Civati

Come un gatto in tangenziale (cit.)

La nuova strategia di Grasso: “Ci vuole un leader che decide”

Accordo con Zingaretti nel Lazio tagliando fuori la lista della ministra Lorenzin. E chiede a D’Alema e Bersani di fare un passo di lato in campagna elettorale
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Il presidente del Senato Pietro Grasso visita un parco del quartiere Garbatella, a Roma

di Andrea Carugati – lastampa.it, 15/01/2018
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L’incontro faccia a faccia, sabato. Pietro Grasso ha consegnato al presidente del Lazio Nicola Zingaretti il documento con le tante richieste partorite dall’assemblea romana di Liberi e uguali. Ieri il governatore ha detto sì. Ci sono ancora parecchi dettagli da limare, ma la sostanza è che LeU correrà a fianco di Zingaretti alle regionali del 4 marzo. «Ci sono tutte le condizioni per costruire un’alleanza di sinistra», spiega Grasso, che ha apprezzato il sì di Zingaretti su alcuni punti chiave come assunzione dei precari nella sanità, stop a nuovi inceneritori, trasporto su ferro, reddito minimo per chi perde il lavoro. «C’è anche l’impegno, se il Consiglio di Stato a primavera dovesse bocciare l’autostrada Roma-Latina, a rivedere quel progetto già finanziato dal Cipe e appaltato a favore di una metropolitana di superficie», spiega Piero Latino, coordinatore di Mdp nel Lazio. Il governatore si definisce «contento» per la nascita di un «nuovo centrosinistra». «I prossimi – assicura – saranno 5 anni di svolta». A sinistra però si apre una crepa: Possibile, il gruppo che fa riferimento a Pippo Civati, si chiama fuori dall’intesa nel Lazio: «Rispettiamo la decisione, ma vista la contrarietà della nostra base non esprimeremo candidati nella lista di LeU».

È il primo accordo che porta la firma di Pietro Grasso. Che in mattinata incontra alcune associazioni di volontariato nel quartiere romano della Garbatella. E ribadisce, dopo il botta e risposta con Laura Boldrini sulla possibile alleanza col M5S (la presidente della Camera si è detta contraria), che la decisione finale toccherà a lui: «Nessuno screzio con Laura. È normale che ci sia una pluralità di idee, io ascolto tutti, poi rifletto, poi qualcuno che prenda la decisione finale ci deve essere», spiega il presidente del Senato, in giro per il quartiere con jeans, scarpe sportive e giaccone di renna.

Grasso appare sempre più intenzionato a esercitare la sua leadership da qui alle elezioni. E anche dopo, se il risultato di LeU consentirà al progetto di andare avanti. Nei giorni scorsi ha fatto capire ai big come Bersani e D’Alema che gradirebbe un loro passo di lato, almeno a livello mediatico, durante la campagna elettorale. Non certo un minore impegno nei rispettivi collegi. D’Alema da settimane gira in lungo e in largo il Salento e così farà Bersani una volta che si sarà deciso in quale collegio emiliano correrà. Ma Grasso ci tiene che passi un messaggio, soprattutto sulle tv: LeU è un progetto nuovo e il leader sono io. Un modo, spiegano, per puntare a un elettorato giovanile che non gradisce i vecchi leader politici. Una linea che non ha trovato particolari resistenze nei due leader, consapevoli che Grasso, volto relativamente nuovo sulla scena politica, può rappresentare un valore aggiunto. «Un uomo abituato al comando», ha detto di lui D’Alema prima di Natale. E così Grasso si sta muovendo. Tanto da prendersi ieri il rimbrotto di Laura Boldrini, che studia sempre più da numero due della nuova formazione: «Ha fatto bene oggi il presidente Grasso a sottolineare il carattere pluralistico della nostra formazione. Sarebbe del resto paradossale se LeU volesse riprodurre quelle forme di gestione personalistica che critichiamo in altre forze politiche». Pace fatta, dunque? Non proprio. Meglio parlare di una tregua.

L’accordo tra Grasso e Zingaretti apre una frattura nella già fragile coalizione attorno al Pd nazionale. LeU infatti ha chiesto al governatore di escludere dalla coalizione gli esponenti della lista di Beatrice Lorenzin. «Non vogliamo trasformisti, neppure nascosti dentro le liste civiche», il diktat di Paolo Cento. Zingaretti ha escluso la presenza di una lista Lorenzin nella sua alleanza per le regionali, e lo stop ha irritato i centristi a livello nazionale. Lorenzo Dellai, fondatore della lista con il ministro della Salute, è furioso. Definisce «surreale» la vicenda e arriva a mettere in discussione l’alleanza col Pd alle politiche: «Per noi ora si aprono pesanti ed insuperabili questioni politiche, non siano una lista civetta “à la carte”». I centristi ora aspettano un «segnale di chiarezza dal Pd». Al Nazareno non si percepisce particolare preoccupazione: «Nessun rischio, si risolve tutto», ragionano fonti dem.

Civati c’è

Pippo Civati all’HuffPost risponde all’appello di Massimo D’Alema per un’unica lista di sinistra: “Io ci sono”

“Nelle aree dem vicine a Orlando ed Emiliano c’è disagio per il nuovo Nazareno”

di Claudio Paudice – huffingtonpost.it, 28 maggio 2017

Lentamente, il progetto politico a sinistra del Pd prende forma. All’appello, lanciato con un’intervista al Corriere della Sera, di Massimo D’Alema per un’unica lista alternativa al Partito Democratico risponde Pippo Civati, leader di Possibile e in Parlamento “alleato” di Sinistra Italiana. “Noi ci siamo e siamo promotori di una sinistra alternativa al Pd da quando abbiamo lasciato il principale partito di maggioranza”, dice Civati all’HuffPost. Primo tra i fuoriusciti, poi seguito da tanti altri in rotta con la metamorfosi renziana del partito, Civati guarda favorevolmente non solo ai partiti di sinistra ma anche a chi è ancora all’interno del Pd. In particolare, soprattutto dopo la rottura tra i dem sui voucher, a diversi esponenti delle aree di Andrea Orlando e Michele Emiliano, usciti sconfitti dalle primarie del Pd: “Molti non nascondono il loro disagio per questo riavvicinamento di Renzi a Berlusconi”.

D’Alema ha lanciato un appello per una sinistra unita ma alternativa al Partito Democratico. Come risponde?

Era la mia idea fin dall’inizio. Renzi ha scelto Berlusconi, ed è evidente che la scelta non lascia indifferenti diversi esponenti del Pd, tanto dell’area Orlando quanto dell’area Emiliano. Lo ha detto anche il ministro nella sua intervista di venerdì al Foglio. E anche informalmente sappiamo che, in alcune aree dem, c’è del disagio per la deriva centrista del Pd. La mia proposta in un certo senso supera quella di D’Alema: non solo una lista unica, ma un progetto intorno al quale raccogliere persone che non necessariamente facciano politica, anche perché è inutile far distinzioni tra chi fa parte di un partito e chi di un altro come a Gargonza. Chi vuole cambiare non può votare Renzi o Berlusconi.

D’Alema ha chiamato i Comitati del No, la società civile, il cattolicesimo democratico. Dimentica qualcuno?

Oltre ai soggetti citati ci sono le forze laiche e repubblicane più o meno organizzate. Ma l’esigenza, prima ancora di ricostruire la sinistra, è quella di ribaltare un quadro politico che parla ormai del nulla. In questo senso, le nostre non sono ricette diverse, anzi sono molto simili. Ed è chiaro che raccolgo la sfida. D’Alema dice, ad esempio, che la scissione andava fatta prima. Tutti quei passaggi, qualcuno li ha fatti: prima in solitudine, adesso in un quadro più largo. Ma non è il caso di rivendicare la primogenitura. L’unico punto che contesto è quello che riguarda il partito unico, perché forse sarebbe il caso di costruire prima un contesto culturale e politico dove poter lavorare insieme. Poi le formule verranno dopo, l’importante è che vi sia un unico progetto elettorale. Noi ci siamo e siamo promotori fin da quando abbiamo lasciato il Pd.

Sarebbe singolare che tanti esponenti, prima tutti nel Pd, una volta usciti – e per le stesse ragioni o quasi – non riescano a trovare un accordo su un progetto politico.
In due anni mi sono preso molta solitudine e tante difficoltà, come è ovvio quando esci da un grande partito di maggioranza. Avevo messo in conto che non sarebbe stato facile, ma ricostruire la sinistra è stato sempre il mio progetto.
Siamo nel pieno del dibattito parlamentare sulla legge elettorale. Si parla di una soglia di sbarramento al 5%…
Guardi, io sono dell’idea che sia meglio avere una soglia del 5% che ti sprona a fare il 10%, invece di una soglia al 3% che rischia di portare alla sconfitta. Bisogna puntare a fare più del 5 per cento, può essere uno sprone a costruire un fronte più largo e plurale e nello stesso tempo ad affermare un’idea.

Il Governo sembra voler reintrodurre i voucher, dopo averli cancellati per evitare i referendum promossi dalla Cgil. Avete in cantiere qualche iniziativa nel caso la discussione parlamentare prosegua su questo piano?

Noi siamo stati i primi a denunciare l’uso disinvolto e alternativo dei voucher. Se si tratta di risolvere i problemi delle famiglie, noi ci siamo. Ma in un quadro di chiarezza e tracciabilità. Se poi si vuole estenderli allora non si è capito il vero senso della raccolta delle firme per i referendum della Cgil. Il Governo continua a giocare all’equivoco, e non si capisce il perché. Il problema è che nella politica italiana bluffano tutti.

Venerdì Sinistra Italiana ha fatto una conferenza stampa per contestare un emendamento alla manovrina che favorirebbe la speculazione edilizia in relazione alla costruzione di nuovi stadi. Il ministro per lo Sport Lotti ha replicato affermando che si tratta di un fatto inesistente.

Al di là della polemica di queste ore, quello della speculazione edilizia e dell’abusivismo è un tema. Consumo di suolo, rivoluzione ecologica e gestione dei beni comuni sono tutti argomenti che hanno preso cinque anni di pausa durante i governi di larghe intese.

Verona Possibile

di Mario De Fusco

Come promesso, vi sottopongo alcune riflessioni scaturite dalla assemblea di Possibile ieri a Verona con qualche premessa. La prima è che non mi soffermerò sui singoli interventi di chi ha parlato dal palco, per quanto interessanti possano essere stati. Interventi, tra l’altro, seguiti fra una sigaretta e l’altra (io) e fra un vin brulè e l’altro (Roberto). La seconda è che quanto mi accingo a riferirvi è il frutto di quanto ho recepito dall’intervento di Civati e dialogando con gli altri partecipanti.
Prima di andare al dunque, permettetemi una nota di “colore”. L’organizzazione – sia per la location dell’assemblea sia per il piccolo brunch finale – è stata molto approssimativa. Spazio limitato. Molte persone hanno dovuto seguire il dibattito sul televisore della sala adiacente o, addirittura, nel cortile. Idem per il ristorante prescelto per il piccolo rinfresco. Il bello è che ne parlavo con Roberto seduti al tavolo e con un signore seduto proprio davanti a me, salvo poi scoprire che quel signore era il papà di Pippo!! Niente di che: anche lui era d’accordo, ma il convento è povero e questo passa al momento.
Tornando al nocciolo della questione, quello che provo a spiegarvi è la piattaforma di Possibile, che traguardi si pone e come intende raggiungerli. Confesso che neanche a me erano del tutto chiari, ma, dopo Verona, il quadro mi è molto più nitido.
Diciamo subito che il progetto non è sul breve periodo, ma sul medio – lungo. Non mira a raccattare qualche voto fin dalle prossime elezioni in scadenza, anche se si presenterà con proprie liste, ma è un processo più lungo che richiede tempi di un certo valore. Il tutto si basa sul coinvolgimento diretto di tutte le persone interessate, che saranno chiamate a fornire idee, prendere decisioni e fare opera di conoscenza nei confronti degli altri. Non più programmi calati dall’alto, ma un programma al quale tutti sono chiamati a dare il loro contributo sfruttando al massimo le conoscenze che ognuno di noi ha nel suo specifico campo. Il tutto avverrà a mezzo dei comitati che si sono creati, che si stanno creando e che si creeranno nelle varie zone.
È un progetto aperto, nel senso che chiunque, anche chi non se la sente di aderire pienamente o che, probabilmente, non voterà mai il partito, può dare il proprio contributo ed esporre le sue idee. In questo senso si spiegano anche gli inviti e gli interventi di persone venute a Verona che ben difficilmente faranno parte in pianta stabile del movimento: da Visco a Pasquino, da Seminerio a Gulli etc. Tutto questo per fare cosa? Innanzitutto per recuperare la fiducia nella politica che ormai in tantissimi hanno perso, anche perché è la stessa politica che li ha spinti a questo con eletti che, in quanto nominati, non rispondono più ai loro elettori, e con azioni e governo e quant’altro che spesso vanno in senso contrario a quanto promesso in campagna elettorale.
È chiaro che il progetto è quello di recuperare quei valori di sinistra (uguaglianza, legalità, equa distribuzione delle ricchezze etc.) che per qualcuno sono ormai obsoleti e non più praticabili nel periodo in cui viviamo. Come dicevo, i tempi non saranno necessariamente brevi. Tutto è ancora un work in progress, a cominciare dai comitati stessi, ma l’importante è che la macchina sia partita. Certo, è un lavoro improbo e dai risultati incerti, soprattutto in considerazione della mentalità e/o degli interessi dell’italiano medio (sapete come la penso in proposito), ma il non provare a renderlo Possibile sarebbe un peccato ancora più grave.
Un abbraccio a tutti

 

Non è Leopolda

Civati e Possibile: «Non una Leopolda»

Sinistra. A Bagnoli gli stati generali del nuovo partito-movimento. «Nessuno problema con Sel, ma servono facce nuove, non basta mettersi d’accordo fra noi».

Pippo Civati, leader dell’associazione Possibile © Foto La Presse

di Adriana Pollice – ilmanifesto.info, 22 novembre 2015

L’Arenile reloded, un locale sul mare di Bagnoli, il luogo scelto da Pippo Civati per avviare l’iter congressuale (che si concluderà il 7 febbraio), varare regolamento e comitato di garanzia di Possibile: «Avevo promesso il 21 giugno che avremmo seguito un processo di condivisione dal basso per creare il nostro movimento o partito, non importa l’etichetta» spiegava ieri Civati. A Napoli, nell’arco dell’intera giornata, sono arrivati un migliaio di iscritti da tutta Italia (5mila i tesserati totali, secondo le cifre degli organizzatori), il contingente più numeroso dalla Lombardia, seguito da Lazio e Campania.

I lavori iniziano con un minuto di silenzio per gli attentati di Parigi. Poi avanti con i lavori. «Non è un evento, non è una Leopolda, oggi parleremo poco di Renzi e delle sue trovate — attacca Civati -. È un momento programmatico pure serioso, una volta approvata la parte legislativa discuteremo di progetti e impegni, anche in campo sociale come fa Maurizio Landini con la sua Coalizione».

Possibile dovrebbe funzionare così: i comitati territoriali decidono un progetto da portare avanti, che viene condiviso e votato sulla piattaforma internet, «una piattaforma democratica — sottolinea -, non come Casaleggio. La nostra sarà davvero una piramide rovesciata: ogni tre mesi si vota sul web ma prima si sta sul territorio a discutere. Non è un ’like’: facebook senza i banchetti non funziona, ci vuole la pratica politica».

Possibile come via d’uscita dalla struttura partito: «Ideiamo un modello nuovo, lo statuto lascia margini aperti, abbiamo solo due punti fermi: il comitato locale e l’assemblea permanente. Ma non vogliamo fare da soli: offriamo un modello per riorganizzare il campo largo del sinistra. È una formula per tutti quelli che non si riconoscono nel Partito della Nazione, visto che l’Ulivo si è essiccato, ha preso la xylella».

In sala l’età media è intorno ai trent’anni, qualcuno viene dal Pd o dai 5Stelle ma molti sono alla prima esperienza. Nel pomeriggio arriva il segretario del Prc, Paolo Ferrero. Resta aperto il tema dei rapporti a sinistra, spesso descritti come difficili. Con il leader della Fiom, ad esempio, c’era stata tensione sui referendum abrogativi proposti da Possibile: «Con Landini i rapporti sono ottimi — spiega oggi Civati -, certo lui fa un altro mestiere, sono curioso di sapere se la sua Coalizione sociale ha fatto passi avanti: è un modello simile al nostro a cui guardo con interesse. Per quanto riguarda Sinistra Italiana, sono le stesse persone che stimavo prima, non ho alcuna avversità nei loro confronti. È solo che non si tratta di metterci d’accordo tra di noi. Così non si liberano energie nuove. Voglio vedere anche facce diverse dalle nostre. Proviamo a fare un viaggio in Italia come fece Prodi: il suo manifesto è ancora attuale e se Renzi lo leggesse qualche dubbio, secondo me, comincerebbe a porselo».

Stefano Fassina e la pattuglia di Sel ieri erano a Roma alla manifestazione della Fiom: cosa li divide da Civati? «La formazione in Parlamento del gruppo — la replica — che è già un gruppo-partito. Ma la discussione resta aperta, a sinistra abbiamo l’esigenza di non rimanere schiacciati tra Grillo, Renzi e Salvini, modelli molto prepotenti. Se anche noi ci preoccupiamo subito dell’egemonia finiremo sopraffatti dalle formazioni più grandi. Ci sono molte contraddizioni anche nel Partito democratico che primo o poi verranno a galla. La dialettica tra destra e sinistra, che i dem cercano di negare, alla fine spunta fuori: qualche sospetto ce l’avevo dall’inizio, ma se avessi detto ai tempi della prima Leopolda ’Renzi farà le riforme del centrodestra’ mi avrebbero preso per un cretino. Oggi però parla di Ponte sullo stretto, Jobs Act e Sblocca Italia».

Durante la prima sessione di lavori arriva la notizia della candidatura di Antonio Bassolino alle primarie di coalizione del Pd per le comunali di Napoli: «Bassolino e il governatore Vincenzo De Luca sono la prova che Renzi non ha classe dirigente sui territori — il commento di Civati -. Quella di Renzi è proprio una modernizzazione impetuosa e sconvolgente: ha scambiato il futuro con il passato. Non discuto mai le vicende giudiziarie, ma De Luca non bisognava candidarlo, anche perché ha costituito una sorta di Partito della regione, in anticipo sull’intesa nazionale tra dem e Verdini». Da Fassina è già arrivato l’endorsement a Luigi de Magistris: «Il sindaco di Napoli — conclude Civati — cerca un po’ tardivamente il rapporto con i partiti. I comitati locali potranno confrontarsi, ragionare insieme sul tema. Non è una pregiudiziale ma la discussione va fatta. Nel 2011 consigliai il Pd di votarlo, allora la sua candidatura fu interessante perché saltò il Partito della nazionale ante litteram, cioè il blocco che si stava creando, ma è mancato un lavoro di relazione. È stato un sindaco molto ’demagistrisiano’».

Il gran rifiuto (di Landini)

Maurizio Landini e Pippo Civati

di crvenazvezda76

Landini non è un politico. L’ho ripetuto più volte. Questo può essere un pregio o un difetto, e dipende sostanzialmente dai punti di vista e da cosa si voglia da lui.

In molti lo vorrebbero a capo di un soggetto politico che restituisca dignità alla sinistra italiana, estinta ormai da molti anni. Landini è un ottimo sindacalista, ma non è un politico. A mio modesto parere, infatti, non ne ha le doti e (non me ne voglia, peraltro sovente lui stesso lo ammette) neppure la preparazione. Certamente, però, non è né uno sprovveduto né uno stupido. Ancor meno è votato all’autolesionismo.

Tanti, in questo blog e non solo, gli rimproverano di non aver appoggiato i referendum proposti da Civati e il suo nuovo soggetto politico, ‘Possibile’. In sintesi, l’accusa è questa: “Civati ha proposto dei quesiti attinenti ai cavalli di battaglia della ‘Coalizione Sociale’: perché allora Landini non ha aderito e partecipato alla raccolta firme?”.

Ho cercato di spiegare alcune delle ragioni all’indomani del mancato raggiungimento del quorum referendario. Ragioni che sembrano non essere state sufficienti ed esaustive, a leggere le frecciatine lanciate a Landini in questi giorni.

Come ho detto a suo tempo, Civati è un politico. Fa il politico di professione, da anni e ad alto livello. Lui e il suo nuovo movimento possono permettersi una sconfitta, se così può definirsi, ma a mio parere quella sui referendum non lo è stata, dal momento che è servita a dare a ‘Possibile’ una visibilità che non aveva e a creare una base su cui poter dare seguito al suo progetto. Landini, invece, fa il sindacalista, e per di più in uno dei periodi storici peggiori per il sindacato. Lui, o meglio, il sindacato, non può permettersi una sconfitta. Mi spiego: il sindacato non può permettersi di rischiare in un’impresa concepita in pochi giorni da un politico che sino all’altro ieri militava nel partito che ha proposto e approvato quelle riforme che il referendum intendeva abrogare. Già questo dato per me è sufficiente a giustificare Landini e la Fiom, se mai ci fosse bisogno di giustificazioni.

Ma qui nasce un altro problema: Landini e la Fiom rappresentano solo una parte di quella ‘Coalizione Sociale’ che Civati avrebbe voluto al suo fianco nella campagna referendaria. Davvero qualcuno pensa che sarebbe bastato uno schiocco di dita del leader dei metalmeccanici per indurre, così e dall’oggi al domani, ciò e chi sta dietro e dentro Coalizione Sociale a schierarsi? Vi garantisco che non è così semplice. A riprova, domandate a chi, ai tempi di l’Altra Europa per Tsipras, chiese a Landini una qualche forma di endorsement.

Qualcuno obietterà: “Allora perché oggi Landini dal palco di Roma ha lanciato la proposta di una raccolta firme per un referendum sul Jobs Act e sulla riforma del mercato del lavoro?”. Risposta: “Appunto. Si propone un referendum mirato a influire sulle riforme, sbagliate, che incideranno sul mondo del lavoro”.

Vedete, io penso che, se davvero si vuole contrastare con qualche risultato la deriva neoliberista intrapresa da Renzi e i suoi, in un contesto politico che non vede protagonista alcuna forza di opposizione (a sinistra), con un programma che su quei temi e quei valori di sinistra basi il proprio agire, lanciare una proposta referendaria con otto quesiti su temi diversi non è e non può essere la strada giusta. Non può esserlo, se questa battaglia si inizia senza adeguata preparazione, senza una campagna di informazione e sensibilizzazione che crei un’opinione pubblica attorno a quei temi. Non basta, infatti, raggiungere il numero di firme necessario: il referendum bisogna vincerlo, se si vuole incidere.

E in questo momento l’opinione pubblica su quei temi, o su molti di quei temi, ha le visioni più disparate. Sì, su lavoro, ambiente, scuola, riforme, non tutti la vedono come noi. Anche nella cosiddetta ‘Sinistra’ esistono varie correnti di pensiero, vuoi per la scarsa informazione, vuoi per effetto delle politiche e della comunicazione politica degli ultimi anni. Tutto ciò in un Paese che non si può certo dire ‘di Sinistra’, e che ha dimostrato più volte di essere disponibile a compromessi non proprio edificanti e di fottersene dei buoni principi in cambio di qualche beneficio immediato.

Molti giudicano dei privilegiati coloro che godevano dell’articolo 18 rispetto a chi non ha questa tutela o un contratto stabile; i docenti sono per lo più considerati come una casta di fannulloni da rimettere in riga anche grazie a un preside-padrone; nelle trivellazioni si vedono possibilità di sviluppo e benessere; nella riforma elettorale, per come è stata concepita dal governo, uno strumento di stabilità e certezza.

Questi sono i motivi per cui non si può imbastire – dall’oggi al domani – un referendum su temi così diversi, pur legati fra loro e parte di un unico disegno, senza adeguata preparazione e senza una strategia per il dopo. Perché non basta più dire NO, ma si deve anche offrire un’alternativa credibile.

E Civati lo è?

 

Arfio per battere il MoV

Roma: parte la corsa al Campidoglio. Tutti cercano Marchini, Cicchitto: “Una grande lista civica per battere M5S”

di Andrea Carugati – huffingtonpost.it, 1° novembre 2015

Dopo il fallimento della giunta Marino, e quello ancora più eclatante della squadra di Alemanno, un fantasma si aggira per la Capitale: quello di una grossa coalizione con tutti dentro, o meglio: di una lista civica con tutti i principali partiti, dal Pd a Forza Italia, nel nome di Alfio Marchini, benedetto qualche sera da Berlusconi e da sempre in buoni rapporti con il Pd, tanto da essere determinante nel trovare le firme per dimissionare Marino. Un fantasma che per ora non ha padri né madri, e anzi a sentire i dem l’ipotesi di un sostegno a Marchini viene definita “improbabile”.

E tuttavia Fabrizio Cicchitto, ex berlusconiano di ferro e ora teorico del partito della Nazione, non ha paura a metterci la faccia e dire che “oggi a Roma parlare di centrodestra o di centrosinistra significa non capire il dramma che purtroppo la politica sta vivendo in questa città per cui l’unica via d’uscita è una grande lista civica che è tutt’altro che un’arca di Noè ma l’unica alternativa possibile al M5S”. Un listone civico che mescoli e nasconda i simboli dei vecchi partiti, salvando dal naufragio una parte della nomenklatura, e contrapposto ai grillini nel nome della politica. Un’ipotesi prematura ma tutt’altro che inverosimile. Tanto che lo stesso Marchini a Repubblica ha raccontato di quei dem che gli hanno già proposto, riservatamente, una lista “Democratici per Marchini”. Magari alleata con la lista di Forza Italia priva però del nome e del simbolo.

Al Nazareno per ora non si parla di possibili candidature. Renzi ha in testa solo il lavoro del “dream team” guidato dal prefetto di Milano Paolo Tronca che ha il compito di rimettere in piedi la città in un paio di mesi. Una mission assai più difficile dell’Expo, e tuttavia è a quel modello di successo che ormai il Pd attinge a piene mani. Oltre al pressing su Giuseppe Sala come sindaco di Milano, infatti, anche la squadra che dovrà traghettare Roma ha il timbro del “partito dell’Expo”: non solo Tronca, ma anche per il ruolo di subcommissari ai Trasporti e ai Rifiuti (i due capitoli più sofferenti nella Capitale) il premier guarda al team di Expo: per i trasporti si parla di Marco Rettighieri, general manager costructions per i padiglioni di Rho, e per i rifiuti a Gloria Zavatta, manager per la sostenibilità di Expo.

“Nomi forti, che ci aiutino a lasciarci alle spalle il disastro il prima possibile”, ha spiegato Renzi ai suoi. Dunque prima si testerà il lavoro del dream team, e solo tra qualche mese si passerà alla ricerca del candidato, con una serie di sondaggi che vedranno testato anche Fabrizio Barca, oltre ad alcuni ministri romani tra cui Beatrice Lorenzin, Marianna Madia e Paolo Gentiloni. Non Matteo Orfini, che ha già fatto capire di voler restare fuori dalla partita. Ma l’ipotesi di candidare un politico, almeno per ora, resta sullo sfondo. Troppo forte la bruciatura, troppo alto il rischio di non arrivare neppure al ballottaggio. Che, ad oggi, sembra assai più probabile tra Marchini e un grillino, con il Pd fuori dai giochi. Sempre che i dem alla fine non decidano di saltare sul carro del costruttore.

Nel caso del listone pro Marchini, resterebbero con tutta è probabilità fuori la Lega e Fratelli d’Italia, pronti a candidare Giorgia Meloni, la prima a ribellarsi all’ipotesi del costruttore ex rosso. Salvini, per ora, non si sbilancia: “La Meloni la conosco e la stimo, Marchini non lo conosco e non esprimo giudizi. Dico solo che l’ultima cosa di cui c’è bisogno in Italia, e in particolare a Roma e Milano è litigare”. Su Marchini la sua per ora è una posizione di attesa. Non ci sono stati incontri e neppure telefonate dirette. Nei prossimi giorni si attendono contatti con i vertici romani di “Noi con Salvini”, lo stesso Salvini ha spiegato che intende vedere “Alfio” dopo la manifestazione dell’8 novembre a Bologna. Ma di fronte all’ipotesi di un listone civico con dentro il Pd il Carroccio si chiamerebbe certamente fuori.

La sinistra di Sel e dintorni, a sua volta, pare aver definitivamente chiuso l’alleanza col Pd. Al prossimo giro si ragiona su una candidatura in proprio. Civati ha lanciato il senatore Walter Tocci, che fa ancora parte del Pd. Ma si sta ragionando anche sull’ipotesi di candidare Stefano Fassina, il nome più forte sulla piazza romana, per testare nella sfida clou delle amministrative 2016 la nuova forza politica che nascerà a gennaio. E senza alleanza con i dem, è probabile anche un sostegno di Civati.

In casa M5S regna ancora l’incertezza. Grillo e Casaleggio sono consapevoli di giocarsi la partita della vita, ma ancora oscillano tra la volontà di rispettare le regole e candidare un militante come i 4 consiglieri comunali uscenti (la favorita è l’unica donna, Virginia Raggi), o allargare le maglie delle prossime “comunarie” in modo da consentire la corsa a personalità civiche del calibro del giudice Ferdinando Imposimato. Casaleggio non è rimasto particolarmente colpito dalla performance tv dei 4 moschettieri due settimane fa da Lucia Annunziata a “In Mezz’Ora”. E tuttavia non intende derogare ai regolamenti che impediscono la corsa di un parlamentare in carica come Di Battista. Lavori in corso. L’unica certezza è che il “Dibba”, Grillo e anche Di Maio saranno in prima fila nella campagna elettorale con il Campidoglio. In ogni caso. Convinti di poter conquistare la Capitale sulle rovine dei partiti.

Il referendum? Possibile

segnalato da Lame

di Ciwati – 19 ottobre 2015

La riforma costituzionale ha fatto un altro passo avanti, con l’ultima approvazione in Senato. Dove non c’è stato nessun miglioramento della sostanza della riforma: rimane l’idea di sostituire al bicameralismo perfetto il bicameralismo impazzito, con un Senato eletto da consiglieri regionali tra loro stessi, con una bella spruzzata di sindaci pescati a casaccio nella regione e sottratti al governo delle loro città.

Manca la riduzione del numero dei deputati (da accompagnare – continuiamo a dirlo – a un contenimento delle loro indennità), manca una semplificazione del quadro politico, manca una semplificazione del procedimento legislativo, manca un miglioramento dei rapporti tra lo Stato e le regioni, mancano strumenti di controllo e soprattutto mancano maggiori garanzie di partecipazione dei cittadini.

Per questo i prossimi passaggi parlamentari dovrebbero portare alla bocciatura di una riforma che questo Parlamento ha ormai rinunciato a migliorare. Ci affidiamo, a questo proposito, oltre che eventualmente alla prossima prima lettura della Camera, soprattutto alla seconda lettura: quella in cui i deputati e i senatori potranno dire soltanto sì o no (un po’ come in un referendum sulla Costituzione).

Una scelta che spetterà poi ai cittadini se i parlamentari non avranno saputo scegliere una strada alternativa. E se i cittadini saranno chiamati a dire sì o no, noi – come abbiamo già dimostrato – ci saremo. Proprio come abbiamo già fatto per altre riforme (dall’Italicum al Jobs act, dallo Sblocca-Italia alla scuola) noi lanceremo una proposta alternativa e sapremo coinvolgere i cittadini nel definirla e portarla avanti.

Si tratta di un’alternativa che passa attraverso un no a una riforma costituzionale barocca, fatta solo per consentire al ceto politico di poter decidere sempre di più senza i cittadini. E passa soprattutto attraverso un sì al superamento del bicameralismo paritario per due Camere forti e diverse, scelte dai cittadini, per leggi più semplici ed efficai e un governo efficiente e responsabile con strumenti più avanzati per la partecipazione dei cittadini (referendum e Lip).

Per questo proponiamo a Possibile di tornare immediatamente in campo a fianco dei cittadini, con i suoi più di duecento comitati (altri se ne aggiungeranno nelle prossime settimane) presenti su tutto il territorio nazionale. Saranno i presìdi della Costituzione, per spiegare i reali contenuti della riforma approvata senza alcuna discussione di merito e per illustrare la proposta alternativa, con il contributo di noi parlamentari e degli esperti del Comitato scientifico.

Sarà un percorso volto ad accompagnare da fuori l’ultima fase parlamentare, per evitare che tutto continui a passare sotto silenzio, come qualcosa di inevitabile. Per mettere i parlamentari di fronte alle loro responsabilità: perché se questa riforma venisse approvata chi la vota diverrebbe responsabile di un modello costituzionale caotico e chiuso rispetto alla partecipazione dei cittadini.

E se, nonostante questo, la riforma venisse alla fine approvata, il percorso continuerà, appunto, nella fase del referendum costituzionale, che non lasceremo diventare un plebiscito in mano al governo, ma utilizzeremo come strumento per l’opposizione all’esistente e l’apertura a una alternativa per il futuro.

Con spirito costituzionale, anzi costituente o forse, ancor meglio, ricostituente.

Beatrice Brignone, Giuseppe Civati, Andrea Maestri, Luca Pastorino

fonte: http://www.ciwati.it/2015/10/19/i-presidi-per-la-costituzione-e-la-promozione-della-democrazia-la-proposta-dei-parlamentari-di-possibile-per-i-due-referendum-costituzionali-uno-tra-i-parlamentari-e-uno-tra-i-cittadini/

Ultima chiamata per l’opposizione

di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it, 02/10/2015 (tramite triskel182.wordpress.com)

Triskel182

Il flop Saltano i referendum di Civati, un errore che può bloccare l’opposizione.

Suscita rabbia la notizia che i referendum promossi da Pippo Civati (a tempo scaduto raccolte 300 mila firme e non le necessarie 500 mila) non si faranno. Perché è un’occasione persa. Perché la disponibilità di quelle 300 mila persone può trasformarsi in delusione, e forse anche in un “no grazie, abbiamo già dato” alla prossima richiesta di sottoscrivere qualcosa.  Perché, soprattutto, è un altro fallimento che l’opposizione a Matteo Renzi prende e porta a casa, comportandosi al solito come un’armata brancaleone divisa e inconcludente. Dice Civati al manifesto: “A sinistra mille distinguo. Se ci fossero stati Fiom, Coalizione sociale, Sel, Rifondazione e Verdi ce l’avremmo fatta”.Senza contare, diciamo noi, Lista Tsipras, Comunisti italiani, ex Pd e sinistra Pd. 

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Di referendum e altre amenità

di Lame

Non sono (più) una fan di Civati, lo sapete.
Per una ragione prima di tutto personale (ma nella mia Weltanschauung “il personale è politico”) e cioè che con noi si è comportato come un vero stronzo digitale.
Poi perchè da tempo ho capito che gli manca un elemento fondamentale per essere un leader. E checchè ne dica chiunque, abbiamo bisogno di persone che sappiano esprimere leadership.
Ma non sono cieca.
E questa sua mossa dei referendum mi pare cosa buona.
Li vedo come un sassolino nel mare magnum di merda che ci sommerge.
Ma sono un sassolino che va ad incastrarsi negli snodi cruciali del piano di distruzione costituzionale in atto.
Se sarà davvero possibile (oddio, trovatemi un sinonimo per favore!) votarli, potremmo avere delle sorprese.
La prima sorpresa l’ho avuta qualche giorno fa quando mi sono trovata Civati al parco sotto il mio ufficio con i banchetti per le firme e tutto il resto. Beh, ci saranno state una settantina di persone ad ascoltarlo. Età media: 20 anni. Non male per uno che parla di Costituzione e diritti del lavoro.
La seconda è che se davvero riescono a raccogliere mezzo milione di firme in piena estate, quasi privi di visibilità mediatica e con mezzi e organizzazione che eufemisticamente definirei affrettata, magari vuol dire che questi referendum contengono un frammento di verità esistenziale degli italiani.
Dal che consegue la possibile (ancora!) terza sorpresa: gli italiani potrebbero votarli.
E di per sè questo sarebbe cosa buona. Anche se la vera battaglia comincerebbe solo in quel momento, anche se Civati ci mettesse del suo per sbagliare i tempi e modi della gestione dei risultati, anche se fossero insabbiati e traditi come quello sull’acqua. Nonostante tutto questo, un simile voto sarebbe un punto su cui fare leva.
#ottimista-inguaribile