destra

I frutti velenosi di Salvini

segnalato da crvenazvezda76

Migranti. L’attuale maggioranza, che ha imbarcato un bel pezzo del vecchio centro-destra, sembra minimamente preoccupata da questa destra spregiudicata e movimentista.

da ilmanifesto.info (12/11/2014) – di Alessandro Dal Lago

Da quando Massimo D’Alema se ne uscì con la famosa trovata della «costola della classe operaia», il fenomeno Lega è stato per lo più sottovalutato. Blandito e vezzeggiato a destra e sinistra, e anche temuto quando era al governo e sembrava sul punto di prendere il potere, il partito di Bossi non è stato compreso dai più nella sua natura profondamente fascista. E quindi non solo truce nelle parole d’ordine anti-meridionali, xenofobe, secessioniste e anti-europee, ma anche profondamente opportunista, capace di mutare obiettivi e alleanze, pur mantenendo la sua natura reazionaria. Prendiamo il giovane Salvini. Nel momento in cui la Lega di Bossi si è rivelata come un partito arraffone, corrotto come qualsiasi altro, Salvini ha dato una sterzata proponendosi come alternativa «giovanile», radicale e scapestrata. Quindi, niente più elmi con le corna, frescacce celtiche e tutto il folclore che copriva gli inciuci con Formigoni e Berlusconi, ma una politica di movimento e, soprattutto, una dimensione nazionale in cui far confluire la destra estrema e iper-nazionale che non può identificarsi con il secessionismo. Ecco, allora, l’alleanza con in Europa con Marine Le Pen e poi, da noi, con Casa Pound, imbarcata in un progetto che vede la Lega come partito leader della destra italiana post-berlusconiana. Altro che Alfano, borghese democristiano e doroteo fino al midollo. Ma per realizzare questo progetto, che sembra finora coronato da un certo successo, anche se limitato, a Salvini non bastano l’anti-europeismo e il populismo, un terreno politico-elettorale su cui Grillo, anche se in declino, ha piazzato la sua ipoteca. Il leader della Lega ha bisogno di far crescere la tensione, di scaldare gli animi, di mobilitare, se non altro nell’opinione pubblica, quell’ampio pezzo di società (un tempo si sarebbe detto la «maggioranza silenziosa») che la pensa come lui in tema di tasse, Europa e immigrati, anche se magari non si dichiara ideologicamente fascista o leghista. E niente di meglio, in questo senso, che andare a provocare nomadi e stranieri, che da quasi trent’anni fanno da parafulmine per tutti i mal di pancia nazionali. Ed ecco allora la provocazione di Bologna contro i Sinti, cittadini italiani in tutto e per tutto che hanno il torto di non vivere come i buoni leghisti del varesotto e della bergamasca. Ecco gli striscioni «No all’invasione» davanti ai ricoveri di rifugiati e richiedenti asilo, gente che non è venuta lì in macchina o in Suv, come i coraggiosi leghisti, ma ha attraversato mezzo mondo a piedi ed è scampata ai naufragi. Ed ecco ora l’oscena idea di andare a Tor Sapienza, a Roma, a gettare benzina sul fuoco acceso da estremisti di destra e, sembra, dai pusher che non vogliono centri per stranieri. Provocazioni fredde, calcolate e mirate, appunto, al ventre di quella società che mai andrebbe a tirare pietre contro gli stranieri, ma si rallegra profondamente quando qualcuno lo fa al posto suo. Verrebbe voglia di archiviare tutto questo come il solito fascismo della solita Italia, ma sarebbe un errore. Perché oggi gli anticorpi sono deboli e frammentari. Né l’attuale maggioranza, che ha imbarcato un bel pezzo del vecchio centro-destra, sembra minimamente preoccupata da questa destra spregiudicata e movimentista. E basta dare un’occhiata ai commenti e ai blog dei quotidiani nazionali per capire quanto sia ampio il sostegno ai Salvini di turno. D’altra parte, è sempre la vecchia storia. Quanto più le prospettive sono incerte, il futuro opaco, il lavoro mancante, il degrado della vita pubblica in aumento, tanto più è facile scaricare la frustrazione sugli alieni a portata di mano. E anche questo è un frutto avvelenato di qual thatcherismo appena imbellettato che passa sotto il nome di renzismo.

Parigi brucia

da il Manifesto – Anna Maria Merlo

A pochi giorni dal voto, il panico comin­cia a emer­gere nei par­titi di governo, nel Ps al potere e in seno all’Ump a destra. I son­daggi si sus­se­guono e, costan­te­mente, rive­lano che molto pro­ba­bil­mente il 25 sera il Fronte nazio­nale sarà il primo par­tito di Fran­cia. Secondo l’ultima inchie­sta Ipsos, dovrebbe arri­vare al 24%, supe­rando l’Ump al 22. Men­tre i socia­li­sti sono dati molto die­tro, al 17,5%. E se ai voti del Fronte nazio­nale si addi­zio­nano quelli di altri par­titi alla destra della destra, in par­ti­co­lare Debout la France del sovra­ni­sta Nico­las Dupont-Aignan e Force Vie dell’ultra cat­to­lica Chri­stine Bou­tin, l’estrema destra arriva al 28%.

Al Quai d’Orsay, al sot­to­se­gre­ta­riato agli Affari euro­pei, già temono i titoli dei grandi gior­nali del mondo. Anche se l’estrema destra rac­co­glierà molti voti anche altrove, la Fran­cia, per l’importanza del paese, foca­liz­zerà l’interesse mon­diale. La presa di distanza dalla costru­zione euro­pea e l’euroscetticismo gua­da­gnano ter­reno: solo il 39% dei fran­cesi giu­dica l’appartenenza della Fran­cia all’Ue «una buona cosa», il 19% pensa di essere «sol­tanto fran­cese», il 46% «più fran­cese che euro­peo» (solo il 32% si sente «altret­tanto fran­cese che europeo»).

Come si è arri­vati a que­sto punto in uno dei grandi paesi fon­da­tori del pro­getto euro­peo? Certo, c’è la crisi, la cre­scita zero (con­fer­mata nel primo tri­me­stre di quest’anno), la disoc­cu­pa­zione che non cala (più di 3 milioni di per­sone senza lavoro, che sal­gono a 5 se si include chi ha lavo­rato qual­che ora nell’ultimo mese). C’è la delu­sione pro­vo­cata dalla man­cata rea­liz­za­zione delle pro­messe del pre­si­dente Hol­lande, che aveva dichia­rato «il mio nemico è la finanza» e assi­cu­rato che avrebbe cam­biato le scelte di auste­rità, attri­buite a Bru­xel­les. Ma c’è qual­cosa di più. All’origine c’è quello che i fran­cesi con­si­de­rano un non rispetto del loro voto, il tra­di­mento del «no» al refe­ren­dum sul Trat­tato costi­tu­zio­nale del 2005, che poi si è tra­dotto nel voto solo par­la­men­tare del Trat­tato di Lisbona nel 2009, che riprende grosso modo tutti gli ele­menti del testo respinto nel 2005.

La cam­pa­gna elet­to­rale dell’estrema destra è par­tita pro­prio da que­sto tema. E lo ha decli­nato sotto tutti i suoi aspetti: la man­canza di «pro­te­zione» da parte della Ue aperta ai venti gelidi della mon­dia­liz­za­zione e che ha cau­sato «la disoc­cu­pa­zione di massa», le fron­tiere che lasciano pas­sare tutti, un allar­ga­mento che ha favo­rito «l’invasione» dei rom, le «regole assurde» che col­pi­scono le pro­du­zioni agri­cole tra­di­zio­nali, un’economia e una moneta «costruite dalla Ger­ma­nia per la Germania».

«Sì alla Fran­cia, no a Bru­xel­les» dice lo slo­gan di Marine Le Pen, «La Fran­cia è bella, pro­teg­gia­mola», ritro­viamo la «nostra sovra­nità», anche mone­ta­ria — uscendo dall’euro — per «atte­nuare la poli­tica di auste­rità», con­tro gli euro­ga­gas (gli «euro­rin­co­glio­niti») di destra e di sini­stra. Marine Le Pen non va al di là di que­sti slo­gan, non appro­fon­di­sce. Non ne ha biso­gno — non ne avrebbe le argo­men­ta­zioni per difen­dere le sue posi­zioni — ma anche per­ché è l’euroscetticismo che ha dato il là alla cam­pa­gna di tutti. Al punto da desta­bi­liz­zare l’Ump, il par­tito della destra di governo ormai chia­ra­mente spac­cato sull’Europa, con una fronda euro­scet­tica già consistente.

A pochi giorni dal voto, l’ex pre­si­dente Nico­las Sar­kozy, che aveva fatto capire che sarebbe inter­ve­nuto con una dichia­ra­zione pub­blica, ora esita, per­ché sente la vit­to­ria dei nemici dell’Europa. Per i socio­logi Luc Bol­tan­ski e Arnaud Esquerre, la destra «affa­sci­nata dall’estremismo», è para­liz­zata. Il cur­sore si spo­sta a destra e l’estremismo sta vin­cendo la bat­ta­glia dell’egemonia cul­tu­rale. Marine Le Pen ha rea­liz­zato que­sta svolta, cam­biando la posi­zione dell’Fn, che ai tempi del padre Jean-Marie era libe­ri­sta e oggi viene indi­vi­duato come il prin­ci­pale oppo­si­tore alla mon­dia­liz­za­zione. Con­tro il «sistema», il Fn si pone come il difen­sore dell’identità fran­cese, del «vero popolo» che vive nelle zone peri­fe­ri­che delle vil­lette indi­vi­duali e ha com­prato la mac­china die­sel, men­tre ora i bobo del cen­tro vogliono tas­sare il car­bu­rante inqui­nante. Marine Le Pen non ha nep­pure più biso­gno di pren­der­sela diret­ta­mente con gli immi­grati, non si è nep­pure schie­rata chia­ra­mente con gli ultrà anti matri­mo­nio gay. Le basta difen­dere la «lai­cità» tra­di­zio­nale fran­cese per par­lare al cuore del popolo scom­bus­so­lato, recu­pe­rando temi e metodi ela­bo­rati a sini­stra, stor­cen­done la dire­zione, annul­lan­done la gene­ro­sità. Una ricetta che ha già avuto un rela­tivo suc­cesso alle muni­ci­pali dello scorso marzo.