crisi Grecia

Autoritarismo emergenziale (ovvero fine della democrazia)

Luciano Gallino: “La fine della democrazia? Iniziò con Thatcher. E continua con Renzi”

Il voto dei cittadini conta sempre di meno, i margini di manovra dei governi eletti – quando sono davvero eletti – sono sempre più ridotti. La logica dell'”autoritarismo emergenziale” fa il resto. Un vizio che, secondo il sociologo, ha origine negli anni Ottanta e nell’avvento del neoliberismo. Così le riforme volute dal presidente del consiglio “rispetto alla gravità della crisi si collocano tra il dramma e la barzelletta”. Come venirne fuori? “Affiancando all’euro una moneta parallela. A meno che non sia la Gemania a buttarci fuori”.

“La vera società non esiste: ci sono uomini e donne, e le famiglie”, spiegava Margaret Thatcher nel lontano 1980. L’inizio della fine della democrazia che l’Europa sta vivendo nel 2015, l’annus horribilis in cui Banca centrale Europea e Fmi piegano il volere di cittadini e governo greco, è lì. All’origine dell’applicazione pratica delle politiche neoliberiste, sostiene il sociologo Luciano Gallino. Fosse stato per la Scuola di Chicago di Milton Friedman, i Chicago Boys, i pensatori che costruirono l’impero teorizzando che il mercato si regola da solo, e che meno stato nell’economia meglio è, si sarebbe già potuto iniziare nei primi anni Settanta. Giusto il tempo degli ultimi fuochi keynesiani dei “Trente Glorieuses” (1945-75), quelli della ripresa economica improntata sul risparmio e sul welfare, sulle istituzioni statali indipendenti e sovrane rispetto ai fondi monetari, alle banche mondiali, alla rapacissima finanza. Il big bang lo fa deflagrare quella signora dalla permanente un po’ blasé, assieme all’ex attore hollywoodiano Ronald Reagan, che cominciano ad asfaltare sindacati e sindacalizzati, a cancellare il sistema di welfare a protezione delle fasce più deboli. Le tornate elettorali cominciano a diventare un optional. Governi conservatori o progressisti, europei o statunitensi, agiscono tutti verso la stessa direzione: smantellare lo stato sociale e privatizzare i servizi pubblici. Tanto ci pensa il mercato.

“Il potere economico nella forma che conosciamo si chiama capitalismo e per un certo periodo nel dopoguerra al capitalismo sfrenato si è potuto opporre qualche ostacolo favorendo prima di tutto la crescita economica e sociale di lavoratori e ceti medi”, spiega Gallino, ordinario di sociologia all’Università di Torino dal ’71 al 2002, e autore di un volume sul tema intitolato “Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa” (Einaudi). Per lo stesso editore sta per pubblicare “Il Denaro, il debito, la doppia crisi”. “Dopo il 1980 però comincia la controffensiva neoliberale che ha avuto la meglio su tutti i governi d’Europa compresi quelli socialisti e socialdemocratici che non erano differenti nella pratica da quelli neoliberali e conservatori – continua Gallino –È stata una rivincita delle classi dominanti che ha avuto un successo straordinario. L’unico governo da allora ad oggi non allineato è forse quello greco di Tsipras”.

Ma come si è innescata la stessa dinamica impositiva del credo neoliberista nelle istituzioni e nel governo dell’Unione Europea?

A partire dagli anni Ottanta, a partire dagli Stati Uniti ma con un grosso contributo delle nazioni europee, si è affermato il processo cosiddetto della “finanziarizzazione”, per cui interessi e paradigmi finanziari hanno avuto la meglio su qualsiasi altro aspetto socio-economico. Il percorso di liberalizzazioni avviato in Usa da Reagan è avvenuto anche in Gran Bretagna con la Thatcher, e in Francia ad opera nientemeno che di un socialista come Mitterand. Tutto ciò ha fatto sì che il sistema ‘ombra’ delle banche, non assoggettabile in pratica ad alcune forma di regolazione, oggi valga quanto il sistema bancario che lavora per così dire alla ‘luce del sole’. Sono stati compiuti eccessi non immaginabili in campo finanziario, che hanno fortemente danneggiato l’economia reale. Qualunque dirigente o imprenditore di fronte alla possibilità di fare il 15% di utile speculando a livello finanziario o il 5% producendo beni reali, ha cominciato a scegliere la prima opzione senza stare più a pensarci troppo.

Poi c’è stata la crisi del 2007-2008…

Una crisi causata soprattutto dalla “finanziarizzazione”, non disgiunta dalla stagnazione dell’economia reale. A cui si dovevano far seguire serie riforme a livello bancario e finanziario, anche solo tornando alle regole, tipo la legge Glass-Steagall del ‘33, che avevano assicurato 50 anni di stabilità. Però non si è fatto nulla. Le banche e il sistema finanziario sono tornate più grosse, prepotenti e invadenti di prima della crisi. L’euro e la superiorità della Germania riflettono i risultati della finanziarizzazione. Va detto che la politica tedesca è stata quella di comprimere i salari dei propri lavoratori, e di utilizzare fiumi di forniture a basso prezzo dai paesi industriali dell’Est per favorire le proprie esportazioni in modo incredibile. Nel 2014 l’eccedenza degli incassi tra import ed export è stata di 200 miliardi di euro. I crediti di qualcuno sono però i debiti di qualcun altro: spesso dei paesi impoveriti sotto il predominio della Germania, alla quale l’euro ha giovato moltissimo, impedendo agli altri paesi di svalutare la propria moneta per stare dietro alla competitività tedesca.

Il caso greco sarà quindi il primo di tanti altri che arriveranno?

Sì. Con la Grecia i tedeschi hanno detto: “Umiliarne uno per educarne diciotto”, se parliamo dell’eurozona. Ne seguiranno altri. La Germania procede con decisione, la sua industria e le sue banche sono pesantemente coinvolte nel meccanismo infernale che hanno messo in moto. Dopo la Grecia toccherà all’Italia, alla Spagna, e anche alla Francia.

Eppure il presidente Renzi ogni giorno vara una nuova riforma…

Le riforme di Renzi si collocano tra il dramma e la barzelletta. Rispetto alle dimensioni del problema, alla gravità della crisi, il Jobs Act è una stanca ricucitura di vecchi testi dell’Ocse pubblicati nel 1994 e smentiti dalla stessa Ocse: la flessibilità non aumenta l’occupazione. Abbiamo perso il 25% della produzione industriale, il 10-11% di Pil, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono penosamente modesti. I giochetti delle riforme sono l’apoteosi preoccupante del fatto che il governo non ha la più pallida idea dei problemi reali del paese; o forse ce l’hanno ma procedono per la loro strada di passiva adesione alle politiche di austerità.

C’è chi vede la capitolazione greca di fronte alla fermezza Bce e Fmi come l’atto più antidemocratico avvenuto in Europa negli ultimi vent’anni. Che ne pensa?

“Il ministro Schauble, il mastino della Germania e dell’euro, sta preparando altre strettoie dittatoriali per rafforzare il dominio tedesco sugli altri paesi dell’eurozona. A me pare che per un paese che vale demograficamente un ottavo della Germania, tener testa per cinque mesi agli ottusi e feroci burocrati di Bruxelles, della Bce e del Fmi sia un altissimo riconoscimento, un grande esempio di dignità politica. L’Italia è lontana anni luce dalla Grecia. Siamo un paese economicamente molto più pesante e di fronte ai memorandum europei avremmo potuto ottenere risultati maggiori; ma questi neoliberali che ci governano rappresentano le classi sociali alleate con la finanza che ci domina.

Renzi un neoliberale come Reagan e la Thatcher?

Sì. Anche Monti arrivò da Bruxelles, grazie all’intervento di Napolitano, per fare il gendarme delle più grandi insensatezze mai immaginate in campo economico: il pareggio obbligatorio di bilancio inserito addirittura in Costituzione, le riforme regressive del lavoro, i tagli forsennati alle pensioni. La Commissione Europea e la Bce ci mandano lettere che assomigliano ai feroci memorandum mandati alla Grecia. Ci manca soltanto che ci mandino lettere con su scritto come confezionare il pane, proprio come suggerito nell’accordo dell’Eurogruppo con Tsipras il 12 luglio.

Che c’è scritto in materia di produzione del pane?

Si tratta di una indicazione dell’Ocse richiamata espressamente nel testo dell’accordo. Da sempre i panettieri greci vendono due tipi di pane: da mezzo e da un chilo. Nella “cassetta degli attrezzi” dell’Ocse (così si chiama) ci sono alcuni paragrafi dedicati ai fornai a cui viene imposto, al fine di allargare la liberalizzazione di un paese e bla bla bla, di introdurre varie altre pezzature di diverso peso delle pagnotte. E poi il pane dovrà essere venduto in qualunque posto, anche nei saloni di bellezza, se lo vogliono. Capirete bene cosa rappresenta un’imposizione del genere: si sta dicendo ad un paese intero come fare il pane. Pensiamo ai 30mila dipendenti della Cee a Bruxelles e alle migliaia che lavorano per l’Ocse e per l’Eurogruppo con le loro macchinette mentre calcolano migliaia di coefficienti e trovano il tempo e ritengono opportuno intervenire sul pane. Si è raggiunto un livello di imbecillità inaudito, ed è soprattutto una forma di dittatura che avanza.

Ci può spiegare il concetto di “autoritarismo emergenziale” che ha coniato?

Un governo che ha una vocazione autoritaria, ma è ancora soggetto al peso del voto, deve trovare buone ragioni per imporre le sue misure autoritarie. Per farlo ricorre allo “stato di eccezione”, un vecchio concetto politico che indica che una parte di uno stato che non ne avrebbe diritto si appropria di poteri non suoi. Lo stato di eccezione può essere costituito dalla guerra, da epidemie, da disastri naturali, dove s’impone che la Costituzione venga messa da parte. Ricordiamo la costituzione della repubblica di Weimar, la più liberale d’Europa. Conteneva un articolo sullo stato di eccezione che nel 1933 permise al capo di governo Adolf Hitler di appropriarsi del potere assoluto facendo fuori gli altri partiti e poi la costituzione stessa. In Europa con la crisi delle banche, non solo americane, e grazie alle folli liberalizzazioni sono emerse le montagne di debito a cui gli istituti si sono esposti. Quando queste procedure sono cadute come castelli di carta i governi si sono dissanguati per salvare le banche con fiumi di denaro che hanno indebolito i bilanci pubblici degli stati. Così il debito pubblico europeo è salito in due anni dal 65% all’85% e i governi hanno inventato uno stato di eccezione, quello della spesa eccessiva per la protezione sociale. Si è speso troppo? Bisogna tagliare i bilanci pubblici. Così s’impongono misure sempre più dittatoriali.

Secondo lei ci sono le condizioni per constrastare ideologicamente e culturalmente la vulgata neoliberista?

Il neoliberismo ha stravinto la battaglia culturale, ha conseguito un’egemonia a cui Gramsci poteva guardare con invidia: controlla 28 su 29 governi dei paesi dell’area europea, qualunque siano i nomi dei partiti al governo. Hanno il 95% della stampa a favore, il 99% delle tv, dominano nelle università, e hanno conquistato i governi. Sono piuttosto difficili oggi da sconfiggere. La sinistra come forza partitica poi non esiste più e quindi non ha la forza di opporre un ruolo di riflessione o denuncia paragonabile a quello all’attacco vincente dei neoliberisti. Inoltre non ci sono saggi, libri, testi da contrapporre all’egemonia culturale neoliberale, qualcosa che contrasti la favola dei mercati efficienti, della finanza che inaugura una nuova fase del capitalismo e altre amenità simili.

Le vecchie categorie di pensiero del Novecento non bastano più per comprendere la realtà politica attuale?

No, ce ne sono alcune che funzionano ancora bene. Il fatto è che non basta dire “proletari della UE unitevi”, o cambiando forma dire ‘precari’ o ‘classi medie impoverite della UE unitevi’. Qui bisogna fornire idee, documenti, possibilità di azione e controreazione. Possono esserci milioni di elettori che voterebbero una politica di sinistra, realmente progressista, per uscire dall’austerità, ma chi glielo spiega?

C’è chi indica il salvataggio nell’uscita dall’euro. Oppure secondo lei si può stare dentro e modificarne in qualche modo il pensiero dominante?

Al di là della demagogia di alcuni politici italiani, l’euro è una camicia di forza peggiore anche del ‘gold standard’. Ha giovato solo alla Germania, perfino la Francia ha perso punti nelle esportazioni e aumentato la disoccupazione. Così com’è l’euro non può più funzionare. Sia chiaro che uscire dall’oggi al domani non si può, sarebbe un disastro per i depositi bancari, la fuga dei capitali, la forte svalutazione della moneta sul mercato internazionale. Ma bisognerà affrontare presto la questione del “se e come uscirne”, perchè ciò vuol dire molti mesi di preparazione; oppure possiamo tentare di temperare questa uscita in qualche modo: affiancare all’euro una moneta parallela che permetta ai governi di avere libertà di bilancio, mentre con gli euro si continua a sottostare al giogo dei creditori internazionali. Purtroppo con la Germania al comando e l’inanità del nostro e degli altri governi non c’è molto da sperare. Intanto i muri della Ue scricchiolano e prima o poi sarà il peggioramento della crisi a imporci decisioni drastiche. Sempre che non arrivi Herr Schauble a dirci che non ci vuole più nell’euro. Non è una battuta, stando ai documenti che circolano”.

 

Il terzo MoU secondo Yanis #3

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe – per  www.znetitaly.org

TERZO MoU (MEMORANDUM of UNDERSTANDING) DELLA GRECIA ANNOTATO DA YANIS VAROUFAKIS – PARTE 3

di Yanis Varoufakis – 17 agosto 2015

Il terzo memorandum d’intesa greco fa ora parte della legge greca. Scritto in gergo troika è quasi impossibile da decifrare per chi non parla quel linguaggio poco appetitoso. Cliccate di seguito per il testo [la traduzione italiana – parte 3] liberamente annotato dal sinceramente vostro, in formato PDF.

Originale:http://yanisvaroufakis.eu/2015/08/17/greeces-third-mou-memorandum-of-understading-annotated-by-yanis-varoufakis/

Testo tradotto – parte 1

Testo tradotto – parte 2

Testo tradotto – parte 3

Puoi trovare tutto anche nella pagina (MAL)TRATTATI

Il terzo MoU secondo Yanis #2

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe – per  www.znetitaly.org

TERZO MoU (MEMORANDUM of UNDERSTANDING) DELLA GRECIA ANNOTATO DA YANIS VAROUFAKIS – PARTE 1

di Yanis Varoufakis – 17 agosto 2015

Il terzo memorandum d’intesa greco fa ora parte della legge greca. Scritto in gergo troika è quasi impossibile da decifrare per chi non parla quel linguaggio poco appetitoso. Cliccate di seguito per il testo [la traduzione italiana – parte 2] liberamente annotato dal sinceramente vostro, in formato PDF.

Originale: http://yanisvaroufakis.eu/2015/08/17/greeces-third-mou-memorandum-of-understading-annotated-by-yanis-varoufakis/

Testo tradotto – parte 1

Testo tradotto – parte 2

Puoi trovare tutto anche nella pagina (MAL)TRATTATI

Il terzo MoU secondo Yanis #1

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe – per  www.znetitaly.org

TERZO MoU (MEMORANDUM of UNDERSTANDING) DELLA GRECIA ANNOTATO DA YANIS VAROUFAKIS – PARTE 1

di Yanis Varoufakis – 17 agosto 2015

Il terzo memorandum d’intesa greco fa ora parte della legge greca. Scritto in gergo troika è quasi impossibile da decifrare per chi non parla quel linguaggio poco appetitoso. Cliccate di seguito per il testo [la traduzione italiana – parte 1] liberamente annotato dal sinceramente vostro, in formato PDF.

Originale: http://yanisvaroufakis.eu/2015/08/17/greeces-third-mou-memorandum-of-understading-annotated-by-yanis-varoufakis/

Testo tradotto – parte 1

Puoi trovare tutto anche nella pagina (MAL)TRATTATI

Pablo Iglesias difende Tsipras. Quello che è successo è la verità del potere

segnalato da Barbara G.

Essere Sinistra

pablo-iglesias

Il segretario generale di Podemos Pablo Iglesias ha affermato che quel che è successo in Grecia – dove il governo ha finito con l’accettare un duro accordo con i creditori internazionali dopo il NO dei greci alla proposta precedente – è “la verità del potere”.

Durante la presentazionea Madriddel libro “Reti di indignazionee di speranza” del sociologoManuel Castells,Iglesiasha difeso fermamente il primo ministro greco esprimendo disprezzoper coloroche si chiedonoseAlexisTsiprasha fiuto, o no” e se si è venduto, o meno”. I principi di Alexissonomoltochiari, mailmondoe la politicahanno a che fareconle relazioni di potere“, ha spiegato.

Dal punto di vista degli avversari, la situazione era “morte o morte”, e l’esecutivo greco ha dovuto scegliere tra “accettare un cattivo…

View original post 365 altre parole

Grecia, lo stupro

Segnalato da Barbara G.

Di PierGiorgio Gawronsky – ilfattoquotidiano.it, 13/07/2015

La prima amara sorpresa di questo week end è stato un articolo di Varoufakis sul Guardian, in cui l’ex ministro delle Finanze di Tsipras rivela che la Grecia non ha un piano B in caso di mancato accordo con i creditori. Non ha preparato l’introduzione di una moneta nazionale, né ritiene possibile farlo in tempi rapidi: “In Iraq la creazione dal nulla di una nuova moneta richiese quasi un anno, 20 boeing 747, la mobilitazione dell’esercito Usa, tre società specializzate nella stampa di banconote, e centinaia di TIR. In mancanza di ciò, il Grexit equivarrebbe all’annuncio di una forte svalutazione cono 18 mesi di anticipo: causerebbe la liquidazione dell’intero stock di capitale greco, e il suo trasferimento all’estero con ogni mezzo possibile”.

L’articolo di Varoufakis è un must per chiunque voglia capire la crisi greca. Ma il paragrafo citato è inaccettabile, perché rivela un’incredibile superficialità del governo Tsipras e del suo ex ministro. Il quale oltretutto sopravvaluta di molto le difficoltà e i tempi dell’introduzione fisica di una nuova moneta: in Grecia gran parte della moneta è elettronica, per cui basta un click del computer della Banca di Grecia per crearla; e per il resto la gente è perfettamente in grado di crearsela da sola, firmando dei ‘pagherò’ in attesa delle banconote. L’articolo di Varoufakis ha invece disastrosamente rivelato alle controparti negoziali che le carte in mano a Tsipras sono ancora peggiori di quanto non si credesse. A causa dell’insipienza del suo governo (e della cattura della Bce da parte dei creditori), la Grecia è in balia dei suoi nemici (mi spiace, di questo si tratta). E questi ne hanno subito approfittato per umiliarla e schiacciarla fino in fondo, senza trovare resistenza.

La seconda amara sorpresa, di ieri, è infatti l’assurda lista di richieste totalmente distruttive che l’Eurogruppo ha subito presentato alla Grecia. Essa fa strame di qualsiasi parvenza di dignità e sovranità nazionale, e cancella ogni possibilità di ripresa in Grecia. Non solo l’austerità riprenderebbe su vasta scala e per un orizzonte del quale non si vede la fine. Non solo alla Grecia viene dettato un particolare assetto socio-economico senza lasciarle neppure la scelta delle virgole. Non solo non si offre ancora, in cambio, alcuno sconto sul debito (impagabile), trattandosi di pre-condizioni per future trattative. Ma anche tutti gli asset principali dello Stato greco verrebbero espropriati, a saldo (“a garanzia”) di una quota di debito, tolta la quale il debito resterebbe insostenibile e i greci ‘schiavi’ dei creditori.

Quando un debitore entra in una trappola di debito eccessivo alimentato dagli interessi, la colpa è di norma da ripartire fra creditori incauti e debitori poco trasparenti. Così è stato fino al 2010, quando la Grecia annunciò di non poter fare fronte alle scadenze e chiese di negoziare con i creditori: banche soprattutto francesi e tedesche.

Ma i governi europei si opposero, nell’interesse delle banche, e costrinsero la Grecia ad accollarsi altro debito pur di pagare le rate in scadenza e gli interessi montanti. E, violando i Trattati, si assunsero in proprio crediti e rischi che le banche, dopo aver lucrato sugli interessi per anni, volentieri scaricarono. In questo gioco ci rimettemmo soprattutto noi italiani. Il grafico qui sotto mostra la distribuzione del debito greco al 30-4-2015: rispetto al 2009 (grafico precedente) è ora quasi tutto in mani pubbliche, e la quota italiana è salita molto.

Che i debiti greci non fossero rimborsabili lo sapevano tutti già nel 2010 (grazie al Fmi). Perciò se gli andamenti del debito fino al 2009 sono da imputare a greci e banche, gli sviluppi successivi – accollare i debiti ai cittadini europei, aumentare il debito totale, imporre ai greci un’assurda austerità che ha distrutto il valore dei nostri crediti – sono da imputare unicamente ai governi europei. (Se qualcuno crede che la Grecia in questi anni non abbia fatto niente per pagare i debiti, o poche riforme strutturali, si informi meglio). Ma l’Eurogruppo a trazione tedesca rifiuta ogni responsabilità per le politiche depressive impartite. Dare tutta la colpa ai greci serve a proteggere l’ideologia dominante: se le cose vanno male non è colpa nostra. Ed a manipolare l’elettorato: fingono di difendere i nostri soldi mentre li gettano via in malo modo.

La violenza continuerà anche oggi? La Bce ci pensi. È l’unica in grado di stampare moneta in Europa; ma proprio per questo ha il dovere di farlo: nessuna economia moderna funziona senza. Deve farlo in particolare nelle occasioni tassativamente indicate dal Trattato sull’Ue: come all’art. 127 c.2 tr. 4°; e c.5; che in questo momento riguardano la Grecia. Non farlo significa bloccare l’intera economia greca, e fare un colpo di stato in Europa. Qui si gioca la vera partita, e qui le conseguenze saranno devastanti. Dobbiamo prendere atto che le nazioni debitrici dell’Eurozona sono alla completa mercé dei creditori; e questo grazie alla violazione dell’Art.7 Statuto Bce: la quale subordina la sua collaborazione monetaria con la nazione debitrice alla soddisfazione delle istanze dei suoi creditori. Se questo comportamento perdura, il governo greco dovrebbe ritrovare dignità, coraggio, e fiducia, ed uscire immediatamente dall’Euro.

Scena madre

Segnalato da nc60

ALEXIS TSIPTRAS E LA SCENA MADRE DI BRUXELLES

Di Ida Dominijanni – internazionale.it, 15/07/2015

Non mi pare interessante né divertente partecipare al gioco di società che già imperversa a destra e a manca sul tasso di tradimento o di lealtà alla causa di Alexis Tsipras. Su di lui, le parole giuste le trova secondo me Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore, riconoscendogli “l’audacia della capitolazione di fronte al diktat dei partner per salvare il suo paese dalla catastrofe incombente e il coraggio di smentire a Bruxelles le sue promesse anti-austerità pur sapendo di rischiare la poltrona al suo ritorno ad Atene”.

Bisognerebbe essere stati lì, nei suoi panni – anzi nella sua ormai proverbiale giacca – e in quella situazione di estrema violenza – “waterboarding mentale”, parole del Guardian – per poterlo giudicare: e nessuno di noi era lì sotto tortura come lui.

Ci sarebbe semmai da discutere sulla sua mossa precedente, l’offerta di accordo – quella sì incomprensibilmente docile – inviata alla troika all’indomani del successo del no al referendum: una mossa che già lasciava trasparire o un incauto disarmo o, viceversa, un incauto azzardo (nel caso puntasse dritto a scambiare l’accettazione delle riforme con la ristrutturazione del debito).

Ma su questo punto fa luce il racconto retrospettivo di Yanis Varoufakis, chiarendo una divergenza tattica e strategica interna al governo greco con categorie più serie di quelle del tradimento, o del fallimento destinato dell’unico governo di sinistra esistente in Europa, care a commentatori e politici nostrani.

Il gioco di società serve solo, e come sempre, a distrarre l’attenzione dalla scena madre di questa vicenda, che è, e resta, appunto, la notte del waterboarding. Un crescendo drammatico, per chiunque l’abbia seguito minuto per minuto, che ha squarciato ogni velo sullo stato politico e morale dell’Unione dimostrando definitivamente alcune cose.

La prima: nella vicenda greca il problema non è, e non è mai stato, economico, bensì politico e, ci tornerò tra poco, morale. L’eclatante sproporzione tra l’allarmismo per il debito greco e la ben superiore massa di danaro bruciata in borsa senza allarme alcuno all’annuncio del referendum era già servita a dare ragione ai premi Nobel che sull’altra sponda dell’Atlantico considerano risibile la motivazione economica dell’irrigidimento dell’Unione europea.

Così come i conti fatti non da Syriza ma dal Fondo monetario internazionale sull’insostenibilità di quel debito per la fragile economia greca avevano già reso noto al colto e all’inclita che per salvare la Grecia non ci vuole il taglio delle pensioni e l’aumento dell’iva ma il condono del debito medesimo.

Le ragioni dell’irrigidimento sono dunque politiche e, soprattutto, disciplinari. Non c’è bisogno di tornare su quelle politiche, che hanno reso immediatamente virale l’hashtag #ThisIsACoup: colpo di stato (come quello dei colonnelli, scrive oggi Varoufakis, con le banche al posto dei carri armati: ma non è che nel passaggio Berlusconi-Monti l’Unione europea ci fosse andata leggera), sfregio della democrazia referendaria (ignorata e punita) e di quella parlamentare (ridotta a mera esecutrice del diktat tedesco), delegittimazione e tentativo di sostituzione di un governo regolarmente eletto e reo di aver tentato politiche antiausterità, terapia preventiva del contagio greco in Spagna domani e chissà dove dopodomani.

Per tutto questo, tuttavia, non serviva il waterboarding: bastavano i rapporti di forza, nudi e crudi e non necessariamente violenti, o sadici. C’è dunque un eccesso, nella scena madre di Bruxelles, che va interrogato. Esso attiene a un’intenzione specificamente punitiva, disciplinare e moraleggiante che non è tesa solo a fare abbassare le penne ai giovanotti scapestrati di Atene, ma a mostrare esemplarmente a tutti, tramite loro, che l’Europa è questa o non è, che “l’ordoliberismo” è la religione monoteistica dell’Unione e le cosiddette riforme sono i suoi comandamenti, che chi non li osserva va trattato alla stregua di un infedele e che chi li osserva deve non solo eseguirli, ma farli propri e implementarli.

Disciplinamento morale

Il passaggio parlamentare concesso e richiesto ad Atene assume da questo punto di vista, al di là delle procedure di facciata, un significato simbolico preciso: il neoliberalismo non governa con i carrarmati, esige che i governati approvino, in tutti i sensi, i suoi diktat, li interiorizzino e se ne facciano portatori; che i debitori si sentano in colpa e si inginocchino a espiare la colpa.

L’apparato informativo che dal 2008 in poi ha reso popolare il discorso economico prima riservato a pochi eletti, facendoci diventare tutti esperti di tasse, pensioni,spread e derivati come tutti diventano esperti di calcio ai Mondiali, è solo il veicolo attraverso cui passa questo poderoso dispositivo di disciplinamento morale su cui il neoliberalismo costruisce il suo consenso, mobilitando un’adesione etica singolare e collettiva.

Perciò nella vicenda greca non ne va “solo” della democrazia: ne va della nostra libertà, della nostra intelligenza, della nostra capacità di resistere al waterboardingmentale. L’esperimento greco ha aperto la strada. Ora spetta a tutti noi, uno per uno, una per una, tenerla aperta, se vogliamo ancora puntare sulla costruzione europea altrimenti destinata alla rovina.

L’Arci per la Grecia

Segnalato da Barbara G.

Ci avevamo provato con una piattaforma crowfunding francese ma non aveva funzionato. Stavolta si è mossa l’ARCI, con una raccolta fondi “tradizionale”.

L’ARCI LANCIA UNA CAMPAGNA DI DONAZIONI PER LA GRECIA

Arci nazionale – ilmanifesto.info, 14/07/2015

In questi giorni è stata scritta una pagina buia della storia del nostro continente. Non riguarda solo la Grecia, riguarda tutti e tutte. L’Europa che vogliamo non umilia i popoli, non affama le persone, non mette le banche prima della dignità, non sostituisce la forza del potere alla democrazia.

Non vogliamo morire di austerità. Chiediamo a tutti e tutte un gesto concreto. Con generosità e convinzione, come gesto politico di resistenza alla guerra contro i diritti e la democrazia che è in atto in Europa. Per questo chiediamo un gesto concreto, un modo per stare dalla parte giusta. Dalla parte della nostra Europa, che è fatta di giustizia sociale, di diritti, di partecipazione, di solidarietà.

Sosteniamo con una donazione i centri di solidarietà sociale in Grecia.

Sono più di quattrocento, sono tutti gestiti da volontari e dagli stessi utenti.

Sono ambulatori e farmacie sociali, mense e ristoranti sociali, botteghe alimentari a costo zero, doposcuola, scuole di musica e di informatica, corsi di lingua, centri di assistenza legale, filiere di distribuzione alimentare senza intermediari, spazi di economia sociale, strutture di sostegno per chi ha perso la casa, è senza lavoro o è sommerso dai debiti. Sostengono greci, immigrati, richiedenti asilo.

Affrontano da anni collettivamente le conseguenze disastrose dell’austerità. Le persone si aiutano a sopravvivere e a difendere la dignità umana. Dalla solidarietà fanno rinascere la speranza. Trasformano la frustrazione in partecipazione e autogestione, generano mobilitazione e resistenza popolare.

L’Arci, che è nata dal mutuo soccorso italiano, e con i suoi cinquemila circoli è al servizio della partecipazione popolare, sta dalla loro parte. Facciamo appello ai nostri soci e socie, a tutte le persone e alle comunità di fare altrettanto, subito. Con generosità e convinzione, come gesto politico di resistenza alla guerra contro i diritti e la democrazia che è in atto in Europa.

Iniziamo con una raccolta di fondi straordinaria. D’accordo con «Solidarity for All», struttura di servizio a 400 centri di solidarietà in Grecia, i fondi raccolti saranno destinati a sostenere: un ambulatorio sociale, un centro culturale, una struttura per l’infanzia e un centro di prima accoglienza per immigrati e richiedenti asilo, con i quali si costruiranno nelle prossime settimane i primi gemellaggi con comitati e circoli dell’Arci.

Per effettuare le donazioni:

Banca popolare etica

BIC: CCRTIT2T84A

Conto: associazione Arci

IBAN: IT36A0501803200000000000041

Causale: solidarietà con la Grecia

5 mesi di battaglia

segnalato da nc60 (articolo originale e integrale segnalato da marco)

VAROUFAKIS: “ORA L’UNICA STRADA E’ GESTIRE BENE IL GREXIT”

di Harry Lambert (trad. Matteo Bartocci) – ilmanifesto.info, 13/07/2015

L’intervista. L’ex ministro delle finanze greco rilascia al settimanale britannico “New Statesman” la prima intervista dopo le sue dimissioni. E non risparmia dettagli e retroscena su nulla di quanto accaduto negli ultimi cinque mesi.

Harry Lambert del «New Statesman» ha realizzato la prima intervista a Yanis Varoufakis dopo le sue dimissioni dal governo greco. Una conversazione pubblicata integralmente sul sito www.newstatesman.com che ha avuto luogo prima dell’accordo di domenica notte. Ne pubblichiamo alcuni stralci.

Harry Lambert: come ti senti?

Yanis Varoufakis: (…) mi sento sollevato nel non dover più sostenere questa pressione incredibile a negoziare da una posizione che giudico difficile da difendere. (…) Le mie peggiori paure si sono confermare, ma la situazione si è rivelata perfino peggiore.

A che ti riferisci?

Alla mancanza totale di qualsiasi scrupolo democratico da parte dei supposti difensori della democrazia europea. (…) Nell’eurogruppo ho visto il più totale rifiuto a discutere di argomenti economici. Dicevo cose che avevo studiato a fondo e mi guardavano a occhi sbarrati. Come se fossi trasparente o non avessi detto nulla. Potevo cantare l’inno nazionale svedese e per loro era uguale. Per uno come me abituato al dibattito accademico è stato allucinante.

Questo atteggiamento c’era già quando sei arrivato, all’inizio di febbraio?

All’inizio alcuni si mostravano comprensivi a livello personale, anche nel Fmi. Ma poi ciascuno si trincerava dietro al copione ufficiale. Schäuble è stato coerente fin dall’inizio. Diceva che le elezioni in Grecia non potevano cambiare le decisioni assunte dai governi precedenti perché in Europa ci sono elezioni ogni mese e non si possono cambiare gli accordi ogni volta. A quel punto gli ho risposto che allora le elezioni nei paesi indebitati si potevano anche abolire. Rimase zitto. Forse pensava fosse una buona idea, anche se di difficile attuazione.

E Merkel?

Non era un mio interlocutore. (…) Mi hanno detto che lei era molto diversa. Che tranquillizzava il primo ministro (Tsipras, ndr) dicendogli: «Troveremo una soluzione, non ti preoccupare, fai i compiti a casa, lavora con la troika e tutto andrà bene, non accadrà nulla di terribile». Non era quello che sentivo io dalle mie controparti, il capo dell’eurogruppo e il dott. Schauble.

Perché siete arrivati all’estate allora?

Non avevamo un’alternativa. Il nostro governo era stato eletto con un mandato a negoziare. Per cui il primo obiettivo era guadagnare il tempo e lo spazio per farlo: negoziare e raggiungere un accordo. Non abbiamo mai rovesciato il tavolo dei creditori. Ma il negoziato è durato tanto perché i creditori non volevano assolutamente negoziare.

Ti faccio un esempio. Ci dicevano: abbiamo bisogno di tutti i dati fiscali e di tutti i dati sulle imprese a partecipazione pubblica. Abbiamo passato giorni a dargli questi dati e rispondere a dei questionari. Passata questa fase, ci hanno chiesto cosa volevamo fare con l’Iva. Glielo dicevamo e loro dicevano no senza proporre alternative. Poi passavano a un’altra questione, tipo le privatizzazioni. Gli raccontavamo le nostre intenzioni, le rifiutavano e passavano oltre, senza mai arrivare a nessun punto. Un cane che cerca di mordersi la coda. (…)

Fin dall’inizio la mia proposta era questa: la Grecia è fallita molto tempo fa, siamo d’accordo che va riformata. Ma il tempo è sostanza, e la Bce stava stringendo la liquidità per metterci pressione e farci capitolare. Alla troika ho detto: mettiamoci d’accordo su 3–4 cose, tipo il fisco e l’Iva e attuiamole subito. Voi in cambio limitate la stretta alla liquidità della Bce. Nel frattempo troviamo un accordo ampio e noi lo portiamo in parlamento.

Ci hanno detto: «Non potete introdurre leggi in modo unilaterale, sarebbe un atto ostile durante il negoziato». Dopo un po’ di mesi hanno fatto filtrare sui media che non avevamo approvato nulla e volevamo solo perdere tempo. (…) Finché la liquidità è stata tagliata del tutto e siamo finiti in default o quasi, verso il Fmi. Solo allora hanno fatto le loro proposte… tossiche e totalmente impraticabili. La tipica proposta che fai quando non vuoi un accordo.

Gli altri paesi indebitati che atteggiamento hanno avuto?

Fin dall’inizio il governo di questi paesi ci ha fatto capire che noi eravamo il loro peggior nemico. Il loro peggior incubo era un nostro eventuale successo. Se la piccola Grecia avesse potuto ottenere condizioni migliori di loro, il loro capitale politico si sarebbe disintegrato. Avrebbero dovuto dire ai loro popoli che non erano stati capaci di negoziare come noi. (…) Anche Podemos, la loro voce non ha mai penetrato le mura dell’eurogruppo. Si sono espressi a nostro favore più volte, ma più parlavano più il loro ministro delle finanze diventava ostile nei nostri confronti. (…).

Qual è secondo te il problema principale nel funzionamento dell’eurogruppo?

C’è stato un momento in cui effettivamente il presidente dell’eurogruppo ci ha cacciato via, facendo sapere che la Grecia era essenzialmente fuori dall’euro. C’è una convenzione per cui i comunicati dell’eurogruppo devono essere unanimi e il presidente non può escludere un paese dell’eurozona. Dijsselbloem ci ha detto: «Certo che posso farlo, ho chiesto un parere legale». A quel punto i lavori si sono fermati per una decina di minuti e ognuno si è aggrappato al telefono chiedendo ai propri esperti. Uno di loro, lì presente, mi si è avvicinato: «Devi capire che l’eurogruppo non esiste né per legge, né nei trattati». Quindi questo gruppo inesistente ha il potere più grande per decidere le vite degli europei. Non risponde a nessuno, non è codificato per legge, non ci sono verbali delle sue riunioni, agisce solo in maniera riservata. Nessun cittadino sa cosa venga detto lì dentro. E spesso sono decisioni di vita o di morte.

L’eurogruppo è controllato dal Germania?

In tutto e completamente. Il ministro delle finanze tedesco è il direttore d’orchestra. Tutti si accordano a lui e ne seguono il ritmo. Se l’orchestra stona, la rimette subito in riga.

Non ci sono contrappesi? Per esempio la Francia?

Il ministro francese emette rumori diversi da quelli tedeschi, rumori molto sottili. Ha usato sempre un linguaggio molto giudizioso, per non entrare in contrasto col collega tedesco. Non suonava lo stesso identico spartito ma non si è mai opposto. Alla fine la Francia ha sempre accettato le conclusioni del dott. Schäuble.

(…) pensi ancora che dopo Syriza l’unica alternativa in Europa saranno forze come Alba dorata in Grecia?

Nulla è determinato. Syriza oggi è una forza dominante. Se usciamo da questo disastro uniti e gestiamo un Grexit in modo appropriato, allora ci sarà un’alternativa. Non sono sicuro che abbiamo tutte le competenze tecniche e finanziarie per gestire l’uscita della Grecia dall’euro. Speriamo che ci aiutino esperti anche dall’estero.

Pensavi alla Grexit fin dal primo giorno?

Sì, certo.

E hai fatto preparativi?

Sì e no. Avevamo un piccolo gruppo, un «gabinetto di guerra» al ministero fatto da circa 5 persone. Ci siamo preparati sulla carta, in teoria, ma una cosa è parlarne tra 5 persone, un’altra preparare un’intera nazione a farlo. Serviva un ordine esecutivo per farlo. Che non è mai arrivato. Io pensavo che non dovessimo essere noi a decidere per il Grexit. Non volevo che diventasse una profezia che si autoavvera. (…) Credevo però che nel momento in cui l’eurogruppo ha chiuso le nostre banche avremmo dovuto dare più forza al processo.

Quindi, per quanto posso capire, c’erano solo due opzioni: una Grexit immediata o stampare una moneta parallela (Iou) e prendere il controllo della Banca di Grecia…

Sì. Non ho mai pensato di introdurre una nuova moneta. La mia visione — espressa nel governo — era che se avessero chiuso le nostre banche — cosa che io considero tuttora una mossa aggressiva di incredibile potenza — avremmo dovuto rispondere in modo altrettanto aggressivo, anche se senza passare il punto di non ritorno. Avremmo dovuto fare tre cose: emettere i nostri «Iou» o almeno annunciare che eravamo pronti a farlo, tagliare il nostro debito detenuto dalla Bce o almeno annunciare che eravamo pronti a farlo, e prendere il controllo della Banca centrale di Grecia. Avevo avvertito il governo che avrebbero chiuso le nostre banche per un mese, per costringerci a un accordo umiliante. E quando è successo molti miei colleghi ancora non potevano credere che stesse accadendo. E le mie raccomandazioni a rispondere in modo «energico», in ogni caso, sono state sconfitte in un voto.

Di quanto sconfitte?

Su sei persone abbiamo votato a favore solo in due. Quindi ho dato ordine di chiudere le banche in modo consensuale con la Bce e la Banca di Grecia. Anche se ero contrario so giocare in squadra e credo molto nella responsabilità collettiva.

Poi c’è stato il referendum.

Il referendum ci ha dato una forza incredibile. Che poteva anche giustificare una reazione dura contro la Bce ma quella stessa notte, mentre il popolo faceva esplodere il suo «no», il governo ha deciso di non adottare l’approccio «energico». Al contrario, il referendum doveva portarci a fare maggiori concessioni alle controparti: l’incontro del primo ministro con i partiti di opposizione aveva stabilito già che qualunque cosa fosse successa, qualunque cosa l’altra parte ci avesse fatto, noi non avremmo mai risposto in modo da sfidarli. E quindi essenzialmente avremmo iniziato a seguirli…senza più negoziare.

Sembri senza speranza, pensi che l’accordo in discussione sarà meglio o peggio?

Sarà molto peggio. Ho enorme fiducia nel nostro governo. Ma non vedo come il ministro tedesco possa acconsentire alla ristrutturazione del debito. sarebbe un miracolo (…).

(…) Capisco molto poco della tua relazione con Tsipras.

Lo conosco dal 2010, perché all’epoca ero molto critico con il governo anche se ero vicino alla famiglia Papandreou — e in un certo senso ancora lo sono. (…) Tsipras era un leader molto giovane che cercava di farsi un’idea di quanto stava accadendo, quali erano le cause della crisi e come doveva posizionarsi.

Ti ricordi il vostro primo incontro?

Certo, era la fine del 2010. Eravamo in un caffè, eravamo in tre. E all’epoca Tsipras non aveva le idee chiare sulla dracma o sull’euro. Io invece avevo idee molto precise su quanto stava accadendo. E da lì abbiamo iniziato a parlarne. Un dialogo mai interrotto, che credo abbia contribuito a formare le sue opinioni.

Come ti senti, dopo quasi cinque anni, a non lavorare più con lui?

Non è così perché siamo ancora molto vicini. Ci siamo lasciati in modo molto amichevole. Non abbiamo mai avuto un problema tra di noi. Mai, fino ad oggi. E poi sono molto vicino al mio successore, Euclid Tsakalotos. Non parlo più con Tsipras da un paio di giorni ma parlo tutti i giorni con Euclid. Non lo invidio.

Ti stupirebbe se Tsipras si dimettesse?

Niente mi stupisce più in questi giorni. La nostra eurozona è un luogo estremamente inospitale per le persone integre e oneste. Non mi stupirebbe nemmeno se accettasse un accordo molto brutto. Perché so che lo farebbe per il senso di responsabilità che prova verso il popolo e la sua gente. Perché non vuole che la nostra nazione diventi un paese fallito. Ma non tradisco le mie opinioni, elaborate dal 2010, secondo cui questo paese deve smetterla di chiedere prestiti e aumentare il debito pensando di risolvere i propri problemi. Perché non ha funzionato e non funziona.

Stiamo solo rendendo il nostro debito ancora meno gestibile, generando condizioni di austerità che ridurranno ulteriormente la nostra economia e trascineranno il peso della crisi ancora sulle spalle di chi non ha, creando una vera crisi umanitaria. Non lo accetto e non voglio farne parte.

Fanatismo ideologico

Segnalato da transiberiana9

GRECIA, SAPELLI: “GERMANIA VUOLE UCCIDERE LA GRECIA MOSSA DA FANATISMO IDEOLOGICO”

Di Marco Pasciuti – ilfattoquotidiano.it, 13/07/2015

L’economista e docente di Storia economica all’università Statale di Milano: “Si è compiuto ciò che era già scritto. Sono dei fanatici che fanno dell’austerità una religione”. La possibilità di una Grexit temporanea di 5 anni? “Non ha un senso economico ma solo politico, di affermazione, di dominio. I tedeschi hanno vinto, ma è una vittoria di Pirro perché stanno segnando la fine dell’Europa unita”

Giulio Sapelli, economista e docente di Storia economica all’università Statale di Milano. Cosa guadagna la Germania da una eventuale Grexit?

“La Germania vuole ammazzare la Grecia. Se si fosse riunito il Consiglio Ue a 28 – cosa che non si è fatta sotto la pressione diplomatica francese e americana – e si fosse arrivati al voto, la Germania e i suoi vassalli l’avrebbero espulsa. Poi è arrivata la decisione di non riunione il Consiglio europeo, ma di convocare l’Eurosummit composto dai Paesi che hanno l’euro”.

Che ha chiesto ad Atene un fondo da 50 miliardi in cui far confluire gli asset greci in cambio del terzo salvataggio.

“Si è compiuto ciò che era già scritto. Sono dei fanatici che fanno dell’austerità una religione: all’austerità può credere soltanto un professore della Bocconi, uno che non è un economista ma è un ragioniere. Dietro questa battuta c’è una tragedia immensa: la riduzione dell’economia alla ragioneria“.

In alternativa, è rimasta sul tavolo fino all’ultimo la possibilità di una Grexit temporanea di 5 anni.

“E’ matto, non ha un senso economico. Ha solo un senso politico, di affermazione, di dominio: i tedeschi vogliono di nuovo dominare l’Europa. Helmut Schmidt diceva :’Devi abbracciare l’Europa, non sedertici sopra‘. Loro ci si siedono sopra. La questione greca – e in questi giorni si celebra l’anniversario della strage di Srebrenica – comincia dalla Bosnia, passa dalla Macedonia, va in Grecia, poi finisce a Mosca o in Turchia. Ci sono buone ragioni per pensare che i tedeschi spalancheranno le porte alla vittoria dell’Isis”.

E’ un’affermazione forte, professore.

“Questa è la vera chiave di questa tragedia. Destabilizzando la Grecia, destabilizzano i Balcani. E in Bosnia, in Kosovo in Macedonia e in Montenegro c’è l’Isis, sono Paesi in cui è evidente e diffuso il fenomeno della radicalizzazione “.

Cosa succede oggi in Grecia senza un accordo?

“Le banche resteranno chiuse e spero che tra un po’ di tempo verranno fuori le monete complementari, di cui la Bce aveva preconizzato l’uso. I greci andranno avanti per un po’ con le monete complementari, poi torneranno alla dracma ma sarà una catastrofe perché dovranno pagare i loro debiti in euro e soprattutto le banche francesi e quelle tedesche sono piene di debito greco collateralizzato, un’arma di distruzione di massa”.

Ma perché la Germania avrebbero architettato questo piano diabolico?

“I tedeschi fanno questo non per calcolo economico, ma solo per fanatismo ideologico. Sono dei fanatici. Questa situazione riflette la disgregazione dell’ordine internazionale. Tutte le medie potenze regionali aspirano ad operare “stand alone“, da sole: i tedeschi sono convinti di poter andare avanti senza gli Stati Uniti e si alleano con i cinesi, gli inglesi anche, i russi hanno scelto da tempo la via dell’isolazionismo, i francesi sono gli unici che hanno ambizioni imperiali e ciò è dimostrato dal fatto che hanno cercato di aiutare i greci. Noi abbiamo perso una grande occasione e credo che Renzi rischi moltissimo”:

Cosa rischia Renzi?

Questa roba delle intercettazioni è stato un avviso degli americani, che gli hanno detto ‘guarda che se non ti comporti bene, non fai come Hollande e non ti metti chiaramente con Atene, noi ti facciamo cadere’. Ma il nostro presidente non intercetta i messaggi che arrivano da oltreoceano, quindi sceglie di essere fedele assolutismo teutonico. Questa è una disgrazia, perché l’Europa senza l’appoggio degli Stati Uniti non esiste, è un nano. Anche economico, nella stagnazione secolare che avanza. Avevo previsto questa tendenza al predominio dei tedeschi. E’ una cosa che inizia con la vittoria di Sedan, dal 1870 (battaglia decisiva della prima fase della guerra franco-prussiana, che portò alla capitolazione di Napoloeone III e alla fine della secondo Impero francese, ndr). I tedeschi adesso danno l’ultima mazzata alla Francia. Ma è anche una grande sconfitta della Merkel: se avesse aiutato Atene, non sarebbe più stata Cancelliere”.

Quindi Renzi crede ancora di potere esercitare un ruolo in Europa?

“Renzi non crede in nulla. Se lo credesse, avrebbe dovuto chiedere una conferenza internazionale con Stati Uniti e Cina sul debito greco”.

Forse lei conferisce a Renzi un peso internazionale che non ha.

“Il peso internazionale lo si acquisisce sfidando il cielo. Potrebbe cominciare a farlo: insomma, l’Italia ha 60 milioni di abitanti, è in una posizione di assoluta centralità al centro del Mediterraneo. Avrebbe le carte in regola per osare e chiedere di più. E’ solo un fatto di coraggio. Renzi questo coraggio non ce l’ha, quindi segna la fine della Grecia, del ruolo internazionale dell’Italia e forse anche del suo governo”.

Alla fine vincerà la Germania, quindi.

“Ha già vinto. Ma vincerà, perdendo: Merkel porta a casa una vittoria di Pirro perché sarà costretta a fare un blocco economico del Nord. All’inizio si darà vita a un euro a due velocità. E questo segnerà la fine dell’Europa unita”.