classi sociali

Sotta o’ muro. Dispensa n.3

(testata in attesa di aut.) 

di Antonio “Boka”

Precariat. Il bivio tra Inferno e Paradiso della Politica.

C’è una correlazione abbastanza significativa tra la diffusione del concetto di precariato e le varie proposte di reddito minimo garantito che si differenzia da altre misure di sostegno al reddito proposte o già esistenti in diversi paesi europei. La differenza sostanziale tra le due proposte deriva dall’atteggiamento (o analisi) che ci si trova ad avere nei confronti dei mutamenti sul mercato del lavoro e dai criteri usati per (ri)classificare le classi sociali.

Una delle analisi più compiute del concetto di “Precariat” (l’italiano precariato non rende la fusione tra proletario e precario) è quella di un professore di Economia della Sicurezza Sociale (mi viene un po’ da ridere al pensiero di introdurre l’insegnamento nelle università italiane) all’ università di Bath: Guy Standing. (Il suo libro è disponibile in licenza creative commons).

La sua analisi del “Precariat” (tenendo presente che ha dedicato buona parte del suo lavoro teorico per la diffusione del concetto) può essere riassunta, in termini familiari alle nottole marxiste-hegeliane, dalla sua trasformazione da classe-in-sé a classe-per-sè che ci porterebbe ad una “Politica di Inferno” rappresentata da un fascismo riadattato con i lavoratori precari che giocherebbero un ruolo analogo a quello del “lumpenproletariat” di marxiana memoria. Standing va giù pesante nelle sue varie definizioni del “Precariat”, arriva a definirlo come “una nuova classe pericolosa”, un “mostro” ed invoca la necessità di mettere in piedi delle contromisure prima che quel mostro prenda vita ed in particolare il bisogno di dare una “voce” che ascolti, comprenda e metta in piedi una “politica” in grado di comprendere e contenere la somma di insicurezze vissute all’interno di questa “classe” prima che diventi preda definitiva delle destre autoritarie. Processi che in parte abbiamo visto prendere luogo in Europa ed in particolare nel nostro paese.

Di fatto, il concetto di “precariato” è fondamentale per l’analisi del mercato del lavoro, dei processi di trasformazione del lavoro stesso e per il riconoscimento di quali siano le formazioni di classe che oggi si fronteggiano. Anticipo che non condivido le tesi che sostengono che il precariato sia una classe emergente poiché questa posizione preclude la comprensione effettiva delle trasformazioni avvenute nella divisione internazionale del lavoro, nello smantellamento (anche parziale) dello Stato Sociale ed in ultima analisi nello svuotamento della “Politica” intesa come partecipazione e come fattore dominante nella trasformazione delle nostre vite.

Non si tratta di rigettare il concetto di precariato in nome di fantomatiche ed illusorie “analisi di classe” ma di interpretarlo in maniera utile per definire una strategia politica. L’aspetto da rigettare invece è quello che utilizza il concetto di precariato come catalizzatore populista di fronte al nuovo antagonismo sociale che è trasversale al concetto di “classi sociali” e si limita alla presa d’atto di un “blocco di potere” (i garantiti, la finanza, i sindacalisti, i politici, chiamateli come volete, solo maschere che rappresentano il potere e la più banale certezza di non temere per un pasto, un tetto ed un paio di stracci da indossare con l’immancabile aggiunta della “device” di turno che ci fa sentire tutti uguali) e tutto il resto.

La precarietà, o meglio, senza enfasi retoriche da quattro soldi, l’insicurezza del lavoro, non è una “conquista” (sic.) recente ma un aspetto organico del Capitale come descritto, ripetuto e dimostrato da Marx, più e più volte, l’unica sostanziale differenza che ci fa capire che siamo in una fase di sviluppo qualitativo del lavoro (ah!, gli insopportabili vizi e vezzi dei marxisti-hegeliani o hegeliani-marxisti, innamorati della “dialettica”) è il peso totale dei cosiddetti precari sul totale dei lavoratori, ovviamente nel mondo occidentale poiché nel resto del pianeta si rivivono le condizioni primordiali tipiche degli inizi del capitalismo. Lo stesso uso di nuovi termini coniati per definire questo tipo di lavori (McJobs, flexiworking, mini-jobs. ecc.) ci fa capire come siano funzionali alla ristrutturazione “spaziale”, tecnologica ed organizzativa del capitalismo.

“I lavoratori dei docks di Liverpool vivono costantemente una situazione precaria ed incerta. L’offerta di lavoro è sempre superiore di gran lunga alla domanda e, di conseguenza, è che nessuno lavora più di quattro giorni alla settimana e mediamente 18 ore a settimana”, si può leggere in alcune cronache del 1882. Del resto il proletariato agrario della prima Inghilterra moderna era estremamente vulnerabile alle variazioni di domanda di lavoro e lo Stato era costantemente costretto ad intervenire con delle contromisure per evitare una vera e propria decimazione della popolazione. I filatori di cotone della prima rivoluzione industriale erano costantemente senza lavoro, alla ricerca di mille espedienti per sopravvivere. L’insicurezza è vecchia come il capitalismo ed ha sempre caratterizzato ampi settori dell’economia così come l’utilizzo di donne ed emarginati (per razza o status) per lo svolgimento della maggior parte dei lavori precari (o non retribuiti e socialmente necessari).

Con l’avvento del modello fordista di organizzazione del lavoro la stabilità dell’ occupazione diventa, invece, un obiettivo da  conseguire sia per ragioni di affermazione del marchio industriale sia per la sostituzione dell’operaio di mestiere con l’operaio massa. Ford, sosteneva che l’erogazione di un salario relativamente “alto” avrebbe portato ad una riduzione del costo complessivo del lavoro nel lungo termine. L’aumento della produttività, obiettivo costante della produzione capitalistica, era legato alla stabilità della forza-lavoro.

La rottura di questo sistema, sostanzialmente con forti accenti corporativi su cui si sono innestate, formate e, disgraziatamente, continuate, le politiche sindacali, è avvenuta come conseguenza della lunga crisi degli anni ’70, in particolare nel settore dei servizi, dove porzioni via via più grandi dell’occupazione totale sono state “appaltate” ad imprese che gestivano (e gestiscono) i lavoratori su base occasionale e temporanea. Posizioni di lavoro un tempo occupate da lavoratori stabili sono diventate il campo di attività di lavoratori temporanei.

Questo processo che man mano si è allargato a strati sempre più ampi di lavoratori spesso ben istruiti ma vincolati ad attività instabili senza necessità di fedeltà aziendali la cui esistenza è caratterizzata da insicurezza personale e sociale. L’unica solidarietà possibile è quella di gruppo con forti note individualistiche. Le forme di socializzazione sono rappresentate quasi esclusivamente da forme di “networking” piuttosto che dalle ormai superate (e non rappresentative del loro modo di esistenza) forme di “comunità” della vecchia classe operaia. D’altra parte sono loro che si sono ribellati nelle proteste anticapitalistiche dell’ultimo ventennio o giù di lì.

(continua)

(….Forse questa è una mia semplice fantasia, ma credo che la memoria della maggior parte di noi possa risalir più lontano di quanto generalmente si pensi; appunto come credo che la facoltà ’osservazione’ sia in molti bambini, per esattezza ed acume, addirittura prodigiosa. Di parecchi adulti, anzi, notevoli per questo rispetto, credo si possa dire, con maggior proprietà, non che abbiano acquistato, ma che non abbiano mai perduto quella facoltà; tanto più che simili uomini, come m’è dato spesso d’osservare, conservano certa freschezza, certa gentilezza e certa capacità di simpatia, che son certo qualità infantili rimaste in essi intatte fino all’età matura.)

Formazione alla tedesca

Segnalato da barbarasiberiana

IL SISTEMA FORMATIVO DELLA GERMANIA FUNZIONA? NEIN

Abuso dell’apprendistato e un sistema che «ha cristallizzato il Paese»: le critiche della sociologa Heike Solga al Festival dell’Economia di Trento

Di Francesco Floris – linkiesta.it, 01/06/2015

A sud della Alpi s’invidia il mercato del lavoro tedesco, con il tasso di disoccupazione assestato al 5% – il più basso d’Europa secondo solo a quello della Norvegia (dati Eurostat, febbraio 2015) – gli indicatori macroeconomici in termini di export e avanzo commerciale, la crescita economica, la sostenibilità della finanza pubblica, il sistema istituzionale e quello scolastico-formativo.

Non sempre a ragione.

Fa specie che a dirlo sia una tedesca, la professoressa Heike Solga. Insegna Sociologia alla Libera Università di Berlino e dirige l’unità di ricerca “Formazione delle competenze e mercati del lavoro” presso il Wzb Berlin Social Science Center. Fa ancora più specie che lo pronunci dal palco del Festival dell’Economia di Trento, nella regione italiana che per storia e tradizione condivide con la Mitteleuropa e l’aerea linguistica tedesca le maggiori affinità.

Comincia citando i lavori dell’Ocse che, assieme ad altre organizzazioni internazionali, accusa la Germania di abusare dello strumento dell’apprendistato a scapito del percorso universitario; abuso che si è fatto più intenso dall’avvio della crisi economica.

«Se il sistema economico non funziona nel suo complesso, i sistemi di formazione e avviamento al lavoro non possono sopperire. Le correlazioni matematiche di cui disponiamo dimostrano che non c’è stato alcun miracolo».

Parla del Vet – Vocational Education Training – l’impalcatura su cui si regge l’intero sistema alternativo alla formazione scolastica tradizionale, e che porta la metà dei giovani di nuova “immatricolazione” a finire in un sistema duale: 3 giorni in azienda e 2 giorni a scuola, per una durata di due-tre anni.

A parole è più semplice che nella realtà dei fatti, visto che l’inserimento è figlio di una lunga ed estenuante trattativa fra quattro tipologie distinte di soggetti: il Governo federale, i governi federati dei singoli Länder, le associazioni di categoria e i sindacati. A oggi esistono 329 testi legislativi differenti di regolamentazione, dopo un lungo processo di snellimento normativo che ne ha stralciati quasi 600 dagli anni ’70 in poi.

Di tutte le imprese tedesche, aderiscono al sistema del Vet solo il 25%, per lo più grandissime aziende come Siemens o Bmw.

L’apprendistato riguarda sia lavori manuali a bassa qualifica sia il mondo dei servizi. In questi ultimi finiscono quasi il 40% dei giovani tedeschi maschi e più del doppio delle donne, l’88%.

È un sistema multi-livellare e carico di disparità, perché relega i ragazzi in quattro differenti segmenti per tipologia lavorativa: alto (16%), medio-alto (32%), medio-basso (20%), basso (33%). Nel segmento basso – ad esempio commessi – oltre un quinto dei ragazzi corre il rischio di non essere assunto finito il periodo di formazione, e chi ci riesce guadagna in media 400€ al mese, con orari di lavoro frammentati su turni e scarsi contributi previdenziali.

All’opposto chi esce dal segmento più elevato, come i bancari, gode praticamente della certezza di essere assunto – solo l’1% non ottiene un contratto.

Una fetta inferiore ma comunque cospicua dei VET, circa il 22%, non partecipa alla formazione in azienda: si tratta di apprendisti infermieri o assistenti sociali, quasi tutte donne. Nel loro caso la regolamentazione è figlia della sola volontà politica dei Länder, non esiste una fase di contrattazione con le parti sociali.

La dottoressa Heike Solga insiste su un punto specifico: «Nel VET, in sostanza, si assiste alla fotografia della stratificazione sociale tedesca in classi», e sebbene queste leggi siano state varate con l’intenzione di promuovere la mobilità sociale, «in realtà hanno cristallizzato il Paese». «L’analisi empirica ci dice che c’è una stretta correlazione fra il titolo di studio dei genitori e quello a cui accederanno i figli». La Germania svetta in Europa, in questa classifica, mentre è la Finlandia il Paese in cui è più facile che un operaio sogni un figlio dottore – con qualche possibilità di vedere il suo sogno realizzato.

Per non parlare di chi non riesce ad accedere nemmeno ai programmi di apprendistato – circa il 26% del totale, che finisce nei programmi cosiddetti “pre-vocational”, per un periodo che varia dai 6 ai 12 mesi, ottenendo un attestato non parificato a quello di istruzione secondaria. “Senza né laurea né apprendistato in Germania si è considerati una completa nullità, si vivrà probabilmente di lavori saltuari e sussidi pubblici”.

E anche chi esce da un apprendistato non avrà vita facile, prosegue Solga: «Un terzo degli apprendisti cambia mestiere nel giro del primo anno. Ovviamente è possibile per via di una serie di convenzioni, ma così facendo sono costretti a seguire un nuovo programma oppure ad essere inquadrati in azienda con il minor livello contrattuale e quindi salariale». «Se entro i venticinque anni non hai trovato un impiego stabile è difficile che tu riesca a stabilizzarti in futuro». È un meccanismo, secondo la Solga, che premia i migliori ma ha creato una vasta sacca più oscura. Negli ultimi anni il problema si è aggravato con l’aumentare degli immigrati, che ovviamente trovano la loro collocazione in questa terra di mezzo, in questo limbo.

Chiude con una nota di ottimismo la sociologa tedesca: «L’inclusione è garantita almeno al 60% dei diplomati-apprendisti che poi vengono assunti» e soprattutto «il sistema impedisce la piaga dell’abbandono scolastico completo dopo la terza media: i ragazzi comunque svolgono per altri due-tre anni una formazione professionale con qualche ora dedicata alle discipline generali, come la matematica e le lingue».

Invidia sociale (fra poveri)

IL CAPOLAVORO DI RENZI: L’INVIDIA SOCIALE TRASFERITA AI PIANI BASSI

da ilfattoquotidiano.it (11/09/2014) – di Alessandro Robecchi

Con tutta ‘sta pippa della crisi dell’ideologia, e che l’ideologia è morta, e che ormai “ideologico” pare un insulto peggio che “pedofilo” o “truffatore”, si sta perdendo di vista un piccolo dettaglio: che l’ideologia è viva e lotta insieme a noi. Anzi, contro di noi. E un caso di scuola ci viene dalle recenti imprese del governo Renzi, prima tra tutte quella del blocco degli stipendi del pubblico impiego: circa tre milioni di lavoratori per una “manovra” (un pezzettino di quella manovra correttiva che “non ci sarà”, ma invece c’è eccome) da circa tre miliardi. Non si entrerà qui nel merito del provvedimento: secondo la Cgil l’introito medio perso da ogni lavoratore sarà di circa 600 euro nel 2015, come dire che gli statali renderanno nel 2015 i famosi 80 euro ricevuti nel 2014, e vabbè. Si vuole invece affrontare qui il discorso, per l’appunto, ideologico.

Come si sa, il governo Renzi gode di grande sostegno e popolarità, e come si sa è sostenuto quasi militarmente da alcune falangi di fedelissimi piuttosto acritici, soldatini sempre in piedi dei social network. È bene ascoltarli, perché sono loro a tradurre in parole nette l’ideologia corrente. Il più chiaro esempio di vulgata renzista di fronte al blocco degli stipendi pubblici (praticamente un taglio, specie se si pensa che il 2015 sarà il quinto anno consecutivo di blocco) è il seguente: “Gli statali hanno un lavoro”. Di più: “Un lavoro fisso”. Che sia un lavoro pagato poco, sì, lo dicono anche loro (specie quando parlano di docenti, maestri e professori, notevole base elettorale) ma per ora è quel “posto fisso” che disturba, che offende, che indigna.

Prima lezione di ideologia: invece di battersi per un “posto fisso”, o almeno dignitoso e minimamente garantito per tutti, si demonizza chi ce l’ha. Insomma, il meccanismo è semplice: si prende un diritto che a molti è ingiustamente precluso e lo si chiama “privilegio”, additandolo al pubblico ludibrio. Ora ci sono due componenti di questa posizione altamente ideologica che si sposano mirabilmente. Il primo è la lenta, ma inesorabile, distruzione dell’immagine del dipendente pubblico. Una cosa che prosegue da anni e anni: è ladro, non lavora, va al bar, eccetera.

Il secondo dato ideologico è la vera vittoria del renzismo: aver trasferito l’invidia sociale ai piani bassi della società. Quella che una volta si chiamava lotta di classe (l’operaio con la Panda contro il padrone con la Ferrari) e che la destra si affannava a chiamare “invidia sociale”, ora si è trasferita alle classi più basse (il precario con la bici contro l’avido e privilegiato statale con la Panda). Insomma, mentre le posizioni apicali non le tocca nessuno (né per gli ottanta euro, né per altre riforme economiche è stato preso qualcosa ai più ricchi), si è alimentata una feroce guerra tra poveri. Una costante corsa al ribasso che avrà effetti devastanti. Perché se oggi un precario può dire al dipendente pubblico che è privilegiato, domani uno che muore di fame potrà indicare un precario come “fortunato”, e via così, sempre scavando in fondo al barile. Si tratta esattamente, perfettamente, di un’ideologia. Chissà, forse qualcuno farà notare che considerare privilegiato un professore a 1.500 euro al mese non è sano né giusto. Specie se a quel “posto fisso” così scandaloso sono aggrappati figli precari o mogli sottopagate, se quel “posto fisso”, insomma, è – oltreché un diritto che dovrebbero avere tutti – un surrogato del welfare che dovrebbe esserci e non c’è.