crisi

Non lasciamo la sinistra sotto le macerie

segnalato da Barbara G.

Alfredo Reichlin – da ilmanifesto.it

di Alfredo Reichlin – unita.tv, 14/03/2017

Sono afflitto da mesi da una malattia che mi rende faticoso perfino scrivere queste righe. Mi sento di dover dire che è necessario un vero e proprio cambio di passo per la sinistra e per l’intero campo democratico. Se non lo faremo non saremo credibili nell’indicare una strada nuova al paese.

Non ci sono più rendite di posizione da sfruttare in una politica così screditata la quale si rivela impotente quando deve affrontare non i giochi di potere ma la cruda realtà delle ingiustizie sociali, quando deve garantire diritti, quando deve vigilare sul mercato affinché non prevalga la legge del più forte. Stiamo spazzando via una intera generazione.

Sono quindi arrivato alla conclusione che è arrivato il momento di ripensare gli equilibri fondamentali del paese, la sua architettura dopo l’unità, quando l’Italia non era una nazione. Fare in sostanza ciò che bene o male fece la destra storica e fece l’antifascismo con le grandi riforme come quella agraria o lo statuto dei lavoratori. Dedicammo metà della nostra vita al Mezzogiorno. Non bastarono le cosiddette riforme economiche. È l’Italia nel mondo con tutta la sua civiltà che va ripensata. Noi non facemmo questo al Lingotto. Con un magnifico discorso ci allineammo al liberismo allora imperante senza prevedere la grande crisi catastrofica mondiale cominciata solo qualche mese dopo.

Anch’io avverto il rischio di Weimar. Ma non do la colpa alla legge elettorale, né cerco la soluzione nell’ennesima ingegneria istituzionale: è ora di liberarsi dalle gabbie ideologiche della cosiddetta seconda Repubblica. Crisi sociale e crisi democratica si alimentano a vicenda e sono le fratture profonde nella società italiana a delegittimare le istituzioni rappresentative. Per spezzare questa spirale perversa occorre generare un nuovo equilibrio tra costituzione e popolo, tra etica ed economia, tra capacità diffuse e competitività del sistema.

Non sarà una logica oligarchica a salvare l’Italia. È il popolo che dirà la parola decisiva. Questa è la riforma delle riforme che Renzi non sa fare. La sinistra rischia di restare sotto le macerie. Non possiamo consentirlo. Non si tratta di un interesse di parte ma della tenuta del sistema democratico e della possibilità che questo resti aperto, agibile dalle nuove generazioni. Quando parlai del Pd come di un «Partito della nazione» intendevo proprio questo, ma le mie parole sono state piegate nel loro contrario: il «Partito della nazione» è diventato uno strumento per l’occupazione del potere, un ombrello per trasformismi di ogni genere. Derubato del significato di ciò che dicevo, ho preferito tacere.

Tuttavia oggi mi pare ancora più evidente il nesso tra la ricostruzione di un’idea di comunità e di paese e la costruzione di una soggettività politica in grado di accogliere, di organizzare la partecipazione popolare e insieme di dialogare, di comporre alleanze, di lottare per obiettivi concreti e ideali, rafforzando il patto costituzionale, quello cioè di una Repubblica fondata sul lavoro. Sono convinto che questi sentimenti, questa cultura siano ancora vivi nel popolo del centrosinistra e mi pare che questi sentimenti non sono negati dal percorso nuovo avviato da chi ha invece deciso di uscire dal Pd. Costoro devono difendere le loro ragioni che sono grandi (la giustizia sociale) ma devono farlo con un intento ricostruttivo e in uno spirito inclusivo. Solo a questa condizione i miei vecchi compagni hanno come sempre la mia solidarietà.

Il nuovo che avanza (speriamo che non sia un’Alba Dorata)

di Yanis Varoufakis- 11 novembre 2016 – The Conversation

L’elezione di Donald Trump simbolizza la fine di una straordinaria era. È stato un tempo in cui abbiamo visto il curioso spettacolo di una superpotenza, gli USA, che diventavano più forti grazie a – piuttosto che nonostante – il suo proliferante deficit. È stato straordinario anche a causa dell’improvviso afflusso di due miliardi di lavoratori – da Cina ed Europa Orientale – nella catena di distribuzione internazionale del capitalismo. Questa combinazione ha dato al capitalismo globale uno storico slancio, mentre al contempo sopprimeva le quote di reddito e prospettive del lavoro in Occidente.

Il successo di Trump arriva nel momento in cui questa dinamica si esaurisce. La sua presidenza rappresenta una sconfitta per i democratici liberal dappertutto, ma contiene importanti lezioni – e altrettanza speranza – per i progressisti.

Dalla metà degli anni ’70 fino al 2008, l’economia USA ha mantenuto il capitalismo globale in un equilibrio instabile, ma finemente bilanciato. Ha risucchiato nel suo territorio le esportazioni nette di economie come quelle di Germania, Giappone e più tardi Cina, fornendo alle fabbriche più efficienti del mondo la domanda necessaria. Come è stato pagato questo crescente deficit commerciale? Con il ritorno a Wall Street di circa il 70 per cento dei profitti fatti dalle multinazionali straniere, che venivano investiti nei mercati finanziari americani.

Per far funzionare questo meccanismo di riciclaggio, Wall Street doveva essere liberate da tutti i vincoli; rimasugli del New Deal del presidente Roosevelt e l’accordo post guerra di Bretton Woods che cercava di regolare i mercati finanziari. Questo è il motivo per cui i funzionari di Washington erano così desiderosi di deregolare la finanza: Wall Street procurava il canale attraverso cui crescenti influssi di capitale dal resto del mondo equilibravano i deficit USA i quali, a loro volta, fornivano al resto del mondo la domanda aggregata che stabilizzava il processo di globalizzazione. E così via.

Il risultato

Tragicamente, ma anche molto prevedibilmente, Wall Street ha proceduto a costruire impenetrabili piramidi di denaro privato (altrimenti note come derivati strutturati) sopra ai flussi di capitale in entrata. Quel che è accaduto nel 2008 è qualcosa che i bambini piccoli che hanno cercato di costruire un castello di sabbia infinitamente alto sanno bene: le piramidi di Wall Street sono collassate sotto il loro stesso peso.

È stato il “momento 1929” della nostra generazione. Le banche centrali, guidate dal capo della Fed Ben Bernanke, uno studioso della Grande Depressione degli anni ’30, si sono precipitate per prevenire una ripetizione degli anni ’30 rimpiazzando il denaro privato evaporato con credito pubblico facile. La loro mossa ha evitato una seconda Grande Depressione (eccetto per i punti più deboli come la Grecia e il Portogallo) ma non non hanno avuto la capacità di risolvere la crisi. Le banche sono state rimesse a galla e il deficit commerciale USA è ritornato ai suoi livello pre-2008. Ma la capacità dell’economia americana di equilibrare il capitalismo mondiale era scomparsa.

Il risultato è la Grande Deflazione Occidentale, segnata da tassi di interesse ultra bassi o negativi, prezzi in caduta e lavoro svalutato dappertutto. Come percentuale del reddito globale, i risparmi totali del pianeta sono ad un livello record mentre gli investimenti aggregati sono al livello più basso.

Mentre si accumulano così tanti risparmi inutilizzati, il prezzo del denaro (cioè il tasso di interesse) e in effetti di ogni cosa, tendono a cadere. Questo sopprime gli investimenti e il mondo finisce in un equilibrio di di bassi investimenti, bassa domanda, bassi ritorni. Proprio come nei primi anni ’30, questo ambiente produce xenofobia, populismi razzisti e forze centrifughe che stanno facendo a pezzi istituzioni che erano la gioia e l’orgoglio dell’Establishment Globale. Date un’occhiata all’Unione Europea o al TTIP.

Pessimo affare

Prima del 2008 i lavoratori negli USA, in Gran Bretagna e nella periferia d’Europa erano placati con la promessa dei “guadagni da capitale” e del credito facile. Le loro case, gli era stato detto, potevano solo incrementare il loro valore, sostituendo la crescita della retribuzione. Contemporaneamente il loro consumismo poteva essere finanziato attraverso secondi mutui, carte di credito e il resto. Il prezzo era il loro consenso ad un graduale arretramento del processo democratico e la sua sostituzione con una “tecnocrazia” intenta a servire fedelmente, e senza scrupoli, l’interesse dell’1%. Ora, otto anni dopo il 2008, queste persone sono arrabbiate e lo sono sempre più.

Il trionfo di Trump completa la ferita mortale che questa era ha sofferto nel 2008. Ma la nuova era che la presidenza Trump inaugura, prefigurata dalla Brexit, non è per niente nuova. È, in effetti, una variante post-moderna degli anni ’30, completa di deflazione, xenofobia e politiche di divide et impera. La vittoria di trump non è isolata. Rafforzerà indubbiamente le politiche tossiche scatenate dalla Brexit, l’evidente fanatismo di Nicolas Sarkozy e Marine Le Pen in Francia, la crescita di Alternative für Deutschland, le “democrazie illiberali” emergenti nell’Europa dell’Est, Alba Dorata in Grecia.

Fortunatamente Trump non è Hitler e la storia non ripete mai se stessa fedelmente. Grazie al cielo il grande business non sta finanziando Trump e i suoi amichetti europei allo stesso modo in cui aveva finanziato Hitler e Mussolini. Ma Trump e le sue controparti europee sono riflessi di una emergente Internazionale Nazionalista che il mondo non ha visto più dagli anni ’30.

Esattamente come negli anni ’30, così anche ora un periodo di “crescita Ponzi” alimentata dal debito, progetti monetari difettosi e la finanziarizzazione hanno portato a crisi bancarie che hanno generato forze deflazionarie le quali hanno creato un mix di nazionalismo razzista e di populismo. Esattamente come nei primi anni ’30, così anche ora un establishment incompetente punta i fucili contro i progressisti come Bernie Sanders e il nostro primo governo Syriza del 2015, ma finisce messo sottosopra da bellicosi razzisti nazionalisti.

Risposta globale

Lo spettro di questa Internazionale Nazionalista può essere assorbito o sconfitto dall’Establishment Globale? Ci vuole un bel po’ di fede per pensare che possa farlo, visto lo stato di profonda negazione e persistente mancanza di coordinazione dell’Establishment. C’è un’alternativa? Io penso di sì: una Internazionale Progressista che resista alla narrativa dell’isolazionismo e promuova un internazionalismo umanista inclusivo al posto della difesa fatta dall’Establishment neoliberista dei diritti del capitale di globalizzare.

In Europa questo movimento esiste già. Fondato a Berlino lo scorso febbraio, il Movimento per la Democrazia in Europa (DiEM25) sta tentando di ottenere ciò che una precedente generazione di europei non è riuscita a fare negli anni ’30. Vogliamo rivolgerci ai democratici attraverso i confini e le linee di partito chiedendo loro di unirci per mantenere i confini e i cuori aperti mentre pianifichiamo politiche economiche sensate che consentano all’Occidente di imbracciare di nuovo la nozione di prosperità condivisa, senza la “crescita” distruttiva del passato.

Ma l’Europa chiaramente non è abbastanza. DiEM25 incoraggia i progressisti negli USA, che hanno sostenuto Bernie Sanders e Jill Stein, in Canada e in America Latina ad unire le forze in un Movimento per la Democrazia nelle Americhe. Stiamo anche cercando progressisti nel Medio Oriente, specialmente coloro che stanno spargendo il loro sangue contro l’ISIS, contro la tirannia e contro i regimi fantoccio dell’Occidente, per costruire un Movimento per la Democrazia nel Medio Oriente.

Il trionfo di Trump arriva con dei risvolti positivi. Dimostra che siamo ad un bivio in cui il cambiamento è inevitabile, non solo possibile. Ma per assicurare che non sia il tipo di cambiamento che l’umanità ha sofferto negli anni ’30, abbiamo bisogno di movimenti che saltino fuori e forgino una Internazionale Progressista per spingere passione e ragione di nuovo al servizio dell’umanismo.

fonte: https://theconversation.com/trump-victory-comes-with-a-silver-lining-for-the-worlds-progressives-68523

traduttore Lame

Sotta ‘o muro. Inserto Gratuito.

di Antonio “Boka”

Seconda Intercessione.

Quando la crisi non è un episodio ma piuttosto la regola.

Partiamo da una constatazione semplice e piuttosto difficile da accettare. Questo secolo sarà (ancora) del Capitalismo piuttosto che di un socialismo (possibile e necessario direbbe qualcuno). Prosperità e crisi si alternano costantemente nel capitalismo (cortesia di Kondratieff) e rappresentano la tendenza verso la sua estensione e dominio piuttosto che segnali della sua fine.

Ma, c’è un punto che ha bisogno di essere chiaro: il “miracolo economico” ha rappresentato una “singolarità” (cortesia di Vernor Vinge e non pensate a Laurent o a qualsiasi testo di calcolo differenziale) della storia del capitalismo e non una possibilità “immanente”.

Molti apologeti (o semplici mosche cocchiere) attribuiscono all’avvento della globalizzazione ed alle orde tribali del capitalismo finanziario la riduzione della povertà nel mondo negli ultimi vent’anni. Oltre ad essere inutili idioti mistificano i dati di ciò che è avvenuto confidando nell’uccisione e sepoltura della memoria storica. In realtà è nel periodo post seconda guerra mondiale sino alla prima crisi petrolifera dei primi anni ’70 che il reddito reale è aumentato drammaticamente e le spese di welfare sono state ampliate. Allora sembrava davvero (e di fatto era avvenuto) che il capitalismo avesse trasceso la povertà.

Tuttavia alla fine degli anni settanta e nel decennio successivo è diventato chiaro che la crisi economica globale del 1974-75 non fosse stata solo una interruzione di questo miracolo economico. Lo sviluppo del capitalismo ha subito crisi sempre più frequenti e la risposta (semplicistica) è stata quella di invocare aumento delle esportazioni, maggiore sviluppo tecnologico ma, soprattutto un maggiore sfruttamento della forza lavoro. Il risultato, banale applicazione della divisione di una torta che non è senza fine, ha visto la stagnazione del reddito reale e la costante diminuzione delle spese dello stato sociale.

I periodo del miracolo economico, punto singolare dello sviluppo del capitalismo, ha però scavato in profondità nel subconscio collettivo, soprattutto in Germania. Ed è proprio all’interno della socialdemocrazia si è radicata la convinzione che con la “giusta” politica economica la piena occupazione può essere raggiunta. Bisogna solo “regolare” di nuovo ed in maniera adeguata lo sviluppo del capitalismo. In maniera più drammatica questa percezione ha alimentato la convinzione nella sinistra radicale (dibattito stantio dai tempi delle seconde e terze internazionali) che il miracolo economico abbia costituito il tuffo finale verso la crisi finale e la decadenza del capitalismo, ma la dura realtà dei fatti mostra che crisi e disoccupazione sono giusto la normalità capitalistica.

La vera differenza è stata rappresentata dal crollo del blocco sovietico. La grande crisi della bolla speculativa del ’97-’98 e l’allora già evidente eccesso di capacità industriali non ha rappresentato un grave problema poiché non esisteva più un avversario geopolitico nelle cui mani questo “incidente” avrebbe potuto costituire un’arma per il cambiamento.

In questo contesto le risposte alla crisi sono state unidirezionali ed asservite alla logica del capitale finanziario aprendo nuovi ambiti di investimenti: privatizzazione di imprese statali ed estensione ai settori dello stato sociale come l’assistenza sanitaria. Si è chiesto ai cittadini di essere “responsabili” in prima persona, che tradotto in termini semplici ha significato pagare di più in modo da ampliare i territori disponibili al profitto. Il credo neoliberista di uno stato “magro” ha raggiunto il punto più alto della sua efficacia, riduzione dei bilanci fiscali dello stato sociale sono stati chiesti a ripetizione dietro la richiesta di austerità che giustificava il taglio dei servizi sociali e la privatizzazione delle imprese statali. L’ulteriore sviluppo del capitalismo richiedeva la “sussunzione” (cit.) di nuove sfere di esistenza sotto la logica della massimizzazione del profitto.

I due “recenti” giganti” economici, Cina ed India hanno reagito ed invaso il mercato mondiale con strategie differenti. La Cina ha preferito la via dell’accumulazione originaria con l’immissione di enormi masse di lavoratori a basso costo, l’India con imponenti investimenti nel campo dell’educazione rendendo i suoi lavoratori (a basso costo) appetibili per gli investitori stranieri. Allo stesso tempo, però, contrariamente ai risultati del “miracolo economico” le disparità di reddito e di sviluppo regionale sono aumentate drasticamente. L’imponente esercito di poveri reso disponibile come forza lavoro garantisce un flusso di manodopera a basso costo per i decenni a venire. Per il capitalismo del XXI secolo l’unico bene non scarso (che quindi non richiede allocazione efficiente e sottolineerei non soggetto alle regole del “loro” mercato” mancando l’attributo fondamentale) sarà rappresentato dal lavoro e, come ben noto, siamo di fronte ad un aumento del plusvalore assoluto (quello relativo avviene con l’innovazione tecnologica) grazie all’estensione della giornata lavorativa e la riduzione dei salari reali.

Abbiamo buttato via il Novecento ma gli innamorati del secolo precedente aumentano di giorno in giorno. Beata ignoranza e miopia, vere forze innovatrici della politica attuale.

In Europa questa modifica (tristemente con i socialdemocratici tedeschi) è avvenuta compitamente con il programma Hartz IV con la crescita dei “mini-obs” e la diffusione del lavoro temporaneo. Imporre il deterioramento delle condizioni del lavoro ha reso semplice la gestione del lavoro. Molto più semplice non rinnovare i rapporti di lavoro piuttosto che impegnarsi in faticose contrattazioni collettive. L’introduzione di misure di sostegno come i vari redditi minimi, condizionati e non, ha reso possibile lo smantellamento in atto di tutti i servizi di welfare. Il precariato come condizione universale permette il raggiungimento di un obiettivo fondamentale per il comando capitalistico: la distruzione della comunanza di interessi sostituita dalla lotta per la sopravvivenza.

Nelle mani del Sultano

di Ian Traynor – the Guardian – 27 novembre

I leader europei stanno per mettere in scena un vertice senza precedenti e molto controverso con il governo turco domenica prossima (il 29 novembre, n.d.t.), nel tentativo di esternalizzare la crisi migratoria, pagando ad Ankara tre miliardi di euro perchè sigilli il suo confine con la Grecia in modo da fermare o rallentare i flussi migratori verso l’Europa.

I turchi, che hanno richiesto il summit, hanno insistito su un prezzo alto per la loro cooperazione: la ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea, dopo anni di congelamento degli stessi, l’allentamento dell’obbligo di visto per i turchi che viaggiano verso l’Unione Europea, vertici regolari UE-Turchia e tre miliardi di euro in aiuti nell’arco di due anni.

“La quantità di denaro che stiamo offrendo è grottesca”, ha detto l’ambasciatore di uno dei paesi più grandi dell’UE. “Ci siamo messi in ginocchio implorando i turchi di chiudere i loro confini.”

Il sentimento è diffuso tra i politici a Bruxelles e nelle capitali dell’UE, con un forte scetticismo circa i meriti di cercare di giungere ad un accordo con l’autoritario e mercuriale presidente della Turchia, Recep Erdoğan Tayipp, che è stato criticato per il suo mancato rispetto dei diritti umani. Altri due giornalisti sono stati arrestati in Turchia questa settimana dopo la pubblicazione di notizie su armi turche fornite ai jihadisti in Siria.

“Conosce nessuno che creda che Erdoğan terrà fede agli accordi?” ha sottolineato un altro diplomatico, mentre un importante politico europeo ha detto che l’Unione Europea è stata messa “in trappola”.

Ma la strategia di comprare la cooperazione turca nella crisi dei rifugiati è stata concepita sotto la spinta della politica interna di diversi paesi dell’UE, in particolare della Germania, dove il cancelliere Angela Merkel non può mostrare di fare marcia indietro pubblicamente sulla sua politica della porta aperta verso gli immigrati, ma ha bisogno di una tregua, di rallentare il flusso, guadagnando così un certo controllo sul caos. Berlino ritiene che Erdoğan sia in grado di fornire quella valvola di sicurezza politica.

L’UE non ha mai tenuto un vertice plenario dei 28 leader alla presenza di un paese terzo. Questo avverà solo per le insistenze di Ankara. Ancora venerdì mattina, tra l’altro, non era chiaro chi avrebbe rappresentato la Turchia, se Erdoğan o il primo ministro, Ahmet Davutoğlu. Alla fine è stata confermata la presenza di quest’ultimo.

La Commissione europea, a nome della Germania, ha elaborato in fretta e furia, nelle ultime settimane, il piano. Non è chiaro però da dove verranno i tre miliardi visto che i negoziati sul finanziamento sono appena iniziati a Bruxelles.

La Gran Bretagna, di rado la prima ad offrire soldi per i progetti europei, è l’unico paese in Europa ad aver preso un impegno concreto per 400 milioni di euro, mentre 500 milioni sono destinati a venire dal bilancio dell’UE, lasciando scoperti più di 2 miliardi ancora da trovare.

La Turchia attualmente ospita più di 2 milioni di rifugiati siriani ed è la più grande fonte di migranti verso la UE, con circa 700.000 che hanno attraversato l’Egeo, per poi passare attraverso i Balcani solo quest’anno.

“Questo denaro non è per la Turchia. Sono soldi per i rifugiati” ha detto al Guardian Federica Mogherini, coordinatore capo della politica estera dell’UE. “Bisogna sostenere le comunità lì o saremo di fronte ad un collasso sociale”.

L’accordo proposto ad Ankara prevede che i Turchi pattuglino i confini dell’Egeo verso le isole greche per arginare il flusso di migranti e dare un giro di vite ai traffici delle mafie che contrabbandano i migranti, ma comporterebbe anche che, in una fase successiva, l’UE accetti di prendere sulla fiducia centinaia di migliaia di rifugiati ogni anno dalla Turchia e li reinsedi in tutta Europa.

La cifra indicata da Berlino è di 500 mila all’anno. Essi sarebbero condivisi nell’ambito di un nuovo sistema di quote permanente e obbligatorio all’interno della UE, secondo la Merkel. Ciò innescherebbe uno scontro colossale nell’UE, con molti paesi riluttanti a pagare la Turchia e ancor meno propensi ad accettare le quote.

La Merkel ha avvertito questa settimana che la zona franca di movimento dei 26 paesi europei, conosciuta come Schengen, non sopravviverà se lei non otterrà l’assenso al suo piano. Secondo alcuni diplomatici di alto livello, i responsabili politici dell’UE sono convinti che Schengen entrerà in una fase terminale entro pochi mesi a meno che i governi europei non riescano ad ottenere un maggiore controllo sul ritmo e le dimensioni dell’immigrazione dal Medio Oriente.

fonte: http://www.theguardian.com/world/2015/nov/27/eu-seeks-buy-turkish-help-migrants-controversial-summit

Rifondare l’Europa

segnalato da Barbara G.

RIFONDARE L’EUROPA E’ PIU’ IMPORTANTE DEL DEBITO GRECO

di Bernard Guetta – internazionale.it, 09/07/2015

Non è quello che ci aspetteremmo da loro. Grexit o non Grexit, accordo o non accordo, la sopravvivenza dell’Unione europea è talmente a rischio che sarebbe lecito pretendere che i leader europei mostrassero lungimiranza anziché mercanteggiare come in un bazar sull’iva negli alberghi delle isole greche e altre quisquilie del genere.

Davanti all’ascesa del nazionalismo provocata dalla crisi vorremmo che i 28 stati dell’Unione, i 19 paesi della zona euro o almeno la cancelliera tedesca e il presidente francese si impegnassero per ridare un senso al progetto di unificazione che rischia di affondare.

Mentre aumenta la tensione politica tra liberisti e keynesiani, ci piacerebbe che i leader del vecchio continente spiegassero chiaramente che la spaccatura a livello europeo tra i difensori del risanamento dei conti e i partigiani di un rilancio attraverso l’investimento (lo stesso chiesto da Alexis Tsipras davanti al parlamento europeo) sono solo il riflesso di divisioni a livello nazionale che si estendono ai vertici europei, e che dobbiamo superare queste divergenze ideologiche anziché lasciare che ci paralizzino.

Ma nessuno dirà queste cose. I leader europei non rilasceranno alcuna dichiarazione comune, perché sono tutti convinti che meno parlano di Europa e meglio è per loro. In realtà si può addirittura dubitare che siano capaci di trovare le parole giuste, tanto la classe politica europea manca della lungimiranza e dei veri statisti che servirebbero all’Unione e ai paesi che la compongono.

Al confine meridionale dell’Europa, sull’altra sponda del Mediterraneo, il mondo islamico sprofonda in un caos che si estende ormai fino al Maghreb, moltiplicando il numero di rifugiati che arrivano sulle coste europee. Convertiti o musulmani dalla nascita, gli aspiranti jihadisti con passaporto europeo rappresentano un problema sempre più grave per l’Unione. Nel frattempo Vladimir Putin e il suo tentativo di restituire alla Russia le sue frontiere imperiali riportano la guerra nel cuore del continente.

Gli europei non devono solo dare prova di unità politica nella difesa dei loro valori, ma hanno bisogno di un passo avanti verso la nascita di una difesa europea, perché nessuno degli stati dell’Unione è capace da solo di affrontare questa sfida. Lo capirebbe anche un bambino e lo capiscono benissimo i cittadini europei, tanto che i sondaggi mostrano un forte sostegno alla creazione in un esercito europeo. Ma le sfide alla sicurezza, per quanto gravi, rappresentano solo una parte del problema.

La competitività internazionale dell’Europa dipende molto dalla riduzione delle sue spese pubbliche, ma soprattutto dai suoi investimenti nella ricerca e nell’industria del futuro. Per non perdersi le prossime rivoluzioni industriali come si è persa la rivoluzione informatica, l’Europa deve fare fronte comune, dotandosi di politiche industriali e creando università paneuropee d’eccellenza per attirare i migliori studenti, ricercatori e insegnanti del mondo, come fanno Harvard o Berkeley. L’Europa deve pensare e finanziare il suo futuro, qualcosa che nessuno stato europeo può fare contando solo sulle proprie forze.

La scelta dell’Europa è semplice: contare qualcosa o non contare nulla in un secolo che sarà dominato dagli stati-continente e dalle unioni regionali. Essere o non essere, quindi, e in questo senso il debito greco è un problema secondario.

La soluzione a questa crisi non dipende solo da Tsipras. Il primo ministro greco deve fare la sua parte e non può continuare a scommettere che alla fine i suoi partner europei gli concederanno tutto quello che vuole piuttosto che fare un salto del buio. Di questo passo Tsipras finirà per decretare la sconfitta del suo paese e di tutta l’Europa. Al contempo, però, le altre capitali europee a partire da Berlino devono ammettere che la priorità concessa alla riduzione del debito e del deficit ha ridotto drammaticamente la crescita e aumentato la disoccupazione, scatenando l’eurofobia e rafforzando i partiti che la sostengono.

Questa crisi ci insegna che l’Unione deve raggiungere al più presto un grande compromesso tra il rilancio economico e il risanamento dei conti pubblici, che non può più avere una moneta unica senza una politica economica comune, che deve lavorare all’armonizzazione delle sue politiche fiscali e sociali e che, considerando che le politiche comuni sono e diventeranno sempre più importanti, le sue istituzioni devono essere più rappresentative e soprattutto trasparenti.

Grexit o non Grexit, questa crisi dev’essere l’occasione per un riscatto europeo, per una ripartenza collettiva prima che l’“ognuno per sé” si riveli fatale per tutti.

Il cielo sopra l’Acropoli

di Aldo Piroso

Il video-documento ripercorre, nei primi 100 giorni del governo Tsipras, le tappe fondamentali del dibattito – dentro e fuori Syriza – su:
– valutazione dell’accordo del 20 febbraio tra eurogruppo e governo
– confronto tra governo e movimenti sull’ipotesi di uscita dall’euro
– rischio contagio e dimensione politica dello scontro con eurozona.

Storie di un popolo rovinato dalla crisi

Segnalato da barbarasiberiana

GRECIA, STORIE DI UN POPOLO ROVINATO DALLA CRISI

Ingegneri caduti in disgrazia. Fisioterapisti costretti a lavorare 11 ore al giorno. Giornalisti licenziati in massa. Viaggio in una terra sull’orlo del baratro.

di Chiara Proietti D’Ambra – lettera43.it, 18/02/2015

Dimitri è un ingegnere, ha 57 anni ma da sette, ormai, non lavora più.

Quando la crisi ha travolto la Grecia era a un passo dalla pensione, ma quell’assegno lui non l’ha mai percepito e – forse – mai lo percepirà. Era impiegato in una ditta di costruzioni, il primo settore spazzato via dal piano di austerity, lo stesso piano che il neoeletto premier Alexis Tsipras ora vuole a tutti i costi rinegoziare con l’Unione europea.

«La maggior parte dei miei colleghi ha lasciato la Grecia», dice Dimitri a Lettera43.it, «altri sono caduti nella disperazione». Sull’orlo del baratro, spiega, il popolo ellenico ha se non altro riscoperto il valore della solidarietà. «Siamo sopravvissuti grazie all’aiuto di amici e familiari».

Altri, a differenza di Dimitri e dei suoi cari, non hanno retto: solo nel 2010 ci sono stati 6 mila suicidi, e il motivo è sotto gli occhi di tutti.

Disoccupazione giovanile al 62%.

Il Paese conta ormai 400 mila famiglie senza reddito, 700 mila non hanno nemmeno elettricità. E mentre il Pil continua a scendere (nel quarto trimestre ha segnato un nuovo calo dello 0,2%) e il debito non accenna ad assottigliarsi (vale 330 miliardi di euro, pari al 175% del Pil), la disoccupazione ha toccato il dato record del 28%. Quella giovanile è addirittura al 62%. Un’enormità.

Camminando per le strade di Atene, i numeri della crisi si trasformano in volti e sguardi abbassati. La vittoria di Tsipras alle ultime elezioni ha ridato un po’ di morale alla gente, ma il clima resta estremamente pesante.

Dopo l’insediamento del premier, Dimitri ha ricevuto una richiesta di collaborazione dai due partiti di maggioranza, Syriza e Anel: «Ho deciso di aiutare il governo», spiega, «ma senza lavorare direttamente per loro». Perché la maggior parte del suo tempo Dimitri ha scelto di dedicarla a Solidarity4All, un progetto nato per mettere in comunicazione i cittadini greci in difficoltà e per dare loro assistenza.

«I media hanno mandato un messaggio sbagliato».

«I media nazionali hanno fatto passare un messaggio sbagliato», spiega una volontaria del centro, «hanno fatto credere alle persone che la responsabilità della crisi economica fosse individuale. Questo ha prodotto un diffuso senso di colpa in molti cittadini che hanno vissuto in solitudine difficoltà che, invece, riguardano un popolo intero».

Tra gli scopi di Solidarity4All c’è quello di fare sensibilizzazione: sopra un tavolo dell’associazione spunta una brochure dal titolo Building hope against fear and devastation (Costruire la speranza contro la paura e la devastazione), una sorta di manuale di sopravvivenza ai tempi della crisi.

Il progetto si muove, infatti, su diversi livelli: punta a dare assistenza medica e alimentare ma anche ad aiutare piccoli imprenditori a riappropiarsi delle loro aziende.

Il vero volto di Atene.

Appesa al muro una cartina della Grecia evidenzia tutti i centri di solidarietà sparsi per il Paese, all’interno del quale si è creato un efficiente network di aiuti. Il progetto, sostenuto anche da Syriza, non ha nulla a che vedere con la carità ma, piuttosto, con la ricostruzione di quel tessuto sociale che è stato demolito in pochi anni.

Dimitri ci tiene a far sapere che l’Atene delle elezioni, invasa da giornalisti e telecamere, non è la vera faccia della capitale greca. La crisi ha spazzato via la maggior parte dei diritti ma «Tsipras sta cercando di portare un po’ di sollievo al nostro popolo».

Da Xristos a Lazaros: quelle vite stravolte dalla crisi

E se gli ingegneri piangono, i giornalisti certo non ridono. Anzi. Quello dell’informazione è stato uno dei settori più colpiti dalla crisi, con l’80% dei professionisti rimasti a casa da un giorno all’altro.

Xristos è uno di loro: un anno fa lavorava come senior media editor nella redazione del quotidiano nazionale Elftherotypia, il secondo per diffusione nel Paese. Poi, a fine 2014 è stato licenziato, insieme con tutti i dipendenti del giornale, che ha chiuso. Da quel momento percepisce una piccola somma di denaro dal suo fondo pensione e collabora con alcuni siti internet per poche decine di euro al mese.

«Abbiamo perso i guadagni dalla nostra pubblicità», dice Xristos a Lettera43.it, «mentre le vendite del giornale diminuivano. Inoltre, i proprietari del quotidiano non hanno avuto un chiaro piano di ristrutturazione. Ma, e questo è un grande ma, Eleftherotypia si sarebbe salvato se le banche avessero esteso i loro prestiti. Non l’hanno fatto a causa delle pressioni degli altri editori e degli ambienti governativi».

Giornali e radio a rischio.

Eleftherotypia è stata la vittima più illustre nel panorama dell’informazione, esempio di voce libera e critica verso il Memorandum e le politiche del governo precedente. Ma non l’unica.

E in questa moria generale di testate, a salvarsi sono stati solo gli editori sorretti dagli aiuti di Stato e dai prestiti bancari.

«Ora con Syriza avranno un grande problema, perché dovranno dimostrare la validità di quei prestiti e quegli aiuti», continua Xristos. «Se in Grecia si concretizzerà quello che vogliono anche i tedeschi, ovvero una politica fiscale sana, metà dei giornali, delle radio e delle riviste chiuderà».

Due lavori non bastano.

Oltre al risanamento fiscale, nel programma di Tsipras figura anche il ritorno al salario minimo di 740 euro. Lazaros, fisioterapista di 38 anni, prima del 2007 prendeva esattamente quella cifra. Adesso guadagna poco più della metà, 400 scarsi. Soldi che non gli permettono di arrivare a fine mese e che l’hanno costretto a raddoppiare gli sforzi.

Quando smette i panni del fisioterapista, così indossa quelli del preparatore atletico in una palestra dietro casa. Lazaros lavora in media 11 ore al giorno: «A volte torno a casa provato, ma non è il lavoro il peso più grande da sopportare, sono stanco di questo tipo di vita».

Tsipras è l’ultima speranza.

Nonostante i due stipendi, non può più permettersi di vivere da solo. «Sono tornato a casa dei miei genitori», spiega a testa bassa, «avevo comprato un appartamento ma ora non posso più mantenerlo».

Colpa innanzitutto delle tasse, quelle vecchie – lievitate – e quelle nuove, come l’Enfia, introdotta di recente su ogni tipo di proprietà, dai capannoni ai terreni agricoli, e arrivata a costare 500 euro all’anno.

Lazaros, confida, non ha votato per Tsipras. Ma in lui ripone le sue ultime speranze. Per abbandonare «questo tipo di vita». E tornare, un giorno, alla normalità.

studentiinmovimentoalessandria@gmail.com

L’iniziativa al centro sociale Crocevia di via Casalcermelli di Alessandria
da lastampa.it (16/01/2014) – di Valentina Frezzato

Scambio è la parola chiave, che ben si fonde con il nome del centro sociale di via Casalcermelli: Crocevia. Qui, dalla prossima settimana, si incontreranno studenti e professori, tutti precari: i ragazzi sono insicuri su nozioni e instabili con i voti, gli insegnanti incerti della loro condizione lavorativa. È stato il collettivo Studenti in Movimento a permettere che le loro strade si incrociassero, con il progetto delle ripetizioni gratuite: lezioni individuali o di gruppo su varie materie.

Iniziativa aperta a tutti 

«L’idea è nata dall’esigenza di dare una mano a chi ha difficoltà a scuola ma non può permettersi di pagare un professore privato» spiega Paolo Gambaudo, dell’Itis Volta. Gli fa eco il compagno di classe, Franco Milanese: «Il bello è che questa iniziativa è aperta a tutti, non solo a noi del collettivo. Molti nostri compagni e amici ci hanno già chiesto informazioni. E abbiamo intenzione di coinvolgere anche i nostri professori».

Precari, ma motivati  

Nel frattempo, i coinvolti sono quelli precari. Dice Martina Amisano: «Io ho 26 anni e sono 90ª in graduatoria. Questo progetto non è solo utile per i ragazzi, che così potranno avere gratuitamente un supporto nello studio, ma anche per noi insegnanti senza lavoro, perché non va bene rimanere inattivi». Martina insegnerà italiano, storia, geografia, latino, «pure matematica per il biennio». Sulla stessa linea Eugenio Spineto, che di anni ne ha 30: «È finita la mia supplenza all’Itis di Novi, ora sono a casa. Questa altalena stanca: ho sempre lavorato, ma a tratti e non riesci mai a portare a termine nessun progetto didattico». Frustrante la vita degli insegnanti precari. E si prepara ad affrontarla pure Giulia Bazzan: «Ho 26 anni e frequento la specialistica in Lingue. Farò la professoressa, ma per ora ho avuto solo esperienza alla Casa di Quartiere, dove insegno italiano agli stranieri; qui al Crocevia mi occuperò delle lingue, darò supporto in inglese, francese, spagnolo».

Partecipazione gratuita  

La partecipazione ai corsi di recupero e alle lezioni private è gratuita, per info: studentiinmovimentoalessandria@gmail.com. Si può anche chiamare o scrivere al numero 342-7786489. Senza impegno, finché non si inizia a studiare.

Vedi anche:

http://www.lastampa.it/2015/01/16/multimedia/edizioni/alessandria/i-prof-precari-non-si-demoralizzano-e-rilanciano-insegniamo-gratis-MQZjO9VZprPIREAnm63hEM/pagina.html

E tu chi sei?

segnalato da Andrea

Bologna, 17 gennaio 2015. Discorso di Barbara Spinelli all’assemblea de L’Altra Europa con Tsipras.

Questi sono giorni cruciali. Sono giorni cruciali per noi in Italia dove ci stiamo preparando all’elezione del prossimo presidente e dunque a una possibile crisi del Partito democratico. E sono giorni cruciali per quello che sta accadendo in Europa: dai terribili attentati terroristici a Parigi – con le conseguenze che essi possono avere sulle politiche di sicurezza e sui diritti dei cittadini – alle imminenti elezioni in Grecia.

La vittoria di Syriza può davvero rappresentare una svolta, se Tsipras condurrà sino in fondo la battaglia che ha promesso e se sarà sostenuto da un grande arco di movimenti e partiti fuori dalla Grecia. Sarà la prova generale di uno schieramento che non si adatta più all’Europa così com’è, che giudica fallimentari e non più proponibili i rigidi dogmi dell’austerità, e che mette fine allo schema ormai trentennale inventato da Margaret Thatcher, secondo cui “non c’è alternativa” alla visione liberista delle nostre economie e delle nostre società: visione fondamentalmente antisindacale, e inoltre politicamente e costituzionalmente accentratrice.

Ricordiamoci che anche per questo nacque la nostra Lista, nell’inverno 2013-2014: per dire che l’alternativa invece c’era, per denunciare i custodi dell’ortodossia liberista che avevano usato il caso greco come paradigma negativo e cavia di esperimenti di distruzione del welfare state e delle costituzioni democratiche nate dalla Resistenza. Per unire in Italia le forze che non si riconoscevano nella degenerazione di un Partito democratico, sempre più esclusivamente interessato a ideologie centriste e all’annullamento di tutte le forze intermedie della società, di tutti i poteri che controbilanciano il potere dell’esecutivo. Una forza che pretende di incarnare la sinistra, ma che non solo disprezza le tradizioni della sinistra ma le ignora in maniera militante: anche se son sfiorato da qualche nozione di una lunga e densa tradizione – questo dice a se stesso il nuovo Pd – volutamente penso, decido, agisco, comunico, come se di questa tradizione non sapessi rigorosamente nulla. Siamo nati per rimobilitare politicamente e conquistare il consenso di un elettorato che, giustamente incollerito, ha scelto quella che i tedeschi durante il nazismo chiamavano “emigrazione interiore”, e che ha cercato rifugio o nel movimento di Grillo, o – sempre più – nell’astensione, dunque in un voto di sfiducia verso tutti i partiti e tutte le istituzioni politiche.

Eravamo partiti da Alexis Tsipras e dalle sue proposte di riforma europee perché anche noi vedevamo la crisi iniziata nel 2007- 2008 come una crisi sistemica – di tutto il capitalismo e in particolare dell’eurozona – e non come una somma di crisi nazionali del debito e dei conti da tenere in ordine nelle singole case nazionali. Il cambiamento della dialettica politica nei nostri paesi, il salvataggio delle democrazie minacciate da una decostituzionalizzazione che colpisce prima i paesi più umiliati dalle politiche della trojka e dei memorandum, e poi tutti gli altri, erano a nostro parere possibili a una sola condizione: rispondere alla crisi sistemica con risposte egualmente sistemiche, e per questa via scardinare le fondamenta su cui si basa la risposta fin qui data alle crisi dei debiti nazionali dalla Commissione, dagli Stati più forti dell’Unione, dalla Bce. Creando un’Unione più solidale, rifiutando l’idea stessa di un centro dell’Unione circondato da “periferie” indebitate e di conseguenza colpevoli (Schuld in tedesco ha due significati, non dimentichiamolo mai: significa debito e colpa). Ricostituzionalizzando non solo l’Italia o la Grecia o la Spagna o il Portogallo, quindi, ma ricostituzionalizzando e ri-parlamentarizzando anche l’Unione.

Di qui anche la battaglia che noi europarlamentari italiani del Gue conduciamo a Bruxelles e Strasburgo. È una battaglia che va in più direzioni: per la comune e solidale gestione dei debiti nazionali, e per piani europei di investimento ben più consistenti e decisivi del piano Juncker (il piano Juncker conta solo su investimenti privati del tutto fantasmatici, con un incentivo di investimento pubblico minimo: poco più di 20 miliardi, con un improponibile, inverosimile effetto moltiplicatore di 15 punti). Di piani alternativi a quello di Juncker ce ne sono molti, e sono interessanti: dall’idea di Luciano Gallino, che immagina una moneta parallela all’euro da emettere per gli investimenti senza che lo Stato esca dall’euro, a quello di Yanis Varoufakis, l’economista che si è candidato per Syriza in queste elezioni. Studiamoli e facciamoli nostri. Coinvolgiamo Luciano Gallino, che – lo ricorderete – fu tra i principali ideatori della nostra lista fin dal primo giorno. Scrisse lui i passaggi decisivi della parte economica del programma. Consultiamolo sulla questione del debito che sarà discussa nell’assemblea.

***

Credo che più che mai dobbiamo mantenere lo slancio iniziale della Lista, insistere nella convinzione che abbiamo avuto quando è nata questa formazione: l’aggancio a Syriza e al caso Grecia era un grimaldello per cambiare l’Europa e dunque la politica italiana. Manteniamo quelle idee, salvaguardando quel che abbiamo costruito ed essendone fieri.

E visto che sono a Bologna, vorrei qui rendere omaggio al grande sforzo che è stato fatto dalla lista Altra Emilia Romagna (e anche Altra Calabria, Altra Liguria) per proseguire il discorso cominciato con la campagna per le elezioni europee. Campagna che ha pur sempre portato dei risultati, visto che nel parlamento europeo ci sono 3 nostri parlamentari.

È il primo punto su cui vorrei insistere, in quest’assemblea. Non ricominciamo da zero. Ricominciamo da tre (i 3 parlamentari appunto). Esistiamo, anche se siamo spesso un soggetto performativo, per usare ironicamente un termine della linguistica. Come europarlamentare mi trovo spesso davanti alla domanda: “E tu, chi sei?”. In quel momento, nominando la Lista, per forza di cose la faccio esistere come soggetto compiuto. Siamo una forza esigua ma si deve ripartire anche dalla nostra esperienza. Il che vuol dire: dai territori che l’hanno continuata a far vivere, dai successi e dalle adesioni che otteniamo localmente. Non aspettiamo, per nascere come soggetto politico, che altri decidano quale alternativa nuova e mai vista debba nascere alla politica di Renzi.

Il secondo punto che vorrei indicare riguarda la natura che si darà la Lista. È un punto collegato al primo, perché si tratta di insistere sempre, di nuovo, sull’intuizione iniziale: sull’aspirazione a essere, come movimento, massimamente inclusivi e unitari, massimamente aperti a tutte le adesioni. Aperti, come lo eravamo nelle elezioni europee, alle persone, ai diversi partiti e ai diversi movimenti della sinistra radicale, e anche a chi non si identifica del tutto con la formazione della Sinistra Europea ma si batte comunque per un’alternativa a Renzi e alle grandi intese popolari-socialisti-liberali nel Parlamento e nelle altre istituzioni europee: penso agli ecologisti, ai militanti delle battaglie anticorruzione e antimafia, e ai delusi del M5S, e infine – ancora una volta, e sempre più – agli astensionisti. È il motivo per cui, vorrei dirlo qui a Bologna, ho personalmente deciso tenere in sospeso la mia adesione alla Sinistra Europea, come parlamentare del Gue. Il nostro progetto politico non era la riproposizione di un insieme di partitini, e anche se essenzialmente di sinistra non era solo di sinistra. Non era antipartitico, ma era rigorosamente non-partitico. A me sembra che le scelte di molte nuove forze in ascesa della sinistra – Podemos in Spagna, il movimento “barriera umana” di Ivan Sinčić in Croazia – vadano precisamente nella stessa direzione.

Sono troppe le cose che abbiamo da fare, ognuno nel posto dove si trova, per aspettare ancora e rinviare il momento di creare le strutture di una nuova formazione politica decisa non solo a battersi ma a vincere, nelle future elezioni locali e nazionali. E dobbiamo farlo nella maniera più condivisa e democratica e unitaria possibile, ma dobbiamo farlo subito, qui. L’ora è adesso perché la crisi acuta è adesso. C’è l’Europa dell’austerità che dobbiamo cambiare, affiancando la battaglia che domani farà Syriza e dopodomani – spero – Podemos e Sinčić e la Linke nel paese chiave dell’Unione che è la Germania. C’è l’Europa-fortezza da mettere radicalmente in questione, con politiche dell’immigrazione che mutino i regolamenti sull’asilo, che garantiscano protezione ai profughi da guerre che attorno a noi si moltiplicano e ci coinvolgono, perché sono guerre che americani ed europei hanno acutizzato e quasi sempre scatenato. Perfino il mar Mediterraneo va ricostituzionalizzato, visto che l’Unione sta violando addirittura la legge del mare, mettendo in discussione il dovere di salvare le vite umane minacciate da naufragio. E vanno aboliti i Cie, i Centri di identificazione ed espulsione, nella loro forma attuale. Ho visitato in dicembre quello di Ponte Galeria a Roma. Non è un centro, è un campo di concentramento. Non per ultimo: in Italia bisogna trovare risposte a un razzismo che sta esplodendo ovunque, non solo nel popolo della Lega, e che sarà sempre più legittimato dalle urne, se non impareremo a parlare in maniera giusta su queste questioni.

Sono talmente tante le cose da fare che non abbiamo letteralmente tempo di occuparci dei piccoli partiti, delle piccole o grandi secessioni dentro il Pd. Siamo in attesa che molti ci raggiungano e aderiscano alle nostre proposte. Siamo sicuri che verranno, perché la crisi è davvero straordinaria ed esige uno sforzo unitario egualmente straordinario. Proviamo a compierlo, fin da quest’assemblea.

Presidio di Natale

segnalato da barbarasiberiana

OCCUPAZIONI, PRESIDI, PROTESTE: IL NATALE IN FABBRICA DI CHI PERDE IL LAVORO

Di Michele Azzu – fanpage.it, 24/12/2014

Occupazioni, presidi, blocchi dell’autostrada. E c’è chi minaccia il gesto estremo. Le fabbriche in crisi dove si rimarrà in presidio anche a natale.

Maurizio Landini lo aveva detto alle manifestazioni, e all’indomani delle botte prese a Roma dagli operai dell’Ast di Terni: “Ci sono tante fabbriche occupate”, dai presidi ora dismessi dell’Ast alla Trw di Livorno. E le feste natalizie sembrano, anno dopo anno, occasione per i lavoratori cassintegrati, disoccupati, in mobilità, per i call center che dismettono, di ritrovarsi ai presidi per sentirsi uniti. In attesa, forse, della speranza di un anno migliore. Sono tanti i presidi che andranno avanti durante le festività, da nord a sud, e tanti i lavoratori che passeranno queste feste con la paura di perdere il posto. Vediamo le principali vicende di questi giorni.

Alcoa, Sulcis. Il 20 dicembre il presidio degli operai dell’Alcoa, fuori dallo stabilimento ormai chiuso, ha compiuto sette mesi. “230 giorni, 7 mesi che presidiamo nel bene e nel male si va avanti duri e testardi”, scrive su Facebook Pierpaolo Gai, operaio. “Le visite sono finite? Non si viene solo a portare notizie relativamente buone ma anche per trovare i lavoratori che si stanno sacrificando e per fare la propria parte”, conclude. La fabbrica occupava 450 dipendenti, e altri 500 nelle aziende dell’indotto. Nelle trattative per il rilancio della fabbrica, che vanno avanti da anni senza risultati, pare ci siano dei timidi segnali positivi con la Glencore nel tavolo al ministero del 15 dicembre. I alvoratori dell’indotto se la passano anche peggio. Nel frattempo il rapporto stilato dalla Fsm Cisl mette i numeri nero su bianco: 1.200 nuovi licenziati nel Sulcis nel solo mese di dicembre. Il 5 dicembre il sottosegretario Delrio è venuto in visita con presidente della regione Pigliaru. “Vigileremo su questo aspetto, abbiamo a cuore questa vertenza”. Affermazioni molto simili a quelle sentite dagli ultimi quattro governi.

Trw, Livorno. Tutto finito per i 412 dipendenti della fabbrica di componenti automobilistiche. La società americana ha chiuso la fabbrica, che fino a ieri lavorava principalmente per Fiat. Sono passati solo due mesi dall’annuncio della chiusura, due mesi in cui ogni tentativo dei sindacati e del ministero di far tornare l’azienda sui propri passi è risultato vano. “Non apprezziamo la rigidità con cui Trw sta affrontando la vertenza dell’impianto di Livorno”, scriveva una note del ministero di inizio dicembre. Un presidio dei lavoratori è stato creato davanti la prefettura della città. Il 16 dicembre c’è stata la firma per la mobilità incentivata per i lavoratori. Ora si pensa ad un accordo di programma simile a quello della Lucchini di Piombino, non troppo lontana, che col riconoscimento di “area di crisi complessa” potrebbe portare qualche soldo pubblico per le bonifiche e il porto. Un natale davvero infelice per 400 famiglie toscane, che nel giro di 60 giorni sono passati dal lavoro al licenziamento.

Oms Ratto, Genova. La fabbrica biomedicale di Sestri Ponente, a Genova, dà lavoro a sessanta persone. Pochi giorni fa i lavoratori hanno deciso di occupare la fabbrica, contro la decisione di mettere in liquidazione dell’azienda. Una nota dell Fiom Cgil spiega il motivo di questa decisione dell’azienda: “Esaote, azienda leader del biomedicale e principale committente della Oms Ratto ha optato per un nuovo piano industriale che ha coinvolto negativamente molti fornitori”. Inutili le trattative su un eventuale rilancio. E ora la situazione è drammatica, perché gli ultimi stipendi pagati ai dipendenti risalgono ad agosto. Per questo la decisione di occupare la fabbrica, finché non arirverà l’interesse delle istituzioni, un passo indietro dell’azienda, un tavolo al ministero. I dipendenti potrebbero passare in fabbrica anche le festività.

Ri-Maflow, Milano. I lavoratori della Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio, alle porte di Milano, sono ormai una colonna delle fabbriche occupate, un modello ispirato alle fabbriche recuperate argentine impiantato in Italia con grande forza di volontà. La fabbrica Maflow, una volta metalmeccanica, mise 240 dipendenti in cassa integrazione dal 2010, e chiuse definitivamente i battenti nel dicembre 2012. E allora arriva l’idea di costituire una cooperativa. Con il sogno di una nuova produzione, che potesse reimpiegare tutti gli ex dipendenti. Nell’estate del 2012 viene individuato il settore in cui la cooperativa avrebbe avuto il suo mercato: il riciclo dei rifiuti, soprattutto (ma non esclusivamente) tecnologici. Ora i lavoratori della Ri-Maflow hanno lanciato una raccolta fondi per trovare, entro la fine di dicembre i 15.000 euro necessari all’acquisto di un compressore. Che permetterebbe di partire con la produzione. Ad oggi sono stati raccolti 11.463 euro, e manca poco al traguardo. Forse, nonostante l’impegno che va avanti da molti anni, alla Ri-.Maflow sarà un buon natale passato in fabbrica.

Sangalli Vetro, Manfredonia. Il 18 dicembre 2 operai della Sangalli Vetro sono saliti sulla torre dello stabilimento minacciando di buttarsi di sotto. L’azienda è in crisi, con un buco di 130 milioni di euro, e gli impianti sono fermi dal 1 dicembre. 250 dipendenti rischiano il posto di lavoro, più altri 150 dell’indotto. A fine novembre sono state avviate le procedure per spegnere l’impianto del vetro float, che quindi dovrebbe cessare le attività verso natale. I sindacati hanno chiesto la cassa integrazione per 160 operai per un anno. C’è un presidio ai cancelli della fabbrica che è nato nei primi giorni del mese, e che continuerà durante le feste. A forno spento le speranze di continuare la produzione scendono a zero. Per questo i due operai sulla torre hanno voluto protestare per cercare di richiamare l’attenzione del governo e del ministero, per l’apertura di un tavolo.

Pigna, Bergamo. Il 17 dicembre i lavoratori della storica azienda di quaderni degli stabilimenti di Alzano Lombardo hanno condotto un presidio al mercato scittadino dove hanno distribuito volantini per far conoscere la situazione critica in cui versa la fabbrica. Ci sono 240 lavoratori coinvolti. “Pigna, il tempo scorre sui nostri diritti”, questo il titolo del volantino. I lavoratori sono riusciti a coinvolgere la gente della cittadina, anche perché la fabbrica opera dal 1919. 95 anni, e forse non si arriverà ai 100. Perché entro pochi giorni, con la fine dell’anno, l’azienda dovrebbe presentare la ricapitalizzazione, ma ancora sindacati e dipendenti non conoscono le intenzioni della dirigenza. La sensazione, però, è che arriveranno brutte notizie. Pigna occupa circa 400 persone, co glia altri stabilimenti. Si preannuncia un natale amaro per i lavoratori dei quaderni, che continueranno a volantinare e fare presidi, almeno con la solidarietà di un paese stretto attorno a una fabbrica secolare.

Ideal Standard. Ci saranno 76 esuberi, 76 persone che dovranno andare in mobilità volontaria nella nota azienda di sanitari e rubinetterie. 45 riguardano lo stabilimento di Trichiana (Belluno), 6 a Brescia e 25 a Frosinone. L’annuncio era stato dato lo scorso novembre. L’accordo firmato fra azienda e sindacati prevede che le persone che decideranno di andare in esubero dovranno comunicarlo entro il 30 dicembre, mentre l’8 gennaio ci sarà un incontro al ministero dello sviluppo economico sul futuro dell’azienda. Purtroppo, ad esuberi già avvenuti. Nello stabilimento di Orcenico di Zoppola (Pordenone), invece, c’è una trattative per la cessione da parte di Ideal Standard alla cooperativa Ideal Scala. Qui altri 400 lavoratori da oltre un anno temono per il proprio posto. Anche perché le trattative non vanno benissimo: di recente le parti si sono allontanate e sembrava essere saltato tutto. Pochi giorni fa alcuni operai si sono incatenati al cancello del municipio.

Fiat, Termini Imerese. “Ad agosto Renzi disse che il fallimento del rilancio di Termini Imerese avrebbe comportato il fallimento della politica e del governo: voglio prendere sul serio quelle parole pronunciate dal premier”, ha detto in questi giorni Maurizio Landini. Ci sono novità sullo stabilimento ex Fiat abbandonato da anni e in attesa di rilancio: l’azienda Metec ha manifestato interesse a rilevare la fabbrica. Per questo servirebbe un prolungamento della cassa integrazione in deroga, chiede il leader della fiom. Anche perché questa è l’ultima spiaggia: le trattative che davano per fatta l’accordo con Grifa- che avrebbe dovuto produrre auto ibride – sono saltate e non se ne fa più niente. Tre anni di trattative finite nel nulla. Perché nonostante i pre-accordi al ministero, Grifa non aveva la liquidità necessaria a fare l’investimento iniziale di 100 milioni di euro. Ma ora l’accordo di programma dovrebbe mettere sul piatto 290 milioni di euro di soldi pubblici. Ma il 30 dicembre scade la cassa integrazione, e rimangono pochi giorni quindi per la cessione dell’azienda. Sarà un natale molto difficile per la fabbrica che ha 800 dipendenti (una volta erano 1.400). Pochi giorni fa gli operai hanno bloccato l’autostrada per protesta, e tre di loro hanno minacciato il suicidio.

Om Carrelli, Bari. La fabbrica dà lavoro a 200 operai. Che hanno avuto un’amarissima sorpresa pochi giorni fa: l’azienda Metec che aveva manifestato interesse a rilavarli, ha invece manifestato l’intenzione a comprare lo stabilimento siciliano ex Fiat, Termini Imerese. Il problema è che ancora non si sa se una fabbrica esclude l’altra, e ora operai e sindacati pugliesi se la prendono con le istituzioni per avere introdotto Metec nella questione Fiat. Alla luce di questi fatti, il ministro dello sviluppo economico Federica Guidi ha convocato per gennaio un incontro sulla situazione dell’azienda. Sembrava che le trattative stessero andando nella giusta direzione, dopo che nell’ottobre 2013 gli operai avevano condotto dei lunghi presidi ai cancelli per impedire all’azienda di portare via 240 carrelli rimasti nel magazzino, del valore di 12 milioni di euro. Ma in realtà nelgi utlimi mesi Metec non sembrava più fornire garanzie. Un natale amaro anche per i 200 operai dei carrelli.