dittatura

Per Trump la dittatura è una via obbligata (?)

Il dado è tratto: perché Trump non può far altro che tentare la dittatura

di Jim Sleeper (23 gennaio 2017) – traduzione di Nammgiuseppe

Mentre Donald Trump infuriava nelle primarie Repubblicane lo scorso marzo, ho sostenuto qui e nel programma di Brian Lehrer sulla New York National Public Radio che i Democratici neoliberisti e i Repubblicani del libero mercato stavano lasciando a Trump ciò che il suo Discorso d’Insediamento non gli ha lasciato altra scelta di fare: diventare il dittatore del regime nazionalista, plutocratico che sta installando sotto la bandiera di quello che ha definito “un movimento storico di cui il mondo non ha mai visto l’uguale”.

Ha promesso di difendere gli statunitensi dimenticati e, attraverso loro, la grandezza degli Stati Uniti: “Il 20 gennaio 2017 sarà ricordato come il giorno in cui il popolo è tornato a essere il sovrano di questa nazione. Gli uomini e le donne dimenticati del nostro paese non saranno più dimenticati … Non vi deluderò mai. Gli Stati Uniti ricominceranno a vincere, a vincere come non hanno mai fatto prima”.

Mai? Come mai prima? Mentre Trump mette al lavoro i suoi statunitensi dimenticati cancellando il pagamento degli straordinari, le indennità e i diritti di organizzarsi in sindacato e mentre protegge quelli che si sono già arricchiti e canalizza il risentimento contro solo certe élite neoliberiste che sono state complici del furto, il termine “dittatore” non è più un eufemismo. Fatemi spiegare perché, nei giorni che abbiamo davanti, saremo lasciati senza fiato dai passi (o sbandamenti) rapidi e aggressivi verso un presidenzialismo autoritario distorsore della Costituzione.

Le denunce di Trump, in occasione dell’insediamento, di “politici che hanno prosperato mentre sparivano i posti di lavoro e le fabbriche chiudevano” – assieme alla sua promessa che “il massacro statunitense” causato dall’assunzione e dall’acquisto di persone e prodotti non statunitensi e dall’aggravamento del crimine, delle bande e delle droghe “finisce qui, finisce ora” – non gli lascia altra scelta che umiliare o distruggere tutti i “politici” che gli si oppongono.

Non importerà se si tratta di conservatori onorevoli che difendono la Costituzione o di Democratici neoliberisti che molto tempo addietro hanno tradito il New Deal che hanno abbigliato di un sottile drappo di “diversità” un elitarismo egoistico e, sì, a volte compiaciuto.

Violenza

Abbiamo già visto Trump minacciare violenza e l’incarcerazione dei suoi avversari politici e dei suoi critici feroci. E abbiamo visto alcuni di loro, da Chris Christie e Mitt Romney, strisciare ai suoi piedi sulle mani e le ginocchia ed essere umiliati pubblicamente. Abbiamo osservato Trump afferrare il capo della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, per qualche altra parte della sua anatomia facendo di sua moglie Elaine Chao un membro del gabinetto che può licenziare in un batter d’occhio.

Abbiamo sentito Trump affermare che potrebbe mettersi in mezzo alla Quinta Avenue e sparare a qualcuno senza perdere i suoi sostenitori. Lo abbiamo osservato chiamare il “Popolo del Secondo Emendamento” [il diritto di possedere armi – n.d.t.] a fare i conti con Hillary Clinton, che ha anche promesso di incriminare e “rinchiudere”, solo per dichiarare, ancor più spaventosamente, dopo averla sconfitta, che “non voglio vederla toccata”, come se fosse una sua prerogativa sovrana, e non materia di una magistratura indipendente.

Ciò che possiamo non aver notato è che questo corso spaventoso è divenuto dipendente dalla rotta e storicamente molto familiare. Innanzitutto egli è meno un contestatore e più un aspirante salvatore del “regime” statunitense (e globale) della finanza d’azzardo, dei prestiti predatori e di un marketing degradante e intrusivo dei consumatori che ha fatto di questo finanziere di casinò e predace venditore di sé stesso il suo presidente.

Regimi del passato

Parte della sinistra e dei liberali, tra cui il giornalista di sinistra Corey Robin e il docente di diritto costituzionale Jack Balkin, hanno indagato la possibilità che Trump si possa adattare in qualche misura normalmente all’illuminante paradigma del politologo Stephen Skowronek, in The Politics Presidents Make, di presidenti statunitensi di cambiamento di regime o di sostegno al regime. Robin pare a volte quasi ottimista che Trump sia mettendo il bastone tra le ruote al consenso neoliberista/mercatista. Balkin arriva più vicino a riconoscere la possibilità di una dittatura.

Molti presidenti si sono dati da fare per contrapporre alle mobilitazioni pubbliche modalità di governo efficaci e pragmatiche, il tutto facendo contemporaneamente i conti con i particolari gruppi d’interessi del loro momento storico (“regimi”, come li chiama Skowronek), quali il New Deal o la Reaganomics. Alcuni salgono alla carica, come Franklin Delano Roosevelt e Reagan, da campioni di “regimi” in ascesa. Altri devono puntellare i vacillanti regimi da loro ereditati perché nessuna chiara alternativa pare percorribile.

Oggi né il regime reaganiano né quello del New Deal sembrano realizzabili in un mondo in rapido cambiamento, globalmente interdipendente e democraticamente in frammentazione. Obama è stato preso in mezzo tra, da un lato, il gruppo di reaganiani e neoliberisti il cui vacillante, ma ancora potente, regime del market uber alles ha contribuito a salvare e stabilizzare e, dall’altro, la sua base di ricercatore di un nuovo New Deal il cui tempo non era ancora arrivato.

Trump ha fatto irruzione in quella paralisi dell’immaginazione e del discorso pubblico con una mobilitazione puramente elettorale, vendendo odio, inganno e illusioni: un trionfo del marketing, non dell’arte di governo. Va benissimo attribuire la colpa (come ho spesso fatto) a neoliberisti spavaldi che hanno tradito il New Deal drappeggiando di una sottile vena di “diversità” un elitarismo egoista e farisaico che ha separato i neri delle “azioni positive”  [affirmative action – v. qui) dalla maggior parte dei neri e le donne “impegnate”, manageriali, dalla maggior parte delle altre donne, il tutto dimenticando contemporaneamente e persino ignorando apertamente i “dimenticati” (e “deplorevoli”) statunitensi di Trump.

Attizzare quei legittimi risentimenti degli statunitensi non può produrre un regime migliore e Balkin riconosce che Trump può abbandonarsi a misure sempre più dittatoriali per canalizzare la delusione popolare. Trump abbraccia gli elementi della fallimentare ortodossia Repubblicana del mercato che lo hanno avvantaggiato personalmente, ma quando affronta gli statunitensi che sono stati torchiati da quegli stessi elementi, fa marcia indietro ai vecchi risarcimenti nazionalisti, protezionisti e statalisti simulati, ma fiaccati, dal reaganismo.

Grandezza nazionale

L’enfasi di Trump sulla grandezza nazionale (come quella di David Brooks e William Kristol che pubblicizzarono il “Conservatorismo della grandezza nazionale” un decennio fa) era plausibile per gli Stati Uniti quando la seconda guerra mondiale aveva raso al suolo la maggior parte delle altre economie nazionali. Prospera oggi solo nel negazionismo populista delle nuove realtà.

E getta un’ombra molto tenebrosa sull’osservazione di Skowronek che “i leader politici più forti della presidenza statunitense, quelli che hanno avuto l’impatto politico più duraturo, sono stati quelli, come Lincoln, che sono arrivati più prossimi a cambiare le cose alle proprie condizioni … Il solo modo per un presidente statunitense di mantenere il controllo sul significato delle sue azioni in carica e di stampare tale significato sulla nazione consiste nel ricostruire il governo e la politica dalle fondamenta, in effetti emarginando quelli che hanno una visione alternativa e forzando la loro deferenza.”

Ho citato alcuni esempi di tale deferenza forzata, ma molta della deferenza nei confronti di Trump è più pateticamente bavosa di quanto non sia forzata. Dobbiamo capire perché e forse la guida migliore a ciò che ci aspetta è nel Capitolo III del Volume I del “Declino e caduta dell’impero romano”, di Edward Gibbon. Le analogie storiche possono essere superficiali e a volte pericolose, e Gibbons coltivava pregiudizi, aveva nemici e programmi specifici della sua Inghilterra del diciottesimo secolo. Ma quando i suoi volumi uscirono dalle stampe negli anni 70 del 1700, i fondatori della repubblica statunitense leggevano con attenzione il suo racconto di come Augusto aveva sventrato ciò che restava dei fondamenti e delle libertà della Repubblica Romana persino mentre persuadeva i romani che stava ripristinando tali libertà, usando sia scaltrezza sia brutalità per schiavizzarli sotto una “monarchia assoluta mascherata dalle forme di un benessere comune”.

Lo scetticismo profetico di James Madison, Alexander Hamilton e John Adams a proposito della loro nuova repubblica era notevolmente influenzato dalla sorprendente preveggenza di Gibbon in passaggi come il seguente:

“Augusto era consapevole che l’umanità è governata dalle parole; né fu tradito nella sua aspettativa che il senato e il popolo si sarebbero sottomessi alla schiavitù a condizione che fosse loro assicurato che continuavano a godere della loro antica libertà. Un senato debole e un popolo fiaccato accettarono gioiosamente tale piacevole illusione…”

Gibbon abbozza i diversi motivi dei romani per cedere una cittadinanza robusta in cambio del servilismo. Potete essere in grado di identificare alcuni statunitensi sostenitori di Trump, e persino voi stessi, in quanto segue:

“Le province, a lungo oppresse dai ministri della repubblica, agognavano al governo di una singola persona che sarebbe stata il padrone, non il complice, di quei piccoli tiranni. Il popolo di Roma osservando, con segreto piacere, l’umiliazione dell’aristocrazia [da parte di Augusto] chiedeva solo pane e spettacoli pubblici, offerti entrambi dalla mano generosa di Augusto. Gli italiani ricchi e beneducati [i lettori odierni del New Yorker?] che avevano quasi universalmente abbracciato la filosofia di Epicuro, godevano delle benedizioni presenti dell’agio e della tranquillità e non sopportavano che il piacevole sogno fosse interrotto dal ricordo della loro antica libertà tumultuosa”.

Particolarmente raggelante è il racconto di Gibbon di come Augusto “riformò” il Senato. Nonostante tutte le differenze tra il Senato dell’antica Roma e il nostro, e tra la loro Costituzione e la nostra, vi si rizzeranno i capelli in testa nel leggere il racconto di Gibbon di come Augusto ricattò e brutalizzò determinati senatori, terrorizzando gli altri in misura tale che approvarono leggi che trasferirono prerogativa dopo prerogativa dal popolo e dal Senato a lui:

“La riforma del senato fu uno dei primi passi in cui Augusto mise da parte il tiranno e si professò il padre del suo paese. Egli … espulse alcuni membri, i cui vizi o la cui ostinazione richiedevano un pubblico esempio, persuase [altri] a prevenire la vergona di un’espulsione ritirandosi volontariamente… Ma mentre ripristinava in tal modo la dignità, egli distrusse l’indipendenza del senato. I principi di una libera costituzione vanno irrevocabilmente persi quando il potere legislativo è nominato dall’esecutivo.

Davanti a un’assemblea così modellata e preparata, Augusto pronunciò un’orazione studiata, che esibì il suo patriottismo e mascherò la sua ambizione … [Disse che] l’umanità per sua stessa natura aveva a volte ceduto il passo alle severe leggi della necessità … Egli era a quel punto libero di adempiere il suo dovere e la sua inclinazione. Egli ripristinava solennemente il senato e il popolo in tutti i suoi antichi diritti; e desiderava solo mischiarsi tra la folla dei suoi concittadini e condividere le benedizioni che aveva ottenuto per il suo paese.

Era pericoloso fidarsi della sincerità di Augusto; era ancor più pericoloso apparire diffidenti. I vantaggi rispettivi di monarchia e repubblica hanno spesso diviso ricercatori speculativi; la … grandezza dello stato romano, la corruzione dei modi, e la licenza dei soldati, fornivano nuovi argomenti ai sostenitori della monarchia; e queste visioni generali del governo erano a loro volta distorte dalle speranze e dalle paure di ciascun individuo”.

Potete aver notato notizie di stampa che Trump stava valutando la creazione di una propria forza di sicurezza, indipendente dai servizi segreti, una mossa che The American Prospect ha giustamente definito “una decisione che viola i precedenti” e che “fa sorgere inquietanti domande sulla trasparenza e la rispondenza”.

Quando la squadra della transizione di Trump ha scoperto che il presidente ha anche il comando completo dell’unità della Guardia Nazionale del Distretto di Columbia, ha informato il comandante di tale unità, Errol Schwartz, che il suo congedo sarebbe stato effettivo precisamente a mezzogiorno del giorno dell’insediamento, nel mezzo della cerimonia, cosicché non sarebbe stato in grado di accogliere al ritorno i soldati che aveva fatto uscire quella mattina. (Due giorni prima dell’insediamento tale decisione è stata riconsiderata e a Schwartz è stato concesso tempo sufficiente per completare la cerimonia e impacchettare le sue cose).

Questo è sinistramente simile al racconto di Gibbon della creazione della guardia pretoriana di Augusto dopo che il Senato gli aveva concesso “un importante privilegio: … con una pericolosa eccezione alle antiche massime, egli era autorizzato a mantenere il suo comando militare, appoggiato da una numerosa guardia del corpo, anche in tempo di pace, e nel cuore della capitale”.

Dimostratemi che sbaglio

Non vedo nulla nei precedenti, nel carattere, nelle situazioni di “regime” di Trump che scoraggi o che limiti tali tendenze. Cosa più importante, molti statunitensi, dopo decenni di intrappolamento come mosche nella ragnatela di macchine di sorveglianza appiccicose, svuotatasche e di numeri verdi, mi ricordano che i romani di Gibbon furono lenti nello scoprire “le cause più recenti della decadenza e della corruzione”, la subdola introduzione di “un veleno lento e segreto negli organi vitali dell’impero” fino a quando i cittadini di Roma “non ebbero più quel coraggio civile che è alimentato dall’amore per l’indipendenza, dal senso dell’onore nazionale, dalla presenza del pericolo e dall’abitudine del controllo. Ricevettero leggi e governanti dalla volontà del loro sovrano e si affidarono per la loro difesa a un esercito mercenario …”

Quanto più sottilmente impoveriti e imprigionati noi statunitensi diveniamo nel regime che ci ha dato Donald Trump, tanto più ricorriamo anche a palliativi in pillole, fiale, siringhe e spettacoli vuoti che ci lasciano, come disse Cicerone dei suoi concittadini romani “troppo malati per sopportare le nostre malattie o le loro cure”, capaci solo di occasionali esplosioni da folla e di richieste di un uomo forte che vanti che, avendo già comprato i politici i cui eccessi deregolatori e i cui versamenti di assistenza all’industria hanno stupefatto e imprigionato gli Stati Uniti, egli è in grado di “licenziarli”.

Io spero che noi statunitensi troveremo modi per fare il possibile per dimostrare che ho torto. Ai principianti raccomando Six Principles for Resisting the Presidency of Resist Trump.

Jim Sleeper, lettore di scienze politiche alla Yale, è autore di “Liberal Racism” (1997) e di “The Closest of Strangers: Liberalism and the Politics of Race in New York” (1990).

Fonte: http://znetitaly.altervista.org/art/21624