centrosinistra

Il PD ha già perso

segnalato da Barbara G.

Il PD ha già perso, e non c’è coalizione che possa cambiare il suo destino

di Paolo Cosseddu – possibile.it, 18/10/2017

I giornali e i tg di oggi traboccano di reportage embedded dal treno di Renzi, un Renzi che fa gioco di squadra, che punta al 40 per cento, che apre alle coalizioni senza veti, nemmeno per D’Alema. Tutto bellissimo, ma chi ci crede? Senza citare nessuno dei mille possibili precedenti, basta guardare l’articolo di fianco, quello in cui Renzi scarica il barile su Bankitalia, per trovare prove dell’affidabilità e credibilità del personaggio. Ciò nonostante la questione si ripropone nel dibattito mediatico e politico: le aperture di Renzi e la chiamata alle armi per non far vincere gli altri. Peccato che sia tutto completamente falso.

Il centrosinistra, si sa, non è mai stato agilmente maggioranza, in questo Paese (e men che mai la sinistra senza centro, checché ne dicano i revisionisti): ha vinto le elezioni due volte con Prodi, in un contesto rigidamente bipolare e sempre per un soffio, malgrado le temporanee divisioni concomitanti nel campo avverso. Nel 2013 Pierluigi Bersani si presentò come favorito assoluto, in uno schema di centrosinistra classico – con Berlusconi al minimo storico, travolto dagli scandali e dalle pressioni sovranazionali – e pur premiato da un sistema elettorale che gli consegnò la bellezza di 467 parlamentari si fermò al 29,55 per cento, con il centrodestra al 29,18 a un pelo dalla clamorosa remuntada e la grande sorpresa del M5s al 25,56. Nella coalizione Italia Bene Comune, il Pd, pur rinvigorito dall’appassionante sfida delle primarie in cui Renzi arrivò secondo, si fermò al 25,43, con Sel al 3,2 e meno di un punto suddiviso tra Svp e Centro democratico. Le analisi del giorno dopo si concentrarono su due aspetti, indicati come decisivi del mancato successo: il supporto al governo lacrime e sangue di Monti e alle larghe intese, e la cattiva comunicazione di marca bersaniana.

Ora, c’è qualcuno che seriamente può pensare che gli ultimi cinque anni, uniti alla leadership di Matteo Renzi, costituiscano una premessa migliore rispetto a quella del 2013? Tutto qui.

Intanto, come già scritto nei giorni scorsi,  il sistema elettorale è diverso: il Porcellum fu terribile e lungamente osteggiato, ma per assurdo premiò il Pd più di tutti, consegnandogli una gigantesca pattuglia parlamentare che però, per quanto enorme, non bastò a dargli la maggioranza. Con la legge attualmente in discussione, qualcuno ha calcolato che per raggiungere il fatidico 40 per cento il Pd dovrebbe vincere in oltre il 60 per cento dei collegi uninominali. Fantascienza pura, in realtà dovrà lottare anche nei feudi rossi per non arrivare terzo.

Secondo, il centrosinistra non c’è più:. Quello del 2013 era forse discutibile, ma quantomeno esisteva: oggi no. A furia di tagliare ogni questione con l’accetta ci si dimentica che quella formula era la risultante dell’incontro di varie culture politiche che il Pd degli ultimi anni ha sistematicamente e volutamente demolito. La legislatura, non dimentichiamolo, è iniziata con Renzi ancora sindaco che si lanciava contro i cattolici democratici (nell’occasione, per questioni tutte interne di posizionamento in seguito alla candidatura di Marini a Presidente della Repubblica). E questi erano quelli a lui più vicini, la sua area di appartenenza: figuriamoci gli altri. Il Segretario del Pd è uno che interviene alle Feste dell’Unità rivendicando di essere lui la sinistra, lui l’ambientalismo, lui i cattolici in politica, lui tutto. Lui quello che ha riaperto l’Unità, ricordate? Ancora se ne parla, diciamo. Tutte cose di cui poi si è detto che valevano lo zerovirgola, peccato solo che togli uno zerovirgola oggi, togline uno domani, e puf, il centrosinistra non c’è più.

Perché il centrosinistra non era solo far convivere Mastella con Bertinotti, bensì costruire con fatica – enorme fatica – l‘idea che persone provenienti da mondi diversi potessero trovare un terreno comune. E mettersi d’accordo su quale fosse quel terreno comune era il 99,9 per cento di quella fatica, che infatti frustrava tantissimo i potenziali elettori, dava continuamente modo ai giornali di ricamarci e che, ripetiamo, al massimo delle sue potenzialità, insomma nella migliore delle ipotesi, vinceva con stretto margine. Renzi può aprire a D’Alema quanto vuole, ma di quella roba non c’è più niente, e non c’è più niente perché è stato proprio lui, a proporsi come quello che con la leadership avrebbe archiviato quei faticosi caminetti. Cosa che ha funzionato solo fino alle europee del famoso 40,8 per cento, quelle in cui si è creduto che davvero lui avrebbe incarnato, con la sua sola leadership, tutto quanto. Non poteva durare e infatti, dopo di allora, il diluvio: certo i caminetti e le discussioni del vecchio centrosinistra erano brutti, ma con il senno di poi è venuto fuori che anche allontanare i propri elettori a calci in bocca, colpendoli sistematicamente in tutte le loro convinzioni più sensibili (scuola, diritti sul posto di lavoro, ambiente, e così via) alla lunga non paga (eufemismo). Ha avuto l’occasione storica di fare sintesi, con un sostegno senza precedenti, ha preferito asfaltare tutto ciò che non fosse esattamente a sua immagine e somiglianza, e se oggi sembra tornare indietro è solo perché sta ingranando la retro, è semplicemente la sua natura ed è assolutamente trasparente.

Infine c’è la questione comunicativa. Che è interessante, proprio alla luce delle critiche – giuste – fatte a Bersani 2013: forse il Pd, il sistema mediatico e Renzi stesso non si rendono conto dell’effetto che fa Renzi sulle persone, sull’italiano medio. Forse non capiscono che il governo Gentiloni non ha più consenso del precedente per come amministra il Paese, ma perché non compare mai, non si impone tutti i giorni colazione pranzo e cena in tutti i tg, in tutti i talk, su tutti i siti d’informazione, ovunque incessantemente Renzi Renzi Renzi bum bum bum. Renzi che parla parla parla, dicendo sempre le stesse cose, le stesse cose, le stesse cose, tutti i giorni, a tutte le ore, in tutti i luoghi: cose false, e tutti sanno che sono false tranne lui e il giornalista che gli sta davanti, perché purtroppo è stata proprio la sua ossessione per la comunicazione ad averci insegnato che la narrazione e lo storytelling e tutte quelle fanfaronate con cui si camuffa il nulla politico reggono solo se la storia di chi ci parla è coerente con le cose che dice. È soffocante, e verrebbe da buttarcisi sotto al treno, altro che salirci. La lezione del 4 dicembre è stata in questo senso completamente inutile, è stata fatta passare per antirenzismo fraintendendone il senso profondo: che nessuno (se non una minoranza di invasati in una teocrazia) può sopportare un leader politico che pretende l’attenzione del suo popolo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. È una cosa umanamente impossibile. Se da qui alle elezioni l’esposizione di Renzi sarà quella vista nelle ultime 24 ore ci saranno anarchici che usciranno dall’astensione che portavano avanti sin dagli anni Settanta, pur di levarselo di torno.

Quindi, per chiudere la questione: non è possibile nessuna chiamata all’unità per non far vincere le destre o altri babau, perché il Pd le prossime elezioni le ha già perse, e non per colpa delle divisioni o della sinistra: le ha perse quattro anni fa quando ha cominciato a cacciare in malo modo non i Civati o i Bersani, ma le persone. E non saranno gli stessi che le hanno cacciate, a farle tornare.

Lasciate che si abbraccino…

segnalato da Barbara G.

Lasciate che Boschi e Pisapia si abbraccino, la sinistra unita contro Renzi è un errore mortale

Fare di Renzi il principale antagonista sarebbe un errore gravissimo dei democratici, per ripartire bisogna mettere a punto un piano che funzioni e sopratutto che arrivi a tutti gli italiani

di Giulio Cavalli – linkiesta.it, 25/07/2017

Vietato giocare a pallone in cortile. Vietato fumare. Vietato fare schiamazzi. Vietato abbracciarsi con sorriso troppo sorridente. L’agenda politica della sinistra che prova faticosamente a unirsi a sinistra del PD si incaglia sulla foto dell’abbraccio tra Giuliano Pisapia e Maria Elena Boschi sciorinando un’infinita serie di interpretazioni degne di un manuale d’amore. È la posa, dice qualcuno. No, no, è il sorriso, la colpa principale, secondo qualche altro. E le pagine dei giornali si infarciscono di tutte le diverse tesi agitando la penna di retroscenisti, dei duri e puri, degli incazzati, delle brigate anaffettive, dei cultori dell’uno abbraccio vale uno, degli allarmisti, degli arresi, degli stanchi e di chi legge in quell’abbraccio la costituzione nefasta (e segreta) di un nuovo ordine mondiale.

È la sinistra, bellezza. Meglio ancora: è questa sinistra, questa che ci ritroviamo a maneggiare con cura perché non si scheggi e intanto lei non perde mai l’occasione di dimostrarsi in briciole. Ci deve essere da qualche parte a sinistra il tragico convincimento che le “questioni di famiglia” siano una saga interessante per i cittadini: il “Trono di Spade” di quest’estate troppo calda sono i riflussi sentimentali tra Pisapia, Montanari o Speranza? No grazie. Davvero, no.

Certo la politica è una scienza che si applica anche ai comportamenti e una stretta di mano (e il modo in cui la si stringe) è un atto politico, che piaccia o no, ma se davvero le incomprensioni (vere o presunte) hanno bisogno di attaccarsi a una foto allora significa che qualcosa davvero non funziona: la coalizione a sinistra si costruisce intorno alla convergenza di valori e programmi (meglio ancora, intorno alla comunione di valori e programmi) oppure sulla miscela delle diverse simpatie dei capipartito? Capiamoci, per favore, perché se il gioco consiste nello spulciare le figurine allora sappiate che la Waterloo sarà inevitabile: ci sono ex PD che sono usciti “troppo presto” per alcuni, ci sono ex PD che sono usciti “troppo tardi” per altri, ci sono ex compagni di partito che se le sono date di santa ragione durante i congressi, c’è chi si è scisso da quelli che ora si ritrova di fianco, c’è chi fa il nuovo e ha attraversato più di un partito, c’è chi digrigna i denti per funzionare, chi si traveste da pontiere e di nascosto sogna che ne rimanga solo uno, c’è chi è stato europeista e poi ha sbroccato contro l’Europa, c’è chi forse non ha nemmeno più la maggioranza del proprio partito, chi ha votato leggi invotabili, chi dileggia D’Alema e ne è stato inventato (e aspetta fremente una sua chiamata di nascosto), c’è chi vorrebbe un leader non riuscendone a immaginare altri oltre a se stesso e c’è chi ama il formaggio mentre un altro odia il formaggio, chi gioca a bocce e chi si lascia andare al tennis. Se dovessimo fare la conta di tutti gli aspetti minimi e insopportabili ne uscirebbe, come succede in famiglia o con gli amici, un quadro in frantumi. Sono terribilmente asociali, gli uomini, quando sentono le responsabilità di stare insieme, del resto.

Per questo lanciarsi su quell’abbraccio di Pisapia, volendolo prendere come paradigma di qualcosa che è un personale fastidio, è una cagata pazzesca: Pisapia ha detto qualcosa che non avrebbe dovuto dire all’incontro della festa del PD? Questo è il punto. La sua colpa è nell’avere dichiarato di fronte alle persone che animano la festa del PD a Milano di “sentirsi a casa”? Ecco, già meglio. Se il punto è la controversa vicinanza (e la controversa narrazione) dell’ex sindaco di Milano nei confronti del PD allora sarebbe il caso di parlare di questo, non c’è bisogno di di attaccarsi a un abbraccio. Eppure Pisapia (e non solo lui, a dire il vero) ha sempre chiaramente detto di non vedere possibilità di convergenza con Matteo Renzi (potrebbe essere anche un po’ più tagliente, vero) chiarendo comunque di ritenere il popolo dei democratici (gli elettori, soprattutto) parte integrante del centrosinistra. Nessuna novità, quindi. E anche sul rapporto con il PD forse varrebbe la pena di riflettere: siamo tutti d’accordo sui danni che il renzismo ha procurato al Paese e al centrosinistra, ma se si vuole tagliare netto con tutti gli elettori del PD facendo di tutto il partito un Renzi allora ci si prende la responsabilità di veleggiare verso percentuali da Sinistra Arcobaleno. È una scelta, legittima.

Se invece “l’unità a sinistra” vuole essere qualcosa di più della semplice testimonianza residuale allora forse sarebbe il caso di convincersi che anche l’ultimo fuoriuscito dal PD è di fatto il primo elettore e il primo costruttore di una forza che voglia essere di governo. Tra gli elettori del PD, ebbene sì, ci sono ancora le sensibilità del centrosinistra.

C’è, in ultimo, anche un altro punto: ma davvero è utile fare dell’antirenzismo la principale forza aggregante? Ma davvero (in un momento in cui il segretario del PD le sta sbagliando quasi tutte, tanto che qualcuno comincia a scommettere che non arrivi nemmeno alle prossime politiche) vale la pena tenere a galla Renzi proprio grazie a un antagonismo che rischia di rinforzarlo piuttosto che indebolirlo più di quanto stia facendo lui e la sua accolita di dirigenti? Io, personalmente, non ne sono convinto. No.

Però c’è un modo ancora migliore per non rischiare di sciogliersi in un abbraccio: parlare di programmi. Vedersi, incontrarsi e decidere dieci punti dieci, anche solo cinque per iniziare, per dire agli italiani cosa si è sbagliato in questi anni e (soprattutto) quali sono le ricette per invertire la rotta. Un manifesto, un volantino, un pagina web – fate come diavolo volete – che sia chiaro, puntuale e diffuso: stabilire i punti irrinunciabili per la sinistra che verrà. Raccontarli dappertutto, casa per casa, dibattendone città per città. Ma farlo. E in fretta.

E vedrete che non ci sarà il tempo (e nemmeno la voglie) di discutere di abbracci e sorrisi, gli elettori ringrazieranno, e sarà facile capire le reali intenzioni di ognuno. Pisapia incluso. Altro che gli abbracci.

Il compagno Renzi

segnalato da Barbara G.

di Lucia Del Grosso – nuovatlantide.org, 11/02/2017

E’ uno spasso commentare l’iniziativa di Renzi al Lingotto, a cominciare da quel ridicolo trolley (ma si può scegliere come simbolo di un’assemblea una valigia? Ha un qualche significato politico il cambio di biancheria?). Per non parlare della conoscenza etimologica della parola “compagno” che ha esibito Renzi. Ora, io posso capire un ex comunista convertitosi al renzismo che tenti il recupero di quella bellissima parola per far dimenticare i suoi peccati politici, ma Renzi, quando mai è stato compagno?

Ma in fondo si capisce anche questa intemerata: è stato sotto il suo regno che il PD è entrato a far parte della sinistra socialista europea. Perché aveva capito (o meglio, i suoi pupari gli avevano spiegato) quale banda di liberisti erano diventati i socialisti europei. E i simboli e le parole possono essere passione e sangue o solo volgare paccottiglia, dipende da chi li maneggia.

Perciò Renzi può essere pure compagno, una volta che hai tolto a quella parola tutte le lettere, può essere compagno anche suo padre, Lotti, tutto il Giglio Magico e la quasi totalità della Consip.

Ma anche più a sud del Lingotto c’è la stessa confusione sul perimetro di una proposta di sinistra: Pisapia allarga le braccia sul palco e abbraccia sia Speranza che Cuperlo, purché dica ai suoi compagni del PD che non si devono alleare con Verdini.

E’ il virus dell’ecumenismo di sinistra: ha infettato pure Civati che mette insieme nella compagnia da Boccia a Che Guevara. Poi dicono che la sinistra sa solo scindersi.

E visto che a questo rave party si possono presentare tutti ne approfitta pure Martina perché: “Senza il Pd il centro sinistra non ha futuro e senza il Pd si battono le destre”. Lui porta Renzi, sono in coppia e non lo può lasciare a casa.

Più che la Sinistra del Paese sembra l’appuntamento dei quindicenni del sabato sera: intanto vediamoci sotto casa mia, poi si vede cosa fare, l’importante è non rimanere a casa il sabato sera. In questo caso l’importante è non far vincere i populismi.

E mentre si cazzeggia poche voci isolate provano ad avvertire che non sarà un cartello di sigle che si richiamano alla sinistra, alcune solo nel nome, spruzzato di un po’ di civismo, un po’ di comitati e un po’ di arancione, ad arrestare i populismi, e nemmeno tornare ad “ascoltare” nei luoghi del dolore sociale (per dire cosa?). Fesserie! Occorre invece un’autentica sinistra socialista (in grassetto corsivo, peccato che non ho la funzione del sottolineati) che faccia il suo mestiere di socialista (ancora) e che in quanto socialista (aridaje) proponga un programma socialista senza freni inibitori, della serie no, di nazionalizzazioni non si può parlare, no, dell’ampliamento della spesa pubblica non si può parlare, no, l’Europa è casa nostra.

E’ facile recuperare la parola “compagno”, ci riesce pure Renzi. Più difficile è recuperare il patrimonio di pensiero del socialismo. Ci vuole coraggio, non è roba da ragazzini del sabato sera.

Ps Lucia Del Grosso – 12 marzo 2017 : Al netto di tutto sono scemi. Venerdì tutta quella retorica sui compagni e oggi il pugno chiuso è diventata una macchietta. Io domando e dico: “Che le fai a fare le sceneggiate se poi le smentisci nella stessa assemblea?”. Non sai fare neanche il pagliaccio che è un ruolo che richiede un po’ di competenza.

Il popolo del centro-sinistra non esiste più

segnalato da Barbara G.

Popolo del centro-sinistra, tanto evocato a parole ma troppo spesso tradito nei fatti

di Giovanni Paglia – huffingtonpost.it, 05/10/2016

ULIVO

La seconda Repubblica aveva due miti fondativi: Silvio Berlusconi e il popolo del centro-sinistra. Sono finiti entrambi. Il popolo del centro-sinistra è quella cosa per cui anche quando i dirigenti dei tanti partiti si guardavano storto, potevi stare tranquillo che un legame teneva.

Antifascismo, costituzione, pace, beni comuni, lavoro, sindacato, partecipazione, equità fiscale, protezione ambientale: tutti con la lettera maiuscola, perché tanto evocati a parole, quanto spesso traditi nei fatti. Eppure in quei principi astratti ognuno si ritrovava, e, soprattutto se all’opposizione, ci si incontrava tutti nelle piazze in cui venivano difesi e riaffermati.

Quando poi si trattava di pensare al governo, ogni volta era quella buona per non fare gli errori della precedente, e le enciclopedie programmatiche avevano il senso di volerci convincere che era possibile, perché se puoi scriverlo puoi farlo. E adesso? Adesso non più.

Perché la favola di “Renzi l’usurpatore” è appunto una favola, che convince solo i cinici e gli ingenui. La realtà è che ci siamo divisi e non ci ritroviamo più, perché sulle cose che sono accadute abbiamo giudizi radicalmente diversi, che ci mettono su due sponde opposte della battaglia politica.

Una parte consistente dell’attuale elettorato Pd si prepara a votare Sì alla riforma costituzionale, dopo aver guardato con favore al jobs act, alla buona scuola, allo sblocca Italia e così via. Un’altra parte è andata altrove, proprio perché strutturalmente contraria a quei provvedimenti e oggi voterà No al referendum.
Che possibilità di intesa può esserci, quando il giudizio è opposto su provvedimenti decisivi?

Di questo io credo dovremmo prendere atto con sincerità, per liberarci finalmente di un’illusione che un ceto politico non disinteressato coltiva tenacemente, e che rimane pur sempre una gramigna cattiva. L’illusione che esista un popolo che non c’è più, a cui restituire una rappresentanza che aderisce già a cose diverse.
Non voglio discutere se questa frattura sia positiva o negativa.

La osservo, vedo che si allarga e la trovo irreparabile nel breve periodo, perché ha le sue radici nella crisi che ha sconvolto la società italiana, aprendo una voragine fra inclusi ed esclusi. Quindi andiamo avanti e pensiamo a restituire una rappresentanza a chi non ha diritto di cittadinanza nel nuovo ordine, perché se non lo faremo noi ci penserà la destra peggiore. Il resto è nostalgia, non politica.

La via arancione al voto utile

segnalato da n.c.60

Imparate dall’Italia (una risposta alla lettera dei sindaci “arancioni”)

possibile.com, 09/12/2015

La lettera dei sindaci “arancioni” fa un passo avanti: dalla difesa delle esperienze del 2011 (dimenticate quasi subito dalla politica nazionale, che ha preferito dedicarsi alle larghe intese) si passa al piano politico. Non più l’eccezionalità di Milano e Cagliari, ma un dato nazionale: se non volete finire come la Francia, votate il Pd. Certo, si chiede al Pd di essere di sinistra (ne parleremo più avanti), ma in ogni caso l’appello invita a stare con il Pd e votare il Pd, qualsiasi cosa accada (a proposito di Francia, sembra quasi l’appello di Valls a votare Sarkozy, in questo caso sei mesi prima delle elezioni).

La lettera si presenta insomma come una versione anticipata ed esasperata del voto utile.

Ma andiamo con ordine: perché il centrosinistra in Italia non esiste più? Non sono stati gli alieni a portarcelo via, sono state scelte politiche, di indirizzo, di strategia e di alleanze del Partito democratico, prima e poi, all’ennesima potenza, con l’attuale segretario.

Perché esistono le larghe intese invece del centrosinistra? Anche in questo caso, non ci ha portato la stella cometa, ma ciò che è successo proprio dal 2011 in avanti, ma non con Pisapia, con Monti e poi con l’idea di fare un governo bipartisan e poi ancora con l’intuizione di trasformarlo in governo politico fino a fine legislatura.

Perché gli elettori sono delusi e magari votano altro? Perché il Pd, dopo aver rotto il centrosinistra, ha negato se stesso e il proprio programma elettorale, fin dai temi fondamentali: Costituzione, economia, lavoro, ambiente, scuola.

E pensare che già nel 2013 almeno un elettore su quattro che prima votava Pd, ha scelto M5s. Chissà perché. Nessuno lo han indagato più di tanto.

In questi anni gli autori della lettera non hanno mai avuto modo di discutere pubblicamente le scelte del governo, nessuna questione sul Jobs Act, sulla Costituzione, sullo Sblocca Italia, sulle scelte di questa ultima legge di stabilità, sul carattere non progressivo degli ottanta euro e sulla loro inefficacia sul piano economico generale, sulla decontribuzione senza diritti, ecc.

Eppure queste cose, nonostante il loro silenzio, sono accadute. E sono entrate nella nostra legislazione e anche in quella che riguarda i Comuni.

Pretendere che ora, grazie alla lettera, il Pd cambi rotta e torni a sinistra e un po’ come tentare di far rientrare il dentifricio nel tubetto, per dirla con una celebre espressione di Romano Prodi.

Certo, i sindaci, anche per via del legittimo desiderio di rimanere in carica, hanno forse una più forte capacità di persuasione nel confronto del premier: tutto sommato si parla di potere, ed è comprensibile che si voglia mantenerlo.

Ciò che più sorprende però è che con questa abile strategia si intenda combattere il populismo (quello stesso populismo che Marco Revelli attribuisce allo stesso premier, peraltro): perché il populismo si combatte con misure radicali, come il reddito minimo (che sarebbe costato come gli 80 euro), la rigenerazione della classe dirigente, le scelte in campo ambientale per la riduzione dei costi energetici, la riduzione selettiva delle tasse sul lavoro, la progressività più forte e chiara in campo fiscale e mille altre cose, che contemplino anche una maggiore forza in Europa (quando c’era Tsipras sulla graticola, i sostenitori dell’attuale governo ridevano un sacco e chissà che cosa c’era da ridere).

Insomma, sotto il profilo politico, elettorale, culturale, quella dei sindaci è la solita proposta: allearsi con chi non è disposto a farlo veramente, con chi non sente le cose che si pensano, con chi ha tradito gli altri e anche se stesso, per poter vincere, altrimenti vincono gli altri. Che se ci pensate è una bella scoperta.

Così si può andare da Pisapia a Sala (e magari anche a Lupi e Formigoni), da Marino a Malagò, da Bassolino a Alfano.

Altrimenti finisce come in Francia. O, forse proprio per questo, finisce come in Francia.