dimissioni

L’Anno Zero della Repubblica

L’addio di Renzi e l’Anno Zero della Repubblica

Un Senato che rivive, ma è privo di legge elettorale. Una Camera con l’Italicum, fino a quando durerà. E un governo da mettere in piedi, se non si vuole portare il Paese allo sfascio. La tempesta perfetta che si temeva è arrivata. Ora toccherà a Mattarella intervenire. Per costruire sulle macerie di stanotte.

di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 5 dicembre 2016

Matteo Renzi

«L’esperienza del mio governo finisce qua…». A mezzanotte e mezzo Matteo Renzi se ne va, nella sala dei Galeoni, ringrazia la moglie Agnese e i figli, abbozza un sorriso, «la sola poltrona che salta è la mia», si ferma travolto dalla commozione, «non sono un robot», infine sospira: «Per me riprende il cammino» . Una citazione da scout, come quella che utilizzò per annunciare che sarebbe andato a Palazzo Chigi, mille giorni fa. Una citazione di Robert Frost: «Avevo di fronte a me due strade e io presi la meno comoda».

Renzi se ne va, travolto da un’ondata di piena. Il Sì appariva in rimonta negli ultimi giorni, si attendeva una sconfitta, ma non in queste dimensioni: una disfatta. Il 40 per cento delle elezioni europee, il trionfo renziano del 2014, si capovolge nel suo opposto: il sì resta inchiodato al 40, come una maledetta beffa, il no sfiora il 60, venti punti di differenza. Un baratro che si spalanca in tutte le regioni, tranne il Trentino Alto Adige: il 61 per cento dei no in Veneto, il 57 in Lombardia, il 72 in Sardegna, il 69 in Campania. Il no va al 70 nella Napoli di Luigi De Magistris e nella Bari di Michele Emiliano, vince ad Agropoli, la città salernitana eletta a simbolo di clientela da Vincenzo De Luca.

Sono i numeri di una crepa che si è allargata in Italia come nel resto d’Europa tra il paese e le sue leadership politiche, economiche, il mitico establishment. Ma in Italia c’era la variante di Renzi. Un giovane outsider che aveva scalato il potere nel vuoto, promettendo di rottamare la vecchia politica e le antiche abitudini, ma anche di far crescere una nuova classe dirigente. Raggiunto il primo obiettivo, limitato ai capicorrente del suo partito, il premier si è trasformato rapidamente nella guida di un nuovo gruppo di comando. Impermeabile, chiusa, «esclusiva, escludente, solitaria», l’ha dipinto Romano Prodi nel comunicato con cui pure annunciava il suo voto a favore della Riforma.

Il paese si è via via allontanato. Non si è sentito ascoltato, nella narrazione renziana tutta vincente, è rimasto insensibile agli annunci, alle promesse, perfino alle realizzazioni del governo. E alla sfida fine del mondo sul referendum che avrebbe dovuto nei piani di Renzi tagliare le poltrone dei politici ha replicato con una rivolta. In quel Sì e in quel No, gabbie troppo strette per contenere e racchiudere la ricchezza e la complessità dei mali e delle potenzialità italiane, alla fine è rimasto prigioniero il premier che si era autocondannato a correre sempre e che ha portato il suo disegno e la sua premiership nel burrone.

Con lui c’è il suo partito, il Pd, azzerato da una campagna elettorale one-man-show e ora di nuovo dilaniato dalle divisioni. La maggioranza di Renzi non esiste, né sui territori né nel Paese e forse neppure in Parlamento. La minoranza Pd nella società italiana è ininfluente. Il partito ridotto a comitato elettorale dell’americano Jim Messina, il guru che ha fatto perdere tutti i suoi clienti, ha perso ogni contatto con la realtà.

Eppure tocca al Pd e a Renzi indicare una strada. Perché nell’azzardo politico del referendum c’è un Senato che rivive ma è privo di legge elettorale. Una Camera con l’Italicum, fino a quando durerà. E un governo da mettere in piedi, se non si vuole portare il Paese allo sfascio. Perché questo è il risultato delle scommesse renziane, e non si può dare la colpa ai cittadini che hanno votato no: non c’è legge per eleggere il Senato, forse non ci sarà neppure quella per la Camera, non c’è un governo. La tempesta perfetta che si temeva è arrivata.

Renzi ha perso, ma non ha vinto l’Accozzaglia che già da stanotte litiga. La corsa tra i capi della destra a occupare i primi minuti televisivi per mettere la firma sulla vittoria è il prologo di quello che sta per succedere tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi e dentro Forza Italia. I big del Movimento 5 Stelle si presentano come tories inglesi a chiedere le elezioni subito.

L’ondata ora sale verso il Quirinale, dove c’è il galantuomo Sergio Mattarella. Tocca a lui, l’invisibile Custode del Colle, intervenire. Per costruire sulle macerie di stanotte. Doveva essere nei piani di Renzi il giorno di nascita della Terza Repubblica, con un referendum di stampo gollista. È invece arrivato l’Anno Zero.

Dei Boschi e delle Banche

Banca Etruria, nel 2013 la lettera di Bankitalia: istituto travolto “in modo irreversibile” da “progressivo degrado”

Mentre la Popolare chiedeva investimenti alla clientela, Via Nazionale già sapeva che erano fortemente a rischio. Ma non è intervenuta e i risparmiatori hanno perso tutto. È dal 2002 che Palazzo Koch ha riserve sull’istituto aretino e lo ribadisce nel 2010 e nel 2012.

di Giorgio Meletti – ilfattoquotidiano.it, 17 dicembre 2015

Già due anni fa Banca Etruria era travolta “in modo irreversibile” da un “progressivo degrado” in corso indisturbato da 11 anni. Lo ha scritto il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco in una lettera al consiglio d’amministrazione della Popolare aretina il 3 dicembre 2013. Peccato che la lettera fosse segretata, probabilmente per non disturbare il collocamento di obbligazioni subordinate in corso proprio in quei giorni. Se Visco avesse reso pubblica la lettera, molti risparmiatori avrebbero potuto salvare i propri risparmi. Ma per Bankitalia il parco buoi non deve sapere, per essere spolpato meglio. In questo caso però, essendo saltato il banco, è possibile che chi ha perso i suoi soldi chieda giustizia in tribunale: la Vigilanza bancaria sapeva cose tremende su Banca Etruria e le ha occultate al pubblico.

Nel 2013 Banca Etruria è pressata da Bankitalia, che dal 2002 contesta la debolezza patrimoniale a fronte di crescenti rischi sui crediti (clienti che stentano a rimborsare i prestiti ottenuti). Piazza un aumento di capitale da 100 milioni e quattro emissioni di subordinate per complessivi 120 milioni. L’ultima tranche viene piazzata agli sportelli di Etruria, unico luogo di smercio, tra ottobre e dicembre. Nel frattempo gli ispettori della Vigilanzapassano al setaccio per l’ennesima volta gli uffici di Arezzo. Guidati da Emanuele Gatti, che il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo considera il suo Maradona, si installano in banca dal 18 marzo al 6 settembre. Dopo sei mesi consegnano a palazzo Koch i loro rilievi.

Il 3 dicembre Visco scrive la lettera che comincia con la scritta “riservatissimo”. Leggendo si capisce perché. Il 20 dicembre la Consob pubblica un supplemento al prospetto informativo della subordinata IT0004966856, che è già stata venduta e che, secondo gli scenari probabilistici opportunamente vietati dalla Consob, presentava il 64 per cento di probabilità di perdere la metà del capitale. Il supplemento concede agli investitori (qualora avessero per caso saputo della pubblicazione) di revocare l’ordine di acquisto, alla luce delle novità, entro due giorni lavorativi. Il 20 dicembre è un venerdì, possono eventualmente andare in banca il 23 e il 24 dicembre.

A parte questa presa in giro, il supplemento tace della lettera di Visco. Si limita a dire che, a seguito dell’ispezione, Bankitalia ha fatto dei rilievi che “non assumono in ogni caso un’entità tale da pregiudicare il mantenimento dei requisiti prudenziali”. E che, “in linea con gli indirizzi dell’Organo di Vigilanza”, il cda ha deciso di cercare un partner bancario di “elevato standing”: “Un intento che, oltre a dare respiro alle prospettive future, mira a non compromettere i livelli occupazionali ed a valorizzare il sempre crescente patrimonio di professionalità e conoscenze acquisite nel tempo”. Ma che bello. Prima di vedere che cosa ha scritto Visco, ricordiamoci il copione. La Banca d’Italia non vigila sui mercati finanziari, quindi non si assume responsabilità se il contenuto di un prospetto, oltre che tardivo, risulti anche falso. Scarica la colpa sulla Consob, che però replicherà che non può sapere della lettera di Visco se Bankitalia non glielo dice.

Visco il 3 dicembre ha scritto nella lettera segreta che già nel 2002, a fronte di ingenti crediti ammalorati, “la Banca d’Italia ha imposto un coefficiente patrimoniale specifico”: cioè un capitale totale pari al 10 per cento dei prestiti erogati e non dell’8 per cento come nelle banche sane. Questa misura di prevenzione, dice Visco, “non è stata mai rimossa per mancanza dei necessari presupposti”, visto che “negli ultimi anni tali criticità si sono progressivamente accentuate”. Ricorda l’ispezione del 2010, che non è servita a fermare il degrado. E richiama la lettera del 24 luglio 2012 con cui era stato chiesto un rimpasto sostanzioso del cda per la sua “inadeguatezza”, un taglio della struttura attraverso il “ridimensionamento della rete territoriale”, e “un rafforzamento dei buffer patrimoniali rispetto ai minimi regolamentari”, cioè nuovo capitale, cioè obbligazioni subordinate, visto che il mercato non assorbiva aumenti di capitale.

Un anno e mezzo dopo la lettera del 2012 Visco sostiene che aBanca Etruria si sono fatti beffe di lui: “I ritardi accumulati nell’affrontare le gravi problematiche e il ricorso ad interventi parziali e talvolta dilatori hanno contribuito ad accrescere le criticità”. Conclusione tombale: “A seguito del progressivo degrado della situazione aziendale, la Banca Popolare dell’Etruria risulta ormai condizionata in modo irreversibile da vincoli economici, finanziari e patrimoniali che ne hanno di fatto ‘ingessato’ l’operatività”. Per cui Bankitalia “ritiene che la Popolare non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”. Visco ordina a Banca Etruria di vendersi a un’altra banca più grossa entro 120 giorni, tempo che in genere non basta neppure per vendere un’auto usata. Infatti non succederà niente. L’ispezione di Bankitalia serve solo a fare fuori il presidente Giuseppe Fornasari (che ne ha contestato energicamente i contenuti) e a mettere in sella Lorenzo Rosi (oggi indagato) con due vice presidenti: Pier Luigi Boschi e Alfredo Berni, ex direttore generale negli anni in cui la Banca, stando a Visco, era stata sfasciata. Lo scorso febbraio, a quindici mesi dalla letteraccia, Visco ha commissariato l’istituto che Bankitalia ha lasciato sfasciare per 13 anni segretando le sue ispezioni.

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di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it, 17 dicembre 2015

Maria Elena Boschi se ne deve andare sì o no? Mettiamo in fila i fatti sin qui emersi che la riguardano nel pasticciaccio brutto delle banche del buco.

1) Il 20 gennaio 2015 il Consiglio dei ministri del governo Renzi vara un decreto che trasforma le banche popolari in società per azioni. Fra queste c’è Banca Etruria, di cui la Boschi è piccola azionista, il padre Pier Luigi è vicepresidente, membro del Cda e socio, e il fratello Emanuele è dirigente, dipendente e socio. Decreto forse doveroso.

Ma le banche, già da tempo defunte secondo Bankitalia (fra cui Etruria), tornano appetibili sul mercato e continuano ad attirare risparmi come se fossero risorte. Per giorni regna il mistero sulla presenza della Boschi in quel Cdm, che configurerebbe un bel conflitto d’interessi. Fonti qualificate del Fatto assicurano che la Boschi c’era. Lei smentisce: “Ero in Parlamento a seguire le riforme istituzionali”. Purtroppo nessuno l’ha vista.

2) L’affare si complica quando si scopre che il decreto, annunciato a Borse chiuse per evitare speculazioni, era noto negli ambienti finanziari da parecchi giorni, tant’è che i titoli delle banche coinvolte erano lievitati per massicci acquisti alla vigilia (il record del rialzo lo registrò proprio Etruria, con un +65%). Insomma, qualcuno aveva violato il segreto.

La Consob sospetta un caso gigantesco di insider trading. Ora Carlo De Benedetti, uno dei sospettati degli acquisti, replica che dell’imminente decreto sapevano tutti. Un segreto di Pulcinella. Chi, nel governo, se la cantò? E perché tanti acquisti proprio su Etruria?

3) Il 22 novembre il Consiglio dei ministri vara il decreto “salva-banche” che recepisce la direttiva europea sul bail-in: accolla al sistema bancario (non allo Stato perché non si può più) il costo del dissesto di quattro banche bollite, e lascia senza risarcimenti obbligazionisti subordinati e azionisti anche se sono stati truffati con informazioni false o incomplete sullo stato di salute delle medesime.

Fra queste c’è di nuovo Banca Etruria, di cui papà Boschi non è più vicepresidente perché, dopo le severe censure di Bankitalia con multa di 140 mila euro, è uscito di scena col commissariamento (un atto dovuto del governo, non certo la prova di inflessibilità e imparzialità millantato da Renzi & Boschi). Stavolta è sicuro che la Boschi non partecipa, sempre per scansare il conflitto d’ interessi.

4) C’è un terzo decreto sul bail-in, quello preparatorio del 16 novembre. Questo aggiunge alla norma europea una clausoletta (articolo 35 comma 3) che quella non prevede in materia di responsabilità degli amministratori. E, secondo alcune interpretazioni, rende più difficile per azionisti e singoli creditori l’ azione di responsabilità per chiedere risarcimenti ai manager, ai membri dei Cda e ai commissari delle banche.

Compreso papà Boschi, ex vicepresidente di Etruria. Che, grazie alla mancata equiparazione dello scioglimento di una banca al fallimento, non perde neppure i titoli necessari per andare ad amministrarne un’ altra.

5) Poniamo che la Boschi si sia astenuta sia sul primo decreto (dubbio) sia sugli altri due (sicuro). Purtroppo però era presente alle tre riunioni preparatorie del secondo e del terzo, come ha documentato su Libero Franco Bechis. Infatti la lettera di accompagnamento del doppio provvedimento del 16 e del 22 novembre, datata 5 ottobre, è firmata Maria Elena Boschi.

Ma in ogni caso astenersi dai Cdm non è un titolo di merito: è un atto dovuto per la legge Frattini sui conflitti d’interessi varata nel 2004 dal governo B., sempre contestata per la sua ridicolaggine dal centrosinistra che però, in barba alle promesse elettorali, non l’ ha mai toccata.

Articolo 3: “1. Sussiste situazione di conflitto di interessi ai sensi della presente legge quando il titolare di cariche di governo partecipa all’adozione di un atto, anche formulando la proposta, o omette un atto dovuto, trovandosi in situazione di incompatibilità… quando l’ atto o l’ omissione ha un’ incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate… con danno per l’interesse pubblico”. Quindi, astenendosi, la Boschi rispetta la legge di B. ed evita un conflitto d’ interessi che lei stessa riconosce esistere.

6) Anche B. ogni tanto usciva dai Cdm mentre i suoi ministri decretavano ad suam personam (o aziendam): per esempio per salvare Rete4 dallo spegnimento imposto dalla Consulta. Una buffonata, perché B. era il dominus del governo e mai nessuno avrebbe approfittato della sua assenza per disobbedire ai suoi ordini. Ora, la Boschi non è il premier e non è neppure B.. E i decreti sulle banche non riguardano esclusivamente Etruria.

Ma se allora tutto il centrosinistra rideva a crepapelle di B. che pensava di evitare il conflitto d’ interessi uscendo dalla stanza, dovrebbe almeno sorridere dinanzi allo stesso escamotage della Boschi. Che non è un ministro qualsiasi: è la figura più in vista del governo dopo Renzi, la ministra di sua maggior fiducia, il simbolo della rivoluzione sorridente renziana. Qualcuno è così ingenuo da credere che, prima di uscire dalla stanza, la Boschi non parli con Renzi dei decreti sulle banche? Un conto è dire di aver rispettato la legge (Berlusconi-Frattini!). Un altro è negare un conflitto d’interessi visibile a occhio nudo.

7) Come ha rivelato il Fatto, il pm di Arezzo che indaga con grande prudenza sulla malagestione di Etruria (e quindi anche del Cda vicepresieduto da papà Boschi) è consulente giuridico di Palazzo Chigi (dove lavora, accanto a Renzi, la ministra Boschi). Lo è dai tempi del governo Letta, ma è stato confermato dal governo Renzi.

Possibile che Renzi, la Boschi e il pm, che lo sapevano da ben prima che lo scoprissimo noi, non abbiano notato neppure questo, di conflitto d’interessi, e non abbiano deciso subito, all’esplodere del caso Etruria, di troncare quel rapporto per evidenti motivi di opportunità?

8) Avendo ricevuto, come i colleghi di altre procure, un esposto contro gli ex amministratori di Etruria dalle associazioni dei consumatori, può darsi che il pm di Arezzo iscriva anche papà Boschi sul registro degli indagati per vagliare le accuse. Se ciò accadesse, ancora una volta la Boschi non avrebbe alcun obbligo di dimettersi. Ma, restando al suo posto, diventerebbe un bersaglio ancor più facile per polemiche, sospetti e contestazioni, che trascinerebbero il premier in un gorgo senza fine, obbligandolo a difendere la fedelissima e la sua famiglia per vicende che nulla hanno a che fare con il governo e che al momento nessuno, nemmeno nel governo né probabilmente la Boschi, è oggi in grado di conoscere.

9) I paragoni con le dimissioni chieste o date da altri ministri (Alfano, Cancellieri, Lupi, De Girolamo e Idem) non reggono: la Boschi non è coinvolta né direttamente né indirettamente in inchieste penali. Ma le fughe di notizie sul primo decreto, lo scudo salva-amministratori e salva-papà del secondo e del terzo e l’imbarazzo – destinato a crescere – per gli sviluppi delle indagini sulla banca amministrata dal genitore creano un gigantesco caso di opportunità politica che dovrebbe suggerirle di farsi da parte per il bene suo e del governo.

10) Come disse lei stessa nel novembre 2013 a Ballarò su un caso diverso dal suo (la Cancellieri sospettata di interventi diretti per favorire la famiglia Ligresti), il punto “non è tanto se ci debbano essere o meno le dimissioni del ministro o se viene meno la fiducia nei confronti del governo. Il punto vero è che è in gioco la fiducia nelle istituzioni. Il punto grave è che ancora una volta si è data l’immagine di un Paese in cui la legge non è uguale per tutti, ma ci sono delle corsie preferenziali per gli amici degli amici, per chi ha i santi in Paradiso. Io al suo posto mi sarei dimessa”. Parole sante. Come passa, il tempo.

Le sette tesi Capitali

Post-democrazia, sette tesi sul «caso Marino»

L’ex sindaco di Roma Ignazio Marino © LaPresse

di Angelo d’Orsi – ilmanifesto.info, 1° novembre 2015

Gli avve­ni­menti romani delle ultime set­ti­mane hanno posto in luce, mi pare, alcuni ele­menti di fondo sulla tran­si­zione ita­liana verso la post-democrazia, ossia il supe­ra­mento della sostanza della demo­cra­zia, con­ser­van­done le appa­renze, secondo un pro­cesso in corso in tutti gli Stati libe­rali, ma con delle pecu­lia­rità pro­prie, che hanno a che fare con la sto­ria ita­liana e, forse, anche l’antropologia del nostro popolo.

Senza più entrare nel merito della vicenda della cac­ciata di Igna­zio Marino dal Cam­pi­do­glio, su cui peral­tro mi sono già espresso più volte, a netto soste­gno del sin­daco, pur rile­van­done le debo­lezze e gli errori (ha sin­te­tiz­zato bene ieri l’altro sul mani­fe­sto Norma Ran­geri: «non è il migliore dei sin­daci, il mestiere poli­tico non è il suo, si è mosso fidan­dosi … del suo cer­chio magico»), e con­tro l’azione del Pd, irre­spon­sa­bil­mente soste­nuta anche dal M5S, all’unisono con le frange della destra estrema, pro­pongo alcune rifles­sioni che hanno biso­gno natu­ral­mente di essere appro­fon­dite, oltre che discusse.

I Tesi

Le assem­blee elet­tive, ossia quella che si chiama «la rap­pre­sen­tanza», hanno un valore ormai nullo. Depu­tati, sena­tori, con­si­glieri regio­nali e comu­nali, sono pedine inin­fluenti, che si muo­vono all’unisono con gli orien­ta­menti dei capi e sottocapi.

Obbe­di­scono in modo auto­ma­tico, ma cosciente, nella spe­ranza di entrare nell’orbita del potere «vero», o quanto meno avvi­ci­narsi ad essa, e diven­tare sia pure a livelli infe­riori o addi­rit­tura infimi, «patro­nes» di pic­cole schiere di «clien­tes». Il potere legi­sla­tivo è com­ple­ta­mente disfatto.

II Tesi

I par­ti­titi poli­tici, tutti, sono diven­tati «par­titi del capo». I mili­tanti, e per­sino i diri­genti, dal livello più basso a quelli via via supe­riori, non con­tano nulla. Tutto decide il capo, cir­con­dato da una schiera di fedeli, i “guar­diani”. Le forme di reclu­ta­mento e di sele­zione, che dalla base giun­gono al ver­tice, sulla base di per­corsi lun­ghi, tra­gitti di «scuola poli­tica», hanno per­duto ogni sostanza; con­tano con­su­lenti, ope­ra­tori del mar­ke­ting, son­dag­gi­sti, costrut­tori di imma­gine. Il distacco tra il capo, e il ristret­tis­simo ver­tice intorno a lui, e lo stesso par­tito, inteso come strut­tura di ade­renti, intorno, di sim­pa­tiz­zanti, o di sem­plici elet­tori, appare totale.

Se crolla il capo, crolla il par­tito, nel Pd come è acca­duto in Forza Ita­lia, e come acca­drà nel Movi­mento 5 Stelle, se i mili­tanti non scel­gono una via diversa.

III Tesi

Il Vati­cano, e le gerar­chie della Chiesa cat­to­lica, costi­tui­scono non sol­tanto uno Stato nello Stato, ma uno Stato poten­zial­mente ostile, che eser­cita un’azione diret­ta­mente poli­tica, volta a con­di­zio­nare, fino al sov­ver­ti­mento, gli stessi ordi­na­menti libe­rali; diventa «potenza amica» solo quando e nella misura in cui il potere legit­timo si piega ai suoi dettami.

IV Tesi

I grandi media non eser­ci­tano sem­pli­ce­mente un’influenza, come sosten­gono certi mass­me­dio­logi; essi rap­pre­sen­tano pie­na­mente un potere, capace di creare o distrug­gere lea­der, cul­tu­rali o poli­tici o spor­tivi. Abbiamo avuto esempi pic­coli e grandi, di distru­zione o costru­zione, da Roberto Saviano a Renata Pol­ve­rini, fino a Igna­zio Marino, osan­nato chi­rurgo, esem­plare per­fetto della «società civile», poli­tico one­sto, sin­daco in grado di sve­lare e sgo­mi­nare l’intreccio affaristico-mafioso della capi­tale, diven­tato improv­vi­sa­mente il con­tra­rio di tutto ciò, a giu­sti­fi­ca­zione della sua orche­strata defenestrazione.

V Tesi

La lotta poli­tica pro­cede oggi su due livelli distinti ed oppo­sti: il livello palese, che finge di rispet­tare le regole del gioco, privo di effet­tua­lità; e un secondo livello, nasco­sto, che conta al cento per cento, nel quale si assu­mono deci­sioni, si scel­gono i can­di­dati ad ogni carica pub­blica, e si pro­cede nella sele­zione (sulla base di cri­teri di mera fedeltà a chi comanda) dei «som­mersi» e dei «sal­vati». Il livello som­merso è in realtà un potere sol­tanto indi­ret­ta­mente gestito dal ceto poli­tico: è ema­na­zione di poteri forti o for­tis­simi ita­liani o stra­nieri, di lobby, palesi o occulte, alcune delle quali cor­ri­spon­denti a cen­trali criminali.

VI Tesi

Il Par­tito Demo­cra­tico rap­pre­senta oggi la forza ege­mone della destra ita­liana: una forza irre­cu­pe­ra­bile ad ogni istanza di sini­stra. Il suo capo Mat­teo Renzi costi­tui­sce il mag­gior peri­colo odierno per la demo­cra­zia, o per quel che ne rimane. Ogni suo atto, sia nelle forme, sia nei con­te­nuti, lo dimo­stra, giorno dopo giorno. Il suo cini­smo (quello che lo portò a ordi­nare a 101 peo­nes di non votare per Romano Prodi alle ele­zioni pre­si­den­ziali; lo stesso cini­smo che lo ha por­tato a ordi­nare a 25 con­si­glieri capi­to­lini di affos­sare Marino e la sua Giunta) è lo stru­mento primo dell’esercizio del potere.

Renzi si è rive­lato un per­fetto seguace dei più agghiac­cianti «con­si­gli al Prin­cipe» di Nic­colò Machiavelli.

VII Tesi

La rea­zione spon­ta­nea, dif­fusa, robu­sta, alla defe­ne­stra­zione di Igna­zio Marino dal Cam­pi­do­glio testi­mo­nia dell’esistenza di un’altra Ita­lia: i romani che hanno soste­nuto «Igna­zio», con estrosi slo­gan, nelle scorse gior­nate, al di là dell’affetto o della stima per il loro sin­daco, hanno voluto far com­pren­dere che la can­cel­la­zione della demo­cra­zia trova ancora osta­coli e che esi­stono ita­liani e ita­liane che «non la bevono», che la «que­stione morale» con­serva una pre­senza nell’immaginario dell’Italia pro­fonda (che dun­que non è solo raz­zi­smo e igno­ranza, egoi­smo e paras­si­ti­smo, tutti ele­menti forti nel «pac­chetto Ita­lia»); esi­stono ita­liani e ita­liane pronti a resistere.

Su loro occorre fare affi­da­mento, per costruire prima una bar­ri­cata in difesa della demo­cra­zia, quindi per pas­sare al con­trat­tacco, tra­sfor­mando la spon­ta­neità in orga­niz­za­zione, la folla in massa cosciente, il dis­senso in pro­po­sta poli­tica alter­na­tiva. Che il «caso Marino» costi­tui­sca l’occasione buona per far rina­scere la volontà gene­rale e sol­le­ci­tarla all’azione?

Marino non molla

Marino, folla e delirio in Campidoglio. “Non vi deluderò, voglio un confronto col Pd”

“Marino resisti: il Pd con il padrino, noi con Marino”. Sono questi alcuni dei cartellli sventolati oggi in Campidoglio da centinaia di manifestanti a favore del sindaco dimissionario di Roma. E Ignazio Marino decide di ricambiare i suoi sostenitori: “Questa piazza mi dà la forza di andare avanti, non vi deluderò, la democrazia non si fa nelle stanze chiuse”. E ancora: “Serve un confronto con il Pd, il partito che ho contribuito a fondare”. Poi si concede un bagno di folla. Una ressa di giornalisti l’accompagna lungo il tragitto, ma il sindaco non chiarisce se revocherà le dimissioni accettando il rischio di farsi sfiduciare in un Consiglio comunale.

Il messaggio di Alexis

Segnalato da Barbara G.

IL MESSAGGIO DI ALEXIS TSIPRAS ALLE GRECHE E AI GRECI

Alexis Tsipras (Traduzione di Argiris Panagopoulos) – facciamosinistra.blogspot.it

Greche e greci,

Negli ultimi mesi abbiamo passato tutti noi momenti difficili e drammatici.

La dura trattativa con i creditori è stata una grande prova per il governo e per il paese.

Le pressioni, i ricatti, gli ultimatum, l’asfissia di credito hanno portato ad una situazione senza precedenti.

Tutti l’ha abbiamo vissuta.

Ma tutti abbiamo vissuto la pazienza, la calma, la resistenza del nostro popolo.

La determinazione popolare che ha registrato il referendum.

La decisione di cambiare le cose, di cambiare il paese, di cambiare tutto ciò che ci ha portato alla crisi e la frammentazione sociale.

Cerchiamo di essere chiari:

Senza questa determinazione popolare i creditori o avrebbero imposto assolutamente la loro volontà o ci avrebbero portato al disastro.

Questa determinazione è stata presente in ogni fase dei negoziati.

Questa determinazione offriva forza alla nostra resistenza, alla nostra battaglia giorno per giorno, con le a volte assurde richieste e le minacce dei creditori.

Oggi questa difficile fase si conclude in modo permanente con la ratifica dell’accordo e l’erogazione della prima tranche di 23 miliardi di euro e il pagamento delle obbligazioni del paese sia all’estero che all’interno.

L’economia si respira. Il mercato sarà normalizzato. Le banche dovranno lentamente trovare il loro ritmo normale.

Non si tratta, naturalmente, della fine della difficile situazione che stiamo vivendo ormai da cinque anni.

Ma ho la convinzione che può essere dimostrata dal lavoro e dalla coerenza di tutti noi, l’inizio della fine di questa situazione difficile.

Il passo decisivo verso la normalizzazione del finanziamento della nostra economia.

Un principio che non è facile, ma che ci offre prospettive e opportunità.

Basta che la società resta in piedi e presente.

Calma ed esigente come tutto il periodo precedente.

Greche e greci,

Voglio essere assolutamente sincero con voi.

Non abbiamo avuto l’accordo che abbiamo voluto prima delle elezioni di gennaio.

Non abbiamo affrontato pero anche la reazione che avevamo aspettato.

In questa battaglia abbiamo fatto concessioni.

Ma abbiamo portato un accordo che date le circostanze prevalentemente negative in Europa e dato che abbiamo ereditato dal governo precedente l’assoluto aggancio del paese alle condizioni dei memorandum, era il migliore che si poteva avere.

Questo accordo siamo obbligati a rispettarlo, ma contemporaneamente di dare la battaglia per ridurre al minimo le conseguenze negative.

Nell’interesse dei molti.

Al fine di riconquistare al più presto la nostra sovranità di fronte ai creditori.

Senza accettare come verità infallibili le loro interpretazioni.

Senza accettare tagli orizzontali, le atrocità sui diritti del lavoro, il dissanguare sempre le più deboli forze sociali.

E abbiamo già dimostrato che sappiamo e possiamo lottare per raggiungere molte cose.

Ricordate solo quale era la posizione dei partner prima di questo accordo:

Una proroga di cinque mesi del programma precedente, piena applicazione degli impegni del governo precedente e dopo nuovi prerequisiti per il finanziamento del paese.

A questo momento e dopo il referendum abbiamo approvato un accordo triennale, con un finanziamento assicurato.

Ricordate anche che ci avevano chiesto, l’abolizione immediata delle pensioni EKAS, privatizzazione la rete di energia elettrica e della “piccola DEH – Enel”.

Queste cose non le abbiamo accettate e abbiamo vinto.

Avevano chiesto anche l’applicazione immediata della clausola per il deficit pari a zero per i fondi integrativi dei pensionati.

Nell’accordo vi è un riferimento esplicito alla ricerca di misure equivalenti e siamo pronti a dare questa battaglia.

Anche il ritorno dei rapporti di lavoro e l’impedendo dei licenziamenti collettivi nel settore privato, sono nel nostro obiettivo irremovibile e penso che raggiungeremo anche questo.

I licenziamenti nel settore pubblico sono ormai alle spalle e hanno tornato i guardiani delle scuole, le donne delle pulizie e il personale amministrativo nelle università.

Negli ospedali non c’è più il ticket dei 5 euro, mentre si fa strada la procedura per assumere 4.500 tra medici ed infermieri che sono assolutamente necessari attraverso un concorso pubblico ASEP.

Non dimentichiamo che abbiamo concordato a drammaticamente inferiori surplus primari da quelli del governo precedente, con il risultato il risanamento dei conti pubblici, cioè le misure necessarie, di essere inferiori di 20 miliardi di euro.

Inoltre, il nuovo accordo di finanziamento non è sottoposto al Diritto Inglese con caratteristiche coloniali che avevano accordato i governi greci nei accordi precedenti, ma si riferisce al Diritto Europeo ed Internazionale, mentre il nostro paese mantiene tutti i privilegi e le immunità che proteggono la proprietà pubblica.

Ed infine, per la prima volta con modo così esplicito ed inequivocabile, di determina la procedura per la riduzione del valore del debito greco, che è forse il nodo più importante per risolvere il problema greco.

Abbiamo guadagnato allora terreno significativo, senza che ciò significhi che abbiamo ottenuto quello che noi e la gente ci aspettavamo.

Greche e greci,

Ora che questo ciclo difficile si conclude.

E a differenza del solito atteggiamento di molti che considerano purtroppo che sono autorizzati a mantenere i posti, gli offici, gli incarichi indipendentemente dalle condizioni e circostanze sento profondo obbligo morale e politico di mettere al vostro giudizio tutto quello che ho fatto.

Le cose giuste e gli errori.

Gli successi e le omissioni.

Per questo ho deciso di recarmi presto al Presidente della Repubblica a presentare le mie dimissioni e le dimissioni del governo.

Il mandato popolare che ho preso il 25 gennaio ha esaurito i suoi limiti.

E ora deve prendere di nuovo la parola il popolo sovrano.

Voi, con il vostro voto deciderete se abbiamo rappresentato il paese con la determinazione e il coraggio che richiedevano i difficili negoziati con i creditori.

Voi, con il vostro voto, deciderete se l’accordo ottenuto offre le condizioni per superare l’attuale impasse, di recuperare l’economia, per entrare infine alla strada per lasciare indietro i memorandum e la crudeltà che loro comportano.

Voi, con il vostro voto, deciderete chi e come può portare la Grecia nella difficile ma alla fine promettente strada che si apre davanti a noi.

Chi e come potrà negoziare meglio la diminuzione del debito.

Chi e come potrà procedere con passo sicuro e costante alle necessarie, profonde e progressiste riforme che abbiamo bisogno.

È, infine, con il vostro voto, voi vi giudicherete tutti.

Tutti coloro che abbiamo dato la battaglia dentro e fuori il paese, per non trovare la Grecia al plotone di esecuzione.

E quelli che invocando la coerenza ideologica e proponendo pertanto l’opinione che la Grecia ha bisogno dei crediti, cioè memorandum, ma con la dracma, commettono l’estrema incoerenza di convertire in minoranza parlamentare la maggioranza che il nostro popolo ha dato per prima volta al paese, il governo di Sinistra.

Ma anche quelli del vecchio sistema politico e i centri d’intreccio, che per tutto questo tempo ci chiamavano e ci facevano pressioni, coordinati con i più duri centri dei creditori, di firmare qualsiasi cosa che ci mettevano davanti a noi.

Calunniando anche la nostra resistenza come fosse ostruzionismo.

Greche e greci,

mi lascio al vostro giudizio con la mia coscienza tranquilla.

Orgoglioso per la battaglia che io e il mio governo abbiamo dato.

Mi sforzai tutto questo tempo per attenersi a ciò che abbiamo promesso.

Abbiamo negoziato duramente e con persistenza per lungo tempo.

Abbiamo resistere alle pressioni e ai ricatti.

Siamo arrivato è vero in situazioni limite per il popolo e per l’economia.

Abbiamo fatto, tuttavia, il caso della Grecia una questione globale.

Abbiamo fatto la resistenza del nostro popolo bandiera e incentivo di lotta per gli altri popoli europei.

E l’Europa non è la stessa dopo questi difficili sei mesi.

L’idea che si possa finalmente mettere fine all’austerità guadagna terreno.

Le differenze tra le forze democratiche e progressiste europee sono sempre più sentire.

E noi, la Grecia, con prestigio e un raggio di azione molte volte più grande della nostra dimensione abbiamo giocato e giochiamo un ruolo di primo piano nei cambiamenti a venire.

Nel dibattito per il futuro dell’Europa la Grecia sarà in prima linea.

Ieri con una mia lettera ho chiesto dal presidente del Parlamento europeo che il Parlamento europeo acquisisce come istituzione con una legittimazione democratica diretta, un ruolo attivo nel programma di finanziamento greco.

La trasparenza, l’aperto dibattito democratico, il fatto democratico di rendere conto delle azioni di tutti, la valutazione dell’impatto che hanno, dovrà essere ormai parte integrante dell’applicazione del nostro accordo con i partner.

Greche e greci,

Per tutto questo il tempo, nonostante le condizioni dure e difficile del negoziato abbiamo ottenuto anche di lasciare dietro di noi un esempio diverso di governare.

Abbiamo legiferato il pagamento dei debito arretrati allo stato in cento rate, abbiamo preso le misure per la crisi umanitaria, abbiamo riaperto la televisione pubblica ERT, abbiamo presentato il disegno di legge per le frequenze radiotelevisive, abbiamo votato la legge per gli immigrati, abbiamo fatto un intervento decisivo per fermare me miniere d’oro a Skouries e fermare un crimine ambientale, e decine di altre misure e iniziative, che dimostrano questo nuovo modo di governare.

E dimostrano inoltre la nostra decisione di cambiare con coraggio e fiducia il paese, utilizzando il sostegno sociale in obiettivi di riforma.

Davanti a noi abbiamo ancora di dare molte battaglie difficili, questa volta all’interno del paese.

La battaglia contro gli interessi loschi ed intrecciati, contro la corruzione, è appena iniziata.

La battaglia per far pagare finalmente gli eterni vincitori, che nessuno fino ad oggi ha avuto il coraggio di toccare.

La battaglia per portare alla giustizia coloro che fino ad ora sono al di sopra della legge.

La lotta contro l’evasione fiscale, per un sistema fiscale giusto e stabile.

La battaglia delle battaglie per cambiare lo stato e farlo diventare ogni giorno più efficiente.

Più amichevole per il cittadino

Più ostile ai favori politici e clientelari, il favoritismo del partito che governa e la corruzione.

E tutte queste cose richiedono un mandato chiaro, un governo forte, stabile e senza un vacillante percorso.

E soprattutto richiedono di tener lo stesso passo con la società.

Con tutti coloro che vogliono cambiamenti con democrazia, riforme con segno progressista, trasparenza e giustizia.

Greche e greci,

Nonostante le difficoltà, rimango ottimista.

Credo che i giorni più belli non gli hanno ancora vissuti, intrappolati dentro la tanaglia del negoziato.

Chiederò il voto del popolo greco, per governare e per sventolare tutti gli aspetti del nostro programma di governo.

Più esperti, più preparati, più terra terra, ma sempre impegnati per l’obiettivo finale di una Grecia libera, democratica e socialmente giusta, saremo diritti in piedi e coerenti alle nuove condizioni e sfide.

Vi assicuro, che non mi consegnerà e non consegneremo lo scudo delle nostre idee e dei nostri valori.

In nessuno e di fronte a nessuna difficoltà.

E vi invito, tutti insieme, con calma e con decisione di combattere la difficile battaglia per rimettere la nostra patria ai suoi piedi.

Per tenere in questi tempi difficili, la Grecia e la democrazia nelle nostre mani.

E di alzarla in alto.

Vi ringrazio….

Sui diritti del lavoro

segnalato da barbarasiberiana

SUI DIRITTI DEL LAVORO

di Walter Tocci – intervento al Senato, 07/10/2014

La richiesta del voto di fiducia sembra una prova di forza ma è un segno di debolezza. Il governo chiede al Parlamento una delega a legiferare mentre impedisce al Parlamento di precisare i contenuti di quella stessa delega. Il potere esecutivo si impadronisce del potere legislativo per disporne a suo piacimento, senza alcun contrappeso istituzionale. Il Senato delega per sentito dire nelle televisioni, senza quei “principi e criteri direttivi” prescritti dalla Costituzione. È l’anticipazione di un metodo che diventerà normale con la revisione costituzionale in atto.

Si forzano le regole per paura di un libero dibattito parlamentare. Il Presidente del Consiglio non è in grado di presentare gli emendamenti che ha proposto come segretario del suo partito. In questo modo, la legge delega sarà priva non soltanto di alcune garanzie ampiamente condivise, ma perfino della famosa questione della cancellazione dell’articolo 18. Se ne parla sui media, ma non risulta nei testi. D’altronde, a quanto pare, non conta più cosa decide il Parlamento – sarà poi il governo tra qualche mese a scrivere i veri decreti – l’importante è ora creare l’apparenza di una grande riforma.

L’argomento è stato scelto ad arte per inscenare una contrapposizione simbolica. Ce la potevamo risparmiare questa guerra di religione sul diritto del lavoro. Non solo perché il Paese avrebbe bisogno di ritrovare coesione sociale intorno a un chiaro progetto di cambiamento. Non solo perché si dovrebbe evitare di lacerare la ferita già dolorosa della disoccupazione che segna la vita di milioni di italiani. Ma soprattutto perché non c’è alcun motivo pratico per ingaggiare l’ennesimo duello giuslavorista. E il primo ad esserne convinto sembrava proprio Matteo Renzi. Solo qualche mese fa riteneva che ridiscutere dell’articolo 18 fosse una fesseria. Si era addirittura impegnato di fronte al popolo delle primarie ad archiviare la questione. Come mai ha cambiato idea? Sarebbe doverosa una spiegazione. Altrimenti potrebbe alimentare il dubbio che la guerra di religione è ingaggiata per distrarre l’opinione pubblica, per coprire le evidenti difficoltà dell’azione di governo, per occultare gli scarsi risultati ottenuti nella trattativa europea.

Temo che si vada consolidando un metodo di governo basato sulla ricerca continua di un nemico. Può servire a creare un consenso effimero, ma non aiuta il paese a trovare una rotta; asseconda il rancore sociale ma non coagula le passioni civili per il cambiamento.

La furia distruttiva stavolta è indirizzata verso un bersaglio inesistente, un altro ceffone alle mosche. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non esiste più nella legislazione italiana, è stato cancellato da Monti due anni fa.

Si racconta ancora la bufala secondo cui nell’Italia di oggi un’impresa non può licenziare per motivi economici e disciplinari. Eppure, lo scorso anno ci sono stati circa 800 mila licenziamenti individuali, il 10% portati in tribunale e solo 0.3% annullati. Infatti,Il governo tecnico ha eliminato tutti i vincoli degli anni settanta, venendo incontro alle pressanti richieste degli imprenditori. Il reintegro è rimasto solo nel caso più estremo, quando cioè il magistrato constata la falsità della “giusta causa”. Se ora si cancella questa ultima garanzia un lavoratore potrà essere licenziato con l’accusa di aver rubato oppure con la giustificazione di una crisi aziendale, perfino se un processo dimostrasse che si tratta di falsità. In altre parole, per licenziare una persona diventa legittimo dichiarare il falso in tribunale. Non è flessibilità economica, ma barbarie giuridica che nega un principio generale del diritto: “Quod nullum est nullum effectum producit”. Una soglia mai varcata dal ministro Fornero – o forse dovrei dire dalla “compagna” Fornero, riconoscendo amaramente che il governo tecnico ha certo sbagliato sugli esodati ma ha difeso i diritti dei lavoratori meglio del governo a guida Pd.

In seguito alle nostre critiche è stato riproposto il reintegro nei casi disciplinari fasulli, ma non per le false cause economiche. Questo diventerà il canale privilegiato per ottenere i licenziamenti ingiustificati. D’altronde, per svuotare un secchio d’acqua basta un solo buco, non ne servono due.

In apparenza Renzi attacca la Camusso, ma nella realtà contesta la Fornero. Ed è curioso che l’ex-presidente del Consiglio, Mario Monti, presente in quest’aula come senatore a vita, non senta il bisogno di difendere la sua legge, che pure presentò in tutti i consessi internazionali come strumento per la crescita del Pil.

Solo in Italia può accadere che dopo due anni si scriva un’altra legge sul lavoro, senza neppure analizzare gli effetti della precedente. È un film già visto, da venti anni la legislazione è in continua mutazione senza risolvere alcun problema, aumentando solo la burocrazia. Si attacca la magistratura per la varietà di giudizi su casi similari, a volte davvero troppo ampia, dimenticando che proprio l’eccesso di legislazione ha impedito il consolidarsi della giurisdizione sui casi esemplari. Ciò che allontana davvero gli investitori stranieri è proprio il susseguirsi frenetico di nuove regole.

Se si riflette onestamente su questa anomalia italiana appare ridicola la retorica dei conservatori che hanno bloccato le riforme degli innovatori. È vero esattamente il contrario: sono state approvate troppe riforme, tutte purtroppo sbagliate. E questa proposta di legge persevera negli errori del passato:

– Si continua a far credere che abbassando l’asticella dei diritti riprenda la crescita. L’esperienza dovrebbe averci convinto che la svalutazione del lavoro ha contribuito pesantemente alla crisi della produttività totale dei fattori perché ha ridotto la capacità di innovazione.

– Si continua a contrapporre i garantiti e i non garantiti mentre è evidente che entrambi hanno perso diritti nel ventennio, come certifica ormai anche l’Ocse attribuendo all’Italia uno dei massimi indici di precarizzazione. La contrapposizione è ancora più falsa in questo disegno di legge poiché mantiene il reintegro per i lavoratori occupati e lo toglie ai giovani neoassunti.

– Si continua nella politica dei due tempi – “ora aumentiamo la precarizzazione, e poi verranno gli ammortizzatori sociali”. Fin dalle leggi Treu la promessa non è mai stata mantenuta e anche stavolta il passo indietro nei diritti è certo e immediato mentre il sussidio di disoccupazione è incerto e insufficiente.

– Si continua a denunciare il freno del sindacato, quando è evidente a tutti che non ha mai contato così poco nelle fabbriche. I politici, anche della vecchia guardia, hanno sempre polemizzato con i leader sindacali ma hanno sempre impedito l’approvazione di una legge di rappresentanza che desse voce ai lavoratori.

– Si continua nell’illusione che basti incentivare il tessuto produttivo attuale per creare lavoro. Ma la ripresa non avverrà facendo le stesse cose di prima. Non suscita alcuna riflessione il fallimento dei bonus fiscali per le assunzioni e della Garanzia giovani, né la scarsa risposta alle offerte dei prestiti della Bce. Che altro deve succedere per capire che ormai le norme e gli incentivi sono strumenti inutili se non si innova la struttura produttiva?

Nel primo annuncio del Jobs Act subito dopo le primarie tutte queste leggende sembravano abbandonate, ma ora sono tornate in auge. La forza del passato ha preso il sopravvento, riducendo l’entusiasmo della novità a stanca retorica. Il Grande Rottamatore porta a compimento i programmi dei rottamati di destra e di sinistra.

Ben due generazioni hanno creduto agli annunci di una flessibilità coniugata ai diritti e sono rimaste ferite. La promessa di uscire dal buco nero della precarietà è troppo seria per essere delusa. Stavolta alle parole devono seguire i fatti. Solo da questa preoccupazione muove la mia critica.

Sento dire che il contratto a tutele crescenti dovrebbe eliminare la sacca della precarietà. Qualcuno mi sa indicare il comma che assicura il risultato? Purtroppo non esiste, poiché il nuovo contratto si aggiunge ai precedenti, adottando quindi la soluzione Ichino contro quella Boeri. Le imprese non ricorrono al tempo indeterminato se possono continuare a gestire rapporti di lavoro meno costosi e senza futuro. Anzi, questi sono stati ulteriormente incentivati con il decreto Poletti di luglio che ha abbassato le garanzie dei contratti a tempo determinato e dell’apprendistato, e in questa delega si amplia l’uso del voucher che nega perfino il rapporto tra lavoratore e impresa.

Si è annunciata l’eliminazione del cocopro, ma è molto difficile che da questa figura parasubodinata si approdi a un vero contratto di lavoro. Più facile invece che si regredisca nel sommerso delle partite Iva. D’altro canto, anche i critici di sinistra peccano di normativismo, illudendosi che basti togliere questa o quella figura contrattuale per migliorare la qualità del lavoro.

C’è un lavoro autonomo di seconda generazione che è legato alla trasformazione tecnologica e produttiva del nostro tempo. È una figura anfibia che non si può ingabbiare negli schemi tradizionali dell’imprenditore e del lavoratore, ma va riconosciuta nella sua peculiarità e sostenuta con strumenti non convenzionali. Dovremmo saperlo soprattutto in Italia, avendo sotto gli occhi quei sei milioni di nuclei produttivi con meno di tre dipendenti che ci ostiniamo a chiamare imprese per ragioni ideologiche, mentre costituiscono una mutazione della figura del lavoratore. L’armatura giuslavoristica di questa legge delega non riesce a contenere il fenomeno e anzi rischia di soffocarlo.

Il carattere anfibio del lavoro terziario richiede l’attivazione di tutele di tipo universalistico – pensionistiche, formative, di welfare territoriale – a prescindere dalle forme contrattuali. Perfino il sostegno al reddito deve essere legato allo status di cittadinanza e non può essere limitato solo al passaggio da un’occupazione all’altra, come invece è necessario e assolutamente prioritario per il lavoro dipendente.

La complessa flessibilità è quella del lavoro autonomo, per quello subordinato sarebbe molto più facile ricondurre l’ordinamento a poche e chiare figure contrattuali che prevedano un periodo di prova e di formazione prima dell’assunzione definitiva e forme di impiego temporaneo più costoso e legato a reali esigenze produttive. Questa semplificazione è credibile solo se si attua la riforma più difficile in Italia, cioè l’obbligo di rispettare la legge.

La gran parte della precarietà nel lavoro subordinato si regge su una pratica di illegalità ed elusione. In questa proposta si delega il governo a fare tutto, tranne che a organizzare un efficiente sistema di controlli sulle condizioni di lavoro. Basterebbe rafforzare il corpo degli ispettori del lavoro e incrociare le banche dati con la lotta all’evasione fiscale e previdenziale, con l’obiettivo di sopprimere il lavoro nero e aumentare la vigilanza sulla sicurezza.

Ma a dare il buon esempio dovrebbe essere prima di tutto lo Stato. Nella stragrande maggioranza i contratti precari della pubblica amministrazione sono illegali, perché utilizzano rapporti temporanei per funzioni continuative e in alcuni casi di delicato interesse pubblico. La recente promessa di assumere 150 mila insegnanti che attualmente hanno cattedre annuali va nella giusta direzione e dovrebbe riguardare le tante figure che si trovano in condizioni simili: ricercatori e archeologi, ingegneri e architetti, informatici e operatori sociali. Non solo per rispettare la dignità di quei lavoratori, ma anche perché la valorizzazione delle loro competenze aumenterebbe la qualità delle politiche pubbliche. Anche le gare di appalto a massimo ribasso oggi contribuiscono a diffondere l’illegalità e il precariato selvaggio, mentre la committenza pubblica dovrebbe prendersi cura del rispetto dei diritti del lavoro. È curioso che questa proposta di legge si occupi del mercato privato e ignori completamente le responsabilità dello Stato come datore di lavoro diretto e indiretto.

Tra le righe si legge una sfiducia nel futuro del paese. Si ritiene che l’Italia non possa essere diversa da come è oggi, non sia in grado di modificare la sua struttura economica tradizionale ormai messa fuori gioco dalla competizione internazionale. Si pretende di risolvere il problema eliminando i diritti e riducendo i salari, già oggi i più bassi in Europa, magari utilizzando gli 80 euro e il Tfr per pareggiare il conto.

Sembra una scelta di buon senso ma è una via senza uscita. I paesi emergenti saranno sempre nelle condizioni migliori di costo per vincere la concorrenza. L’unico modo per mantenere il rango di grande paese consiste invece nel migliorare il livello tecnologico, la specializzazione del tessuto produttivo, l’accesso nell’economia della conoscenza. Ma ci vorrebbe un’agenda di governo tutta diversa; bisognerebbe puntare sulla formazione permanente per migliorare le competenze, mentre qui si promuove per legge il demansionamento dei lavoratori; si dovrebbe puntare sulle politiche industriali della green economy mentre il decreto sblocca-Italia rilancia la rendita immobiliare; si dovrebbe puntare sulla ricerca scientifica e tecnologica, che invece subirà altri tagli con la legge di stabilità; si dovrebbe puntare sull’economia digitale non a parole ma con azioni concrete che ancora non si vedono.

Non si è mai cominciato a cambiare verso. Finora si sono visti i passi indietro. Con le riforme istituzionali gli elettori contano meno di prima. Con il Job Act si intaccano le garanzie per i lavoratori. Queste scelte non erano previste nel programma elettorale del 2013 che abbiamo sottoscritto come parlamentari del Pd. Non siamo stati eletti per indebolire i diritti.