capitale

Tierra y libertad

 
Viviamo un tempo in cui la scienza sottomessa agli interessi dei potenti, che è meglio chiamare tecnoscienza, avanza con passi da gigante. Tutte le sue invenzioni nascono e servono ad aumentare i profitti delle grandi imprese, a devastare la natura, ad accrescere lo sfruttamento di quelli che stanno sotto e a controllarci tutti con metodi sempre più sofisticati e con forme sempre nuove di pseudo-comunicazione capaci di farci accettare tutto passivamente e in nome del “progresso”. Il predominio delle “soluzioni” tecnologiche alla crisi è radicato in una concezione frammentaria e gerarchica di una scienza che disprezza la complessità, la precauzione e tutti i saperi che non siano quelli dominanti. Così, si alimenta l’illusione che la crisi climatica e quella alimentare, le malattie e i problemi di “sicurezza” si possano risolvere solo nei laboratori e con più tecnologia. Il grande incontro promosso in questi giorni dagli zapatisti in Chiapas ricorda invece che l’origine della parola coscienza significa conoscenza condivisa. Non un particolare tipo o una forma di conoscenza che prevale sulle altre, bensì una conoscenza messa in comune che deriva dall’osservazione, dalla sperimentazione e dalla comprensione collettiva

di Silvia Ribeiro

A San Cristóbal de Las Casas, Chiapas si sta svolgendo l’incontro intitolato “Le/gli Zapatiste/i e le CoScienze per l’Umanità”, una nuova sfida alle leggi di gravità, una di quelle che caratterizzano le comunità zapatiste. Sebbene conoscano molto bene la gravità, nell’appello per la convocazione dell’ incontro, dove ci chiamano a costruire “Una casa, altri mondi”, i promotori ci ricordano che “il mostro ci spia da tutti gli angoli, dai campi e dalle strade” e, malgrado ciò – o meglio, proprio per questo -, ci invitano a questa costruzione-decostruzione, un altro modo ancora per condividere le resistenze.

E’ una sfida terribilmente opportuna, che avviene mentre la “tecno-scienza”, la scienza sottomessa agli interessi dei potenti, avanza con passi da gigante. Tutte le sue invenzioni riguardano i mezzi per aumentare i profitti delle grandi imprese, per rendere ancora più profonda la devastazione della natura e lo sfruttamento dei/delle los/las de abajo e, naturalmente, per controllarci tutti. Per controllarci con metodi sempre più sofisticati di sorveglianza, di controllo e repressione, e perfino con nuove forme di pseudo-comunicazione capaci di farci accettare tutto questo passivamente e addirittura di pensare che questo sia “progresso”.

Nella sua origine, la parola coscienza significa appunto “conoscenza condivisa”. Non un particolare tipo o una forma di conoscenza che prevale sulle altre, bensì una conoscenza condivisa, derivante dall’osservazione, dalla sperimentazione e dalla comprensione collettiva.

In quanto forma di approccio aperto che deriva dalla curiosità, dalla necessità, dalla riflessione, dalla sperimentazione e dall’accumulazione collettiva (e dal libero flusso di conoscenza che serve al bene comune, che cerca la revisione critica della società), la scienza è minacciata dal sistema dominante quanto le diverse forme di conoscenza e i saperi dei popoli che non si adattano alla definizione di “scienza” che serve al capitale.

102_0661

Zapatisti nei campi. Foto tratta da http://www.tierraylibertad.org

Per questo, molti di coloro che vengono chiamati scienziati critici, scienziati impegnati con la società, scienziati cittadini, affermano che no, che quella non è scienza bensì tecno-scienza: processi chiusi per creare tecnologie che servano alle imprese o alle istituzioni che li finanziano. Si tratta di processi che accettano e promuovono la brevettazione e altre forme di proprietà intellettuale della conoscenza e dell’informazione – comprese quella genetica e quella digitale -, che sono sempre forme di privatizzazione della conoscenza collettiva, sebbene qualcuno rivendichi che si tratta del “suo” lavoro o della “sua” ricerca. Qualsiasi invenzione, infatti, non è altro che un piccolo pezzo di una lunga accumulazione collettiva di conoscenza ed esperienza, per questo privatizzarla in un qualche modo è sempre un furto.

Nel suo atto costitutivo, la Unión de Científicos Comprometidos con la Sociedad y la Naturaleza en América Latina (UCCSNAL) [Unione degli Scienziati Impegnati per la Società e per la Natura], dichiara: “In tutti gli ambiti delle attività umane, viviamo una crisi di civiltà globale senza precedenti alla quale ci hanno condotto il capitalismo e i modelli simili ad esso che dividono l’uomo dalla natura. Le loro principali manifestazioni sono un’iniquità socio-economica che non smette di approfondirsi, il crescente esercizio del potere mediante la violenza, l’asservimento della diversità biologica e culturale e un’infinità di squilibri ambientali. In América Latina, l’espansione dell’estrattivismo e dell’agrobusiness hanno nutrito questa crisi sottomettendo i nostri territori e i loro abitanti a un’ incessante spoliazione ed estinzione.

Alle soluzioni scientifico-tecnologiche il discorso dominante assegna un ruolo sempre più preponderante nella risoluzione della crisi, allontanando così la discussione etico-politica di fondo.

La generazione e l’uso della conoscenza scientifico-tecnologica sono sempre più impegnate nel dar risposta alle richieste delle multinazionali che danno impulso al modello che ci ha portati a questa crisi e sempre meno al servizio dei popoli. La crescente tendenza verso la privatizzazione della conoscenza, a discapito del suo utilizzo pubblico, va di pari passo con una scienza sempre più funzionale agli interessi del corporativismo capitalista (o del grande capitale). Una tendenza che si riflette nello stimolo alla brevettazione della conoscenza a livello accademico e nella crescente tendenza alla privatizzazione di enti pubblici di ricerca e di istruzione superiore”.

conciencias-zapatistas-cideci

Il primo giorno dell’incontro L@s Zapatistas y las ConCiencias por la Humanidad foto: Koman Ilel

Non si tratta, però, solamente del pubblico e del privato. Il predominio e l’avanzamento delle “soluzioni” tecnologiche alla crisi che viviamo, è radicato in una concezione frammentaria, gerarchica e verticale della scienza (automaticamente tradotta come progresso) che disprezza la complessità, la precauzione, lo sguardo olistico e inclusivo e qualsiasi altra forma di conoscenze e saperi che non siano quelli dominanti.

Questa tecno-scienza che riduce la realtà, elimina dal suo campo di analisi le conseguenze negative che produce – impatti ambientali, conseguenze sulla salute, disoccupazione, delocalizzazione, distruzione culturale – se non sono immediatamente visibili. E anche quando lo sono, si cerca di occultarle attraverso un dispositivo della propaganda che stabilisce che i benefici sono sempre certi mentre gli impatti sono sempre discutibili.
Queste proposte tecno-scientifiche sono una parte centrale del sistema capitalista, e non solamente per quelli che se ne sono appropriati, ma anche per la loro stessa forma e per le caratteristiche. Servono ai padroni del potere perché così non si devono verificare le cause della crisi, così non è necessario cambiare nulla, presumibilmente ci sarà sempre in futuro una soluzione tecnologica per uscire dal problema, che rappresenta per di più una nuova fonte di affari.
Con questa mentalità, la crisi climatica si risolve con più tecnologia, compresa la geo-ingegneria (la manipolazione tecnologica del clima globale per raffreddarlo o per rimuovere l’eccesso di CO2), la crisi alimentare si risolve con gli Ogm, le malattie con l’alta tecnologia, la scarsità di risorse con la nanotecnologia, la “sicurezza” con sistemi di sorveglianza sempre più sofisticati che vengono sviluppati in ambiti militari, ma il cui utilizzo più diffuso è contro la popolazione in generale.
Per tutte queste ragioni non è necessario cambiare nulla delle strutture attuali. Si alimenta la falsa illusione secondo la quale il sistema industriale di produzione e consumo è percorribile adesso e in futuro, anche se ne trae beneficio solamente una minima percentuale della popolazione mondiale, mentre distrugge la natura e le basi di sussistenza della maggioranza.
Malgrado ciò, questa matrice tecno-scientifica è quanto i governi, compresi quelli progressisti, considerano progresso.
[Una matrice] Che nega anche l’enorme e complessa diversità degli altri saperi e delle conoscenze contadine, indigene, e delle comunità urbane e rurali, le vere soluzioni alla crisi che viviamo.
Per tutto questo è imprescindibile mettere profondamente in discussione, non solamente la proprietà o le singole caratteristiche delle tecnologie, bensì la matrice tecno-scientifica dominante in quanto tale, oltre ai suoi impatti su tutte e su tutti, sulla natura e sulle generazioni presenti e future.

fonte: http://comune-info.net/2016/12/coscienze-critiche/

originale: https://desinformemonos.org/la-culpa-es-de-la-flor-ezln-ante-cientificos-del-mundo/

Traduzione per Comune-info di Daniela Cavallo

Che il 2017 vi sia dolce e buono. Lame

Sotta ‘o muro

di Antonio “Boka”

Del vivere sull’orlo del vuoto come unica alternativa all’essere  “nu popolo ca cammina sotta ‘o muro”

Una lunga serie di ragionamenti non sintetizzabili in 140 caratteri su ciò di cui si deve tacere perché non se ne può parlare (semi-cit.) con annessa pervicace ostinazione basata su “se una domanda può esser posta deve esserci la risposta” (seconda parte della semi-cit.).

Essere “senza” lavoro o se preferite, con un termine tecnico che suona ormai afono, essere disoccupati sembra essere diventato ormai una sorta di stato “naturale” delle cose su cui nulla può essere fatto e, in una versione tragicamente adattata della “sindrome di Stoccolma, l’unica azione possibile diviene la condivisione delle difficoltà, anch’esse “naturali”, di coloro i quali coprono il ruolo di creatori di lavoro: gli imprenditori. Agenti sociali con vocazione naturale alla sofferenza che agiscono, nonostante prezzi elevati da pagare in termini personali, solo ed esclusivamente nell’interesse della comunità. Il profitto è un risultato non perseguito direttamente, cade lì per caso come quando, persi nell’osservare il volo di un uccello, la sua merda ci colpisce in viso e ci ricorda che volare alto sarà anche necessario e nobile purché non ci si curi (e non si faccia parte) di coloro i quali calpestano la terra alla quale ritorneranno.

Prima Intercessione

Ma Aristotele quando spiegava la caduta dei gravi con “il simile attira il simile” come avrebbe spiegato la caduta della merda degli uccelli? Da qui la superiorità della fisica Newtoniana che ci permette di calcolare la traiettoria balistica utile ad esprimere il nostro disappunto al pennuto di cui sopra.

Fine Prima Intercessione.

Torniamo allo “stato naturale”. Senza entrare nel merito o tantomeno senza nostalgie (per di più impossibili nel mio caso per avversione, questa sì “naturale”, profonda per i paesi del “socialismo reale”) fuori luogo, fuori tempo ed oramai fuori dalla storia (ma non dalla “Storia”) vale la pena ricordare che fino a poco tempo fa c’erano società (ebbene sì, parlo dell’Unione Sovietica) caratterizzate da carenze di manodopera in maniera strutturale tanto che ponderosi ed estesi tomi sono stati scritti per cercare di capire come e perché la carenza di manodopera sia stata in realtà l’elemento caratterizzante di quel tipo di economie (analizzare quelle economie con gli strumenti critici delle teorie sulle economie pianificate sarebbe come spiegare il virus del raffreddore con la perdita di fluidi dai canali nasali e la “moccoleconomics non mi entusiasma”). (Per chi fosse interessato ad approfondire cercare Janos Kornai). A questo punto, appurato con stupore e riattivazione della memoria (storica) che la disoccupazione non è uno stato naturale delle cose non possiamo attribuirne la causa al funzionamento implicito dell’economia capitalistica (vedi “moccoleconomics”) poiché ritorneremmo allo stato “naturale” delle cose.

Ora, mantenendoci sul semplice possiamo ragionevolmente affermare che due sono le cause possibili della disoccupazione: scarsità di capitale necessario per fronteggiare l’offerta di lavoro o domanda insufficiente che comporta la non necessità di piena utilizzazione della risorsa lavoro. In quest’ultimo caso si è in presenza ovviamente di capitale sotto-utilizzato.

Nel caso di scarsità di capitale dobbiamo distinguere due casi: carenza di capitale fisso o carenza di capitale variabile e cioè di beni-salario necessari per impiegare la forza-lavoro al livello minimo di sussistenza (o, se preferite gli eufemismi, al prezzo di equilibrio sul mercato del lavoro). Vale la pena sottolineare che la prima ragione e cioè la scarsità di capitali non è mai stata decisiva e anche se possono esserci casi (come nel caso del picco di un ciclo economico  – cosiddetto “boom” -) in cui, per un breve periodo di tempo , ci si trovi di fronte a scarsità di capitali di sicuro essa non spiega la presenza costante di disoccupazione. Di fatto la condizione tipica di una economia capitalistica è data dalla costante sotto utilizzazione delle risorse dell’economia (vedi Kalecki). In sostanza, come ho cercato di spiegare altre volte, la realtà economica è ben diversa da quella immaginata nella favola dell’equilibrio economico generale (fatte salve le ridicole condizioni in cui esso si verifica, se ricordate una serie di commenti scritti qualche tempo fa) siamo, infatti, di fronte a monopoli o semi-monopoli in cui i prezzi (e conseguentemente l’utilizzazione delle risorse) sono determinati dalle imprese dominanti  che si basano su costi medi e prezzi medi e determinati sulla base della massimizzazione del profitto.

L’esistenza della disoccupazione (e, contemporaneamente, di capitale inutilizzato) va quindi ricercata nella insufficienza della domanda aggregata, domanda aggregata che ha generalmente quattro componenti: consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette.

Ora, se la domanda per consumi ha bisogno di essere aumentata, ciò significa che la distribuzione del reddito ha bisogno di essere alterata favorendo l’occupazione (tralasciando la discussione sui livelli salariali, per comodità e per evitare accuse di ideologismo sinistro faccio sempre riferimento al livello minimo di sussistenza). I detentori di capitale, ovviamente, oppongono resistenza a questa redistribuzione del reddito essendo mossi solo dalla motivazione della massimizzazione del profitto. Ricordo brevemente a questo punto la diminuzione della quota salari sul Reddito Nazionale Lordo verificatasi i tutte le economie occidentali negli ultimi vent’anni in contro tendenza con quanto verificatosi negli anni successivi alla seconda guerra mondiale ed in particolare con riferimento alla “golden age” del capitalismo (grosso modo prima della crisi petrolifera di inizio anni’70)

Esaminiamo ora un altro componente della domanda aggregata, gli investimenti che dipendono dalla crescita attesa del mercato. Un solo punto va sottolineato con chiarezza: gli investimenti sono grosso modo insensibili al tasso di interesse (la teoria vorrebbe che un abbassamento del tasso di interesse comporti un aumento degli investimenti) come dimostrato dai fatti degli ultimi anni.

La spesa pubblica rappresenta, ovviamente, un elemento fondamentale (una prece per Keynes) per sostenere la domanda, incrementare l’occupazione (per decenza evito di parlare di “piena occupazione”) ed evitare il crollo del sistema. Di fatto con l’introduzione della religione della “responsabilità fiscale”, apologia indiretta e strumento ottimale ai fini del neoliberismo, la spesa pubblica ha cessato di essere uno strumento autonomo, i deficit vanno contenuti nei termini e nella misura che fanno comodo alla finanza globalizzata

Per quanto riguarda le esportazioni esse dipendono dall’economia globale. In presenza di grandi economie in espansione e crescita alcuni paesi riusciranno a trarne vantaggio ma in presenza di una generale stagnazione è solo possibile prevedere un aumento della disoccupazione (o di sicuro nessuna tendenza alla piena occupazione).

Una prima conclusione, sebbene insufficiente, abbastanza ovvia è che se potessimo staccare la nostra economia dall’economia globale (imponendo controlli sui flussi di capitale in entrata ed uscita – immagino l’orrore di molti su questo punto considerate le litanie ipnotiche sulla libertà di movimento dei capitali e tutto il “bene” che ne è derivato) e contemporaneamente liberando la politica fiscale dalle necessità e dal “comando” del capitale finanziario globalizzato si potrebbe potenziare la domanda aggregata e di conseguenza incrementare l’occupazione.

Una brevissima nota prima di concludere in particolare per Heiner che più volte ha lamentato la mancanza di proposte in presenza di analisi giuste, approfondite e persino condivisibili. Le proposte ci sono. Sono scomode, rompono equilibri di potere e sono in controtendenza rispetto ai mantra quotidiani. Voglio solo ricordare, ancora una volta, che il pluricitato Adam Smith quando parla della “mano invisibile” lo fa in termini di controllo del mercato ma non voglio tediarvi oltre.

(Continua à la Dickens)

SBOOM

segnalato da crvenazvezda76

Sboom foto

In libreria per Giovanni Fioriti Editore il nuovo saggio di Roberto Sommella Sboom, siamo ancora capaci di sostenere il cambiamento? Presentazione di Francesco Boccia. Un’analisi dell’impatto della terza rivoluzione digitale della rete su economia, media e società europee. Informazioni e e-book su www.fioriti.it e  www.sboom.eu.

**Roberto Sommella è Direttore delle Relazioni Esterne dell’Antitrust.  I suoi articoli sono pubblicati sul Corriere della Sera, Messaggero, Milano Finanza e Huffington Post.

*Francesco Boccia è presidente della Commissione Bilancio della Camera.

*** 

EDITORIA: ECCO LE CIFRE DELLO ‘SBOOM’, PIÙ CAPITALE MENO LAVORO

Ad un euro di crescita del Pil reale in Europa ne corrispondono quasi due dell’economia digitale; gli occupati di Apple negli Usa sono un decimo di quelli della General Motors negli anni Sessanta, ma la ‘’mela’’ macina profitti dieci volte superiori; il settore editoriale tradizionale in Italia ha perso 2 miliardi di fatturato ma i dati personali di ciascun utente di Google valgono oltre 400 dollari; mentre in Europa i disoccupati sono 27 milioni e in media il 24% dei suoi cittadini è a rischio povertà, i Paperoni in Grecia e in Italia sono aumentati negli anni della crisi più che nel resto del mondo (e solo ad Atene i patrimoni dei nuovi ricchi sono pari a 70 miliardi di euro, quasi il valore del nuovo prestito concesso dall’Unione Europea). Sono solo alcuni esempi di come, il combinarsi degli effetti della rivoluzione digitale con quelli della crisi dell’euro, abbiano prodotto un aumento delle differenze sociali nelle società occidentali: servono sempre meno occupati per creare più ricchezza, più debito e meno investimenti per migliorare le condizioni di tutti i cittadini, meno giornalisti per pubblicare in rete sempre più notizie.  

Che società stiamo costruendo dopo gli anni della grande crisi? È la domanda a cui prova a dare una risposta il nuovo saggio di Roberto Sommella, Sboom, che illustra come la terza rivoluzione industriale, quella della rete, abbia completamente stravolto i meccanismi economici, sociali e informativi. Complice la dematerializzazione di molti processi produttivi, serve sempre meno lavoro per produrre molto più capitale, i ricchi aumentano e i nuovi poveri dilagano, le notizie proliferano anche se i lettori sono sempre meno. L’economia digitale, oltre a mutare i rapporti di forza tra i fattori della produzione,ha infatti trasformato anche lo stesso principio di ricchezza, divenuto intangibile e meno controllabile, consistendo in larga parte in flussi informativi cui si collegano quelli finanziari. E’ in corso una dematerializzazione non solo dei beni, quali i derivati finanziari, i servizi a famiglie e imprese o i dati di chi naviga su Internet, ma degli stessi proventi che giungono dall’utilizzo del web.

Durante l’eurocrisi, a fronte di un’economia reale che a livello mondiale è cresciuta nel 2012 del 3,2% rispetto all’anno precedente, quella internettiana ha presentato un incremento del 5,2%, giungendo a coprire quasi il 6% del Pil mondiale. In Europa il tasso medio di crescita del Pil è stato dello 0,6% ma il peso dell’economia digitale è giunto al 6,8% della ricchezza comunitaria. E in Italia non è andata diversamente: sempre nello stesso arco di tempo, nel nostro paese l’economia reale è calata del 2,4%, mentre il web market ha coperto il 4,9% del Pil nazionale con un valore di quasi 69 miliardi di euro. L’opera analizza anche il pensiero di alcuni guri del momento che cercano di spiegare cosa stia accadendo: da Krugman a Piketty, passando per Roubini e Rifkin, alcuni sembrano totalmente infatuati dalla nuova geografia del potere, altri la temono come la catastrofe finale. La realtà è che la crisi sembra provenire da un’implosione dei valori cardine dell’uomo occidentale. E due considerazioni dimostrano la distonia che esiste in questa fase tra Europa (la grande malata) e Stati Uniti (la patria dell’innovazione distruttiva). Nell’Ue si registra un aumento consistente delle persone a rischio povertà o di esclusione sociale: il dato medio di questo esercito sulla popolazione complessiva comunitaria è salito dal 24,3 del 2011 al 24,5% del 2013 nell’Ue, con picchi in Portogallo (27,5% contro il 24,9% del 2011), Spagna (27,3% contro 24,7%), Italia (28,4% contro 24,7%), Irlanda (29,5% contro 25,7%), Grecia (35,7% contro 27,6%). Persino nel Regno Unito, che cresce meglio di tanti altri paesi, le persone che stanno cadendo nel baratro dell’inconsistenza reddituale sono passate dal 22% del totale al 24,8%. L’indice S&P 500 della borsa di New York, invece, è aumentato in un anno del 20% mentre i salari sono cresciuti solo del 2%. Le divergenze tra economia digitale ed economia reale non si fermano qui. Apple quest’anno potrebbe raggiungere quota 88 miliardi di euro di profitti occupando solo 92.600 persone, mentre negli anni sessanta General Motors raggiungeva i 7 miliardi di dollari di utili dando però un salario a oltre 600.000 dipendenti. E non è finita. Nel libro, che affronta anche alcuni capitoli ancora oscuri della costruzione europea, come la caduta del governo Berlusconi e gli effetti paradossali del Quantitative Easing della Bce, vengono ricordati alcuni dati inediti che spiegano bene la rivoluzione che stiamo vivendo. Se si considera la capitalizzazione di borsa e il numero di clienti, i dati personali valgono 405 dollari ciascuno per Google e 194 dollari per Facebook. Forse anche per questo si spiegano l’acquisizione di WhatsApp e i piani telefonici di Facebook, i progetti bancari di Apple, la scelta di Google di diventare operatore tlc. E’ in atto una generale ritirata dei vecchi processi, che colpisce tutto, anche la società. Ci si accorge del cambiamento solo quando è troppo tardi.

Nella presentazione del volume, Francesco Boccia, esperto dell’economia digitale, scrive che per governare il cambiamento è necessario guardare la trasformazione del nostro mondo e della società europea con occhi diversi. Attualmente quella europea è l’unica importante economia del pianeta a non crescere, configurandosi come un’area che perde progressivamente peso rispetto a tutte le altre, in particolare quella americana, cinese e quelle di altri paesi emergenti. Ma è anche l’area che, a fronte di circa il 25% del prodotto lordo mondiale e del 7% della popolazione, sostiene il 50% delle spese mondiali per il welfare: spese che la bassa dinamica demografica tende a far crescere. Alla fine del 2007, l’area euro si presentava con un debito pubblico mediamente del 66,4% sul Pil nei 17 paesi della zona euro ed una spesa pubblica al 45% del Pil. Sembra, quindi, opportuna una riflessione sulle regole europee.

Chiodo e Martello (Il Comunismo nel XXI Secolo)

di Antonio “Boka”

Si parla tanto di secolarizzazione, scristianizzazione, laicità, ma, in realtà, si è sostituito un dio-fuori-dal-mondo con un-dio-nel-mondo. L’economia è la nuova religione. Le parole magiche crescita, progresso, tecnica sono la nuova trinità. La tecnica garantisce il progresso, il progresso si misura con la crescita, ma anche viceversa: la crescita ci informa e ci rassicura che il progresso avanza.

Se il progresso è alla base dell’economia, l’economia è a sua volta necessaria per convalidare il progresso. Senza un sistema di prezzi, sarebbe impossibile stabilire un parametro come il PIL pro capite e, senza l’aumento del PIL, cosa potrebbe convincere la gente che le sorti dell’umanità stanno migliorando? Tutti gli altri parametri sono opinabili e soggettivi, ma il PIL no. Il PIL è misurabile. Una religione che si traveste da scienza e che, con un ribaltamento dialettico stupefacente, in un circolo vizioso, indimostrabile (come nelle funzioni di verità, da una premessa falsa tutte le proposizioni deducibili sono vere), afferma: c’è progresso perché c’è crescita, c’è crescita perché c’è progresso (purché sia misurato da un sistema dei prezzi). Ma c’è un ma… L’economia è un’invenzione storica e, come diceva Gramsci, “la Storia insegna, ma non ha alunni”.

Per partire di nuovo, forse “ciò di cui avremmo realmente bisogno – ha scritto Derk Rasmussen – sarebbe un movimento per l’ateismo economico, un’onda lunga d’incredulità».

Come mi è capitato di scrivere in maniera frammentaria, ciò che veramente interessa alle oligarchie finanziarie è la riscrittura delle regole. Non hanno bisogno di convincerci che la crescita del PIL sia necessaria, che vadano fatti sacrifici per permettere al PIL di crescere, né di convincerci ad accettare come denaro qualsiasi nuova forma sottoscriveremo di obbligazione debitoria. Il passo finale (con un po’ di melodrammaticità) è tatuarci un codice a barre comprensivo degli interessi che i nostri figli dovranno pagare, quando saremo trapassati, in cambio del permesso di averci lasciato vivere e indebitare. Curiosamente, nella piccola micro-economia quotidiana ci sono dei piccoli cambiamenti, così piccoli (e così convenienti), in cui il capitalismo ha già superato la forma della proprietà privata. In un tempo non molto lontano, all’acquisto di un’auto, una casa, uno stereo, un telefonino, si accusavano quei poveretti degli acquirenti d’essersi venduta l’anima al consumismo, alla gioia di possedere persino ciò di cui non avevano bisogno.

Oggi, però, non è più necessario, perché nascono i mutui per il pagamento dei soli interessi. Paghi per tutta la vita, e con la tua vita, il capitale su cui hai pagato gli interessi, più gli interessi sulla tua vita, che hai assicurato per restituire quel capitale che non è mai stato tuo, ma hai potuto usare: è la vittoria del valore d’uso sul valore di scambio! O la morte totale di ogni valore d’uso, la cui esistenza è permessa solo grazie all’esistenza di un valore di scambio, non più esaurito in una sola transazione. Anzi, resta una sola transazione, ma dura tutta la vita. La lavatrice, i mobili, l’auto: tutto può essere usato (non c’è più bisogno di possedere) in cambio del pagamento di interessi su quello che ormai è un unico immenso capitale.

Oh, certo che il comunismo era la fase successiva al capitalismo. La svista (piccola) consiste nel fatto che si è cancellata la proprietà privata e instaurato il comunismo del capitale. “Da ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo il suo credit score“.

“Quando si ha un martello nella testa, si ha la tendenza a vedere tutti i problemi sotto forma di chiodo” (M. Twain), versione nobile della barzelletta che, tristemente, riassume la trattativa di Tsipras in Europa:

– Papà, per quanto tempo devo continuare a girare in tondo?

– Stai zitto, altrimenti ti inchiodo pure l’altro piede!

Le analisi della struttura economica sono importanti per capire le macrovariabili che hanno portato ai cambiamenti, ma non è nell’economia che riusciremo a trovare la soluzione per uscire dalla crisi e dalla sempre maggiore diseguaglianza sociale (e parlo delle opportunità in piena sintonia con gli amanti del “mercato”). E qui si torna, invariabilmente, al primato della politica, la cui dignità (nel senso astratto, generale) è stata abilmente trascinata nel fango al fine di avere una massa sempre più imponente di disaffezionati che della politica percepiscono solo l’inutilità (della partecipazione) o il livello di comitato d’affari cui, lo sanno benissimo, non saranno mai invitati.

Si tratta, come ho già scritto, di ripartire dalla democrazia con la d minuscola e dalla politica con la p minuscola. Quella di tutti i giorni, basata sull’esempio, sul ristabilire il valore del senso di comunità, ma anche sulla disponibilità a pagare i prezzi necessari. Non si tratta di trovare eroi pronti al martirio o al sacrificio personale: si tratta di far capire che opporsi a pratiche aberranti è l’esercizio di un sano egoismo e non di un purissimo altruismo. Non ci interessa costruire la sinistra dei puri e duri, ma quella degli egoisti intelligenti. Lo so, è facile parlare (o scrivere), ma se ogni giorno non ricominciamo daccapo, con pazienza infinita, a rispiegare il perché e il percome di ciò che succede e ciò che si dovrebbe fare, gli imbonitori non avranno nemmeno bisogno di essere astuti nel convincerci che ciò che accade è per il nostro bene, ma si limiteranno a un ammiccamento appena accennato e, come cagnolini ben addestrati, ci metteremo seduti, riconoscenti e pronti a essere imboccati.

Nota finale. Tutto lo sproloquio poteva essere facilmente riassunto con una citazione del buon, caro, vecchio bardo di Treviri:

Il processo di produzione capitalistico, considerato nel suo nesso complessivo, cioè considerato come processo di riproduzione, non produce dunque solo merce, non produce dunque solo plusvalore, ma produce e riproduce il rapporto capitalistico stesso: da una parte il capitalista, dall’altra l’operaio salariato (Il Capitale, libro I, cap. XXI),

dove per operaio salariato (notate che Marx non fa distinzione fra contratti a tempo indeterminato e determinato) s’intende dall’operaio all’ingegnere.

Quel che ho cercato di fare (non mi pronuncio sul risultato) è trovare un modo per spiegarlo senza costringervi a leggere tutto il Capitale.

L’Unità (ma non quella)

di Antonio “Boka”

In questo tempo in cui ossessivamente viene ripetuto il mantra delle “risposte”, continuo a pormi delle domande.

Una, in particolare, ritorna, e non è per vezzo dell’autocitazione, ma perché non ho trovato una risposta: “Quando una parola scompare, lo stesso avviene per il suo oggetto (nel mondo reale o delle idee poco importa)?” (Artieri e Operai).

La domanda è riapparsa leggendo due articoli, uno di Guandalini e l’altro di Barca. Guandalini liquida in maniera impietosa la minoranza PD con un uso strisciante della categoria di “nuovo”, che non appare mai come termine, ma ne vengono declinati tutti i suoi contrari. Barca, invece, ripropone il “nuovo” sotto la forma della sperimentazione usata come leva per reintrodurre il vecchio partito basato non più sulle idee (oh, scusate, ideologie?), ma sulla pratica empirica del confronto e dello studio della realtà (infatti nel vecchio PC avevamo i primi simulatori virtuali lasciati dagli alieni e poi persi).

A questo punto ho realizzato che la parola che non trovo più è “avanguardia”. Il partito era l’avanguardia della classe operaia, e nel senso più marxista del termine. Citando il buon vecchio Engels:

L’emancipazione della classe operaia deve essere opera della classe operaia stessa. Non possiamo, quindi, cooperare con persone che apertamente sostengono che i lavoratori sono troppo incolti per emancipare se stessi e che per prima cosa devono essere liberati dalla loro ignoranza.

Essere d’avanguardia significa essere capaci di identificare il soggetto politico che sostituisce la classe operaia. La vera dicotomia è avanguardia/nuovo.

Nuovo è ciò che accade come “accidente” della storia lungo un percorso che non vede l’intromissione di elementi che tendano ad alterarne il cammino. Le rivoluzioni sono, invece, “incidenti” della storia, elementi che tendono a indirizzarne, a deviarne il corso.

Questo è il dato che rende la minoranza PD irrilevante: non sono più avanguardia, non sanno nemmeno più qual è lo scopo di un partito che si proponga di essere avanguardia. Stendo un velo pietoso sul termine “ditta” con il suo sentore di retrobottega di salumieri in lotta con le multinazionali degli affettati in busta. Veniamo da lontano e andiamo lontano. Certo, dal partito come “intellettuale collettivo” alla “ditta” cammino ne è stato fatto, tanto. Non credo ci sia bisogno di chiarirne il verso.

Tornando all’individuazione del soggetto politico, da qualche parte ho letto: “Solo se i precari si coalizzano, allora i lavoratori di Mirafiori possono resistere”.

Le classi sociali non sono date una volta per tutte e non abbiamo bisogno della commiserazione e carità da comare ipocrita del PdC, che chiede insistentemente: “Cosa avete fatto per i precari?”. Cosa ha fatto lui per i precari, prima dell’uso spregiudicato della loro miseria per la creazione di consenso? Non ricordo (ma potrei sbagliarmi) Renzi come teorico della precarietà negli anni passati. Non mi sembra si sia speso, in teoria o in pratica, per la difesa dei senza diritti.

Ovviamente mi sbaglio: per Renzi, infatti, la precarietà è un altro tassello del “nuovo” che deve essere afferrato e sul quale si deve agire. Non ha ragioni strutturali e tanto meno è il risultato inevitabile del processo economico in atto. È un “dato”, “nuovo”, di cui egli prende, con solerzia, atto, pronto a passare al prossimo che gli consenta di “vincere”.

Curiosa è anche la visione renziana della creazione del partito-nazione, che mi induce pensieri un po’ inquieti (resto rassicurato solo dal doppio passaporto: andasse male, mi rivolgerò al Consolato di Sua Maestà Britannica). Scavando un po’ più a fondo, però, dietro quest’idea del partito-nazione si cela un’intuizione feconda. L’unità di classi con interessi in parte diversi e in parte comuni che dovrebbe essere alla base di questo fantomatico partito di sinistra, che tutti invocano e a cui nessuno sembra essere capace di dare corpo.

L’idea renziana è funzionale allo sviluppo economico attuale. È la logica dei generali inglesi che, durante la Rivoluzione Americana, distinguevano tra combattenti e civili per un principio umanitario indiscutibile: “Alla fine della guerra dovremo ritornare a far commercio con questa gente”. Il “siamo tutti sulla stessa barca” è traducibile con “saremo tutti nella stessa fila davanti alle casse dei supermercati”.

La lotta politica contro l’ultra-destra e il neoliberismo non può essere condotta con la vecchia logica della lotta di classe per il semplice fatto che non c’è più una “classe generale” che riassume in sé le esigenze di tutte le altre. (Precisazione pedante: le classi di tutti coloro che non dispongono della proprietà dei mezzi di produzione e/o del capitale).

Si tratta di smettere di considerare le lotte per la difesa dell’occupazione più importanti delle lotte per la difesa dei diritti civili. Lo sforzo sta nel colpire direttamente il potere della destra e la sua capacità di estendere il neoliberismo in ogni settore (sanità, istruzione…).

Dobbiamo ripensare il concetto di avanguardia, e il vero cambiamento sta nel mettere da parte i tatticismi, quando si parla di alleanze. L’alleanza tra cittadini appartenenti a (momentanee) categorie sociologiche o economiche non è più un momento tattico, ma deve essere istituzionalizzato come strategia del partito di avanguardia.

Cosa significa ridiventare avanguardia e non inseguitori (in ritardo perenne) del “nuovo che avanza”? Che pratiche politiche sono richieste nella situazione concreta?

Significa mettere in moto dei meccanismi per cercare l’unità della coalizione che dovrebbe essere alla base della strategia del fronte unito del partito di avanguardia. Coalizione significa cercare i punti programmatici di base di un accordo sul quale si possono condurre le lotte contro le politiche neoliberiste; significa rifiutare rigidità ideologiche o la formazione di false coalizioni che non rappresentano le forze reali esistenti o, ancora peggio, coalizioni di forze ristrette che non hanno nessuna relazione reale col movimento di milioni di persone necessario per ottenere vittorie.

Il punto chiave consiste nel semplice fatto che la mobilitazione concreta richiede la formazione di relazioni con forze politiche e sociali e movimenti che non condividono tutti gli stessi obiettivi del partito di avanguardia o anche della sinistra. Si tratta di cercare i punti programmatici di azione nella lotta contro i programmi della destra senza richiedere la cancellazione dei valori ideologici e della leadership politica che il partito di avanguardia dovrebbe (condizionale d’obbligo) offrire.

Ma questo processo non è automatico.

Come tenere a bada sia l’impulso settario della rigidità e della purezza ideologica sia la tendenza a espellere completamente l’ideologia dalla lotta – e il principio marxista di “preoccuparsi del futuro del movimento” è aderente a ciò – è il punto chiave. Essere capaci di raggiungere una mediazione con le idee diffuse più avanzate senza restringere e indebolire le forze politiche necessarie per la sconfitta della destra e per preparare le basi per la sconfitta del neoliberismo.

Il concetto di avanguardia richiede un mutamento. Si tratta di essere preparati ad accettare il fronte unito contro la destra neoliberista non come una tattica, ma come la strategia principale della sinistra larga, classe operaia e movimenti democratici. Queste dovrebbero essere le fondamenta di un movimento verso uno stadio più avanzato di lotte e l’orizzonte a cui guardare per immaginare (e realizzare) una società oltre quella del capitale monopolistico.

Unire le differenze, renderle “eguali” ricordando che “nessuna differenza è più eguale di altre”.

Nemmeno Pitagora

di Antonio “Boka”

Più volte ho parlato della perdita della parola “Politica” in aggiunta a Economia. Il mio post precedente era essenzialmente di carattere “economico”, ma dov’è la Politica? O meglio dov’è la “Forza”? La Levatrice della Storia.

Abbiamo bisogno di riguardare un po’ di Geometria. Tutti (non so dopo la Gelmini, ma mi sembra ragionevolmente accettabile presumerlo) conoscono il teorema di Pitagora e sanno che l’ipotenusa è minore della somma dei lati che congiunge ai vertici opposti. Indiscutibile, vero? Non proprio.

Vediamo un po’ cosa succede alla FoxConn (l’industria che produce per Apple – se avete voglia e tempo, andate su Google e metterete insieme un campionario di orrori in 0,06 secondi, o meno).

Nel training iniziale, ai neoassunti viene spiegato che, per andare da un angolo all’altro di uno dei locali in cui vengono assemblati gli i-xxxx, devono spostarsi lungo le mura e non attraversare diagonalmente lo spazio. Ora, in molti casi l’istruzione è ridondante, se lo spazio è occupato da macchinari, ma, nel caso in cui ci sia lo spazio libero, perché dare questa istruzione come tassativa? Ecco irrompere la Forza. Perché non devono assumere nessuna iniziativa, non sono lì per pensare, ma per eseguire istruzioni come robot. Non sono ammesse scorciatoie, di pensiero o passeggio. “Fa’ come ti è stato detto”. Da notare che la FoxConn ha un alto tasso di suicidi tra i lavoratori, insomma alla Hemingway (con leggere varianti):

…e i non piegati verranno distrutti,

la Apple colpisce i più umili, i meno pagati, i senza diritti,

con imparzialità

Questo spiega in parte la giusta domanda di Heiner sul perché piegare i lavoratori europei, se i cinesi sono disponibili. Perché possono solo migliorare le loro condizioni, sono ancora schiavi per l’uso della forza, non schiavi con l’illusione di essere liberi. Potenzialmente rappresentano un pericolo; in Europa, invece, c’è un serbatoio di manodopera superqualificata che ha interiorizzato quello che si chiamava ‘il sistema fabbrica’ e che ha ancora l’illusione di poter (ri)-avere le garanzie e i diritti per cui ha lottato così duramente. Ma c’è anche un’altra ragione. A livello tecnico, le regioni emergenti del sud-est asiatico, ivi inclusa la Cina, non sono, per il momento, in grado di competere nel produrre componenti e macchinari ad alta tecnologia, che rappresentano il punto di forza del Mittelstand tedesco. Questo non è in contraddizione con la mia analisi dell’arretratezza della piccola e media impresa tedesca, una volta che ci si ricordi della debolezza del capitale italiano e delle cose che dirò più avanti.

Ma torniamo all’Europa e riprendiamo ciò che è avvenuto in Grecia all’apice della crisi. Ho scritto nel post precedente che l’Europa, o meglio, l’Unione Europea era la risposta alla caduta del saggio di profitto. Contrastare questa tendenza era l’obiettivo, l’Unione Europea il mezzo per raggiungerlo.

Ora, considerata la frammentazione culturale e politica dell’Europa, creare un organismo di governo capace di sovrastare e contrastare (nonché controllare ed indirizzare) i vari stati europei mica era roba da poco. L’idea stessa dà il senso della forza necessaria per attuarne la realizzazione. Questa forza è il capitale e “il governo democratico” del processo non è altro che la sua manifestazione. L’intensità di questa forza è legata alle visioni, agende e modo di operare dipendente dalle condizioni locali, mentre la direzione della forza è fissa (e stabilita dal capitale) e richiede un sistema sociale omogeneo.

Come ho detto, la Grecia è il caso ideale per illustrare questo processo.

Quando fu chiesto alla popolazione greca di unirsi all’UE, l’entusiasmo fu enorme. Finalmente, la Grecia era arrivata nel posto che le competeva. La dittatura era finita e il Paese in cui il concetto stesso di democrazia politica era nato poteva finalmente tornare al posto che le spettava quasi per diritto. Ora, quando le misure draconiane imposte dall’UE furono attuate, sconvolgendo la vita di quel Paese, non c’era nessuna soluzione possibile se non una sommossa popolare e la caduta violenta del governo. Ma questo non poteva accadere: la Grecia è, adesso, una “democrazia”.

Tento di spiegarmi meglio. Il passo seguente è tratto dal NYT (estate del 2011), ai tempi delle prime misure restrittive adottate dal governo greco:

“I mercati sono entusiasti e i leader europei hanno salutato con soddisfazione l’approvazione di una delle più radicali riforme dell’economia greca sin da quando la democrazia è stata ripristinata nel Paese”.

Peccato che le foto che accompagnavano l’articolo mostravano sommosse nelle strade.

Ma ricordatevi di quando parlavo di Kohl e dello scontento dell’80% della popolazione tedesca. Si tratta semplicemente di leadership e dell’ormai supina accettazione delle informazioni che ci vengono propinate anche se in contraddizione con i fatti. L’esatta rappresentazione dei fatti può essere raggiunta con una piccola inversione della frase del NYT:

“Proprio perché la democrazia è stata ripristinata, è stata possibile la più grande riforma economica del Paese al servizio del capitale finanziario”.

Paradossalmente, con i colonnelli al potere e la Grecia fuori dall’EU, quella riforma non sarebbe mai avvenuta. Stabilire la democrazia in Grecia era il passo necessario per procedere lungo la via di istituzioni formalmente democratiche e disegnate al solo scopo di servire gli interessi del grande capitale finanziario.

Ritorniamo al quadro generale del perché l’EU.

Germania e Francia erano le nazioni guida del processo mentre l’Italia, il Belgio e le altre nazioni svolgevano un ruolo di supporto. Le nazioni periferiche come Grecia, Irlanda, insieme ai lavoratori tutti, erano l’obiettivo. In un’Europa integrata, gli industriali tedeschi potevano produrre beni e macchinari con i salari greci e, come se non bastasse, usando la minaccia di lavoro a basso costo proveniente dalla (riunificata) ex-Germania dell’Est, quegli stessi magnifici capitani d’industria furono messi in grado di ridurre i salari tedeschi del 20%. Questo permise di fissare il tasso di cambio dell’Euro ad un livello convenientemente basso, aiutando le esportazioni e i relativi profitti. Ah, dimenticavo: in realtà, è successo grazie alla forza della Germania, alla sua capacità di guida dell’EU e alla sua incredibile competitività.

Ma non finisce qui. La democrazia ha il suo prezzo e come osavano i Greci crogiolarsi nel loro sistema pensionistico ed educativo? Da una lettera di un cittadino britannico:

“In quanto contribuente e quindi indirettamente finanziatore (attraverso il FMI) del bilancio dello Stato greco, sono oltremodo indignato nello scoprire che gli studenti greci hanno costituzionalmente diritto ad una Università senza tasse e che il tempo medio per il conseguimento della laurea è di 7 anni. Gli studenti britannici pagano in media 9000 sterline l’anno in tasse d’iscrizione. La Grecia ha ricevuto il nostro denaro e ha bisogno di un cambio di mentalità. Niente è gratis, o altrimenti che vadano in rovina”.

Questo non è valido solo per la Grecia, ma per la Spagna, il Portogallo e l’Italia. La festa è finita. Bisogna pagare il conto. Conseguentemente le istituzioni democratiche devono consegnare, ben incaprettate, le popolazioni al capitale finanziario, e ogni ostacolo che si intromette all’espansione del capitale deve essere smantellato senza riguardo per nessuno.

Le armi sono sempre le stesse; leggendo FT e la stampa finanziaria internazionale, si notano contraddizioni, nel caso del nostro Paese. Infatti, si dice che la struttura del bilancio dello Stato è solida, il sistema bancario meno fragile paragonato ad altre nazioni fino a che le misure “suggerite” per il risanamento sono adottate, ma guai a sgarrare. In brevissimo tempo, i rating creditizi cadranno, lo spread s’involerà, nessuno comprerà più titoli di Stato forzando la nazione (la nostra e tutte le altre che non si piegheranno) al fallimento.

Come evitare tutto questo? Semplice: tutte le misure imposte e richieste dall’UE devono essere adottate, in particolare la riforma del mercato del lavoro e del sistema pensionistico.

Dietro tutto questo si cela l’uso della forza “democratica” delle istituzioni europee. La forza è incompatibile con la libertà su cui dovrebbe essere fondata la presunta democrazia nelle nostre istituzioni. Libertà è la possibilità di scegliere fra diverse alternative. La forza presuppone l’assenza di alternative, per cui, molto semplicemente, se non ci sono alternative, dobbiamo assumere che siamo di fronte all’uso della forza e all’assenza di libertà.

Eppure i nostri governi sono democraticamente eletti. Nessuno dubita della nostra libertà di voto. Eppure continuiamo a votare per forze politiche che vanno scientemente contro gli interessi delle popolazioni che rappresentano. Com’è possibile?

Una prima spiegazione potrebbe essere quella basata sulla corruzione del ceto politico che, per quanto in parte reale, non spiega come gli stessi politici prendano decisioni alla luce del sole che mettono a rischio la loro posizione. Non a caso oggi si parla delle riforme di destra attuate da un governo di centrosinistra. Si tratta di una perversione della politica? No, è l’attuazione della democrazia politica asservita al capitale finanziario.

Pensate per un attimo a Platone, Socrate e Aristotele. Tutti e tre non consideravano la democrazia una forma di governo non adatta alle masse. Anzi, per essere più precisi, leggendo i loro scritti è pressoché impossibile capire che la democrazia greca era basata sullo schiavismo. Il “popolo” e la democrazia riguardavano solo i cittadini. Gli schiavi erano oggetti, non popolo. O vogliamo parlare dell’ironia della costituzione americana: “Noi, il popolo….” e i neri? No, non erano popolo ed è abbastanza triste leggere le proporzioni assegnate per il voto negli Stati del Sud per favorire i proprietari di piantagioni, che valutavano un nero 3/5 di un bianco in termini di voti assegnati agli stessi proprietari di schiavi. O vogliamo parlare del voto alle donne (in Svizzera, la magnifica Svizzera, raggiunsero il voto, se ricordo bene, solo nel 1971). Quale popolo? L’UE è non solo un mezzo per contrastare la caduta del saggio di profitto, ma un complesso progetto di ingegneria sociale al servizio del capitale finanziario.