 solo Popolare, cioè per dirle – prosegue – che questa è un’operazione fuori size perché lei prende tutte le altre operazioni sono almeno da 20 milioni. Quindi noi 5 milioni per noi è un’operazione che non facciamo … d’altronde noi facciamo 20 miliardi all’anno, se fossimo andati avanti con 5 milioni non li faremmo mai».
«Ma se io avessi saputo – incalza De Benedetti – avrei fatto 20 anche sulle Popolari, o di più, e ho fatto meno!… ma perché l’avrei fatta così piccola? Se avessi saputo?». Il trading sulle Popolari ha consentito alla Romed di incassare una plusvalenza di 600mila euro.

«Quella – si difende ancora De Benedetti – era mini operazione per il nostro standard … Cioé se io avessi voluto veramente e fortemente, chiamavo Tronci (Roberto Tronci, all’epoca amministratore delegato della Romed, ndr) e gli dicevo: “Guardi: faccia questa operazione”. Ho detto a Bolengo: “Dica a un suo collaboratore di parlare con Tronci, tanto era per me obiettivamente secondaria, sia in size che nel fatto che la facesse o non la facesse. Se Tronci non l’avesse fatta: pace!».

La copertura del rischio
Un altro elemento che De Benedetti porta in sua difesa è la decisione dell’ex ad di Romed, Roberto Tronci, di coprirsi dal rischio dell’acquisto dei titoli delle Popolari con una strategia di hedging.

Tronci, spiega De Benedetti, «è talmente poco convinto di fare l’operazione che la hedgea (nel testo del verbale la parola è scritta senza l’h iniziale, ndr). Ma se fosse stata un’operazione a tre giorni o quattro giorni o una settimana, che cacchio vai a hedgeare? – si chiede De Benedetti – E tanto è vero che chiude l’hedge il lunedì mattina. Chiuse l’operazione Popolari e chiude l’hedge che ha fatto per cinque milioni esatti, cioé per quella roba lì. Quindi non c’è logica a pensare che uno sapesse che salivano e allora perché la hedgei? … per spendere dei soldi inutili veramente totalmente inutili. È che Tronci era talmente pessimista sulla Borsa che – data l’indeterminazione temporale dell’operazione sulle Popolari, voleva hedgearsi, ma se avesse saputo che l’opera … il lasso di tempo che erano tre giorni, pessimista o non pessimista sulla Borsa, non ti hedgei perché, comunque, spendi dei soldi».

C’è un altro fattore su cui De Benedetti insiste, ed è la reputazione personale. «Avendo compiuto 81 anni – afferma – … non mi caccerei in una situazione dove potrei perdere la reputation anche in relazione al fatto che l’unica cosa che mi è rimasta, per mia volontà, è la presidenza de L’Espresso (lasciata poi il 23 giugno 2017, ndr), che se domani viene fuori che io ho fatto dell’insider trading sulle Banche popolari io posso smettere io posso dimettere dall’Espresso domani mattina, perché è una cosa che non sta bene».

Renzi, Boschi, Visco e il Jobs Act
Per spiegare il contesto all’interno del quale sono avvenuti gli incontri con Renzi e Panetta, De Benedetti racconta ai funzionari della Consob delle sue frequentazioni politiche.

«Io normalmente con Renzi faccio, facciamo breakfast insieme a Palazzo Chigi – fa mettere a verbale – … e io devo dire che quando lui ha iniziato, quando lui ha chiesto di conoscermi, che era ancora sindaco di Firenze, e io … mi ha detto: “Senta”… ci davamo del Lei all’epoca, mi ha detto: “Senta, io avrei il piacere di poter ricorrere a Lei per chiederle pareri, consigli quando sento il bisogno. Gli ho detto: “Guardi! va benissimo. Non faccio, non stacco parcelle, però sia chiara una roba: che se Lei fa una cazzata, io Le dico: caro amico, è una cazzata».

Nel suo ruolo di advisor informale, De Benedetti parla anche del Jobs Act e di un consiglio dato a Renzi quando era ancora sindaco di Firenze: «Io gli dicevo che lui doveva toccare, per primo, il problema lavoro e il job-act è stato – qui lo dico senza, senza vanto, anche perché non mi date una medaglia, ma il job-act gliel’ho, gliel’ho suggerito io all’epoca come una cosa che poteva – secondo me – essere utile e che poi, di fatto, lui poi è stato sempre molto grato perché è l’unica cosa che gli è stata poi riconosciuta».

Gli uomini della Consob gli chiedono poi se abbia incontri con qualcun altro dello staff della presidenza del Consiglio. «No – risponde De Benedetti -. Guardi io sono molto amico di Elena Boschi, ma non la incontro mai a Palazzo Chigi. Lei viene sovente a cena a casa nostra ma non … diciamo io, del Governo vedo sovente la Boschi, Padoan. Anche lui viene a cena a casa mia e basta. Perché poi sa, quello lì si chiama Governo, ma non è un Governo, sono quattro persone, ecco».

De Benedetti accenna infine – sempre rispondendo a una domanda – ai suoi incontri con il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. «… l’ultima volta ho visto Visco, anziché, anziché Panetta, forse perché Panetta era via, ma poi, perché ho un buon rapporto con Visco da quando lui era all’Ocse per cui ci vediamo anche così per fare quattro chiacchiere … Visco non parla tanto volentieri dell’Italia; gli piace di più parlare del mondo, ecco».

L’indagine della Consob è stata archiviata. L’istituto ha trasmesso gli atti alla procura di Roma, che ha chiesto l’archiviazione per l’unico indagato, Gianluca Bolengo. Il gip si deve ancora pronunciare.

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http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-01-10/manovre-popolari-atti-consob-retroscena-acquisti-125002.shtml?uuid=AEJ6xkeD

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Renzi-De Benedetti, così i media hanno oscurato lo scandalo

Repubblica delle banane – La notizia sui giornali è durata un giorno, sui Tg Rai 140 secondi di sole smentite sparse nei servizi sulla politica.

Renzi e De Benedetti

Lo scandalo è di quelli che dovrebbero tener banco per giorni: uno dei più noti imprenditori ed editori italiani, Carlo De Benedetti, dà indicazione a Gianluca Bolengo, suo broker di fiducia, di investire sulle azioni delle banche popolari alla vigilia della riforma del settore di cui – sostiene registrato al telefono – ha saputo in anticipo dal premier Matteo Renzi in persona. Eppure sembra che giornali e telegiornali facciano di tutto per fuggire dalla notizia una volta esplosa, dando vita a uno slalom gigante per annacquare – se non proprio evitare – la vicenda.

Il caso più emblematico è quello di Repubblica, il giornale di cui De Benedetti è stato storico editore e di cui oggi è proprietario Gedi, il gruppo presieduto dal figlio Marco. Il 10 gennaio la notizia della telefonata esce su diversi quotidiani, ma non su Repubblica. In mattinata compare un articolo sul sito web con un titolo all’acqua di rose: “De Benedetti parlò con Renzi della riforma delle Popolari. Procura chiede archiviazione del caso”. Ci sarebbe tempo per rimediare il giorno seguente, ma la vicenda finisce a pagina 8 del quotidiano, senza richiamo in prima pagina e arricchito dal pastone tipico della baruffa elettorale: “Banche, diventa un caso politico la telefonata Renzi-De Benedetti”. Il giorno dopo la notizia è già sparita dal giornale, se si esclude un accenno nell’intervista a Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Banche, che si duole, bontà sua, solo della fuga di notizie. Un tetris che non rende giustizia a come l’allora direttore Eugenio Scalfari trattò la condanna in primo grado di De Benedetti al processo per il crac del Banco Ambrosiano nel 1992, quando aprì il giornale con la notizia della sentenza, pur criticandola con toni decisi nell’editoriale.

Ma Repubblica è in buona compagnia. La prima pagina del Corriere della Sera di mercoledì è all’insegna del mimetismo. Titolo: “Sterzata dei 5 Stelle sull’euro”. Occhiello: “Di Maio: non è ora di uscire. Banche, la telefonata di De Benedetti su Renzi”. Nei giorni seguenti va peggio, perché il caso sparisce dalle posizioni nobili del giornale, fino a perdersi nei trafiletti di pagina 11.

Anche il Sole 24 Ore fa contorsionismo: mercoledì la notizia c’è, ma in versione soft (“Manovra sulle popolari, dagli atti della Consob retroscena su acquisti”, pag. 11). Giovedì, poi, il quotidiano di Confindustria si supera: il sito pubblica i verbali dell’audizione di De Bendetti alla Consob in cui si difende dall’accusa di aver fatto un insider trading e racconta i suoi rapporti strettissimi con Renzi e le sue riforme (“il jobs act gliel’ho suggerito io”; “sono molto amico della Boschi”; “quello lì non è un governo, sono quattro persone”). Sul giornale del giorno dopo, però, il verbale si riduce a un bignami a fondo pagina, perso a metà giornale.

Al gioco del silenzio partecipano anche le televisioni, con menzione speciale per le reti pubbliche. L’edizione del Tg1 delle 13:30 di mercoledì, poche ore dopo che i giornali hanno lanciato lo scoop, la spiega così, in chiusura di un servizio sul jobs act e sui vaccini: “Matteo Renzi replica anche ai 5 stelle che lo attaccano sul caso della telefonata tra De Benedetti e il suo broker, caso per il quale è stata già chiesta l’archiviazione. La notizia del decreto per le banche – dice Renzi – era già uscita sulle agenzie”. Sono quindici secondi di smentita (di Renzi) a una notizia che lo stesso Telegiornale neanche aveva riportato. Al Tg1 delle 20 si replica: un accenno di diciotto secondi affidato al commento di Berlusconi, a chiusura di un servizio sulla campagna elettorale del centrodestra. Nei giorni seguenti il Tg1 si “dimentica” anche del verbale dell’audizione di De Benedetti, riportando soltanto la notizia dell’apertura di indagine da parte della procura di Romasulla fuga di notizie in Commissione Banche.

La versione del Tg2, mercoledì sera, capovolge i ruoli. Renzi diventa commentatore esterno del solito battibecco tra due antichi nemici: “Quanto alle polemiche sulle banche popolari, Renzi rivendica che ‘la riforma è stata giusta, nelle vicende tra Berlusconi e De Benedetti non metto bocca’”. Per il resto silenzio assoluto: il Tg3, per dire, mercoledì all’ora di pranzo sosteneva che in primo piano ci fosse “l’emergenza mal tempo”. Piccoli sprazzi di insider trading soltanto nell’edizione delle 19, quando i titoli recitano criptici: “Renzi, sui vaccini intesa oscurante tra Lega e 5 stelle. Lorenzin, a rischio salute dei nostri figli. Fico, basta fake news su di noi. Polemica sulle banche”.

Mettendo insieme le edizioni dell’ora di pranzo e di cena, da mercoledì i tre telegiornali Rai hanno dedicato al caso Renzi – De Benedetti la bellezza di 140 secondi, sparsi qua e là nei servizi sulla campagna elettorale. Due minuti e venti secondi di puro servizio pubblico.

La Boschi no

Appello a Renzi: non candidare Boschi

di Luca Di Bartolomei – strisciarossa.it, 5 dicembre 2017

Bisogna che sia chiaro, proprio nel momento in cui per speculazione elettorale i grillini e la Lega chiedono le dimissioni di Maria Elena Boschi: la sottosegretaria è fuori da ogni indagine, è estranea così come il governo con le sue azioni da responsabilità. Ma vorrei porre una domanda a Matteo Renzi: vogliamo davvero affrontare la campagna elettorale con sul tavolo questa fonte di aggressioni, polemiche, continuo scambio di accuse?

Io penso di no e penso che per sminare il terreno sarebbe bene se Renzi chiedesse alla Boschi un atto di generositá: la disponibilitá a non candidarsi alle prossime politiche. Capisco sia molto difficile visto lo strettisimo rapporto politico e umano che un leader ha verso le persone a lui più vicine, quelle di cui più di tutte si fida e nelle mani delle quali consegna spesso responsabilitá importanti. Peró credo che sarebbe davvero un atto dirompente, uno di quelli che dimostrano amore verso il proprio partito e ricambiano di quanto la nostra comunitá ha offerto loro in questi anni di battaglie durissime.

So (e comprendo) l’obiezione per la quale la non candidatura per accuse tutte da dimostrare nei confronti non già della sottosegreteria bensì del di lei padre sarebbe una resa al populismo giustizialista. Ma se è il Pd a rovesciare le carte l’effetto politico sarebbe inverso. Ci stiamo avvicinando ad una campagna elettorale che segnerà uno spartiacque fra il Paese che conosciamo e quello che verrá: in una situazione di polarizzazione frammentata, di confusione così pazzesca sarebbe opportuno presentarsi come una “forza tranquilla”, evitando magari di porre in lista per questo giro persone che per la loro recente storia – diretta e indiretta, positiva e negativa – hanno prodotto così tante divisioni nell’opinione pubblica italiana.

Politicamente parlando chieder loro un po’ di generosità inserendo in lista magari tutti quegli amministratori locali di piccoli comuni abituati a fare coi modi di chi sa comporre nell’interesse di una comunità sarebbe un segnale di grandissima forza e porterebbe, di certo, molti più voti in una lotta contro le destre che oggi ci vede assai indietro.

Studiare da premier

Minniti, Amato, Calenda o la Boschi: ecco chi sta lavorando per diventare il prossimo premier

Nessun partito riuscirà a mandare a Palazzo Chigi il suo leader alle prossime elezioni. Così fioriscono le diverse ipotesi di mediazione tra i partiti. Ma alla fine a scegliere sarà Mattarella.

di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 23 agosto 2017

Minniti, Amato, Calenda o la Boschi: ecco chi sta lavorando per diventare il prossimo premierNon c’erano i migranti nel Mediterraneo, ma i boat-people del Vietnam. Non c’era la ripresina, ma l’inflazione al 14,5 per cento. E quell’anno fu inaugurata l’ottava legislatura repubblicana, mentre nel 2018 sarà eletta la diciottesima.

Ma per il resto tutto riporta la politica italiana a somigliare incredibilmente al 1979, con un salto all’indietro di quasi quarant’anni. Quando “L’Espresso”, il 15 luglio, per la penna di Guido Quaranta, pronosticava l’avvento di «capi di governo entranti, balneari, in pectore, recidivi», avvertendo che «la rosa di Palazzo Chigi è sempre più spinosa». Faceva i nomi dei candidati alla presidenza del Consiglio: Andreotti, Piccoli, Saragat, Forlani, Pandolfi, Visentini. E si domandava sconsolato: «Da quale di questi uomini comprereste un’auto usata?».

Sarà meglio cominciare ad abituarsi: cambiati i nomi, sembra un retroscena dell’estate 2017. Stagione di roventi battaglie sotto il pelo dell’acqua per la politica italiana, in vista di una campagna elettorale con pochissime certezze.

La prima: senza una nuova legge nessuno vincerà nelle urne e nessun partito avrà da solo la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Non succede da un quarto di secolo: nel 2013 la coalizione Italia bene comune guidata dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani aveva la maggioranza dei seggi alla Camera per effetto del premio garantito dal Porcellum, ma non al Senato. La seconda certezza: in assenza di vincitore toccherà a Sergio Mattarella individuare il nome del prescelto per Palazzo Chigi sulla base di due valutazioni, la capacità di formare un governo di coalizione con partiti che in campagna elettorale si sono dichiarati alternativi e la possibilità di garantire un periodo di stabilità non solo politica ma anche istituzionale, come stanno chiedendo in queste settimane i settori più esposti sui fronti caldi, da quello mediterraneo in politica estera a quello europeo in politica economica. Per questo le lobby si sono messe già in movimento, sponsorizzando sotto traccia, ma neppure più di tanto, questo o quel nome.

Nel 2018, a complicare la situazione, arriveranno a scadenza tutti i vertici degli apparati di sicurezza e ordine pubblico, al centro in questi mesi di tutte le vicende più delicate, dall’inchiesta Consip in cui è indagato il comandante generale uscente dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette al caso Regeni in cui è impegnata da due anni l’intelligence italiana, per non parlare dello scacchiere libico.

Scadono tutti insieme il capo della Polizia Franco Gabrielli (nominato dal governo Renzi con un mandato di soli due anni), il capo del Dis Alessandro Pansa, i numero uno dell’Aisi Mario Parente e dell’Aise Alberto Manenti, i vertici della Guardia di Finanza Giorgio Toschi, della Marina Valter Girardelli, dell’Aeronautica Enzo Vecciarelli, oltre al capo di Stato maggiore della Difesa generale Claudio Graziano e dell’Esercito Danilo Errico.

Un risiko senza precedenti. E nel Palazzo, in modo sotterraneo, si discute se sia opportuno che un governo in scadenza, e per di più nato come provvisorio e a termine, come quello di Paolo Gentiloni, metta mano a una simile tornata di nomine, dopo aver già indicato gli amministratori degli enti partecipati (Eni, Enel, Leonardo-Finmeccanica, Poste, Ferrovie, Terna), il direttore generale della Rai Mario Orfeo e, nelle prossime settimane, il governatore di Banca d’Italia (favorito per il secondo mandato l’uscente Ignazio Visco).

Paolo Gentiloni

In rari casi un governo ha avuto un potere così grande per incidere con le nomine sugli equilibri futuri. C’è chi fa notare che si tratta di pura apparenza, perché in realtà Palazzo Chigi non fa altro che ratificare, e in molti casi prorogare, decisioni giù prese, avvicendamenti scontati, filiere che si auto-riproducono in base alle logiche interne a ciascuna arma o apparato.

E infatti anche in questo caso girano i nomi dei successori, quasi sempre i numeri due che salgono a numero uno. Anche in questo caso, quindi, il governo Gentiloni si comporterebbe da facilitatore, come si definì il premier durante la presentazione alle Camere del suo programma, più che da decisionista, come è stato nel caso del predecessore Matteo Renzi. Ma è un’osservazione che conferma l’ipotesi di partenza: nei prossimi mesi le due partite, per le nomine in arrivo e per la poltronissima di Palazzo Chigi, finiranno per incrociarsi. E ogni candidato sta chiamando a raccolta i suoi sponsor: in passato servivano le tessere, il peso della corrente nel partito di maggioranza relativa, l’eterna Dc. Oggi, finita la fase del nome indicato sulla scheda elettorale, la corsa per Palazzo Chigi somiglia a quella per il Quirinale: il candidato viene selezionato sulla base dei suoi appoggi istituzionali e sulla trasversalità, il consenso che arriva fuori dal partito di appartenenza.

Giuliano Amato

Ecco perché torna a girare il nome di Giuliano Amato: bocciato nel 2015 da Renzi per il Quirinale perché portato da Berlusconi e da Massimo D’Alema, potrebbe tornare utile per Palazzo Chigi. Ecco perché si stanno muovendo per tempo a caccia di alleanze i ministri in carica. Ognuno attento a costruire la sua candidatura tassello per tassello.

Per Marco Minniti, per esempio, il Viminale è stato il coronamento di una carriera politica, come fu per Francesco Cossiga, che dell’attuale ministro dell’Interno è stato amico: toccava a Minniti, sottosegretario a Palazzo Chigi, tenere i rapporti con l’ex presidente per conto di Massimo D’Alema presidente del Consiglio, le telefonate dal condominio di via Ennio Quirino Visconti arrivavano puntuali alle prime ore dell’alba.

Nel già citato 1979 Cossiga fu incaricato dal presidente della Repubblica Sandro Pertini di risolvere una crisi inestricabile, la più lunga della storia repubblicana, e in quel momento sembrava avviato al tramonto, un anno prima si era dimesso da ministro dell’Interno per non essere riuscito a salvare Aldo Moro. Invece quelle dimissioni furono il suo trampolino di lancio: divenne presidente del Consiglio, del Senato e della Repubblica nel giro di sei anni, senza poter contare su truppe e correnti, ma con il vistoso supporto di apparati interni e internazionali.

Marco Minniti

Minniti non vive una stagione di tramonto, anzi, è in continua ascesa. Celebrato dal “New York Times” e dai giornali berlusconiani, piace perfino al “Fatto quotidiano”, le polemiche sulle Ong nel Mediterraneo non sembrano fermarlo, «posso fare errori e cazzate, ma non per inconsapevolezza, so benissimo quello che faccio», ripete con tutti gli interlocutori, è il suo slogan. Nei tavoli di gestione dell’ordine pubblico si muove a suo agio, come un tecnico che però è dotato di sensibilità politica e di rapporti (mai sbandierati ma solidissimi) con la stampa. Gli apparati di sicurezza vedono in lui il vero capo, la sua parola sarà decisiva nella partita delle nomine. E qualcuno a questo punto si chiede se si fermerà qui: l’apprezzamento ricevuto da Quirinale, Palazzo Chigi e Vaticano fanno di lui uno tra i pochissimi ministri certo della riconferma (a meno che non ci sia un governo del Movimento 5 Stelle), ma non è detto che la sua scalata si fermi al Viminale.

Graziano Delrio

A sospettarlo, più di tutti, è stato Renzi che ha dato il via libera alla polemica ferragostana del ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio contro Minniti in difesa del trasbordo nei porti italiani dei migranti a bordo delle navi delle Ong. Delrio, nel governo Gentiloni, rappresenta il renziano di rito ulivista. Reggiano, amico di Romano Prodi e di Arturo Parisi, sostiene la necessità di un’alleanza larga che va dai centristi di Angelino Alfano a Giuliano Pisapia, con cui ha lavorato all’epoca della presidenza dell’Anci, l’associazione dei comuni italiani.

In caso di governo di coalizione sarebbe l’ipotesi della premiership di un renziano aperto alle altre forze del centrosinistra, compresi gli ex Pd di Bersani (sono ottimi i suoi rapporti con Vasco Errani). Un altro candidato in pectore, il ministro della Cultura Dario Franceschini, pensa di andare oltre e già da tempo manda segnali nel campo berlusconiano. «Bisogna separare i moderati dai populisti», è il suo mantra, ovvero accelerare il divorzio tra Berlusconi e Matteo Salvini. Anche se con Renzi i rapporti sono ai minimi termini, può contare su un antico rapporto con Mattarella. Il suo nome potrebbe uscire come punto di equilibrio in caso di sconfitta di Renzi.

Finito? No, perché nella lista dei ministri in carica che si muovono da candidati premier vanno inseriti almeno altri due nomi. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan è molto attivo nel rivendicare alle politiche del governo, a sé più che a Renzi, l’imprevista crescita in arrivo: sarebbe il nome più gradito a Bruxelles e a Francoforte. Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda è sostenuto da ambienti confindustriali, Luca Cordero di Montezemolo ne ha rivendicato la scoperta nella lunga intervista al “Giornale” berlusconiano per i suoi settant’anni («Carlo sta facendo un gran lavoro al governo. È cresciuto con me in Ferrari e nella mia Confindustria, arrivò a Maranello che era un ragazzino»): il suo sarebbe un governo di larghe intese tecnico-politico.

C’è infine un’altra candidatura per ora coperta che potrebbe rappresentare la carta a sorpresa di Renzi. «Non saranno altri a escludermi da Palazzo Chigi, deciderò io», dice infatti l’ex premier. E se dovesse scegliere di fare il passo indietro di fronte ai veti incrociati potrebbe estrarre il nome della fedelissima. La sottosegretaria Maria Elena Boschi ha lavorato in questi mesi sottotraccia per rafforzare il suo potere nei ministeri e nel circuito dell’alta dirigenza statale, il club esclusivo dei commis di Stato che sorvegliano, promuovono o ostacolano le carriere dei politici. La Boschi può contare su una rete di protezione istituzionale, costruita attraverso gli uomini a lei più vicini, il segretario generale di Palazzo Chigi Paolo Aquilanti, il suo braccio destro Cristiano Ceresani, capo dell’ufficio di segreteria del Consiglio dei ministri.

 

Un circuito pronto a sorreggere l’ascesa al gradino superiore nel 2018: la presidenza della Camera, al posto di Laura Boldrini, o addirittura il grande salto, l’ambizione mai nascosta dalla Boschi di diventare la prima donna premier della storia nazionale.

Bisognerà vedere cosa ne pensa Renzi, che assiste al valzer delle candidature e auto-candidature con un misto di inquietudine e di compiacimento, nella speranza che alla fine portino alla conclusione che l’unico ad avere le carte in regola per guidare il governo resta lui, anche se non è ancora chiaro con quale maggioranza. Bisognerà seguire le mosse di Gentiloni, che nonostante la debolezza politica e il limite di leadership continua a essere il principale candidato alla successione di se stesso. E poi certo, più di tutto, bisognerà capire cosa ne pensa il signore che vive nel palazzo sul Colle più alto, da cui passa la scelta dell’incaricato per la guida del governo. Domani più di oggi.

5 semplici domande…

segnalato da Barbara G.

Cinque semplici domande al Ministro Maria Elena Boschi

di Ulrich Anders – scenarieconomici.it, 13/12/2015

Dal Fatto Quotidiano del 13/12/2015

Un parlamentare PD così argomentava sul decreto “Salvabanche” pubblicato dal governo nel novembre scorso:

Se il decreto “Salvabanche” 180/181 partorito dal governo serviva a prevenire il “panico dei depositanti”, direi che l’obiettivo sta fallendo.

Se invece l’obiettivo del governo Renzi invece era salvaguardare clienti e amici del PD, sia nel patrimonio che nella carriera che nella libertà personale, la missione (per ora) è riuscita. Gettando sospetti molto pesanti di favoritismi famigliari sul circolo renziano, e l’accusa di conflitto d’interessi fatta da più parti – inclusi intellettuali di sinistra come Saviano – all’indirizzo del ministro Boschi.

Un comma infatti “protegge gli ex vertici delle banche fallite da qualsiasi azione di rivalsa”, vertici tra i quali figura il padre del ministro Boschi. Salvataggio di beni e corpi devastante per la reputazione del governo, e in particolare per quella del ministro Boschi accusata di produrre leggi “ad personam”.

Da Libero del 12/12/2015

“Le vent se lève, il faut tenter de vivre”. La bufera si sta rafforzando, e piuttosto che un “tenter de vivre” alla Paul Valéry, solo una trasparenza rapida e completa permetterebbe al ministro Boschi di uscire indenne da questa situazione. Trasparenza che per ora manca totalmente, lasciando l’impressione che per la Ministra Boschi “basti la parola”: sia sufficiente cioè affermare di non avere conflitto d’interessi, uscire dal consiglio al momento del voto, raccontare a Vespa che il padre è una brava persona per salvare la propria carriera politica.

Questa condotta stile “sopire, troncare” sarà forse efficace nella cerchia dei suoi amici e compagni di partito. Non lo è affatto in una democrazia che fin dai tempi della polis ateniese e delle riforme di Solone e Clistene del sec VII-VI a.C. chiede ai delegati del popolo di rendere conto dei patrimoni personali prima e dopo l’incarico pubblico. Troppo facile sarebbe infatti per un eletto favorire parenti e amici e infine ritirarsi tranquillamente, grazie allo scudo di una malintesa privacy.

Il ministro Boschi ha scelto per adesso la strada opposta, quella della non trasparenza:

Scelta permessa dalla legge, e della quale il ministro Boschi dovrà assumere le conseguenze politiche. Conseguenze che invece potrebbe – probabilmente – evitare, rispondendo alle seguenti cinque domande:

  1. Il padre del ministro Maria Elena Boschi, Pierluigi Boschi, è stato amministratore di Banca Etruria dal 2011 e vicepresidente dal maggio 2013, fino alla decadenza per commissariamento del febbraio scorso. Il Sole24Ore riporta che negli ultimi 5 anni i 13 ex amministratori e i 5 sindaci di Banca Etruria si sono assegnati compensi per oltre 14 milioni di euro: quanti di questi 14 milioni sono stati pagati al padre del ministro, Pierluigi Boschi?
  2. Gli amministratori di Banca Etruria si sono concessi fidi per 185 milioni (fonte: Sole24Ore): quanti di questi 185 milioni sono andati a società riconducibili alla famiglia del ministro Boschi?
  3. I crediti in incaglio o sofferenza in capo ad amministratori e sindaci di Banca Etruria valgono 90 milioni di euro (fonte: Sole24Ore): quanti di questi 90 milioni  sono dovuti da Pierluigi Boschi?
  4. I crediti in sofferenza o incaglio di Banca Etruria (record in Italia) ammontano a 3 miliardi: quanti di questi 3 miliardi di crediti in sofferenza o incagliati sono stati concessi a società amministrate da Pierluigi Boschi o da altri famigliari di esponenti del governo, a partire dal Presidente del Consiglio Renzi?
  5. In un solo biennio, tra 2013 e 2014, vengono spesi in consulenze da Banca Etruria ben 15 milioni di euro, con “incarichi che vengono forniti sulla stessa materia a diversi professionisti”: quanti di questi 15 milioni sono stati assegnati a familiari o amici del ministro Boschi?

Dare una risposta a queste 5 domande permetterebbe al ministro Boschi di allontanare da sè e dal governo Renzi i sospetti sollevati negli ultimi giorni. Senza risposte esaurienti al contrario non potremo che condividere le conclusioni di Roberto Saviano, vittima ieri del manganellamento mediatico dei dirigenti PD al completo:

In attesa delle spiegazioni migliaia di risparmiatori, lavoratori, pensionati, gente semplice (cittadini definiti con disprezzo “speculatori” dalle mosche cocchiere del governo) contemplano con disperazione i risparmi di una vita spariti nelle tasche di farabutti; farabutti probabilmente ben protetti politicamente.

Burattini in cattedra?

LA SCUOLA E GLI INSEGNANTI SECONDO IL PD

di Amalia Signorelli – ilfattoquotidiano.it, 12 maggio 2015

Per la ministra Maria Elena Boschi, le insegnanti e gli insegnanti italiani di ogni ordine e grado del sistema scolastico, sono dei poveretti incapaci di intendere e di volere, dei burattini manovrati dai sindacati. Per il sottosegretario Faraone sono anche dei semideficienti incapaci di capire il valore innovativo e costruttivo della proposta di legge nota come “La buona scuola”.

Se queste sono le loro convinzioni, converrebbe ai due esponenti del governo progettare non una riforma della scuola italiana, ma l’abolizione, l’eliminazione totale del sistema scolastico così com’è; e la sua rifondazione ex-novo con personale docente tutto diverso, non delle povere marionette semideficienti manovrate da un sindacato curruttore, ma dei very smart esperti delle soft skills tanto amate dal loro ispiratore Abravanel. Insomma dei professori delle “Istruzioni per l’uso” che le insegnino in conformità delle direttive impartite da Confindustria.

Sono indignata, anzi un po’ più che indignata. La scuola italiana ha mille pecche e difetti. Ma la presunzione, l’ignorante saccenteria, l’approssimazione velleitaria, il disprezzo per le competenze altrui con cui costoro che pretendono di governarci, parlano della scuola, non ha a che fare in prima battuta con i problemi della scuola stessa, ma con loro. Con la loro superbia e la loro maleducazione.

Vorrei che provassero ad andare a insegnare per un inverno in una scuola media della borgata romana di Tor Bella Monaca o in quella napoletana di Scampia; vorrei che mettessero piede in un istituto professionale e tentassero di catturare l’attenzione e tenerla per un’ora, di sedicenni abulici e senza speranze; vorrei che spiegassero a quindicenni del terzo millennio la storia del pentimento dell’Innominato. Anzi, cara ministra Boschi, visto che Lei è una giovane donna fragile e delicata, mi accontenterei che svolgesse un compito meno gravoso. Mi piacerebbe vederla portare una quinta ginnasio di un liceo romano a fare un viaggio di studio a Siracusa, Modica e Noto, incluse tre tragedie di Euripide al teatro greco, e non solo spiegare tutto sulla Magna Grecia, sulla Tragedia greca e la catarsi e sul barocco siciliano; ma riuscire a riportare tutta la classe a Roma, senza perdite neppure di zainetti e portafogli, senza mal di pancia e caviglie rotte. Per poi tornare in classe con loro il giorno dopo e riuscire a persuaderli che comunque, viaggio o no, devono studiare l’aoristo e la biologia.

Cara Boschi, caro Faraone, avete idea di chi sono gli insegnanti? Di qual è la funzione sociale che svolgono? E se ce l’avete, come vi permettete di mancare loro di rispetto in questa misura?

Preferisco pensare che non lo facciate intenzionalmente, ma perché siete dei superficiali, dei bambini viziati convinti di essere capaci di fare tutto e di farlo meglio di chiunque altro; sicuri di non fare mai errori e di non meritare mai critiche e neppure consigli. Per giunta il vostro basic italian non vi aiuta perché non vi consente di articolare granché tra critica e insulto.

Abbiamo avuto amaramente modo di constatare quanto poco teniate conto non solo dei pareri, ma addirittura della competenze che si permettono anche solo di discostarsi della vostre convinzioni. Non mi piace questo vostro stile, non mi è piaciuto fin dall’inizio. Ma sulla scuola mi indigna particolarmente.

Vi piace dire che la scuola è di tutti. Ebbene, no. La scuola è prima di tutto degli insegnanti perché sono loro che la fanno funzionare, sono loro che bene o male l’hanno tenuta e la tengono in piedi, sono loro che l’hanno mandata avanti tra tagli finanziari scellerati e ‘innovazioni’ e ‘riforme’ scriteriate. Sono loro che hanno sopportato la mancanza di risorse, di rispetto e di attenzione; la petulanza di genitori semianalfabeti che pretendono di sapere quanto è bravo il loro figlio (per definizione unico, meraviglioso, mitico); le accuse all’ingrosso del primo esperto che trova da qualche parte statistiche che ‘dimostrano’ quanto è arretrata la nostra scuola. E sono loro, gli insegnanti, che anche quando sono (ed è raro) incompetenti e oziosi, fanno comunque qualcosa che è sempre, almeno un pochino, utile alla società; e sono loro che sono stati ridotti a livelli ignobili di precariato e di bassa retribuzione.

E poi, a voler essere gentili con voi e a cercare di ragionare insieme: se oltre un milione di persone ‘non capisce’, sottosegretario Faraone, la validità della vostra proposta, io non dico che vi debba venire il dubbio che sia una cattiva proposta, dato che per definizione le vostre proposte sono buone; ma almeno che l’abbiate spiegata male? O no? Pure le vostre spiegazioni sono sempre infallibili?

Leggi anche:

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/12/scuola-sindacati-insoddisfatti-dallincontro-col-governo-su-ddl-modifiche-non-sufficienti/1676818/

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2015/05/12/scuola-sindacati-ce-stato-ascolto-ma-giannini-li-stronca-no-passi-indietro/371107/

http://www.repubblica.it/scuola/2015/05/12/news/scuola_boicottaggio_invalsi-114192011/