Casaleggio

Con la coscienza degli altri

Unioni civili, l’arte di non scegliere

Mappe. Pd e M5s lasciano la decisione ai parlamentari: l’analisi della composizione del loro elettorato spiega perché.

di Ilvo Diamanti – Repubblica.it, 9 febbraio 2015

Sulle “unioni civili” il Pd e il M5S – o meglio, Renzi e Casaleggio – scelgono di non scegliere. Decidono di lasciar decidere al Parlamento e ai parlamentari. Magari con voto – in alcuni casi – segreto. Perché, al momento del voto (segreto), “solo Dio ti vede”, come recitava uno slogan in occasione delle elezioni del 1948. D’altronde, il testo di legge sulle Unioni Civili arriva in Parlamento dopo mobilitazioni di segno opposto. In piazze dove campeggiavano bandiere alternative. Da un lato, le bandiere arcobaleno, agitate dai sostenitori delle unioni di “diverso gender”. Dall’altro, i vessilli e le parole d’ordine del Family Day. Secondo i quali le unioni civili non sono famiglie. E, se dello stesso sesso, non possono adottare bambini.

Ebbene, gli elettori del Pd come quelli del M5S erano, presumibilmente, presenti in entrambe. Comunque, le hanno guardate con eguale attenzione. Perché il Pd di Renzi e il M5S sono, entrambi, “partiti di massa”. Per ampiezza e per composizione della base elettorale. Non solo in termini di struttura sociale, ma anche sotto il profilo dell’orientamento politico. Nel Pd (Demos, novembre 2015), per quanto prevalgano le componenti di centrosinistra e di sinistra (70%), il peso degli elettori di centro e di centrodestra (meno aperti sui temi etici e della famiglia) è significativo. Ma soprattutto risulta estesa la quota di elettori che dichiarano una pratica religiosa “regolare”: quasi il 38%. Nella base del M5S, la frequenza alla messa (Demos, gennaio 2016) è meno ampia, ma comunque significativa. Raggiunge, infatti, il 26%. Ma il peso degli elettori di centro e di centrodestra raggiunge il 30%. Circa il doppio al Pd. Peraltro, il 44% degli elettori del M5S e il 56% di quelli del Pd esprime (molta o moltissima) fiducia nei confronti della Chiesa (Demos, dicembre 2016).

È per questo che, di fronte a temi eticamente sensibili, fra i gruppi dirigenti di entrambi i partiti prevale la prudenza. In particolare, quando si tratta di famiglia. D’altra parte, i risultati di un sondaggio condotto da Demos alcuni mesi fa spiegano in modo eloquente come qualsiasi posizione netta, sull’argomento, possa suscitare malessere e disagio fra gli elettorati dei due partiti. Di fronte all’idea di “riconoscere il matrimonio gay”, infatti, la popolazione italiana si presenta divisa. Meno del 52% si dice d’accordo. Una quota che sale circa al 60% fra gli elettori del Pd, ma si ferma al 51% fra quelli del M5s. I cattolici praticanti, che vanno a messa regolarmente, peraltro, si dicono contrari, in quasi due terzi dei casi. Così, qualsiasi scelta esplicita e decisa, da parte dei due partiti, in merito alle unioni civili, rischia – o meglio: ha la certezza – di sollevare dissensi. Di incontrare forti dissensi. Perché 4 elettori su 10, nel Pd, e quasi metà, nel M5S, sono, presumibilmente contrari. Senza considerare che la questione delle adozioni, da parte delle coppie gay, solleverebbe riserve e dissensi molto più ampi. Così, non c’è scelta con-divisa, fra i due elettorati, su questi argomenti. Come sanno i dirigenti dei partiti. Non per caso, si dice che la non-scelta “decisa” da Casaleggio sia avvenuta dopo aver consultato uno specialista di indagini demoscopiche come Roberto D’Alimonte. Ma i leader del Pd dispongono, a loro volta, di indagini ricorrenti e aggiornate, condotte da pollster affidabili.

Così, in questo caso, risulta chiaro come non vi sia possibilità di prendere una decisione netta senza lacerare la maggioranza parlamentare. Ma, soprattutto, la propria base elettorale. Senza alienare una parte di consensi. Perché i temi in questione investono direttamente la sfera dei “valori non negoziabili”. Sui quali, come ha rammentato Ezio Mauro di recente, il silenzio dei laici è fragoroso. In questo caso come e più di altri.

Così, i leader dei due partiti scelgono di non scegliere. Decidono di non decidere. O meglio, lasciano la scelta alla coscienza dei parlamentari. Che ciascuno di loro si assuma le proprie responsabilità. Mentre Renzi e Casaleggio che, come Grillo, non siedono in Parlamento, potranno ribadire la propria irresponsabilità. In casi come questi, conviene sempre affidarsi alla coscienza. Altrui.

Se ci lasci non vale

segnalato da Lame

Beppe Grillo vuole lasciare il Movimento 5 Stelle, ma Casaleggio non ci sta

di Andrea Signorelli – polisblog,it, 20/01/2016

Il leader M5S convinto di dover riprendere in mano la sua vita e i suoi spettacoli, ma per il suo sodale il momento non è quello giusto.

Non sappiamo davvero se Beppe Grillo sia vicino a lasciare il Movimento 5 Stelle, ma di certo ci sono parecchi indizi che fanno pensare che sarebbe sua intenzione allontanarsi parecchio dalla forza che ha fondato per trovare il suo posto da “padre nobile”, dietro le quinte, che fa qualche apparizione ogni tanto mentre il M5S corre sulle sue gambe essendo ormai diventato maturo.

Al di là del fatto che la cosa l’ha ribadita più volte lui stesso, ci sono tanti altri segnali che fanno pensare come il momento di un passo indietro sia giunto: il dominio “beppegrillo.it” è stato tolto dal simbolo del partito; le ultime apparizioni pubbliche del leader M5S (come a Pitti) non hanno avuto nessuna ricaduta politica davanti ai microfoni; la leadership di Di Maio & co. sembra essere convincente.

E in più, si sa, la politica non ha fatto bene al patrimonio personale di Beppe Grillo, che ha investito enormi risorse in questa sua avventura e che adesso si vuole concentrare sul suo nuovo spettacolo anche allo scopo di recuperare un po’ di introiti, che negli ultimi anni si sono quasi azzerati.

Il problema è che tutto ciò non avviene in un momento particolarmente roseo per il Movimento 5 Stelle: il “caso Quarto” ha portato parecchio scompiglio, facendo vedere come anche una forza come il M5S non riesca a tenersi completamente a distanza da certe situazioni. In più, la difesa in tv del triumvirato è stata tutto tranne che convincente e addirittura Roberto Fico si è trovato tirato in mezzo direttamente.

Insomma, il confondatore del M5S che continua a essere protagonista (ovvero Casaleggio) non ritiene che sia il momento più adatto per l’addio di Beppe Grillo alle scene della politica, e vorrebbe tanto rivedere il suo sodale prendere in mano la situazione, magari approfittando del grande raduno di Arezzo che il movimento sta organizzando per riportare i riflettori sul “caos banche”. Ma Grillo, da quel che si dice, è tutt’altro che convinto.