centrodestra

Meglio perdere in Sicilia (?)

Per il futuro di PD e 5 Stelle, meglio perdere in Sicilia

di Paolo Natale – glistatigenerali.com, 20 agosto 2017

Sappiamo ormai tutti che alle legislative del 2018 non vincerà nessuno, e il governo che si formerà sarà sostanzialmente frutto di difficili accordi di legislatura, per poter avere almeno una parvenza di maggioranza stabile, in grado di affrontare i mille problemi che attanagliano il paese. Se questo è l’orizzonte più prossimo, cerchiamo di immaginare la situazione ideale per le più importanti forze politiche, in grado di permettere a ciascuna di loro un vantaggio competitivo nel futuro, che forse diverrà più aperto a possibili vittorie di più ampio respiro.

Al Movimento 5 stelle non si può certo augurare – per il suo bene – una vittoria nelle elezioni siciliane di novembre. Con tutti i problemi che la regione si porta appresso, da decenni, il rischio per il movimento di Grillo è quello di dover fronteggiare una situazione così aggrovigliata che, al confronto, il governo della Capitale sembrerà una bazzecola. Per aumentare i propri consensi, molto meglio che ottengano un buon successo, così come nelle consultazioni politiche, ma senza essere costretti a governare. Dai banchi di opposizione avranno mano libera per denunciare le malefatte altrui, incrementando in tal modo le proprie fila di simpatizzanti.

Per il centro-destra, e in particolare per Forza Italia, una vittoria in Sicilia sarebbe al contrario di buon auspicio, un buon viatico per poter ben figurare anche nelle successive legislative, dove soprattutto la Lega darebbe un ottimo contributo di voti. È probabilmente questa l’occasione migliore per la coalizione di Berlusconi-Salvini-Meloni (se riuscirà a presentarsi abbastanza coesa) di riconquistare la fiducia degli italiani, perché le sue parole d’ordine, in un mondo pieno di paure e di incertezze, sarebbero ben accolte da molti elettori. Le ricette del centro-destra, condivisibili o meno, ridarebbero una qualche speranza di riuscire a fronteggiare i problemi dell’immigrazione crescente, della sicurezza in pericolo e della difficile ripresa economico-occupazionale. Che poi riescano realmente a cambiare le cose, è una cosa tutta da verificare, ma lo spazio per la loro proposta sicuramente esiste.

Per il Partito Democratico, infine, la situazione migliore sarebbe quella di perdere nettamente in Sicilia e di non essere costretto a governare (con qualche partner) alle successive politiche. Ci sarebbe in questo modo la possibilità, per il Pd, di iniziare una decisa ristrutturazione interna, di ripensare definitivamente ad una proposta programmatica precisa, con uno sguardo non soltanto contingente ma almeno di medio periodo, di fare chiarezza su quale idea della società hanno in mente per il nostro paese. Un periodo dunque di grandi confronti e discussioni interne, che questa volta deve risultare scevro da ripicche e conflittualità personalistiche. Inutile sottolinearlo di nuovo ma, a mio parere, per il bene della sinistra e del centro-sinistra, tutto questo non può avvenire senza le dimissioni di Renzi dalla guida del partito. O, almeno, senza un deciso ridimensionamento della sua figura e della sua supremazia nel Pd.

 

Renzi va veloce contro l’onda trumpista. Lo fermi chi può.

Dimensione Mendez

trumpistiDal referendum costituzionale al referendum su Donald Trump.
Più ravvicinate nel tempo saranno e più le prossime elezioni politiche in Italia rischiano di trasformarsi in questo: una consultazione nella quale il modello Trump sarà inevitabilmente al centro del dibattito, rendendolo bipolare. Da un lato il blocco di chi è essenzialmente ‘protezionista’ su una serie di temi cruciali: politiche migratorie, sicurezza, lavoro ed economia. E dall’altro chi? Essenzialmente il PD, spaccato al proprio interno e sull’orlo di una scissione. Essenzialmente Matteo Renzi che tenta nuovamente un uno contro tutti, nella convinzione che quel 40% per lui letale del 4 dicembre scorso possa tramutarsi in un 40% elettorale vincente, capace di consegnargli quel premio di maggioranza indispensabile per governare nuovamente il Paese.

Lo schema insomma, nella testa del segretario PD, non cambia di una virgola. La sua scommessa è destinata ad imperniarsi ancora una volta sulla convinzione che, di fronte allo spauracchio…

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Un messaggio per Palazzo Chigi

segnalato da Barbara G.

Comunali 2016, l’analisi del voto

di Stefano Folli – repubblica.it, 06/06/2016

Inutile attendersi conseguenze immediate e clamorose da questo voto nelle città. Chi pensa che il risultato negativo al di là delle previsioni del Pd renziano possa innescare gravi sussulti nella maggioranza o addirittura avviare la messa in discussione del governo, è fuori strada.

Tuttavia non accadrà nemmeno il contrario. Non si verificherà l’ipotesi minimalista tanto cara a Palazzo Chigi: un’alzata di spalle e avanti come se nulla fosse accaduto. Se la vedano i cittadini di Roma, Milano e altrove con i loro sindaci. Questa forma di rimozione della realtà è poco plausibile: è stata travolta dai dati trasmessi la notte scorsa e si rivela un abbaglio. La verità è che il voto nei Comuni, anche quelli di grandi dimensioni o addirittura nella Capitale, non è assimilabile a un’elezione generale. Il fatto che fossero interessate oltre 13 milioni di persone e che l’affluenza sia stata discreta con eccezioni negative (62 per cento nazionale, male a Milano), non cambia il quadro.

Nella scelta degli italiani hanno pesato fattori diversi, come sempre quando si vota per il governo locale, e sarebbe poco sensato trasformare la giornata di ieri nel solito referendum pro o contro Renzi. La maturità politica di un Paese si misura anche da come riesce a distinguere i piani politici ed evita di farsi catturare da forme di frenesia collettiva: il che riguarda soprattutto chi governa e chi interpreta l’opposizione.

Questo è il primo aspetto del voto per i sindaci. Tuttavia ce n’è un secondo che sarebbe grave sottovalutare. Pur con i limiti e le peculiarità di cui si è detto, gli italiani hanno mandato alla classe politica un messaggio netto e poco rassicurante. Il Pd deve accettare una sconfitta a Napoli, dove la sua candidata resta esclusa dal ballottaggio, e a Roma, dove Giachetti e la Meloni si sono contesi all’ultimo voto il passaggio al secondo turno, peraltro molto lontani dalla candidata dei Cinque Stelle, il cui dato è eccezionalmente alto. Salvo un colpo di scena imprevedibile al ballottaggio, la Capitale avrà un sindaco grillino. Per Renzi ci sarebbe l’esempio austriaco a cui aggrapparsi, ma è poco verosimile che Giachetti o Giorgia Meloni riescano a costruire una sorta di union sacrée contro Virginia Raggi come hanno realizzato gli austriaci ai danni di un personaggio controverso quale il leader dell’estrema destra. In sostanza a Roma si realizza la vendetta di un’opinione pubblica esasperata contro anni di malgoverno. È qui lo scoglio che non si può aggirare e dal quale invece si deve ripartire.

Quanto al resto, Milano resta una partita in bilico: senza un vincitore e con Sala in leggero vantaggio su Parisi. Può succedere di tutto. Invece a Torino Fassino vede materializzarsi il suo fastidioso incubo: è in testa, è forte, ma non ha saputo assestare il colpo del ko; mentre la grillina Appendino è indietro, ma non così indietro da permettere una previsione certa fra due settimane.

Che cosa si ricava da tutto questo? Gli elettori hanno punito il Pd a Roma, ma si sono anche guardati dal premiarlo altrove. Il “partito di Renzi” dovrà rinviare il suo esordio e del resto non era questa l’occasione. In ogni caso è chiaro che nelle grandi città il Pd fatica e soffre. A Roma, senza dubbio. Ma anche in altre zone di antico insediamento al Nord e al Sud. Quel tanto di ottimismo e di speranza nel futuro che è indispensabile per scegliere il partito di governo, si è rivelato un sentimento troppo esile. È questo che deve preoccupare il presidente del Consiglio in vista delle scadenze dei prossimi mesi. Il voto anti-sistema, o comunque contrario a chi governa, si nutre di incertezze economiche e sociali, di disoccupazione che non cala, di ripresa stentata, di paure collettive quali l’immigrazione o l’insicurezza. Ogni città ci aggiunge del suo, ma sarebbe poco saggio ignorare il disagio diffuso. Che potrebbe riflettersi anche sul referendum costituzionale: quello sì, come ormai tutti sanno, decisivo per le sorti del premier e del suo progetto. Un tema buttato sul tavolo da Renzi troppo presto, quasi a fare un dispetto agli elettori delle comunali.

Da oggi i Cinque Stelle si caricano sulle spalle una responsabilità pesante. La vittoria a Roma avrà un’eco internazionale. Di sicuro, se sarà confermata fra quindici giorni, cambierà il volto e la fisionomia del movimento che diventa il principale avversario di Renzi. Il gioco a tre (centrosinistra, centrodestra, grillini) tende a diventare un duello. Renzi contro Grillo, o meglio contro il nuovo gruppo dirigente, visto che la Raggi sta vincendo, anzi trionfando, a Roma senza l’appoggio asfissiante e quotidiano del leader.

E Berlusconi? Lo smacco di Marchini è soprattutto il segno della decadenza dell’ex monarca di Arcore che non è riuscito a impedire le divisioni del suo campo, pur sapendo che al centrodestra unito non sarebbe sfuggito il secondo turno. Peró a Napoli l’uomo di Forza Italia conquista il ballottaggio, sia pure senza prospettive di vittoria. E c’è Milano. Il capoluogo lombardo è per ora un grande alambicco che contiene ingredienti sconosciuti. Bisogna aspettare il ballottaggio di Parisi, quanto meno. Consapevoli che anche a Milano sarà sempre più difficile per Berlusconi farsi ubbidire da Salvini (e dalla stessa Meloni su scala nazionale). Aprire il laboratorio del nuovo centrodestra è indispensabile, ma chi ne sarà il protagonista e quali saranno i comprimari è tutto da verificare.

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Le dichiarazioni post voto dei candidati, varie città.

La Soluzione Salvini

di Lame

I trentini sono democristiani dentro. Per ragioni antropologiche (nessun popolo di montagna è mai stato molto portato al cambiamento) e per ragioni storico/politiche.

Digressione: negli anni ’60 la Curia di Trento (una delle più ricche d’Europa) puntò i piedi in ogni modo contro una industrializzazione della città capoluogo: fabbriche voleva dire operai, che potevano diventare – anatema! – comunisti. Trento non ebbe mai una seria industria. Fine della digressione.

Il democristiano che è in loro si manifesta però anche nel rifiuto di ogni comportamento troppo esuberante. Le parole gridate, i gesti eclatanti scatenano l’orticaria collettiva.

A tutto questo hanno sempre aggiunto l’idea – mai espressa apertamente ma sempre sottilmente presente – che tutto quel che viene da sud sia alieno. Attenzione: sud è tutto ciò esiste sotto la chiusa della valle dell’Adige, a Borghetto.

Per queste due ragioni la Lega – nonostante qualche colorato personaggio – non ha mai avuto grande spazio in Trentino.

E proprio per questo mi pare che uno dei dati più significativi – e inquietanti – del voto di ieri sia una omogenea crescita della Lega. Un po’ dappertutto, un buon 5 per cento. A Trento è il secondo partito, dietro al Pd, col 13 per cento. E questo nonostante ci siano varie liste “civiche” che risucchiano, in modo più sobrio, le spinte localistiche e tribalistiche.

Per le stesse identiche ragioni il Pd trentino è solo blandamente renziano. In fondo non ne aveva bisogno: era un partito moderato già prima di Renzi.

Questa avanzata, non esplosiva, ma non indifferente della Lega – soprattutto perché omogenea sul territorio in un’elezione amministrativa dove dominano le fazioni di paese – è anche l’unico cambiamento rispetto alle precedenti amministrative. E, per non farsi mancare niente, la Lega diventa anche il partito guida del centro destra a Trento, staccando di 6 punti percentuali il secondo della coalizione, una civica.

Per il resto il Pd che vince a Trento, perdendo solo uno zero virgola, conferma una situazione stabile. Certo una disoccupazione al 6 per cento fa la sua parte nel confermare chi era già al governo. Che, a quanto pare, non è stato toccato nemmeno dallo scandalo dei vitalizi regionali esploso un anno fa. O forse un po’ sì, visto che il Movimento Cinque Stelle passa dal quasi 6 per cento delle provinciali 2013 (prima presenza) all’8 abbondante (ma è presente solo a Trento, Rovereto e Mori, comune della cintura roveretana, dove si prende un ottimo 17 per cento).

Che dire quindi di Salvini & C.? (che già gridano alla grande vittoria, vabbè)

Purtroppo l’unica ragione che mi viene in mente è quella del portafoglio. La crisi ha colpito anche il Trentino, anche se lamentarsi sarebbe peccato mortale, e il portafoglio della Provincia Autonoma si sta sgonfiando. Le persone percepiscono i tagli alla sanità (lamentandosi del brodo grasso) e la minaccia ad una qualità di vita (e di servizi pubblici) non indifferente.

Salvini comincia ad essere considerato, a quanto pare, una soluzione.