corruzione

Ischia, è solo speculazione

Terremoto Ischia, cemento e inchieste sull’isola dove non esiste l’abusivismo di necessità. È solo speculazione

Più cemento più ricchezza: questa è stata l’equazione indotta da una economia legata al turismo che ha fatto da carburante alla necessità di nuove cubature. Quindi è bastata una scossa del quarto grado Richter, forte ma non distruttiva, a mietere vittime, a far crollare muri, a distruggere ciò che poteva e doveva resistere.

Tutti hanno cercato di fare, in troppi hanno fatto, a dispetto della legge e contro la legge, inquinando la vita civile dell’isola, producendo numerosi episodi di corruzione e – soprattutto – riducendo spaventosamente i criteri minimi di sicurezza. Ischia infatti conosce bene il terremoto e Casamicciola, la località che paga il prezzo maggiore, ha subito alla fine dell’Ottocento (1883) un terremoto distruttivo (decimo grado della scala Mercalli) che fece 2.313 vittime. Diceva Gramsci che la storia insegna ma ha cattivi scolari. Questo è un caso di scuola.

Nessuno ha tenuto conto della fragilità dell’isola, della sua storia sismica. Non i suoi abitanti, non la sua classe dirigente. Nessuno ha badato al controllo del territorio che anzi è stato oggetto di uno scambio immorale: voti contro cemento oppure soldi contro cemento. E ciascuno si è dato da fare. Diciamolo subito: non esiste sull’isola, ricca delle sue bellezze e dei suoi commerci, nessun abusivismo di necessità. È prevalentemente speculazione. L’albergo si allarga, i clienti raddoppiano, il fatturato quadrupla. Ogni stanza in più, anche in case private, significa oro.

E così la qualità della edificazione, realizzata spessissimo nella concitazione dell’abuso, è stata molto al di sotto della decenza, la manutenzione e la conservazione nel migliore dei casi ridotte al lumicino. Quindi è bastata una scossa del quarto grado Richter, forte ma non distruttiva, a mietere vittime, a far crollare muri, a distruggere ciò che poteva e doveva resistere. Questo in definitiva è il conto più amaro, il dazio salato che il Mezzogiorno paga alla clientela e alla corruzione.

Le fobie utili

segnalato da Barbara G.

Islamofobi, perché non mafiofobi o corruttofobi?

di Giulio Cavalli – left.it, 01/08/2016

Pensa se si trovasse la molla, il dado e la chiave giusta per indirizzare gli istinti più bassi; se si riuscisse a sollevare con le mani le paure più ancestrali e mirarle come se fossero una fionda. Pensa se i soffiatori di paure scegliessero una settimana di servizio civile abbandonando la turpe propaganda per sconvolgere l’agenda delle fobie. Come se da stamattina in Italia fossimo tutti mafiofobi, una cosa così.

Immaginate una rassegna stampa mattutina in cui alla signora della strada si chiede con insistenza se non ha paura per i propri figli e i propri nipoti di una mafia che si infiltra dappertutto, travestita da brava persona, arrivando a danneggiare chiunque senza preavviso e portando violenza come da giuramento in nome di dio o qualche santo (San Michele Arcangelo, ad esempio, nel caso della ‘ndrangheta). Immaginate la signora che risponde ripresa al tg della sera e elenca tutte le proprie insicurezze dicendo che no, che non si può fare i buonisti con questa gente, con Cosa Nostra o ‘ndrangheta o camorra, che se li prendano in casa loro, i buonisti, che siano i buonisti ad ospitare i parenti di Riina, Provenzano, Dell’Utri o Cosentino.

Oppure figuratevi un Paese in cui tutti camminino torvi con il sospetto di avere un corrotto o un corruttore nella stessa carrozza dell’affollatissima metropolitana: gente che tende l’orecchio per carpire dal vicino qualche indicibile accordo che attenti alla sicurezza e all’economia nazionale. Un clima di sospetto per cui viene chiesto a chiunque sia classe dirigente di lavare i piedi ai cittadini sotto un’orda di flash per lanciare un segnale. Immaginate l’Europa che chieda alla Turchia di allestire campi profughi per mafiosi, truffatori e corruttori, con Salvini che prefigura la ruspa sull’archivio di Andreotti, sull’ufficio di Verdini, sulla cella di Riina, per le filiali di Banca Etruria, sugli accordi loschi di Finmeccanica; ruspe sui figli di Bossi, ronde per chiedere i conti di Expo o irruzioni durante riunioni di massoneria.

Immaginate, per un secondo soltanto, se questo diventasse un Paese capace di essere prepotente contro i prepotenti piuttosto che essere forte con i deboli e debole con i forti. Ci sarebbe da ridere, a vederne l’imbarazzo.

 

“Ho seminato morte”

segnalato da Barbara G.

Il pentito

«Coi rifiuti per anni ho seminato morte»

di Antonio Maria Mira – avvenire.it, 27/01/2016

«Io credo di aver seminato veramente morte nella mia terra. Me ne vergogno. Ho fatto un macello…». Così parla Gaetano Vassallo, imprenditore dei rifiuti legato alla camorra, “colletto bianco” delle ecomafie, uno dei maggiori responsabili del disastro della “Terra dei fuochi”. Per quasi trenta anni ha gestito discariche e sversato illegalmente rifiuti di tutti i tipi, è stato arrestato una prima volta nel 1992 ma poi assolto fino in Cassazione e ha continuato a inquinare. Nel 2008 ha deciso di collaborare con la giustizia «per paura di essere ucciso – ammette – ma anche per provare a riparare qualcosa di quello che avevo combinato ». Ora a 57 anni vive con la famiglia in una località protetta e lancia un’inquietante denuncia. «Io ho pagato e sto pagando, ma altri imprenditori che lavoravano con me gestiscono ancora grossi settori ». E si scaglia anche contro gli industriali del Nord che usavano le sue discariche. «Sapevano benissimo che noi smaltivamo in quel modo». Lo raggiungiamo al telefono al termine di una notte di lavoro. Proprio nei giorni in cui esce il suo libro Così vi ho avvelenato scritto con la giornalista del Mattino Daniela De Crescenzo. E ci racconta la sua vita di “ecomafioso”, il prima e il dopo. L’uomo e il criminale. Parliamo di vergogna, di perdono, di speranza (nella seconda parte dell’intervista sul giornale di domani). Ma anche di un sistema che va ancora avanti, delle mire dei clan sulle bonifiche, delle responsabilità dei politici campani ma anche degli imprenditori del Nord.

Vassallo, si sente parte di un sistema più grande?
Quando venivano a controllarci e non guardavano le bolle di accompagnamento, quelli erano responsabili come me. Il politico che veniva e mi metteva delle persone a lavorare non si é mai interessato di quello che stavamo facendo, perché lo sapeva. Quando si pigliavano i soldi nostri lo sapevano. Sono responsabili come noi ma non pagano, ma non fa niente…

Ora nessuno la conosce più…
Ma quando venivano a portare le gente a fatica’ mi conoscevano bene… Erano tutti amici nostri. In realtà sono io ora che non li voglio riconoscere, non li voglio sentire. Ora ho solo mia moglie e i miei figli. Vado a lavorare di notte dalle 18 alle 6 di mattina. Ma finalmente sono orgoglioso di quello che sto facendo.

Allora lei faceva molto comodo a tanti.
Non ci potevamo tirare indietro. Oggi mi auguro che si possa fare qualcosa, sperando che sia politicamente che imprenditorialmente non ragionino nello stesso modo. Mi auguro che non succeda anche con le bonifiche…

Ha qualche sospetto?
Speriamo che chi va a fare le bonifiche non lo faccia con la stessa logica, la stessa mentalità che avevamo noi. Il sospetto ce l’ho, lo dico e lo confermo perché dove ci sono i soldi la camorra non sparisce mai. Ci vorrebbe una classe politica più attenta perché questo polverone che si sta creando attorno a queste bonifiche non mi è chiaro. Può essere che ci sia qualcosa dietro.

C’è ancora una parte del mondo imprenditoriale che lavorava con lei che ancora opera?
I grossi imprenditori che hanno lavorato con me, che erano a braccetto con me, sono ancora liberi e gestiscono ancora grossi settori. Io l’ho riferito ai magistrati e non ho paura di dirlo anche a lei. Mi conoscevano bene, hanno lavorato con me. Andavano fuori regione a prendere i rifiuti per me. Sono io che gli ho fatto acquistare i primi autotreni per fare il trasporto di rifiuti. Oggi dicono che non mi conoscono. Quante persone oggi dicono che non mi conoscono…

Non hanno pagato neanche gli imprenditori del Nord che le affidavano i loro rifiuti.
Secondo me non ha pagato nessuno. L’unico che ha pagato sono io, che ho fatto una scelta di collaborazione, che sono stato arrestato, che sono stato in carcere e non so se ci tornerò. Sono l’unico ad aver lasciato un intero patrimonio. Ma di questo non mi rammarico. Sono orgogliosissimo di averlo fatto e continuerò a farlo anche se mi aspettavo un’attenzione diversa. Io comunque mi sono rimboccato le maniche, sto cercando di inserirmi e di lavorare, questo è l’unica cosa che mi interessa. Ma oltre a me chi ha pagato? Solo Gaetano Vassallo ha pagato. Ma se io non avessi deciso di collaborare?

Gli imprenditori che venivano da lei sapevano?
Eccome se sapevano! Sapevano benissimo che noi smaltivamo in quel modo. In Campania eravamo 9 discariche, una sola non ha smaltito rifiuti provenienti da fuori regione ed era la Sari di Terzigno. Tutte le altre ricevevano quei rifiuti, tutti scaricavano nello stesso modo, perché c’era l’intervento della camorra, erano tutti affiliati. Nel Salernitano, nel Napoletano, nel Casertano ci sono quei rifiuti.

E ora questi imprenditori del Nord non dovrebbero chiedere scusa anche loro?
I primi responsabili sono i produttori di rifiuti perché avrebbero dovuto interessarsi della destinazione finale dei loro rifiuti. Le loro aziende avevano interesse a venire da noi, pagavano di meno, ma poi non se ne interessavano perché non c’erano controlli. Io dovrei preoccuparmi di colui al quale mi affido. L’Acna di Cengio quando è venuta a scaricare da noi non sapeva chi eravamo, come scaricavamo? Si affidavano a noi ma solo qualche imprenditore del Nord veniva, mentre quelli con la roba più pericolosa non si sono mai fatti vedere. C’era sempre qualche intermediario che si preoccupava di portarceli.

E adesso i rifiuti del Nord, lei che conosce bene il sistema, come vengono smaltiti? Tutto a norma?
Non credo. Io ora sono fuori gioco ma anche dove adesso mi trovo si vedono i traffici di rifiuti. Li faranno un po’ diversamente ma li fanno. In modo un po’ più camuffato.

E ora cosa le succederà?
Il processo per disastro ambientale non è stato ancora fatto. In un altro, in abbreviato, sono stato condannato in primo grado a 6 anni e sto facendo l’appello. Tutti gli altri imputati sono a piede libero, non sono stati mai arrestati, andranno in prescrizione. Io sono andato a collaborare da libero. Non è che ero stato arrestato e ho deciso di collaborare per questo motivo. Chi ha avuto l’ergastolo è facile che collabori perché è l’unica soluzione per uscire. Io era libero e la mia scelta è stata fatta con la mia famiglia. Mi ero reso conto che avevo fatto un casino e volevo dare un contributo. Non ho collaborato per avere benefici ma per cercare di dare una mano. Mi auguro che qualcosa si possa ancora fare.

Lei evidentemente é stato purtroppo molto bravo a fare quegli affari coi rifiuti…
Bravo? Altri sono stati più bravi e sono ancora a casa loro. Ma non sono invidioso, per carità… È giusto che paghi e se devo pagare anche per gli altri va bene. Ma non sono stato l’unico a rovinare la Campania. Sono stato invece l’unico ad trovare il coraggio di dirlo. Forse perché mi volevano uccidere, ma almeno ho avuto questo coraggio. Gli altri se lo tengono tra di loro.

C’è sempre chi aspetta che passi l’onda.
Ma il tempo è galantuomo. Chi non ha ancora pagato dovrà pagare. Io ho pagato in questo modo, forse era questo il mio destino.

Gli investigatori e i magistrati non si sono certo fermati. Non credo, ma forse dovrebbero aprire un po’ di più occhi e orecchi…
(…)

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Dalla lettera di Don Praticello a Vassallo

(…) Lo «schifoso male» è il cancro che non abbiamo più nemmeno il coraggio di chiamare per nome. Io sono diventato prete. Franco, mio vicino di banco alle elementari, è morto a 35 anni di cancro. Sossio, invece divenne ingegnere, ma la leucemia se l’è portato via. Anche Maurizio, l’amico della mia infanzia, quello dei carruoccioli, è morto di cancro, mentre Giovanni, mio fratello, di leucemia. La scena, però, che più di tutte mi fa male sono le bare bianche in chiesa. Non ti nascondo che tanti funerali li celebro con gli occhi chiusi. E mentre le mamme piangono, i figli soffrono, i cimiteri si allargano, ancora c’è chi tenta di negare o di ridimensionare il dramma. Odio la camorra con tutte le mie forze. Ma provo per i camorristi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. (…)

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COSÌ VI HO AVVELENATO

DANIELA DE CRESCENZO, GAETANO VASSALLO

Gaetano Vassallo è il manager dei rifiuti che per primo ha collaborato con la giustizia dando il via, con le sue confessioni, a tredici processi, alcuni dei quali ancora in corso. Cresciuto nella discarica del padre, nella campagna tra Caserta e Napoli, inizia nel 1982, poco più che ventenne, a gestire con la famiglia uno sversatoio e a organizzare traffici destinati ad arricchire in pochi anni tutti e dieci i fratelli. All’inizio si tratta di mettere a disposizione dei comuni della zona le cave dove scaricare l’immondizia. Poi arrivano, sempre più numerose, le richieste delle grandi aziende di tutta Italia, che cercano il modo per smaltire gli scarti industriali risparmiando sui costi. È allora che la camorra entra in campo e che Vassallo diventa il «ministro dei rifiuti» di Francesco Bidognetti, boss dei casalesi. Nelle discariche si accumulano i veleni: residui di concerie, oli di veicoli rottamati, scorie di lavorazioni industriali, ceneri e fanghi che sterminano perfino i topi. Le voragini si moltiplicano, i sacchi vengono incendiati per far posto a nuovi carichi. La spazzatura è nascosta sotto le strade in costruzione e nelle fondamenta dei palazzi, i liquami si usano per irrigare i campi. Boss e imprenditori lavorano indisturbati, perché chi dovrebbe controllare è a libro paga dei clan, e l’affare diventa sempre più sporco e redditizio, fino alla beffa dell’intervento del governo che, per risolvere l’emergenza rifiuti in Campania, sovvenziona gli stessi camorristi.
Vassallo ricostruisce un quadro criminale sconvolgente, dove compaiono amministratori che truccano gli appalti, funzionari pubblici stipendiati dai boss, avvocati che si fanno strumenti di corruzione. Un racconto spudorato e preciso, raccolto da una giornalista esperta del tema, che mostra dall’interno il funzionamento dell’industria dei veleni e la criminale devastazione che ha condannato a morte le terre e le acque della regione.

Bruxelles corrotta, Europa infetta

segnalato da Barbara G.

Tangenti. Sprechi. Inefficienza. Istituzioni al servizio di lobby potenti e occulte. Ecco tutti i pubblici vizi della capitale. Che affossano la fiducia nell’Unione.

di Gianluca di Feo – espresso.repubblica.it, 01/10/2015

È un tour tra gli edifici più importanti della città: dalla residenza reale al museo di belle arti, dagli uffici ministeriali alle carceri, dall’osservatorio astronomico al palazzo di giustizia. Sono maestosi, coperti di marmi e statue a testimoniare la solidità della virtù pubblica. Eppure per dieci anni a gestirli è stata una cricca: ogni appalto una mazzetta, altrimenti non si lavorava. Tutti sapevano, nessuno ha mai denunciato la rete criminale che ha trasformato il cuore del Paese in una vera Tangentopoli. Non stiamo parlando delle gang romana di Mafia Capitale, questa è Bruxelles: due volte capitale, del Belgio e dell’Europa. E due volte corrotta, nell’intreccio d’affari tra poteri locali e autorità continentali.

Qui non si decide soltanto la vita di una nazione lacerata dalle tensioni tra valloni e fiamminghi, ma il destino di mezzo miliardo di persone, cittadini di un’Unione che mai come in questo momento si mostra debole e inconcludente. Dall’inizio del millennio la fiducia degli italiani, come evidenzia il sondaggio Demopolis, è crollata e solo uno su quattro crede ancora nell’Europa. Bruxelles però è anche il laboratorio in cui la corruzione si sta evolvendo. La mutazione genetica delle vecchie bustarelle in un virus capace di intaccare in profondità la reputazione delle istituzioni europee, diffuso silenziosamente da quei soggetti chiamati lobby. Realtà estranee alla tradizione democratica dei nostri Stati nazionali e molto diverse dai modelli statunitensi, perché qui non ci sono leggi che le regolino, né sanzioni che le spaventino: le lobby sono invisibili e allo stesso tempo appaiono onnipotenti.

LA GIUSTIZIA IMPRIGIONATA

Il simbolo è Place Poelaert, la grande piazza panoramica affacciata sul centro storico di Bruxelles. Da un lato c’è il palazzo di giustizia, con la cupola dorata che svetta sull’intera città: una muraglia di impalcature lo imprigiona da cima a fondo, soffocando le colonne dietro un gigantesco castello di assi che marciscono tristemente. Il cantiere dei restauri è abbandonato da otto anni, da quando i titolari sono stati arrestati, assieme ad altri 33 tra imprenditori e funzionari accusati di avere depredato l’intero patrimonio immobiliare statale.

Proprio di fronte al palazzo della giustizia impacchettato c’è uno splendido complesso rinascimentale, con un giardino impeccabile. È la sede del Cercle de Lorraine, “the business club”, come recita la targa: l’associazione che raccoglie gli industriali più prestigiosi del Paese, baroni e visconti da sempre padroni del vapore assieme ai manager rampanti della new economy. Lì, tra sale affrescate e camerieri in livrea, promuovono i loro interessi. Insomma, sono una lobby. Una delle oltre seimila che presidiano la capitale europea, con più di 15 mila dipendenti censiti mentre altrettanti si muovono nell’oscurità. A Bruxelles il colore degli affari rispecchia il cielo perennemente coperto: si va dal grigio al nero. Non a caso, la frase magica della cricca degli appalti era «bisogna che il sole splenda per tutti».

IL CANTIERE INFINITO

Oggi la città è tutta un cantiere. Sono centinaia. Dall’aeroporto al quartiere generale della Nato, dalla periferia al centro storico si vedono ovunque gru e ruspe all’opera. Per non essere da meno, anche il Parlamento europeo vuole abbattere l’edificio dedicato a Paul-Henri Spaak, completato nel 1993 con un miliardo di spesa: il progetto prevede altri 750 uffici per i deputati del presente e del futuro, rappresentanti delle nazioni che aderiranno all’Unione negli anni a venire. Se però dal Palazzo di Giustizia si va verso il Parlamento percorrendo la chaussée d’Ixelles, la frenesia cementizia si mostra in una luce diversa. La lunga arteria è stata completamente rifatta nel 2013, solo che al momento dell’inaugurazione c’è stata una sorpresa: i marciapiedi erano troppo larghi e gli autobus finivano per incastrarsi l’un contro l’altro. Hanno ricominciato da capo, di corsa. Appena riaperta al traffico, però, la pavimentazione allargata non ha retto al peso dei pulmann e si è riempita di buche, manco fosse Roma. E giù con la terza ondata di lavori: ora la strada sembra una chilometrica sciarpa rattoppata.

Ixelles è un comune autonomo, perché Bruxelles in realtà è un insieme di diciannove piccoli municipi indipendenti, ciascuno con il suo borgomastro. In questo periodo il meno sereno è il sindaco di Uccle, che per undici anni è stato pure presidente del Senato belga. Come avvocato ha difeso una masnada di magnati kazaki, ottenendone l’assoluzione. In cambio ha ricevuto 800 mila euro. «Compensi professionali», ha spiegato Armand De Decker. Il sospetto invece è che la scarcerazione degli oligarchi sia il tassello di un intrigo internazionale: una clausola del patto segreto tra il presidente kazako Nazarbayev e l’allora collega francese Sarkozy per la vendita di elicotteri, in cui era previsto anche «di fare pressione sul senato di Bruxelles». Un’accusa formulata dagli inquirenti parigini, perché le procure locali si guardano bene dall’indagare.

Gli investigatori belgi non hanno fama di efficienza né di indipendenza. La storia recente del Paese è costellata di scandali che si perdono nel nulla, tra trame occulte e massoneria: i parallelismi con l’Italia sono forti e anche qui prospera una cultura del sospetto, che porta i cittadini a diffidare della giustizia. L’inchiesta sulla tangentopoli capitale è partita nel 2005, le sentenze di primo grado ci sono state solo quattro mesi fa. I dieci dirigenti della Régie des Batiments, che per un decennio hanno intascato almeno un milione e 700 mila euro, se la sono cavata con condanne irrisorie. «I fatti sono gravi, ma ormai antichi», ha riconosciuto la corte.

IL BAROMETRO DELL’ONESTÀ

Questa giustizia lenta e spesso inefficace è anche arbitro di parecchi dei misfatti che avvengono nei palazzi della Ue. Sono le magistrature nazionali a procedere penalmente contro i corrotti, perché le agenzie europee possono minacciare soltanto sanzioni amministrative: la punizione massima è il licenziamento, una rarità, mentre più frequenti sono le retrocessioni di grado e soprattuto le lettere di richiamo. Di certo, non un grande deterrente per rinsaldare la moralità dei commissari, dei 751 deputati e dei 43 mila funzionari che gestiscono ogni anno oltre 140 miliardi di euro e scrivono leggi vincolanti per 28 Paesi. Mentre anche dalla loro onestà dipende la credibilità di un organismo sempre meno rispettato.L’istituto statistico più autorevole, Eurobarometro, due anni fa ha lanciato l’allarme: il 70 per cento dei cittadini ritiene che la corruzione sia entrata nelle istituzioni europee. Lo credono 27.786 persone, selezionate scientificamente per rappresentare l’intera popolazione dell’Unione. È un dato choc. La Commissione ha reagito annunciato una crociata contro le tangenti in tutto il Continente. Ovunque, tranne che nei suoi uffici: nel 2014 il primo rapporto anti-corruzione nella storia della Ue ha sezionato i vizi di ogni Paese, senza però fare cenno ai peccati dentro casa: quella che la Corte dei Conti europea ha definito nero su bianco «un’infelice e inspiegabile omissione». D’altronde la presidenza di Jean-Claude Juncker è cominciata nel peggiore dei modi.

Le rivelazioni di LuxLeaks – pubblicate in Italia da “l’Espresso” – hanno messo a nudo il suo ruolo nel trasformare il Lussemburgo nel Bengodi delle aziende in cerca di tasse irrisorie. Per riscattarsi, Juncker ha promesso una sterzata contro l’iniquità fiscale legalizzata. «Ma finora la Commissione è stata passiva su questa materia», sottolinea Eva Joly, per anni il giudice istruttore più famoso di Francia, che ha portato alla sbarra i crimini delle grandi aziende, ed ora è eurodeputato verde: «La follia è che abbiamo al vertice dell’Europa l’uomo che ha arricchito il Lussemburgo grazie alle tasse rubate agli altri, con guadagni che continuano a crescere. Nel Parlamento i verdi hanno imposto la creazione di un comitato speciale: il primo rapporto sarà pronto tra un mese e sarà molto duro. Anche i conservatori ora hanno capito e c’è la volontà di piegare i paradisi fiscali: sono convinta che il Lussemburgo dovrà adeguarsi o uscire dall’Unione».

IL GRANDE CIRCO

Quello che Juncker costruito in Lussemburgo, a Malta lo ha realizzato John Dalli, il ministro che ha fatto dell’isoletta una piazzaforte finanziaria, graditissima agli investitori italiani più spregiudicati e ai miliardi rapidi delle scommesse. Poi nel 2010 Dalli è entrato nel governo dell’Unione: come commissario per la salute ha avuto in mano dossier fondamentali, incluso il via libera alle coltivazioni ogm. Finché la sua carriera non si è trasformata in circo. Letteralmente. Il suo vecchio amico Silvio Zammit, pizzaiolo e impresario circense part-time, è andato in giro chiedendo soldi per conto del «boss». Ha prospettato a una holding svedese la possibilità di spalancare il mercato europeo a un prodotto che piace molto agli scandinavi: lo snus, il tabacco da masticare. Una passione da pirati e cowboy, finora proibita nel resto della Ue, con potenzialità miliardarie: rimpiazza le sigarette anche dove il fumo è vietato. In cambio Zammit ha chiesto una somma niente male: 60 milioni di euro, poco meno della storica tangentona Enimont.

La questione è arrivata sul tavolo dei detective dell’Olaf, l’unità antifrode europea guidata dall’italiano Giovanni Kessler. Con investigatori provenienti dalla Guardia di Finanza, perquisendo di notte l’ufficio del commissario, sono stati trovati «indizi plurimi» del coinvolgimento personale di Dalli. Nell’ottobre 2012 l’allora presidente Barroso ha obbligato il maltese alle dimissioni, firmate molto controvoglia. Tant’è che quando, dopo la sostituzione del capo della polizia, l’indagine penale nell’isola è stata archiviata, Dalli ha cominciato a sparare denunce dichiarandosi vittima di un’ingiustizia. E il parlamento ha criticato l’azione dell’Olaf: «Dal rapporto dei supervisori emergono molti dubbi sui metodi del nostro istituto antifrode più importante, che nei resoconti manipola le statistiche per presentare risultati migliori del reale», sancisce l’eurodeputato verde Bart Staes, membro di spicco del comitato che vigila sul budget, altro caposaldo del sistema di controllo.

L’Olaf si è trovata ai ferri corti pure con la Corte dei conti, a cui ha contestato appalti oscuri. Che a sua volta ha rimandato le accuse al mittente. Insomma, un tutti contro tutti, con esiti abbastanza deprimenti per l’affidabilità dei custodi di Bruxelles. Oggi l’Europa sembra avere tanti cani da guardia litigiosi. E tutti con la museruola: abbaiano, ma non mordono. Il loro compito infatti si limita a suggerire provvedimenti. Fuori dai palazzi della Commissione, non hanno poteri e devono invocare l’aiuto delle polizie nazionali. Che – tra interessi patronali e differenze normative – non sempre collaborano. I detective europei hanno bisogno di un’autorizzazione pure per ascoltare i testimoni. All’Olaf ogni indagine è affidata a una coppia di ispettori, senza assistenti: si fanno da soli pure le fotocopie e passano più tempo a difendersi da tiro incrociato delle altre autorità che non a investigare. Il feeling che si respira è negativo, come se la lotta alla corruzione interna non fosse una priorità, anzi.

EMENDAMENTI CASH

Eppure i campanelli d’allarme non mancano, anche in Parlamento. L’ultimo a essere condannato due mesi fa è stato un ex deputato inglese, Ashley Mote, che ha rubato 355 mila euro grazie a rimborsi gonfiati. È stato uno dei primi eletti del movimento anti-europeo inglese: nei comizi urlava contro il malaffare di Bruxelles, poi falsificava le note spese. Janice Atkinson, sempre dell’Ukip, a marzo si è fatta triplicare la ricevuta dopo il cocktail con la moglie del leader Nigel Farage – 4350 euro invece di 1350 – mentre la sua assistente si vantava: «È un modo di riportare a casa i nostri soldi». E quando nel 2011 un reporter del “Sunday Times” si è finto lobbista, offrendo denaro in cambio di emendamenti a sostegno della sua società, tre deputati hanno abboccato subito. Due – un austriaco e uno sloveno – si sono dimessi e sono stati condannati in patria. Il terzo, l’ex ministro degli Esteri romeno Severin, è ancora al suo posto mentre l’istruttoria a Bucarest langue.

Distinguere tra lobbisti veri e falsi non è facile. A Bruxelles è stato istituito un registro per queste figure, senza vincoli né sanzioni: chi vuole si accredita. L’attivissima sezione europea di Transparency International un mese fa ha dimostrato che metà delle 7821 dichiarazioni ufficiali delle lobby erano «incomplete o addirittura insensate». E in tanti si sottraggono al censimento, a partire dagli studi legali: un’armata che esercita un’influenza nascosta. La soluzione? «Rendere obbligatoria l’iscrizione al registro», spiega Carl Dolan di Transparency. «E bisogna vietare ogni contatto con chi non è iscritto», aggiunge Staes: «Devo ammettere però che in Parlamento non esiste una maggioranza favorevole al registro obbligatorio. Noi verdi, come i 5stelle italiani e alcuni esponenti socialdemocratici, ci stiamo battendo, molti invece sono contrari».

PORTE GIREVOLI

Tra i palazzi delle istituzioni e quelli dei potentati economici ci sono tante porte girevoli. Si passa dagli uffici della Commissione a quelli delle corporation e viceversa. Figure come Lord Jonathan Hill, con trascorsi in società di lobby della City, imposto dal governo Cameron al vertice della struttura Ue che si occupa di mercati finanziari. O il caso sensazionale di Michele Petite, il direttore europeo degli affari legali che si tramuta in consigliere della Philip Morris e poi rientra come presidente del comitato etico che dirime i conflitti d’interesse nella Ue. Ma queste sono le pedine sullo scacchiere di una partita più complessa. Le manovre dei lobbisti intrecciano network che possono seguire la geopolitica dei governi, dei partiti o semplici reti di conoscenze trasversali adeguatamente retribuite. Il terreno di caccia favorito è la zona grigia in cui i grandi propositi dei legislatori europei si trasformano in regolamenti, spesso modesti. Uno dei passaggi più opachi avviene nei “gruppi di esperti” che studiano i dossier caldi. Una ong ha appena svelato che il 70 per cento degli esperti incaricati di valutare la questione del fracking, la discussa tecnica di estrazione petrolifera, hanno relazioni con le compagnie del settore. Non si tratta di un’eccezione, ma di un andazzo molto diffuso.

L’Ombudsman europeo, l’autorità etica più piccola e dinamica, apre un’istruttoria dietro l’altra. Senza spezzare la cortina di ferro che protegge gli intrallazzi. «Bisogna incrementare al massimo la trasparenza, deve esserci sempre una traccia scritta di chi interviene nelle discussioni interne», sintetizza Carl Dolan. I conflitti di interessi pullulano: nel 2012 sono stati segnalati 1078 dipendenti europei con incarichi extra. Quelli sanzionati sono una ventina, quasi sempre con reprimende scritte o verbali. L’impunità è pressoché certa. Per anni il funzionario Karel Brus ha fatto sapere in anticipo agli emissari di due colossi dei cereali, l’olandese Glencore e la francese Univivo, i prezzi stabiliti dall’Europa per gli aiuti agricoli: notizie d’oro, che permettevano di investire a colpo sicuro. In cambio si ipotizza che abbia incassato almeno 700 mila euro. Prima della condanna penale però sono passati dieci anni e il travet è sparito in Sudamerica. E per le due società c’è stata solo una multa: mezzo milione, un’inezie rispetto ai profitti.

LA NUOVA CORRUZIONE

La Commissione ha in mano un’arma micidiale: può bandire le aziende corruttrici da tutti i contratti europei. Misura applicata solo due volte negli ultimi anni. Perché la volontà di fare pulizia sembra labile. Prendiamo il dieselgate di Volskwagen: gli uffici tecnici dell’Unione avevano segnalato i trucchi della casa tedesca da parecchi mesi, ma la denuncia è rimasta lettera morta fino all’intervento delle autorità statunitensi. «Questa è la nuova corruzione. Ed è il nuovo mondo, in cui si agisce tramite logaritmi che falsificano i dati dei computer: la realtà si riduce a schermate digitali, mentre Volskwagen otteneva fondi per produrre auto ecologiche e contribuiva ad aumentare l’inquinamento che uccide migliaia di persone», tuona Eva Joly: «Ma la portata dello scandalo è ancora più grave, perché dimostra che il rispetto delle regole non è più un valore. La Germania, il Paese della legge e dell’ordine, ha ingannato tutti; la loro azienda simbolo ha mentito per anni. Le nazioni che hanno costruito questa Unione stanno perdendo credibilità e non capiscono quanto ciò peserà sul futuro delle nostre istituzioni».

In quello choccante 70 per cento di cittadini che percepisce un’Europa corrotta si proietta una sfiducia più vasta. «È un dato che nasce dallo sconcerto per la debolezza della reazione davanti ai problemi: la crisi economica, il tracollo greco e adesso l’esodo dei migranti», commenta Bart Staes: «La gente sente i racconti sulle pressioni delle lobby, si diffonde il sospetto che l’Unione serva più per tutelare gli interessi economici che i cittadini. C’è la necessità di riforme profonde, che non sono nell’agenda di Juncker. Ma soprattutto bisogna dare risposte concrete: fatti, non storytelling. Partiamo dalla Volskwagen: quasi tutti i produttori di auto sfruttano i buchi nella legislazione per alterare i test, noi verdi abbiamo proposto di cambiare le regole e punire chi mente. Se agisci e la gente vede che i guasti vengono risolti, allora avrà di nuovo fiducia».

CORSI E RICORSI STORICI

Un professore dal cognome altisonante, David Engels, in un saggio ha paragonato il declino dell’Unione al crollo della repubblica nella Roma antica. Oggi come allora, l’allargamento troppo rapido dei confini, il confronto con un’economia globalizzata, la crisi dei modelli religiosi – all’epoca i nuovi culti importati nell’Urbe, adesso l’Europa cristiana alle prese con l’Islam – e il contrasto tra i privilegi dei patrizi e l’impoverimento dei ceti popolari, logorano le istituzioni democratiche. Un’analisi che riecheggia le parole scritte da Altiero Spinelli nel 1941, in quel manifesto di Ventotene che ha partorito l’idea di Europa unita. «La formazione di giganteschi complessi industriali e bancari… che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente ai loro particolari interessi, minacciava di dissolvere lo Stato stesso. Gli ordinamenti democratico liberali, divenendo lo strumento di cui questi gruppi si valevano per meglio sfruttare l’intera collettività, perdevano sempre più il loro prestigio, e così si diffondeva la convinzione che solamente lo stato totalitario, potesse in qualche modo risolvere i conflitti di interessi». Era la situazione che ha fatto trionfare le dittature e spinto il continente nel baratro della guerra. L’Europa unita è nata da questa lezione, che ora sta dimenticando.

 

Sindaco cattolico (ortodosso) cercasi

La croce sopra al Campidoglio

Le due sponde del Tevere. Fin dall’elezione, le gerarchie ecclesiastiche hanno lavorato per logorare Marino. Il chirurgo cercò il papa per informarlo della trascrizione delle nozze omosessuali. Ma Bergoglio si negò ritenendola una provocazione. Il ruolo della comunità di Sant’Egidio, il cui fondatore, Riccardi, è stato già candidabile a sindaco.

Marino ricevuto da papa Francesco in Vaticano © Lapresse

di Luca Kocci – ilmanifesto.info, 11 ottobre 2015

Nella vicenda della lenta ago­nia, fino all’annuncio delle dimis­sioni, del sin­daco di Roma Igna­zio Marino, alle gerar­chie eccle­sia­sti­che (Cei e Vica­riato di Roma, più che Vati­cano) e a parte dell’associazionismo cat­to­lico (comu­nità di Sant’Egidio in testa) spetta un ruolo di primo piano. Non per­ché sia stato papa Fran­ce­sco con le sue dichia­ra­zioni «ad alta quota» di ritorno dall’America — «io non ho invi­tato il sin­daco Marino a Phi­la­del­phia, chiaro?» — a deter­mi­nare la caduta del primo cit­ta­dino, seb­bene gli abbia asse­stato un duro colpo. Ma per­ché i vescovi hanno con­tri­buito al suo logo­ra­mento cin­que minuti dopo l’elezione. Anzi anche prima.

«Ci si inter­roga sulle pos­si­bili svolte della nuova tra­zione che potrebbe con­se­gnare all’anima più lai­ci­sta di largo del Naza­reno lo scranno del Cam­pi­do­glio», scri­veva Avve­nire all’indomani delle pri­ma­rie vinte da Marino. E il giorno dopo lan­ciava l’allarme: «Cam­pi­do­glio, rischio-deriva sui valori» a causa di «un certo tipo di impo­sta­zione sul ver­sante etico, con poten­ziali rica­dute sulle scelte di poli­tica familiare».

Alla vigi­lia delle ele­zioni, poi, sem­pre Avve­nire dava ampio spa­zio a un docu­mento di una serie di asso­cia­zioni (fra cui Forum asso­cia­zioni fami­liari, Movi­mento per la vita, Com­pa­gnia delle opere, Alleanza cat­to­lica) in cui la patente di «can­di­dato cat­to­lico» veniva asse­gnata a Gianni Ale­manno, e Marino sono­ra­mente bocciato.

All’indomani della vit­to­ria del chi­rurgo, lo ammo­niva ad evi­tare di «pro­get­tare e pra­ti­care for­za­ture in sedi impro­prie» e ad «aprire campi di bat­ta­glia sulle que­stioni che inve­stono valori pri­mari». «Ci augu­riamo che nes­sun sin­daco si imbar­chi in improv­vide avven­ture antro­po­lo­gi­che», riba­diva il Sir, l’agenzia dei vescovi, «non ci si fa eleg­gere per inven­tare nuovi diritti o met­ter su improv­vi­sati labo­ra­tori sociali».

«Cat­to­lico adulto» assai vicino al car­di­nal Mar­tini — con cui pub­blicò prima un lungo dia­logo sull’Espresso e poi un libro (Cre­dere e cono­scere, Einaudi) di grande aper­tura su temi etici -, Ignazio Marino è agli anti­podi della dot­trina cat­to­lica sui «prin­cipi non nego­zia­bili», quindi assai temuto dalle gerar­chie ecclesiastiche.

Il chirurgo cercò il papa per informarlo della trascrizione delle nozze omosessuali. Ma Bergoglio si negò ritenendola una provocazione

La que­stione esplode ad otto­bre 2014, quando il sin­daco tra­scrive nei regi­stri comu­nali i matri­moni cele­brati all’estero da 16 cop­pie omo­ses­suali. «Scelta ideo­lo­gica, che cer­ti­fica un affronto istituzionale senza pre­ce­denti», tuona il Vica­riato di Roma. E in que­ste ore si apprende che pro­prio il giorno prima delle tra­scri­zioni, Marino tele­fonò in Vati­cano per infor­mare diret­ta­mente il papa, che però non parlò con il sin­daco e anzi con­si­derò quella tele­fo­nata quasi una provocazione.

Negli ultimi giorni il lac­cio si stringe, fino al sof­fo­ca­mento. Deci­sivo è “l’incidente” dell’invito-non invito a Phi­la­del­phia, sul quale mon­si­gnor Paglia — sto­rica guida spi­ri­tuale della Comu­nità di Sant’Egidio -, alla tra­smis­sione radio­fo­nica La zan­zara, cre­dendo di par­lare con Mat­teo Renzi, dice parole duris­sime: «Marino si è imbu­cato, nes­suno lo ha invi­tato, il papa era furi­bondo». Poco dopo, la Comu­nità di Sant’Egidio è fra i primi a sbu­giar­dare il sin­daco, smen­tendo che ad una cena regi­strata dai famosi scon­trini siano stati pre­senti rap­pre­sen­tanti della Comu­nità, come invece asse­rito da Marino. Una posi­zione, quella di Sant’Egidio, che potrebbe nascon­dere qual­che inte­resse: in passato il nome del fon­da­tore Andrea Ric­cardi era emerso come pos­si­bile can­di­dato a Roma, se ora rispun­tasse fuori con più forza, sareb­bero più chiare le ragioni per azzop­pare Marino.

Annun­ciate le dimis­sioni, Oltre­te­vere non si strac­ciano le vesti, anzi.

«Epi­logo ine­vi­ta­bile», scrive L’Osservatore Romano, «la Capi­tale ha la cer­tezza solo delle pro­prie mace­rie», «Roma dav­vero non merita tutto que­sto». «Adesso basta», aggiunge Avve­nire, che saluta la chiu­sura di «una paren­tesi che non sem­bra desti­nata a lasciare un segno inde­le­bile nella sto­ria quasi tri­mil­le­na­ria di que­sta città», ora «Roma merita one­stà e decisa cura». «Il tema di una nuova classe diri­gente non è più rin­via­bile», diceva ieri sera in una par­roc­chia il car­di­nal Val­lini, vica­rio del papa per Roma. E il Sir trac­cia l’identikit del nuovo primo cit­ta­dino di una città con una «missione sto­rica, quella di porta di ingresso alla sede della cristianità».

Un sin­daco cat­to­lico quindi. Ma non come Marino.

***

Dimissioni Ignazio Marino: Roma per salvarsi deve fallire

di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it, 9 ottobre 2015

Chi festeggia per le dimissioni di Ignazio Marino, chi inneggia alla liberazione di Roma perché finalmente è stato cacciato il marziano, ha un ottimo senso dell’umorismo. Roma brucia ma brinda. Brinda a cosa?

È venuta l’ora di dirsi una verità amara e persino crudele, perché in gioco ci sono le vite di migliaia di lavoratori, delle loro famiglie: ilcomune di Roma deve fallire. Le società partecipate devono portare i libri contabili in tribunale. Il fallimento è l’unica salvezza, l’unico modo per guardare in faccia alla realtà e spiegare che qualunque sindaco, anche Star Trek, poco potrebbe con un’amministrazione che è riuscita a superare ciò che sembrava insuperabile.

Elenco alcuni dati che illustrano il livello del malaffare, la quantità di disonesti, l’enorme massa di incapaci.

Su 2300 bus disponibili, solo 800 sono quelli attivi e circolanti. L’Atac perde oltre 100 milioni di euro all’anno (373 milioni dal 2010 al 2013), mentre l’evasione tariffaria raggiunge il livello spropositato di 120 milioni annui. La cura dei nomadi costa 24 milioni all’anno. Sono 35 enti e 400 persone impiegate. Per tenere aperta la latrina di Castel Romano, quel recinto che sembra un immondezzaio, il comune spende 5 milioni di euro ogni anno. Una famiglia di nomadi di 5 persone costa al comune 270mila euro all’anno.

I lavori della metro C sono stati affidati per alcune tratte in presenza unicamente dei progetti preliminari. Un modo semplice ed efficace per alzare le quotazioni degli appalti che infatti hanno subìto incrementi pari a 692 milioni di euro, passando da un costo preventivato di 3 miliardi e 47 milioni a 3 miliardi e 739 milioni di euro.

L’Ater, la società che gestisce le case pubbliche di Roma, ha in proprietà circa 42 mila immobili. Di questi conosce il canone di affitto di 24mila. Solo 16 inquilini di altrettante abitazioni pagano un canone superiore a 1000 euro al mese. Sono 7066 le case affittate a 7 euro e 75 centesimi mensili. Abbiamo capito quanto incassa. Vediamo quanto paga per fornire ai romani disagiati – non bastando il patrimonio pubblico – un alloggio.

L’assistenza abitativa mangia 43 milioni di euro. Come e chi mangia? Esempio: gli immobili facenti capo alla società detenuta all’83% dal calciatore Francesco Totti sono 35 e sono situati a Tor Tre Teste. Costo annuo: 900mila euro. Costo per abitazione: più di tremila euro al mese.

Roma è sporca. Vogliamo vedere quanti debiti ha accumulato Ama? 700 milioni. E Acea che fornisce acqua e luce? Due miliardi.

Queste cifre, fino a qualche mese fa, erano sepolte dall’indifferenza. Le massicce iniezioni di danaro, gli appalti continui e spesso truffaldini, i grandi eventi milionari (ricordate l’invenzione della Notte bianca?) deformavano il quadro, dopavano la città, facevano in modo che non si sapesse, non si parlasse. Chissà quante buche coperte con soli due o tre centimetri di asfalto, rubando milioni di euro. E quanti bus si compravano a debito, quanti pezzi di ricambio si acquistavano (a debito) all’esterno, quante assunzioni farlocche, quanti controlli per finta, quanti vigili corrotti, ingegneri comprati, geometri collusi, quanti impegni si onoravano con una parola falsa, quanti truffatori si convocavano al Campidoglio, quanti dirigenti chiudevano un occhio, quanti cittadini esultavano beoti.

Ora – finiti i fuochi d’artificio, le truffe contabili, l’indigestione di miliardi – non resta a Roma che  la strada della verità: portare i libri in tribunale, accatastare i dirigenti infedeli in una cantina, prendere una scopa e iniziare a fare piazza pulita.

Diseguale, ingiusta, corrotta

Segnalato da Barbara G.

Il Rapporto era stato postato, mi pare, da Andrea. Qui ho riportato un articolo che ne fa un sunto, per chi non ha pazienza di leggere o, come me, ha seri problemi con l’inglese.

DISEGUALE, INGIUSTA, CORROTTA: IL REPORT CHE FA A PEZZI L’ITALIA

Per il World Economic Forum siamo tra i paesi con la crescita meno inclusiva del mondo sviluppato. Nel mirino scuola, tasse, infrastrutture e welfare

di Francesco Cancellato -linkiesta.it, 08/09/2015

C’è storytelling e storytelling. Quello governativo, ad esempio, racconta un’Italia che «dice sì», con imprese eccellenti, cervelli che tutto il mondo ci invidia e ci porta via, città meravigliose e via narrando, di slide in slide. Tutto vero? Forse. Però c’è anche l’altra metà della Luna, sovente rubricata al bubolare dei “gufi” e al ruminare dei rosiconi.

Il World Economic Forum, ahinoi, non può essere tacciato di appartenere ad alcuna delle due categorie. Organizzazione nata nel 1971 in Svizzera su iniziativa dell’economista e accademico Klaus Schwab, è quella, per intenderci, che ha coniato il termine “globalizzazione” e che organizza ogni anno il forum invernale di Davos, cui partecipano tutti o quasi i potenti del pianeta.

Lo scorso 7 settembre, il World Economic Forum ha dato alle stampe un rapporto – “The inclusive growth and development” – che, in estrema sintesi, prova a tirare le fila a livello globale sulla capacità che hanno le economie di crescere diminuendo le disuguaglianze e le ingiustizie sociali.

«Broad based development», lo chiamano loro. Sviluppo ad ampia base. Che coinvolge l’accesso, la qualità e l’equità dell’educazione, un’equa retribuzione del lavoro, la promozione della piccola imprenditoria e della piccola proprietà, l’inclusività del sistema finanziario, la corruzione, l’etica politica e degli affari, la concentrazioni delle rendite, la diffusione delle infrastrutture fisiche, digitali e legate alla salute, la legislazione fiscale e la protezione sociale. Per farlo, hanno usato per lo più i dati relativi al triennio 2012-2014.

Ecco: su questi temi il giudizio che danno dell’Italia non è esattamente positivo. In sintesi, si legge che «l’Italia ha di fronte enormi problemi (…) relativi al suo alto livello di corruzione e alla scarsa etica negli affari e nella politica – tra i peggiori fra tutte le economie avanzate». Non solo: «La disoccupazione è alta – si legge – e accompagnata da un gran numero lavoratori part-time involontari e di persone in situazioni occupazionali informali e vulnerabili».

Finita? No: «La partecipazione delle donne alla forza lavoro è estremamente bassa, rinforzata da un divario retributivo di genere che è uno dei più grandi tra le economie avanzate». È limitata, infine, «la creazione di imprese per favorire nuovi opportunità di lavoro, così come sono scarse le fonti di finanziamento disponibili per farlo». E, come se non bastasse, c’è anche «un sistema di protezione sociale né particolarmente generoso né particolarmente efficiente», che «aggrava il senso di precarietà ed esclusione nel paese». Risultato? Solo la Grecia e lo Slovacchia, tra i paesi sviluppati, hanno un indice complessivo di sviluppo e crescita sostenibile peggiore del nostro.

Vediamoli, allora, i dati a corredo di una disamina tanto brutale. Relativamente all’educazione, l’Italia è nella media per quanto riguarda le condizioni di equità e di accesso all’educazione, ma è tra i peggiori paesi sviluppati al mondo per quanto riguarda la qualità della medesima. Un sonoro 4 in pagella – per un indicatore costruito sui test Pisa dell’Ocse – laddove solo la Grecia, con 3,7 fa peggio. In vetta, Finlandia, Singapore, Svizzera, Olanda, Corea del Sud. A metà classifica, la Germania. Basse, ma non troppo, Francia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti d’America (con questi ultimi che pagano un prezzo salatissimo per la disuguaglianza del loro sistema educativo).

Le cose vanno pure peggio se si parla di occupazione, soprattutto in relazione alla tanto discussa produttività del lavoro, che in Italia e Spagna è la più bassa del mondo industrializzato e completamente slegata dalle retribuzioni e dalle compensazioni non salariali. Qui il nostro numero indice è quasi uguale a quello tedesco (4,7 contro 4,8) laddove tuttavia sulla produttività la Germania ci sopravanza di molto (4,1 contro 5,8). Siamo la peggior economia industrializzata – magrissima soddisfazione: a pari merito con la Grecia – anche nella promozione e nella tutela della piccola imprenditoria e della piccola proprietà privata, anche se in quest’ultimo caso anche la Corea del Sud fa peggio di noi.

Siamo tra le economie ad alto reddito più escludenti al mondo, per quanto concerne il sistema finanziario e gli investimenti. E ancora, siamo tra i paesi con i numeri indice più bassi per quanto concerne la corruzione – peggio di noi, solo la Grecia, la Repubblica Ceca, Israele e la Corea del Sud – e l‘infrastrutturazione fisica e digitale, dove ancora una volta c’è solo la Grecia, negli specchietti retrovisori. Lo stesso si può dire della nostra legislazione fiscale e, soprattutto, dei nostri trasferimenti fiscali, in cui paghiamo soprattutto l’iniquità intergenerazionale del nostro sistema pensionistico e il rapporto costi-benefici del nostro sistema di welfare.

Risultato? Sei semafori rossi – anzi sei foglie rosse, in questo caso – su sei, mentre la Francia, perlomeno, è arancione. Germania e Stati Uniti d’America sono giallo-verdi.  Che cresciamo poco lo sapevamo, insomma. Ora sappiamo anche che cresciamo male, producendo disuguaglianza e iniquità. Lo dicesse l’internazionale trotzkista alzeremmo le spalle. Ma se lo dicono gli ordoliberisti di Davos, forse dovremmo cominciare a preoccuparci.

Rapporto competo

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Le 5 regole del PD romano

Soldi, corruzione, potere: tutto in cinque regole. Così è finito il Pd romano

Nel partito capitolino c’è un filo trasversale che lega le correnti. Ma tutto nasce con la vittoria di Alemanno

di Concita De Gregorio – Repubblica.it, 15 giugno 2015

ROMA – L’incredibile e triste storia del Pd romano, a raccontarla a chi vive per esempio a Gallarate o Ragusa e di Mirko Coratti e Daniele Ozzimo non ha mai sentito parlare, si riduce ad una pozza di reciproci risentimenti, ritorsioni e ricatti fra i per così dire vertici – qui di alto non c’è nulla, solo alcuni conti in banca  –  del piccolo potere politico locale a cui è sfuggito di mano un poderoso gioco di ruolo. Il cui obiettivo, come in ogni gioco, è quello di conquistare il potere con ogni mezzo. Lecito e illecito, in questo caso. Dell’illecito si occupano con grande solerzia le procure. Ci sono i reati, i guerci e gli infiltrati, gli sprovveduti e i lestofanti. Poi c’è un sistema politico  –  il campo di gioco  –  che non è molto diverso da quello di tanti altri luoghi che non sono Roma, un sistema collaudato su base nazionale. Cambiano i nomi, ma le regole sono quelle. Cinque, le regole. Tre i livelli di difficoltà. Vediamoli.
Uno. Si sta sempre con chi vince. Delle famose correnti, cordate, filiere di potere è impossibile ricostruire nel tempo ‘chi sta con chi’. Fare le squadre, insomma. Cambiano secondo la convenienza. Le due grandi famiglie, veltroniani e dalemiani, hanno generato nel tempo bettiniani, marroniani, orfiniani, montiniani, bersaniani (dai nomi dei leader locali di riferimento, a Roma). Ora, per esempio, la maggioranza è renziana, nel senso di orfinian-renziana perché Matteo Orfini, una volta dalemiano, è oggi renziano: da Renzi infatti incaricato di bonificare il partito che assai ben conosce. Due anni fa erano tutti bersaniani, prima bettiniani, o veltroniani. L’impressione  –  disse e ripete il ministro Marianna Madia, tra le prime a denunciare due anni fa il Pd romano come “associazione a delinquere”  –  è che le divisioni siano solo di facciata. Ci sono, per carità: controllano pacchetti di iscritti e di voti sul territorio. Ma al momento delle decisioni si riuniscono “in camera di consiglio” e si spartiscono la torta. Tutte le cariche elettive, tutti i centri di spesa. Ti può capitare di vederli uscire, alla vigilia delle elezioni, dalla stessa stanza. Cinque o sei persone, sulla carta correnti rivali ma in realtà pronti a concordare cosa tocca a chi. Una camera di consiglio, per usare un’espressione soave. Si sta con chi conviene, con chi comanda, e al momento di decidere si decide insieme.Due. Segui i soldi. Follow the money, diceva la gola profonda del Watergate in “Tutti gli uomini del presidente”. È molto semplice. Dove ci sono molti soldi e non si sa da dove vengano c’è qualcosa che non va. Pierpaolo Bellu, segretario dello storico circolo San Giovanni, anno di fondazione 1949, oggi 250 iscritti da rinnovare, perché il tesseramento è stato dai commissari azzerato: “No, davvero non lo so quando è cominciato tutto. Io ti direi che è sempre stato così. Ma lo sapevano tutti: quando in un quartiere c’è un candidato che invita a cena al ristorante cento persone, paga lui, e un altro che porta la pasta fredda da casa nel cortile del circolo. Quando uno mette cinquemila manifesti e un altro cinquecento. Quando all’improvviso da un circolo che non fa attività compaiono 200 tesserati”. Le cene, i manifesti, le tessere nei circoli fantasma. I paesi dove vota più gente di quanti siano i vivi. Una tessera su cinque è falsa, hanno detto i commissari. 16 mila nel 2013. 9 mila nel 2014. “Anche Marco Miccoli, quando era segretario cittadino, poteva indagare, volendo”. Miccoli ora è parlamentare. Non c’era bisogno di Barca, insomma. Volendo.

Tre. Elimina il dissenso. Un paio di mesi prima di Marianna Madia un’altra esponente del Pd nazionale, Cristiana Alicata, aveva denunciato brogli ai seggi, primarie gonfiate, strani movimenti. “Michele Nacamulli, allora in commissione di garanzia del Pd, mi denunciò scrivendo che infangavo il buon nome del partito. Ho letto che è uno dei 44 arrestati nell’ultima mandata. Nacamulli è quello che diceva a Buzzi, il capo della Coop 29 giugno: “Il sindaco che ti deve fare un monumento”. Non è che mi faccia piacere: mi dispiace. Mi dispiace perché era tutto chiaro a tutti, solo che se denunciavi ti eliminavano. Anche quando Zingaretti, dopo lo scandalo in Regione, disse: questi consiglieri regionali non li ricandidiamo guarda com’è finita. Eletti al parlamento, sindaci delle città del litorale, promossi dirigenti. Loro, o le mogli “.

Quattro. Usa il partito come ascensore politico. Marzia Gandiglio è una giovane militante, si occupa di pubblica amministrazione, lavora alla fondazione Astrid. Era iscritta al circolo di via dei Giubbonari, l’ha lasciato in polemica coi dirigenti, ora è a Trastevere. “Alle primarie per le parlamentari del 2013 tutti i dirigenti locali si sono candidati alle politiche. Una corsa, un po’ come se fosse l’ultima occasione. C’erano i ticket uomo-donna. Umberto Marroni con Micaela Campana, la ex moglie di Ozzimo e responsabile organizzazione. Liste di iscritti alla federazione usati per la mailing list della propria campagna elettorale. Call center affittati per fare le telefonate. Stefano Fassina, che nel suo personale derby con Orfini temeva di prendere meno voti di lui, si è legato a Monica Cirinnà, moglie di Esterino Montino che da capogruppo in regione è diventato sindaco di Fiumicino. Ho scritto una lettera al segretario del partito, a tutti i dirigenti. Ho detto: non è l’ultimo giro di giostra, state lasciando sguarniti i circoli. Questi sono interessi personali, la politica è un’altra cosa. Non mi ha risposto nessuno. All’ultimo congresso di circolo di via dei Giubbonari ho detto: ma che politica è quella che non esprime nessun candidato al consiglio municipale? Mi hanno detto lascia perdere. Hanno fatto in modo che me ne andassi”.

Cinque. Non si fa quel che è giusto ma quel che conviene. È un po’ lo spirito del tempo. I giovani che ostinatamente ancora si affacciano ai circoli vengono iscritti d’ufficio a questa o quella corrente. Non in nome di un progetto: perché conviene. C’è chi se ne va, c’è chi non ci sta. Al circolo San Giovanni ad una delle ultime primarie hanno votato in massa il socialista Gianni Pittella, che ha ringraziato incredulo con un dono alimentare. “È stato anche un modo per protestare, per mostrare che il voto dei circoli alle primarie così come sono non conta niente “, sorridono i giovani democratici  –  tanti, ostinati – seduti nel seminterrato. “Ci dicono sempre “lasciate fare a noi”, ma alla fine vogliono solo che nessuno li disturbi. Ma allora cosa ci stiamo a fare noi, qui, a lavorare tutto il giorno?”.

I tre livelli di gioco, infine. Tutto esplode nel 2008, quando Alemanno prende il comune. Goffredo Bettini, l’uomo che dall’ombra ha determinato gli ultimi tre sindaci di centrosinistra (Rutelli, Veltroni, Marino) ne esce sconfitto. I marroniani, opposizione dalemiana a Veltroni, alleati con i popolari, diventano protagonisti della scena. E’ l’era della trattativa col centrodestra. Qualcosa alle cooperative deve andare. Gli affari si fanno coi rifiuti, col cemento, con la sanità. Bisogna accordarsi.

Il secondo livello scatta quando scoppia lo scandalo in Regione: i fondi stornati per le spese elettorali, il caso Fiorito, le dimissioni di Polverini. Il gruppo Pd in Regione che aveva votato quelle decisioni all’unanimità. In campagna elettorale Zingaretti dice: non ricandideremo quei consiglieri. Vince. I consiglieri non sono ricandidati. Tutti, però, trovano un altro imbarco. Non si possono candidare alle regionali, dunque si candidano al Parlamento. Alla guida dei comuni. Tanti, quasi tutti. Bruno Astorre, Esterino Montino, Marco Di Stefano. Quest’ultimo, in specie  –  ex poliziotto, ex Udeur, ex veltroniano, ex lettiano – sotto inchiesta con l’accusa di aver incassato una tangente da un milione e ottocento mila euro, “adesso li tiro tutti dentro, se casco io cascano tutti”, il primo dei testimoni di quella vicenda dal 2009 è persona scomparsa, indaga la omicidi della Mobile  –  risulta il primo dei non eletti al Parlamento. Quando si insedia il sindaco Ignazio Marino chiama la parlamentare Marta Leonori in giunta. Si libera un posto, Di Stefano entra alla Camera.

Qualcuno dice che Marino ha  –  consapevolmente o no  –  pagato un prezzo al gruppo di potere che ha contribuito a farlo eleggere. Il gruppo trasversale sottotraccia di cui tira le fila Goffredo Bettini, che a Marino ha indicato molti uomini di staff. I maledetti staff. Qualcun altro dice invece che Marino, che di cose romane per fortuna nulla sa, è inviso al gruppo di potere del Pd locale perché ha sottratto loro le fonti di reddito. La chiusura della discarica di Malagrotta per prima. “Sulla gestione dei rifiuti, sull’assegnazione delle case popolari, sui soldi alle cooperative, sulle assunzioni dei figli e dei cognati si fonda il potere di controllo del partito sul territorio. Io faccio una cosa per te tu fai una cosa per me  –  dice Cristiana Alicata, oggi nel cda dell’Anas e per questo dimissionaria dalla direzione del partito  –  per me che Marino abbia chiuso con Malagrotta e con le assegnazioni dirette degli appalti è la ragione per cui tutti lo massacrano. Che poi guarda: anche fuori dalla politica, anche nei giornali e nelle istituzioni private, c’è chi è dentro il sistema “.

Il Sistema, level 3. Io do qualcosa a te, tu dai qualcosa a me. Ciò che conviene ad alcuni contro quel che conviene a tutti. “Buzzi era uno stimato  –  dice Isabella Perugini, ex segretaria del circolo di Tor dè Schiavi oggi assistente parlamentare di Umberto Marroni  –  si era riscattato. Le battaglie per le cooperative sociali erano battaglie giuste. Noi ci abbiamo creduto in buona fede. Poi, certo, qualcuno ha sbagliato. Ha pensato a sé, ha pensato ai soldi”. Qualcuno, quasi tutti, troppi. Fatal error, game over. Reset.

Il male italiano

Segnalato da barbarasiberiana

CORRUZIONE, IL “MALE ITALIANO”. ECCO LA RIVOLUZIONE CULTURALE DI RAFFAELE CANTONE

Nel libro-intervista con il giornalista dell’Espresso Gianluca Di Feo, il presidente dell’Anac spiega che la mazzetta è solo l’ultimo tassello – neppure sempre necessario – del “complesso sistema del malaffare italiano”. Ed elenca le aree grigie, dalle fondazioni dei politici alle società miste, dove è necessario intervenire. Ma avverte che le leggi e la repressione non bastano. Come per la lotta alla mafia.

Di Mario Portanova, ilfattoquotidiano.it, 04/04/2015

Per capire meglio il fenomeno della corruzione in Italia basta andare a pagina 148 del libro di Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo, “Il Male Italiano”, appena pubblicato da Rizzoli. Il presidente dell’Anticorruzione (Anac) racconta al giornalista dell’Espresso che all’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici “abbiamo trovato dirigenti alla guida di uffici con un solo dipendente”; “su un organico di 333 persone i dirigenti erano 48, più altri cinque a contratto annuale”; “senza contare che lo staff del presidente e dei consiglieri era composto da ben venti addetti e che ogni consigliere aveva preso dall’esterno, con contratto a tempo determinato, una persona di fiducia”. Nessuna mazzetta, per carità, ma se questo era l’andazzo nell’organismo che doveva assicurare la correttezza della gare d’appalto, il resto viene da sé. “Erano sprechi e spese inutili che abbiamo prontamente eliminato”, spiega Cantone (l’autorità di vigilanza è in corso di assorbimento da parte dell’Anac).

Il momento in cui si compie il reato di corruzione – è questo il cuore del Cantone pensiero nell’intervista a Di Feo – è solo l’ultimo passaggio di un effetto cascata che parte dal “complesso sistema del malaffare italiano”: clientelismo politico, cricche, mancanza di trasparenza e di controlli, e più in generale da un clima culturale che accetta il sistema delle mazzette, il “così fan tutti” condiviso da poltici, burocrati, imprenditori, manager. Come dimostrano le carte di Expo, Mose, Mafia capitale e altre inchieste, ampiamente citate nel libro.

La mafia non si combatte solo con la polizia e i tribunali, ma anche con la mobilitazione pubblica, insegnavano Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa… Su quell’onda è nato in Italia un ampio movimento antimafia, che negli ultimi anni si è esteso al Nord, toccato dalle inchieste sulla ‘ndrangheta. Con la corruzione sta succedendo qualcosa di simile. Nel libro, Cantone rivendica – anche di fronte alle critiche dei colleghi, proprio come Falcone e Borsellino – la scelta di scrivere libri e andare “a parlare di legalità nei convegni o nelle scuole”. Perché oltre alla repressione e alla prevenzione, sottolinea, “è indispensabile una presa di coscienza della pericolosità del male, del danno che crea a tutti i cittadini, una vera rivoluzione culturale“.

Non a caso Cantone, che di questa nascente rivoluzione culturale è oggettivamente un simbolo – vedremo chi sarà il primo ad accusarlo di “protagonismo” – proviene dalla trincea dell’antimafia, in particolare contro la camorra casalese. E non a caso una delle prime campagne anticorruzione in Italia, Riparte il futuro, è stata lanciata da Libera, la rete antimafia fondata da don Ciotti. Perché, si chiede il magistrato, abbiamo una legislazione esemplare contro la criminalità organizzata e fatichiamo così tanto a fare lo stesso contro “il” male italiano?

Forse qualcosa sta cambiando se nei vent’anni successivi all’avvio dell’inchiesta Mani pulite la politica ha fatto leggi studiate per ostacolare le indagini e i processi anticorruzione – Cantone e Di Feo citano in particolare la ex Cirielli sulla prescrizione, ma non solo – mentre in questi giorni il Senato ha dato il via libera – pur fra palesi mal di pancia – a una legge che prevede aumenti di pena e ripristina il falso in bilancio.

Non serve arrivare all’inchiesta penale (o addirittura alla sentenza di Cassazione, come sentiamo ripetere nei talk show) per cogliere e denunciare il malaffare. In Italia le opere pubbliche costano circa il 40% in più del dovuto, afferma Cantone citando uno studio, “una mega tassa per tutti i cittadini”. Esempi, la metropolitana C di Roma, il cui costo è “già aumentato di 700 milioni di euro”, e l’Alta velocità ferroviaria tra Brescia e Verona “arrivata alla cifra mostruosa di 70 milioni per chilometro”. E persino quando le inchieste giudiziarie ci sono, i funzionari dell’Anac – l’autorità ha potere di commissariare singoli appalti viziati da illeciti – sono accolti come rompiscatole, racconta il magistrato  proposito del caso Expo. Poi ci sono “le persone già giudicate colpevoli che restano al loro posto nei partiti, nelle aziende e persino nella pubblica amministrazione”; i “processi contro i colletti bianchi che si prolungano all’infinito”; il “buio assoluto” sulle fondazioni create dagli uomini di partito; le società miste, “ibridi” che con la scusa del “mercato” fanno il possibile per sfuggire ai controlli previsti per il pubbico. Tutto a norma di (o in assenza di) legge, tutti potenziali tasselli del “complesso sistema del malaffare”.

Matteo Renzi porta come un fiore all’occhiello la nomina di Cantone alla presidenza dell’Anac. Il racconto di come è nata – esilarante, in certi passaggi – la dice però lunga su come la “nuova” politica approcci il problema. In sintesi, racconta Cantone, succede così. Una sera l’allora premier Enrico Letta è ospite da Fabio Fazio a Che tempo che fa, su Raitre, e lo scrittore Roberto Saviano gli rimprovera di aver fatto poco o nulla contro la mafia. Letta sfodera l’asso nella manica: Raffaele Cantone, il noto magistrato anticamorra, e Nicola  Gratteri, collega impegnato sul fronte della ‘ndrangheta, si occuperanno di criminalità organizzata per conto del governo. Peccato che Cantone, in quel momento allo stadio con il figlio ad assistere a Napoli-Inter, non ne sappia assolutamente nulla. Apprenderà poi che si era trattato di un’uscita “estemporanea” di Letta di fronte all’attacco di Saviano. La commissione, almeno, partirà davvero. Tempo dopo, sulla poltrona di Fazio si trova il neopremier Renzi. Anche in questo caso, criticato su legalità e lotta alla mafia, Renzi annuncia di voler rivivificare l’Anac e di volerla affidare a Cantone. Il quale, tanto per cambiare, non ne sa nulla. Ma almeno questa volta è davanti alla tv e può scrivere un sms al premier, che aveva incontrato in precedenza in occasioni pubbliche: “Scusa, ma di che si tratta?”.

“Il male italiano. Liberarsi della corruzione per cambiare il Paese”, di Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo (Rizzoli, 195 pagine, euro 17,50)

Belle parole

di Chicco

È da tempo che leggo il blog senza interagire. È lo sconforto di ricevere la solita risposta inutile che mi trattiene dallo scrivere più che la carenza di tempo.

Perché lo sconforto? Perché son stanco come molti di questa Italietta: una barzelletta fatta a nazione. Abbiamo sostituito un premier dedito agli affari propri con uno dedito agli affari dell’ex premier. Una persona che dice tutto e il suo contrario, appoggia tutto l’appoggiabile (destra, sinistra e centro), ma che davanti alla telecamera fa l’incantatore. Un popolo in catalessi che pende dalle sue labbra. Ma non è solo questo. Il rammarico nasce nel vedere persone come voi qui sul blog alle solite storie: un nuovo maquillage della sinistra (radicale?) con nuovi interpreti è bastato a tanti di voi per avere una nuova speranza.

Se penso alla storia recente, ogni volta che si è creato un nuovo partito a sinistra ci si è dovuti appoggiare a strutture già corrotte. Penso a Rivoluzione Civile, ma anche a Tsipras. Tutti partiti che hanno usato la vecchia sinistra (Sel, Rifondazione e quant’altro) per fondare qualcosa di veramente nuovo nelle intenzioni (come sempre), ma che, all’atto pratico, hanno dovuto (come sempre) imbarcare qualche vecchio cimelio, e hanno (come sempre) dovuto appoggiarsi alla struttura sul territorio: sedi, mezzi di comunicazione, etc. etc.

Basta rifarsi il trucco, prendere due figure nuove e rispettabili, metterle di fronte al carro e via, il gioco è fatto. Un Civati scontento del PD (ma che ripaga il partito a suon di decine di migliaia di euro, e chissenefrega come vengono spesi, che fa numero in aula, e manca solo laddove il risultato è acquisito), un Landini capo ultrà (che, pacioso, incontra sorridente Renzi dopo aver guidato un corteo a prender manganellate), una Spinelli figlia d’arte (che prima dice di esser foglia di fico, e poi diventa politica tout court, incollandosi alla poltrona che aveva promesso di lasciar libera). E il partito ha solo bisogno di un nuovo nome e un nuovo colore (sì, perché il rosso nostalgico tira meno di un neurone di Gasparri). E chissenefrega dei fatti.

Che mi frega se nessuno di questi partiti ha mai realizzato nulla, chissenefrega se queste persone hanno accettato compromessi scomodi, candidature dubbie, scorciatoie normative, soldi pubblici a spron battuto, ed è gente che vive di politica da sempre. Loro parlano benissimo: vogliono ridistribuzione, parlano di socialismo e aiuti ai più svantaggiati, vogliono Scuola e Lavoro. I risultati non sono importanti. Sono importanti le parole, le dichiarazioni, gli articoli di giornale. Perché, scusatemi tutti, ma questo è quello che vedo.

Sono d’accordo che le persone sono importanti, ma i fatti lo sono di più.

Quindi sapere che in un partito si mette un limite di due mandati agli eletti, si fa in modo di obbligare gli eletti a ridursi lo stipendio (tutti i politici si riempiono la bocca di risparmi, tagli, meno rimborsi e più rinunce, intanto gli unici a mettere in attivo qualche soldo sono quelli di un movimento criticatissimo), a rendicontare le spese (tutte), a mettere online i cv di chi si sceglie per una carica o l’altra, e a introdurre trasparenza dove non ve n’era, è già una bella boccata d’aria. E questi son fatti incontrovertibili, altro che le balle sull’articolo 18 e tutte le pur belle discussioni sulle riforme (sempre disattese e fatte alla cazz’e cane).

Eh, ma ci son le espulsioni… E poi decide tutto Grillo… E poi dovrebbe disattendere alcune regole cardine…

Anche se credo sinceramente che queste siano semplici scuse per non voler guardare in faccia la realtà, e cioè che tutte le decisioni prese finora sono semplicemente la dimostrazione di un grandissimo inciucio (orgia animale senza alcun pudore e confessione) da (ogni) destra a (ogni) sinistra, posso capire di non volersi convincere a patteggiare per questi altri, nuovi guidatori di un’auto senza navigatore o, a scelta vostra, con un navigatore pazzo con l’accento genovese. Ma, certo, affidarsi al nuovo maquillage è in fondo molto meglio.

Parole conosciute, metodi tradizionali, gente in giacca e cravatta che “politica” di professione: si trucca prima delle telecamere, ha polso nei discorsi, ha la frase ad effetto confezionata per il titolo del giornale amico, l’appoggio del giornalista amico che fa la domanda concordata…

Tutti vorremmo una rivoluzione di questo sistema, che sinceramente è molto, molto vicino al collasso (e il peggio sta per arrivare, aspetto solo i primi licenziamenti degli statali, e poi ridiamo tutti insieme). Ma tutti la vorremmo a modo nostro, possibilmente allungando la minestra sempre con il solito brodo rancido.

E mentre aspettiamo la rivoluzione giusta, continuiamo ad applaudire la nostra sgangherata orchestra politica, in cui il solito pifferaio guida il gruppo, mentre il giovane con l’asta e lo scudetto al suo fianco si convince di contar qualcosa di più delle singole persone che quella fanfara l’hanno finanziata.

Perché di questo si tratta. Mi basta vedere come ogni giornalista, anche quello che guardavo con piacere, attacca il 5stellino di turno (Fico da Fazio ne è l’emblema) senza pietà alcuna, cercando di trovar lo scandalo dove scandalo non c’è.

Ormai c’è solo un partito onesto, che vi piaccia o no, e non lo dico io, e nemmeno lo dice Grillo dal palco. Lo dicono i magistrati che in ogni scandalo trovano questo o quell’altro. Lo dice Vendola al telefono, lo dice Buzzi ai suoi compari, lo dice Alemanno con Poletti a cena co’ ‘r cecato, lo dice Galan a braccetto con Orsoni o il compagno G (l’era ‘n comunista chel lì) con Frigerio per l’appalto. Lo dicono semplici regole di buon senso: se vuoi giocare in politica, almeno sul codice penale non devi aver macchie… cosa che nessun altro partito ancora deve mettere nelle proprie agende…

Ma, si sa, questi parlan così bene…

PS. Questo partito ha messo nei primi punti del suo programma strumenti di democrazia partecipata, a oggi introdotti laddove è stato possibile: ne sono un esempio Parma e in Alto Adige. Il cosiddetto Partito Democratico non riesce a rispettare il principio nemmeno nelle primarie, in cui i candidati sono solo i suoi, e volete che rispetti questo principio nelle altre votazioni? Se questo non è illudersi…