cultura

Femminismo islamico

La sfida delle donne nell’Islam

Al di là dei più triti e fuorvianti luoghi comuni del passato, da tempo si muovono molte cose interessanti nel mondo dell’Islam per quel che riguarda le lotte condotte dalle donne. Come le grandi affermazioni ottenute in Tunisia e Giordania sul piano delle leggi istituzionali. Molta strada è naturalmente ancora da fare: la legge tunisina, per fare un solo esempio, resta discriminatoria in ambito familiare, mentre la Giordania, che ha finalmente abrogato il matrimonio “riparatore” in seguito a uno stupro, è ancora ben lontana dal raggiungere risultati significativi sul piano culturale e su quello dell’impunità delle violenze. Della “jihad delle donne” – una parola che i terroristi hanno trasformato in un qualcosa di terribile, ma “jihad” significa in realtà “sfida personale”, tentativo di superarsi -, a Roma abbiamo parlato a lungo con “Aisha”, una donna somala sunnita che da più di 25 anni vive in Italia e lavora con i migranti.

di Patrizia Larese – comune-info.net, 12 agosto 2017

In Tunisia ed in Giordania, l’estate del 2017 rimarrà un anniversario importante nella storia della difesa dei diritti civili e costituirà una pietra miliare lungo il difficile cammino di impegno e di lotta contro la violenza sulle donne.
Il 27 luglio 2017, dopo un iter parlamentare accidentato e ostacolato da ripetuti rinvii che avevano fatto temere un fallimento, il Parlamento tunisino ha approvato all’unanimità con 146 voti a favore la legge contro la violenza e i maltrattamenti sulle donne e per la parità di genere.
Sono stati emanati 43 articoli divisi in 5 capitoli per fornire misure efficaci per contrastare e punire ogni forma di violenza o sopruso basato sul genere. Il testo ha l’obiettivo di garantire alle donne tunisine rispetto e dignità a partire dall’uguaglianza tra i sessi, prevista dalla Costituzione, anche in ambiente lavorativo. L’attuazione della legge include la prevenzione, la punizione dei colpevoli e la protezione delle vittime. Viene offerta assistenza alle donne che hanno subìto violenza domestica e le stesse possono richiedere un’ordinanza restrittiva contro chi ha abusato di loro senza che sia aperta una procedura penale e senza che le vittime debbano chiedere il divorzio, nel caso in cui si tratti del marito.
La legge persegue le molestie nei confronti delle donne anche negli spazi pubblici, un vero tormento per le vittime, non più tollerabile. La nuova normativa prevede, per la prima volta, un’ammenda pecuniaria per i molestatori. Le pene si sono inasprite anche nei casi di violenza in famiglia e l’età del consenso è salita dai 13 ai 16 anni. È criminalizzato l’impiego di minori come lavoratori domestici e i datori di lavoro che non rispettano la parità salariale tra i sessi saranno soggetti a sanzioni.
Il punto cruciale della legge è l’abrogazione dell’articolo 227 bis del codice penale che concedeva una sorta di “perdono” agli stupratori di una minorenne in caso di matrimonio con la vittima. La nuova norma giuridica contempla invece pene molto severe per gli stupratori a cui non è più data alcuna possibilità di sfuggire alla legge. Questa attenuante, presente anche in codici penali di altri paesi, nel 2012 provocò scandalo e forte dibattito in Marocco, dove un’adolescente di 16 anni, Amina, si suicidò con il veleno per topi dopo che fu data in sposa al suo stupratore, evitandogli il carcere. Due anni dopo, il suo caso obbligò il Parlamento marocchino a cancellare con un nuovo emendamento quell’articolo indegno trasformando Amina in un simbolo per i diritti delle donne marocchine.
Il cambiamento di leggi e pratiche ingiuste sulle donne, purtroppo, vede la luce dopo molte vittime e un grande lavoro della società civile che, nel caso della Tunisia, ha avuto un ruolo primario per la stesura della legge.Tuttavia, non si può affermare che sia stato completato il disegno per una uguaglianza reale di genere, l’uguaglianza in ambito lavorativo di rispetto e dignità esiste ma la questione dell’eredità è ancora ferma. La legge tunisina rimane discriminatoria in ambito familiare dato che solo gli uomini possono essere considerati capofamiglia e nel ricevere un’eredità i membri femminili non hanno diritto a una quota pari a quella dei loro fratelli. Il dibattito è in atto e continua sia in Tunisia sia in Marocco, ma il cambiamento è ancora lontano.
A pochi giorni dalla vittoria delle donne in Tunisia, il 1 agosto 2017, anche la Giordania ha abrogato il matrimonio riparatore a seguito di una violenza di stupro.
“Questo è un giorno da celebrare”, ha detto Salma Nims, segretario generale della Commissione nazionale giordana per le donne. “È un momento storico non solo per la Giordania ma per l’intera regione, il risultato degli sforzi della società civile e delle organizzazioni per i diritti umani del Paese”.
L’articolo 308 violava apertamente i diritti umani secondo gli attivisti giordani. Questa legge permetteva agli stupratori di non essere perseguiti se avessero sposato le proprie vittime e non avessero divorziato per almeno tre anni.
Nell’ottobre 2016, il re Abdullah II aveva ordinato l’istituzione di una commissione reale di riforma del sistema giudiziario e del codice penale, in vigore nel paese dal 1960. A febbraio 2017, il comitato aveva raccomandato l’abrogazione dell’articolo 308.
“Dopo 57 anni, finalmente abbiamo compiuto un passo importante per la riforma della società e per l’eguaglianza tra i sessi”, ha detto Khaled Ramadan, parlamentare giordano e promotore della nuova legge.
Oggi mandiamo un messaggio a tutti gli stupratori, che i loro crimini non resteranno impuniti”. Quando la nuova normativa entrerà in vigore, la Giordania si unirà a paesi come il Marocco, in cui è stato abolito nel 2014.
Secondo l’organizzazione internazionale Human Rights Watch, altri paesi in cui sono ancora in vigore tali norme sono: Algeria, Iraq, Kuwait, Libia e Siria, così come è ancora presente nei Territori Occupati Palestinesi. L’Egitto ha già cancellato la norma nel 1999, mentre per il Libano e il Barhein la questione è in corso di dibattimento.

Incontro con “Aisha”, al quartiere Esquilino di Roma

In una torrida mattinata romana, seduta in un bar del quartiere Esquilino, converso amabilmente delle importanti conquiste delle donne tunisine e giordane con Aisha (il nome è di fantasia perché la persona per sua tranquillità preferisce rimanere anonima), una donna somala sunnita sulla cinquantina che da circa 26 anni vive in Italia.
Risponde alle mie domande in un ottimo italiano senza accenti e senza inflessioni dialettali, esprime tutta la sua solidarietà per la vittoria delle sue “sorelle”, pensa che siano due traguardi importanti per la difesa dei diritti delle donne in quei Paesi.
Mi racconta che è arrivata da sola in Italia, non porta il velo ma, dice, non lo indossava neppure quando aveva 20 anni e viveva nella sua Terra, perché la Somalia negli anni ’70 e ’80 era un Paese libero dove le donne, nei loro vestiti tipici con colorati foulard sul capo o grandi scialli, sempre abbinati alla tonalità dell’abito, si muovevano senza costrizioni, pur nella loro dignità di donne musulmane. Mi spiega che lei si sente una moderata e rispettosa dei precetti dell’Islam. È sposata con un italiano che si è convertito alla religione islamica già prima di conoscerla. Suo marito, da giovane, dopo aver viaggiato nei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, e, dopo aver conosciuto e studiato le culture di quei Paesi, ha deciso di abbracciare la religione di Mohammad (Maometto).
Aisha lavora nei centri di accoglienza per immigrati, sempre a contatto con persone indigenti e bisognose, ascolta ogni giorno decine di storie di donne musulmane immigrate, offre loro supporto per una più facile integrazione nel nostro Paese. Secondo la sua esperienza, molti stereotipi del mondo islamico, pur rimanendo presenti nei media e nell’opinione comune, sono ormai superati in Italia: la poligamia, per esempio e l’infibulazione. Ha visto che la maggioranza degli uomini musulmani sono convinti della propria monogamia.
La poligamia – mi conferma – storicamente si è rafforzata dopo vari conflitti bellici delle epoche iniziali dell’Islam (anche se c’era già, ovviamente, in tutto il mondo antico) ed era mirata soprattutto per consentire la sopravvivenza delle vedove e dei numerosi orfani che rimanevano privi di sostentamento e che erano destinati ad una sicura esistenza di stenti e di indigenza.
“L’infibulazione – mi spiega Aisha – non ha nulla a che fare con la religione islamica, è una pratica pre-islamica e si presume che provenga dagli Egizi, per questo motivo nel mio Paese veniva chiamata “infibulazione faraonica”. Fortunatamente non si pratica più da circa 25 anni, almeno nei centri più popolati. Era un’usanza che veniva messa in atto più per un equivoco sociale, una sorta di “ulteriore protezione e garanzia” dell’integrità intima delle ragazze, in qualche modo legata ad una prassi derivante dai precetti del Corano. Diverso è il caso della circoncisione dei maschi che è invece molto consigliata.”

foto: Natalia Andújar – WordPress.com

In Somalia nel 1991 è scoppiata una guerra civile (che non si può dire sia cessata del tutto malgrado l’attuale presidente sia stato votato da una grandissima maggioranza di somali) che ha provocato migliaia di morti ed una diaspora enorme. Chi, come Aisha, ha potuto, è fuggito, ora esistono comunità somale in tutto il mondo. “La gente del mio Paese – prosegue – è più praticante rispetto al passato e, in particolare, le donne oggi si coprono di più forse anche a causa della ferocia e delle violenze che sono state costrette a vedere e a subire durante il terribile conflitto e poi perché hanno riscoperto i benefici della fede, della fratellanza, del rispetto della vita, del creato e del suo Creatore.
Dopo l’11 settembre l’Occidente si è arroccato sui propri nazionalismi e vive i musulmani come nemici, non tutto l’Occidente fortunatamente. Ogni donna con il velo, ogni uomo con la barba, sovente, sono visti con sospetto, circospezione, diffidenza e le moschee, spesse volte, sono considerate potenziali luoghi di ritrovo per presunti terroristi.
Molti musulmani, a loro volta, dopo il crollo delle Torri Gemelle sentendosi più emarginati ed esclusi che in passato, hanno riscoperto le loro origini religiose e rafforzato le ritualità sia in moschea sia in comunità.
Il vivere maggiormente la religione è un riconoscimento di fede e di appartenenza.
Quando le chiedo come mai abbia deciso di non portare il velo lei, molto candidamente, mi risponde: “So che come donna musulmana è un mio limite, però, personalmente quando non porto il velo mi sento meno osservata, diciamo che è come se mi mimetizzassi un po’ anche se sono fiera della mia fede. Ora ci sono molte più donne col velo. Comunque indosso il velo come tutte le donne musulmane durante la preghiera e i riti. Il velo – prosegue Aisha – è un segno di dignità nei confronti di noi stesse e argina il narcisismo dell’anima, è un simbolo di modestia e di umiltà nei confronti della comunità e, naturalmente, un’offerta spirituale verso Allah”.
Non solo in Tunisia ed in Giordania le donne stanno compiendo enormi passi avanti sul percorso dell’indipendenza e dell’emancipazione ma, in Occidente, nel mondo musulmano è in atto un grande movimento femminile, il cosiddetto “femminismo islamico” che sta sfidando con grande determinazione i pregiudizi religiosi e culturali tradizionali.
La definizione di “femminismo islamico” sembra un ossimoro eppure esistono già in Europa e negli Stati Uniti donne che guidano la preghiera, imamah, teologhe, storiche, attiviste che combattono quotidianamente la loro personale jihad.
Questo movimento è esaminato con cura nel libro “La jihad delle donne” della giornalista Luciana Capretti (Salerno Editrice) in cui sono riportate numerose interviste di donne musulmane, la maggior parte figlie di seconda generazione, ormai inserite nel Paese che le ha accolte. Queste paladine del nuovo millennio lottano non solo per se stesse ma si impegnano per offrire aiuto ad altre donne musulmane perché possano conquistare una maggiore consapevolezza e determinazione per liberarsi, in molti casi, dal giogo della violenza domestica e da altri soprusi che sono costrette a subire nella vita di tutti i giorni.
“La chiamano la jihad delle donne, perché jihad, che i terroristi hanno trasformato in una parola terribile, simbolo di violenza ed orrore, significa in realtà “sfida personale”, tentativo di superare se stessi”1
Interessante la storia di Amina Wadud una donna di colore afroamericana con i capelli grigi, teologa che oggi insegna alla Starr King School e alla University of California di Berkeley che è diventata la prima imamah riconosciuta dei nostri tempi.

Una manifestazione delle donne giordane per l’abrogazione dell’articolo 308

Era il 18 marzo 2005 quando per la prima volta una donna ha sfidato l’ultimo avamposto di resistenza della supremazia maschile nell’Islam. Ha condotto la salh al-jum’ah, la preghiera del venerdì davanti a una ummah mista di fedeli, una comunità di uomini e donne alla Synod House della Cattedrale St. John the Divine di New York.” Amina, celebre per il suo libro “Qur’an and Women” (Il Corano e le Donne), prima analisi complessiva del Corano sulla base dell’uguaglianza dell’umanità è diventata il simbolo di una nuova corrente di femminismo.
Sherin Khankan, la prima donna Imam della Scandinavia. Di madre finlandese e padre siriano, un anno fa ha inaugurato la “Maryam Mosque”: una moschea femminile a Copenhagen dove, insieme con altre cinque Imam donne, guida la preghiera del venerdì, celebra nozze interreligiose e insegna ai giovani musulmani la via spirituale alla religione di Maometto. Si dichiara una femminista islamica. Ha imparato ad esserlo da suo padre, rifugiato siriano arrivato in Danimarca nei primi anni Settanta. Lui diceva che l’uomo perfetto è una donna. Ė una citazione del poeta sufi Ibn Arabi. Significa che un perfetto musulmano deve, in realtà, cercare di avvicinarsi all’ideale femminile. In una intervista a “Io Donna” del 3 aprile 2017 Sherin ha dichiarato che una delle esigenze emergenti per le giovani musulmane è quella di poter sposare un uomo di un’altra fede religiosa, pur continuando a essere musulmane a tutti gli effetti. L’interpretazione più diffusa della shar’ia permette a un uomo musulmano di sposare qualsiasi donna che abbia una fede monoteista, mentre ciò non è concesso a una donna musulmana, il cui marito può solo essere dello stesso credo religioso. Per una ragazza che cresce, studia e lavora in Europa le probabilità di innamorarsi e voler sposare un cristiano sono elevatissime. Così noi veniamo incontro a questa domanda celebrando nozze tra donne musulmane e uomini di altre fedi religiose, basandoci sul fatto che nel Corano non vi è esplicito divieto di matrimoni interreligiosi per le donne. Molte altre donne stanno seguendo gli insegnamenti di queste “Capitane Coraggiose”, costrette anch’esse ogni giorno a lottare per difendere se stesse ed i loro ideali e principi innovativi da una società e da una mentalità maschilista, ancora ben radicate con i loro usi e costumi.
Le femministe islamiche studiano ed analizzano il Corano con l’intenzione di riportare l’Islam alla sua essenza originaria, fatta di giustizia ed uguaglianza fra uomo e donna.

Note

1 “La jihad delle donne” di Luciana Capretti (Ediz. Salerno 2017) pag. 13.
2 http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2017/04/03/sherin-khankan-la-donna-imam-della-scandinavia-sono-una-femminista-islamico/?refresh_ce-cp

Fonti:
1. http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/stati/tunisia/2017/07/27/tunisia-passa-la-legge-contro-la-violenza-sulle-donne_f1df185a-af91-4ddb-9d3f-bd7657b314f2.html
2. http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/26/news/tunisia_legge_contro_violenza_donne-171724631/
3. http://www.lastampa.it/2017/07/28/societa/e-sempre-l-8-marzo/in-tunisia-passa-legge-contro-la-violenza-sulle-donne-4fzEQUGlXKQZYVxKsolWlI/pagina.html?lgut=1
4. https://www.hrw.org/news/2017/07/27/tunisia-landmark-step-shield-women-violence
5. https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/27/tunisia-passa-la-legge-contro-la-violenza-ce-vento-di-diritti-per-le-donne/3759085/
6. https://ilmanifesto.it/la-mobilitazione-delle-donne-tunisine-paga-la-legge-e-cambiata/
7. https://www.tpi.it/mondo/africa-e-medio-oriente/giordania/legge-stupro-matrimonio/
8. http://www.ilpost.it/2017/04/24/giordania-articolo-308/
9. https://www.amnesty.it/giordania-finisce-limpunita-gli-stupratori/
10. http://www.treccani.it/enciclopedia/islam-e-condizione-femminile_%28XXI-Secolo%29/
11. http://www.huffingtonpost.it/2016/07/13/velo-islamico-lavoro_n_10958322.html?utm_hp_ref=it-donne-islam
12. http://archivio.panorama.it/mondo/il-mio-iran/L-Islam-e-la-violenza-contro-le-donne-L-ANALISI
13. http://www.giovannidesio.it/articoli/donna%20e%20islam.htm
14. http://www.ingenere.it/finestre/donne-e-islam-una-passeggiata-libreria
15. http://www.lastampa.it/2016/11/23/cultura/opinioni/editoriali/per-i-saggi-del-cairo-il-velo-non-islamico-tjBhDmhFDLbOttB5XFGAAM/pagina.html
16. http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/11/velo-nellislam-una-scelta-libera-e-consapevole/526479/
17. http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2017/04/03/sherin-khankan-la-donna-imam-della-scandinavia-sono-una-femminista-islamico/?refresh_ce-cp
18. http://27esimaora.corriere.it/articolo/sapete-che-ce-un-femminismo-islamico-rilegge-il-corano-dalla-parte-delle-donne/?refresh_ce-cp
19. https://europa.eu/eyd2015/it/eu-european-parliament/posts/every-girl-and-woman-has-right-education
20. “La jihad delle donne” di Luciana Capretti (Ediz. Salerno 2017);
21. “Le donne nell’Islam” di Sherif Abdel Azim https://islamhouse.com/it/books/191529/

Paura, merce politica

La civiltà nasce dalle paure che oggi il potere trasforma in merce politica

Questo brano è tratto dal libro di Bauman «Moral Blindness. The Loss of Sensitivity in Liquid Modernity», dialogo con Leonidas Donskis in traduzione presso l’editore Laterza.

di ZYGMUNT BAUMAN

La paura è parte integrante della condizione umana. Potremo anche riuscire a eliminare una a una la maggior parte delle minacce che ingenerano paura (proprio a questo serviva secondo Freud la civiltà come organizzazione delle cose umane: a limitare o a eliminare del tutto le minacce dovute alla casualità della Natura, alla debolezza fisica e all’inimicizia del prossimo): ma almeno finora le nostre capacità sono ben lontane dal cancellare la «madre di tutte le paure», la «paura delle paure», quella paura ancestrale che deriva dalla consapevolezza della nostra mortalità e dall’impossibilità di sfuggire alla morte. Anche se oggi viviamo immersi in una «cultura della paura», la nostra consapevolezza che la morte sia inevitabile è il principale motivo per cui esiste la cultura, prima fonte e motore di ogni e qualsiasi cultura. Si può anzi concepire la cultura come sforzo costante, perennemente incompleto e in linea di principio interminabile per rendere vivibile una vita mortale. Oppure si può fare un ulteriore passo avanti: è la nostra consapevolezza di essere mortali, e dunque la nostra perenne paura di morire, a renderci umani e a rendere umano il nostro modo di essere-nel-mondo.

La cultura è il sedimento del tentativo incessante di rendere possibile vivere con la consapevolezza della mortalità. E se per puro caso dovessimo diventare immortali, come qualche volta (stoltamente) sogniamo, la cultura si fermerebbe di colpo, come hanno compreso sia Joseph Cartaphilus di Smirne, l’infaticabile cercatore della Città degli Immortali ideato da Jorge Luis Borges, sia Daniel, l’eroe de La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq destinato a essere clonato e riclonato all’infinito. Joseph Cartaphilus accerta di persona che Omero, essendosi reso conto della propria immortalità, e sapendo «che in un tempo infinito a ogni uomo accadono tutte le cose» e che dunque per questa stessa ragione sarebbe «impossibile […] non comporre, almeno una volta, l’Odissea», è destinato a ritornare troglodita. E Daniel25 comprende che una volta cancellata la prospettiva della fine del tempo e assicurato il carattere infinito dell’esistenza, «il solo fatto di esistere è già una sciagura» e la tentazione di rinunciare alla prerogativa della ulteriore clonazione andando verso «un nulla semplice, una pura assenza di contenuto», diventa irresistibile.

È stata proprio la consapevolezza di dover morire, della inevitabile brevità del tempo, della possibilità o probabilità che le visioni rimangano ir-realizzate, i progetti in-compiuti e le cose non fatte, a spronare gli uomini ad agire e l’immaginazione umana a spiccare il volo. È stata questa consapevolezza a rendere necessaria la creazione culturale e a trasformare gli esseri umani in creature culturali. Fin dai suoi albori, e per tutta la sua lunga storia, il motore della cultura è stato la necessità di colmare l’abisso che separa il transitorio dall’eterno, il finito dall’infinito, la vita mortale da quella immortale; l’impulso a costruire un ponte per passare da una parte all’altra del precipizio; l’istinto di consentire a noi mortali di incidere durevolmente sull’eternità, lasciandovi un segno immortale del nostro pur fugace passaggio.

Tutto ciò naturalmente non significa che le sorgenti della paura, il luogo che essa occupa nell’esistenza e il punto focale delle reazioni che evoca siano immutabili. Al contrario, ogni tipo di società e ogni epoca storica hanno le proprie paure, specifiche di quel tempo e di quella società. Se è incauto baloccarsi con la possibilità di un mondo alternativo «senza paura», descrivere invece con precisione i tratti distintivi della paura nella nostra epoca e nella nostra società è condizione indispensabile alla chiarezza dei fini e al realismo delle proposte.

I nostri progenitori quando avevano sete tracannavano la loro dose quotidiana di acqua dai torrenti, dai fiumi, dai pozzi, persino dalle pozzanghere… Noi acquistiamo in un negozio una bottiglia di plastica sigillata piena d’acqua, la portiamo tutto il giorno con noi, ovunque andiamo, e ogni tanto ne beviamo un sorso. È questo oggi a «fare la differenza», la stessa differenza che intercorre tra le paure contemporanee e quelle dei nostri antenati. In entrambi i casi, la differenza è la commercializzazione. Come l’acqua, la paura è diventata un prodotto di consumo ed è stata assoggettata alla logica e alle regole del mercato. È stata poi trasformata in merce politica, in valuta utile a condurre il gioco del potere. La quantità e l’intensità della paura nelle società umane non rispecchiano più la gravità oggettiva o l’imminenza del pericolo, ma l’abbondanza di offerte sul mercato e l’intensità della promozione (o propaganda) commerciale.

(traduzione di Fabio Galimberti)

Oggi è emergenza cultura

segnalato da Antonella

di Tomaso Montanari, vice presidente di Libertà e Giustizia

Il discorso è stato pronunciato in occasione della manifestazione Emergenza Cultura, che si è tenuta il 7 maggio a Roma.

Giuseppe Dossetti avrebbe voluto in Costituzione un articolo che dicesse che:

«La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino».

Oggi tutti noi siamo in questa piazza romana perché sentiamo questo dovere. E perché vogliamo esercitare questo diritto.

Lo vogliamo fare con tutta la nostra voce: e siamo felici che alle nostre voci si aggiunga quella potente della tromba marina del Tritone di Gian Lorenzo Bernini, che oggi è un nostro speciale compagno di lotta.

In questi mesi una serie di decisioni scellerate di questo governo – un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare resa possibile da una legge formalmente dichiarata incostituzionale – sta di fatto sradicando dalla Costituzione l’articolo 9.

Denuciamo che oggi la Repubblica non promuove lo sviluppo della cultura.

Non promuove la ricerca.

Non tutela il paesaggio, cioè l’ambiente.

Non tutela il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Oggi è emergenza cultura!

Nei primi colloqui che ho avuto con lui, il ministro Dario Franceschini (allora appena nominato) mi disse che il presidente del Consiglio aveva il progetto di abbattere la tutela pubblica del paesaggio e del patrimonio («far fuori le soprintendenze», mi disse). E che lui, il ministro, si sarebbe opposto.

Ebbene, i fatti – i fatti che ci hanno portato in questa piazza – certificano che quel confronto, se mai c’è stato davvero, l’ha vinto il presidente del Consiglio, e l’ha perso il ministro per i Beni culturali.

Anzi l’hanno perso il paesaggio e il patrimonio artistico: cioè tutti noi, e i nostri figli.

Noi chiediamo l’abrogazione dello Sblocca Italia: una legge criminogena che consegna l’Italia ai signori del cemento e del petrolio. Una legge scritta sotto la dettatura telefonica dellelobbies.

Vogliamo, invece, una legge che porti a zero il consumo suolo: una legge vera, non come quella, ipocrita e dannosa, che giace in Parlamento.

Chiediamo al governo di ritirare l’odioso provvedimento del silenzio assenso. Prima si sono svuotate le soprintendenze di mezzi e di personale. E, ora che non ce la fanno più a rispondere in tempi brevi, si vuol far pagare il conto ai cittadini: perché il famoso silenzio assenso servirà solo a costruire Grandi Opere Inutili. Utili, anzi, solo a chi le costruisce, e fatali per l’ambiente: e non di rado per la vita stessa dei cittadini, falciati da alluvioni e da frane provocate dal cemento.

Chiediamo al governo di rinunciare alla bestemmia del Ponte sullo Stretto.

Vogliamo l’Unica Grande Opera utile, e cioè il risanamento e la messa in sicurezza del territorio.

Chiediamo al governo di ritirare l’articolo della Legge Madia che mette le soprintendenze sotto i prefetti: che mette, cioè, la tutela tecnico-scientifica del territorio sotto il potere del governo stesso.

Nemmeno un governo eletto plebiscitariamente (e questo, notoriamente, non lo è) ha il potere di distruggere ciò che dobbiamo lasciare alle future generazioni. Siamo custodi, non padroni.

E la nostra voce è umile: ma contiene quella dei nostri figli, e dei figli dei nostri figli: finché non si spenga la luna. È il futuro che ci supplica di non distruggere la bella Italia.

Vogliamo che la soprintendenza sia una vera magistratura del territorio e del patrimonio storico e artistico. Indipendente dal potere politico.

Chiediamo, dunque, che ad essere finanziato sia il bilancio ordinario della tutela: e che il governo rinunci alle misure propagandistiche e clientelari del miliardo a pioggia su siti già ricchi, mentre il patrimonio diffuso (cioè il 90% del patrimonio), e le biblioteche e gli archivi muoiono, inesorabilmente, di fame e di sete.

Chiediamo che cessino l’umiliazione, il disprezzo e il mobbing di Renzi e Franceschini contro i lavoratori del Ministero per i Beni culturali. Un’arroganza intollerabile sta colpendo chi ha dedicato la vita a questi insostituibili beni comuni.

Quei funzionari che hanno provato a parlare con noi in questi giorni sono stati colpiti da provvedimenti disciplinari: imbarazzanti, umilianti anticostituzionali.

Ma queste misure fasciste non ci intimidiscono: la nostra voce è la loro voce.

Vogliamo che la cultura diventi davvero un servizio pubblico essenziale: ma non per comprimere i diritti sindacali dei lavoratori che la fanno vivere, ma perché tutti possano accedervi, gratuitamente.

E chiediamo che i ministri della Repubblica che non garantiscono questo servizio, si dimettano.

Chiediamo lavoro per i nostri laureati, specializzati, dottorati. Chiediamo lavoro Vero: non Nero.

Non stages. Non tirocinii. Non contratti di formazione. Non volontariato. Non assunzioni una tantum a numeri tondi: che servono solo alla propaganda del ministro.

Vogliamo un lavoro vero, dignitoso, sicuro. Con assunzioni regolari, ogni anno.

Diciamo no ai musei-supermercato, con direttori, consigli d’amministrazione e perfino consigli scientifici nominati dalla politica, nazionale e locale.

Vogliamo invece che i musei siano vissuti da comunità di ricercatori residenti: che ne facciano spazi di cittadinanza inclusivi, luoghi liberi dal mercato e dal marketing. Luoghi di cultura vera: cioè libera.

Vogliamo una scuola buona: non la #buonascuola.

Non vogliamo una scuola che sia l’avviamento alla vendita del brand Italia.

Vogliamo, invece, che a scuola gli italiani imparino fin da bambini la storia dell’arte come una lingua viva.

Per saper leggere, per saper amare, per saper godere di questo paese ancora, nonostante tutto, straordinariamente bello.

Oggi siamo in questa piazza per la cultura. Ma cos’è la cultura?

La cultura è la costruzione della nostra umanità.

La cultura è lo strumento per esercitare la nostra sovranità.

È la misura della nostra capacità di partecipare alla democrazia.

La cultura è un antidoto al potere totalitario del mercato.

La cultura è la condizione fondamentale per il pieno sviluppo della persona umana, per un’inclusione vera, per la realizzazione dell’eguaglianza sostanziale.

La cultura – ha detto Claudio Abbado – serve a distinguere il bene dal male. A giudicare chi ci governa. La cultura salva.

«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura, e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione»

Siamo qua per chiedere con tutta la nostra voce che il nono articolo della Costituzione italiana non venga tradito, estirpato, distrutto.

Siamo qua per chiedere che venga finalmente attuato

Non smetteremo di combattere finché questo non accadrà.

Grazie per aver condiviso il cammino di emergenza cultura. Questo è solo l’inizio.

W l’articolo 9, W la Costituzione, W la Repubblica!

 

 

La scuola in piazza

 

Proseguono, come già annunciato, le iniziative di mobilitazione dei cinque sindacati rappresentativi della scuola dopo lo sciopero generale del 5 maggio.

FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola, Snals Confsal e Gilda Unams promuovono per venerdì 5 giugno “La cultura in piazza”, un’iniziativa a livello territoriale con fiaccolate che avranno luogo contemporaneamente in tutte le principali città italiane.

Cosa chiederanno le piazze italiane? Che il DDL in discussione al senato venga radicalmente cambiato. Perché così com’è peggiora la qualità della scuola pubblica, non risolve il problema del precariato, afferma logiche autoritarie e incostituzionali nella gestione organizzativa delle scuole, mette in discussione diritti e libertà e cancella la contrattazione. In altre parole: realizza tutto meno che una “buona scuola”.

Fai sentire la tua voce e partecipa anche tu

Agrigento, Alessandria, Aosta, Arezzo (e le altre iniziative in Toscana), Benevento, Bologna,CagliariCaltanissetta, Castrovillari, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Feltre, Genova, LivornoMacerata, Mantova (e le altre iniziative in Lombardia), Messina, Modena, Napoli, Nuoro, Palermo,Perugia, Ragusa, Ravenna, Roma, San Benedetto del Tronto, Savona, Termoli, Terni, Torino,Udine, Vibo Valentia.

La cultura della cultura

segnalato da Andrea

L’INTERVENTO DI SALVATORE SETTIS AL CONVEGNO DI BOLOGNA

di Giovanni Cocchi – retescuole.net, 30/11/2014

Parlando di cultura e scuola in tempo di crisi, il punto di partenza è obbligato: è prevalsa in Italia una versione dei fatti, sbandierata dalla destra e vissuta con rassegnazione da buona parte della sinistra, secondo cui in tempo di crisi ridurre le risorse (cioè tagliare le gambe) alla ricerca, alla scuola, all’Università, al teatro, alla tutela dei beni culturali, alla musica è non solo necessario ma giusto. Questa volgare mistificazione, di solito citata con la formuletta (attribuita a Tremonti) “la cultura non si mangia”, ha un corollario importante: la riduzione dei fondi pubblici, dicono lorsignori, innescherà un processo virtuoso, per cui non solo si spenderà meglio quel poco che c’è, ma prontamente interverranno i privati ad assicurare il funzionamento delle istituzioni.

Vale la pena di smontare in poche mosse questo traballante castello di carta. Prima di tutto, non è vero che la politica dei tagli alla spesa pubblica in cultura sia una reazione-standard dei governi di destra alla crisi. Non è quello che ha fatto la Francia di Sarkozy, che anzi ha “sanctuarisé” le spese in cultura (dichiarazione del ministro Frédéric Mitterrand, 29 maggio 2012), e ha lanciato un programma di accresciuti investimenti in ricerca per 21,9 miliardi di euro nel quinquennio (discorso del ministro Valérie Pécresse, 1 giugno 2010). Non è quello che ha fatto la Germania di Angela Merkel, che anzi ha incrementato i fondi per la ricerca di 10 miliardi di euro con la Exzellenzinitiative lanciata tre anni fa e ancora in corso. Lo spirito di questi provvedimenti in questi due Paesi europei è identico a quello espresso dal presidente Obama nel suo discorso alla National Academy of Sciences del 27 aprile 2009: «In un momento difficile come il presente, c’è chi dice che non possiamo permetterci di investire in ricerca, che sostenere la scienza è un lusso in una fase in cui bisogna dare priorità a ciò che è assolutamente necessario. Sono di opinione opposta. Oggi la ricerca è più essenziale che mai alla nostra prosperità, sicurezza, salute, ambiente, qualità della vita. (…) Per reagire alla crisi, oggi è il momento giusto per investire molto più di quanto si sia mai fatto nella ricerca applicata e nella ricerca di base, anche se in qualche caso i risultati si potranno vedere solo fra dieci anni o più: (…) i finanziamenti pubblici sono essenziali proprio dove i privati non osano rischiare. All’alto rischio corrispondono infatti alti benefici per la nostra economia e la nostra società».

Reagire alla crisi economica tagliando gli investimenti pubblici in cultura, dunque, non è la politica delle destre europee, bensì una specialità della destra italiana. Ma di quale destra? Una delle favolette consolatorie che ci raccontiamo per addormentarci è che vi sarebbero in Italia due destre: una destra becera e indecente (quella di Berlusconi, di Bossi, di Alemanno), per fortuna ormai sgominata; e una destra colta, “pulita” e tecnocratica che si è incarnata nel governo “tecnico”, e che si è poi riversata nella destra ai governi delle “larghe intese”, basata oggi sul patto di carta fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.

Ma non dobbiamo accecare noi stessi al punto di non vedere che, sotto molti aspetti, dall’una all’altra destra nulla è cambiato: e questo è vero in particolare per quel che riguarda la spesa sociale e gli investimenti in cultura. Fra Gelmini e Giannini c’è una perfetta continuità di intenti, con un continuo depotenziamento della scuola, dell’università, della ricerca. Dobbiamo dunque constatare amaramente che il disprezzo per la cultura e la deliberata intenzione di relegarla al margine delle politiche pubbliche non è un attributo della destra “becera”, ma anche della destra “pulita” e tecnocratica, quella che ancor oggi ci governa, appena travestita sotto il velo di una strana maggioranza. Allargando le braccia, e magari fingendo di vergognarsi, si tagliano le spese in cultura, dando per scontato che scuola e ricerca siano optional a cui dedicare solo il superfluo (che non c’è mai).

Spendere per la scuola, per i musei o per i teatri è dunque, in Italia e solo in Italia, considerato un lusso che in tempi di magra non ci possiamo permettere. Possiamo vederlo bene ricordando un famoso articolo di Alessandro Baricco su Repubblica del 24 febbraio 2009. Il titolo era : Basta soldi di Stato al teatro. Un titolo eloquente. In tempi di crisi, questa la sua tesi, non si può pensare che la cultura sia finanziata con fondi pubblici. È arrivato il momento di scegliere. Basta soldi di Stato al teatro, puntiamo sulla scuola e la televisione, le sole cose che contino «nel paesaggio che ci circonda» (per la loro dimensione di massa). Quanto al teatro, all’opera lirica e così via, «meglio lasciar fare al mercato e non disturbare», tanto più che «se non sono stagnanti, poco ci manca». Ergo: tagliare tutti i fondi a musica e teatro, spostandoli integralmente sulla scuola e la televisione, «il Paese reale è lì». Sarebbe interessante analizzare le reazioni a questo articolo, ma non ce n’è il tempo: ricordo solo l’esultanza degli allora ministri Brunetta e Bondi e le critiche acute di Eugenio Scalfari. Più tardi, Vincenzo Cerami sull’Unità (3.1.2010) e Gioacchino Lanza Tomasi sul Sole ( 17.1.2010) hanno lapidariamente osservato che anche alla sinistra «manca la cultura della cultura». Non è un gioco di parole. Cultura della cultura vuol dire sapere che le attività artistiche, la creazione letteraria, la ricerca scientifica, i progetti museografici, la scuola, l’università hanno una funzione alta e insostituibile nella società. Sono luoghi di consapevolezza e di educazione alla creatività, alla democrazia e ai valori civici e identitari : il cuore di quella capacità di crescita endogena che i migliori economisti individuano come uno stimolo potente all’innovazione e all’occupazione non di quei settori specifici, ma di una società nel suo insieme.

Qualche domanda, allora:

  1. perché in Italia si taglia, altrove l’investimento in cultura è visto come una reazione positiva alla crisi?
  2. ha ragione Baricco di chiedere più soldi per la scuola e una decente TV pubblica che recuperi (se mai è possibile) il degrado culturale che proprio la televisione, privata e pubblica, va consolidando. Ma perché va fatto a spese del teatro (o del patrimonio culturale? o della ricerca e dell’Università? o della tutela del paesaggio?). In quale Paese al mondo si è mai dovuto scegliere fra scuola e musica, fra televisione e teatro?
  3. «Spostate quei soldi», scriveva Baricco, e intendeva : spostate su scuola e TV i fondi del teatro. Come se vi fosse un “paniere cultura”, necessariamente magrissimo, da cui pescare, in alternativa, o per la scuola o per l’opera. E perché mai non potremmo dire: «Spostate quei soldi», ma intendendo quelli destinati a opere inutili anzi dannose come il Ponte sullo Stretto, le varie Tav, la dannosa autostrada Orte-Mestre e le altre cementificazioni dello Sblocca-Italia, il cosiddetto salvataggio Alitalia che ha borseggiato il contribuente, e così via?

Ci viene propinata quotidianamente una dose letale di perversa retorica dello sviluppo inteso come profitto delle imprese e non come crescita civile ed economica del Paese. Storditi da un pulviscolo di cifre e dalla necessaria genuflessione al Dio Mercato, dimentichiamo che non può esservi nessun vero sviluppo economico, se non è anche crescita democratica del Paese. Dimentichiamo che la cultura non è un lusso, ma è stimolo potente di creatività non solo artistica e letteraria, ma scientifica e industriale. Quella creatività che produce innovazione e lavoro, e che oggi in Italia è agonizzante perché ha ceduto il passo ai facili guadagni di un’edilizia di pessima qualità, al riciclaggio dei denari delle mafie, allo smontaggio dello Stato e dei beni pubblici, oggetto privilegiato di un’economia di rapina che non produce nuova ricchezza, ma sposta le risorse dalla comunità dei cittadini alle nuove caste prodotte dal neoliberismo spinto che ci governa.

Per smontare la catena di menzogne che ci soffoca, è vitale ricordarsi che il “paniere cultura” non sta sotto una campana di vetro. È parte essenziale di un largo orizzonte di diritti, che ha nella Costituzione repubblicana il suo perfetto manifesto. La nostra Costituzione è davvero “la grande incompiuta” (Calamandrei): non è una ragione per cambiarla, bensì per esigere che venga finalmente messa in pratica. Il grandioso progetto che sinora non abbiamo saputo tradurre in pratica si esprime al meglio nell’art. 9, secondo cui «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Essenziale alla legalità di una Repubblica che è e deve restare «una e indivisibile» (art. 5 Cost.), il principio espresso nell’art. 9 si lega ad altri articoli della Costituzione in una sapiente architettura di valori. Esso va inteso come espressione dei «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art. 2); dev’essere indirizzato al «pieno sviluppo della personalità umana» (art. 3) e collegato alla piena libertà di pensiero e di parola (art. 21), alla libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento (art. 33), alla centralità della scuola pubblica statale e al diritto allo studio (art. 34). La tutela del paesaggio, inoltre, concorre alla formazione della nozione di ambiente come valore costituzionale primario convergendo con la tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (art. 32). Secondo la Costituzione il bene comune non comprime, ma limita i diritti di privati e imprese: alla proprietà privata deve essere «assicurata la funzione sociale» (art. 42), la libertà d’impresa «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (art. 41).

Dando tanto risalto alla cultura, la Costituzione è in sintonia con grandi tendenze culturali del nostro tempo, secondo cui «l’etica dev’essere una condizione del mondo, come la logica» (Wittgenstein). La cultura fa parte dello stesso identico orizzonte di valori costituzionali che include il diritto al lavoro, la tutela della salute, la libertà personale, la democrazia. Perciò dobbiamo reagire contro l’indifferenza che uccide la democrazia, contro la tirannia antipolitica dei mercati. Io condivido pienamente quanto ha scritto Zagrebelsky: “antipolitica è una parola violenta e disonesta”, se applicata a movimenti di cittadini, anche confusi e sgangherati: se “antipolitico” è quel che opera contro la democrazia, nulla di più antipolitico della cieca forza dei mercati, a cui pure destra e sinistra si genuflettono senza fiatare. Dobbiamo rilanciare l’etica della cittadinanza, puntando su mete necessarie: giustizia sociale, tutela dell’ambiente, priorità del bene comune sul profitto del singolo. Dobbiamo far leva sui beni comuni come garanzia delle libertà pubbliche e dei diritti civili. Recuperare spirito comunitario, pensare anche in nome delle generazioni future. Ambiente, patrimonio culturale, salute, ricerca, educazione incarnano valori di cui la Costituzione è il manifesto: libertà, eguaglianza, diritto al lavoro. La scuola pubblica statale è lo snodo necessario fra l’orizzonte dei diritti e l’esercizio attivo della cittadinanza: perciò dovrebbe costituire il più importante investimento del Paese sul proprio futuro. Nessuno può dire “non ci sono risorse per farlo”: in un Paese che nel solo 2012 non ha pagato 154,4 miliardi di euro di tasse (dati Confcommercio), le risorse ci sono, ma vengono lasciate nel cassetto dell’evasione fiscale.

Ricordiamo l’ammonimento di Brecht «per la difesa della cultura» al I e al II congresso internazionale degli scrittori: «Si abbia pietà della cultura, ma prima di tutto si abbia pietà degli uomini! La cultura è salva quando sono salvi gli uomini. Non lasciamoci trascinare dall’affermazione che gli uomini esistono per la cultura, e non la cultura per gli uomini. (…) Riflettiamo sulle radici del male! (…) scendiamo sempre più in profondo, attraverso un inferno di atrocità, fino a giungere là dove una piccola parte dell’umanità ha ancorato il suo spietato dominio, sfruttando il prossimo a prezzo dell’abbandono delle leggi della convivenza umana (…), sferrando un attacco generale contro ogni forma di cultura. Ma la cultura non si può separare dal complesso dell’attività produttiva di un popolo, tanto più quando un unico assalto violento sottrae al popolo il pane e la poesia.» E Brecht conclude esortando a lottare per la cultura anche in nome della produttività, oltre che della libertà.

Per condurre questa battaglia, non c’è arma migliore della Costituzione repubblicana. Per la Costituzione, la comunità dei cittadini è fonte delle leggi e titolare dei diritti. Dobbiamo dunque riguadagnare sovranità, nello spirito della Costituzione, cercando nei movimenti civici il meccanismo-base della democrazia, il serbatoio delle idee per una nuova agenda della politica. Dobbiamo dare nuova legittimazione alla democrazia rappresentativa facendo esplodere le contraddizioni fra i diritti costituzionali e le pratiche di governo che li calpestano in obbedienza ai mercati. Dobbiamo ricreare la cultura che muove le norme, ripristina la legalità, progetta il futuro. Serve oggi una nuova consapevolezza, una nuova responsabilità. Una forte azione popolare in difesa del bene comune, della cultura, della scuola, di un’Italia declinata al futuro all’insegna della sua Costituzione.

Marathon!

segnalato da barbarasiberiana

FAIMARATHON

DOMENICA 12 OTTOBRE, IN TUTTA ITALIA

faimarathon

FAIMARATHON è un evento culturale, non sportivo, organizzato dalle Delegazioni e dai volontari FAI e realizzato grazie alla partnership con Il Gioco del Lotto, a sostegno della campagna di raccolta fondi del FAI “Ricordati di salvare l’Italia”.

E’ una maratona originale perché esortiamo a… non correre! E scopri l’Italia intorno a te… il FAI invita gli italiani a scoprire e riscoprire i paesaggi urbani ed extraurbani nei quali vivono tutti i giorni, ma di cui spesso ignorano le bellezze, il valore, la storia: dai palazzi ai negozi storici, dai teatri ai cortili, dalle chiese alle piazze, dalle scuole ai vicoli, dai ponti ai giardini… luoghi che spesso non abbiamo il tempo di apprezzare a causa della nostra vita frenetica.

La FAIMARATHON è una passeggiata a tappe: basta cercare sul sito l’itinerario che più ti interessa, presentarsi al punto di partenza durante gli orari indicati (partenze scaglionate di norma tutto il giorno), dare il contributo per la partecipazione, ritirare il kit… e partire! In ogni tappa ci saranno i volontari del FAI ad illustrare il luogo, che molto spesso sarà visitabile anche all’interno.

L’Italia è un luogo unico, stupisce in ogni stagione, coinvolge ad ogni età. FAIMARATHON è esempio concreto di esperienza positiva, è l’evento di raccolta fondi più allegro d’Italia! Partecipare a FAIMARATHON significa aprire gli occhi, cambiare il proprio sguardo, divertirsi con i propri amici e la propria famiglia vivendo un’esperienza unica. Gli itinerari proposti sono tematici e accattivanti: tanti modi diversi per divertirsi, tanti modi diversi per guardare con occhi nuovi la propria città e i luoghi dove viviamo.

Partecipare a Faimarathon significa inoltre aiutare il FAI a salvare l’Italia: la raccolta fondi proposta tramite questo evento è finalizzata ai progetti di recupero e restauro della Fondazione, che permettono di salvare luoghi d’Italia altrimenti abbandonati. Questo non tanto per conservarli “e basta”, vuoti e disabitati, quanto per aprirli al pubblico e farli vivere, proponendo esperienze positive e coinvolgenti.

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BiblioPride 2014

GIORNATA NAZIONALE DELLE BIBLIOTECHE BIBLIOPRIDE 2014

bibliopride

  “Le biblioteche hanno valore sociale

III giornata nazionale delle biblioteche

Bibliopride 2014 in Puglia

Dopo il successo delle prime due edizioni svoltesi a Napoli nel 2012 e a Firenze nel 2013, l’Associazione Italiana Biblioteche, promuove la 3. Giornata nazionale delle biblioteche in Puglia, focalizzandola in diverse città scelte come simboli del valore sociale della biblioteca.

Il Bibliopride è una manifestazione annuale promossa dall’AIB per ribadire l’importanza del sistema bibliotecario nazionale per la crescita culturale, economica e sociale del nostro Paese; una occasione di sorprese e di scoperte per tutti gli italiani, lettori e non lettori, frequentatori di biblioteche e non; un’affermazione d’orgoglio per tutti i bibliotecari, che vogliono ribadire pubblicamente l’amore per la loro professione e chiedere maggiore attenzione da parte delle istituzioni sulle biblioteche come servizio essenziale per la vita culturale, sociale e civile del Paese, presìdi di democrazia fondati sulla libertà di espressione e sul confronto delle idee.

Le biblioteche costituiscono un’infrastruttura della conoscenza che raccoglie, organizza e rende disponibili i prodotti della creatività e dell’ingegno, fornisce accesso a una pluralità di saperi e di informazioni, agevola l’attività dei ricercatori e degli studiosi, tutela la memoria culturale della nazione, offre a tutti i cittadini occasioni di crescita personale e culturale, favorendo l’acquisizione di competenze che possono essere spese nella vita sociale e lavorativa. Ma le biblioteche sono oggi anche luoghi di scoperta e di partecipazione, ambienti di apprendimento dove le persone possono imparare a dominare le tecnologie e a muoversi nel mondo sempre più esteso dell’informazione e dei saperi. Luoghi aperti, gratuiti, alla portata di tutti, che attendono solo di essere scoperti e valorizzati.

Le biblioteche italiane sono la rampa di lancio di una nazione che intende puntare sullo sviluppo delle capacità e delle competenze, sul merito che si manifesta a partire dall’uguaglianza delle opportunità concesse a tutti.

Lo scopo del Bibliopride 2014 è quello di ribadire alla collettività nazionale e al sistema istituzionale pubblico e privato che le biblioteche già svolgono e possono ancora meglio svolgere un prezioso ruolo sociale nella società italiana in tempo di crisi, migliorando la vita delle persone e la qualità dei territori.

Periodo di svolgimento del Bibliopride 2014: da sabato 4 ottobre a venerdì 31 ottobre.

La giornata inaugurale, ossia l’avvio della manifestazione, si svolgerà sabato 4 ottobre 2014 a Lecce in vari spazi della città. La scelta di Lecce per l’evento inaugurale scaturisce dal fatto che la città partecipa, come altre italiane, alla candidatura di Capitale Europea della Cultura per il 2019.

Dopo la giornata inaugurale Bibliopride 2014 si svolgerà nell’intera Regione, secondo il seguente calendario:

Provincia di Lecce: dal 4 al 10 ottobre

Province di Taranto e Brindisi: dall’11 al 17 ottobre

Provincia di Foggia: dal 18 al 24 ottobre

Province di Bari e BAT: dal 25 al 31 ottobre

Nelle città capoluogo di provincia si svolgeranno alcune iniziative particolarmente simboliche.

Bibliopride 2014 vedrà la partecipazione di personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e delle istituzioni.

L’iniziativa è stata pensata come una festa alla quale partecipino direttamente anzitutto i cittadini, insieme ai bibliotecari e a tutti coloro che, a vario titolo, lavorano nelle e con le biblioteche: librai, autori, promotori della lettura, editori, fornitori, scuole, università, musei, archivi, associazioni, fondazioni e operatori culturali.

QUI tutte le informazioni utili.

Giornate dei castelli

Il 24/25 maggio l’Istituto Italiano dei Castelli organizza la sedicesima edizione delle Giornate Nazionali dei Castelli.

Castelli, fortezze, borghi murati e torri. Il patrimonio di architettura fortificata nazionale è immenso e vario. Esso costituisce una componente assai rilevante dei beni culturali del Paese, secondo soltanto all’architettura religiosa.

Dal 1964, anno di nascita dell’Istituto Italiano dei Castelli, enormi progressi sono stati fatti nel campo della tutela e valorizzazione dell’architettura castellana e parte di ciò si deve anche all’opera di promozione culturale e scientifica che sempre più intensamente nel corso degli anni l’Istituto ha svolto su tutto il territorio nazionale. La catalogazione di tutte le opere difensive, gli itinerari castellani, il premio per gli studenti che si laureano su tematiche afferenti l’architettura castellana, le Giornate Nazionali dei Castelli sono soltanto alcune delle iniziative che l’Istituto annualmente sviluppa.

In occasione della XVI edizione delle Giornate Nazionali dei Castelli, che si svolgerà quest’anno il 24 e 25 maggio, si apriranno in tutta Italia, come è ormai consuetudine, castelli solitamente preclusi alla visita, si terranno tavole rotonde, mostre e dibattiti per la valorizzazione dell’immenso patrimonio castellano del nostro paese.

Per consultare Il programma dettagliato clicca qui: Programma dettagliato 2014

Per consultare Il programma dettagliato delle singole sezioni clicca qui: Sezioni

La pagina dell’evento QUI