campagna elettorale

La Boschi no

Appello a Renzi: non candidare Boschi

di Luca Di Bartolomei – strisciarossa.it, 5 dicembre 2017

Bisogna che sia chiaro, proprio nel momento in cui per speculazione elettorale i grillini e la Lega chiedono le dimissioni di Maria Elena Boschi: la sottosegretaria è fuori da ogni indagine, è estranea così come il governo con le sue azioni da responsabilità. Ma vorrei porre una domanda a Matteo Renzi: vogliamo davvero affrontare la campagna elettorale con sul tavolo questa fonte di aggressioni, polemiche, continuo scambio di accuse?

Io penso di no e penso che per sminare il terreno sarebbe bene se Renzi chiedesse alla Boschi un atto di generositá: la disponibilitá a non candidarsi alle prossime politiche. Capisco sia molto difficile visto lo strettisimo rapporto politico e umano che un leader ha verso le persone a lui più vicine, quelle di cui più di tutte si fida e nelle mani delle quali consegna spesso responsabilitá importanti. Peró credo che sarebbe davvero un atto dirompente, uno di quelli che dimostrano amore verso il proprio partito e ricambiano di quanto la nostra comunitá ha offerto loro in questi anni di battaglie durissime.

So (e comprendo) l’obiezione per la quale la non candidatura per accuse tutte da dimostrare nei confronti non già della sottosegreteria bensì del di lei padre sarebbe una resa al populismo giustizialista. Ma se è il Pd a rovesciare le carte l’effetto politico sarebbe inverso. Ci stiamo avvicinando ad una campagna elettorale che segnerà uno spartiacque fra il Paese che conosciamo e quello che verrá: in una situazione di polarizzazione frammentata, di confusione così pazzesca sarebbe opportuno presentarsi come una “forza tranquilla”, evitando magari di porre in lista per questo giro persone che per la loro recente storia – diretta e indiretta, positiva e negativa – hanno prodotto così tante divisioni nell’opinione pubblica italiana.

Politicamente parlando chieder loro un po’ di generosità inserendo in lista magari tutti quegli amministratori locali di piccoli comuni abituati a fare coi modi di chi sa comporre nell’interesse di una comunità sarebbe un segnale di grandissima forza e porterebbe, di certo, molti più voti in una lotta contro le destre che oggi ci vede assai indietro.

Non lasciate ai social il fischietto

segnalato da Barbara G.

Fake news: non lasciate ai social network il fischietto

di Guido Scorza – scorza.blogautore.espresso.repubblica.it, 27/11/2017

Sarà l’allarme autorevolmente lanciato dalle colonne del New York Times nei giorni scorsi, sarà la campagna elettorale che avanza, sarà una somma di questi e di altri fattori ma, negli ultimi giorni, le fake news sembrano essersi trasformate, anche in Italia, da problema del secolo a emergenza nazionale.

E come accade all’indomani dell’identificazione di ogni emergenza – vera o presunta che sia – in un Paese nel quale, a dispetto della storia, si continua a pensare che le leggi siano la panacea di ogni genere di patologia sociale, tecnologica, democratica, culturale o economica, c’è qualcuno che ha preso carta e penna e, notte tempo, ha buttato giù un disegno di legge anti-fake news.

E lo ha fatto nella piena consapevolezza che il Parlamento – questo Parlamento – non lo discuterà mai perché il triplo fischio di fine legislatura è, ormai, imminente e non c’è più tempo per discutere neppure delle proposte di legge pendenti da anni, figurarsi dalle nuove.

Il disegno di legge targato PD, a quanto si apprende dalle pagine de La Repubblica, ruota attorno a un paio di principi che, da soli, giustificano qualche bit di inchiostro digitale per mettere nero su bianco che si tratta della soluzione sbagliata oltre che nel metodo anche nel merito.

Il primo è la definizione di fake news: un’espressione con la quale, nel disegno di legge, sembrerebbe definirsi tutta la spazzatura digitale che miliardi di utenti, ogni minuto, riversano sul web, contenuti illeciti, diffamatori, pubblicati in violazione della privacy, post razzisti, anti-semiti, violenti e, magari, anche notizie false.

Tutto insieme, in uno straordinario zibaldone di immondizia che, nella realtà, nel mondo degli atomi come in quello di bit, forma oggetto – ed è giusto che sia così – di regole diverse, in buona parte, peraltro, già esistenti.

Se proprio serve – ed è davvero difficile esserne così convinti – una nuova legge anti-fake news, certamente non serve una nuova legge contro la diffamazione online, contro le violazioni della privacy, contro la pubblicazione di contenuti pedopornografici e chi più ne ha più ne metta.

Il secondo principio che proprio non va è l’idea che gli spazzini del web, i moralizzatori dei contenuti online, gli arbitri della buona e della cattiva informazione digitale, i novelli giudici dell’etica e delle pubbliche virtù e, magari, anche i caschi blu, sorveglianti speciali, delle prossime elezioni debbano essere i social network, i loro eserciti di moderatori tutti i privati, i loro algoritmi sviluppati con i soldi e secondo le indicazioni dei loro azionisti.

E’ una pessima idea.

Una cura anti-democratica a una minaccia – ma solo una minaccia – alla democrazia.

La classica medicina peggiore del male che si vorrebbe curare.

L’ultima cosa di cui c’è bisogno e che la circolazione dei contenuti, delle informazioni, delle idee nell’agorà telematica – specie in tempo di elezioni – sia affidata a soggetti di mercato, a soggetti che legittimamente agiscono per profitto e che altrettanto legittimamente rispondono ai propri azionisti e giudicano dell’opportunità che un contenuto circoli o non circoli online prima che sulla base delle nostre leggi, sulla base delle proprie policy, uscite dalla penna dei propri avvocati e scritte non per difendere l’interesse pubblico ma quello privato del valore dei titoli azionari dei padroni delle piattaforme.

E’ la strada sbagliata. Il modo peggiore per chiudere una legislatura, una soluzione della quale non si avverte l’esigenza, presa in prestito, in fretta e furia, dal Governo di Berlino che, nei mesi scorsi, ha velleitariamente pensato di risolvere il problema globale delle fake news in maniera analoga: responsabilizzando i social network e minacciando loro, naturalmente per legge, sanzioni multimilionarie.

Tutto questo proprio mentre nell’Unione europea si è lanciata una consultazione pubblica, si sta costituendo un gruppo di esperti e si è avviato un ragionamento comune a caccia di soluzioni non necessariamente normative a un problema che, evidentemente, non è né tedesco, né italiano, né nazionale ma europeo e anzi globale e che, pertanto, necessita di una soluzione sovrannazionale.

Questa legge, pardon, questo bruco normativo nato nella pina consapevolezza che non diventerà mai farfalla, davvero non serve, è brutto ed è pericoloso perché fissa principi che contraddicono le premesse: premessa l’importanza della democrazia e della libera circolazione delle informazioni per farla crescere sana e robusta, la si cura con una soluzione antidemocratica per definizione come posare una toga da giudici sulle spalle dei giganti del web.

Se davvero esiste il rischio urgente e imminente che le prossime elezioni siano non semplicemente contaminate – perché questo avviene da sempre – ma condizionate al di là di quanto democraticamente sostenibile dal fenomeno delle fake news, corriamo pure ai ripari ma, per carità, facciamolo senza tradire i principi sui quali si fonda la nostra democrazia e la nostra civiltà giuridica: il lecito e l’illecito, ciò che si può dire e ciò che non si può dire, il vero e il falso lo accertano solo Giudici e Autorità terze e imparziali, mai i privati.

Si costituisca – probabilmente non serve neppure una legge ma basterebbe un protocollo di intesa – una taskforce che metta insieme le competenze delle Autorità amministrative indipendenti che più hanno a che fare con il fenomeno delle fake news e della comunicazione politica, le si autorizzi ad arruolare, a tempo, esperti anti-fake e si chieda a Facebook e compagni di mettere a disposizione tecnologie e risorse – se servono anche finanziarie – da utilizzare esclusivamente sotto il diretto controllo delle Authority.

Dichiariamola così guerra alle fake news. Tracciamo la via italiana e chissà che il nostro Paese non possa trasformarsi in un laboratorio europeo nel quale sperimentare con successo quello che poi Bruxelles potrebbe trasformare in un farmaco comunitario.

Leggi anche

https://www.possibile.com/la-gigantesca-fake-news-della-normativa-le-fake-news/