Brancaccio

La nuova sinistra non può allearsi con un partito di destra come il Pd

segnalato da Barbara G.

di Tomaso Montanari – IlFattoQuotidiano, 03/10/2017

tramite temi.repubblica.it/micromega-online

Antonio Padellaro scrive che se la sinistra non sarà rappresentata nel prossimo Parlamento, i responsabili faranno “bene a espatriare”. Sono d’accordo: è per questo che, il 18 giugno scorso, ho lanciato – al Teatro Brancaccio, con Anna Falcone e quasi duemila persone – un appello per “una sola lista a sinistra”.

Ma non parliamo della stessa “sinistra”. Padellaro è convinto che il Partito democratico ne faccia parte, e che le divisioni dentro e fuori quel partito siano tutte imputabili alle “inimicizie personali” di Matteo Renzi e ai simmetrici personalismi dei troppi leader che si contendono il “comando”. Ma se c’è una cosa che appare chiara proprio leggendo il Fatto Quotidiano è che il Pd è un partito che da tempo non ha nulla a che fare con la sinistra: esso ha invece preso il posto della vecchia Democrazia cristiana, senza averne tuttavia la cultura né una sinistra interna altrettanto efficace e preparata. È il partito del potere: perché ha inteso il potere come un fine. L’unico.

L’Italia così com’è (segnata dalla massima crescita europea della diseguaglianza, Regno Unito escluso) è un prodotto del Pd, che – insieme ai partiti di cui è erede, nella formula del centrosinistra – ha governato più a lungo di Berlusconi. Lo smontaggio dello Stato, la distruzione del pubblico e la negazione sistematica di pressoché tutti i principi fondamentali della Costituzione sono da imputare al Pd almeno quanto a Forza Italia.

Arrivati a Renzi, il problema non è stato il “personalismo” (pure odiosamente pervasivo): ma la definitiva distruzione dei diritti dei lavoratori (Jobs act), la spallata finale alla scuola pubblica (la Buona scuola), la mazzata inflitta all’ambiente (lo Sblocca Italia di Maurizio Lupi), la mercificazione completa del patrimonio culturale e la fine della tutela (la “riforma” Franceschini) e via elencando. Con Minniti, poi, siamo arrivati all’eradicazione dell’articolo 10 dalla Costituzione e a una politica securitaria per la quale i militanti di Fratelli d’Italia e Lega si spellano le mani. Un partito che blocca lo Ius soli mentre approva un maxi-condono per l’abusivismo edilizio: è questo il Pd.

A “espatriare” farebbe bene una sinistra pronta a sostenere e prolungare tutto ciò. Votare Pd per fermare la destra vuol dire ripetere l’errore di chi era convinto che la visione di Sanders fosse utopica e minoritaria e ha imposto la Clinton in nome del “realismo”: sappiamo com’è finita. Fermare la destra facendo la politica della destra serve solo a rinviare lo schianto finale, rendendolo ancora più devastante.

In tutta Europa sono nati movimenti radicali di sinistra (che usino o meno questa parola nel loro nome), che contestano alla radice lo stato delle cose e le politiche di centrosinistra degli ultimi vent’anni, rigettano il dominio della finanza sulla politica e rivendicano il diritto di governare puntando al “pieno sviluppo della persona umana” e non obbedendo al mercato. Tutti partiti meno “a sinistra” di papa Francesco, sia chiaro: tanto per dire quanto sia insensato parlare oggi di “centrosinistra” sul piano culturale.

Manca quasi solo l’Italia, e spero che il percorso del Brancaccio possa – con il tempo che ci vorrà – generare qualcosa di simile. Ma un simile progetto non può certo iniziare sostenendo gli alfieri dello stato delle cose. Alle prossime elezioni ci saranno tre, diverse, destre: quella padrona del marchio, i 5stelle di Di Maio e il Pd di Renzi. Una sinistra che voglia rovesciare il tavolo dello stato delle cose non può allearsi con nessuna delle tre.

E i numeri? Si può decidere di rivolgersi solo al 50% che vota, o decidersi finalmente a parlare all’altra metà del Paese, con un linguaggio nuovo e radicale. È la metà riemersa il 4 dicembre, determinando la vittoria del No: laddove i flussi elettorali dimostrano che l’85% dei votanti Pd ha scelto il Sì.

Siamo, dunque, a una scelta di campo. L’oracolare Giuliano Pisapia ha infine detto che sarà al fianco del Pd, mentre MdP deve ancora decidere: tutti gli altri vogliono un quarto polo. Non so come finirà: ma se ci si divide tra chi vuole lasciare tutto così com’è, e chi vuole invertire la rotta non è uno scandalo, è onestà intellettuale. Lo scandalo è non averlo fatto prima: oggi saremmo al 20 per cento. O al governo.

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Non siamo zerbini del governo

segnalato da Barbara G.

Gotor: «Non siamo zerbini del governo. Renzi arrabbiato? Gli passerà»

di Daniela Preziosi – ilmanifesto.il, 21/06/2017

Senatore Miguel Gotor, avete votato per la vostra mozione contro il ministro Lotti. Se votavate quella della destra il governo rischiava di andare giù.

La nostra mozione era l’unica a descrivere la relazione stretta che c’è tra la vicenda Marroni e la vicenda Lotti. Le altre erano insufficienti o maramaldeggianti: se la prendevano con il vaso di coccio Marroni e lasciavano in pace i vasi di ferro.

In aula ha fatto un discorso duro contro Renzi e contro un ministro del vostro governo.

Ho usato parole vere. La vicenda Consip è una spia in grado di rivelare la gestione del potere a km zero, le caratteristiche del sistema renziano nel suo momento culminante, quello di identità fra segretario Pd e premier.

Gentiloni e Renzi si sarebbero molto arrabbiati.

Non si preoccupi, passerà.

La settimana scorsa Mpd non ha votato la fiducia. Alla camera non avete votato la legge sui parchi. Quello Gentiloni è ancora il vostro governo?

Far parte di una maggioranza non significa essere degli zerbini. Abbiamo sempre posto il problema della discontinuità. Stiamo in maggioranza finché ci sarà lo spazio di dire quello che pensiamo. Non ci faremo tappare la bocca.

Il senatore Marcucci, del Pd, chiede una verifica di governo.

Su legalità e questione morale siamo pronti a ogni verifica.

Cosa potrebbe essere in concreto una verifica di governo?

Lo chieda a lui. Marcucci era deputato liberale nel 1992, è un archeologo di questo parlamento. E ’verifica’ è un termine tipico della Prima repubblica.

Gotor, è il suo momento combat. Anche al Brancaccio le è toccato fare un intervento difficile. La vostra maggioranza non vi tollera, i vostri futuri alleati vi fischiano.

Siamo consapevoli che in questa fase facciamo politica su una faglia, ma ne siamo convinti. Sull’assemblea del Brancaccio per amore di verità voglio dire che ci sono stati fischi, ma anche tanti consensi. Io sono rimasto lì per quattro ore. Erano in tanti in quella platea a rendersi conto che bisogna fuggire dal settarismo, dal minoritarismo e dal purismo.

Loro però vogliono fuggire soprattutto da Giuliano Pisapia.

È importante non partire dai nomi, che diventano simboli impropri, ma dai programmi delle cose da fare come sinistra di governo. Bisogna stare con la testa e il cuore largo. Poi, creda, sono il primo a sapere che una lista alla nostra sinistra ci sarà. Ma preferisco che sia quella dei trozkisti dell’Illinois e non quella di un mondo, quello del Brancaccio, che in parte è anche la nostra casa.

Quindi nessuna rottura?

Bisogna fare il possibile per evitarla e aprire contraddizioni. Bisogna tessere, nella chiarezza s’intende. Unità sì, ma non a tutti i costi. Il primo luglio noi, Mdp e Bersani, faremo un’iniziativa con Campo Progressista e Pisapia. La faremo «insieme», parola chiave di questa fase politica. E non possiamo che essere accoglienti. Nella chiarezza, ripeto.

A proposito di chiarezza. La prima contestazione al Brancaccioè stata quella di un sindacalista Cgil sul vostro mancato no ai voucher al senato.

Era un sindacalista? Mi dispiace. Ci si è disabituati al ragionamento. Si preferisce urlare. Al senato su fiducia e provvedimento si fa un voto unico. Se questo il sindacalista non lo sapeva, è grave. Se lo sapeva, è un provocatore.

Perché un provocatore? Magari semplicemente vi chiedeva di far cadere il governo.
Non abbiamo votato la fiducia al governo di cui siamo parte su una questione centrale, quella dei voucher. È un gesto forte. Quel sindacalista dovrebbe sapere che se avessimo votato contro la manovra avremmo votato, ad esempio, contro i finanziamenti alle regioni terremotate. Ci saremmo comportati da irresponsabili.

Quelli di Sinistra italiana, vostri possibili alleati, hanno votato no. Sono irresponsabili?

Sinistra italiana fa le sue scelte.

Se fosse stato un voto solo sui voucher avreste davvero mandato sotto il governo?

Sì. E infatti per questo hanno fatto un decreto omnibus.

Prima il Brancaccio, poi al senato. Per Mdp è Gotor l’uomo delle missioni delicate?

Sono una persona chiara e netta. Al Brancaccio ero tranquillo. È chiaro che c’è chi vuole strumentalizzare le nostre divisioni: ci sono molteplici interessi che vogliono rendere difficile il nostro percorso unitario. E sono interessi del campo renziano. Dobbiamo evitare una spaccatura a sinistra per non rafforzare le destre, il M5S e Renzi.

Crede davvero che sia possibile tenere uniti Pisapia e l’assemblea del Brancaccio?

Dobbiamo provarci. Credo che in parte sia possibile e utile. Ed è anche utile che sia una parte. Dobbiamo isolare le posizioni settarie, puriste, frontiste, che puntano all’autosufficienza della sinistra.

La relazione introduttiva del prof Montanari era molto tranchant. Le è piaciuta?

Mi è piaciuta la parte programmatica, meno quella politica: c’era qualche ingenuità. Ma ci lavoriamo: lunedì sera ero con lui a Firenze a parlare di Consip. Ed eravamo in perfetta sintonia.

Eppur si muove

segnalato da Barbara G.

Al Brancaccio i duri e puri contro Renzi: imbarazzi per D’Alema in prima fila, protesta contro Gotor

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 18-06-2017 Roma Politica Teatro Brancaccio. Assemblea per la Democrazia e l’uguaglianza Nella foto Anna Falcone, Tommaso Montanari Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 18-06-2017 Roma (Italy) Politic Brancaccio Theater. Assembly for Democracy and Equality In the pic Anna Falcone, Tommaso Montanari

Come previsto dagli organizzatori, alle 9 davanti al teatro Brancaccio di Roma c’è già la fila. Si riempie la platea, si riempie la galleria, qualche centinaio di persone resta fuori ma può ascoltare dagli altoparlanti. Dentro, Tomaso Montanari dà il via a questo tentativo di rianimare la sinistra puntando a una lista univa alle prossime politiche. “Questa cosa nasce per essere a due cifre percentuali, se dovesse ridursi alla sinistra arcobaleno sarò il primo a dire che è stato un fallimento”, dice tra gli applausi il presidente di Libertà e giustizia, dopo aver elencato gli errori da non ripetere: dal blairismo alla guerra in Kosovo. Di fronte a lui in prima fila, seduto tra Nichi Vendola e Luciana Castellina, Massimo D’Alema ascolta impassibile.

D’Alema in particolare, ma anche gli altri ex Pd di ‘Articolo 1 – Mdp’, sono la nota ancora stonata di questa assemblea lanciata da Montanari e Anna Falcone, ex vicepresidente del comitato per il no al referendum costituzionale. Sul palco ci sono solo loro due, Anna e Tomaso, e il relatore di turno. In platea ci sono i rappresentanti di Sinistra e libertà, tante associazioni di sinistra da sempre lontane dal Pd: D’Alema e anche Roberto Speranza si fanno spazio a fatica. E infatti la tensione a un certo punto trova sfogo e si scarica sul malcapitato Miguel Gotor: a lui tocca parlare per Articolo 1, ed è lui che viene contestato da una attivista napoletana che si arrampica addirittura sul palco per impedirgli di parlare.

Colpa del fatto che Gotor ha citato l’innominabile di questa assemblea: Giuliano Pisapia che – “per fortuna”, dicono qui – ha messo in chiaro che “non ci sono le condizioni per venire al Brancaccio”, Montanari ha letto il messaggio sul palco in apertura. A maggior ragione, proteste su Gotor e sguardi di ghiaccio verso Speranza, che va via subito per “altri impegni”, e verso D’Alema, che invece resta imperterrito in platea, scansando i fulmini che gli piovono addosso dal palco con la solita impassibilità apparente.

Il nodo cerca di scioglierlo il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni dal palco. “L’ho sempre detto ma continuerò a dirlo se necessario anche coi segnali di fumo: considero l’unità un valore ma a me chiedono anche la chiarezza dei programmi”. Applausi. “Non facciamo processi alle biografie ma non si sacrifichi la credibilità all’unità”, ci dice Peppe De Cristofaro, senatore di Sinistra Italiana. Nel frattempo la platea esplode in applausi per Andrea Costa del Babobab che arringa “contro gli sgomberi e per i diritti dei migranti”.

“Pensiamo che il Pd sia ormai un pezzo della destra. Una destra non sempre moderata, con cui nessuna alleanza e’ possibile. Noi siamo una forza radicalmente alternativa al Pd”, mette in chiaro Montanari.

Qui c’è la sinistra che vuole provare l’alternativa a Renzi, al Pd, sfidando pure il M5s. È la sinistra che non andrà alla manifestazione del Campo progressista di Pisapia il primo luglio in piazza Santi Apostoli in nome di Prodi e del centrosinistra. Qui ti asfaltano anche il centrosinistra che è stato. “Renzi e il suo Jobs Act non nascono dal nulla ma vengono dal pacchetto Treu”, mette in chiaro Montanari. Chi sta in mezzo tra il Brancaccio e Santi Apostoli soffre.

Dal palco è Civati a lanciare un altro appello all’unità. “Io mi riconosco in questa piazza ma ci sono anche altre piazze, altri teatri”, spiega poi a margine, “non bastiamo a noi stessi, non possiamo essere quelli che sbattono le porte in faccia…”. Stavolta applaude anche D’Alema.

Cosa succederà?

Al Brancaccio sono consapevoli che tutto è aperto. “Il 4 dicembre ha dimostrato che Davide può rovesciare Golia – questo è ancora Montanari dal palco – noi siamo la sinistra che non cerca un leader ma la democrazia e la partecipazione. Ora faremo assemblee sui territori e in autunno nuova assemblea nazionale dove sceglieremo il nome del progetto, il simbolo, la struttura organizzativa”. E tra gli applausi scroscianti aggiunge: “Gli eletti verranno scelti collegio per collegio”, cioè no ai nominati. Ancora applausi quando lancia la proposta per le prossime politiche: “una grande lista di sinistra. Ma se non siamo centinaia di migliaia all’assemblea in autunno questa cosa non ha senso. Tutte la case costruite dal tetto del leader sono cadute. Ci sarà un motivo o no?”.

Dal palco danno l’annuncio che “chi esce dal teatro, poi non entra più”, i vigili del fuoco hanno deciso, motivi di sicurezza. “Basta: se non si può fumare, io cambio partito”, ci dice l’ironico Costa del Baobab. Sul palco sale Augusto Breda, “operaio Electrolux licenziato dal jobs act”. La platea si libera in un altro applauso. Augusto non ha la verve dell’oratore, ma questo pubblico non la cerca.