Delrio

Studiare da premier

Minniti, Amato, Calenda o la Boschi: ecco chi sta lavorando per diventare il prossimo premier

Nessun partito riuscirà a mandare a Palazzo Chigi il suo leader alle prossime elezioni. Così fioriscono le diverse ipotesi di mediazione tra i partiti. Ma alla fine a scegliere sarà Mattarella.

di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 23 agosto 2017

Minniti, Amato, Calenda o la Boschi: ecco chi sta lavorando per diventare il prossimo premierNon c’erano i migranti nel Mediterraneo, ma i boat-people del Vietnam. Non c’era la ripresina, ma l’inflazione al 14,5 per cento. E quell’anno fu inaugurata l’ottava legislatura repubblicana, mentre nel 2018 sarà eletta la diciottesima.

Ma per il resto tutto riporta la politica italiana a somigliare incredibilmente al 1979, con un salto all’indietro di quasi quarant’anni. Quando “L’Espresso”, il 15 luglio, per la penna di Guido Quaranta, pronosticava l’avvento di «capi di governo entranti, balneari, in pectore, recidivi», avvertendo che «la rosa di Palazzo Chigi è sempre più spinosa». Faceva i nomi dei candidati alla presidenza del Consiglio: Andreotti, Piccoli, Saragat, Forlani, Pandolfi, Visentini. E si domandava sconsolato: «Da quale di questi uomini comprereste un’auto usata?».

Sarà meglio cominciare ad abituarsi: cambiati i nomi, sembra un retroscena dell’estate 2017. Stagione di roventi battaglie sotto il pelo dell’acqua per la politica italiana, in vista di una campagna elettorale con pochissime certezze.

La prima: senza una nuova legge nessuno vincerà nelle urne e nessun partito avrà da solo la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Non succede da un quarto di secolo: nel 2013 la coalizione Italia bene comune guidata dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani aveva la maggioranza dei seggi alla Camera per effetto del premio garantito dal Porcellum, ma non al Senato. La seconda certezza: in assenza di vincitore toccherà a Sergio Mattarella individuare il nome del prescelto per Palazzo Chigi sulla base di due valutazioni, la capacità di formare un governo di coalizione con partiti che in campagna elettorale si sono dichiarati alternativi e la possibilità di garantire un periodo di stabilità non solo politica ma anche istituzionale, come stanno chiedendo in queste settimane i settori più esposti sui fronti caldi, da quello mediterraneo in politica estera a quello europeo in politica economica. Per questo le lobby si sono messe già in movimento, sponsorizzando sotto traccia, ma neppure più di tanto, questo o quel nome.

Nel 2018, a complicare la situazione, arriveranno a scadenza tutti i vertici degli apparati di sicurezza e ordine pubblico, al centro in questi mesi di tutte le vicende più delicate, dall’inchiesta Consip in cui è indagato il comandante generale uscente dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette al caso Regeni in cui è impegnata da due anni l’intelligence italiana, per non parlare dello scacchiere libico.

Scadono tutti insieme il capo della Polizia Franco Gabrielli (nominato dal governo Renzi con un mandato di soli due anni), il capo del Dis Alessandro Pansa, i numero uno dell’Aisi Mario Parente e dell’Aise Alberto Manenti, i vertici della Guardia di Finanza Giorgio Toschi, della Marina Valter Girardelli, dell’Aeronautica Enzo Vecciarelli, oltre al capo di Stato maggiore della Difesa generale Claudio Graziano e dell’Esercito Danilo Errico.

Un risiko senza precedenti. E nel Palazzo, in modo sotterraneo, si discute se sia opportuno che un governo in scadenza, e per di più nato come provvisorio e a termine, come quello di Paolo Gentiloni, metta mano a una simile tornata di nomine, dopo aver già indicato gli amministratori degli enti partecipati (Eni, Enel, Leonardo-Finmeccanica, Poste, Ferrovie, Terna), il direttore generale della Rai Mario Orfeo e, nelle prossime settimane, il governatore di Banca d’Italia (favorito per il secondo mandato l’uscente Ignazio Visco).

Paolo Gentiloni

In rari casi un governo ha avuto un potere così grande per incidere con le nomine sugli equilibri futuri. C’è chi fa notare che si tratta di pura apparenza, perché in realtà Palazzo Chigi non fa altro che ratificare, e in molti casi prorogare, decisioni giù prese, avvicendamenti scontati, filiere che si auto-riproducono in base alle logiche interne a ciascuna arma o apparato.

E infatti anche in questo caso girano i nomi dei successori, quasi sempre i numeri due che salgono a numero uno. Anche in questo caso, quindi, il governo Gentiloni si comporterebbe da facilitatore, come si definì il premier durante la presentazione alle Camere del suo programma, più che da decisionista, come è stato nel caso del predecessore Matteo Renzi. Ma è un’osservazione che conferma l’ipotesi di partenza: nei prossimi mesi le due partite, per le nomine in arrivo e per la poltronissima di Palazzo Chigi, finiranno per incrociarsi. E ogni candidato sta chiamando a raccolta i suoi sponsor: in passato servivano le tessere, il peso della corrente nel partito di maggioranza relativa, l’eterna Dc. Oggi, finita la fase del nome indicato sulla scheda elettorale, la corsa per Palazzo Chigi somiglia a quella per il Quirinale: il candidato viene selezionato sulla base dei suoi appoggi istituzionali e sulla trasversalità, il consenso che arriva fuori dal partito di appartenenza.

Giuliano Amato

Ecco perché torna a girare il nome di Giuliano Amato: bocciato nel 2015 da Renzi per il Quirinale perché portato da Berlusconi e da Massimo D’Alema, potrebbe tornare utile per Palazzo Chigi. Ecco perché si stanno muovendo per tempo a caccia di alleanze i ministri in carica. Ognuno attento a costruire la sua candidatura tassello per tassello.

Per Marco Minniti, per esempio, il Viminale è stato il coronamento di una carriera politica, come fu per Francesco Cossiga, che dell’attuale ministro dell’Interno è stato amico: toccava a Minniti, sottosegretario a Palazzo Chigi, tenere i rapporti con l’ex presidente per conto di Massimo D’Alema presidente del Consiglio, le telefonate dal condominio di via Ennio Quirino Visconti arrivavano puntuali alle prime ore dell’alba.

Nel già citato 1979 Cossiga fu incaricato dal presidente della Repubblica Sandro Pertini di risolvere una crisi inestricabile, la più lunga della storia repubblicana, e in quel momento sembrava avviato al tramonto, un anno prima si era dimesso da ministro dell’Interno per non essere riuscito a salvare Aldo Moro. Invece quelle dimissioni furono il suo trampolino di lancio: divenne presidente del Consiglio, del Senato e della Repubblica nel giro di sei anni, senza poter contare su truppe e correnti, ma con il vistoso supporto di apparati interni e internazionali.

Marco Minniti

Minniti non vive una stagione di tramonto, anzi, è in continua ascesa. Celebrato dal “New York Times” e dai giornali berlusconiani, piace perfino al “Fatto quotidiano”, le polemiche sulle Ong nel Mediterraneo non sembrano fermarlo, «posso fare errori e cazzate, ma non per inconsapevolezza, so benissimo quello che faccio», ripete con tutti gli interlocutori, è il suo slogan. Nei tavoli di gestione dell’ordine pubblico si muove a suo agio, come un tecnico che però è dotato di sensibilità politica e di rapporti (mai sbandierati ma solidissimi) con la stampa. Gli apparati di sicurezza vedono in lui il vero capo, la sua parola sarà decisiva nella partita delle nomine. E qualcuno a questo punto si chiede se si fermerà qui: l’apprezzamento ricevuto da Quirinale, Palazzo Chigi e Vaticano fanno di lui uno tra i pochissimi ministri certo della riconferma (a meno che non ci sia un governo del Movimento 5 Stelle), ma non è detto che la sua scalata si fermi al Viminale.

Graziano Delrio

A sospettarlo, più di tutti, è stato Renzi che ha dato il via libera alla polemica ferragostana del ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio contro Minniti in difesa del trasbordo nei porti italiani dei migranti a bordo delle navi delle Ong. Delrio, nel governo Gentiloni, rappresenta il renziano di rito ulivista. Reggiano, amico di Romano Prodi e di Arturo Parisi, sostiene la necessità di un’alleanza larga che va dai centristi di Angelino Alfano a Giuliano Pisapia, con cui ha lavorato all’epoca della presidenza dell’Anci, l’associazione dei comuni italiani.

In caso di governo di coalizione sarebbe l’ipotesi della premiership di un renziano aperto alle altre forze del centrosinistra, compresi gli ex Pd di Bersani (sono ottimi i suoi rapporti con Vasco Errani). Un altro candidato in pectore, il ministro della Cultura Dario Franceschini, pensa di andare oltre e già da tempo manda segnali nel campo berlusconiano. «Bisogna separare i moderati dai populisti», è il suo mantra, ovvero accelerare il divorzio tra Berlusconi e Matteo Salvini. Anche se con Renzi i rapporti sono ai minimi termini, può contare su un antico rapporto con Mattarella. Il suo nome potrebbe uscire come punto di equilibrio in caso di sconfitta di Renzi.

Finito? No, perché nella lista dei ministri in carica che si muovono da candidati premier vanno inseriti almeno altri due nomi. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan è molto attivo nel rivendicare alle politiche del governo, a sé più che a Renzi, l’imprevista crescita in arrivo: sarebbe il nome più gradito a Bruxelles e a Francoforte. Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda è sostenuto da ambienti confindustriali, Luca Cordero di Montezemolo ne ha rivendicato la scoperta nella lunga intervista al “Giornale” berlusconiano per i suoi settant’anni («Carlo sta facendo un gran lavoro al governo. È cresciuto con me in Ferrari e nella mia Confindustria, arrivò a Maranello che era un ragazzino»): il suo sarebbe un governo di larghe intese tecnico-politico.

C’è infine un’altra candidatura per ora coperta che potrebbe rappresentare la carta a sorpresa di Renzi. «Non saranno altri a escludermi da Palazzo Chigi, deciderò io», dice infatti l’ex premier. E se dovesse scegliere di fare il passo indietro di fronte ai veti incrociati potrebbe estrarre il nome della fedelissima. La sottosegretaria Maria Elena Boschi ha lavorato in questi mesi sottotraccia per rafforzare il suo potere nei ministeri e nel circuito dell’alta dirigenza statale, il club esclusivo dei commis di Stato che sorvegliano, promuovono o ostacolano le carriere dei politici. La Boschi può contare su una rete di protezione istituzionale, costruita attraverso gli uomini a lei più vicini, il segretario generale di Palazzo Chigi Paolo Aquilanti, il suo braccio destro Cristiano Ceresani, capo dell’ufficio di segreteria del Consiglio dei ministri.

 

Un circuito pronto a sorreggere l’ascesa al gradino superiore nel 2018: la presidenza della Camera, al posto di Laura Boldrini, o addirittura il grande salto, l’ambizione mai nascosta dalla Boschi di diventare la prima donna premier della storia nazionale.

Bisognerà vedere cosa ne pensa Renzi, che assiste al valzer delle candidature e auto-candidature con un misto di inquietudine e di compiacimento, nella speranza che alla fine portino alla conclusione che l’unico ad avere le carte in regola per guidare il governo resta lui, anche se non è ancora chiaro con quale maggioranza. Bisognerà seguire le mosse di Gentiloni, che nonostante la debolezza politica e il limite di leadership continua a essere il principale candidato alla successione di se stesso. E poi certo, più di tutto, bisognerà capire cosa ne pensa il signore che vive nel palazzo sul Colle più alto, da cui passa la scelta dell’incaricato per la guida del governo. Domani più di oggi.

Boicottiamo le elezioni

Segnalato da Barbara G.

Prossime elezioni provinciali: vi segnalo una presa di posizione che, con le dovute differenze, è comune a SEL, M5S, Possibile.

Elezioni provinciali, da Possibile appello a ministro, Prefetto, Livio: “Si sospenda il voto”

di Emanuele Caso – espansionetv.it, 06/01/2017

La vigilia delle prossime elezioni provinciali (in programma domenica ma per cui voteranno solo sindaci e consiglieri comunali, non tutti i cittadini) si anima grazie a un altro appello al boicottaggio e addirittura alla sospensione tout court della consultazione. A rivolgersi direttamente al presidente della Provincia, Maria Rita Livio, al prefetto Bruno Corda e di rimando anche al ministro dell’Interno, Marco Minniti, è il Comitato Como Possibile “Margherita Hack”, la formazione politica guidata da Pippo Civati.

“Il risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre scorso ha stabilito che le province debbano rimanere organi costitutivi dello stato italiano con piena dignità costituzionale – si legge in una nota ufficiale – Sappiamo poi che la Carta europea dell’autonomia locale obbliga le Parti che l’hanno ratificata (come l’Italia) ad applicare le regole fondamentali per garantire l’indipendenza politica, amministrativa e finanziaria degli enti locali e prevede che il principio dell’autonomia locale sia riconosciuto dal diritto nazionale e protetto dalla Costituzione, permettendo agli enti locali di essere eletti con suffragio universale. Alla luce di questo il Comitato Como Possibile “Margherita Hack” ha deciso di boicottare le elezioni di secondo livello dell’8 gennaio per la Provincia di Como come auspicato da Paolo Ceruti, Donatella Selvini e Antonio Terragni (consiglieri comunali a Magreglio, ndr) e come già deciso da Paco-Sel”. Su altro versante politico, peraltro, anche i Cinque Stelle (un consigliere comunale a Como, due a Mariano) hanno annunciato che diserteranno le urne.

“Abbiamo deciso – conclude la nota di Possibile – di supportare l’iniziativa del Comitato “Resegone di Lecco” di Possibile per cui chiediamo al presidente della Provincia di Como Maria Rita Livio, al Ministro dell’Interno Marco Minniti ed al Prefetto di Como Bruno Corda, la sospensione delle elezioni fissate per l’8 gennaio per il rinnovo del consiglio provinciale di Como, ritenendo che sia necessario ripristinare le elezioni a suffragio universale della Provincia. La richiesta, appunto, è che chi di dovere adegui il quadro normativo già diventato anacronistico (Legge Delrio) all’esito referendario e all’art. 5 della Costituzione che recita: La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”.

Le mani sulle infrastrutture

Segnalato da barbarasiberiana

RENZI OCCUPA PURE ANAS: LE INFRASTRUTTURE SONO TUTTE NELLE SUE MANI

Armani in arrivo da Terna è fidato del ministero dei Trasporti Delrio, il ruolo di Lotti, quello di Carrai, i renziani in Fs a Finmeccanica.

DI Alessandro Da Rold – linkiesta.it, 19/05/2015

Dopo la nomina di Gianni Armani come presidente e amministratore delegato di Anas, prima stazione appaltante in Italia e gestore del sistema autostradale, il disegno di Matteo Renzi di mettere le mani sul sistema infrastrutturale è ormai completo. Nel giro di un anno il premier e segretario del Partito Democratico ha imposto i suoi uomini più stretti e fidati nelle aziende pubbliche statali, da Finmeccanica a Ferrovie dello Stato, rivoluzionando ogni schema legato al passato. Ha un piede nel sistema aeroportuale con il Richelieu Marco Carrai. E negli ultimi mesi ha pure strappato il ministero dei Trasporti alla lobby di Comunione e Liberazione facendo fuori Maurizio Lupi, dopo l’inchiesta su Ercole Incalza e le Grandi Opere.

Il disegno è ormai completo, tenendo presente nel 2014 la nomina del sottosegretario e braccio destro Luca Lotti a segretario del Cipe, una delega pesante. Il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, infatti, ora in mano all’amico d’infanzia o Gianni Letta 2.0 di Renzi sblocca i miliardi destinati alle opere pubbliche. Tra le svariate competenze governa il Programma delle Infrastrutture Strategiche della “legge obiettivo”, «nell’ambito del quale il Comitato approva i singoli progetti e assegna le risorse finanziarie e in più verifica i piani d’investimento e le convenzioni dei principali concessionari pubblici (Rfi, Anas, Enac, Enav) e pure i privati (autostradali, aeroportuali, ferroviari, idrici e portuali)».

Lotti si può definire il punto più alto di una piramide che mese dopo mese, dal 2014, ha aggiunto mattoni su mattoni, diventando la più alta e schiacciando quelle minori. Del resto la nomina di Armani, ex Terna, è in linea con il disegno renziano di demolizione della vecchia classe di dirigenti pubblici italiani. Pietro Ciucci lascia Anas dopo un lungo strascico di polemiche e inchieste, soprattutto dopo una battaglia sia con Graziano Delrio sia con Lotti. Prima Incalza e poi Lupi avevano garantito all’ex dirigente dell’Iri la poltrona. Cambiati gli equilibri non c’è stato più niente da fare. E tra i corridoi di via Mozambano si narra che l’accordo su Armani – uomo vicinissimo e fidatissimo di Delrio – era già stato chiuso da una settimana: sarà lui a guidare Anas verso la privatizzazione e “rivoltare come un calzino” come dicono in ambienti di Palazzo Chigi.

Ad affiancarlo due illustri sconosciuti nel consiglio di amministrazione più snello. L’ingegnere Cristiana Alicata, 39 anni, laureata in Ingegneria Meccanica all’Università di Roma “La Sapienza”, responsabile della sede di Napoli della Fca Center Italia Spa e ha ricoperto vari incarichi nel gruppo Fiat: è una sostenitrice sfegatata del Partito Democratico. Poi l’architetto Francesca Moraci, 59 anni, è professore ordinario di urbanistica presso la Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria, Phd in pianificazione territoriale, componente fra l’altro del Comitato di Esperti preposto all’elaborazione del piano strategico nazionale della portualità e della logistica.

Sono tutti renziani di ferro. Come lo stesso Carrai, presidente degli Aeroporti di Firenze, presente nel giorno di incoronazione di Renzi a palazzo Chigi alla fine di febbraio dell’anno scorso. Il Richelieu renziano si muove molto, tra fusione e ampliamento dello scalo del capoluogo toscano. Ma è uno dei tanti nel panorama di uomini che Renzi ha voluto nel settore infrastrutture. Basta dare un’occhiata al Gruppo Ferrovie dello Stato dove nel consiglio d’amministrazione siedono Gioia Ghezzi, che fu consulente di Renzi per una legge sull’omicidio stradale a Firenze e Federico Lovadina, avvocato, già nel noto studio legale Tombari insieme con il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi e con il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi. Lovadina, secondo il curriculum presente sul sito di Fs sarebbe ancora membro del consiglio di amministrazione di Tram Firenze spa.

Altra azienda, altro giro. Questa volta si tratta del colosso dell’aeronautica militare. Finmeccanica, dopo Renzi oltre a vantare un ottimo rapporto con Mauro Moretti, attuale amministratore delegato, ha piazzato nel 2014 all’interno del consiglio di amministrazione Fabrizio Landi, consigliere del premier, già protagonista della Leopolda, la kermesse renziana, finanziatore della Fondazione Big Bang del rottamatore fiorentino. Insomma, dagli aerei agli elecotteri, dalla strade ai treni è tutta «roba» renziana.