combustibili fossili

Green Economy alla rignanese

segnalato da Barbara G.

Renzi, la ‘green economy’ dell’ex premier: niente Strategia energetica nazionale e grandi agevolazioni per gli idrocarburi

Dalla California l’ex premier rilancia “la scommessa sulle energie alternative” perché “durante i mille giorni abbiamo fatto molto ma ne abbiamo parlato poco”. La realtà è diversa: il suo esecutivo verrà ricordato per le trivellazioni più facili nel Mediterraneo, il calo degli investimenti sul fotovoltaico, le mosse del Mef per non far pagare l’Imu alle piattaforme petrolifere, gli annunci per la Sen e il Green Act mai arrivati. Ma ora l’obiettivo è quello di spuntare le armi di Michele Emiliano.

di Marco Pasciuti – ilfattoquotidiano.it, 24/02/2017

E’ la carta che rispunta ciclicamente dal cilindro alla vigilia delle battaglie più importanti. L’aveva tirata fuori quando, nei panni del rottamatore, andò alla conquista del comune di Firenze. Lo fece di nuovo alle primarie del 2012, quando sfidò Pier Luigi Bersani per la leadership del centrosinistra. Poi nel febbraio 2014, presentando il suo governo. E’ successo ancora questa settimana, con la partita del congresso alle porte e il tentativo di fare proprie le armi dell’avversario: dalla California Matteo Renzi torna a rilanciare “la scommessa sulle energie alternative” e sulla sostenibilità ambientale. I temi sui quali Michele Emiliano, suo principale sfidante alle prossime primarie del Pd, ha costruito la propria figura politica e la propria ascesa nel partito. Ma, al di là delle dichiarazioni, per la green economy nei 2 anni e mezzo a Palazzo Chigi l’ex premier ha fatto meno di quanto annunciato.

La gestione del comparto energetico a resta ancorata a “una concezione dello sviluppo troppo legata a modelli del passato“, ha scritto il 16 gennaio Ermete Realacci in un intervento su Linkiesta. Eppure tre anni fa, il 24 febbraio 2014, lo stesso presidente della Commissione Ambiente esultava per i cenni alle “fonti rinnovabili, l’innovazione in campo ambientale con la chimica verde” contenuti nel discorso con cui il neo-premier aveva chiesto la fiducia in Senato. La prima legge a portare gli ambientalisti sulle barricate era stato il cosiddetto “Spalma incentivi“: il decreto 91 convertito il 7 agosto 2014 prevedeva che dal 1° gennaio 2015 tutti gli impianti fotovoltaici di potenza superiore ai 200 kWp non avrebbero più goduto dei sussidi previsti, lasciando la possibilità di scegliere tra un’erogazione dell’incentivo su 24 anni invece che su 20, oppure un taglio secco del sussidio.

L’intero settore aveva bisogno di una regolamentazione, data anche la mole di truffe e casi di “solare fantasma” che andavano a ingolfare i tribunali del Sud Italia, ma l’effetto ha influito negativamente sugli investimenti. “L’aspetto più critico del provvedimento – si legge nel rapporto Rinnovabili nel mirino pubblicato da Greenpeace nel marzo 2016 – risiede nella sua retroattività. Si è deciso di modificare accordi definiti in precedenza per investimenti già effettuati”. Così secondo il report “Global Trends in Renewable Energy Investment 2016” elaborato dall’Unep, il Programma ambientale dell’Onu, nel 2015 “l’Italia ha visto gli investimenti sulle  rinnovabili scendere sotto quota 1 miliardo di dollari, – 21% rispetto al 2014 e molto al di sotto dei 31,7 miliardi registrato durante il boom del fotovoltaico del 2011 (prima della lunga sequela di tagli inaugurata dal governo Monti, ndr). Il taglio retroattivo degli incentivi ha contribuito a smorzare l’interesse degli investitori”. Nel 2015 anche la Germania, si legge ancora, aveva conosciuto un calo consistente, “il peggiore da 12 anni”, ma il crollo si era fermato a quota a 8,5 miliardi.

“Sulle rinnovabili il governo Renzi ha soltanto tagliato – spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – dopo la promessa fatta ai tempi del referendum sulle trivelle (e ribadita il 21 aprile 2016 a New York in occasione del dibattito sugli obiettivi per lo sviluppo sostenibile alle Nazioni Unite, ndr) di arrivare entro fine legislatura al 50% di energia prodotta da fonti rinnovabili, l’esecutivo non ha fatto un solo provvedimento serio che va in questa direzione. Non a caso tra il 2015 e il 2016 la percentuale si è ridotta dal 38% al 33%“.

Un mese più tardi scoppiava la grana trivellazioni. Il 12 settembre 2014 il governo aveva varato il decreto Sbocca Italia“, ribattezzato dai detrattori “Sblocca Trivelle“, perché toglieva alle Regioni e dava a Roma il potere di rilasciare le autorizzazioni per le nuove attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi nel Mediterraneo. Immediatamente la Puglia guidata da Michele Emiliano si metteva a capo di una cordata formata da Basilicata, Marche, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise – oltre a Greenpeace, Legambiente e WWF Italia – che chiedeva e otteneva dopo un lungo braccio di ferro legale e politico il referendum abrogativo. Il 20 marzo 2016, a meno di un mese dal voto del 17 aprile, Renzi chiariva ufficialmente la linea del partito: la segreteria del Pd è per l’astensione. Per poi ribadire qualche giorno dopo nel pieno delle polemiche: “L’astensione a un referendum che ha il quorum è una posizione sacrosanta e legittima“. Risultato: la consultazione non raggiunse il quorum e “le compagnie hanno continuato a richiedere autorizzazioni per impianti nel Mediterraneo – continua Zanchini – come il progetto Vega di Edison che viene presentato in questi giorni, quando loro negavano che si potessero costruire nuove strutture”.

Nel frattempo, il 19 maggio 2015, il Senato aveva approvato in via definitiva il testo unificato sugli Ecoreati, che aggiornava il codice penale prevedendo il carcere per 5 nuovi reati: disastro ambientale e inquinamento ambientale, traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, impedimento dell’eco-controllo, omessa bonifica. Un testo salutato con soddisfazione da tutte le parti politiche (approvato a Palazzo Madama grazie all’inedita alleanza M5s-Sel-Pd), ma che le associazioni mettevano nel mirino perché orfano del divieto dell’utilizzo dell’air-gun, tecnica che prevede esplosioni ad aria compressa per la ricerca di idrocarburi in mare. Contro la quale il solito Michele Emiliano partiva per l’ennesima crociata.

Ulteriore conferma del senso di Matteo per gli idrocarburi era arrivata il 1° giugno 2016, giorno in cui il Ministero dell’Economia era intervenuto in un pluridecennale braccio di ferro tra giganti del petrolio e diversi territori del Sud. Con la risoluzione numero 3/DF il Dipartimento delle Finanze stabiliva che per le piattaforme di trivellazione le compagnie non devono pagare Imu e Tasi. La motivazione: quel tipo di impianti non è inventariato dal Catasto ma dall’Istituto idrografico della Marina, e di conseguenza per ottenere il pagamento servirebbe “l’ampliamento del presupposto impositivo dell’Imu e della Tasi”, scriveva il Mef. Che prendeva così nettamente posizione in favore dell’Eni contro il comune di Pineto, nel teramano, tentando di superare la sentenza del 24 febbraio 2016 della Corte di Cassazione. Che ribadiva l’obbligo del pagamento in un successivo pronunciamento del 30 settembre 2016.

Tra le misure adottate Renzi può annoverare il Collegato ambientale. Approvato il 22 dicembre 2015, il testo prevedeva tra le altre cose 35 milioni di euro a favore dei comuni con più di 100mila abitanti per finanziare progetti di mobilità sostenibile, credito d’imposta del 50% in favore delle imprese per la bonifica dell’amianto, norme contro l’abbandono di rifiuti di piccole dimensioni come mozziconi di sigarette, gomme da masticare, scontrini, fazzoletti di carta. Ancora presto per valutare gli effetti del decreto Rinnovabili del 23 giugno 2016, che mette sul piatto 9 miliardi in 20 anni per le rinnovabili non fotovoltaiche.

Provvedimenti che, tuttavia, non si inseriscono in una Strategia energetica nazionale, che il governo Renzi non ha mai varato. L’ultima Sen risale a inizio 2013, ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, ministro dell’Ambiente Corrado Clini. Al di là degli annunci, il lavoro dell’esecutivo in questo senso è approdata appena a una risoluzione approvata in Commissione Ambiente al Senato il 16 febbraio in cui si consegna “al governo una serie di impegni“. L’ennesimo libro dei sogni.

Altrettanto campato in aria è il Green Act di cui Renzi aveva parlato per la prima volta due anni fa, in un tweet del 2 gennaio 2015 in cui elencava i capitoli principali dell’azione del suo governo. Il tema era stato oggetto di una infinita serie di annunci del ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti che iniziava il 25 febbraio 2015 (“Il Green Act partirà a  marzo“) e terminava il 10 giugno 2016 (“Il Green Act potrà rappresentare il primo passo verso un nuovo modo di vedere e vivere la normativa ambientale”). Con la capogruppo Pd in Commissione Ecomafie Laura Puppato che ancora il 27 ottobre 2016 ne parlava al futuro sottolineando la necessità di “varare al più presto il Green Act”.

Governo fossile

Le industrie sporche spendono sempre più in politica per mantenerci nell’era fossile.
di George Monbiot – 19 gennaio 2017 – the Guardian

Facciamo aspettare l’America di nuovo. Questa è la sostanza della politica energetica di Trump. Fermate tutti gli orologi, mettiamo la rivoluzione tecnologica in attesa, assicuriamoci che la transizione dai combustibili fossili all’energia pulita sia ritardata il più a lungo possibile.

Trump è il presidente che i luddisti delle multinazionali sognavano; l’uomo che consentirà loro di spremere ogni cent rimasto dalle loro riserve di petrolio e carbone prima che diventino senza valore. Loro hanno bisogno di lui perchè la scienza, la tecnologia e le domande della gente per un mondo sicuro e stabile li hanno lasciati a terra. Non c’è nessuna battaglia giusta che possano vincere, quindi la loro ultima speranza sta in un governo che truccherà la competizione.

A questo scopo Trump ha nominato nel suo gabinetto alcuni di questi responsabili di un crimine universale: inflitto non a particolari nazioni o gruppi, ma a tutti quanti.

Ricerche recenti suggeriscono che – se non vengono prese misure drastiche del tipo previsto dall’accordo di Parigi sul cambiamento climatico – la perdita di ghiaccio nell’Antartico potrebbe far salire i livelli dei mari di un metro in questo secolo e di quindici metri nei secoli seguenti. Combinate questo con lo scioglimento in Groenlandia e l’espansione termica delle acque marina e scoprirete che molte delle grandi città del mondo sono a rischio esistenziale.

Lo sconvolgimento climatico di zone agricole cruciali – in Nord e Centro America, Medio Oriente, Africa e buona parte dell’Asia – presenta una minaccia alla sicurezza che potrebbe sovrastare tutte le altre. La guerra civile in Siria, se non vengono adottate politiche risolute, ci fa intravedere il possibile futuro globale.

Questi non sono, se i rischi si materializzano, cambiamenti a cui possiamo adattarci. Queste crisi saranno più grandi della nostra capacità di rispondere ad esse. Potrebbero portare alla rapida e radicale semplificazione della società, il che significa, per dirla brutalmente, la fine della civilizzazione e di molte delle persone che sostiene. Se questo accade sarà il pi grande crimine mai commesso. E vari membri del gabinetto proposto da Trump sono tra i principali responsabili.

Nelle loro carriere, finora, hanno difeso l’industria fossile allo stesso tempo contestando le misure intese a prevenire la degradazione del clima. Hanno considerato i bisogni di pochi eccessivamente ricchi di proteggere i loro folli investimenti per alcuni anni ancora, soppesandoli contro le condizioni climatiche benigne che hanno permesso all’umanità di fiorire e hanno deciso che gli investimenti folli sono più importanti.

Nominando Rex Tillerson, amministratore delegato della società petrolifera ExxonMobil come segretario di stato, Trump non solo assicura all’economia fossile che siederà vicino al suo cuore; offre conforto ad un altro supporter: Vladimir Putin. È stato Tillerson che ha concluso l’affare da 500 miliardi di dollari tra la Exxon e la società statale russa Rosneft per sfruttare le riserve petrolifere dell’Artico. Come risultato gli è stato concesso da Putin l’Ordine Russo dell’Amicizia.
L’affare è stato stoppato dalle sanzioni che gli USA hanno imposto quando la Russia ha invaso l’Ucraina. La probabilità che queste sanzioni sopravvivano nella loro forma corrente al governo Trump è, fino all’ultimo decimale, la stessa di una palla di neve all’inferno. Se la Russia ha interferito nelle elezioni USA sarà lautamente ricompensata quando l’affare andrà avanti.

Le nomine di Trump a segretario per l’energia e agli interni sono entrambi negazionisti del cambiamento climatico, i quali – curiosa coincidenza – hanno una lunga storia di sponsorizzazioni da parte delle industrie fossili. La sua proposta per procuratore generale, il senatore Jeff Session, sembra abbia dimenticato di dichiarare nella sua lista di interessi personali che affitta terra ad una società petrolifera.

L’uomo nominato a guidare l’EPA (Environmental Protection Agency, Agenzia di Protezione dell’Ambiente, n.d.t.), Scott Pruit ha speso gran parte della sua vita lavorativa a fare campagna contro…l’Agenzia di Protezione dell’Ambiente. Come procuratore generale in Oklahoma ha aperto 14 indagini contro l’EPA, cercando tra le altre cose, di stroncare il Piano Energia Pulita, i suoi limiti al mercurio e altri metalli pesanti rilasciati dalle centrali a carbone e la sua protezione delle forniture di acqua da bere e della fauna. In tredici di queste indagini sarebbero coinvolte come parti in causa delle società che hanno finanziato la sua campagna politica o comitati affiliati a lui.

Le nomine di Trump riflettono quel che io chiamo il Paradosso dell’Inquinamento. Più una società è inquinante e più denaro deve spendere in politica per accertarsi che non vengano stabilite regole che la costringono a chiudere. I finanziamenti delle campagne quindi finiscono per essere dominati da società sporche, che si assicurano di esercitare la più grande influenza, con l’esclusione conseguente dei loro rivali più puliti. Il gabinetto di Trump è imbottito di gente che deve la propria carriera politica alla sporcizia.

Si poteva una volta sostenere, giusto o no, che i benefici umani dati dallo sviluppo delle attività estrattive di combustibili fossili potevano superare i danni. Ma la combinazione di una scienza climatica più sofisticata, che ora presenta i rischi in termini crudi e il costo in caduta delle tecnologie pulite rende questo argomento altrettanto obsoleto di una centrale a carbone.

Mentre gli USA si rintanano nel passato, la Cina sta investendo massicciamente in energie rinnovabili, auto elettriche e nuove tecnologie per le batterie. Il governo cinese sostiene che questa nuova rivoluzione industriale genererà 13 milioni di posti di lavoro. Questo, in contrasto con la promessa di Trump di creare milioni di posti di lavoro attraverso la rianimazione del carbone, ha almeno una chance di materializzarsi. Non si tratta solo del fatto che tornare ad una vecchia tecnologia quando ne sono disponibili di migliori è difficile; è anche che l’estrazione del carbone è stata automatizzata fino al punto che ora offre pochi posti di lavoro. Il tentativo di Trump di far rivivere l’era fossile non servirà a nessun altro che ai baroni del carbone.

Comprensibilmente i commentatori hanno cercato lampi di luce nella posizione di Trump. Ma non ce ne sono. Non potrebbe averlo detto più chiaramente, attraverso le sue dichiarazioni pubbliche, la piattaforma Repubblicana e le sue nomine, che intende chiudere i fondi nella maggior misura possibile sia per la scienza climatica che per l’energia pulita, stracciare l’accordo di Parigi, mantenere i sussidi ai combustibili fossili e annullare le leggi che proteggono le persone e il resto del mondo vivente dall’impatto dell’energia sporca.

La sua candidatura è stata rappresentata come una ribellione che sfida il potere costituito. Ma la sua posizione sul cambiamento climatico rivela quel che avrebbe dovuto essere ovvio fin dall’inizio: lui e il suo team rappresentano il potere in carica e combattono le tecnologie ribelli e le sfide politiche a un modello di business moribondo. Essi tratterranno la marea di cambiamento per quanto a lungo potranno. E poi la diga esploderà.

fonte: http://www.monbiot.com/2017/01/20/the-pollution-paradox/

(trad. Lame)

Ci hanno presi per il…

segnalato da Barbara G.

L’allarme della Cgil sul futuro degli impianti

Trivelle in crisi: il Governo aveva mentito

Persi 600 posti di lavoro nel 2016, zero investimenti programmati, tutte le grandi aziende guardano altrove. Le trivelle non creano posti di lavoro, e ormai è un dato di fatto: il referendum del 17 aprile non c’entra nulla

rinnovabili.it, 13/06/2016

Renzi lo ripeteva come un mantra per far fallire il referendum sulle trivelle: “se vince il Sì a rischio migliaia di posti di lavoro”. Il Governo dipingeva scenari apocalittici, con l’intero comparto degli idrocarburi in ginocchio nell’ipotesi di una vittoria dei No Triv. I sostenitori della consultazione del 17 aprile scorso invece battevano un altro tasto: il settore è in crisi nera di suo e non sarà il referendum a incidere. Chi aveva ragione? Basta dare un’occhiata a quello che sta succedendo a Ravenna per farsi un’idea.

Le trivelle non creano posti di lavoro, anzi li perdono con un’emorragia impressionante. La Cgil lancia l’allarme: da inizio anno sono già 600 i posti di lavoro persi. E gli investimenti? Adesso che lo spauracchio del referendum sulle trivelle – così era dipinto – non c’è più, si potrebbe pensare, saranno certamente arrivati a pioggia, in linea con quello che andava ripetendo il premier: “È un referendum per bloccare impianti che funzionano”.

A quanto pare, invece, le grandi aziende del ravennate non sono assolutamente d’accordo. «Le principali services company multinazionali – commenta Alessandro Mongiusti, della Filctem Cgil Ravenna e responsabile nazionale di categoria per il comparto perforazione – hanno avviato piani di ristrutturazione devastanti che vedono coinvolte anche le basi operative nel nostro paese e nella nostra città. Dimensionalmente le tre big, Halliburton, Baker Hughes e Schlumberger hanno già ridotto il personale di oltre il 50% e stanno proseguendo nel percorso di riduzione».

A fine mese probabilmente si fermerà pure l’Atwood Beacon, cioè l’ultimo impianto di perforazione che sta operando nella zona. Un record, visto che a Ravenna non era mai accaduto che tutti gli impianti fossero fermi. «Altra certezza, purtroppo – continua Mongiusti – sono i futuri piani operativi comunicati da Eni per Ravenna. Stante l’attuale situazione di mercato non vi sono operazioni in programma per tutto il 2016 e credo sia inutile andare oltre e fare i veggenti per il 2017. Se le operazioni non ripartono a breve termine quanto rimasto della forza lavoro dell’intero comparto subirà nei prossimi mesi una decimazione irrecuperabile».

È chiaro che l’avventura fossile dell’Italia era già in declino prima della consultazione popolare. La penisola ha una produzione risibile e in costante calo, sia di gas che di greggio.  Il crollo del prezzo del barile rende l’estrazione in mare sempre più antieconomica. Secondo l’ultimo rapporto della società di consulenza Deloitte, il 35% delle compagnie sarebbe ad alto rischio di fallimento nel 2016. Nonostante il governi seguitino a foraggiare l’industria fossile con oltre 5 mila miliardi di dollari l’anno, nonostante l’Italia abbia destinato a carbone, gas e petrolio una quota di finanziamenti pubblici 42 volte superiore a quelli accantonati per l’azione climatica, le prospettive per il mercato del lavoro nel settore non sono affatto incoraggianti.

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E visto che ora non ci sono più scuse, cosa aspettate a firmare per il referendum? Evitiamo che vengano rilasciate concessioni inutili, per favorire i soliti noti, e cambiamo strategia energetica.

Ci sono ancora pochi giorni a disposizione.

Il quesito sulle trivelle vuole cancellare i riferimenti a certe zone dell’Italia che limitano le attività petrolifere esclusivamente in quei luoghi, in modo da render applicabile il divieto di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi a tutta Italia, per i nuovi interventi in terraferma e in mare al di fuori delle 12 miglia. Dopo il referendum del 17 aprile contro le concessioni già esistenti in mare nelle prime 12 miglia, un quesito sui progetti nella restante parte del territorio italiano.

Non riguarda le concessioni già assegnate dallo Stato, perché colpirle lo avrebbe reso inammissibile.

Votare “Sì” significa voler bloccare tutti i nuovi progetti di perforazione e estrazione, ridurre devastazioni e problemi di salute connessi ai progetti petroliferi e rispondere alle analisi di scienziati di tutto il mondo: estrazione e combustione degli idrocarburi causano sconvolgimenti climatici, con grave rischio per la vivibilità della Terra. Le attuali richieste dei petrolieri per concessioni in terraferma e in mare sono oltre 100, su vaste aree del Paese. Fermiamole!

Leggi il quesito referendario

I No Triv d’Oltralpe sono al governo

segnalato da Barbara G.

Francia, stop alla ricerca petrolifera e investimenti nelle rinnovabili

di Maria Rita D’Orsogna – ilfattoquotidiano.it, 23/02/2016

Il governo francese, su proposta del ministro dell’Ecologia e dell’Energia di Francia, Segolene Royal, ha deciso di vietare tutte le operazioni di ricerca petrolifera sul proprio territorio. Non cercheranno più petrolio da nessuna parte – una decisione monumentale. Visto che in Francia in questo momento ci sono 54 permessi esplorativi e 130 domande di ricerca di petrolio, più di 180 istanze assegnate o da assegnare finiranno nel dimenticatoio.

Segolene Royal ha ricordato che spera che il diniego di nuovi permessi esplorativi porterà nuovi investimenti nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica del paese. Dice anche che bloccare la ricerca di petrolio è una risposta naturale all’esigenza di diminuirne l’uso. La decisione verrà inglobata nell’Energy Transition Act, varato nel 2015 dalla Francia e che impone per il 2050 la riduzione dell’uso di energia del 50% rispetto ai livelli del 2012, e di un taglio del 30% dell’uso di fonti fossili entro il 2030.

Segolene Royal è stata da poco nominata presidente del Cop21, il ramo delle Nazioni Unite che si occupa di cambiamenti climatici. A gennaio era stata in visita in California, ad incontrare i leader dell’industria anche verde di questo stato, e poi all’Onu per discutere con il segretario generale Ban Ki Moon come fare per implementare al meglio le decisioni prese durante il summit del clima di Parigi. A New York disse: “Ogni nazione deve adesso trasformare gli impegni presi a Parigi in azioni concrete” e che l’Europa deve rimanere di esempio per altri paesi sulla transizione rapida verso l’energia pulita. Con questa decisione del no a tutti i nuovi permessi petroliferi, la Francia di Segolene Royal cerca di fare il suo primo passo.

La Francia diventa così la prima nazione d’Europa a vietare la ricerca petrolifera nei propri confini nazionali. Nel 2011 i cugini d’oltralpe avevano già vietato il fracking, prima di tutti gli altri, dando l’esempio a Bulgaria, Germania ed Olanda che hanno successivamente adottato provvedimenti simili o comunque molto restrittivi sull’estrazione di shale gas.  In Francia la persona che si occupa di ambiente e di energia è la stessa persona. In Francia negli scorsi anni hanno approvato leggi o preso decisioni per facilitare la creazione di giardini sui tetti o per incentivarne la solarizzazione, per pavimentare le strade con pannelli solari, per aumentare le tasse sulle emissioni di Co2, e pure per diminuire la propria dipendenza energetica dal nucleare.

E in Italia? Possiamo per una volta pure noi prendere decisioni grandi e lungimiranti e non solo sulla scia delle proteste popolari, quanto invece dall’alto, con intelligenza e programmazione e per il bene del paese?

Gli approfondimenti qui.

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Trivelle, il divieto della Francia e i sussidi dell’Italia

di Raffaele Lupoli – left.it, 26/02/2016

I sussidi pubblici, le royalties più basse d’Europa e per giunta detraibili dalle tasse. E perfino l’esenzione dall’Ici. Se qualcuno si chiede perché c’è ancora chi ha interesse a trivellare l’Italia nonostante i rischi ambientali e il prezzo del petrolio ai minimi storici, ecco la risposta. Nel nostro Paese il business delle concessioni petrolifere resta appetibile perché può contare sul sostegno delle politiche governative (le stime delle diverse forme di sostegno alle fonti fossili nel nostro Paese di aggirano attorno ai 17,5 miliardi di euro l’anno), che invece penalizzano le fonti pulite. Il decreto Milleproroghe in via di approvazione, per stare ai fatti più recenti, prevede la cancellazione della norma che prevede la progressività della bolletta energetica in base al principio che chi consuma di più (e non presta attenzione a efficienza e risparmio energetico) paga conseguentemente di più.

In attesa che gli italiani si esprimano attraverso il referendum del 17 aprile, è giunta ieri una sentenza della Corte di Cassazione che stabilisce l’obbligo di pagare l’Ici per quattro piattaforme di estrazione in acque italiane al largo dell’Abruzzo. Il Comune di Pineto, nel Teramano, si era opposto alla decisione delle commissioni tributarie provinciale e regionale di esentare le trivelle dalla tassazione sugli immobili in quanto non iscritte al catasto e strumentali rispetto all’impianto sulla terraferma a cui sono collegate.

Non la pensa così la sezione tributaria della Suprema Corte, che ritiene le piattaforme petrolifere assoggettabili alla categoria degli immobili ai fini civili e fiscali, quindi soggetti ad accatastamento e strumento che consente di produrre reddito. Dal canto suo l’Eni, proprietaria delle piattaforme in questione, fa notare che il governo con l’ultima legge di Stabilità ha abolito l’Ici-Imu sui cosiddetti imbullonati e sottolinea in una nota che questa sarebbe «la dimostrazione della grande irrazionalità di applicare agli impianti produttivi le imposte concepite per i plusvalori immobiliari e per il finanziamento dei servizi locali».

Intanto dalla Francia arriva la notizia che d’ora in poi saranno vietate le ricerche petrolifere su tutto il territorio nazionale. Il ministro dell’Ecologia e dell’Energia, Segolene Royal, ha spiegato che la mossa di non concedere più permessi di esplorazioni darà una forte spinta allo sviluppo dell’industria dell’efficienza energetica e delle rinnovabili, convogliando gli investimenti pubblici e privati su questo settore.

Il ministro francese, da poco nominata presidente della Cop21 e anche in questa veste alle prese con l’applicazione degli accordi sul clima di Parigi, fa compiere al suo Paese – che diventa così il primo in Europa a rinunciare a nuove trivellazioni – un importante passo avanti verso la riduzione delle emissioni climalteranti. «Dal momento che dobbiamo ridurre la quota dei combustibili fossili – ha chiesto Royal davanti ai parlamentari d’Oltralpe -, perché continuare a fornire autorizzazioni agli idrocarburi convenzionali?». Una scelta, quella francese, che rende più chiara la posta in gioco in Italia con il referendum del 17 aprile.

Il clima e la bolla finanziaria

segnalato da Barbara G

Eni Spa conterebbe 37,4 miliardi di dollari di “investimenti non necessari”

Chi investe ancora sui combustibili fossili nonostante il cambiamento climatico sta rischiando circa 2mila miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Un rapporto del think tank “Carbon Tracker” fa i conti in tasca alle imprese del settore energetico. E l’Italia è tra i primi 15 Paesi al mondo più esposti

altreconomia.it, 2/12/2015

La transizione energetica è in corso, e la direzione di marcia imposta dal cambiamento climatico punta lontano dai combustibili fossili. Ma non tutti vogliono ammettere che il treno ha abbandonato la stazione, anche a costo di scommettere -e conseguentemente perdere- 2mila miliardi di dollari.

Inizia così l’ultimo report (“The $2 trillion stranded assets danger zone”) curato dal team di “Carbon Tracker”think tank composto da esperti finanziari, legali e in ambito energetico- e pubblicato a pochi giorni dall’inizio della Conferenza sul Clima di Parigi, COP21.

L’obiettivo dei curatori del rapporto è dimostrare come a fronte della sempre più incisiva azione internazionale contro il cambiamento climatico -che ancora una volta l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) in seno alle Nazioni Unite ha dichiarato “inequivocabile”- e dello sviluppo di “tecnologie pulite”, continuare a insistere in progetti o investimenti a “base fossile” non potrà che rivelarsi una scelta “antieconomica”.

Il perché è contenuto in uno studio pubblicato all’inizio del 2015 sulla rivista Nature secondo il quale il contenimento del cambiamento climatico passa attraverso la rinuncia a quattro quinti delle riserve di carbone conosciute ed estraibili, un terzo di quelle di petrolio e metà di quelle di gas. Un appello al buon senso che contrasta con interessi e margini delle compagnie attive nel settore, che su quelle riserve hanno costruito bilanci e impostato previsioni.

Ma il report è chiaro: se l’impegno a livello globale di contenere l’incremento delle temperature entro i 2°C da qui al 2100 venisse mantenuto, la “bolla del carbonio” esploderebbe. “Le società energetiche che accettano di dover di qui in avanti ridurre l’offerta dei prodotti ad alta intensità di carbonio sono ancora troppo poche”, sostiene infatti James Leaton, autore del rapporto.

Secondo uno degli scenari di riferimento del rapporto -il “450” assunto dall’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), che delinea un andamento energetico compatibile con l’obiettivo di limitare l’aumento delle temperatura entro i 2°C costringendo la concentrazione di gas serra nell’atmosfera entro circa 450 parti per milione di CO2- l’atteso picco del petrolio del 2020 renderebbe di fatto irrecuperabili 1,3mila miliardi di dollari messi a bilancio per il futuro e 124 miliardi di dollari di progetti già esistenti, evitando peraltro al Pianeta 28mila tonnellate di nuove emissioni di CO2.

E i Paesi finanziariamente più esposti a causa di progetti legati strettamente ai combustibili fossili sono gli Stati Uniti (per 412 miliardi di dollari), Canada (220 miliardi), Cina (179 miliardi), Russia (147 miliardi) e Australia (103 miliardi): i più sordi, secondo gli autori del rapporto, all’invito di effettuare “stress test” adeguati alle prospettive.
Lo stesso vale per le aziende e i loro investimenti inutili o non necessari da qui ai prossimi dieci anni: Shell (76,9 miliardi di dollari), Pemex (77 miliardi), ExxonMobil (72,9 miliardi), Rosneft, BP, Chevron, fino a Eni Spa e i suoi37,4 miliardi di dollari. Uno scampanellio che qualcuno preferisce ignorare. Fa specie a tal proposito scorrere le pagine dello studio di McGlade ed Elkins su Nature -quello che spiega perché lasciare intonse riserve fossili già note- e poi intercettare il tweet del presidente del Consiglio Matteo Renzi durante COP21, “Clima, l’Italia c’è…”-, giunto a pochi mesi dai festeggiamenti per la “scoperta da record” di Eni, del giacimento Zohr nel Mediteranneo, in Egitto, “Risultato straordinario” (sempre Renzi).
L’enfasi si sgonfia alla tredicesima pagina del report di Carbon Tracker, nel paragrafo dedicato al gas, quando l’Italia -citata una sola volta- compare nei primi quindici Paesi al mondo in tema di investimenti in combustibili fossili assolutamente non necessari.
Pur restando allergico agli anticorpi e ai correttivi, l’universo finanziario ha comunque accettato (o meglio, è stato costretto ad accettare) il ruolo di interlocutore del cambiamento climatico. L’ha fatto nelle scorse settimane il maxi fondo d’investimento BlackRock, attraverso la pubblicazione a inizio novembre dello studio intitolato “Il prezzo del cambiamento climatico”. Un’ulteriore dimostrazione la fornisce l’approfondimento di Carbon Tracker, quando recupera e sottopone al lettore una recente uscita del governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney. “Il cambiamento climatico è la tragedia all’orizzonte -ha dichiarato a settembre di quest’anno (qui l’intervento integrale)- e quando questo tema diventerà una questione fondamentale per la stabilità finanziaria, allora sarà probabilmente troppo tardi”.

Liberi dall’oro nero

segnalato da Barbara G.

Liberarsi dell’energia fossile entro il 2050? Si può

Secondo uno studio di ricercatori di Stanford, tutti i Paesi del mondo potrebbero rinunciare a gas e petrolio. Manca, però, la volontà politica per farlo.

linkiesta.it, 21/11/2015

Se tutti fossero d’accordo, se le linee guida sono giuste, e se ci fosse la volontà politica per farlo, si potrebbe smettere di usare combustibili fossili per sempre già dal 2050. Lo ha stabilito una ricerca condotta dall’Atmosphere/Energy Program dell’Università di Stanford, coordinata da Mark Z. Jacobson.

È una cosa importante. Si dimostra che “il passaggio da un’economia basata sul consumo di energia fossile a una affidata al 100% a risorse rinnovabili è possibile”, spiega l’autore della ricerca. Le critiche spesso si concentrano sui costi (“troppo caro”) sulla scarsità di risorse (“servono troppi spazi”) sull’efficacia finale (“in ogni caso non si riuscirebbe”). Tutto sbagliato. Si può fare, senza ricadute per l’ambiente, per il paesaggio e per l’economia. Anzi: “Si creerebbero in tutto 20 milioni di posti di lavoro”, molti di più “di quelli che verrebbero a mancare con l’abbandono dell’industria dell’energia fossile”.

Oltre al fatto che, decentralizzando l’energia, si avrebbe un crollo della richiesta di petrolio, con conseguente diminuzione di guerre, terrorismo e stragi. Niente gas, niente oro nero. Solo vento, sole e acqua.

La ricerca si è basata su un esame dei numeri: è stata calcolato il quantitativo di energia di cui ogni Paese avrà bisogno nel 2050 (elettricità, trasporti, riscaldamento, raffreddamento, energia, agricoltura), poi si è ipotizzato il modo in cui le rinnovabili potrebbero coprirlo, compresi costi e strategie.

L’Italia, secondo lo studio, potrebbe puntare molto sugli impianti solari (il 63,1%) e – molto meno – sull’eolico terrestre (l’11%), e infine una punta di idroelettrico (7,8%). Dal punto di vista economico, sarebbe una manna: il costo, che oggi è circa di 6.876 dollari all’anno a testa, si ridurrebbe a 486 dollari all’anno. Un successo.

Il problema, però, è che non si troverà mai, o quasi mai, l’intesa politica per portare a termine il progetto. Sia per la debolezza della politica, sia per l’incapacità di guardare sul lungo periodo (ma non è nemmeno così lungo). Però, come monito, può funzionare. È più interessante di quelli che faceva, ai tempi, Napolitano.

Il gioco vale la trivella?

Segnalato da Barbara G.

A quanto pare, persino alcuni esponenti delle principali compagnie petrolifere stanno mettendo in discussione l’opportunità (e l’economicità) di continuare basare le strategie energetiche sui combustibili fossili, mentre in Italia le attività di trivellazione sono considerate “strategiche” sulla base del decreto Sblocca Italia. Riporto di seguito alcuni contributi ed analisi nei quali si “fanno le pulci” alla strategia (?) energetica del nostro governo (minuscolo non casuale).

Buona lettura

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#NoTriv, per un nuovo sistema energetico

Di Stefano Catone – possibile.it, 13/08/2015

La mobilitazione #NoTriv, contro le concessioni che il decreto Sblocca Italia fa alle trivellazioni, sta scaldando l’agosto italiano. Ad essa si saldano altre questioni, dalle autostrade agli inceneritori, che rendono evidente il disegno strategico tracciato dal governo Renzi. Un disegno strategico all’avanguardia, se fossimo negli anni ’50. Forse.

Per quanto riguarda la strategia energetica, in particolare, abbiamo dialogato con Vincenzo Balzani, professore emerito presso l’Università di Bologna, che, dati alla mano, ci ha spiegato come questa scelta – e tutto lo schema argomentativo a sostegno – sia semplicemente sbagliata.

(Al termine dell’intervista potete scaricare un documento molto dettagliato prodotto dal prof. Balzani e da altri studiosi).

Professor Balzani, partiamo da un’analisi dello scenario macro. Qual è il contesto internazionale in campo energetico? Quali prospettive si stanno delineando?

Un dato certo dal quale partire è 80%. Il fabbisogno energetico mondiale è soddisfatto, infatti, per l’80% da combustibili fossili, cioè da risorse non rinnovabili, destinate a diminuire e a esaurirsi, il cui consumo produce anidride carbonica, un gas serra: il principale responsabile dei cambiamenti climatici. La buona notizia è che la quasi totalità della comunità scientifica è d’accordo con questa analisi, ed è ormai chiaro a molti – se non a tutti – che è necessario abbandonare questo sistema il più presto possibile, attuando una transizione che ci porterà verso l’utilizzo massiccio di fonti rinnovabili, in particolare energia solare.

Ci sta dicendo che un sistema energetico fondato sulle energie rinnovabili è praticabile nei fatti? Non sarà la solita storiella che raccontano «quattro comitatini» ambientalisti?

È diffusa la credenza secondo la quale le energie rinnovabili siano risorse “di nicchia”, cose con cui divertirsi. E invece sono sufficientemente abbondanti per soddisfare tutti i bisogni energetici. Se c’è un collo di bottiglia questo non è assolutamente la disponibilità di tali risorse ma, semmai, la loro conversione. Trasformare l’energia solare in calore o elettricità, infatti, comporta la produzione di strumenti, e quindi l’utilizzo di materiali da estrarre dalla terra: anche questi non sono infiniti. Ecco perché la prima cosa da fare per avviare la transizione è ridurre i consumi energetici – il 10% sarebbe un ottimo risultato -, che non significa tornare all’età della pietra, ma efficientare gli edifici, promuovere il trasporto pubblico, privilegiare il trasporto su ferro rispetto a quello su gomma, adottare comportamenti consapevoli.

La transizione energetica, in Italia, sembra un miraggio. Come se la passano nel resto del mondo?

A diverse velocità, la transizione verso un altro modello energetico è un fenomeno che sta prendendo piede in tutto il mondo. Ci sono degli ostacoli che determinano le diverse velocità, a partire dal fatto che dietro ai combustiibili fossili si concentrano interessi giganteschi, nelle mani di persone che spostano enormi capitali.

Detto questo, l’Unione Europea ha assunto dei buoni impegni, come quello di portare la quota di energie rinnovabili utilizzate all’80% del totale entro il 2050. Negli Stati Uniti abbiamo appena visto l’impegno assunto da Obama. Così come in Cina (accusata di aver sviluppato numerosissime centrali a carbone, ma bisogna ricordare che il consumo energetico pro capite in questo paese è un terzo di quello degli Stati Uniti) le rinnovabili stanno facendo progressi notevoli, sia sufficiente pensare che l’eolico ha superato il nucleare.

E in Italia, a che punto siamo?

L’Italia è in una buona posizione, se pensiamo che circa il 40% dell’energia proviene da idroelettrico, eolico e fotovoltaico. Il problema, però, sta diventando politico, nel senso che stiamo imboccando una strada che comprometterà la nostra strategia energetica per i prossimi venti o trent’anni: Renzi è andato alle Nazioni Uniti per ribadire il nostro impegno in questo campo, poi è tornato in Italia per autorizzare le trivellazioni. Non si può ripartire con le trivellazioni: non servono nemmeno per gestire il presente, perché i pozzi ce li tireremo avanti per venti e trent’anni, ipotecando il futuro energetico. E’ una cosa molto grave.

Ci dicono che senza trivellazioni non c’è futuro, che sono fondamentali per la crescita economica. È davvero così?

Cercare le ultime quattro gocce di petrolio nel nostro Paese è un esercizio poco utile e dannoso. In primo luogo perché è poco, appunto. Se estraessimo tutto il petrolio e tutto il metano che si trova sul nostro territorio, questo basterebbe per coprire il fabbisogno energetico italiano per poco più di un anno.

Quanti posti di lavoro potrebbero crearsi investendo nell’industria petrolifera?

Relativamente pochi, se pensiamo che l’industria del petrolio e del metano è a forte intensità di capitale, ma genera pochi posti di lavoro. Ma soprattutto teniamo conto di altri due fattori: investire in rinnovabili vuol dire investire nell’industria manifatturiera italiana, perché – come dicevamo – sono necessarie macchine per convertire l’energia. E l’industria manifatturiera è la nostra industria. In secondo luogo, riusciamo solo a immaginare quali danni potrebbe provocare un incidente in un mare come l’Adriatico? Sarebbe la fine per il turismo, che invece rappresenta una fonte sicura di reddito.

Cosa pensa della strategia referendaria?

Penso che possa essere vincente: abbiamo l’esempio del nucleare. Su questi temi le persone si mobilitano, perché sono coscienti che c’è in gioco il proprio futuro e quello dei propri figli.

Per chiudere, quali consigli possiamo dare, per dare il via, anche nel nostro piccolo, alla transizione verso un nuovo sistema energetico?

La prima operazione che dobbiamo fare è di tipo culturale: ognuno deve essere consapevole del fatto che stiamo parlando del futuro nostro e del pianeta. E che si può agire localmente – riqualificando gli edifici, pensando a un’altra mobilità -, pur tenendo presente che la sfida è globale. In questo senso possiamo anche dire che le energie rinnovabili sono più democratiche: si trovano in tutto il mondo, sono a disposizione di tutti. Non sono concentrate nelle mani di pochi, con le conseguenze internazionali che ben conosciamo.

Scarica il documento redatto dal prof. Balzani e dagli altri studiosi del gruppo energiaperlitalia.it

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Trivelle: 10 Regioni depositano 6 referendum

Ansa.it, 30/09/2015

I rappresentanti dei Consigli regionali di dieci Regioni – Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise – stanno depositando in Cassazione sei quesiti referendari contro le trivellazioni entro le 12 miglia e sul territorio.

Capofila dell’iniziativa è la Basilicata. I sei quesiti chiedono l’abrogazione di un articolo dello Sblocca Italia e di cinque articoli del decreto Sviluppo. Questi ultimi si riferiscono alle procedure per le trivellazioni. Su cinque articoli oggetto dei quesiti referendari presentati stamani in Cassazione dai dieci Consigli regionali, è attesa anche la decisione della Consulta che si pronuncerà da gennaio ad aprile sulla questione trivellazioni.

“Chiediamo che non ci siano trivellazioni entro le 12 miglia e che siano ripristinati i poteri delle Regioni e degli enti locali mettendo inoltre i cittadini al riparo dalla limitazione del loro diritto di proprietà perché, ad esempio, un articolo dello ‘Sblocca Italia’ prevede che per 12 anni sia concesso il permesso di ricerca sui terreni privati alle società estrattrici”. Lo sottolinea il presidente della Basilicata, Pino Lacorazza, presentando i quesiti antitrivelle in Cassazione.

“Nella nostra Regione, la Basilicata – ha spiegato il presidente Pino Lacorazza – abbiamo già la presenza di 70 impianti di trivellazione: non è che siamo affetti dal ‘nimby’, ossia che non vogliamo ‘sporcare il nostro giardino e spostare il problema in quello degli altri, ma crediamo che la politica energetica dell’Italia debba raccordarsi con l’Unione europea, che non può soltanto occuparsi di moneta e burocrazia”. Ad avviso di Lacorazza, “più che fare altre trivellazioni, il nostro Paese deve limitare i consumi energetici e arrivare alla piena efficienza energetica costruendo diversamente gli edifici e ammodernando quelli già esistenti”. In proposito, Lacorazza ha ricordato i buoni risultati ottenuti con gli “ecobonus, che in questo settore hanno funzionato”.

“E’ la prima volta che dei quesiti referendari sostenuti dai Consigli regionali vengono presentati da dieci Regioni, che rappresentano il doppio del quorum richiesto”. Lo ha detto il presidente della Basilicata, Pino Lacorazza, depositando in Cassazione sei quesiti ‘anti Trivelle’ e aggiungendo che “anche la Sicilia e la Lombardia hanno dimostrato di apprezzare la nostra iniziativa e l’Emilia Romagna ha detto ‘no’ ma Bonaccini ha detto che approva la ‘carta anti trivelle di Termoli'”, ha aggiunto Lacorazza.

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Petrolio, referendum e Sblocca Italia: il gioco vale la trivella?

di Angelo Romano – valigiablu.it, 17/10/2015

Articolo in partnership con i quotidiani locali del gruppo Espresso.

Ha collaborato Antonio Scalari , contributi di Andrea Colasuonno, Francesco Dondi, Ilaria Bianchini, Pietro Dommarco, Riccardo De Cristiano, Sergio Ferraris, Tiziana Bisogno.

L’articolo intero, con immagini e grafici, lo trovate QUI. E’ suddiviso nei seguenti capitoli:

  1. Referendum: i sei quesiti presentati dalle Regioni
  2. Una questione di metodo: le competenze tra Stato e Regioni
  3. Una questione di merito: le ricerche di idrocarburi sono “opere strategiche, urgenti e indifferibili”?
  4. Gli idrocarburi in Italia
  5. Il fabbisogno e la speranza del raddoppio della produzione
  6. Le Royalties fanno la felicità?
  7. La qualità del petrolio
  8. L’impatto ambientale: il rischio subsidenza
  9. La tecnica air-gun
  10. Il gioco vale la trivella? Per noi no, ecco perché

Keep it in the ground*

di Gianluca Ruggeri – 15 ottobre 2015

Capita di sollevare scandalo quando si dicono le ovvietà.
Quando alla fine di agosto ENI annunciò di aver scoperto il più grande giacimento di gas mai scoperto nel Mediterraneo, provai a rilevare come non si possa esultare per questa importante scoperta commerciale e allo stesso tempo essere preoccupati per le conseguenze del cambiamento climatico.
In tanti ne ebbero a male.

È notorio come circa il 70% delle emissioni di gas serra a livello globale derivino dall’utilizzo di combustibili fossili. Tali emissioni, non essendo compensate da una adeguata capacità di assorbimento, portano ad un aumento delle concentrazioni di gas serra che a loro volta sono la causa dei rapidi cambiamenti climatici a cui stiamo assistendo in questi anni.
Le riserve attuali di combustibili fossili, se sfruttate interamente, causerebbero un aumento della temperatura media globale oltre i 2°C, un limite che il G7 ha fissato nello scorso mese di giugno e che costituisce l’obiettivo a lungo termine della strategia energetica comunitaria per il 2030 attualmente in discussione in sede UE.

Le stime della quantità massima di combustibili fossili utilizzabili variano fra gli studiosi (si va da un quinto di tutte le riserve, alla stima di due terzi del petrolio e meta’ del gas naturale a patto, pero’, di dismettere completamente il carbone), ma il dato e’ chiaro: se vogliamo rimanere entro i fatidici due gradi la maggior parte delle riserve conosciute di idrocarburi deve restare dov’è. E questo senza considerare le nuove scoperte che vengono annunciate o le eventuali disponibilità non ancora individuate. Lo dicono da tempo i climatologi, lo si e’ ripetuto in occasione della recente conferenza Our Common Future under Climate Change che ha fatto il punto delle conoscenze scientifiche sul tema cambiamento climatico in vista del COP 21, lo dicono da tempo attivisti e opinionisti. Da oggi, finalmente, lo dice anche il capo economista di BP, che qualche tempo fa era passata dal nome originale British Petroleum allo slogan Beyond Petroleum, cioè oltre il petrolio.

“The pace at which estimates of recoverable oil resources are increasing, together with growing concerns about the environment, means that it seems unlikely that all of the world’s oil will be consumed.”

La nuova economia del petrolio che Spencer Dale suggerisce prevede che presto la domanda a livello globale possa diminuire, mantenendo bassi i prezzi e vanificando gli enormi investimenti che le aziende petrolifere hanno realizzato quando un barile di petrolio era quotato stabilmente oltre i 100 $ al barile.

In questo campo non è certo una novità parlare di stranded assets, cioè della necessità di svalutare il patrimonio di un’azienda in virtù delle mutate condizioni di mercato. Da qualche tempo si parla addirittura di Shale Bubble, facendo riferimento agli investimenti realizzati per le estrazioni di gas e petrolio da scisto una rivoluzione tecnologica che mostra tutti i suoi limiti dopo solo pochi anni.
La novità del giorno è il fatto che questo allarme venga rilanciato direttamente dalla terza più importante azienda petrolifera mondiale.

Ancora una volta il messaggio è urgente nella sua semplicità.

Smettiamola di sprecare investimenti e capitale umano in un settore in via di dismissione e concentriamoci tutti, da subito, alla ricerca delle migliori alternative possibili. Anche perché ormai stanno diventando drammaticamente convenienti anche dal punto di vista economico (ma su questo torneremo nelle prossime settimane).

*citazione da questa campagna del Guardian:  http://www.theguardian.com/environment/series/keep-it-in-the-ground

Basta fossili!

di Lame

Nessuno come il Fondo Monetario Internazionale sa fare analisi eccellenti, che vengono poi regolarmente ignorate dalle politiche che lo stesso fondo, direttamente o indirettamente, sostiene.
Stavolta i ricercatori del Fondo hanno fatto una “valutazione globale” dei sussidi che vengono dati all’industria dei combustibili fossili. Dentro ci hanno messo tutto: dai costi ambientali a quelli per le vittime degli incidenti stradali ai sussidi veri e propri che petrolieri e C. ricevono in giro per le nazioni del mondo. E il risultato, dicono i ricercatori, è “scioccante”: quest’anno l’intero sistema dei combustibili fossili costerà ai contribuenti mondiali la modica cifra di 5 trilioni di dollari (in verità sono 5,3, ma la virgola rovina l’effetto roboante del numero). Si tratta del 6,5 per cento del PIL mondiale.

In questa cifra che giustamente viene definita scioccante, vengono calcolati i sussidi che le società che trattano combustibili fossili ricevono dai governi sotto varie forme: può trattarsi di un’agevolazione fiscale oppure di tariffe elettriche ridotte per le loro attività. L’altra “gamba” di questa, scusate la ripetitività, incredibile cifra, è fatta di costi ambientali e umani correlati all’uso dei combustibili fossili e quindi parliamo di emissioni nocive con relativo costo dei cambiamenti climatici, ma anche quanto costa ai sistemi sanitari curare le persone che finiscono all’ospedale con problemi respiratori. Una parte molto consistente dei costi proviene proprio dai costi sanitari per le vittime dell’inquinamento atmosferico.

La ricerca fa una valutazione globale e i paesi cosiddetti emergenti o in via di sviluppo non sono esenti dal problema. Anzi. In alcuni casi il costo aggregato dei sussidi arriva fino al 18 per cento del PIL nazionale. Spesso questi paesi utilizzano il carbone, la peggior fonte di energia da questo punto di vista e quella su cui meno sono state fatte campagne per l’uso razionale.

Le emissioni nocive nell’atmosfera della terra diminuirebbero del 20 per cento se il costo totale dell’uso del carbone fosse incluso nel suo prezzo, dicono i ricercatori, data la pressione del prezzo sull’uso più razionale della materia prima e anche il maggiore uso di sistemi di filtraggio.

Secondo la ricerca il risultato finale che va raggiunto è la “decarbonizzazione” del sistema energetico mondiale, se vogliamo stabilizzare il clima.

Alla fine i ricercatori dell’FMI fanno i conti dell’impatto che avrebbe una riforma di questo sistema perverso di sussidi diretti e indiretti al consumo di combustili fossili. Se i sussidi fossero cancellati quest’anno, dicono, i governi avrebbero a disposizione 2,9 trilioni di entrate ovvero il 3,6 per cento del PIL mondiale.

Il documento originale: http://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2015/wp15105.pdf

La campagna mondiale: http://www.theguardian.com/environment/series/keep-it-in-the-ground