Brancaccio

Tutte le facce dell’astensionismo e il voto a LeU

segnalato da Barbara G.

Sinistra. Il mondo degli astenuti è un’entità dinamica e con tante sfumature. Un mondo complesso e poco indagato (nei tanti sondaggi si chiede per chi si vota e mai perché non si vota e per chi si votava prima) che propone una domanda: quanta parte di esso può attrarre una nuova lista di sinistra?

di Aldo Carra – ilmanifesto.it, 16-12-2017

Gli astenuti alla ribalta. I loro voti fanno gola a tutti. Naturalmente l’ultimo nato – Liberi e Uguali – guarda con attenzione ancora maggiore a questo mondo perché lì, negli ultimi anni, si sono rifugiati tanti delusi dalle politiche del Pd che si spera di riconquistare.

Ma l’operazione non è affatto facile ed il fatto che l’astensionismo si sia stabilizzato sul 50% non deve far pensare che ci siano tanti elettori ansiosi di tornare a votare.

Il mondo degli astenuti è un’entità dinamica e con tante sfumature. Si va dall’astensionismo strutturale (ragioni oggettive di età, salute, disinteresse di lungo periodo..), a quello da disillusione (l’intreccio tra crisi economica e crisi politica ha trasformato in un boomerang la politica degli annunci), a quello da depotenziamento del voto (lo spostamento a livello sovranazionale dei livelli decisionali ha svuotato le istituzioni più vicine al territorio..), fino ad arrivare ad un astensionismo fortemente politico, scelto come equivalente di voto attivo (il partito degli astenuti) e, più di recente, all’astensione come voto punitivo (il voto sottratto al partito per il quale si è sempre votato), un non voto di rancore alimentato anche dalla mutazione violenta del linguaggio della rottamazione e del vaffa.

Un mondo, quindi, complesso e poco indagato (nei tanti sondaggi si chiede per chi si vota e mai perché non si vota e per chi si votava prima) che propone una domanda: quanta parte di esso può attrarre una nuova lista di sinistra?

Realisticamente, tenendo conto delle sfumature tratteggiate e del fatto che nel corso degli ultimi anni una buona parte dei delusi di sinistra si è spostata sul M5S, si può stimare che essa si aggiri tra il 5% ed il 10% del corpo elettorale. Una percentuale non irrilevante, ma anche non facilmente riconquistabile nei tempi stretti che ci separano dalle elezioni ed in assenza di movimenti e lotte sociali che possano produrre nuove politiche e nuova classe politica. Come agire allora?

Aver messo insieme forze che nel corso di questi anni hanno fatto scelte diverse su tanti temi può essere un vantaggio, ma anche un handicap. Sarà un handicap se la nuova lista apparirà come un assemblaggio puramente elettorale, sarà un vantaggio se essa sarà vissuta come punto di approdo di alcune battaglie comuni fatte negli ultimi tempi e punto di partenza per affrontare un nuovo tragitto insieme.

Per questo la messa a punto del programma sarà un banco di prova per stabilire il minimo comun denominatore. Per dimostrare che un pezzo di passato che ci ha divisi – la fascinazione della globalizzazione neoliberista che tante nuove disuguaglianze ha creato – è alle spalle e che un tratto di futuro – la volontà di rilanciare la funzione pubblica di regolazione e promozione di investimenti per un nuovo sviluppo – ci unisce.

Se ci saranno questi tratti di una nuova identità forte si potrà sperare in un recupero di astenuti e ci si potrà anche rivolgere ad una’altra fascia di elettorato: l’astensionismo incombente, quello di elettori del Pd e del M5S ancora incerti se votare o no, che nel caso del Pd potrebbero diventare tra poco una valanga.

Ma qui si pone un’altra domanda: è sufficiente puntare tutto solo sul mondo degli astenuti? Penso che restringere, come sembrano orientati a fare i principali esponenti di LeU, il proprio spazio di iniziativa agli elettori che comunque non voterebbe più Pd sia una scelta giusta, ma assolutamente insufficiente e di autocondanna ad una funzione residuale e subordinata. Il confronto elettorale sarà duro e la legge senza scorporo penalizza fortemente una forza come LeU. Al contrario un cambiamento coraggioso come quello che ci si ripropone richiede meno Pd, meno M5S e più sinistra. Perciò si impone un’incursione civile nell’elettorato di sinistra che vota Pd e M5S. Non è questione di galateo, ma di confronto politico e di coerenza e credibilità.

Verso l’elettorato del Pd occorre agire nella contraddizione tra un gruppo dirigente sempre più vicino ad una collocazione di centro ed un corpo elettorale nel quale sono presenti molti elettori che appartengono all’area storica della sinistra. compresa una componente di cattolicesimo sociale sempre più estranea alle logiche di potere prevalenti.

Un ragionamento analogo vale per il M5S sul quale occorre agire nella contraddizione tra le due anime, di sinistra e di destra, adesso che la capacità di attrazione degli astenuti si è, come si è visto in Sicilia, arrestata e che, sotto Di Maio, il movimento appare più come un soggetto rassicurante e di centro che di cambiamento radicale.

Compito difficilissimo? Sì. Anche per questo la pluralità – da completare nella rappresentanza di genere – di soggetti e storie che confluiscono nella lista LeU e ai quali sarebbe opportuno si affiancassero i promotori del Brancaccio – non dovrebbe essere compressa o offuscata. Un soggetto con un garante autorevole come Grasso può permettersi di liberare e valorizzare la pluralità che esso incorpora, un pluralità preziosa anche per attrarre componenti diverse dell’elettorato.

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Venire al dunque

segnalato da Barbara G.

da possibile.com, 07/11/2017

Ci impegniamo a partecipare insieme alle prossime elezioni politiche, con una proposta che punti a cambiare la vita delle persone e restituire speranza a milioni di cittadine e cittadini che oggi non si sentono più rappresentati.

Intendiamo costruire un progetto credibile solido e autonomo, che punti a riconnettere sinistra e società, per ribaltare rapporti di forza sempre più favorevoli alla destra in tutte le sue articolazioni.

Ci rivolgiamo a tutte le esperienze del civismo, a chi lavora quotidianamente nell’associazionismo, alle forze organizzate del mondo del lavoro, ma soprattutto a tutte le donne e gli uomini trascinati in basso dalla crisi, che hanno bisogno di una politica diversa per risollevarsi; ai tanti portatori di competenze che non trovano occasione per metterla in pratica, a coloro che ce l’hanno fatta ma non si rassegnano a una condizione diversa di tanti.

La nostra sfida ha un’ambizione alta: partire da un contesto sociale disgregato e diviso e proporci, attraverso le linee del nostro programma, un chiaro indirizzo di governo, coerente, trasparente e credibile. Sta qui il senso dell’utilità per il Paese del voto che chiediamo contro ogni trasformismo e ogni alleanza innaturale.

L’avanzata di forze regressive e xenofobe in molti Paesi europei può essere arrestata non da piccole o grandi coalizioni a difesa dell’establishment e di un ordine sociale ormai insostenibile, ma solo da una grande alleanza civica e di sinistra, che ristabilisca la centralità del valore universale dell’eguaglianza.

La crescita delle diseguaglianze è oggi principale fattore di crisi dei sistemi democratici.

La lunga crisi, prodotta dai guasti del capitalismo finanziario e acuita in Europa da un processo di integrazione egemonizzato dal neoliberismo, ha enormemente accresciuto le diseguaglianze, ha svalutato il lavoro e compresso i suoi diritti, ha costretto alla chiusura di tante aziende e tante piccole e medie attività, ha condannato i giovani a una disoccupazione di massa e una precarietà endemica, ha piegato e svuotato l’istruzione, la sanità e la previdenza pubbliche, ha colpito il ceto medio e ha allargato l’area di povertà e insicurezza sociale.

Il progetto politico a cui vogliamo dar vita nasce per contrastare queste tendenze, riaffermando l’attualità e la modernità del modello sociale ed economico disegnato dalla nostra Carta Costituzionale.

Non regge più il modello di sviluppo basato su alti livelli di inquinamento, su uno spreco insostenibile di materie prime e di consumo del territorio. Vogliamo con la nostra lista essere parte integrante di quel movimento ambientalista che in tutto il mondo si batte per avviare un’ambiziosa transizione verso una ”economia circolare”, per fermare i cambiamenti climatici riconvertire ecologicamente l’economia, liberarsi dalla dipendenza dei combustibili fossili, affermare nuovi modelli di consumo, raggiungere l’obiettivo di rifiuti zero, garantire la sicurezza alimentare e gli approvvigionamenti idrici.

Vogliamo riportare il lavoro e la sua dignità al centro della società.

Il lungo ciclo della precarizzazione, contrariamente alle promesse liberiste, ha bloccato la crescita della produttività, ha compresso i salari, ha accresciuto la disoccupazione, ha dequalificato una parte importante del nostro apparato produttivo. Oggi siamo il Paese con il lavoro più precario d’Europa, e con il più alto tasso di disoccupazione giovanile.

Per questo crediamo si debba cominciare restituendo ai lavoratori i diritti sottratti, con la legge sul Jobs Act, che va cancellata, e un’età di accesso al pensionamento in linea con quella dei paesi europei. E diversa secondo il grado di gravosità dei lavori.

La più grande ingiustizia che vogliamo debellare è la condizione di precarietà e di infelicità nella quale sono costretti a vivere milioni di nostri giovani. Non c’è un grande futuro per l’Italia se non si garantisce a loro una prospettiva radicalmente diversa di vita.

Non sono più tollerabili discriminazioni salariali che violano gravemente leggi e principi costituzionali. Ci batteremo per riaffermare un fondamentale principio di giustizia sociale negato in tante parti d’Italia: allo stesso lavoro deve corrispondere la stessa contribuzione tra uomini e donne.

L’attacco all’autonomia e alla qualità della scuola e dell’università pubblica è parte dello stesso disegno di disgregazione delle condizioni di uguaglianza.

L’indebolimento dell’istruzione quale presidio dello spirito critico e fattore di mobilità sociale è stato infatti il corollario indispensabile delle ‘riforme’ volte a rendere il lavoro più precario, ricattabile e sottopagato, minandone la funzione costituzionale di fondamento della cittadinanza democratica.

Vogliamo mettere in campo una diversa idea di scuola, cominciando da un piano di rifinanziamento dell’istruzione pubblica che la porti finalmente ad avere risorse pari a quelle previste nei paesi più avanzati.

Lo stesso deve essere fatto per Universitá e ricerca, umiliate da anni di tagli insostenibili.

Bisogna ricostruire il sistema di tutela del patrimonio culturale smantellato dalle ultime riforme, puntando sulla produzione e la redistribuzione della conoscenza. Vogliamo una cultura che formi cittadini sovrani e non consumatori o clienti.

Ci battiamo per il rilancio del welfare pubblico universalistico, a partire dalla sanità, che deve essere garantita contro processi striscianti di privatizzazione e messa in condizione di rispondere alle sfide aperte dai nuovi farmaci e dalle biotecnologie, da rendere accessibili per tutti.

Vogliamo lanciare un grande piano di lavoro e investimenti pubblici, da cui far passare il rilancio del welfare e la messa in sicurezza del territorio, delle scuole, delle case. Bisogna superare la logica delle Grandi Opere, del consumo di suolo e dello Sblocca Italia: l’unica grande opera utile è la messa in sicurezza del territorio.

Senza gli investimenti pubblici l’Italia non è in grado di crescere più rapidamente e di creare occupazione stabile e di qualità.

E’ nel Sud che bisogna concentrare una quota nettamente più rilevante di investimenti pubblici e privati per fare ripartire l’Italia, conducendo una lotta senza quartiere a mafia e camorra.

L’obiettivo imprescindibile della piena occupazione dipende infatti anche dalla riattivazione di forme di intervento pubblico nell’economia, che mettano finalmente l’ambiente e il clima al centro della politica e del modello di sviluppo del Paese.

Tutto questo sarà possibile se sapremo ripristinare un sistema di reale equità e progressività fiscale (come previsto dall’articolo 53 della Costituzione), capace di spostare il prelievo dal lavoro alle rendite e ai grandi patrimoni, nonché avviare una lotta senza quartiere all’evasione di chi ha di più, a partire dalle grandi multinazionali ai paradisi fiscali: la custodia dell’ambiente diventa infatti il vero tratto distintivo di una rinnovata visione progressista.

La riaffermazione di diritti sociali primari va di pari passo con una nuova stagione di avanzamenti sul terreno dei diritti civili e di libertà che partano dallo jus soli, il testamento biologico e poi si estendano agli altri diritti .

Sentiamo il dovere imprescindibile di garantire un’accoglienza degna a chi cerca in Europa una vita migliore, sfuggendo a regimi sanguinari o alla disperazione della fame.

Il ripudio della guerra, il rilancio del multilateralismo e della cooperazione internazionale sono l’altro lato della medaglia e la bussola di un nuovo ruolo dell’Europa nel mondo globale, in un quadro ancora drammaticamente segnato da conflitti, terrorismo e grandi fenomeni migratori. Senza l’Europa i singoli stati nazionali sarebbero condannati ad una crescente irrilevanza nel nuovo scenario mondiale. L’Europa può svolgere un ruolo importante nel mondo e tornare ad essere fattore di sviluppo e benessere, solo se cambia radicalmente mettendo in soffitta odiose politiche di austerità, sorrette da una miope governance intergovernativa. Serve un’Europa pienamente in sintonia con i principi fondamentali della nostra Costituzione, più democratica, più sociale e meno condizionata dagli egoismi nazionali.

La piena affermazione a tutti i livelli della pari dignità individuale e sociale delle donne è un pilastro del nostro progetto di attuazione integrale della Costituzione repubblicana e del suo cuore pulsante, l’articolo 3.

Va combattuta senza tregua ogni forma di violenza sulle donne.

Vogliamo, in definitiva, ricostruire lo Stato, avvicinare istituzioni e cittadini, restituire i comuni alla pienezza delle proprie funzioni di primo raccordo tra i bisogni delle comunità e i doveri di chi amministra il bene pubblico. Raccogliamo il grido d’allarme dei sindaci italiani che chiedono una svolta nelle politiche verso le città. Dobbiamo garantire sicurezza a tutti senza erigere muri. Occorre ritrovare una politica più responsabile, più progettuale, più sobria nei comportamenti e onesta anche intellettualmente.

Per fare tutto questo e molto altro crediamo si debba aprire una stagione discussione e di partecipazione dal basso, a cui affidare il progetto, il percorso e la scelta delle persone.

Per questo è il momento di costruire un grande spazio pubblico, aperto, trasparente plurale e inclusivo; un luogo che non sia il terreno di contesa tra progetti ambigui e incompatibili tra loro, ma il laboratorio di una proposta davvero innovativa e coraggiosa.

Il cambiamento e l’alternativa rispetto alle politiche degli ultimi anni sono la cifra fondamentale di questo progetto, il cui obiettivo è dare sostanza ai valori di eguaglianza, inclusione, giustizia sociale.

Con questo spirito ci impegniamo a costruire una lista comune alle prossime elezioni politiche: una lista che appartenga a tutte e tutti quelli che vorranno partecipare, insieme e nessuno escluso, e che si riconoscano nelle proposte e valori del nostro programma.

Mdp, Possibile, Sinistra Italiana e Alleanza per la democrazia e l’uguaglianza

La nuova sinistra non può allearsi con un partito di destra come il Pd

segnalato da Barbara G.

di Tomaso Montanari – IlFattoQuotidiano, 03/10/2017

tramite temi.repubblica.it/micromega-online

Antonio Padellaro scrive che se la sinistra non sarà rappresentata nel prossimo Parlamento, i responsabili faranno “bene a espatriare”. Sono d’accordo: è per questo che, il 18 giugno scorso, ho lanciato – al Teatro Brancaccio, con Anna Falcone e quasi duemila persone – un appello per “una sola lista a sinistra”.

Ma non parliamo della stessa “sinistra”. Padellaro è convinto che il Partito democratico ne faccia parte, e che le divisioni dentro e fuori quel partito siano tutte imputabili alle “inimicizie personali” di Matteo Renzi e ai simmetrici personalismi dei troppi leader che si contendono il “comando”. Ma se c’è una cosa che appare chiara proprio leggendo il Fatto Quotidiano è che il Pd è un partito che da tempo non ha nulla a che fare con la sinistra: esso ha invece preso il posto della vecchia Democrazia cristiana, senza averne tuttavia la cultura né una sinistra interna altrettanto efficace e preparata. È il partito del potere: perché ha inteso il potere come un fine. L’unico.

L’Italia così com’è (segnata dalla massima crescita europea della diseguaglianza, Regno Unito escluso) è un prodotto del Pd, che – insieme ai partiti di cui è erede, nella formula del centrosinistra – ha governato più a lungo di Berlusconi. Lo smontaggio dello Stato, la distruzione del pubblico e la negazione sistematica di pressoché tutti i principi fondamentali della Costituzione sono da imputare al Pd almeno quanto a Forza Italia.

Arrivati a Renzi, il problema non è stato il “personalismo” (pure odiosamente pervasivo): ma la definitiva distruzione dei diritti dei lavoratori (Jobs act), la spallata finale alla scuola pubblica (la Buona scuola), la mazzata inflitta all’ambiente (lo Sblocca Italia di Maurizio Lupi), la mercificazione completa del patrimonio culturale e la fine della tutela (la “riforma” Franceschini) e via elencando. Con Minniti, poi, siamo arrivati all’eradicazione dell’articolo 10 dalla Costituzione e a una politica securitaria per la quale i militanti di Fratelli d’Italia e Lega si spellano le mani. Un partito che blocca lo Ius soli mentre approva un maxi-condono per l’abusivismo edilizio: è questo il Pd.

A “espatriare” farebbe bene una sinistra pronta a sostenere e prolungare tutto ciò. Votare Pd per fermare la destra vuol dire ripetere l’errore di chi era convinto che la visione di Sanders fosse utopica e minoritaria e ha imposto la Clinton in nome del “realismo”: sappiamo com’è finita. Fermare la destra facendo la politica della destra serve solo a rinviare lo schianto finale, rendendolo ancora più devastante.

In tutta Europa sono nati movimenti radicali di sinistra (che usino o meno questa parola nel loro nome), che contestano alla radice lo stato delle cose e le politiche di centrosinistra degli ultimi vent’anni, rigettano il dominio della finanza sulla politica e rivendicano il diritto di governare puntando al “pieno sviluppo della persona umana” e non obbedendo al mercato. Tutti partiti meno “a sinistra” di papa Francesco, sia chiaro: tanto per dire quanto sia insensato parlare oggi di “centrosinistra” sul piano culturale.

Manca quasi solo l’Italia, e spero che il percorso del Brancaccio possa – con il tempo che ci vorrà – generare qualcosa di simile. Ma un simile progetto non può certo iniziare sostenendo gli alfieri dello stato delle cose. Alle prossime elezioni ci saranno tre, diverse, destre: quella padrona del marchio, i 5stelle di Di Maio e il Pd di Renzi. Una sinistra che voglia rovesciare il tavolo dello stato delle cose non può allearsi con nessuna delle tre.

E i numeri? Si può decidere di rivolgersi solo al 50% che vota, o decidersi finalmente a parlare all’altra metà del Paese, con un linguaggio nuovo e radicale. È la metà riemersa il 4 dicembre, determinando la vittoria del No: laddove i flussi elettorali dimostrano che l’85% dei votanti Pd ha scelto il Sì.

Siamo, dunque, a una scelta di campo. L’oracolare Giuliano Pisapia ha infine detto che sarà al fianco del Pd, mentre MdP deve ancora decidere: tutti gli altri vogliono un quarto polo. Non so come finirà: ma se ci si divide tra chi vuole lasciare tutto così com’è, e chi vuole invertire la rotta non è uno scandalo, è onestà intellettuale. Lo scandalo è non averlo fatto prima: oggi saremmo al 20 per cento. O al governo.

Non siamo zerbini del governo

segnalato da Barbara G.

Gotor: «Non siamo zerbini del governo. Renzi arrabbiato? Gli passerà»

di Daniela Preziosi – ilmanifesto.il, 21/06/2017

Senatore Miguel Gotor, avete votato per la vostra mozione contro il ministro Lotti. Se votavate quella della destra il governo rischiava di andare giù.

La nostra mozione era l’unica a descrivere la relazione stretta che c’è tra la vicenda Marroni e la vicenda Lotti. Le altre erano insufficienti o maramaldeggianti: se la prendevano con il vaso di coccio Marroni e lasciavano in pace i vasi di ferro.

In aula ha fatto un discorso duro contro Renzi e contro un ministro del vostro governo.

Ho usato parole vere. La vicenda Consip è una spia in grado di rivelare la gestione del potere a km zero, le caratteristiche del sistema renziano nel suo momento culminante, quello di identità fra segretario Pd e premier.

Gentiloni e Renzi si sarebbero molto arrabbiati.

Non si preoccupi, passerà.

La settimana scorsa Mpd non ha votato la fiducia. Alla camera non avete votato la legge sui parchi. Quello Gentiloni è ancora il vostro governo?

Far parte di una maggioranza non significa essere degli zerbini. Abbiamo sempre posto il problema della discontinuità. Stiamo in maggioranza finché ci sarà lo spazio di dire quello che pensiamo. Non ci faremo tappare la bocca.

Il senatore Marcucci, del Pd, chiede una verifica di governo.

Su legalità e questione morale siamo pronti a ogni verifica.

Cosa potrebbe essere in concreto una verifica di governo?

Lo chieda a lui. Marcucci era deputato liberale nel 1992, è un archeologo di questo parlamento. E ’verifica’ è un termine tipico della Prima repubblica.

Gotor, è il suo momento combat. Anche al Brancaccio le è toccato fare un intervento difficile. La vostra maggioranza non vi tollera, i vostri futuri alleati vi fischiano.

Siamo consapevoli che in questa fase facciamo politica su una faglia, ma ne siamo convinti. Sull’assemblea del Brancaccio per amore di verità voglio dire che ci sono stati fischi, ma anche tanti consensi. Io sono rimasto lì per quattro ore. Erano in tanti in quella platea a rendersi conto che bisogna fuggire dal settarismo, dal minoritarismo e dal purismo.

Loro però vogliono fuggire soprattutto da Giuliano Pisapia.

È importante non partire dai nomi, che diventano simboli impropri, ma dai programmi delle cose da fare come sinistra di governo. Bisogna stare con la testa e il cuore largo. Poi, creda, sono il primo a sapere che una lista alla nostra sinistra ci sarà. Ma preferisco che sia quella dei trozkisti dell’Illinois e non quella di un mondo, quello del Brancaccio, che in parte è anche la nostra casa.

Quindi nessuna rottura?

Bisogna fare il possibile per evitarla e aprire contraddizioni. Bisogna tessere, nella chiarezza s’intende. Unità sì, ma non a tutti i costi. Il primo luglio noi, Mdp e Bersani, faremo un’iniziativa con Campo Progressista e Pisapia. La faremo «insieme», parola chiave di questa fase politica. E non possiamo che essere accoglienti. Nella chiarezza, ripeto.

A proposito di chiarezza. La prima contestazione al Brancaccioè stata quella di un sindacalista Cgil sul vostro mancato no ai voucher al senato.

Era un sindacalista? Mi dispiace. Ci si è disabituati al ragionamento. Si preferisce urlare. Al senato su fiducia e provvedimento si fa un voto unico. Se questo il sindacalista non lo sapeva, è grave. Se lo sapeva, è un provocatore.

Perché un provocatore? Magari semplicemente vi chiedeva di far cadere il governo.
Non abbiamo votato la fiducia al governo di cui siamo parte su una questione centrale, quella dei voucher. È un gesto forte. Quel sindacalista dovrebbe sapere che se avessimo votato contro la manovra avremmo votato, ad esempio, contro i finanziamenti alle regioni terremotate. Ci saremmo comportati da irresponsabili.

Quelli di Sinistra italiana, vostri possibili alleati, hanno votato no. Sono irresponsabili?

Sinistra italiana fa le sue scelte.

Se fosse stato un voto solo sui voucher avreste davvero mandato sotto il governo?

Sì. E infatti per questo hanno fatto un decreto omnibus.

Prima il Brancaccio, poi al senato. Per Mdp è Gotor l’uomo delle missioni delicate?

Sono una persona chiara e netta. Al Brancaccio ero tranquillo. È chiaro che c’è chi vuole strumentalizzare le nostre divisioni: ci sono molteplici interessi che vogliono rendere difficile il nostro percorso unitario. E sono interessi del campo renziano. Dobbiamo evitare una spaccatura a sinistra per non rafforzare le destre, il M5S e Renzi.

Crede davvero che sia possibile tenere uniti Pisapia e l’assemblea del Brancaccio?

Dobbiamo provarci. Credo che in parte sia possibile e utile. Ed è anche utile che sia una parte. Dobbiamo isolare le posizioni settarie, puriste, frontiste, che puntano all’autosufficienza della sinistra.

La relazione introduttiva del prof Montanari era molto tranchant. Le è piaciuta?

Mi è piaciuta la parte programmatica, meno quella politica: c’era qualche ingenuità. Ma ci lavoriamo: lunedì sera ero con lui a Firenze a parlare di Consip. Ed eravamo in perfetta sintonia.

Eppur si muove

segnalato da Barbara G.

Al Brancaccio i duri e puri contro Renzi: imbarazzi per D’Alema in prima fila, protesta contro Gotor

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 18-06-2017 Roma Politica Teatro Brancaccio. Assemblea per la Democrazia e l’uguaglianza Nella foto Anna Falcone, Tommaso Montanari Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 18-06-2017 Roma (Italy) Politic Brancaccio Theater. Assembly for Democracy and Equality In the pic Anna Falcone, Tommaso Montanari

Come previsto dagli organizzatori, alle 9 davanti al teatro Brancaccio di Roma c’è già la fila. Si riempie la platea, si riempie la galleria, qualche centinaio di persone resta fuori ma può ascoltare dagli altoparlanti. Dentro, Tomaso Montanari dà il via a questo tentativo di rianimare la sinistra puntando a una lista univa alle prossime politiche. “Questa cosa nasce per essere a due cifre percentuali, se dovesse ridursi alla sinistra arcobaleno sarò il primo a dire che è stato un fallimento”, dice tra gli applausi il presidente di Libertà e giustizia, dopo aver elencato gli errori da non ripetere: dal blairismo alla guerra in Kosovo. Di fronte a lui in prima fila, seduto tra Nichi Vendola e Luciana Castellina, Massimo D’Alema ascolta impassibile.

D’Alema in particolare, ma anche gli altri ex Pd di ‘Articolo 1 – Mdp’, sono la nota ancora stonata di questa assemblea lanciata da Montanari e Anna Falcone, ex vicepresidente del comitato per il no al referendum costituzionale. Sul palco ci sono solo loro due, Anna e Tomaso, e il relatore di turno. In platea ci sono i rappresentanti di Sinistra e libertà, tante associazioni di sinistra da sempre lontane dal Pd: D’Alema e anche Roberto Speranza si fanno spazio a fatica. E infatti la tensione a un certo punto trova sfogo e si scarica sul malcapitato Miguel Gotor: a lui tocca parlare per Articolo 1, ed è lui che viene contestato da una attivista napoletana che si arrampica addirittura sul palco per impedirgli di parlare.

Colpa del fatto che Gotor ha citato l’innominabile di questa assemblea: Giuliano Pisapia che – “per fortuna”, dicono qui – ha messo in chiaro che “non ci sono le condizioni per venire al Brancaccio”, Montanari ha letto il messaggio sul palco in apertura. A maggior ragione, proteste su Gotor e sguardi di ghiaccio verso Speranza, che va via subito per “altri impegni”, e verso D’Alema, che invece resta imperterrito in platea, scansando i fulmini che gli piovono addosso dal palco con la solita impassibilità apparente.

Il nodo cerca di scioglierlo il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni dal palco. “L’ho sempre detto ma continuerò a dirlo se necessario anche coi segnali di fumo: considero l’unità un valore ma a me chiedono anche la chiarezza dei programmi”. Applausi. “Non facciamo processi alle biografie ma non si sacrifichi la credibilità all’unità”, ci dice Peppe De Cristofaro, senatore di Sinistra Italiana. Nel frattempo la platea esplode in applausi per Andrea Costa del Babobab che arringa “contro gli sgomberi e per i diritti dei migranti”.

“Pensiamo che il Pd sia ormai un pezzo della destra. Una destra non sempre moderata, con cui nessuna alleanza e’ possibile. Noi siamo una forza radicalmente alternativa al Pd”, mette in chiaro Montanari.

Qui c’è la sinistra che vuole provare l’alternativa a Renzi, al Pd, sfidando pure il M5s. È la sinistra che non andrà alla manifestazione del Campo progressista di Pisapia il primo luglio in piazza Santi Apostoli in nome di Prodi e del centrosinistra. Qui ti asfaltano anche il centrosinistra che è stato. “Renzi e il suo Jobs Act non nascono dal nulla ma vengono dal pacchetto Treu”, mette in chiaro Montanari. Chi sta in mezzo tra il Brancaccio e Santi Apostoli soffre.

Dal palco è Civati a lanciare un altro appello all’unità. “Io mi riconosco in questa piazza ma ci sono anche altre piazze, altri teatri”, spiega poi a margine, “non bastiamo a noi stessi, non possiamo essere quelli che sbattono le porte in faccia…”. Stavolta applaude anche D’Alema.

Cosa succederà?

Al Brancaccio sono consapevoli che tutto è aperto. “Il 4 dicembre ha dimostrato che Davide può rovesciare Golia – questo è ancora Montanari dal palco – noi siamo la sinistra che non cerca un leader ma la democrazia e la partecipazione. Ora faremo assemblee sui territori e in autunno nuova assemblea nazionale dove sceglieremo il nome del progetto, il simbolo, la struttura organizzativa”. E tra gli applausi scroscianti aggiunge: “Gli eletti verranno scelti collegio per collegio”, cioè no ai nominati. Ancora applausi quando lancia la proposta per le prossime politiche: “una grande lista di sinistra. Ma se non siamo centinaia di migliaia all’assemblea in autunno questa cosa non ha senso. Tutte la case costruite dal tetto del leader sono cadute. Ci sarà un motivo o no?”.

Dal palco danno l’annuncio che “chi esce dal teatro, poi non entra più”, i vigili del fuoco hanno deciso, motivi di sicurezza. “Basta: se non si può fumare, io cambio partito”, ci dice l’ironico Costa del Baobab. Sul palco sale Augusto Breda, “operaio Electrolux licenziato dal jobs act”. La platea si libera in un altro applauso. Augusto non ha la verve dell’oratore, ma questo pubblico non la cerca.