Consob

Quattro amici al governo

De Benedetti alla Consob: “Ecco cosa mi ha detto Renzi sulle Popolari”

di Lorenzo Bagnoli (Irpi, Investigative reporting project Italy) e Angelo Mincuzzi – ilsole24ore, 11 gennaio 2018

Carlo De Benedetti

«Allora, con le nostre controparti … avevamo fatto 620 milioni, di cui le Popolari solo 5. Tutte le altre operazioni hanno il taglio di 20, ma se io avessi saputo, avrei fatto 20 anche sulle Popolari, o di più, e ho fatto meno! Cioè è una roba che è un controsenso. Cioè questa è la prova provata che, che io non sapevo niente della, della, dei tempi …». Sono le 11,15 dell’11 febbraio 2016 e Carlo De Benedetti è negli uffici della Consob in via Broletto 35 a Milano.

L’ingegnere è stato convocato «ai sensi dell’articolo 187-octies, comma 3, lettera c), del decreto legislativo numero 58/1998 nell’ambito di indagini amministrative relative a ipotesi di abuso di informazioni privilegiate con riguardo a operazioni effettuate da Romed Spa il 16 e il 19 gennaio 2015 su azioni ordinarie Banco Popolare, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Banca Popolare di MilanoUbi Banca, Credito Valtellinese e Banca Popolare di Sondrio». A porgli le domande sono Maria Antonietta Scopelliti, responsabile divisione Mercati della Consob, e il responsabile dell’Ufficio abusi di mercato, Giovanni Portioli. In quei giorni del 2015, poco prima che il governo Renzi varasse il decreto per trasformare le Popolari in Spa nel Consiglio dei ministri del 20 gennaio, qualcuno aveva operato in Borsa sui titoli delle banche coinvolte.

«Un’operatività potenzialmente anomala di alcuni intermediari, in grado di generare plusvalenze per 10 milioni di euro», racconterà l’allora presidente della Consob, Giuseppe Vegas, in un’audizione davanti alle commissioni Finanze e Attività produttive della Camera l’11 febbraio 2015. Tra gli intermediari sui quali la Consob in quei giorni concentra l’attenzione c’è anche la Romed, società di trading presieduta fino a gennaio 2015 da Carlo De Benedetti.
Davanti ai funzionari della Consob, l’ingegnere si difende dalle ipotesi accusatorie e racconta degli incontri avuti con il premier Matteo Renzi il 15 gennaio 2015 e con il vicedirettore generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta, il 14 gennaio. Afferma che entrambi gli interlocutori gli parlarono incidentalmente della imminente riforma delle popolari ma che nessuno di loro accennò né ai modi né ai tempi delle misure.

Nella sua audizione, De Benedetti si dilunga anche sulle colazioni periodiche con l’ex premier, sugli incontri con il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, e sull’amicizia con Maria Elena Boschi. E sostiene di essere il vero “padre” del Jobs Act.

L’incontro in Bankitalia
I funzionari della Consob esordiscono spiegando che De Benedetti ha la facoltà di non rendere dichiarazioni ma l’ingegnere sceglie di rispondere alle domande e le sue parole vengono dunque registrate e trascritte in un verbale che Irpi (Investigative reporting project Italy) e il Sole 24 Ore hanno potuto leggere.
Il racconto parte dal 14 gennaio 2015, quando l’allora presidente del gruppo Espresso incontra il direttore generale di Bankitalia, Fabio Panetta. «Ero tornato dalle vacanze ed ero andato a trovare Panetta in Banca d’Italia – spiega l’ingegnere -, come faccio abbastanza abitualmente o con lui o con Visco, una volta al mese una volta ogni due mesi, non c’è una scadenza precisa ma, diciamo, una consuetudine precisa».

Con Panetta, quel giorno De Benedetti discute soprattutto della situazione della Grecia e del rischio – possibile – di un default. Al termine del colloquio – racconta De Benedetti agli uomini della Consob -, Panetta accompagnandolo all’ascensore accenna al tema delle popolari: «Mi ha detto, “guardi, l’unica cosa, sono negativissimo, sono pessimista, solo lei si illude. Guardi! L’unica cosa positiva che mi pare che finalmente il governo si sia deciso ad implementare quella roba che noi chiediamo da anni e cioé: la trasforma …, la riforma delle, delle popolari”. Per dire – prosegue De Benedetti -: non mi fece altra affermazione, né date, né di, né di quando, né di che cosa, in che cosa sarebbe consistito, ecco! Mi ha solo detto: “Guardi, con tanta roba che va male, finalmente quella roba lì l’abbiam portata in porto o la porteremo in porto”. Adesso le parole esatte non me le ricordo».

Il responsabile dell’Ufficio abusi di mercato della Consob, Giovanni Portioli, chiede allora a De Benedetti se Panetta gli abbia specificato che il governo avrebbe adottato lo strumento del decreto legge per il provvedimento sulle Popolari. «No – risponde De Benedetti -. Mi ha detto: “Il governo lo farà”. Il governo si è convinto».

La colazione a Palazzo Chigi
Il giorno seguente, il 15 gennaio, alle 7 del mattino, De Benedetti incontra Renzi a Palazzo Chigi. Fanno colazione insieme e discutono soprattutto della situazione in Grecia e di questioni di politica interna. Spiega De Benedetti: «Anche lui – e sembra una condanna – accompagnandomi all’ascensore di Palazzo Chigi mi ha detto: “Ah! Sai, quella roba di cui ti avevo parlato a Firenze, e cioè delle Popolari, la facciamo”. Ma proprio mentre un commesso stava aprendo la porta dell’ascensore, quindi non fu parte della conversazione durante la colazione, fu proprio nel dirci: ciao, arrivederci, mi ha detto: “Ah, ti ricordi di quella volta, ti ricordi di quando ti parlai che volevo fare le Popolari? Ecco, lo faremo”. Non mi ha detto con che. Ero già un piede sull’ascensore; non mi ha detto se le faceva con un decreto, con disegno, quando. Non mi ha detto niente, però mi ha detto sta’ roba riferendosi ad una conversazione più ampia che avevamo avuto ancora a Firenze su che cos’erano le cose che lui doveva fare».

La telefonata con Bolengo
È a questo punto che l’audizione si concentra sulla telefonata tra De Benedetti e il broker della Intermonte Sim, Gianluca Bolengo, finita in questi giorni sulle pagine dei giornali. La conversazione telefonica avviene tra le 9,02 e le 9,10 di venerdì 16 gennaio 2015, quindi il giorno dopo il breakfast con Renzi e due giorni dopo l’incontro con il direttore generale di Bankitalia.

I funzionari della Consob leggono a De Benedetti la trascrizione della telefonata e si concentrano soprattutto su una frase pronunciata dall’ingegnere: «Faranno un provvedimento in cui le p… il governo farà un provvedimento in cui le popolari per togliere la storia del voto capitario nei prossimi me… (incomprensibile) una o due settimane». Sembra che lei abbia avuto un’indicazione precisa sui tempi, gli chiede Portioli. «Non è così», ribatte De Benedetti.

L’audizione prosegue concentrandosi sull’incontro tra Renzi e De Benedetti ma torna quasi subito sulla telefonata con Bolengo e in particolare su una frase di quest’ultimo quando l’ingegnere gli chiede: «Salgono le popolari?». Bolengo gli risponde: «Sì, se questo su questo se passa un decreto fatto bene salgono». E De Benedetti risponde: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa».

L’ingegnere conferma di aver pronunciato quelle parole ma aggiunge: «… nessuno mi ha parlato di decreto. Né io con Bolengo ho parlato di decreto. Io mi sono limitato a dire che io sapevo che passava ma, ripeto, non, ma poi non è neanche nella natura di Renzi quella di parlare della tecnicalità con cui fa le cose. Ecco non, proprio non, è uno molto, è uno molto poco tecnico, ecco».
De Benedetti insiste ancora, più avanti, su questo punto e ai funzionari della Consob tiene a spiegare che «se io avessi saputo e qualcuno mi avesse detto che si trattava di una roba che usciva per decreto martedì, non, non ipotizzo di dire mesi o settimane, dico la prossima settimana».

L’operazione da cinque milioni di euro
De Benedetti ribadisce più volte che se avesse saputo che il governo si apprestava a varare un decreto sulle Popolari pochi giorni dopo non avrebbe certamente investito solo 5 milioni di euro. A gennaio di quell’anno, afferma De Benedetti, «l’operatività della Romed è stata di 620 milioni di cui 5.066.451 solo Popolare, cioè per dirle – prosegue – che questa è un’operazione fuori size perché lei prende tutte le altre operazioni sono almeno da 20 milioni. Quindi noi 5 milioni per noi è un’operazione che non facciamo … d’altronde noi facciamo 20 miliardi all’anno, se fossimo andati avanti con 5 milioni non li faremmo mai».
«Ma se io avessi saputo – incalza De Benedetti – avrei fatto 20 anche sulle Popolari, o di più, e ho fatto meno!… ma perché l’avrei fatta così piccola? Se avessi saputo?». Il trading sulle Popolari ha consentito alla Romed di incassare una plusvalenza di 600mila euro.

«Quella – si difende ancora De Benedetti – era mini operazione per il nostro standard … Cioé se io avessi voluto veramente e fortemente, chiamavo Tronci (Roberto Tronci, all’epoca amministratore delegato della Romed, ndr) e gli dicevo: “Guardi: faccia questa operazione”. Ho detto a Bolengo: “Dica a un suo collaboratore di parlare con Tronci, tanto era per me obiettivamente secondaria, sia in size che nel fatto che la facesse o non la facesse. Se Tronci non l’avesse fatta: pace!».

La copertura del rischio
Un altro elemento che De Benedetti porta in sua difesa è la decisione dell’ex ad di Romed, Roberto Tronci, di coprirsi dal rischio dell’acquisto dei titoli delle Popolari con una strategia di hedging.

Tronci, spiega De Benedetti, «è talmente poco convinto di fare l’operazione che la hedgea (nel testo del verbale la parola è scritta senza l’h iniziale, ndr). Ma se fosse stata un’operazione a tre giorni o quattro giorni o una settimana, che cacchio vai a hedgeare? – si chiede De Benedetti – E tanto è vero che chiude l’hedge il lunedì mattina. Chiuse l’operazione Popolari e chiude l’hedge che ha fatto per cinque milioni esatti, cioé per quella roba lì. Quindi non c’è logica a pensare che uno sapesse che salivano e allora perché la hedgei? … per spendere dei soldi inutili veramente totalmente inutili. È che Tronci era talmente pessimista sulla Borsa che – data l’indeterminazione temporale dell’operazione sulle Popolari, voleva hedgearsi, ma se avesse saputo che l’opera … il lasso di tempo che erano tre giorni, pessimista o non pessimista sulla Borsa, non ti hedgei perché, comunque, spendi dei soldi».

C’è un altro fattore su cui De Benedetti insiste, ed è la reputazione personale. «Avendo compiuto 81 anni – afferma – … non mi caccerei in una situazione dove potrei perdere la reputation anche in relazione al fatto che l’unica cosa che mi è rimasta, per mia volontà, è la presidenza de L’Espresso (lasciata poi il 23 giugno 2017, ndr), che se domani viene fuori che io ho fatto dell’insider trading sulle Banche popolari io posso smettere io posso dimettere dall’Espresso domani mattina, perché è una cosa che non sta bene».

Renzi, Boschi, Visco e il Jobs Act
Per spiegare il contesto all’interno del quale sono avvenuti gli incontri con Renzi e Panetta, De Benedetti racconta ai funzionari della Consob delle sue frequentazioni politiche.

«Io normalmente con Renzi faccio, facciamo breakfast insieme a Palazzo Chigi – fa mettere a verbale – … e io devo dire che quando lui ha iniziato, quando lui ha chiesto di conoscermi, che era ancora sindaco di Firenze, e io … mi ha detto: “Senta”… ci davamo del Lei all’epoca, mi ha detto: “Senta, io avrei il piacere di poter ricorrere a Lei per chiederle pareri, consigli quando sento il bisogno. Gli ho detto: “Guardi! va benissimo. Non faccio, non stacco parcelle, però sia chiara una roba: che se Lei fa una cazzata, io Le dico: caro amico, è una cazzata».

Nel suo ruolo di advisor informale, De Benedetti parla anche del Jobs Act e di un consiglio dato a Renzi quando era ancora sindaco di Firenze: «Io gli dicevo che lui doveva toccare, per primo, il problema lavoro e il job-act è stato – qui lo dico senza, senza vanto, anche perché non mi date una medaglia, ma il job-act gliel’ho, gliel’ho suggerito io all’epoca come una cosa che poteva – secondo me – essere utile e che poi, di fatto, lui poi è stato sempre molto grato perché è l’unica cosa che gli è stata poi riconosciuta».

Gli uomini della Consob gli chiedono poi se abbia incontri con qualcun altro dello staff della presidenza del Consiglio. «No – risponde De Benedetti -. Guardi io sono molto amico di Elena Boschi, ma non la incontro mai a Palazzo Chigi. Lei viene sovente a cena a casa nostra ma non … diciamo io, del Governo vedo sovente la Boschi, Padoan. Anche lui viene a cena a casa mia e basta. Perché poi sa, quello lì si chiama Governo, ma non è un Governo, sono quattro persone, ecco».

De Benedetti accenna infine – sempre rispondendo a una domanda – ai suoi incontri con il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. «… l’ultima volta ho visto Visco, anziché, anziché Panetta, forse perché Panetta era via, ma poi, perché ho un buon rapporto con Visco da quando lui era all’Ocse per cui ci vediamo anche così per fare quattro chiacchiere … Visco non parla tanto volentieri dell’Italia; gli piace di più parlare del mondo, ecco».

L’indagine della Consob è stata archiviata. L’istituto ha trasmesso gli atti alla procura di Roma, che ha chiesto l’archiviazione per l’unico indagato, Gianluca Bolengo. Il gip si deve ancora pronunciare.

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http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-01-10/manovre-popolari-atti-consob-retroscena-acquisti-125002.shtml?uuid=AEJ6xkeD

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Renzi-De Benedetti, così i media hanno oscurato lo scandalo

Repubblica delle banane – La notizia sui giornali è durata un giorno, sui Tg Rai 140 secondi di sole smentite sparse nei servizi sulla politica.

Renzi e De Benedetti

Lo scandalo è di quelli che dovrebbero tener banco per giorni: uno dei più noti imprenditori ed editori italiani, Carlo De Benedetti, dà indicazione a Gianluca Bolengo, suo broker di fiducia, di investire sulle azioni delle banche popolari alla vigilia della riforma del settore di cui – sostiene registrato al telefono – ha saputo in anticipo dal premier Matteo Renzi in persona. Eppure sembra che giornali e telegiornali facciano di tutto per fuggire dalla notizia una volta esplosa, dando vita a uno slalom gigante per annacquare – se non proprio evitare – la vicenda.

Il caso più emblematico è quello di Repubblica, il giornale di cui De Benedetti è stato storico editore e di cui oggi è proprietario Gedi, il gruppo presieduto dal figlio Marco. Il 10 gennaio la notizia della telefonata esce su diversi quotidiani, ma non su Repubblica. In mattinata compare un articolo sul sito web con un titolo all’acqua di rose: “De Benedetti parlò con Renzi della riforma delle Popolari. Procura chiede archiviazione del caso”. Ci sarebbe tempo per rimediare il giorno seguente, ma la vicenda finisce a pagina 8 del quotidiano, senza richiamo in prima pagina e arricchito dal pastone tipico della baruffa elettorale: “Banche, diventa un caso politico la telefonata Renzi-De Benedetti”. Il giorno dopo la notizia è già sparita dal giornale, se si esclude un accenno nell’intervista a Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Banche, che si duole, bontà sua, solo della fuga di notizie. Un tetris che non rende giustizia a come l’allora direttore Eugenio Scalfari trattò la condanna in primo grado di De Benedetti al processo per il crac del Banco Ambrosiano nel 1992, quando aprì il giornale con la notizia della sentenza, pur criticandola con toni decisi nell’editoriale.

Ma Repubblica è in buona compagnia. La prima pagina del Corriere della Sera di mercoledì è all’insegna del mimetismo. Titolo: “Sterzata dei 5 Stelle sull’euro”. Occhiello: “Di Maio: non è ora di uscire. Banche, la telefonata di De Benedetti su Renzi”. Nei giorni seguenti va peggio, perché il caso sparisce dalle posizioni nobili del giornale, fino a perdersi nei trafiletti di pagina 11.

Anche il Sole 24 Ore fa contorsionismo: mercoledì la notizia c’è, ma in versione soft (“Manovra sulle popolari, dagli atti della Consob retroscena su acquisti”, pag. 11). Giovedì, poi, il quotidiano di Confindustria si supera: il sito pubblica i verbali dell’audizione di De Bendetti alla Consob in cui si difende dall’accusa di aver fatto un insider trading e racconta i suoi rapporti strettissimi con Renzi e le sue riforme (“il jobs act gliel’ho suggerito io”; “sono molto amico della Boschi”; “quello lì non è un governo, sono quattro persone”). Sul giornale del giorno dopo, però, il verbale si riduce a un bignami a fondo pagina, perso a metà giornale.

Al gioco del silenzio partecipano anche le televisioni, con menzione speciale per le reti pubbliche. L’edizione del Tg1 delle 13:30 di mercoledì, poche ore dopo che i giornali hanno lanciato lo scoop, la spiega così, in chiusura di un servizio sul jobs act e sui vaccini: “Matteo Renzi replica anche ai 5 stelle che lo attaccano sul caso della telefonata tra De Benedetti e il suo broker, caso per il quale è stata già chiesta l’archiviazione. La notizia del decreto per le banche – dice Renzi – era già uscita sulle agenzie”. Sono quindici secondi di smentita (di Renzi) a una notizia che lo stesso Telegiornale neanche aveva riportato. Al Tg1 delle 20 si replica: un accenno di diciotto secondi affidato al commento di Berlusconi, a chiusura di un servizio sulla campagna elettorale del centrodestra. Nei giorni seguenti il Tg1 si “dimentica” anche del verbale dell’audizione di De Benedetti, riportando soltanto la notizia dell’apertura di indagine da parte della procura di Romasulla fuga di notizie in Commissione Banche.

La versione del Tg2, mercoledì sera, capovolge i ruoli. Renzi diventa commentatore esterno del solito battibecco tra due antichi nemici: “Quanto alle polemiche sulle banche popolari, Renzi rivendica che ‘la riforma è stata giusta, nelle vicende tra Berlusconi e De Benedetti non metto bocca’”. Per il resto silenzio assoluto: il Tg3, per dire, mercoledì all’ora di pranzo sosteneva che in primo piano ci fosse “l’emergenza mal tempo”. Piccoli sprazzi di insider trading soltanto nell’edizione delle 19, quando i titoli recitano criptici: “Renzi, sui vaccini intesa oscurante tra Lega e 5 stelle. Lorenzin, a rischio salute dei nostri figli. Fico, basta fake news su di noi. Polemica sulle banche”.

Mettendo insieme le edizioni dell’ora di pranzo e di cena, da mercoledì i tre telegiornali Rai hanno dedicato al caso Renzi – De Benedetti la bellezza di 140 secondi, sparsi qua e là nei servizi sulla campagna elettorale. Due minuti e venti secondi di puro servizio pubblico.

Il caso Boschi spiegato a Matteo Renzi

Il caso Boschi spiegato a Matteo Renzi

Il caso Boschi spiegato a Matteo Renzi

di Stefano Feltri – ilfattoquotidiano.it, 18 dicembre 2017

Nella sua intervista al Corriere della Sera e nella lettera che ha fatto mandare dal suo portavoce al Fatto QuotidianoMatteo Renzi pone un problema che vale la pena affrontare seriamente: ma non staremo esagerando con l’attenzione sul caso Boschi? Non è che stiamo sottovalutando quanto emerge sulle responsabilità della Banca d’Italia e della Consob?

La domanda non andrebbe certo posta al Fatto che, è vero, ha dedicato grande spazio a Maria Elena Boschi e ai suoi legami con Banca Etruria ma da tre anni, grazie soprattutto agli articoli di Giorgio Meletti, ha sviscerato la crisi bancaria e le conseguenze di una regia nel settore del credito velleitaria e con risultati disastrosi da parte della Banca d’Italia.

La commissione Banche non ha aggiunto molto a quanto già emerso negli ultimi anni. Chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno sottolinea che il capo della vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo è stato messo di fronte alle sue responsabilità, ha fornito versioni contraddittorie, poi emendate per correggere le contraddizioni, e ora rischia anche accuse per falsa testimonianza, ed è emerso dai documenti che la Consob di Giuseppe Vegas sapeva molto di più di quanto sosteneva, non ha ricevuto tutte le informazioni di cui Bankitalia era in possesso ma era abbastanza consapevole di certe situazioni critiche da poter tutelare meglio di come ha fatto i risparmiatori (vedi l’emissione di obbligazioni subordinate di banca Etruria a dicembre 2013).

Il bicchiere si può però anche vedere mezzo vuoto: il continuo scaricabarile, a colpi di dettagli burocratici, documenti omissivi o superflui, dichiarazioni tanto assertive quanto vaghe, ha creato una cortina fumogena intorno ai disastri bancari di questi anni. Tutti sembrano – e sono – colpevoli, dunque nessuno è colpevole. Da Mps alle due banche venete, la responsabilità delle crisi pare così condivisa da risultare non attribuibile a nessuno in particolare. Il rischio è che al termine di queste settimane di audizioni infinite l’unico verdetto possibile possa essere una condanna collettiva abbinata ad assoluzioni individuali.

Sul caso Boschi, invece, sono emerse molte cose nuove. E tutte peggiorano la posizione del sottosegretario e dei due governi che l’hanno sostenuta. Renzi lamenta, sul Corriere e sul Fatto, che i titoloni sui suoi incontri con Vegas abbiano oscurato il resto. Vero, ma anche perché la maldestra gestione di un conflitto di interesse oggettivo (Maria Elena è figlia di Pier Luigi Boschi, vice presidente di una banca oggetto di interventi del governo di cui il ministro era anche una piccola azionista) si è trasformata in un suicidio politico collettivo.

In estrema sintesi: la Boschi prima ha sostenuto che non ci fosse alcun conflitto di interesse. Poi, a fine 2015, non partecipa ad alcuni consigli dei ministri dove si discute degli interventi su Etruria per evitare accuse di conflitto d’interessi (per questo l’Antitrust la assolve ai sensi della legge Frattini, certificando di fatto l’esistenza dei conflitti d’interesse ma la correttezza dei comportamenti). Se il conflitto c’era ed era tale da non permettere la presenza in consiglio, perché la Boschi poi parlava con banchieri (Federico Ghizzoni di Unicredit) e istituzioni di vigilanza (Vegas di Consob e Fabio Panetta di Bankitalia)? Erano solo normali interlocuzioni, dice oggi la sottosegretaria. Una tesi incompatibile con i suoi comportamenti precedenti, ma anche con quelli successivi: se queste interlocuzioni erano normali, perché non raccontarle al Parlamento quando la Boschi ha dovuto rispondere delle accuse di conflitto di interesse? E perché chiedere un risarcimento danni al giornalista Ferruccio de Bortoli che ha rivelato in un libro gli incontri con Ghizzoni? Si può pretendere da un giornalista un risarcimento se si arricchisce pubblicando notizie false e diffamatorie, non se scopre retroscena inediti ma veri che spingono tanti lettori ad acquistare il suo libro.

Dulcis in fundo: se per la Boschi i rapporti con Vegas erano normali, che senso ha continuare a lasciar intendere in dichiarazioni e interviste che le attenzioni del presidente della Consob erano un po’ inopportune negli orari (messaggi notturni) e nelle richieste di incontro (alle otto di mattina a casa Vegas)? Sembra tanto una vendetta per le dichiarazioni, anche queste chiaramente ritorsive  ma fondate, di Vegas in audizione che, per l’ostilità di alcuni renziani, non ha avuto la presidenza della Figc.

Ancora una volta, poi, i tentativi di difesa della Boschi peggiorano la sua posizione. Vegas, dice lei, le aveva chiesto di andare a casa sua la mattina del 29 maggio 2014, alle otto di mattina, dopo che in precedenti incontri avevano parlato di Etruria. Cosa succede quel giorno? La Popolare di Vicenza ufficializza la sua intenzione di lanciare un’offerta pubblica di acquisto su Etruria, cioè si iniziava a concretizzare proprio quello scenario che la Boschi paventava nei suoi colloqui con Vegas.

L’incontro alle otto di mattina può suggerire, come si percepisce dalle parole della Boschi, desideri poco finanziari di Vegas che cerca di attirare la avvenente ministra in una trappola di seduzione domestica. Ma è anche compatibile con un’altra spiegazione: poiché Vegas sapeva quanto la Boschi era sensibile alla possibile scalata di Vicenza su Etruria, le usa la cortesia di informarla in anticipo, cioè prima dell’apertura dei mercati, sull’imminente ufficialità della scalata (che poi non si è concretizzata). E il gran rifiuto della Boschi potrebbe spiegarsi non con una orgogliosa difesa del proprio onore assediato – con Vegas si erano già visti a vari pranzi e cene – ma come una dimostrazione di stizza perché la Consob nulla aveva fatto per fermare i vicentini (come sapeva la Boschi dell’Opa? A quanto è emerso con suo padre non c’erano segreti sulle vicende di Etruria).

Morale: dalle udienze della commissione è emerso poco di nuovo su Bankitalia e Consob rispetto a quanto il Fatto ha pubblicato in questi anni mentre si è aggravata la posizione della Boschi e dei suoi sponsor.

Se Renzi vuole andare oltre il caso Boschi, ha varie possibilità. Produrre documenti e non allusioni sui tanti punti toccati nei suoi ultimi due interventi pubblici, sulle responsabilità di Bankitalia, dei dirigenti di Mps e su tutto il resto (magari anche sulle colpe della Commissione europea nella direzione Concorrenza). E poi dovrebbe dire come vorrebbe cambiare la vigilanza bancaria, la tutela dei risparmiatori e l’accountability delle autorità indipendenti: presenti un progetto e lo renda uno dei pilastri del programma del Pd alle elezioni e lo prenderemo sul serio.

Altrimenti rimarremo dell’idea che tutto il suo attivismo intorno al caso Etruria e alla Banca d’Italia di Visco sia dovuto a meri interessi personali e al fatto che, insieme ai bilanci di alcune banche, questi intrecci di conflitti di interesse e insipienza politica stanno soffocando la sua carriera politica.

Dei Boschi e delle Banche

Banca Etruria, nel 2013 la lettera di Bankitalia: istituto travolto “in modo irreversibile” da “progressivo degrado”

Mentre la Popolare chiedeva investimenti alla clientela, Via Nazionale già sapeva che erano fortemente a rischio. Ma non è intervenuta e i risparmiatori hanno perso tutto. È dal 2002 che Palazzo Koch ha riserve sull’istituto aretino e lo ribadisce nel 2010 e nel 2012.

di Giorgio Meletti – ilfattoquotidiano.it, 17 dicembre 2015

Già due anni fa Banca Etruria era travolta “in modo irreversibile” da un “progressivo degrado” in corso indisturbato da 11 anni. Lo ha scritto il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco in una lettera al consiglio d’amministrazione della Popolare aretina il 3 dicembre 2013. Peccato che la lettera fosse segretata, probabilmente per non disturbare il collocamento di obbligazioni subordinate in corso proprio in quei giorni. Se Visco avesse reso pubblica la lettera, molti risparmiatori avrebbero potuto salvare i propri risparmi. Ma per Bankitalia il parco buoi non deve sapere, per essere spolpato meglio. In questo caso però, essendo saltato il banco, è possibile che chi ha perso i suoi soldi chieda giustizia in tribunale: la Vigilanza bancaria sapeva cose tremende su Banca Etruria e le ha occultate al pubblico.

Nel 2013 Banca Etruria è pressata da Bankitalia, che dal 2002 contesta la debolezza patrimoniale a fronte di crescenti rischi sui crediti (clienti che stentano a rimborsare i prestiti ottenuti). Piazza un aumento di capitale da 100 milioni e quattro emissioni di subordinate per complessivi 120 milioni. L’ultima tranche viene piazzata agli sportelli di Etruria, unico luogo di smercio, tra ottobre e dicembre. Nel frattempo gli ispettori della Vigilanzapassano al setaccio per l’ennesima volta gli uffici di Arezzo. Guidati da Emanuele Gatti, che il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo considera il suo Maradona, si installano in banca dal 18 marzo al 6 settembre. Dopo sei mesi consegnano a palazzo Koch i loro rilievi.

Il 3 dicembre Visco scrive la lettera che comincia con la scritta “riservatissimo”. Leggendo si capisce perché. Il 20 dicembre la Consob pubblica un supplemento al prospetto informativo della subordinata IT0004966856, che è già stata venduta e che, secondo gli scenari probabilistici opportunamente vietati dalla Consob, presentava il 64 per cento di probabilità di perdere la metà del capitale. Il supplemento concede agli investitori (qualora avessero per caso saputo della pubblicazione) di revocare l’ordine di acquisto, alla luce delle novità, entro due giorni lavorativi. Il 20 dicembre è un venerdì, possono eventualmente andare in banca il 23 e il 24 dicembre.

A parte questa presa in giro, il supplemento tace della lettera di Visco. Si limita a dire che, a seguito dell’ispezione, Bankitalia ha fatto dei rilievi che “non assumono in ogni caso un’entità tale da pregiudicare il mantenimento dei requisiti prudenziali”. E che, “in linea con gli indirizzi dell’Organo di Vigilanza”, il cda ha deciso di cercare un partner bancario di “elevato standing”: “Un intento che, oltre a dare respiro alle prospettive future, mira a non compromettere i livelli occupazionali ed a valorizzare il sempre crescente patrimonio di professionalità e conoscenze acquisite nel tempo”. Ma che bello. Prima di vedere che cosa ha scritto Visco, ricordiamoci il copione. La Banca d’Italia non vigila sui mercati finanziari, quindi non si assume responsabilità se il contenuto di un prospetto, oltre che tardivo, risulti anche falso. Scarica la colpa sulla Consob, che però replicherà che non può sapere della lettera di Visco se Bankitalia non glielo dice.

Visco il 3 dicembre ha scritto nella lettera segreta che già nel 2002, a fronte di ingenti crediti ammalorati, “la Banca d’Italia ha imposto un coefficiente patrimoniale specifico”: cioè un capitale totale pari al 10 per cento dei prestiti erogati e non dell’8 per cento come nelle banche sane. Questa misura di prevenzione, dice Visco, “non è stata mai rimossa per mancanza dei necessari presupposti”, visto che “negli ultimi anni tali criticità si sono progressivamente accentuate”. Ricorda l’ispezione del 2010, che non è servita a fermare il degrado. E richiama la lettera del 24 luglio 2012 con cui era stato chiesto un rimpasto sostanzioso del cda per la sua “inadeguatezza”, un taglio della struttura attraverso il “ridimensionamento della rete territoriale”, e “un rafforzamento dei buffer patrimoniali rispetto ai minimi regolamentari”, cioè nuovo capitale, cioè obbligazioni subordinate, visto che il mercato non assorbiva aumenti di capitale.

Un anno e mezzo dopo la lettera del 2012 Visco sostiene che aBanca Etruria si sono fatti beffe di lui: “I ritardi accumulati nell’affrontare le gravi problematiche e il ricorso ad interventi parziali e talvolta dilatori hanno contribuito ad accrescere le criticità”. Conclusione tombale: “A seguito del progressivo degrado della situazione aziendale, la Banca Popolare dell’Etruria risulta ormai condizionata in modo irreversibile da vincoli economici, finanziari e patrimoniali che ne hanno di fatto ‘ingessato’ l’operatività”. Per cui Bankitalia “ritiene che la Popolare non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”. Visco ordina a Banca Etruria di vendersi a un’altra banca più grossa entro 120 giorni, tempo che in genere non basta neppure per vendere un’auto usata. Infatti non succederà niente. L’ispezione di Bankitalia serve solo a fare fuori il presidente Giuseppe Fornasari (che ne ha contestato energicamente i contenuti) e a mettere in sella Lorenzo Rosi (oggi indagato) con due vice presidenti: Pier Luigi Boschi e Alfredo Berni, ex direttore generale negli anni in cui la Banca, stando a Visco, era stata sfasciata. Lo scorso febbraio, a quindici mesi dalla letteraccia, Visco ha commissariato l’istituto che Bankitalia ha lasciato sfasciare per 13 anni segretando le sue ispezioni.

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di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it, 17 dicembre 2015

Maria Elena Boschi se ne deve andare sì o no? Mettiamo in fila i fatti sin qui emersi che la riguardano nel pasticciaccio brutto delle banche del buco.

1) Il 20 gennaio 2015 il Consiglio dei ministri del governo Renzi vara un decreto che trasforma le banche popolari in società per azioni. Fra queste c’è Banca Etruria, di cui la Boschi è piccola azionista, il padre Pier Luigi è vicepresidente, membro del Cda e socio, e il fratello Emanuele è dirigente, dipendente e socio. Decreto forse doveroso.

Ma le banche, già da tempo defunte secondo Bankitalia (fra cui Etruria), tornano appetibili sul mercato e continuano ad attirare risparmi come se fossero risorte. Per giorni regna il mistero sulla presenza della Boschi in quel Cdm, che configurerebbe un bel conflitto d’interessi. Fonti qualificate del Fatto assicurano che la Boschi c’era. Lei smentisce: “Ero in Parlamento a seguire le riforme istituzionali”. Purtroppo nessuno l’ha vista.

2) L’affare si complica quando si scopre che il decreto, annunciato a Borse chiuse per evitare speculazioni, era noto negli ambienti finanziari da parecchi giorni, tant’è che i titoli delle banche coinvolte erano lievitati per massicci acquisti alla vigilia (il record del rialzo lo registrò proprio Etruria, con un +65%). Insomma, qualcuno aveva violato il segreto.

La Consob sospetta un caso gigantesco di insider trading. Ora Carlo De Benedetti, uno dei sospettati degli acquisti, replica che dell’imminente decreto sapevano tutti. Un segreto di Pulcinella. Chi, nel governo, se la cantò? E perché tanti acquisti proprio su Etruria?

3) Il 22 novembre il Consiglio dei ministri vara il decreto “salva-banche” che recepisce la direttiva europea sul bail-in: accolla al sistema bancario (non allo Stato perché non si può più) il costo del dissesto di quattro banche bollite, e lascia senza risarcimenti obbligazionisti subordinati e azionisti anche se sono stati truffati con informazioni false o incomplete sullo stato di salute delle medesime.

Fra queste c’è di nuovo Banca Etruria, di cui papà Boschi non è più vicepresidente perché, dopo le severe censure di Bankitalia con multa di 140 mila euro, è uscito di scena col commissariamento (un atto dovuto del governo, non certo la prova di inflessibilità e imparzialità millantato da Renzi & Boschi). Stavolta è sicuro che la Boschi non partecipa, sempre per scansare il conflitto d’ interessi.

4) C’è un terzo decreto sul bail-in, quello preparatorio del 16 novembre. Questo aggiunge alla norma europea una clausoletta (articolo 35 comma 3) che quella non prevede in materia di responsabilità degli amministratori. E, secondo alcune interpretazioni, rende più difficile per azionisti e singoli creditori l’ azione di responsabilità per chiedere risarcimenti ai manager, ai membri dei Cda e ai commissari delle banche.

Compreso papà Boschi, ex vicepresidente di Etruria. Che, grazie alla mancata equiparazione dello scioglimento di una banca al fallimento, non perde neppure i titoli necessari per andare ad amministrarne un’ altra.

5) Poniamo che la Boschi si sia astenuta sia sul primo decreto (dubbio) sia sugli altri due (sicuro). Purtroppo però era presente alle tre riunioni preparatorie del secondo e del terzo, come ha documentato su Libero Franco Bechis. Infatti la lettera di accompagnamento del doppio provvedimento del 16 e del 22 novembre, datata 5 ottobre, è firmata Maria Elena Boschi.

Ma in ogni caso astenersi dai Cdm non è un titolo di merito: è un atto dovuto per la legge Frattini sui conflitti d’interessi varata nel 2004 dal governo B., sempre contestata per la sua ridicolaggine dal centrosinistra che però, in barba alle promesse elettorali, non l’ ha mai toccata.

Articolo 3: “1. Sussiste situazione di conflitto di interessi ai sensi della presente legge quando il titolare di cariche di governo partecipa all’adozione di un atto, anche formulando la proposta, o omette un atto dovuto, trovandosi in situazione di incompatibilità… quando l’ atto o l’ omissione ha un’ incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate… con danno per l’interesse pubblico”. Quindi, astenendosi, la Boschi rispetta la legge di B. ed evita un conflitto d’ interessi che lei stessa riconosce esistere.

6) Anche B. ogni tanto usciva dai Cdm mentre i suoi ministri decretavano ad suam personam (o aziendam): per esempio per salvare Rete4 dallo spegnimento imposto dalla Consulta. Una buffonata, perché B. era il dominus del governo e mai nessuno avrebbe approfittato della sua assenza per disobbedire ai suoi ordini. Ora, la Boschi non è il premier e non è neppure B.. E i decreti sulle banche non riguardano esclusivamente Etruria.

Ma se allora tutto il centrosinistra rideva a crepapelle di B. che pensava di evitare il conflitto d’ interessi uscendo dalla stanza, dovrebbe almeno sorridere dinanzi allo stesso escamotage della Boschi. Che non è un ministro qualsiasi: è la figura più in vista del governo dopo Renzi, la ministra di sua maggior fiducia, il simbolo della rivoluzione sorridente renziana. Qualcuno è così ingenuo da credere che, prima di uscire dalla stanza, la Boschi non parli con Renzi dei decreti sulle banche? Un conto è dire di aver rispettato la legge (Berlusconi-Frattini!). Un altro è negare un conflitto d’interessi visibile a occhio nudo.

7) Come ha rivelato il Fatto, il pm di Arezzo che indaga con grande prudenza sulla malagestione di Etruria (e quindi anche del Cda vicepresieduto da papà Boschi) è consulente giuridico di Palazzo Chigi (dove lavora, accanto a Renzi, la ministra Boschi). Lo è dai tempi del governo Letta, ma è stato confermato dal governo Renzi.

Possibile che Renzi, la Boschi e il pm, che lo sapevano da ben prima che lo scoprissimo noi, non abbiano notato neppure questo, di conflitto d’interessi, e non abbiano deciso subito, all’esplodere del caso Etruria, di troncare quel rapporto per evidenti motivi di opportunità?

8) Avendo ricevuto, come i colleghi di altre procure, un esposto contro gli ex amministratori di Etruria dalle associazioni dei consumatori, può darsi che il pm di Arezzo iscriva anche papà Boschi sul registro degli indagati per vagliare le accuse. Se ciò accadesse, ancora una volta la Boschi non avrebbe alcun obbligo di dimettersi. Ma, restando al suo posto, diventerebbe un bersaglio ancor più facile per polemiche, sospetti e contestazioni, che trascinerebbero il premier in un gorgo senza fine, obbligandolo a difendere la fedelissima e la sua famiglia per vicende che nulla hanno a che fare con il governo e che al momento nessuno, nemmeno nel governo né probabilmente la Boschi, è oggi in grado di conoscere.

9) I paragoni con le dimissioni chieste o date da altri ministri (Alfano, Cancellieri, Lupi, De Girolamo e Idem) non reggono: la Boschi non è coinvolta né direttamente né indirettamente in inchieste penali. Ma le fughe di notizie sul primo decreto, lo scudo salva-amministratori e salva-papà del secondo e del terzo e l’imbarazzo – destinato a crescere – per gli sviluppi delle indagini sulla banca amministrata dal genitore creano un gigantesco caso di opportunità politica che dovrebbe suggerirle di farsi da parte per il bene suo e del governo.

10) Come disse lei stessa nel novembre 2013 a Ballarò su un caso diverso dal suo (la Cancellieri sospettata di interventi diretti per favorire la famiglia Ligresti), il punto “non è tanto se ci debbano essere o meno le dimissioni del ministro o se viene meno la fiducia nei confronti del governo. Il punto vero è che è in gioco la fiducia nelle istituzioni. Il punto grave è che ancora una volta si è data l’immagine di un Paese in cui la legge non è uguale per tutti, ma ci sono delle corsie preferenziali per gli amici degli amici, per chi ha i santi in Paradiso. Io al suo posto mi sarei dimessa”. Parole sante. Come passa, il tempo.