Democrazia

Il Movimento 5 stelle non è più votabile

(Eppure è avanti nei sondaggi. Quanto può durare?)

segnalato da Barbara G.

di Paolo Flores d’Arcais – temi.repubblica.it/micromega-online, 18/03/2017

Nel numero di MicroMega da due giorni in edicola ho scritto [ma il testo è stato scritto oltre un mese fa n.d.r]: “Il M5S è un movimento carico di ambiguità, contraddizioni, difetti e magagne: predica ‘uno vale uno’ ma poi due vale più di tutti messi insieme (e uno dei due per merito dinastico)” seguono tre esempi e un “si potrebbe continuare a lungo”. Aggiungendo: “Ora in realtà il M5S dovrà scegliere. Proprio tra destra e sinistra. Non nel senso dei partiti, sempre più indistinguibili (…) ma certamente nel senso dei valori. D’altro canto se un movimento rinnova ogni giorno il suo peana alla Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza antifascista e col DNA ‘giustizia e libertà’ (…) non può poi contraddire questa scelta (…) come spesso sta accadendo. Se insiste nella contraddizione tra valori proclamati e azione politica, per il M5S l’implosione è inevitabile”.

Concludevo: “dovrà inventare forme di selezione dei candidati, e di partecipazione dei militanti, che non tracollino, come ormai troppe volte, in parodia della democrazia di base, fino alla tragica farsa. Perché democrazia non è premere il bottone like/dislike. Ogni risposta è condizionata (e talvolta comandata) dalla formulazione della domanda. Chi la controlla controlla ampiamente il voto. E il carattere democratico di un voto dipende dalla caratura della discussione, dalla sua ampiezza, dall’informazione critica che entra nel circuito, grazie al dovere dell’argomentazione reciproca: l’esatto opposto di quanto accade sul web. E la scelta dei candidati deve nascere dalla partecipazione alle lotte, dal contributo alla vita reale, del movimento: tutto ciò avviene faccia a faccia, nelle riunioni, non nell’anonimato del web. Dove – se va bene – si realizza un casting da show televisivo alla De Filippi o da ammiccamento su facebook o instagram per acchiappare e accattivarsi più ‘amici’. Procedure lontane anni luce dalla selezione democratica dei candidati”.

Ma ieri Grillo è andato oltre. Ha annullato le “comunarie” di Genova, che si tenevano con un sistema complicato, magnificato da Grillo come il migliore e da prendere a modello, non appena il risultato si sia scostato da quello previsto (non ha vinto il suo preferito). A questo punto sarebbe il caso che il M5S ufficializzasse nel suo non-statuto che i candidati li sceglie Grillo, e così per ogni altra nomina. Non sarebbe la tanto strombazzata democrazia-diretta-web, sarebbe almeno un’oncia di onestà.

Del resto, la democrazia nei partiti è sempre stata ed è, in realtà, una forma di cooptazione. Nel Pci si chiamava “centralismo democratico”, nel Psi era una democrazia di correnti (prima di Craxi, corretta dal 1980 con dosi massicce di cleptocrazia), nella Dc una poliarchia di clientele. Vorrà dire che il M5S lancia la formula del centralismo monocratico, o più esattamente della mono-e-tanticchia-crazia, a seconda di quanto potere volta a volta Grillo decida di conferire a Casaleggio jr.

In un numero precedente di MicroMega mi ero domandato fino a quando si sarebbe potuto votare ancora M5S: con rammarico, perché altri voti non di regime non se ne vedono. La misura era dunque già colma. L’ukase defenestratorio di Genova costituisce la goccia che fa traboccare il vaso: nemmeno il M5S è più votabile. La prossima volta, a meno di nuove liste di cui per il momento non si vede, e nemmeno intravede, ombra, per chi prenda sul serio la Costituzione, con i suoi valori intransigenti di giustizia e libertà, diventerà ragionevole non votare.

Scelta terribile, perché significa affidare la decisione agli altri elettori, rinunciare all’esercizio della propria sovranità elettorale. Ma cos’altro resta da fare, quando venga meno anche la possibilità del “meno peggio”, e sotto tutti i profili essenziali di negazione dei valori costituzionali tutte le liste abbondino e debordino?

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Non lasciamo la sinistra sotto le macerie

segnalato da Barbara G.

Alfredo Reichlin – da ilmanifesto.it

di Alfredo Reichlin – unita.tv, 14/03/2017

Sono afflitto da mesi da una malattia che mi rende faticoso perfino scrivere queste righe. Mi sento di dover dire che è necessario un vero e proprio cambio di passo per la sinistra e per l’intero campo democratico. Se non lo faremo non saremo credibili nell’indicare una strada nuova al paese.

Non ci sono più rendite di posizione da sfruttare in una politica così screditata la quale si rivela impotente quando deve affrontare non i giochi di potere ma la cruda realtà delle ingiustizie sociali, quando deve garantire diritti, quando deve vigilare sul mercato affinché non prevalga la legge del più forte. Stiamo spazzando via una intera generazione.

Sono quindi arrivato alla conclusione che è arrivato il momento di ripensare gli equilibri fondamentali del paese, la sua architettura dopo l’unità, quando l’Italia non era una nazione. Fare in sostanza ciò che bene o male fece la destra storica e fece l’antifascismo con le grandi riforme come quella agraria o lo statuto dei lavoratori. Dedicammo metà della nostra vita al Mezzogiorno. Non bastarono le cosiddette riforme economiche. È l’Italia nel mondo con tutta la sua civiltà che va ripensata. Noi non facemmo questo al Lingotto. Con un magnifico discorso ci allineammo al liberismo allora imperante senza prevedere la grande crisi catastrofica mondiale cominciata solo qualche mese dopo.

Anch’io avverto il rischio di Weimar. Ma non do la colpa alla legge elettorale, né cerco la soluzione nell’ennesima ingegneria istituzionale: è ora di liberarsi dalle gabbie ideologiche della cosiddetta seconda Repubblica. Crisi sociale e crisi democratica si alimentano a vicenda e sono le fratture profonde nella società italiana a delegittimare le istituzioni rappresentative. Per spezzare questa spirale perversa occorre generare un nuovo equilibrio tra costituzione e popolo, tra etica ed economia, tra capacità diffuse e competitività del sistema.

Non sarà una logica oligarchica a salvare l’Italia. È il popolo che dirà la parola decisiva. Questa è la riforma delle riforme che Renzi non sa fare. La sinistra rischia di restare sotto le macerie. Non possiamo consentirlo. Non si tratta di un interesse di parte ma della tenuta del sistema democratico e della possibilità che questo resti aperto, agibile dalle nuove generazioni. Quando parlai del Pd come di un «Partito della nazione» intendevo proprio questo, ma le mie parole sono state piegate nel loro contrario: il «Partito della nazione» è diventato uno strumento per l’occupazione del potere, un ombrello per trasformismi di ogni genere. Derubato del significato di ciò che dicevo, ho preferito tacere.

Tuttavia oggi mi pare ancora più evidente il nesso tra la ricostruzione di un’idea di comunità e di paese e la costruzione di una soggettività politica in grado di accogliere, di organizzare la partecipazione popolare e insieme di dialogare, di comporre alleanze, di lottare per obiettivi concreti e ideali, rafforzando il patto costituzionale, quello cioè di una Repubblica fondata sul lavoro. Sono convinto che questi sentimenti, questa cultura siano ancora vivi nel popolo del centrosinistra e mi pare che questi sentimenti non sono negati dal percorso nuovo avviato da chi ha invece deciso di uscire dal Pd. Costoro devono difendere le loro ragioni che sono grandi (la giustizia sociale) ma devono farlo con un intento ricostruttivo e in uno spirito inclusivo. Solo a questa condizione i miei vecchi compagni hanno come sempre la mia solidarietà.

La nostra Europa

La nostra Europa – Unita, Democratica, Solidale

lanostraeuropa.org

In occasione dei sessanta anni dalla firma dei trattati di Roma ci riuniamo, consapevoli che, per salvare l’Europa dalla disintegrazione, dal disastro sociale ed ambientale, dalla regressione autoritaria, bisogna cambiarla.

Un grande patrimonio comune, fatto di conquiste e avanzamenti sul terreno dei diritti e della democrazia, si sta disperdendo insieme allo stato sociale, a speranze e ad aspettative.

Negli ultimi anni, con trattati ingiusti, austerità, dominio della finanza, respingimenti, precarizzazione del lavoro, discriminazione di donne e giovani, anche in Europa sono cresciute a dismisura diseguaglianza e povertà.

Oggi siamo al bivio: fra la salvezza delle vite umane o quella della finanza e delle banche, la piena garanzia o la progressiva riduzione dei diritti universali, la pacifica convivenza o le guerre, la democrazia o le dittature. Crescono sfiducia, paure ed insicurezza sociale. Si moltiplicano razzismi, nazionalismi reazionari, muri, frontiere e fili spinati.

Un’altra Europa è necessaria, urgente e possibile e per costruirla dobbiamo agire. Denunciare le politiche che mettono a rischio la sua esistenza, esigere istituzioni democratiche sovranazionali effettivamente espressione di un mandato popolare e dotate di risorse adeguate, il rispetto dei diritti sanciti dalla Carta dei Diritti Fondamentali, difendere ciò che di buono si è costruito, proporre alternative, batterci per realizzarle, anche nel Mediterraneo e oltre i confini dell’Unione.

Ci vuole un progetto di unità europea innovativo e coraggioso, per assicurare a tutti e tutte l’unico futuro vivibile, fondato su democrazia e libertà, diritti e uguaglianza, riconoscimento effettivo della dimensione di genere, giustizia sociale e climatica, dignità delle persone e del lavoro, solidarietà e accoglienza, pace e sostenibilità ambientale.

Dobbiamo essere in grado di trasformare il “prima gli italiani, gli inglesi i francesi”, in “prima noi tutte e tutti”, europei del nord e del sud, dell’est e dell’ovest, nativi e migranti, uomini e donne.

Ripartiamo da qui, da Roma, uniti e solidali, per costruire quel campo che, oltre le nostre differenze, nel nostro continente e in tutto il mondo, sappia essere all’altezza della sfida che abbiamo di fronte.

Invitiamo ad aderire a questo appello, a promuovere e inserire in questa cornice comune eventi e appuntamenti nel prossimo periodo in Italia e in tutta Europa, a essere a Roma il 23.24.25 marzo per mobilitarci in tante iniziative, incontri, azioni, interventi nella città e realizzare una grande convergenza unitaria.

Il Programma completo

Sottoscrivi l’appello

Un Paese ostaggio di tre Destre

segnalato da Barbara G.

Non c’è sinistra dove manca la ricerca di un’alternativa al capitalismo. Chi lavora per un’altra economia, anche se non vuole avere a che fare con i partiti né con la sinistra, non può disinteressarsi.

La Camera dei deputati, vuota, vista dai banchi del Governo

di Roberto Mancini – Altreconomia n°190, febbraio 2017

Le tre Destre. Sono le forze rimaste a contendersi il potere: la Destra tradizionale (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia), la nuova Destra populista (Movimento 5 Stelle) e la Destra neoliberista (Partito Democratico, con la fuorviante etichetta di “centro-sinistra”). Che molti neghino la distinzione tra destra e sinistra è un sintomo di quanto la mentalità di destra sia diffusa. Benché falsa, tale credenza ha finito per dire qualcosa di reale: in effetti la differenza da tempo non si vede. Non perché non esista in sé, ma perché la sinistra politica è sparita e così anche quella culturale.

È vero che la prima politica è quella dei cittadini e delle comunità civili che costruiscono risposte ai problemi senza affidarsi ai voleri dei politici. Ma l’interazione con la politica seconda, quella istituzionale, resta imprescindibile. Quindi un partito ci serve, benché come strumento debba essere profondamente trasformato. Il partito che serve non è di destra, né di finta sinistra, né neutro. Dev’essere uno strumento capace di aprire strade inedite, democratico anzitutto internamente, adatto per logica, regole e formazione dei suoi aderenti a trasformare il potere in servizio. Dovrà essere eticamente ispirato non per la presunzione settaria che i suoi iscritti siano per principio tutti onesti, ma per il metodo di prendere ogni decisione alla luce dell’etica del bene comune.

La differenza tra destra e sinistra è politica, ma ha radice etica: infatti la sinistra si definisce per l’impegno a tradurre in ogni situazione il criterio dei diritti umani e della natura, a scegliere la democrazia come forma di ordinamento della società e la nonviolenza come metodo. Non c’è sinistra dove manca la ricerca di un’alternativa al capitalismo. Il compito attuale è quello di dare seguito coerente (anche nella politica istituzionale) a questo orientamento, invece di incartarsi nella suggestione per cui si crede che la differenza con la destra non esista. Quest’ultima adotta ben altri criteri: il primato del mercato, il potere del capo, l’ostilità verso gli stranieri, il culto della piccola “comunità” chiusa, l’individualismo, il nazionalismo. In varia misura le tre Destre seguono criteri simili. La conferma sta nel fatto che nessuno dei partiti nominati è contro il sistema capitalista, anzi.

La promessa del Movimento 5 Stelle di porsi oltre destra e sinistra è inconsistente: lo strapotere del capo, la mancanza di una lettura critica della globalizzazione, la carenza di democrazia interna, l’ostilità verso i migranti e le alleanze nel Parlamento europeo attestano che questo partito non è affidabile. La sinistra politica e culturale è finita quasi ovunque in Europa perché non ha saputo rinnovarsi collocandosi dalla parte giusta rispetto alla contraddizione tra tutelati e non tutelati, tra Nord e Sud del mondo, tra generazioni vecchie e nuove, tra uomini e donne, tra violenza e nonviolenza, tra crescita e decrescita. Ha rinunciato a promuovere un’altra economia e un’altra società. Segnalo l’esigenza di dare vita originale a un partito di sinistra non per nostalgia di forze come Sinistra Ecologia e Libertà o Rifondazione Comunista, le cui angustie sembrano riproporsi anche in Sinistra Italiana. Un partito strutturalmente diverso potrà nascere solo dalla maturazione della coscienza collettiva dei gruppi e delle associazioni (compresi i “Comitati per il ‘No’ al referendum costituzionale”) che lavorano per arrivare un giorno a sostituire il capitalismo con la democrazia intera. Purché diano forma politico-progettuale alla loro azione e, senza accontentarsi di restare alla forma di reti, spesso autoreferenziali, sappiano diventare movimenti di liberazione radicati e popolari.

La rigenerazione di una sinistra autentica in Italia e in Europa è condizione della rinascita della politica in quanto cura del bene comune. Chi lavora per un’altra economia, anche se non vuole avere a che fare con i partiti né con la sinistra, non può disinteressarsi di questa rinascita.

Uno vale uno (che sia quercia o che sia pruno)

di Nammgiuseppe – 19 gennaio 2017

Il principio “uno vale uno” è di qualche attualità quasi prevalentemente per denunciare l’incoerenza, supposta o reale, del M5S al riguardo.

Tuttavia il principio meriterebbe di essere dibattuto quanto

a) alla sua validità

b) alla sua attuazione (nel caso sia ritenuto valido).

In effetti il principio è largamente affermato, almeno in teoria, nella nostra e in altre società “avanzate”:

1) nella delega dei cittadini ai propri rappresentanti politici

2) nelle decisioni politiche dei rappresentanti

3) nel voto referendario

4) nelle deleghe e ratifiche dei lavoratori ai propri rappresentanti sindacali

5) nelle assemblee dei soci di cooperative e di altre associazioni

6) (più o meno) nei gruppi di pressione della “società civile”

7) forse da qualche altra parte che dimentico.

E tuttavia l’esperienza ci dice che nella pratica il principio si traduce in deleghe e decisioni discutibili, quando non aberranti (almeno dal mio punto di vista: si veda, ad esempio, l’avanzata delle destre in larga parte dell’Europa).

È sbagliato il principio o la sua attuazione?

Ci sarebbe molto da dire, e molto è stato detto, sul fatto che è inaccettabile che l’opinione di un Leonardo da Vinci dei giorni nostri abbia lo stesso valore di quella di un odierno Cacasenno.

In realtà, io credo, in questa discussione si confondono due piani: quello della competenza tecnica (anche giuridico-legislativa) con quello delle aspettative riguardanti le regole del vivere sociale e la qualità della vita che l’applicazione di tali regole dovrebbero garantire.

Il desiderio di uguaglianza (o, quanto a questo, di sudditanza) di un cittadino può avere lo stesso valore di quello di un altro. Per l’applicazione pratica della volontà della maggioranza, e per fornire alla cittadinanza elementi per farsi opinioni ragionate, ci sono, appunto, i tecnici, quelli che la sanno più lunga, presupponendo un grado medio di istruzione uguale negli elettori e mezzi d’informazione capaci e desiderosi di contribuire alla formazione delle opinioni.

Quanto affermo è discutibile. Per tagliare la testa al toro, mi appello alla famosa affermazione “la democrazia è piena di difetti, ma è il meno peggio che sinora ci è dato”. Le altre forme di organizzazione della società hanno dato prova di essere peggiori della democrazia rappresentativa parlamentare. Per superare, eventualmente, quest’ultima occorrerà immaginare un sistema diverso, ma ancora non mi pare ci siano proposte credibili e praticabili.

Perché, allora, il principio “uno vale uno” funziona così male?

Le risposte sono grosso modo due (con variazioni):

a) la maggioranza dei cittadini è ignorante e/o menefreghista e/o opportunista e/o emotiva

b) si è andata storicamente formando una classe politica, sindacale, manageriale autoreferenziale che si è appropriata del sistema specializzandosi nell’arte della propaganda e mettendosi al servizio del sistema economico dominante.

Non sono a favore dell’autoflagellazione del “ogni popolo ha il governo che si merita”. Ma qualcosa di vero nell’affermazione a) esiste. Il problema è se sia causa o effetto di b) e perché b) si sia andato affermando.

E, naturalmente, una volta essendo giunti a una conclusione su quanto precede, l’altro, e più grosso problema, è come rimediare ai difetti dell’ ”uno vale uno”, ammesso che dei rimedi siano possibili.

Avrei alcune mie ipotesi, ma preferirei discuterne sul blog, se il tema interessa. Non ho speciali remore a far brutta figura dicendo, eventualmente, delle stupidaggini, ma preferisco dirle in un dialogo.

So, ad esempio, che la spiegazione di tutto, per alcuni, sta nell’economia capitalista. Tuttavia, per quel che mi riguarda, l’economia capitalista è tutt’altro che “la fine della storia”. Anzi, mi pare che stia arrivando a grandi passi alla fine di sé stessa. E se ciò dovesse accadere, si riproporrà il problema di come far sì che “l’uno vale uno” non ripeta gli errori commessi sin qui, in Italia e nel mondo “democratico”.

 

La Resistenza fu un atto di sovranità popolare

segnalato da Barbara G.

di Enzo Collotti – ilmanifesto.info, 24/04/2016

Chi si ricorda più del 25 aprile? A settantuno anni dal giorno della Liberazione è lecito porsi questo interrogativo. Beninteso, non alludiamo al fatto in sé della conclusione della lotta di liberazione anche se nella memoria della mia generazione quello fu comunque un giorno di festa e sarebbe anche opportuno che molti o pochi di noi ne rievocassimo le atmosfere e gli accadimenti -, ma più in generale al senso di quella conclusione, in una parola allo spirito del ‘45.

A guardare a ritroso i settanta e più anni trascorsi sembrano una distanza di tempo ultrasecolare se consideriamo la lontananza della realtà di oggi da quell’evento.

Contro la registrazione burocratica del 25 aprile come festa nazionale ci piacerebbe evocarlo come un momento sempre presente di esercizio della sovranità popolare. Perché la scelta che seguì all’8 settembre del 1943 di chi andò in montagna o di chi si diede alla macchia negli ambiti urbani per tessere le reti della Resistenza fu un atto di sovranità popolare, non comandato da nessun potere o da nessuna autorità superiore. Questa riflessione ci è suggerita dalle vicende di questa nostra democrazia repubblicana che, seguendo un processo peraltro non soltanto italiano, ma generalizzabile a livello europeo (se non mondiale), tende a restringere sempre più lo spazio di autonomia e di sovranità degli individui e dei corpi sociali e con ciò anche la consapevolezza che essi potessero avere del loro ruolo in una società democratica. Complici la minaccia del terrorismo islamico, i problemi immani che derivano dalle migrazioni dell’ultimo decennio, le persistenti crisi economiche legate a un modello di sviluppo destinate a perpetuare diseguaglianze e ingiustizie, si riaffacciano dappertutto le tentazioni a rafforzare il potere esecutivo e a rigettare al margine le istanze di democratizzazione e di partecipazione.

Il processo di svilimento dei partiti politici e di svigorimento degli stessi sindacati, che avrebbero dovuto rappresentare la palestra della democrazia nella società e nei luoghi di lavoro, ha aperto un vuoto e fa da sfondo a questa invasione del potere esecutivo. Nella cultura politica del nostro Paese lo spirito del ’45 non si è mai riflesso interamente, è penetrato a intermittenza, con qualche fiammata che non è riuscita a interrompere la continuità di un mediocre barcamenarsi in una perpetua navigazione a vista. Anche per questo alla classe dirigente dell’antifascismo storico, che rimane pur sempre quanto di meglio il Paese ha espresso, non ha fatto seguito la formazione di una classe dirigente degna di questo nome. La sua mediocrità è sotto gli occhi di tutti e, a differenza che in altri contesti europei, le sue insufficienze non sono state e non sono compensate neppure da un ceto amministrativo di provata capacità tecnico-gestionale e di assoluta probità. La corruzione in cui affonda il Paese non è l’ultimo dei fattori che espropria i cittadini della possibilità della partecipazione alla cosa pubblica come contributo a livello individuale dell’esercizio della sovranità.

Le utopie del ’45, il rinnovamento politico e morale all’interno e il sogno degli Stati Uniti d’Europa sul piano internazionale, si scontrano oggi con il rozzo empirismo di mestieranti della politica e il riemergere di anacronistici quanto feroci e aggressivi egoismi nazionali.

Le aspettative del ’45 hanno avuto breve durata. Nello spazio di due anni lo spirito di conservazione, la nostalgia del quieto vivere, e l’eterna paura del salto nel buio hanno frenato e affossato sul nascere le speranze e le istanze del rinnovamento. Il 18 aprile del 1948 non è stato soltanto la sconfitta elettorale della sinistra, è stato il rifiuto a lungo termine delle aperture del ’45.

Non è certamente un caso che nel momento in cui si pone mano ad una pur necessaria revisione della Costituzione, che di per sé rimane l’espressione della stagione di rinnovamento aperta dalla Liberazione, non si è trovata strada migliore che proporre il pasticcio di una riforma costituzionale che, unita a un sistema elettorale truffaldino, intacca seriamente il principio della rappresentanza e di fatto limita il ruolo stesso del Parlamento.

Richiamare lo spirito del ’45 non vuole essere espressione di una improbabile nostalgia; vorrebbe essere un incoraggiamento a tornare a pensare fuori dalla contingenza immediata con una visuale di tempi lunghi, recuperando un patrimonio ideale che non è affatto spento. Contro la retorica della memoria ci piacerebbe che questa memoria fosse rivissuta nella pratica.

Padroni del vapore

di Teresa Numerico e Benedetto Vecchi – il manifesto – 3 marzo 2016

È a Roma Geert Lovink, olandese, uno dei principali teorici dei media contemporanei. Un’occasione per discutere sulle tante questioni aperte della cultura delle reti e del suo impatto su politica, economia e la società. La tesi più scottante di Lovink è che dobbiamo dimenticare i media quando si parla di Internet. La rete non riguarda solo la comunicazione, ma tutta la società: dalla salute, all’organizzazione della conoscenza, dalla logistica alle infrastrutture, alle valutazioni sul clima, sebbene la sua influenza resti in larga misura invisibile.

Lovink, che nei giorni scorsi ha tenuto due seminari alla terza università di Roma, è sicuramente uno dei media theorist che con continuità ha accompagnato lo sviluppo della rete e della network culture, ha analizzato nel corso tempo il ruolo sempre più pervasivo di Internet nella comunicazione e nelle attività produttive, focalizzando la sua attenzione sul fatto che il web è stato ed è tutt’ora un laboratorio dove sono state sperimentati modelli organizzativi del capitalismo contemporaneo, ma anche il contesto dove l’attivismo dei movimenti sociali ha dato forma a inediti dispositivi di contestazione dell’informazione mainstream e di produzione di informazione «alternativa», mettendone comunque in evidenza limiti e ambivalenze. Testimoni di questo lungo percorso teorico sono i molti volumi pubblicati, molti dei quali tradotti in Italia. Nei prossimi mesi è annunciata l’uscita di L’abisso dei social media.

Partiamo dal conflitto tra Apple e la Fbi, dopo la richiesta da parte di quest’ultima di un software per aggirare i sistemi di protezione di un iPhone. Con la determinazione di un mediattivista, Tim Cook ha respinto sdegnato la richiesta della Fbi, in nome del diritto inalienabile e universale alla privacy. Con lui, quasi tutte le imprese che contano in Rete. Che pensi del fatto che Google, Facebook, Amazon si elevano a custodi della privacy dopo che hanno collaborato per anni nelle tecnologie della sorveglianze in Rete?

Dobbiamo ringraziare Julian Assange, Anonymous, Edward Snowden e le migliaia di attivisti dei cyberdiritti meno noti che hanno reso visibili gli intricati rapporti tra Nsa e le stacks (i silos di processori dei computer impilati), come Bruce Sterling chiama le grandi aziende americane dell’information technology e di Internet. Apple ora si oppone anche a causa della massiccia pressione della società negli ultimi decenni.
Le persone tengono alla propria privacy e hanno rotto il contratto sociale con la Silicon Valley che stabiliva che gli utenti ottenessero servizi gratuiti in cambio dei loro dati personali. Non siamo più nella società spensierata del 2007: fin qui tutto bene. Dobbiamo discutere sul perché la protesta si attivi tanto lentamente. Perché è così difficile per noi cambiare passo? Ogni cosa si velocizza tranne la nostra resistenza.
Viviamo nel regime del tempo reale. Comunichiamo simultaneamente con chiunque da un capo all’altro della terra, di fatto a costo zero. Un meme si diffonde alla velocità della luce. Perché i movimenti sociali invece ci mettono tanto? È la domanda dell’«accelerazionismo», che resta cruciale per me. Abbiamo bisogno di lasciar da parte condivisione e reattività e progettare nuove forme di organizzazione che non siano solo decentrate, inclusive e democratiche, ma che siano capaci di tenere il passo della velocità: da una rete discorsiva a una di coordinamento. Questa è la dimensione politica della svolta logistica negli studi umanistici (da Keller Easterling, a Alan Liu, a John Durham Peters a molti altri). Lo spostamento va oltre la classica domanda «cosa si deve fare». Per esempio, siamo a tre anni dal caso Snowden e solo 1% dei suoi documenti è diventato disponibile e di dominio pubblico. Il problema è che l’orologio interno al nostro corpo non si è ancora assestato sul potenziale del tempo reale delle reti di computer.

A partire dall’agosto 2012 Assange è costretto a nascondersi tra le mura dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. È un personaggio controverso, ma il fondatore di Wikileaks è anche una personalità che ha reso affascinante l’attitudine hacker che vuole l’informazione libera. Puoi spiegare, però, la dialettica tra l’eco globale di Wikileaks e la tendenza a controllare tutte le attività di comunicazione messa in campo da governi e imprese?

Sono uno dei pochi critici di Assange che arriva proprio dalla sua stessa cerchia. È importante sostenere la sua causa e partecipare al lavoro investigativo sulle migliaia, se non milioni di documenti che Wikileaks e altri come Cryptome hanno reso pubblici finora. Tuttavia non condivido il suo approccio alla celebrità e la visione cospirativa del mondo. A paragone delle Ong e dei movimenti sociali in giro per il mondo, l’etica del lavoro di Assange è stata disastrosa. Ci sono molti elementi della cultura hacker che dobbiamo criticare e respingere apertamente. Dovremmo, ad esempio, chiedere a Assange di smettere di autoproclamarsi «direttore» (come se stesse gestendo un’azienda di comunicazione) e accettare che i suoi sostenitori lavorino in strutture collettive.
Per tornare alla domanda, quando si discute di trasparenza radicale, sostengo completamente Assange. Teorici conservatori in Germania (Byung-Chul Han) e in Olanda (Paul Frissen) considerano equivalenti la trasparenza della Nsa e quella di Wikileaks. Non sono d’accordo con loro. Molti hacker sono attenti e precisi su quello che rendono pubblico. Oppure pensiamo al Democracy in Europe Mouvement, il cui leader Yannis Varoufakis ha cominciato con la richiesta di aprire gli incontri dell’Eurogruppo. Si tratta di domande specifiche che non sono riducibili al tipo di richiesta cinica che «ogni cosa deve essere trasparente».

Nella «network culture» era scontato che la rete non ammettesse confini. Ora assistiamo a una sua «balcanizzazione». I confini vengono ristabiliti. Siamo forse di fronte al tramonto dell’idea che la rete sia un medium globale? Oppure stiamo assistendo a una riorganizzazione delle gerarchie economiche, politiche e sociali?

Le reti non sono solo infrastrutture o protocolli, sono forme organizzative e danno forma alla struttura sociale. Almeno, fino a poco tempo fa. Nel mio ultimo libro — che uscirà in Italia a maggio per Egea, L’abisso dei social media – affermo, con molti altri, che la forma dominante attualmente non è la società delle reti di Castells, ma il capitalismo delle piattaforme. Le reti esistono, ma sono sotto-strutture che funzionano dentro il capitalismo delle piattaforme e non hanno autonomia. Ci sono anche le protezioni geopolitiche, i walled garden di Facebook e del firewall cinese. Ma sono convinto che il dominio sulle nostre reti non dipenda da una loro frammentazione, ma da un incredibile processo di centralizzazione del software e delle infrastrutture.

In anni recenti, per molti attivisti e teorici «condivisione» era la parola magica da usare per definire una possibile alternativa al capitalismo. Una sorta di fuoriuscita dall’economia di mercato attraverso lo sviluppo d’imprese, cooperative, reti di imprese basate sulla partecipazione e su una logica non capitalista. Adesso invece la sharing economy è indicata come la salvezza del capitalismo. Cosa ne pensi?

In prima battuta direi che si tratta di un classico caso di appropriazione capitalistica. Per me condividere è qualcosa di speciale, è un regalo, collegato a un rito. Condividere non è qualcosa di automatico e freddo. È precisamente l’opposto delle transazioni del business. Non ho mai capito cosa stessero condividendo Uber o Airbnb (certamente non ricavi e perdite). Il problema c’è stato perché abbiamo sottovalutato il ruolo dei nuovi intermediari: l’ideologia di Internet enfatizzava la distruzione dei vecchi, ma non ha discusso dei nuovi. Evgeny Morozov e altri recentemente hanno enfatizzato a questo proposito il concetto di «estrazione di una rendita» (il Guardian, 31 /1/2016).

La «sharing economy» eleva a norma il legame tra innovazione e precarietà nel rapporto di lavoro. L’innovazione deve trovare canali di finanziamento sia dentro lo stato, sia al di fuori (venture capital, crowdfunding e crowdsourcing). La precarietà è, però, la regola. Come rompere questo legame che toglie valore al lavoro – cognitivo o manuale – e funzionalizza la ricerca solo al profitto in una stretta logica economica di successo a breve termine?

Costruendo beni comuni. Dobbiamo elaborare iniziative collettive nelle quali riaffermare il carattere pubblico di alcuni elementi cruciali della cittadinanza: salute pubblica, biblioteche pubbliche, parchi e spiagge pubbliche, scuole e università pubbliche. Nello stesso tempo andare all’offensiva come quando protestiamo contro la privatizzazione delle infrastrutture pubbliche. Chiedere una moratoria della vendita delle case popolari pubbliche, aprire un dibattito con Airbnb nella propria zona, condividere nuove forme di impegno civile (ibrido) a livello locale. Questo include anche riprendersi Internet come bene pubblico.

La tua riflessione ha evidenziato una saldatura tra network culture e uso politico della Rete. L’uso politico della rete sia ormai un fatto acquisito. Eppure il magmatico accumulo di esperienze di movimento non produce un accumulo di potere. Come leggi questa diffusione virale di mediattivismo, spesso caratterizzato da un ciclo di vita breve senza cioè continuità politica?

Le reti tendono a decostruire il potere e, lentamente ma stabilmente, attivano tendenze di centralizzazione. Questo è il loro reale anarchismo che nessuno nota. David Graeber lo abbraccia, mentre un leninista come Slavoj Žižek lo mette in discussione. Nel mio lavoro ho cercato di dare a questo dibattito secolare una fondazione tecnologica. Dobbiamo comprendere che i computer sono macchine. Non c’è modo di delegare loro il lavoro duro dell’organizzazione degli esseri umani. Ci salva solo l’«Evento». Con la maiuscola. L’evento crea legami forti. Fa’ cose. Mette insieme e ci impegna all’atto di bellezza.

Com’è possibile combattere il risentimento nei social network, mantenendo intatto lo spirito critico necessario a spiegare le conseguenze politiche del capitalismo delle piattaforme?

Praticando l’arte della metamorfosi. Dobbiamo reinventare noi stessi ogni tanto e non restare ancorati alle posizioni consuete. Come possiamo smantellare il risentimento? Questa è la grande sfida dei nostri tempi per l’Europa e l’Occidente. Non basta insistere sul politically correct. Abbiamo bisogno di creare nuovi incontri. Sono consapevole che si tratta di una mossa cristiana. Forse i computer sono macchine cristiane. Umberto Eco aveva ragione a proporre la distinzione tra Mac come computer cattolico e Microsoft come interfaccia protestante. Ma tutt’e due sono sistemi operativi cristiani. Le reti collegano, creano una comunità. Enfatizziamolo in questi tempi disperatamente nichilisti.

fonte: http://ilmanifesto.info/sistemi-operativi-della-metamorfosi/

Il piano B

PlanBEuropa
di Susan George, Yanis Varoufakis, Ada Colau, Zoe Kostantopoulou, Ken Loach, Noam Chomsky e altri

Ripubblicato da Plan B Europa

Nel luglio del 2015 abbiamo assistito a un colpo di stato finanziario condotto dall’Unione Europea e dalle sue istituzioni contro il governo greco che ha condannato il popolo greco a continuare a subire le politiche di austerità che erano state respinte alle urne in due occasioni. Questo colpo di stato ha intensificato il dibattito sul potere della UE e, per estensione, delle sue istituzioni, sulla sua incompatibilità con la democrazia e sul suo ruolo di garante dei diritti umani fondamentali pretesi dai cittadini europei.

Sappiamo che esistono alternative all’austerità. Manifesti come “For a Plan B in Europe”, Austerexit o DiEM25 (Movimento 2025 per la democrazia in Europa) denunciano il ricatto del terzo memorandum d’intesa imposto alla Grecia, la catastrofe che provocherà e la natura antidemocratica della UE. Nientemeno che il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, ha affermato: “Non possono esserci decisioni democratiche contro i trattati europei”.

Siamo anche testimoni della reazione non solidale, e a volte xenofoba, dei membri della UE e delle loro istituzioni all’arrivo di profughi dal Medio Oriente e dall’Africa e al dramma umano che comporta. A sottolineare l’ipocrisia del dibattito all’interno della UE riguardo ai disastri umanitari vi è il modo indiretto in cui, attraverso la vendita di armi o promuovendo le proprie politiche commerciali, la UE è stata una protagonista chiave dei conflitti che a loro volta hanno provocato la recente crisi umanitaria.

La soluzione della UE alla crisi, iniziata otto anni fa e basata sull’austerità, privatizza i beni comuni e distrugge i diritti sociali e del lavoro invece di affrontare le cause alla radice della crisi, la liberalizzazione del sistema finanziario e il sequestro da parte dell’industria delle istituzioni della UE mediante l’impiego di lobby potenti e politiche di porte girevoli. La UE promuove false soluzioni negoziando trattati sugli scambi e gli investimenti che scarsissima trasparenza o controllo democratico, quali TTIP, CETA o TISA, che eliminano quelle che sono considerate barriere al commercio: i diritti e le regole che proteggono i cittadini, i lavoratori o l’ambiente. E’ il colpo finale alle nostre democrazie e allo stato di diritto, specialmente riguardo alle procedure poste in essere per la cosiddetta protezione degli investitori.

La UE attuale è governata da una tecnocrazia di fatto al servizio degli interessi di una minoranza piccola ma potente di poteri economici e finanziari. Ciò ha provocato un rigurgito della retorica della destra e di fazioni xenofobe e nazionaliste in molti paesi europei. Abbiamo la responsabilità di reagire contro questa minaccia e di impedire ai fascisti di capitalizzare il dolore e l’infelicità dei cittadini che, a dispetto di tutto, hanno mostrato solidarietà nei confronti delle centinaia di migliaia di profughi che stanno soffrendo questa tragedia umanitaria.

La società ha oggi cominciato a lavorare per un cambiamento radicale delle politiche della UE. Movimenti sociali come Blockupy, l’attuale campagna contro il TTIP (Accordo Transatlantico su Commercio e Investimenti tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti), l’Alter Summit, lo sciopero generale europeo del 2012, le euro marce o la grande quantità di lavoro condotto da numerosi gruppi di cittadini e ONG costituiscono un prezioso capitale umano, intellettuale e ideologico a difesa dei diritti umani, del rispetto del pianeta e della dignità delle persone prima degli interessi politici ed economici e sopra di essi. Tuttavia noi riteniamo che siano necessari un miglior coordinamento e una migliore collaborazione al fine di una mobilitazione di livello europeo.

Ci sono molte proposte sul tavolo in grado di eliminare l’austerità: una politica fiscale equa e la chiusura dei paradisi fiscali, sistemi di scambi complementari, rimunicipalizzazione dei servizi pubblici, distribuzione uguale di tutti i posti di lavoro che onorino condizioni eque e con un impegno a un modello produttivo basato sulle energie rinnovabili e riforma o abolizione dei trattati fiscali UE, formalmente noti come il Trattato sulla Stabilità, il Coordinamento e il Governo dell’Unione Monetaria ed Economica. L’esempio della Grecia ci ha dimostrato che per affrontare la situazione attuale dobbiamo unire le forze, tutti gli stati membri e da tutte le loro sfere: politica, intellettuale e della società civile. La nostra visione è onnicomprensiva e internazionale. Per mettere in atto tutte queste proposte al fine di ridefinire e rifondare le istituzioni e i trattati europei, la società civile deve essere riorganizzata, dobbiamo ideare nostre strategie comuni e pensare a come articolarle.  Sappiamo che queste trasformazioni non possono essere realizzate isolatamente da ciascuno dei paesi europei. La nostra visione è solidale e internazionalista.

Per questo motivo vogliamo creare una convergenza di tutte le persone, movimenti e organizzazioni che si oppongono all’attuale modello della UE e concordare un programma comune di obiettivi, progetti e iniziative con lo scopo di spezzare il sistema dell’austerità a livello europeo e di democratizzare radicalmente le istituzioni europee, mettendole al servizio dei cittadini.

Con questa idea in mente proponiamo di convocare una conferenza europea il 19, 20 e 21 febbraio a Madrid e vi invitiamo a partecipare ai dibattiti, ai seminari e alle discussioni che vi avranno luogo.

Per una lista completa dei firmatari, per aggiungere il vostro nome e per trovare altro sulla conferenza proposta visitate Plan B Europa.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/plan-b-for-europe/

Originale: Links.org

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

Riprendiamoci la sovranità!

segnalato da Barbara G.

Roma, 27 novembre: “Riprendiamoci la sovranità!” dibattito con Di Battista, Rodotà e Flores d’Arcais

È compatibile la democrazia con quest’Europa? E se fosse in crisi perché da decenni manca un partito dell’eguaglianza? Un confronto su quest’Europa senza bussola, ma anche sull’opposizione al renzismo e la necessità di ripartire dal giustizialismo e la difesa del welfare per una redistribuzione delle ricchezze e una rivoluzione all’insegna della legalità.

Come scrive nell’editoriale del nuovo numero di MicroMega Paolo Flores d’Arcais, “la vera antipolitica sono gli espropriatori di democrazia della gilda dei politici di professione ormai inestricabilmente impastati con i privilegiati della finanza, del management, della corruzione, cornucopia di impunità anche per la criminalità organizzata. È necessario ripartire dal realismo dei valori contro il realismo degli apparati, della coerenza anti-Casta e anti-privilegio contro la sudditanza all’establishment, dell’intransigenza morale e programmatica contro le sirene della mediazione: senza contrapposizione frontale un nuovo partito dell’eguaglianza non capitalizza credibilità”.

Autoritarismo emergenziale (ovvero fine della democrazia)

Luciano Gallino: “La fine della democrazia? Iniziò con Thatcher. E continua con Renzi”

Il voto dei cittadini conta sempre di meno, i margini di manovra dei governi eletti – quando sono davvero eletti – sono sempre più ridotti. La logica dell'”autoritarismo emergenziale” fa il resto. Un vizio che, secondo il sociologo, ha origine negli anni Ottanta e nell’avvento del neoliberismo. Così le riforme volute dal presidente del consiglio “rispetto alla gravità della crisi si collocano tra il dramma e la barzelletta”. Come venirne fuori? “Affiancando all’euro una moneta parallela. A meno che non sia la Gemania a buttarci fuori”.

“La vera società non esiste: ci sono uomini e donne, e le famiglie”, spiegava Margaret Thatcher nel lontano 1980. L’inizio della fine della democrazia che l’Europa sta vivendo nel 2015, l’annus horribilis in cui Banca centrale Europea e Fmi piegano il volere di cittadini e governo greco, è lì. All’origine dell’applicazione pratica delle politiche neoliberiste, sostiene il sociologo Luciano Gallino. Fosse stato per la Scuola di Chicago di Milton Friedman, i Chicago Boys, i pensatori che costruirono l’impero teorizzando che il mercato si regola da solo, e che meno stato nell’economia meglio è, si sarebbe già potuto iniziare nei primi anni Settanta. Giusto il tempo degli ultimi fuochi keynesiani dei “Trente Glorieuses” (1945-75), quelli della ripresa economica improntata sul risparmio e sul welfare, sulle istituzioni statali indipendenti e sovrane rispetto ai fondi monetari, alle banche mondiali, alla rapacissima finanza. Il big bang lo fa deflagrare quella signora dalla permanente un po’ blasé, assieme all’ex attore hollywoodiano Ronald Reagan, che cominciano ad asfaltare sindacati e sindacalizzati, a cancellare il sistema di welfare a protezione delle fasce più deboli. Le tornate elettorali cominciano a diventare un optional. Governi conservatori o progressisti, europei o statunitensi, agiscono tutti verso la stessa direzione: smantellare lo stato sociale e privatizzare i servizi pubblici. Tanto ci pensa il mercato.

“Il potere economico nella forma che conosciamo si chiama capitalismo e per un certo periodo nel dopoguerra al capitalismo sfrenato si è potuto opporre qualche ostacolo favorendo prima di tutto la crescita economica e sociale di lavoratori e ceti medi”, spiega Gallino, ordinario di sociologia all’Università di Torino dal ’71 al 2002, e autore di un volume sul tema intitolato “Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa” (Einaudi). Per lo stesso editore sta per pubblicare “Il Denaro, il debito, la doppia crisi”. “Dopo il 1980 però comincia la controffensiva neoliberale che ha avuto la meglio su tutti i governi d’Europa compresi quelli socialisti e socialdemocratici che non erano differenti nella pratica da quelli neoliberali e conservatori – continua Gallino –È stata una rivincita delle classi dominanti che ha avuto un successo straordinario. L’unico governo da allora ad oggi non allineato è forse quello greco di Tsipras”.

Ma come si è innescata la stessa dinamica impositiva del credo neoliberista nelle istituzioni e nel governo dell’Unione Europea?

A partire dagli anni Ottanta, a partire dagli Stati Uniti ma con un grosso contributo delle nazioni europee, si è affermato il processo cosiddetto della “finanziarizzazione”, per cui interessi e paradigmi finanziari hanno avuto la meglio su qualsiasi altro aspetto socio-economico. Il percorso di liberalizzazioni avviato in Usa da Reagan è avvenuto anche in Gran Bretagna con la Thatcher, e in Francia ad opera nientemeno che di un socialista come Mitterand. Tutto ciò ha fatto sì che il sistema ‘ombra’ delle banche, non assoggettabile in pratica ad alcune forma di regolazione, oggi valga quanto il sistema bancario che lavora per così dire alla ‘luce del sole’. Sono stati compiuti eccessi non immaginabili in campo finanziario, che hanno fortemente danneggiato l’economia reale. Qualunque dirigente o imprenditore di fronte alla possibilità di fare il 15% di utile speculando a livello finanziario o il 5% producendo beni reali, ha cominciato a scegliere la prima opzione senza stare più a pensarci troppo.

Poi c’è stata la crisi del 2007-2008…

Una crisi causata soprattutto dalla “finanziarizzazione”, non disgiunta dalla stagnazione dell’economia reale. A cui si dovevano far seguire serie riforme a livello bancario e finanziario, anche solo tornando alle regole, tipo la legge Glass-Steagall del ‘33, che avevano assicurato 50 anni di stabilità. Però non si è fatto nulla. Le banche e il sistema finanziario sono tornate più grosse, prepotenti e invadenti di prima della crisi. L’euro e la superiorità della Germania riflettono i risultati della finanziarizzazione. Va detto che la politica tedesca è stata quella di comprimere i salari dei propri lavoratori, e di utilizzare fiumi di forniture a basso prezzo dai paesi industriali dell’Est per favorire le proprie esportazioni in modo incredibile. Nel 2014 l’eccedenza degli incassi tra import ed export è stata di 200 miliardi di euro. I crediti di qualcuno sono però i debiti di qualcun altro: spesso dei paesi impoveriti sotto il predominio della Germania, alla quale l’euro ha giovato moltissimo, impedendo agli altri paesi di svalutare la propria moneta per stare dietro alla competitività tedesca.

Il caso greco sarà quindi il primo di tanti altri che arriveranno?

Sì. Con la Grecia i tedeschi hanno detto: “Umiliarne uno per educarne diciotto”, se parliamo dell’eurozona. Ne seguiranno altri. La Germania procede con decisione, la sua industria e le sue banche sono pesantemente coinvolte nel meccanismo infernale che hanno messo in moto. Dopo la Grecia toccherà all’Italia, alla Spagna, e anche alla Francia.

Eppure il presidente Renzi ogni giorno vara una nuova riforma…

Le riforme di Renzi si collocano tra il dramma e la barzelletta. Rispetto alle dimensioni del problema, alla gravità della crisi, il Jobs Act è una stanca ricucitura di vecchi testi dell’Ocse pubblicati nel 1994 e smentiti dalla stessa Ocse: la flessibilità non aumenta l’occupazione. Abbiamo perso il 25% della produzione industriale, il 10-11% di Pil, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono penosamente modesti. I giochetti delle riforme sono l’apoteosi preoccupante del fatto che il governo non ha la più pallida idea dei problemi reali del paese; o forse ce l’hanno ma procedono per la loro strada di passiva adesione alle politiche di austerità.

C’è chi vede la capitolazione greca di fronte alla fermezza Bce e Fmi come l’atto più antidemocratico avvenuto in Europa negli ultimi vent’anni. Che ne pensa?

“Il ministro Schauble, il mastino della Germania e dell’euro, sta preparando altre strettoie dittatoriali per rafforzare il dominio tedesco sugli altri paesi dell’eurozona. A me pare che per un paese che vale demograficamente un ottavo della Germania, tener testa per cinque mesi agli ottusi e feroci burocrati di Bruxelles, della Bce e del Fmi sia un altissimo riconoscimento, un grande esempio di dignità politica. L’Italia è lontana anni luce dalla Grecia. Siamo un paese economicamente molto più pesante e di fronte ai memorandum europei avremmo potuto ottenere risultati maggiori; ma questi neoliberali che ci governano rappresentano le classi sociali alleate con la finanza che ci domina.

Renzi un neoliberale come Reagan e la Thatcher?

Sì. Anche Monti arrivò da Bruxelles, grazie all’intervento di Napolitano, per fare il gendarme delle più grandi insensatezze mai immaginate in campo economico: il pareggio obbligatorio di bilancio inserito addirittura in Costituzione, le riforme regressive del lavoro, i tagli forsennati alle pensioni. La Commissione Europea e la Bce ci mandano lettere che assomigliano ai feroci memorandum mandati alla Grecia. Ci manca soltanto che ci mandino lettere con su scritto come confezionare il pane, proprio come suggerito nell’accordo dell’Eurogruppo con Tsipras il 12 luglio.

Che c’è scritto in materia di produzione del pane?

Si tratta di una indicazione dell’Ocse richiamata espressamente nel testo dell’accordo. Da sempre i panettieri greci vendono due tipi di pane: da mezzo e da un chilo. Nella “cassetta degli attrezzi” dell’Ocse (così si chiama) ci sono alcuni paragrafi dedicati ai fornai a cui viene imposto, al fine di allargare la liberalizzazione di un paese e bla bla bla, di introdurre varie altre pezzature di diverso peso delle pagnotte. E poi il pane dovrà essere venduto in qualunque posto, anche nei saloni di bellezza, se lo vogliono. Capirete bene cosa rappresenta un’imposizione del genere: si sta dicendo ad un paese intero come fare il pane. Pensiamo ai 30mila dipendenti della Cee a Bruxelles e alle migliaia che lavorano per l’Ocse e per l’Eurogruppo con le loro macchinette mentre calcolano migliaia di coefficienti e trovano il tempo e ritengono opportuno intervenire sul pane. Si è raggiunto un livello di imbecillità inaudito, ed è soprattutto una forma di dittatura che avanza.

Ci può spiegare il concetto di “autoritarismo emergenziale” che ha coniato?

Un governo che ha una vocazione autoritaria, ma è ancora soggetto al peso del voto, deve trovare buone ragioni per imporre le sue misure autoritarie. Per farlo ricorre allo “stato di eccezione”, un vecchio concetto politico che indica che una parte di uno stato che non ne avrebbe diritto si appropria di poteri non suoi. Lo stato di eccezione può essere costituito dalla guerra, da epidemie, da disastri naturali, dove s’impone che la Costituzione venga messa da parte. Ricordiamo la costituzione della repubblica di Weimar, la più liberale d’Europa. Conteneva un articolo sullo stato di eccezione che nel 1933 permise al capo di governo Adolf Hitler di appropriarsi del potere assoluto facendo fuori gli altri partiti e poi la costituzione stessa. In Europa con la crisi delle banche, non solo americane, e grazie alle folli liberalizzazioni sono emerse le montagne di debito a cui gli istituti si sono esposti. Quando queste procedure sono cadute come castelli di carta i governi si sono dissanguati per salvare le banche con fiumi di denaro che hanno indebolito i bilanci pubblici degli stati. Così il debito pubblico europeo è salito in due anni dal 65% all’85% e i governi hanno inventato uno stato di eccezione, quello della spesa eccessiva per la protezione sociale. Si è speso troppo? Bisogna tagliare i bilanci pubblici. Così s’impongono misure sempre più dittatoriali.

Secondo lei ci sono le condizioni per constrastare ideologicamente e culturalmente la vulgata neoliberista?

Il neoliberismo ha stravinto la battaglia culturale, ha conseguito un’egemonia a cui Gramsci poteva guardare con invidia: controlla 28 su 29 governi dei paesi dell’area europea, qualunque siano i nomi dei partiti al governo. Hanno il 95% della stampa a favore, il 99% delle tv, dominano nelle università, e hanno conquistato i governi. Sono piuttosto difficili oggi da sconfiggere. La sinistra come forza partitica poi non esiste più e quindi non ha la forza di opporre un ruolo di riflessione o denuncia paragonabile a quello all’attacco vincente dei neoliberisti. Inoltre non ci sono saggi, libri, testi da contrapporre all’egemonia culturale neoliberale, qualcosa che contrasti la favola dei mercati efficienti, della finanza che inaugura una nuova fase del capitalismo e altre amenità simili.

Le vecchie categorie di pensiero del Novecento non bastano più per comprendere la realtà politica attuale?

No, ce ne sono alcune che funzionano ancora bene. Il fatto è che non basta dire “proletari della UE unitevi”, o cambiando forma dire ‘precari’ o ‘classi medie impoverite della UE unitevi’. Qui bisogna fornire idee, documenti, possibilità di azione e controreazione. Possono esserci milioni di elettori che voterebbero una politica di sinistra, realmente progressista, per uscire dall’austerità, ma chi glielo spiega?

C’è chi indica il salvataggio nell’uscita dall’euro. Oppure secondo lei si può stare dentro e modificarne in qualche modo il pensiero dominante?

Al di là della demagogia di alcuni politici italiani, l’euro è una camicia di forza peggiore anche del ‘gold standard’. Ha giovato solo alla Germania, perfino la Francia ha perso punti nelle esportazioni e aumentato la disoccupazione. Così com’è l’euro non può più funzionare. Sia chiaro che uscire dall’oggi al domani non si può, sarebbe un disastro per i depositi bancari, la fuga dei capitali, la forte svalutazione della moneta sul mercato internazionale. Ma bisognerà affrontare presto la questione del “se e come uscirne”, perchè ciò vuol dire molti mesi di preparazione; oppure possiamo tentare di temperare questa uscita in qualche modo: affiancare all’euro una moneta parallela che permetta ai governi di avere libertà di bilancio, mentre con gli euro si continua a sottostare al giogo dei creditori internazionali. Purtroppo con la Germania al comando e l’inanità del nostro e degli altri governi non c’è molto da sperare. Intanto i muri della Ue scricchiolano e prima o poi sarà il peggioramento della crisi a imporci decisioni drastiche. Sempre che non arrivi Herr Schauble a dirci che non ci vuole più nell’euro. Non è una battuta, stando ai documenti che circolano”.