casa

Pulizia sociale

segnalato da Barbara G.

Dietro il rogo alla Greenfell Tower il sospetto della “pulizia sociale”

di Roberto Calabrò – glistatigenerali.com, 19/06/2017

La morte dei due giovani architetti italiani Gloria Trevisan e Marco Gottardi nel rogo della Grenfell Tower mi ha colpito come un pugno allo stomaco. Non solo per la nazionalità, ma anche perché anch’io, come loro, mi ero trasferito a Londra appena laureato, esattamente vent’anni fa. E perché, come loro, mi è capitato di vivere in due council estate, gli edifici di edilizia popolare costruiti a partire dagli anni Settanta per venire incontro alle esigenze abitative di una fetta della popolazione che, oggi come ieri, non ce la fa a sostenere la follia del mercato immobiliare londinese. Un mercato in cui i prezzi delle case sono triplicati negli ultimi venti anni.

Conosco, dunque, da vicino la realtà dell’edilizia popolare londinese e so che questi stabili, molti dei quali realizzati in aree una volta depresse e oggi divenute di grande pregio, fanno gola a tanti: ai politici che non vedono l’ora di sgomberare aree ricche dalla presenza indesiderata di immigrati e persone dei ceti sociali meno abbienti; e ai costruttori, i famigerati developers, che hanno fatto un business milionario della ristrutturazione di interi quartieri con la conversione dei council estate in residenze di lusso da vendere a prezzi decuplicati.

La complicità della politica è evidente. Il meccanismo è semplice e rodato: abbandonare gli stabili al loro destino riducendone al minimo la manutenzione fino al punto da renderli inagibili. A quel punto si provvede a sgomberarli per “ragioni di sicurezza”, apparentemente nell’interesse degli stessi inquilini, poi murarli per evitare le occupazioni, infine cedere l’area ai developers che li butteranno giù per ricostruirli in versione lussuosa.

Se dal punto di vista finanziario e commerciale l’operazione è un successo, il prezzo sociale è elevatissimo. A farne le spese, ça va sans dire, sono sempre i poveri. Il rinnovamento urbanistico e la gentrificazione che Londra sta sperimentando a ritmi velocissimi negli ultimi anni significa anche sradicare intere famiglie da quartieri di grande interesse immobiliare e obbligarle a spostarsi in aree periferiche della metropoli. Non si tiene in considerazione che quelle persone, quelle famiglie, vivono da decenni nei quartieri oggi ambiti dai costruttori e lì hanno messo radici, strutturato la loro intera esistenza, costruito le loro reti sociali e relazionali. In una parola, la loro identità.

L’incendio della Grenfell Tower ha avuto il merito di smascherare questa ipocrisia della politica e dell’economia. La rabbia dei sopravvissuti e degli abitanti di Latimer Road è esplosa nel momento della tragedia. I loro appelli inascoltati affinché gli impianti del palazzo venissero messi a norma sono diventati un capo d’accusa moralmente insostenibile per la società comunale incaricata della manutenzione e per lo stesso Municipio di Kensington e Chelsea a guida Tory.

“Vogliono le persone come noi fuori dalla zona,” ha dichiarato al Guardian un’assistente bibliotecaria, mentre Beinazir Lasharie, residente e consigliere municipale del Labour, ha rincarato la dose: “Al Municipio di Kensington e Chelsea non importa nulla di noi, non ci danno ascolto. È come se volessero che ce ne andassimo da qui. Stanno facendo una pulizia sociale in tutto il quartiere”. Un’opinione ampiamente diffusa tra gli abitanti di Latimer Road che ha fatto scattare la rabbiosa manifestazione dell’altro giorno con l’occupazione temporanea degli uffici comunali. Il rogo assassino ha portato al momento della verità. Le risposte della politica su cosa sarà della Grenfell Tower e dei suoi abitanti ci diranno se i sospetti di pulizia sociale in atto attraverso le politiche abitative sono fondati o meno.

Antiziganista a sua insaputa

segnalato da Antonella feat. Barbara G.

I diritti agli italiani, i doveri ai Rom: Virginia Raggi, antiziganista a sua insaputa.

di Carlo Gubitosa – “Matita rossa” – gubitosa.blogautore.espresso.repubblica.it, 10/06/2016

Di recente ho riassunto in questa infografica pubblicata nel volume “Tracce Migranti” alcuni dati sulla questione Rom pubblicati dall’associazione “21 Luglio”, che negli ultimi due anni ha prodotto nei suoi rapporti annuali quella che considero finora la piu’ seria analisi sul problema dell’antiziganismo, dei campi nomadi come ghetti segregazionisti, della logica emergenziale come comodo espediente per avere sempre un cattivo su cui puntare il dito mentre si chiedono voti ai cittadini.

Il Rapporto Annuale 2015 – scrivono dall’associazione – contiene inoltre un focus sulla situazione a Roma, dove oggi circa 8 mila persone vivono in baraccopoli istituzionali, micro insediamenti e “centri di raccolta”. Nel solo 2015, nella Capitale, le autorità locali hanno condotto 80 sgomberi forzati (+135% rispetto all’anno precedente, quando gli sgomberi erano stati 34). Tali azioni – prosegue il rapporto – in violazione dei diritti umani e del diritto internazionale, hanno coinvolto 1.470 persone, tra cui donne e minori, per un costo complessivo superiore a 1,8 milioni di euro, pari a 1.255 euro per ogni persona sgomberata“.

Ma per Virginia Raggi, in ossequio ai più classici stereotipi dell’antiziganismo, il “dato più devastante” relativo ai campi Rom e’ che ci costano troppo (e non che sono dei ghetti indegni dove il segregazionismo abitativo su base etnica nega a molti bambini il diritto alla scuola, alla salute e al futuro), il problema dei Rom e’ che non lavorano, li manteniamo con i nostri soldi, mandano a rubare i bambini, e se i campi Rom vanno chiusi perché ci obbliga l’Europa, e non perché i nuovi ghetti di Roma ci fanno schifo quanto il vecchio ghetto di Varsavia.

In breve, “i Rom devono pagare le tasse e rispettare la legge come gli Italiani, e i loro bambini devono andare a scuola” come se per loro fosse in vigore un regime fiscale e un codice penale a parte, con la contestuale sopensione dell’obbligo scolastico.

Verrebbe da chiamarlo razzismo, se fosse basato su una ideologia organica e su un sistema di pensiero strutturato, ma il problema e’ che quello della Raggi e’ un pensiero unico discriminatorio “a sua insaputa”, che non nasce da una ideologia organica, per quanto malata e aberrante, ma dal cocktail mortale tra ignoranza, superficialita’ e “buon senso” da bar, appena imbellettati con polvere di stelle. In altre parole il temibile, disinformato e pericoloso pensiero della “brava gente” animata da buone intenzioni e tanti pregiudizi, che nel nostro paese ha fatto danni quanto la cattiva.

Il problema non e’ una etnia su cui la politica scarica le proprie responsabilita’ e il cittadino le proprie frustrazioni, ma la negazione del diritto alla casa, un diritto che va riconosciuto ai Rom che vivono nei campi, ai poveri che vivono nei dormitori caritas, alle famiglie povere e sfrattate, ai giovani che cercano nell’occupazione quella soluzione al problema abitativo che nessun’altra agenzia sociale riesce a fornire.

Una soluzione che la politica potrebbe fornire con poco sforzo, a condizione di saper tenere la schiena dritta contro i palazzinari, contro l’ondata montante di insofferenza fasciopadana (che pure sposta voti) e contro le grandi aziende che preferiscono veder crollare le loro strutture dismesse piuttosto che accettarne l’uso a fini sociali (*).

Non si può ignorare inoltre un curioso paradosso: per Virginia Raggi i Rom (anche quelli con cittadinanza italiana) devono lavorare perché adesso “li mantiene lo stato”, e devono rispettare dei precisi doveri.

Ma per Raggi Virginia gli italiani (anche quelli di etnia Rom) devono avere un reddito di cittadinanza e farsi mantenere dallo stato, perché gli vanno riconosciuti dei diritti.

E il razzismo inconsapevole sta tutto qui: quando chiedi rispetto dei doveri per alcuni in base all’etica del lavoro mentre chiedi riconoscimento dei diritti per altri in base all’etica della sussidiarieta’, e la differenza tra gli “uni” e gli “altri” viene fatta su base puramente etnica.

Non mi basta che la Raggi parli di chiusura dei campi Rom ritrovando un europeismo che sembra perduto tra le fila della sua compagine politica, o che abbia fatto l’encomiabile sforzo di prendere atto che i Rom sono per la maggior parte cittadini italiani. Sul delicato tema dell’immigrazione, dell’integrazione e del razzismo non mi basta cambiare la classe politica.

Mi piacerebbe invece che si cambiasse mentalità a partire dalla capitale, passando dall’egoismo abbrutito di sempre (anche se verniciato a nuovo) ad una visione della socieà’ dove il nemico da combattere e’ la poverta’ e non sono i poveri, e si va a cercare la soluzione fuori dal recinto degli stereotipi.

Magari presentando il conto fiscale del disagio sociale a chi si e’ arricchito dalla crisi, quel 5% di famiglie che in base ai calcoli Bankitalia controlla il 30% della ricchezza nazionale, lasciando i piu’ poveri a scannarsi tra di loro per decidere se il nemico del giorno e’ il vigile urbano fannullone, l’insegnante parassita, l’invalido finto, il sindacalista inutile, il pensionato d’oro, il commerciante evasore o il Rom delinquente, con quest’ultimo che accontenta un po’ tutti perche’ tanto sara’ sempre e comunque “straniero”, “altro” e “diverso”, anche se in tasca ha un passaporto italiano.

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(*) A tal proposito si segnala questo.

Art. 42 Costituzione Italiana

La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.

La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

Secondo alcuni costituzionalisti, fra cui Paolo Maddalena, è centrale il concetto di “funzione sociale” della proprietà privata. Un immobile volutamente tenuto vuoto non assolve alla sua funzione sociale, di conseguenza la proprietà privata non è più “giustificata” e lo Stato (o altro Ente) può legittimamente appropriarsene per restituire alla società il bene, assicurandone l’accessibilità a tutti. Forse la terminologia utilizzata non è la più corretta, ma in sostanza un immobile inutilizzato può essere espropriato e restituito alla collettività.

Qualche tentativo in tal senso è stato fatto.

Beni privati e abbandonati, ok all’esproprio “Saranno restituiti alla funzione sociale”

repubblica.it, 30/04/2014

In nome della Costituzione la giunta de Magistris dà il via libera all’esproprio di beni privati e pubblici abbandonati. Capannoni industriali, palazzi, orti verranno restituiti ai cittadini con progetti di auto finanziamento. «Per la prima volta in Italia, dopo 66 anni di Costituzione, viene riconosciuta prima la proprietà del territorio che spetta al popolo e poi la proprietà privata », le parole dell’ex giudice costituzionalista Paolo Maddalena suggellano così le due delibere di giunta del Comune di Napoli per restituire “una funzione sociale ed economica agli edifici presenti sul territorio cittadino che sono inutilizzati o abbandonati siano essi di proprietà pubblica, ecclesiastica o privata”. «In caso di abbandono ci approprieremo di beni privati senza indennizzo. È questa l’assoluta novità», spiega in prima persona il sindaco Luigi de Magistris.

I provvedimenti hanno l’obiettivo di eliminare il degrado in alcune zone della città, e a valorizzare e regolarizzare esperienze ormai radicate come le case del popolo di Ponticelli, Bagnoli, Scampia. Per le strutture pubbliche che sono state “occupate” da cittadini, gruppi, comitati «secondo quanto previsto — spiega l’assessore al Patrimonio Alessandro Fucito — nessuno verrà cacciato via, ma i cittadini potranno proporre un progetto di utilizzo della struttura». Per quanto riguarda i beni già di proprietà del Comune, tra cui i 391 beni del Demanio di cui l’amministrazione ha fatto richiesta, si provvederà all’affidamento attraverso bandi. Più spinosa è l’apprensione di beni di proprietà privata. A fondamento dell’acquisizione di beni privati da parte dell’amministrazione, l’Osservatorio dei beni comuni istituito dal Comune di Napoli — come spiegato dall’ex giudice costituzionalista Paolo Maddalena — pone gli articoli della Costituzione (in particolare il 42) e gli articoli del codice civile secondo cui «la proprietà privata non è garantita come diritto soggettivo assoluto, ma esclusivamente in quanto finalizzata ad assicurare una funzione sociale del bene», consentendo al Comune di acquisire il bene in quanto «bene comune» della città a cui restituire «una funzione sociale e ed economica» da decidere attraverso «modalità partecipate». «Le case del popolo, le esperienze di autogestione dal basso, la partecipazione dei cittadini devono essere valorizzate » scrive il sindaco su Facebook. Il Comune è pronto a contenziosi e ricorsi. «Ma queste delibare segnano una svolta culturale » commenta Maddalena.

«Le due delibere approvate dalla giunta tutelano l’illegalità », attacca Gianni Lettieri, leader dell’opposizione in consiglio comunale e presidente di Fare Città. «Si è toccato il fondo: la giunta che si era presentata come vessillo di legalità – dice – arriva addirittura a legittimare le occupazioni abusive degli edifici pubblici». «La logica dell’occupazione forzata, dell’arroganza e del non rispetto della legge andrebbe combattuta senza se e senza ma», aggiunge Lettieri, «invece la giunta giustifica la presenza di alcuni gruppi che, con prepotenza, si appropriano di strutture pubbliche destinate alla collettività tramite discutibili soluzioni ad hoc. Alla luce di ciò, come devono reagire tutte le associazioni e gli enti che rispettano regole e procedure e che pagano le tasse?».

PODEMOS conquista Barcellona e Madrid

Elezioni Spagna, Podemos vince a Barcellona, a Madrid allenza con il Psoe. Rajoy primo, ma è crisi di voti

Il terremoto annunciato per la politica spagnola alla fine si è verificato alle amministrative e regionali di ieri, che hanno visto i post-indignados di Podemos prendere Barcellona, avvicinarsi anche alla conquista della capitale e imporre ai due grandi partiti tradizionali Pp e Psoe un drastico ridimensionamento.

di Silvia Ragusa – ilfattoquotidiano.it, 25 maggio 2015

Volavano gli elicotteri, ieri, sulla notte madrilena. Ma non per controllare dall’alto calle Génova, via della storica sede del Partito popolare: per la prima volta qui il tradizionale balcone della vittoria è rimasto vuoto, nonostante la candidata sindaco Esperanza Aguirre abbia guadagnato un seggio in più. La polizia sorvolava la Cuesta de Moyano, dove migliaia di cittadini ascoltavano la diretta avversaria Manuela Carmena, giudice impegnata nella tutela dei diritti umani: “Ha vinto ilcambiamento. Ha vinto la cittadinanza. Avete vinto voi”. I simpatizzanti di Ahora Madrid, lista di Podemos, si erano dati appuntamento vicino al museo Reina Sofía fin dal primo pomeriggio. Poi, in serata, al suono della banda ufficiale e del noto slogan “Sì, se puede” con l’arrivo del leader Pablo Iglesias, cominciava la festa. Il terremoto annunciato per la politica spagnola alla fine si è verificato alle amministrative e regionali di ieri (gli spagnoli sono andati alle urne per rinnovare 8.122 municipalità oltre che per assegnare i seggi nei parlamenti di 13 delle 17 regioni del Paese), che hanno visto i post-indignados di Podemos prendere Barcellona, avvicinarsi anche alla conquista della capitale e imporre ai due grandi partiti tradizionali Pp e Psoe un drastico ridimensionamento: 4 anni fa i popolari aveva ottenuto la maggioranza assoluta in 8 regioni, oggi devono scendere a patti con altre forze politiche.

Madrid vince il Pp, ma Podemos verso alleanza con il Psoe. Esperanza Aguirre ha vinto ma sa già che non potrà governare facilmente: sommando i 21 seggi agli ipotetici 7 di Ciudadanos non riuscirebbe comunque ad ottenere la maggioranza assoluta. La candidata di Ahora Madrid invece, con 20 seggi, insieme al Psoe di Antonio Miguel Carmona, potrebbe ottenere 29 scranni e le chiavi del palazzo della capitale spagnola. Per Iglesias è l’inizio della fine del bipartitismo: “Pp e Psoe hanno registrato uno dei peggiori risultati della loro storia” e “il cambiamento ora è irreversibile”, ha detto chiaro e tondo. Popolari e socialisti sono in realtà ancora i primi due partiti, ma insieme sommano il 53% e per governare dovranno scendere a patti.

Cresce anche Ciudadanos: è il terzo partito. Il Partito popolare resta in generale infatti il più votato (27%), ma perde l’egemonia degli ultimi vent’anni e quasi tre milioni di preferenze: da oggi la possibilità che gli azzurri tornino a sedersi sulle stesse poltrone non dipenderà più da loro, ma dalla capacità di alleanza delle forze opposte. Il Pp perde quasi tutte le maggioranze assolute nelle regioni come nella principali città del Paese e, probabilmente, il potere in Cantabria, in Castilla-La Mancha e nelle comunità autonome di Valencia e Madrid. Inoltre, una coalizione di sinistra avrebbe la possibilità di sottrarre al partito gli esecutivi di Aragón, Extremadura e Baleari. Dietro al Psoe, che si ferma al secondo posto con il 25% delle preferenze e la conquista della città di Siviglia, sorprende l’ascesa inarrestabile di Ciudadanos, che da oggi diventa terza forza politica, anche se Podemos – che non ha lista propria – non entra a far parte dei dati pubblicati dal ministero degli Interni. È lo stesso leader Albert Rivera a commentare a caldo che il suo partito ha triplicato l’appoggio ottenuto alle elezioni europee del 2014, gettando le basi per vincere le prossime politiche. “Siamo qui e stiamo facendo la Storia”.

A Barcellona vince Ada Colau, paladina degli sfrattati. Ma è da Barcellona che arriva il primo vero cambiamento: una “okkupa” si aggiudica la poltrona di sindaco. Ada Colau, 41 anni, attivista e fondatrice della Pah, la piattaforma per le vittime degli sfratti, ottiene il 25,20% e 11 consiglieri con la formazione civica Barcelona en Comú, appoggiata da Podemos. Segue la formazione indipendentista di Convergencia i Unió dell’attuale presidente della Generalitat Artur Mas con 10 seggi, Ciudadanos con 5 e i socialisti con 4. “È la vittoria di Davide contro Golia” ha detto commossa davanti alla platea e ha ricordato, anche senza aver ottenuto la maggioranza assoluta, che si tratta di un successo “collettivo” dei cittadini contro “il voto della rassegnazione”. A Valencia invece migliaia di cittadini si sono riuniti nella centrale Plaza del Ayuntamento per celebrare la sconfitta della popolare Rita Barberá, dopo 24 anni di governo. Il Pp perde la maggioranza assoluta e cede il passo al Psoe che ottiene il 20,4% e 23 scranni, seguito dalla lista civica di Compromís, con 20 seggi.

Tutto da rivedere insomma: adesso si apre la stagione di alleanze, di governi privi di maggioranza assoluta e di opinioni da tenere in conto. L’unica cosa certa è che le due nuove formazioni di Podemos e Ciudadanos da oggi non sono più solo uno stato d’animo, ma entrano a pieno titolo nelle istituzioni locali. E il sistema del bipartitismo, che ha governato la Spagna dalla fine del franchismo, sembra cedere il posto ad un quadro molto più frammentato.

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Il candidato di Podemos a Madrid: «Alleanze su casa, educazione e sanità»

Elezioni a Madrid. José Manuel Lopez 49 anni di Podemos. Candidato nella capitale

di Giuseppe Grosso – ilmanifesto.info, 24 maggio 2015

José Manuel Lopez è un uomo della pri­mis­sima ora. 49 anni, inge­gnere agra­rio con espe­rienza nel campo della coope­ra­zione e dello svi­luppo delle poli­ti­che sociali, era in piazza con gli indi­gna­dos il 15M e ha assi­stito in prima linea al con­ce­pi­mento e alla cre­scita del pro­getto Pode­mos. Fino alla can­di­da­tura alla Comu­ni­dad di Madrid, una delle regioni chiave per la con­sa­cra­zione del par­tito viola. L’inedita fram­men­ta­zione dello sce­na­rio poli­tico pre­lude alla neces­sità di accordi post-voto.

Con chi sare­ste dispo­sti ad arri­vare a un patto?

Il patto è solo uno stru­mento, non è un obiet­tivo in sé. Noi pro­po­niamo un pro­getto di cam­bio, e sulla base di que­sto siamo dispo­sti a discu­tere con chiunque.

Eppure l’Andalusia è in stallo da due mesi pro­prio per­ché non si rie­sce a tro­vare un accordo con il Psoe…

Siamo pronti a creare geo­me­trie poli­ti­che a soste­gno di un rin­no­va­mento reale. In Anda­lu­sia, noi cer­chiamo un accordo su casa, edu­ca­zione, sanità, cor­ru­zione e il Psoe mette sul tavolo la spartizione degli uffici, dei soldi ai gruppi par­la­men­tari e delle auto blu. Un patto che ci porti al governo pre­ser­vando lo sta­tus quo, non ci inte­ressa; né in Anda­lu­sia né altrove.

Però, soprat­tutto in chiave anti Pp, che a Madrid ha una delle sue roc­ca­forti più solide, non converrebbe con­si­de­rare la pos­si­bi­lità di un tri­par­tito Izquierda Unida, Psoe, Podemos?

Insi­sto: la gente ci chiede un cam­bio e noi non pos­siamo rispon­dere con le solite mano­vre di palazzo. Madrid ha un pro­blema serio di clien­te­li­smo e cor­ru­zione, instau­rati dal Pp sotto lo sguardo indif­fe­rente del Psoe e di Iu. Con queste pre­messe è dif­fi­cile par­lare a priori di un patto. Pode­mos punta alla rot­tura rispetto al vec­chio sistema: trasparenza, cam­bio del qua­dro eco­no­mico e recu­pero dei ser­vizi sociali, sono i punti chiave del nostro pro­gramma. Se gli altri par­titi vogliono remare nella stessa dire­zione, pos­sono senz’altro salire sulla nostra barca; per spar­tirsi le poltrone, si rivol­gano a qual­cun altro.

Anche Ciu­da­da­nos può salire sulla vostra barca?

Può salirci chiun­que sia dispo­sto ad appog­giare il nostro pro­gramma, e non sono sicuro che Ciudada­nos sia dispo­sto a farlo. Sul discorso della rige­ne­ra­zione demo­cra­tica pos­sono esserci alcuni punti di con­tatto, però per quanto riguarda le pro­po­ste sociali e la lotta alla dise­gua­glianza vedo una dif­fe­renza incol­ma­bile. Nel pro­gramma di Podemos le due cose sono inscin­di­bili: non c’è rigenerazione demo­cra­tica senza un miglio­ra­mento delle con­di­zioni sociali.

A pro­po­sito di disu­gua­glianza: la regione di Madrid è una di quelle con il più ampio diva­rio sociale. Che misure intende adot­tare per con­tra­stare que­sta deriva?

Biso­gna cam­biare il modello pro­dut­tivo, attual­mente basato sul mat­tone. Un modello vorace che bene­fi­cia un’élite vicina al governo regio­nale e che ha por­tato a costruire oltre le reali neces­sità. Madrid è una ragione ricca: basterebbe smet­tere di inve­stire in pro­getti inu­tili (strut­ture e strade costate milioni e oggi inu­ti­liz­zate) e uti­liz­zare i fondi per ser­vizi sociali e assun­zioni nel set­tore edu­ca­tivo e sanitario.

Casa, edu­ca­zione e sanità: quale la misura più urgente da adot­tare in cia­scuno di que­sti settori.

Casa: cree­remo un’agenzia pub­blica per l’affitto. Ci saranno incen­tivi per chi mette in affitto (ci sono circa 250.000 case vuote a Madrid) e, paral­le­la­mente, dispor­remo di un numero di case che pos­sano essere asse­gnate a per­sone sfrat­tate o in dif­fi­coltà eco­no­mi­che. Sanità: raf­for­ze­remo il sistema pub­blico e revo­che­remo le pri­va­tiz­za­zioni. Scuola: scom­met­te­remo, anche in que­sto caso, sul pub­blico e bloc­che­remo le nuove con­ces­sioni ai cole­gios concertados (scuole pri­vate che ricevono finan­zia­menti pub­blici, ndr).

Come spiega la fles­sione di Pode­mos negli ultimi mesi?

Credo che fac­cia parte del pro­cesso di matu­ra­zione dell’organizzazione. Siamo nella terza fase di Pode­mos: la prima fu l’occupazione delle piazze con il 15M; la seconda, suc­ces­siva alla costi­tu­zione del par­tito, la ste­sura della dia­gnosi dei pro­blemi della poli­tica spa­gnola: in que­sta fase abbiamo toc­cato il mas­simo dei con­sensi per­ché la nostra ana­lisi ha colto nel segno; la terza fase con­si­ste nel tes­sere una pars con­truens che passi dalla dia­gnosi ad una pro­po­sta concreta di paese, ed è la parte più dif­fi­cile. Però biso­gna con­si­de­rare che solo un anno fa Pode­mos nem­meno esi­steva: in così poco tempo abbiamo rag­giunto grandi risul­tati e un lieve ral­len­ta­mento non ci pre­oc­cupa, anche per­ché i numeri indi­cano una ripresa.

Per­ché oggi i madri­leni dovreb­bero votare Podemos?

Per­ché siamo l’alternativa alla poli­tica tra­di­zio­nale che ci ha por­tato in que­sta situa­zione. Per­ché noi siamo cit­ta­dini nor­mali che si sono orga­niz­zati e si sono stan­cati di aspet­tare che le cose cam­bino da sé. Per­ché non siamo un par­tito ma un pro­getto politico.