capitalismo

Il campo conteso da globalisti e sovranisti

segnalato da Barbara G.

La resistenza è spesso molecolare, disordinata, a volte apolitica: è disagio sociale, protesta locale, aggregazioni di corto raggio e breve durata, disordine d’ogni sorta. Eppure, vi sono segnali che lasciano margini di speranza

Indignados in piazza a Madrid nel 2011

di Loris Caruso e Alfio Mastropaolo – inlamifesto.it, 18/04/2017

L’elezione di Donald Trump potrebbe costituire l’avvio di una profonda ristrutturazione degli schieramenti in campo: di quelli politici e di quelli dei loro supporters, che agiscono al di fuori della sfera politico-elettorale, ma che con i partiti in senso proprio hanno legami strettissimi: marciano divisi, per colpire uniti. Da un lato c’è uno schieramento che potremmo chiamare «globalista». Per esso la consegna del pianeta al mercato è giusta e inevitabile. In linea di massima questo è lo schieramento che al momento prevale alla guida delle democrazie sviluppate. Salvo aver alfine trovato un rivale assai temibile.

È ancora un’ipotesi: grazie a Trump di schieramenti se ne potrebbe costituire un altro, che potremmo denominare «sovranista», la cui struttura portante sarebbe fatta di quei partiti che ordinariamente vengono classificati come populisti. Secondo questo secondo schieramento il rimedio ai danni prodotti dai globalisti non consiste nel sottrarre spazi al mercato, ma nel restringere il mercato entro i confini nazionali, dandogli lì piena libertà di manovra. L’altra caratteristica dello schieramento sovranista sta nella sua capacità di strumentalizzare le sofferenze e le paure di una parte delle vittime dei globalisti, da esse traendo parte non secondaria del suo seguito elettorale.

Tra i due rivali, uno ben solido, l’altro in via di consolidamento, c’è più accordo che contrasto. Wall street non ha manifestato sofferenza dopo la vittoria di Trump. La Brexit non ha prodotto effetti sconvolgenti, e la borsa di Londra se la cava egregiamente. Se così fosse, sarebbe un’invenzione straordinaria: il capitalismo fa opposizione al capitalismo. Evviva il capitalismo! Divergono sui mezzi: l’uno considera lo Stato un ingombro, l’altro uno strumento. Forse è un conflitto ciclico nella storia del capitalismo. Quello che è verosimile è che i sovranisti non riusciranno a sfuggire dal labirinto di vincoli in cui i globalisti hanno cacciato le società occidentali e proveranno a mascherare il loro fallimento con un po’ di misure illiberali, antidemocratiche, razziste. Trump ha già cominciato. Anzi, ha fatto di meglio. Ha ripreso a bombardare, con tanto di motivazioni umanitarie. Non senza ottenere il plauso dei globalisti-liberali.

C’è forse qualche somiglianza con i contrasti che divisero negli anni 20-30 dello scorso secolo i fascisti da una parte dei liberali. Poi, allora, le cose evolvettero. I liberali presero le distanze, rinunciarono al liberismo, inventarono il New Deal, si appropriarono dell’interventismo statale fascista, ma lo rinnovarono radicalmente in senso democratico. Le analogie sono intriganti, ma non sono mai perfette e non vanno esagerate. Non sappiamo nemmeno come il contrasto tra globalisti e sovranisti evolverà. Potrebbe anche evolversi positivamente. I globalisti potrebbero, almeno alcuni, scoprire di aver esagerato e che l’involuzione autoritaria è troppo rischiosa. Vedremo. Come tutte le trasformazioni, anche questa è incerta.

Anche perché le resistenze non mancano. Negli anni 20-30 c’erano grandi partiti socialisti e comunisti, a volte brutalmente repressi, ma che rappresentavano un principio di resistenza. Oggi c’è resistenza, ma ha altre forme, giacché quei partiti hanno deciso di confondersi nello schieramento globalista. La resistenza attuale è spesso molecolare, disordinata, a volte apolitica: è disagio sociale, protesta locale, aggregazioni di corto raggio e breve durata, disordine d’ogni sorta.

Tra le forme più paradossali c’è persino il voto per i partiti populisti: che se per alcuni implica adesione, per altri è un voto di «odio». Li si vota perché non c’è di meglio, perché è il voto che reca più disturbo.

La resistenza dispersa non è una condizione inedita. Prima che nascessero i grandi partiti di massa, gli strati popolari erano classificati come classes dangereuses: erano le folle del 1789 del 1848, che i partiti socialisti promossero a classes laborieuses, dotate di un’identità e una soggettività collettiva, protagoniste di grandi cambiamenti.

È immaginabile un riorientamento analogo delle resistenze che caoticamente si manifestano di questi tempi? Non è facile. Una cosa era contrastare lo Stato e le imprese, un’altra rovesciare il mercato globale, gli evanescenti labirinti della governance sovranazionale e i bit della speculazione finanziaria. Eppure, vi sono segnali che lasciano margini di speranza. Il nemico è possente, globalista o sovranista che sia. Ma è possente perché i suoi avversari sono deboli. Ma fino a un certo punto.

Le grandi mobilitazioni sociali di carattere «universalistico» apparse dal 2011 non sono un incidente. Sono manifestazioni di una rivolta collettiva che ha indossato prima le vesti degli Indignados spagnoli e greci, di Occupy, di Gezi Park, della francese Nuit Debout e che poi ha avuto qualche non secondario sbocco elettorale. La rivolta movimentista e l’esodo elettorale dai partiti tradizionali sono a volte riusciti a intrecciare protesta politica e protesta sociale. Tra le vittime del nuovo ordine (o disordine) e le oligarchie cova un conflitto che evoca le grandi retoriche rivoluzionarie: la virtù contro la corruzione, il basso contro l’alto, i produttori contro i parassiti, il «popolo» contro la «corte» (oggi la «casta»). Va da sé che è tutt’altro modo di interpretare il conflitto «basso contro alto» rispetto a quello dei populisti-sovranisti. Nessuno che abbia seguito agisce oggi al di fuori di questa frattura.

Negli Usa la campagna di Sanders è stata fatta in gran parte da attivisti di Occupy, così come la campagna pro-Corbyn nel Labour. Podemos non sarebbe nato senza gli Indignados. Syriza ha vinto le elezioni dopo un lungo ciclo di mobilitazione sociale. Il governo più progressista d’Europa, quello portoghese, è una coalizione tra il partito socialista e partiti della sinistra radicale, resa possibile da un intenso ciclo di mobilitazione anti-austerity. In Francia Mélenchon cresce nei sondaggi anche sull’onda della Nuit Debout. Altre nuove forze di sinistra avanzano in Olanda e in Belgio. La resistenza molecolare prova a coagularsi. Non ci sono quindi alibi per la sinistra italiana: non è vero che nella crisi cresce solo la destra.

Forse il problema italiano è che questo spazio è stato occupato dai grillini, o è stato loro consegnato. Oppure che l’equivoco del Pd si è dissolto solo di recente.

Ma bisogna anche imparare dagli altri. Le nuove forze di sinistra, dove conquistano consensi importanti, non sono stanchi mosaici di ceti politici di lungo corso. Spiazzano, disorientano, agiscono come outsiders, quasi come alieni. Inventano nuove forme organizzative. E soprattutto ci credono, e spiegano a coloro cui si rivolgono che le attuali ingiustizie non solo non hanno niente di naturale e di obbligato, ma sono pure superabili. Purché lo si voglia.

Un Paese ostaggio di tre Destre

segnalato da Barbara G.

Non c’è sinistra dove manca la ricerca di un’alternativa al capitalismo. Chi lavora per un’altra economia, anche se non vuole avere a che fare con i partiti né con la sinistra, non può disinteressarsi.

La Camera dei deputati, vuota, vista dai banchi del Governo

di Roberto Mancini – Altreconomia n°190, febbraio 2017

Le tre Destre. Sono le forze rimaste a contendersi il potere: la Destra tradizionale (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia), la nuova Destra populista (Movimento 5 Stelle) e la Destra neoliberista (Partito Democratico, con la fuorviante etichetta di “centro-sinistra”). Che molti neghino la distinzione tra destra e sinistra è un sintomo di quanto la mentalità di destra sia diffusa. Benché falsa, tale credenza ha finito per dire qualcosa di reale: in effetti la differenza da tempo non si vede. Non perché non esista in sé, ma perché la sinistra politica è sparita e così anche quella culturale.

È vero che la prima politica è quella dei cittadini e delle comunità civili che costruiscono risposte ai problemi senza affidarsi ai voleri dei politici. Ma l’interazione con la politica seconda, quella istituzionale, resta imprescindibile. Quindi un partito ci serve, benché come strumento debba essere profondamente trasformato. Il partito che serve non è di destra, né di finta sinistra, né neutro. Dev’essere uno strumento capace di aprire strade inedite, democratico anzitutto internamente, adatto per logica, regole e formazione dei suoi aderenti a trasformare il potere in servizio. Dovrà essere eticamente ispirato non per la presunzione settaria che i suoi iscritti siano per principio tutti onesti, ma per il metodo di prendere ogni decisione alla luce dell’etica del bene comune.

La differenza tra destra e sinistra è politica, ma ha radice etica: infatti la sinistra si definisce per l’impegno a tradurre in ogni situazione il criterio dei diritti umani e della natura, a scegliere la democrazia come forma di ordinamento della società e la nonviolenza come metodo. Non c’è sinistra dove manca la ricerca di un’alternativa al capitalismo. Il compito attuale è quello di dare seguito coerente (anche nella politica istituzionale) a questo orientamento, invece di incartarsi nella suggestione per cui si crede che la differenza con la destra non esista. Quest’ultima adotta ben altri criteri: il primato del mercato, il potere del capo, l’ostilità verso gli stranieri, il culto della piccola “comunità” chiusa, l’individualismo, il nazionalismo. In varia misura le tre Destre seguono criteri simili. La conferma sta nel fatto che nessuno dei partiti nominati è contro il sistema capitalista, anzi.

La promessa del Movimento 5 Stelle di porsi oltre destra e sinistra è inconsistente: lo strapotere del capo, la mancanza di una lettura critica della globalizzazione, la carenza di democrazia interna, l’ostilità verso i migranti e le alleanze nel Parlamento europeo attestano che questo partito non è affidabile. La sinistra politica e culturale è finita quasi ovunque in Europa perché non ha saputo rinnovarsi collocandosi dalla parte giusta rispetto alla contraddizione tra tutelati e non tutelati, tra Nord e Sud del mondo, tra generazioni vecchie e nuove, tra uomini e donne, tra violenza e nonviolenza, tra crescita e decrescita. Ha rinunciato a promuovere un’altra economia e un’altra società. Segnalo l’esigenza di dare vita originale a un partito di sinistra non per nostalgia di forze come Sinistra Ecologia e Libertà o Rifondazione Comunista, le cui angustie sembrano riproporsi anche in Sinistra Italiana. Un partito strutturalmente diverso potrà nascere solo dalla maturazione della coscienza collettiva dei gruppi e delle associazioni (compresi i “Comitati per il ‘No’ al referendum costituzionale”) che lavorano per arrivare un giorno a sostituire il capitalismo con la democrazia intera. Purché diano forma politico-progettuale alla loro azione e, senza accontentarsi di restare alla forma di reti, spesso autoreferenziali, sappiano diventare movimenti di liberazione radicati e popolari.

La rigenerazione di una sinistra autentica in Italia e in Europa è condizione della rinascita della politica in quanto cura del bene comune. Chi lavora per un’altra economia, anche se non vuole avere a che fare con i partiti né con la sinistra, non può disinteressarsi di questa rinascita.

Uno vale uno (che sia quercia o che sia pruno)

di Nammgiuseppe – 19 gennaio 2017

Il principio “uno vale uno” è di qualche attualità quasi prevalentemente per denunciare l’incoerenza, supposta o reale, del M5S al riguardo.

Tuttavia il principio meriterebbe di essere dibattuto quanto

a) alla sua validità

b) alla sua attuazione (nel caso sia ritenuto valido).

In effetti il principio è largamente affermato, almeno in teoria, nella nostra e in altre società “avanzate”:

1) nella delega dei cittadini ai propri rappresentanti politici

2) nelle decisioni politiche dei rappresentanti

3) nel voto referendario

4) nelle deleghe e ratifiche dei lavoratori ai propri rappresentanti sindacali

5) nelle assemblee dei soci di cooperative e di altre associazioni

6) (più o meno) nei gruppi di pressione della “società civile”

7) forse da qualche altra parte che dimentico.

E tuttavia l’esperienza ci dice che nella pratica il principio si traduce in deleghe e decisioni discutibili, quando non aberranti (almeno dal mio punto di vista: si veda, ad esempio, l’avanzata delle destre in larga parte dell’Europa).

È sbagliato il principio o la sua attuazione?

Ci sarebbe molto da dire, e molto è stato detto, sul fatto che è inaccettabile che l’opinione di un Leonardo da Vinci dei giorni nostri abbia lo stesso valore di quella di un odierno Cacasenno.

In realtà, io credo, in questa discussione si confondono due piani: quello della competenza tecnica (anche giuridico-legislativa) con quello delle aspettative riguardanti le regole del vivere sociale e la qualità della vita che l’applicazione di tali regole dovrebbero garantire.

Il desiderio di uguaglianza (o, quanto a questo, di sudditanza) di un cittadino può avere lo stesso valore di quello di un altro. Per l’applicazione pratica della volontà della maggioranza, e per fornire alla cittadinanza elementi per farsi opinioni ragionate, ci sono, appunto, i tecnici, quelli che la sanno più lunga, presupponendo un grado medio di istruzione uguale negli elettori e mezzi d’informazione capaci e desiderosi di contribuire alla formazione delle opinioni.

Quanto affermo è discutibile. Per tagliare la testa al toro, mi appello alla famosa affermazione “la democrazia è piena di difetti, ma è il meno peggio che sinora ci è dato”. Le altre forme di organizzazione della società hanno dato prova di essere peggiori della democrazia rappresentativa parlamentare. Per superare, eventualmente, quest’ultima occorrerà immaginare un sistema diverso, ma ancora non mi pare ci siano proposte credibili e praticabili.

Perché, allora, il principio “uno vale uno” funziona così male?

Le risposte sono grosso modo due (con variazioni):

a) la maggioranza dei cittadini è ignorante e/o menefreghista e/o opportunista e/o emotiva

b) si è andata storicamente formando una classe politica, sindacale, manageriale autoreferenziale che si è appropriata del sistema specializzandosi nell’arte della propaganda e mettendosi al servizio del sistema economico dominante.

Non sono a favore dell’autoflagellazione del “ogni popolo ha il governo che si merita”. Ma qualcosa di vero nell’affermazione a) esiste. Il problema è se sia causa o effetto di b) e perché b) si sia andato affermando.

E, naturalmente, una volta essendo giunti a una conclusione su quanto precede, l’altro, e più grosso problema, è come rimediare ai difetti dell’ ”uno vale uno”, ammesso che dei rimedi siano possibili.

Avrei alcune mie ipotesi, ma preferirei discuterne sul blog, se il tema interessa. Non ho speciali remore a far brutta figura dicendo, eventualmente, delle stupidaggini, ma preferisco dirle in un dialogo.

So, ad esempio, che la spiegazione di tutto, per alcuni, sta nell’economia capitalista. Tuttavia, per quel che mi riguarda, l’economia capitalista è tutt’altro che “la fine della storia”. Anzi, mi pare che stia arrivando a grandi passi alla fine di sé stessa. E se ciò dovesse accadere, si riproporrà il problema di come far sì che “l’uno vale uno” non ripeta gli errori commessi sin qui, in Italia e nel mondo “democratico”.

 

Capitalism kills Love

«La vita? Non è solo lavoro»: a Berlino nasce il centro per il rifiuto della carriera

di Gianpaolo Pepe – berlinocacioepepemagazine.com, 21 settembre 2016

Perché lavoriamo? Produciamo beni e servizi perché ne abbiamo realmente bisogno o solo perché possano tramutarsi in profitto? Ma soprattutto: chi ha stabilito che l’attuale mondo del lavoro debba fondarsi sull’ossessione per la carriera e sulla costante tensione verso l’automiglioramento? Queste e altre domande affollavano la mente di Alix Faßmann quando, circa due anni fa, decise di abbandonare il suo lavoro di giornalista e addetta stampa per la SPD (il partito socialdemocratico tedesco) e di intraprendere un viaggio chiarificatore in Sicilia. Ed è stato lì che ha incontrato Anselm Lenz, autore teatrale presso l’Hamburger Spielhaus (uno dei teatri più prestigiosi di Germania) che, stanco a sua volta di sacrificare amicizie, passioni e tempo libero sull’altare della carriera, si era licenziato ed era partito alla volta dell’Italia. Lenz, affascinato dalle idee dell’allora 33enne Faßmann, la convinse a raccoglierle in un libro: fu così che, nella primavera del 2014, vide la luce Arbeit ist nicht unser Leben: Anleitung zur Karriereverweigerung (Il lavoro non è la nostra vita: guida al rifiuto della carriera). Il libro fu una sorta di manifesto programmatico per Haus Bartlebythink tank che i due fondarono pochi mesi dopo a Berlino intendendolo come un Zentrum für Karriereverweigerung, “centro per il rifiuto della carriera”. Ma, soprattutto, come pensatoio che, pur non disponendo di teorie e modelli per il mondo di domani, ritiene indispensabile elaborare spunti critici verso la società tardocapitalistica e le sue modalità di lavoro.

© Facebook – Haus Bartleby

© Facebook – Haus Bartleby

Il centro. Haus Bartleby, che ha sede a Neukölln, deve il suo nome a un romanzo di Herman Melville, Bartleby lo scrivano, il cui protagonista lavora come copista presso uno studio legale di Wall Street ma ad un tratto, dopo un periodo di attività intensissima, si rifiuta di continuare la sua ottundente mansione pronunciando la celebre frase I would prefer not to, che è appunto lo slogan del Zentrum berlinese. Haus Bartleby raccoglie professionisti dei settori più disparati, tutti accomunati dalla volontà di decostruire l’assunto in base al quale carriera e successo debbano determinare il valore di una persona. Un progetto culturale che ha evidentemente intercettato un nervo scoperto della società tedesca: gli abbonamenti alla rivista del centro sono infatti in crescita costante, mentre diversi importanti quotidiani (tra cui Die Welt, Die Zeit, Huffington Post) si sono interessati alla creatura di Faßmann e Lenz, che nel frattempo ha continuato a sfornare pubblicazioni, a incassare l’appoggio di istituti importanti come il Club of Rome e la Rosa-Luxemburg Stiftung e a organizzare una serie di conferenze con filosofi ed economisti sul futuro del lavoro. Tra i simpatizzanti dell’associazione, che ormai conta una decina di membri fissi e più di quaranta collaboratori esterni, ci sono anche Dirk von Lowtzow della celebre rock band amburghese Tocotronic e l’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, entrambi autori di un saggio nell’antologia Sag alles ab!, pubblicata nel 2015.

© Facebook – Haus Bartleby

© Facebook – Haus Bartleby

La filosofia di Haus Bartleby. «Il lavoro, così come si dà oggi, è una malattia. La proprietà, nelle forme attuali, un crimine di dimensioni storiche», si legge sul sito del centro. Il j’accuse di Haus Bartleby è radicale, e si rifà chiaramente a un filone di pensiero da sempre molto vivo in Germania, che abbraccia analisi marxiana, anticapitalismo, teoria critica. Ma queste riflessioni provengono in primis dalle concrete esperienze di vita e di lavoro dei suoi fondatori. Che, prima di mollare tutto, non erano manager stressati o precari sottopagati, ma professionisti con mansioni stimolanti, almeno in apparenza. Tra di essi, c’è anche Hendrik Sodenkamp, 27enne ex assistente personale di Carl Hegemann (affermato drammaturgo del Berliner Volksbühne) e studente di letteratura tedesca prima di imbattersi in Haus Bartleby. Anche lui, come Faßmann e Lenz, sentiva che qualcosa non funzionava: ne aveva abbastanza di lavorare 60 ore alla settimana, di sacrificare amicizie e tempo libero, di piegarsi a logiche improntate alla competizione, al continuo self improvement, al mantra anni ’80 del “lavoratore imprenditore di se stesso”, così come ai meccanismi di un’università strutturata soltanto su crediti, voti e «attenzione alle richieste del mercato». E tutto questo per cosa? Per inseguire il mito della carriera, un’ambizione che costringe a vivere «costantemente proiettati nel futuro, nel prossimo step funzionale al successo, mentre nel “qui e ora” non facciamo mai quello che sarebbe giusto per noi», spiega Sodenkamp Die Zeit. Ma, suona la domanda posta da Haus Bartleby, a chi serviamo quando ci dedichiamo alla promessa della carriera? Non a noi stessi, se il nostro lavoro è determinato soltanto dalla necessità economica di portare a casa uno stipendio o dalla pressione sociale che ci impone di raggiungere una posizione adeguata alle aspettative nostre o di chi ci circonda. Ma nemmeno agli altri e al mondo, se il risultato di tanti processi produttivi – materiali o intellettuali – è soltanto «aria fritta» – così definisce Alix Faßmann le sue mansioni alla SPD – o spesso addirittura nocivo.

Rifiuto della carriera, non elogio dell’ozio. Ma questi “negatori della carriera”, in realtà, non rifiutano il lavoro in sé, come potrebbe a prima vista sembrare, bensì soltanto quello eterodiretto (un tempo si sarebbe detto alienato), non incentrato sulla realizzazione delle proprie passioni e dei propri bisogni. «Da quando ci siamo licenziati lavoriamo in realtà molto di più», ride Sodenkamp, «ma per qualcosa che riteniamo davvero utile, riflettere sulle disfunzioni del nostro modello sociale. Insomma, il lavoro è qualcosa di positivo, purché sia autodeterminato. Ma se lo si svolge solo sotto la pressione di imperativi economici e sociali, allora una vita buona diventa impossibile». Certo, qualcosa bisogna pur mangiare, e così Faßmann, Lenz e tutti i collaboratori a tempo pieno si arrangiano con lavori part-time di vario genere per arrivare alla fine del mese. Ma, anche se i soldi sono pochi e la fatica tanta, sono soddisfatti perché riescono a non perdere il senso di quello che fanno: contribuire a immaginare un nuovo mondo del lavoro.

Il “tribunale del capitalismo”. E in quest’ottica rientra anche il nuovo progetto di Haus Bartleby, il “tribunale del capitalismo”. Si tratta di una piattaforma online su cui ogni cittadino può indicare gli aspetti dell’attuale sistema economico che ritiene maggiormente patogeni e da superare. In breve tempo sono arrivati sul sito già quattrocento “capi d’accusa” che toccano questioni molto diverse tra loro come l’austerity e il potere delle multinazionali, la distribuzione della ricchezza e la ripartizione sociale del lavoro. L’anno prossimo i temi più sentiti saranno presentati e dibattuti alla Haus der Kulturen der Welt. I Karriereverweigerer dicono di fare sul serio, di non proporre soltanto una provocazione estetica o un’utopia in stile paese di cuccagna, con benessere per tutti e lavoro soltanto per chi lo desidera. Certo, dopo la pars destruens, manca loro un progetto politico preciso. Ma, come mostrano le proteste di Nuit Debout (che Sodenkamp ha seguito da vicino), il malessere causato dal modello sociale vigente è forte. E qualcosa, prima o poi, dovrà cambiare. Chissà che i progressi nel campo dell’automazione e i dibattiti sul reddito di base non segnino la strada da seguire per una società libera dai feticci neoliberisti della carriera e della produttività a ogni costo.

Foto di copertina © Jeremy hunsinger

Sotta o’ muro. Dispensa n.3

(testata in attesa di aut.) 

di Antonio “Boka”

Precariat. Il bivio tra Inferno e Paradiso della Politica.

C’è una correlazione abbastanza significativa tra la diffusione del concetto di precariato e le varie proposte di reddito minimo garantito che si differenzia da altre misure di sostegno al reddito proposte o già esistenti in diversi paesi europei. La differenza sostanziale tra le due proposte deriva dall’atteggiamento (o analisi) che ci si trova ad avere nei confronti dei mutamenti sul mercato del lavoro e dai criteri usati per (ri)classificare le classi sociali.

Una delle analisi più compiute del concetto di “Precariat” (l’italiano precariato non rende la fusione tra proletario e precario) è quella di un professore di Economia della Sicurezza Sociale (mi viene un po’ da ridere al pensiero di introdurre l’insegnamento nelle università italiane) all’ università di Bath: Guy Standing. (Il suo libro è disponibile in licenza creative commons).

La sua analisi del “Precariat” (tenendo presente che ha dedicato buona parte del suo lavoro teorico per la diffusione del concetto) può essere riassunta, in termini familiari alle nottole marxiste-hegeliane, dalla sua trasformazione da classe-in-sé a classe-per-sè che ci porterebbe ad una “Politica di Inferno” rappresentata da un fascismo riadattato con i lavoratori precari che giocherebbero un ruolo analogo a quello del “lumpenproletariat” di marxiana memoria. Standing va giù pesante nelle sue varie definizioni del “Precariat”, arriva a definirlo come “una nuova classe pericolosa”, un “mostro” ed invoca la necessità di mettere in piedi delle contromisure prima che quel mostro prenda vita ed in particolare il bisogno di dare una “voce” che ascolti, comprenda e metta in piedi una “politica” in grado di comprendere e contenere la somma di insicurezze vissute all’interno di questa “classe” prima che diventi preda definitiva delle destre autoritarie. Processi che in parte abbiamo visto prendere luogo in Europa ed in particolare nel nostro paese.

Di fatto, il concetto di “precariato” è fondamentale per l’analisi del mercato del lavoro, dei processi di trasformazione del lavoro stesso e per il riconoscimento di quali siano le formazioni di classe che oggi si fronteggiano. Anticipo che non condivido le tesi che sostengono che il precariato sia una classe emergente poiché questa posizione preclude la comprensione effettiva delle trasformazioni avvenute nella divisione internazionale del lavoro, nello smantellamento (anche parziale) dello Stato Sociale ed in ultima analisi nello svuotamento della “Politica” intesa come partecipazione e come fattore dominante nella trasformazione delle nostre vite.

Non si tratta di rigettare il concetto di precariato in nome di fantomatiche ed illusorie “analisi di classe” ma di interpretarlo in maniera utile per definire una strategia politica. L’aspetto da rigettare invece è quello che utilizza il concetto di precariato come catalizzatore populista di fronte al nuovo antagonismo sociale che è trasversale al concetto di “classi sociali” e si limita alla presa d’atto di un “blocco di potere” (i garantiti, la finanza, i sindacalisti, i politici, chiamateli come volete, solo maschere che rappresentano il potere e la più banale certezza di non temere per un pasto, un tetto ed un paio di stracci da indossare con l’immancabile aggiunta della “device” di turno che ci fa sentire tutti uguali) e tutto il resto.

La precarietà, o meglio, senza enfasi retoriche da quattro soldi, l’insicurezza del lavoro, non è una “conquista” (sic.) recente ma un aspetto organico del Capitale come descritto, ripetuto e dimostrato da Marx, più e più volte, l’unica sostanziale differenza che ci fa capire che siamo in una fase di sviluppo qualitativo del lavoro (ah!, gli insopportabili vizi e vezzi dei marxisti-hegeliani o hegeliani-marxisti, innamorati della “dialettica”) è il peso totale dei cosiddetti precari sul totale dei lavoratori, ovviamente nel mondo occidentale poiché nel resto del pianeta si rivivono le condizioni primordiali tipiche degli inizi del capitalismo. Lo stesso uso di nuovi termini coniati per definire questo tipo di lavori (McJobs, flexiworking, mini-jobs. ecc.) ci fa capire come siano funzionali alla ristrutturazione “spaziale”, tecnologica ed organizzativa del capitalismo.

“I lavoratori dei docks di Liverpool vivono costantemente una situazione precaria ed incerta. L’offerta di lavoro è sempre superiore di gran lunga alla domanda e, di conseguenza, è che nessuno lavora più di quattro giorni alla settimana e mediamente 18 ore a settimana”, si può leggere in alcune cronache del 1882. Del resto il proletariato agrario della prima Inghilterra moderna era estremamente vulnerabile alle variazioni di domanda di lavoro e lo Stato era costantemente costretto ad intervenire con delle contromisure per evitare una vera e propria decimazione della popolazione. I filatori di cotone della prima rivoluzione industriale erano costantemente senza lavoro, alla ricerca di mille espedienti per sopravvivere. L’insicurezza è vecchia come il capitalismo ed ha sempre caratterizzato ampi settori dell’economia così come l’utilizzo di donne ed emarginati (per razza o status) per lo svolgimento della maggior parte dei lavori precari (o non retribuiti e socialmente necessari).

Con l’avvento del modello fordista di organizzazione del lavoro la stabilità dell’ occupazione diventa, invece, un obiettivo da  conseguire sia per ragioni di affermazione del marchio industriale sia per la sostituzione dell’operaio di mestiere con l’operaio massa. Ford, sosteneva che l’erogazione di un salario relativamente “alto” avrebbe portato ad una riduzione del costo complessivo del lavoro nel lungo termine. L’aumento della produttività, obiettivo costante della produzione capitalistica, era legato alla stabilità della forza-lavoro.

La rottura di questo sistema, sostanzialmente con forti accenti corporativi su cui si sono innestate, formate e, disgraziatamente, continuate, le politiche sindacali, è avvenuta come conseguenza della lunga crisi degli anni ’70, in particolare nel settore dei servizi, dove porzioni via via più grandi dell’occupazione totale sono state “appaltate” ad imprese che gestivano (e gestiscono) i lavoratori su base occasionale e temporanea. Posizioni di lavoro un tempo occupate da lavoratori stabili sono diventate il campo di attività di lavoratori temporanei.

Questo processo che man mano si è allargato a strati sempre più ampi di lavoratori spesso ben istruiti ma vincolati ad attività instabili senza necessità di fedeltà aziendali la cui esistenza è caratterizzata da insicurezza personale e sociale. L’unica solidarietà possibile è quella di gruppo con forti note individualistiche. Le forme di socializzazione sono rappresentate quasi esclusivamente da forme di “networking” piuttosto che dalle ormai superate (e non rappresentative del loro modo di esistenza) forme di “comunità” della vecchia classe operaia. D’altra parte sono loro che si sono ribellati nelle proteste anticapitalistiche dell’ultimo ventennio o giù di lì.

(continua)

(….Forse questa è una mia semplice fantasia, ma credo che la memoria della maggior parte di noi possa risalir più lontano di quanto generalmente si pensi; appunto come credo che la facoltà ’osservazione’ sia in molti bambini, per esattezza ed acume, addirittura prodigiosa. Di parecchi adulti, anzi, notevoli per questo rispetto, credo si possa dire, con maggior proprietà, non che abbiano acquistato, ma che non abbiano mai perduto quella facoltà; tanto più che simili uomini, come m’è dato spesso d’osservare, conservano certa freschezza, certa gentilezza e certa capacità di simpatia, che son certo qualità infantili rimaste in essi intatte fino all’età matura.)

Sotta ‘o muro. Inserto Gratuito.

di Antonio “Boka”

Seconda Intercessione.

Quando la crisi non è un episodio ma piuttosto la regola.

Partiamo da una constatazione semplice e piuttosto difficile da accettare. Questo secolo sarà (ancora) del Capitalismo piuttosto che di un socialismo (possibile e necessario direbbe qualcuno). Prosperità e crisi si alternano costantemente nel capitalismo (cortesia di Kondratieff) e rappresentano la tendenza verso la sua estensione e dominio piuttosto che segnali della sua fine.

Ma, c’è un punto che ha bisogno di essere chiaro: il “miracolo economico” ha rappresentato una “singolarità” (cortesia di Vernor Vinge e non pensate a Laurent o a qualsiasi testo di calcolo differenziale) della storia del capitalismo e non una possibilità “immanente”.

Molti apologeti (o semplici mosche cocchiere) attribuiscono all’avvento della globalizzazione ed alle orde tribali del capitalismo finanziario la riduzione della povertà nel mondo negli ultimi vent’anni. Oltre ad essere inutili idioti mistificano i dati di ciò che è avvenuto confidando nell’uccisione e sepoltura della memoria storica. In realtà è nel periodo post seconda guerra mondiale sino alla prima crisi petrolifera dei primi anni ’70 che il reddito reale è aumentato drammaticamente e le spese di welfare sono state ampliate. Allora sembrava davvero (e di fatto era avvenuto) che il capitalismo avesse trasceso la povertà.

Tuttavia alla fine degli anni settanta e nel decennio successivo è diventato chiaro che la crisi economica globale del 1974-75 non fosse stata solo una interruzione di questo miracolo economico. Lo sviluppo del capitalismo ha subito crisi sempre più frequenti e la risposta (semplicistica) è stata quella di invocare aumento delle esportazioni, maggiore sviluppo tecnologico ma, soprattutto un maggiore sfruttamento della forza lavoro. Il risultato, banale applicazione della divisione di una torta che non è senza fine, ha visto la stagnazione del reddito reale e la costante diminuzione delle spese dello stato sociale.

I periodo del miracolo economico, punto singolare dello sviluppo del capitalismo, ha però scavato in profondità nel subconscio collettivo, soprattutto in Germania. Ed è proprio all’interno della socialdemocrazia si è radicata la convinzione che con la “giusta” politica economica la piena occupazione può essere raggiunta. Bisogna solo “regolare” di nuovo ed in maniera adeguata lo sviluppo del capitalismo. In maniera più drammatica questa percezione ha alimentato la convinzione nella sinistra radicale (dibattito stantio dai tempi delle seconde e terze internazionali) che il miracolo economico abbia costituito il tuffo finale verso la crisi finale e la decadenza del capitalismo, ma la dura realtà dei fatti mostra che crisi e disoccupazione sono giusto la normalità capitalistica.

La vera differenza è stata rappresentata dal crollo del blocco sovietico. La grande crisi della bolla speculativa del ’97-’98 e l’allora già evidente eccesso di capacità industriali non ha rappresentato un grave problema poiché non esisteva più un avversario geopolitico nelle cui mani questo “incidente” avrebbe potuto costituire un’arma per il cambiamento.

In questo contesto le risposte alla crisi sono state unidirezionali ed asservite alla logica del capitale finanziario aprendo nuovi ambiti di investimenti: privatizzazione di imprese statali ed estensione ai settori dello stato sociale come l’assistenza sanitaria. Si è chiesto ai cittadini di essere “responsabili” in prima persona, che tradotto in termini semplici ha significato pagare di più in modo da ampliare i territori disponibili al profitto. Il credo neoliberista di uno stato “magro” ha raggiunto il punto più alto della sua efficacia, riduzione dei bilanci fiscali dello stato sociale sono stati chiesti a ripetizione dietro la richiesta di austerità che giustificava il taglio dei servizi sociali e la privatizzazione delle imprese statali. L’ulteriore sviluppo del capitalismo richiedeva la “sussunzione” (cit.) di nuove sfere di esistenza sotto la logica della massimizzazione del profitto.

I due “recenti” giganti” economici, Cina ed India hanno reagito ed invaso il mercato mondiale con strategie differenti. La Cina ha preferito la via dell’accumulazione originaria con l’immissione di enormi masse di lavoratori a basso costo, l’India con imponenti investimenti nel campo dell’educazione rendendo i suoi lavoratori (a basso costo) appetibili per gli investitori stranieri. Allo stesso tempo, però, contrariamente ai risultati del “miracolo economico” le disparità di reddito e di sviluppo regionale sono aumentate drasticamente. L’imponente esercito di poveri reso disponibile come forza lavoro garantisce un flusso di manodopera a basso costo per i decenni a venire. Per il capitalismo del XXI secolo l’unico bene non scarso (che quindi non richiede allocazione efficiente e sottolineerei non soggetto alle regole del “loro” mercato” mancando l’attributo fondamentale) sarà rappresentato dal lavoro e, come ben noto, siamo di fronte ad un aumento del plusvalore assoluto (quello relativo avviene con l’innovazione tecnologica) grazie all’estensione della giornata lavorativa e la riduzione dei salari reali.

Abbiamo buttato via il Novecento ma gli innamorati del secolo precedente aumentano di giorno in giorno. Beata ignoranza e miopia, vere forze innovatrici della politica attuale.

In Europa questa modifica (tristemente con i socialdemocratici tedeschi) è avvenuta compitamente con il programma Hartz IV con la crescita dei “mini-obs” e la diffusione del lavoro temporaneo. Imporre il deterioramento delle condizioni del lavoro ha reso semplice la gestione del lavoro. Molto più semplice non rinnovare i rapporti di lavoro piuttosto che impegnarsi in faticose contrattazioni collettive. L’introduzione di misure di sostegno come i vari redditi minimi, condizionati e non, ha reso possibile lo smantellamento in atto di tutti i servizi di welfare. Il precariato come condizione universale permette il raggiungimento di un obiettivo fondamentale per il comando capitalistico: la distruzione della comunanza di interessi sostituita dalla lotta per la sopravvivenza.

La nuova classe esplosiva

Precari, l’economista: “Sono la nuova classe esplosiva. Occorre redistribuire ricchezza con reddito di cittadinanza”

Per Guy Standing, sociologo e docente alla School of Oriental and African Studies, la flessibilità del lavoro è un cambio epocale e sta sconvolgendo la politica occidentale e spiazzando i sindacati. “Corbyn e Sanders seppelliranno la vecchia sinistra”.

Joann Rupert, un magnate con 8 miliardi di dollari di patrimonio personale, a una conferenza a Monaco ha detto che non riesce a dormire, perché immagina che ogni persona là fuori si ribelli, prenda le armi e vada a prenderlo con i forconi: ‘E sapete una cosa? Avrebbero ragione loro’, ha detto. La nostra speranza è che sempre più di queste persone abbiano gli incubi”. Guy Standing non è più soltanto un autorevole sociologo ed economista (ora insegna alla School of Oriental and African Studies). È diventato un profeta dell’avvento del precariato come “nuova classe esplosiva”. Sta finendo il suo terzo libro sul tema, dopo Precariato (Il Mulino, 2012) e Diventare cittadini (Feltrinelli, 2015). È riuscito a spiegare a un pubblico anglosassone che l’estrema flessibilità del mercato del lavoro imposta soprattutto ai giovani, l’erosione dei loro diritti, la perdita del controllo sul loro tempo di vita, non sono sintomi inevitabili della vitalità del capitalismo, ma un cambio epocale. Abbiamo incontrato il professor Standing a Udine, al Future Forum promosso dalla Camera di Commercio locale.

Professor Standing, qui in Italia si dice che sta arrivando un po’ di ripresa, che il peggio è alle spalle.
Negli ultimi trent’anni l’offerta di lavoro, di persone nel mercato del lavoro globale, è quadruplicata. E molti di questi sono abituati a salari pari a un cinquantesimo di quanto un lavoratore francese o italiano può considerare accettabile. Non serve un dottorato in economia per capire che questo mette una forte pressione al ribasso sui salari, che infatti iniziano a convergere verso il basso a livello globale.

Con quali ripercussioni?
Ovunque, nel mondo, la quota di ricchezza prodotta che va verso il capitale aumenta, quella che va al lavoro scende. Il Paese dove la forbice è maggiore è la Cina. Ma la crescita della disuguaglianza in termini di condizioni sociali è salita molto più di quella dei redditi. Smantellare il vecchio assetto social democratico ha comportato che i lavoratori hanno perso accesso ai benefici non legati al lavoro.

In Italia c’è Matteo Renzi, la sinistra che vince anche usando ricette della destra.
Renzi è come Tony Blair all’inizio: vuole tagli di tasse. Chi ne beneficia? E chi subisce il costo dei tagli di spesa? Gradualmente perdi la tua base, cercando di applicare un approccio utilitarista alla tua idea di classe media. E così i partiti della sinistra tradizionale muoiono. Ma si aprono spazi per una nuova politica progressista.

Quindi la sinistra tradizionale deve morire perché ne possa emergere una contemporanea?
No, ma la sua frammentazione e liquefazione è già in atto: sta succedendo in Spagna, con l’ascesa di Podemos. Ma accade lo stesso anche in Polonia e in Danimarca. E in Grecia, dove il Pasok è stato ucciso. Poi Tsipras ha fallito, ma ha dimostrato che c’era un nuovo spazio politico. Un leader di un grande partito di sinistra mi ha confidato: ‘Guy, io sono d’accordo con quello che dici, ma se lo dico i sindacati e la vecchia guardia mi fanno fuori’. Gli ho risposto: allora non dovresti essere il leader.

I sindacati sono parte del vecchio da distruggere o l’ultimo baluardo?
Sono sempre stato un membro del sindacato. Ma se comincio a parlare di reddito minimo, la reazione più furiosa arriva proprio da loro, dai sindacati. Eppure significa redistribuire sicurezza e reddito. Un leader sindacale italiano ha confessato: ‘La verità è che se le persone hanno una sicurezza di base, non si iscrivono ai sindacati’.

E così avanzano i partiti degli arrabbiati. La chiamano antipolitica.
Un leader politico europeo mi ha scritto: ‘Il precariato è post-politico’. Io gli ho risposto con rabbia: ‘No, semplicemente non vota per te. Non è più vero che i precari non si sanno organizzare’. Noam Chomski mi ha chiesto: ‘Cosa pensi di Jeremy Corbyn, il nuovo leader dei laburisti britannici?’. Gli ho risposto: ‘Non sono religioso, ma se lo fossi direi che è più Giovanni Battista che Gesù Cristo’. Corbyn ha ucciso il Labour, lo ha reso ineleggibile. E Bernie Sanders, il candidato alla Casa Bianca che si proclama socialista può fare lo stesso con il Partito democratico americano. È l’inizio del cambiamento. Su un muro di Madrid ho letto un graffito della stagione degli Indignados: ‘Il peggio sarebbe tornare alla vecchia normalità’. Non vogliamo tornare al periodo laburista.

Qualcosa si muove.
In Polonia, poco prima delle ultime elezioni, un movimento di precari mi ha chiesto un incontro. Si chiamano Razem, poche settimane dopo hanno preso 700.000 voti. Podemos è diventato un movimento in pochi mesi. Anche in Danimarca, dal nulla il partito che rappresenta le istanze del precariato è arrivato al 10 per cento. I precari si stanno riconoscendo tra loro ed entrando nell’arena politica.

Perché lei sostiene la necessità del reddito minimo di cittadinanza?
È un modo di redistribuire la ricchezza generata dai nostri predecessori. È un dividendo dalla collettività che spetta ai residenti legali in un Paese, inclusi i migranti. Senza condizioni, non legato alla ricerca di lavoro. L’unico modo per controllare il tempo di lavoro nella società del precariato è dare alla gente la possibilità di dire no. E si può fare solo se si dà un reddito sufficiente a consentire la scelta.

(da Il Fatto Quotidiano del 24 febbraio 2016)

Una rivoluzione ci salverà

segnalato da Barbara G.

Il documentario che ci prepara alla rivoluzione climatica

Il saggio di Naomi Klein è diventato un documentario emozionante e intenso che vuole porre fine al capitalismo, per il benessere del pianeta.

di Tommaso Perrone – lifegate.it

A inizio 2015, la scrittrice e giornalista canadese Naomi Klein ha pubblicato un libro manifesto sui cambiamenti climatici e il capitalismo. Si chiama Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile (This changes everything, in inglese). La sua tesi è che bisogna cambiare radicalmente il modo in cui la popolazione mondiale vive, produce e gestisce le proprie attività economiche, non c’è altro modo di evitare il peggio per il pianeta. Per mesi, Klein è andata in giro per il mondo a presentare il suo lavoro e dimostrare come il sistema capitalista come noi lo conosciamo non è più sostenibile.

Il 2 dicembre esce nelle sale italiane anche il documentario omonimo diretto da Avi Lewis e prodotto, tra gli altri, da Alfonso Cuarón. Una pellicola che cerca di dimostrare come l’avidità e l’indifferenza del genere umano nei confronti del pianeta non siano più accettabili. Per salvare la Terra e contrastare i cambiamenti climatici bisogna agire ora. C’è bisogno dell’impegno coordinato dei governi che diano senso e seguito ai gesti di ogni cittadino.

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Naomi Klein: «Vertice clima Cop21 a Parigi, rischio di patto al ribasso»

«C’è il rischio che il terrorismo danneggi la capacità della società civile di far ascoltare la propria voce: molte protese sono state vietate»

di Maurizio Caprara – corriere.it

«C’è il rischio che il terrorismo danneggi la capacità della società civile di far ascoltare la propria voce, di far sentire la propria pressione sui leader che si riuniranno nella conferenza di Parigi sul clima», afferma Naomi Klein. La saggista canadese autrice di libri con vendite superiori al milione di copie lo dice alCorriere mentre si trova nella capitale della Francia ferita dalle stragi compiute da integralisti islamici, la stessa città che da domenica prossima all’11 dicembre ospiterà l’incontro mondiale chiamato Cop21 che verrà raggiunto all’inizio dei lavori da 147 tra capi di Stato e di governo. Nei giorni della conferenza la donna diventata famosa con il volume No logo parteciperà a una proiezione di This changes everything (Questo cambia tutto), film-documentario che dal 2 dicembre si potrà vedere in 52 cinema italiani. Girato dal marito Avi Lewis, è un viaggio per immagini in varie parti del mondo ispirato dal libro di Naomi Klein che all’estero ha per sottotitolo Il capitalismo contro il clima. In Italia, stampato da Rcs libri, si intitola Una rivoluzione ci salverà – Perché il capitalismo non è sostenibile. Pagine e sequenze hanno in comune, in sostanza, una tesi: la prospettiva delle catastrofi possibili con il surriscaldamento del pianeta può consigliare al mondo di rinunciare alle energie inquinanti, di ricorrere soltanto alle fonti rinnovabili, di ridisegnare il sistema economico prevalente riducendo le disuguaglianze sociali.

Dunque quale impatto prevede che avranno sulla conferenza di Parigi le incursioni sanguinose del 13 novembre?
«Di preciso non sappiamo quali saranno. Però so questo: stanno avendo un effetto sulla capacità della società civile di far ascoltare la propria voce. Molte proteste sono state vietate».

A consentirlo è lo stato d’emergenza dichiarato in Francia. Il governo ha proibito le marce sul cambiamento climatico previste per domenica e il 12 dicembre. Da presidente della conferenza, Laurent Fabius ha sottolineato che tanti incontri pubblici saranno confermati.
«Mi pare dicano che le manifestazioni all’aperto saranno vietate. Si svolgeranno incontri, concerti. Riguardo al summit, le questioni non ancora decise sono molte: se le sue decisioni saranno legalmente vincolanti e a quanto ammonteranno i finanziamenti per i Paesi in via di sviluppo, per esempio, sono punti tuttora oggetto di negoziato. La possibilità di esercitare piena pressione sui leader è diminuita».

Pensa che questo ulteriore danno sia stato già prodotto dagli attentati costati la vita a 130 persone?
«Penso che un danno ci sia già. Temo che se venisse stretto un cattivo accordo i Paesi in via di sviluppo avrebbero meno spazio per criticare l’intesa senza essere visti come traditori della solidarietà alla Francia. Le due questioni invece andrebbero tenute distinte. I nostri leader prendono le loro decisioni migliori quando avvertono una pressione dei movimenti sociali e se è in gioco un accordo forte vengono messi sotto pressione da grandi compagnie con molti soldi».

Quali?
«Le aziende dei combustibili fossili hanno pieno accesso ai politici che saranno alla conferenza. Imprese inquinanti lo sponsorizzano. La società civile, che non ha danaro, è frenata. La voce degli affari no, perché quelli non portano alle piazze: portano ai retrobottega. Il movimento non si arrenderà. Troverà le vie più creative per dire che l’accordo deve essere ambizioso e vincolante».

Ad aprire una delle vie sarà lei?
«Il nostro film diventa ancora più importante perché amplifica voci che potrebbero non essere ascoltate. A Parigi verranno le persone danneggiate da un’economia incurante dei limiti posti dalla natura che parlano nel documentario».

In «This changes everything» lei sostiene: «La Grecia è aperta a ogni possibilità: a causa della crisi è possibile vendere il suolo, dalle miniere d’oro agli impianti di trivellazione e non solo. È lo stesso che sta accadendo in Spagna e Italia». Si riferisce, sull’Italia, a qualcosa in particolare?
«Come in Grecia, da voi c’è stata forte pressione per estrarre petrolio da sotto il mare, raddoppiarne la produzione. È l’esempio più drammatico, penso poi ai tagli a sostegni per le energie rinnovabili. Il calo del prezzo del greggio forse abbassa la pressione, l’obiettivo tuttavia era quello».

Nel documentario lei descrive i dolori sofferti dai greci durante la crisi, ma non accenna alle colpe della classe politica greca che aveva innalzato la spesa pubblica improduttiva. Perché?
«In Grecia a pagare il prezzo più alto della crisi non sono i politici: è la gente comune. Un documentario è fatto di brani brevi che non esauriscono tutto dei temi trattati. Comunque è vero che i sacrifici sono stati chiesti alla gente comune, e questo nel film si fa vedere».

Capitalismo assassino

segnalato da Barbara G.

Evo Morales alla Cop21: «Il capitalismo provocherà la scomparsa della vita sul pianeta»

Rafael Correa: «La crescita economica illimitata è indesiderabile e impossibile»

greenreport.it, 01/12/2015

Il presidente della Bolivia, Evo Morales, è intervenuto alla seduta inaugurale della Conferenza delle parti Unfccc di Parigi con una forte denuncia dei fallimenti dei colloqui sul clima degli ultimi e mettendo nuovamente in guardia sul pericolo per il pianeta rappresentato dall’attuale modello di sviluppo e consumo. «Se continuiamo nel cammino tracciato dal capitalismo, siamo condannati a sparire».

Il presidente socialista della Bolivia ha definito la Conferenza di Parigi «storica e unica», ma ha avvertito che questo «Implica responsabilità verso la vita e la Madre Terra, la quale si avvicina pericolosamente al crepuscolo del suo ciclo vitale».

Secondo Morales, «Il sistema capitalista ha scatenato una forza sviluppista e distruttrice in nome della libertà di mercato, che ha avuto significative conseguenze sul pianeta. Il capitalismo ha convertito tutto in merce a beneficio di pochi. Non avvertire con chiarezza le cause dell’origine del cambiamento climatico, sarebbe un atto di tradimento della vita e della Madre Terra. Siamo presenti qui per esprimere le cause del riscaldamento globale a nome dei movimenti sociali del mondo, per consegnare le conclusioni della conferencia mundial sobre el cambio climático celebrata a Cochabamba, con delegati dei cinque continenti»

Morales ha detto ai delegati della COP21: «Dobbiamo ascoltare i popoli, gli scienziati per salvare la vita. Partecipiamo a questo vertice per esprimere la nostra profonda preoccupazione per i drammatici effetti del cambiamento climatico e consegnare il manifesto che abbiamo chiamato “Salvar la Madre Tierra para salvar la vida”. Chiediamo la cessazione dell’irreversibile distruzione del pianeta e ricordiamo che il capitalismo ha sviluppato una forza travolgente e distruttiva della vita, ispirato dalla produzione di beni di consumo che distruggono la natura, con guerre e conquiste. Non possiamo mantenere il silenzio complice, né parlare di prudenza quando siamo alla soglia della distruzione della vita. Negli ultimi due secoli il capitalismo ha convertito tutto in merce. Oggi osserviamo con angustia che centinaia di popoli e culture sono scomparsi e altri stanno scomparendo e che milioni di persone muoiono come conseguenza della fame e delle malattie e che la storia del mondo è piena di massacri, sangue, orrore e ingiustizie».

Morales ha concluso: «L’individualismo, il consumismo sono una piaga che condanna l’umanità a sparire».

In una conferenza stampa a margine della COP21 Morales ha detto: «Possiamo parlare di un grado, due o meno di un grado e della responsabilità condivisa,  di finanziamenti, di trasferimenti condivisi, però se non aggrediamo le cause del riscaldamento globale nessuno risolverà il problema del cambiamento climatico, nessuno avrà risolto il problema».

Il presidente boliviano ha ricordato che «Con meno di un grado muoiono migliaia di persone nel mondo e non si trova acqua nei pozzi», per questo «Bisogna attaccare alla radice il problema, che riguarda il sistema capitalista dei Paesi esageratamente industrializzati. La causa del riscaldamento globale è il sistema capitalista. Un sistema che ha distrutto un modello economico e che non ha risolto nessun problema».

Alla COP21 è intervenuto, anche come presidente de la Comunidad de Estados Latinoamericanos y del Caribe,  un altro esponente della sinistra sudamericana, il presidente dell’Ecuador Rafael Correa, che ha ricordato che «La crescita economica illimitata è indesiderabile e impossibile. E’ indesiderabile perché gli aumenti del PIL per abitante, a partire da un certo limite, non ha relazione con il sentimento di felicità di un popolo, il che è conosciuto come “paradosso di Easterlin”, definito oltre 30 anni fa. Però, soprattutto, la crescita economica illimitata è impossibile. La tecnologia e l’efficienza ampliano i limiti, però on li eliminano. L’effetto consumo domina l’effetto efficienza. Il consumo de energia è amentato a un tasso medio annuo del 2.5% tra gli anni 1971 e 2012. La domanda non è se possiamo continuare a crescere, ma quando si fermerà la crescitra economica nel mondo: una decisione concertata tra gli abitanti della Terra o la reazione del pianeta che convertirà questo sogno di avidità nel peggiore degli incubi».

Correa ha ripreso il tema delle responsabilità comuni ma differenziate tanto caro al G77 + Cina e ha ricordato che «Un abitante dei paesi ricchi emette 38 volte più CO2 di un abitante dei Paesi poveri. Questo non vuol dire che non ci sono effetti ambientali legati alla povertà come l’erosione dei suoli o la mancanza di trattamento dei rifiuti solidi. Inoltre, la differenza dell’efficienza energetica tra i Paesi ricchi e poveri è abissale e si è incrementata da 4,.2 a 5,1 volte tra il 1971 e il 2011. La scienza e la tecnologia sono  rivali del consumo, di conseguenza, più persone le utilizzino meglio è. Questa è l’idea centrale di quella che in Ecuador abbiamo chiamato l’ecnomia sociale della conoscenza. Al contrario, quando un bene diventa scarso o si distrugge mentre viene consumato, come la natura, è allora che bisogna limitare il suo consumo, per evitare quello che Garret Hardin nel suo celebre articolo del 1968 chiamò “la tragedia dei beni comuni”».

Correa chiede quindi un accordo mondiale che dichiari le tecnologie per la mitigazione del cambiamento climatico “beni pubblici” e che ne garantisca il libero accesso. Chiede invece un accordo vincolante per «evitare il consumo gratuito di beni ambientali. Una risposta è rendere vincolante il  Protocollo di Kioto ed ampliaro per compewnsare le Emissioni nette evitare. Le ENE sono le emissioni che potendo essere realizzate non sono emesse, o le emissioni che, esistendo nell’economia di ogni Paese, vengono ridotte. ENE è il concetto esaustivo richiesto per completare Kioto, perché implica compensazioni per le azioni e le astensioni e ingloba tutte le attività economiche che coinvolgono lo sfruttamento, l’uso e l’approvvigionamento di risorse rinnovabili e non rinnovabili. Questi sono incentivi per evitare flussi di emissioni. Però esiste anche un debito ecologiche deve essere pagato e che, soprattutto, non deve continuare ad aumentare».

il presidente dell’Ecuador ha poi sottolineato che «E’ qui che c’è un’indea fondamentale per qualsiasi dibattito slla sostenibilità e la conservazione nei Paesi poveri: non sarà possibile se non produrrà miglioramenti chiari e diretti nel livello di vita della loro popolazione. Papa Francesco, nella sua recente enciclica Laudato Si, ci ricorda che nei Paesi in via di sviluppo ci sono le più importanti riserve della biosfera  e che con quelle si continua ad alimentare lo sviluppo dei paesi più ricchi».

Per Correa è necessario realizzare la Declaración Universal de los Derechos de la Naturaleza, contenuti nella Costituzione dell’Ecuador e «Il principale diritto universale della natura dovrebbe essere quello che possa continuare a esistere, per essere fonte di vita, però anche perché possa offrire i mezzi necessari perché le nostre società possano raggiungere il buen vivir. Da qui un’altra idea per evitare certi fondamentalismi: l’essere umano non è l’unico importante in natura, però continua ad essere il più importante».

Correa ha concluso sottolineando che «La principale risposta per la lotta contro il cambiamento climatico è, quindi, creare la Corte Internazionale di Giustizia Ambientale, la quale dovrebbe sanzionare gli attentati contro i diritti della natura e stabilire gli obblighi riguardo al debito ecologico e al consumo dei beni ambentali. Niente giustifica il fatto che abbiamo tribunali per proteggere gli investimenti, per obbligare a pagare debiti finanziari, però non per proteggere la natura e obbligare a pagare i debiti ambientali. Si tratta solo della perversa logica di “privatizzare i benefici e socializzare le perdite”, pero il pianeta non la regge più. Le nostre proposte si possono riassumere in una frease magica: Giustizia ambientale, però, come diceva Trasimaco più di duemila anni fa nel suo dialogo con Socrate, “la giustizia è solo la convenienza del più forte”».

Decolonizzare la mente dall’invenzione dell’economia

Latouche: “L’economia ha fallito, il capitalismo è guerra, la globalizzazione violenza”

Serge Latouche

Il teorico della decrescita felice interviene al Bergamo Festival: “Il libero scambio è come la libera volpe nel libero pollaio”. E poi critica l’Expo: “È la vittoria delle multinazionali, non certo dei produttori. Serve un passo indietro, siamo ossessionati dall’accumulo e dai numeri”.

di Giuliano Balestreri – Repubblica.it, 10 maggio 2015

“La globalizzazione è mercificazione”. Peggio: “Il libero scambio è come la libera volpe nel libero pollaio”. E ancora: “L’Expo è la vittoria delle multinazionali, non certo dei produttori”. Serge Latouche, francese, classe 1940, è l’economista-filosofo teorico della decrescita felice, dell’abbondanza frugale “che serve a costruire una società solidale”. Un’idea maturata anni fa in Laos, “dove non esiste un’economia capitalistica, all’insegna della crescita, eppure la gente vive serena”.

Di più: la decrescita felice è una delle strade che portano alla pace. E Latouche ne parlerà il 12 maggio al Bergamo Festival (dall’8 al 24 maggio) dedicato al tema “Fare la pace”, anche attraverso l’economia. L’economista francese, in particolare, si concentrerà sulla critica alle dinamiche del capitalismo forzato che allarga la distanza fra chi riesce a mantenere il potere economico e chi ne viene escluso. Ecco perché, secondo Latouche, la decrescita sarebbe garanzia e compensazione di una qualità della vita umana da poter estendere a tutti. Anche per questo “considerare il Pil non ha molto senso: è funzionale solo a logica capitalista, l’ossessione della misura fa parte dell’economicizzazione. Il nostro obiettivo deve essere vivere bene, non meglio”.

Abbiamo sempre pensato che la pace passasse per la crescita e che le recessioni non facessero altro che acuire i conflitti. Lei, invece, ribalta l’assioma.

Fa tutto parte del dibattito. Per anni abbiamo pensato proprio che la crescita permettesse di risolvere più o meno tutti i conflitti sociali, anche grazie a stipendi sempre più elevati. E in effetti abbiamo vissuto un trentennio d’oro, tra la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni Settanta. Un periodo caratterizzato da crescita economica e trasformazioni sociali di un’intensità senza precedenti. Poi è iniziata la fase successiva, quella dell’accumulazione continua, anche senza crescita. Una guerra vera, tutti contro tutti.

Una guerra?

Sì, un conflitto che ci vede contrapposti gli uni agli altri per accumulare il più possibile, il più rapidamente possibile. È una guerra contro la natura, perché non ci accorgiamo che in questo modo distruggiamo più rapidamente il pianeta. Stiamo facendo la guerra agli uomini. Anche un bambino capirebbe quello che politici ed economisti fingono di non vedere: una crescita infinita è per definizione assurda in un pianeta finito, ma non lo capiremo finché non lo avremo distrutto. Per fare la pace dobbiamo abbandonarci all’abbondanza frugale, accontentarci. Dobbiamo imparare a ricostruire i rapporti sociali.

Un cambio rotta radicale. Sapersi accontentare, essere felici con quello che si ha non è certo nel dna di una società improntata sulla concorrenza. 

È evidente che un certo livello di concorrenza porti beneficio a consumatori, ma deve portarlo a consumatori che siano anche cittadini. La concorrenza non deve distruggere il tessuto sociale. Il livello di competitività dovrebbe ricalcare quello delle città italiane del Rinascimento, quando le sfide era sui miglioramenti della vita. Adesso invece siamo schiavi del marketing e della pubblicità che hanno l’obiettivo di creare bisogni che non abbiamo, rendendoci infelici. Invece non capiamo che potremmo vivere serenamente con tutto quello che abbiamo. Basti pensare che il 40% del cibo prodotto va direttamente nella spazzatura: scade senza che nessuno lo comperi. La globalizzazione estremizza la concorrenza, perché superando i confini azzera i limiti imposti dallo stato sociale e diventa distruttiva. Sapersi accontentare è una forma di ricchezza: non si tratta di rinunciare, ma semplicemente di non dare alla moneta più dell’importanza che ha realmente.

I consumatori però possono trarre beneficio dalla concorrenza.

Benefici effimeri: in cambio di prezzi più bassi, ottengono salari sempre più bassi. Penso al tessuto industriale italiano distrutto dalla concorrenza cinese e poi agli stessi contadini cinesi messi in crisi dall’agricoltura occidentale. Stiamo assistendo a una guerra. Non possiamo illuderci che la concorrenza sia davvero libera e leale, non lo sarà mai: ci sono leggi fiscali e sociali. E per i piccoli non c’è la possibilità di controbilanciare i poteri. Siamo di fronte a una violenza incontrollata. Il Ttip, il trattato di libero scambio da Stati Uniti ed Europa, sarebbe solo l’ultima catastrofe: il libero scambio è il protezionismo dei predatori.

Come si fa la pace?

Dobbiamo decolonizzare la nostra mente dall’invenzione dell’economia. Dobbiamo ricordare come siamo stati economicizzati. Abbiamo iniziato noi occidentali, fin dai tempi di Aristotele, creando una religione che distrugge le felicità. Dobbiamo essere noi, adesso, a invertire la rotta. Il progetto economico, capitalista è nato nel Medioevo, ma la sua forza è esplosa con la rivoluzione industriale e la capacità di fare denaro con il denaro. Eppure lo stesso Aristotele aveva capito che così si sarebbe distrutta la società. Ci sono voluti secoli per cancellare la società pre-economica, ci vorranno secoli per tornare indietro.

Oggi preferisce definirsi filosofo, ma lei nasce come economista.

Sì, perché ho perso la fede nell’economia. Ho capito che si tratta di una menzogna, l’ho capito in Laos dove la gente vive felice senza avere una vera economia perché quella serva solo a distruggere l’equilibrio. È una religione occidentale che ci rende infelici.

Eppure ai vertici della politica gli economisti sono molti.

E infatti hanno una visione molto corta della realtà. Mario Monti, per esempio, non mi è piaciuto; Enrico Letta, invece, sì: ha una visione più aperta, è pronto allo scambio. Io mi sono allontanato dalla politica politicante, anche perché il progetto della decrescita non è politico, ma sociale. Per avere successo ha bisogno soprattutto di un movimento dal basso come quello neozapatista in Chiapas che poi si è diffuso anche in Ecuador e in Bolivia. Ma ci sono esempi anche in Europa: Syriza in Grecia e Podemos in Spagna si avvicinano alla strada. Insomma vedo molti passi in avanti.

A proposito, Bergamo è vicina a Milano. Potrebbe essere un’occasione per visitare l’Expo.

Non mi interessa. Non è una vera esposizione dei produttori, è una fiera per le multinazionali come Coca Cola. Mi sarebbe piaciuto se l’avesse fatto il mio amico Carlo Petrini. Si poteva fare un evento come Terra Madre: vado sempre a Torino al Salone del Gusto, ma questo no, non mi interessa. È il trionfo della globalizzazione, non si parla della produzione. E poi non si parla di alimentazione: noi, per esempio, mangiamo troppa carne. Troppa e di cattiva qualità. Ci facciamo male alla salute. Dovremmo riscoprire la dieta mediterranea. Però, nonostante tutto, sul fronte dell’alimentazione vedo progressi. Basti pensare al successo del movimento Slow Food.