Donne

Storia di K

segnalato da Barbara G.

Storia di K., sposa bambina e baby schiava

Vendute da giovanissime ai loro mariti in Albania, anche quando emigrano nel nostro paese restano di proprietà dei loro uomini. Ma una di loro si è ribellata e ci ha raccontato la sua storia terribile

di Martina di Pirro e Christian Elia – espresso.repubblica.it, 27/07/2018

Lei, che chiameremo K., non sapeva si trattasse di violenza. Aveva paura fosse solo la propria immaginazione e che, in fondo, era tutto normale. D’altronde in Albania era stata venduta ad uno sconosciuto a quattordici anni come tante altre bambine, senza alcuna ritrosia da parte della famiglia. «Ero una promessa sposa minorenne », racconta K. «In Albania esiste ancora un sistema patriarcale, per cui spesso è il padre a scegliere il marito. Mio padre scelse un uomo di dodici anni più grande di me. Dal momento in cui sono stata promessa, sono diventata una proprietà di quell’uomo».

Appena lasciata l’Albania per il nostro Paese, K. sperava che le cose sarebbero cambiate. Era convinta che i maltrattamenti subiti fin lì sarebbero stati sostituiti dalla calma di una casa accogliente in Italia, dalla possibilità di studiare, di avere dei documenti, lontana da quel mondo che l’aveva tradita.«Arrivai in un paese vicino a Roma con un visto di ricongiungimento, ma poi mi sono ritrovata a essere una clandestina. Mio marito aveva messo a carico del suo permesso di soggiorno i nostri figli, io invece ero quotidianamente sottoposta al ricatto dei documenti. Non potevo parlare, non potevo ribellarmi. I soldi dei miei lavori andavano a lui, altrimenti mi picchiava. Questo ricatto del permesso di soggiorno non mi faceva muovere. Mi minacciava di morte, ma io non avevo paura della morte, avevo paura mi portassero via i miei bambini».

«Ero solo un oggetto»

È praticamente impossibile stabilire il numero di casi come quelli di K. in Italia. Mancano dati, mancano troppo spesso gli strumenti per denunciare. Quel che è certo, però, è che quello delle spose bambine è un fenomeno mondiale. Secondo l’Onu, sono milioni. E l’Albania è un paese dove questo fenomeno è ancora troppo diffuso.

In Albania, da tempo, le istituzioni e la società civile si battono per eradicare i casi di spose bambine e, con la consulenza dell’Unicef e dell’Unfpa, è stato fissato come “obiettivo nazionale” la fine del fenomeno entro il 2030. Per ora, però, soprattutto in alcune sperdute zone dell’Albania settentrionale, il matrimonio deciso dai parenti per ragazze giovanissime è ancora una realtà.

Ogni giorno K. sapeva che a tavola non doveva mancare il vino, che la casa doveva essere pulita e i bambini silenziosi. Sapeva che anche una minima cosa fuori posto avrebbe potuto far scattare non solo le violenze fisiche, ma anche quelle psicologiche.

«Non ero una persona, ero un oggetto. Non sono mai stata definita una madre, mi diceva che ero solo una fabbrica».

Eppure le era ancora difficile credere che fosse vittima di un sistema di violenza e ricatto. Arrivata dall’Albania senza alcuna formazione ed informazione, non conosceva nessuno dei suoi diritti e delle possibilità di fuggire dall’incubo in cui viveva.

«Un diritto è tale solo se uno sa di averlo», spiega l’avvocata Ilaria Boiano dell’associazione Differenza Donna di Roma. «Nella maggior parte dei casi, le donne migranti non ne sono consapevoli. Capita di frequente che le donne straniere prive di permesso di soggiorno arrivino a denunciare ma l’unico procedimento che viene attivato è quello di portarle al pronto soccorso e poi procedere con l’espulsione, e quindi con la detenzione nei Cie. Le donne migranti passano da uno stato di regolarità ad uno di irregolarità in un battito di mani. La loro posizione è, infatti, fortemente dipendente da alcuni fattori. Innanzi tutto dal lavoro, e quindi tutto quello che è molestia e sfruttamento non emerge perché hanno paura di perdere il permesso di soggiorno o di non ottenerlo. In secondo luogo, se il permesso di soggiorno è per ricongiungimento, si verifica molto spesso che i mariti non lo chiedano ma ne chiedano invece il nulla osta: non facendo poi mai i documenti o mai consegnandoli alle compagne, esercitando, di fatto, così, un ricatto. Dal 2013 è stato istituito il permesso di soggiorno per le vittime di violenza domestica».

L’art. 4 della legge 119/2013 prevede che il questore – con il parere favorevole dell’autorità giudiziaria o su proposta di questa – rilasci il permesso per consentire alla vittima straniera, priva di permesso di soggiorno, di sottrarsi alla violenza quando siano accertate situazioni di violenza o abuso e emerga un concreto e attuale pericolo per la sua incolumità.

«C’è una forte disomogeneità di applicazione dell’istituto», continua l’avvocata Boiano . «È un permesso di soggiorno non ancora molto usato e conosciuto, non se ne rilasciano più di trenta l’anno. Inoltre, si è diffuso il pregiudizio che la richiesta di permesso di soggiorno per le vittime di violenza sia utilizzata dalle donne per ottenere un regolare permesso di soggiorno».

Pur non essendo ancora consapevole, K. non riusciva più a sopportare quella situazione.

«Un giorno arrivò a minacciare mio figlio perché si era messo in mezzo a una lite per difendermi», continua K. «Da lì mi è scattato tutto. Ho chiesto informazioni a delle mie amiche e ho fatto la denuncia. L’ho sporta piangendo, sprovvista di ogni documento, terrorizzata che gli assistenti sociali potessero portarmi via i miei figli».

E lì K. ha trovato un bravo maresciallo dei carabinieri che, con gli assistenti sociali, dopo un attento esame della situazione, hanno indirizzato K. nella via in cui ha sede l’associazione Differenza Donna. «Io non mi fidavo di nessuno perché così avevo vissuto una vita intera. Mi ero preparata anche a scappare con i miei figli. Poi invece decisi di provare ad andare in quell’associazione che mi avevano consigliato. Non sapevo dove mi trovavo, non sapevo l’esistenza di questi posti, non sapevo cosa facevano, avevo paura di tutto».

«La fortuna di K. è stata quella di incontrare persone informate», spiega l’avvocata Rossella Benedetti. «Molto spesso i carabinieri e i poliziotti invece non conoscono i diritti delle donne migranti e le portano direttamente nei Cie, come quello di Ponte Galeria, dove non esiste nemmeno la separazione tra uomini e donne, ripetendo così dinamiche di violenza psicologica nei confronti di chi già ne ha subita tanta. Nel caso di K., invece, la rete di sostegno ha funzionato ed è la cosa più importante, quella per cui lavoriamo ogni giorno».

L’alfabeto dei diritti

L’Associazione Differenza Donna nasce proprio per far emergere, conoscere, combattere, prevenire e superare la violenza di genere grazie alle competenze specifiche delle socie: psicologhe, psicoterapeute, assistenti sociali, medici, educatrici, avvocate, giornaliste, sociologhe, informatiche, antropologhe, attive nel progetto complessivo. «Abbiamo avviato tanti progetti tra cui quello di alfabetizzazione ai diritti», racconta Valentina Pescetti dell’associazione. «Se le donne non hanno la possibilità di sapere l’italiano e nemmeno di conoscere il contesto di diritti che ci sono a livello internazionale di tutela per le donne, come fanno poi a potersi ribellare?».

«Prima di essere avvocate, sociologhe, operatrici, siamo donne. Ci riconosciamo in una dimensione di parità delle esperienze», dice Ilaria Boiano. «Vogliamo individuare nella disciplina dell’immigrazione un indicatore di violenza. Il solo fatto di essere esposte all’azione legale in uno Stato che ti identifica come titolare di diritti a seconda del tuo status già è una forma di violenza. Partire da questa prospettiva significa che le donne migranti vivono in una situazione di vulnerabilità che è provocata da una legge dello Stato, che a sua volta è attuazione di obblighi europei».

K. ha avuto il coraggio di prendere i suoi figli e denunciare la situazione perché quella situazione la soffocava. Costantemente sotto ricatto, si è sentita persa. Il sostegno che ha trovato lungo il suo percorso è stato enorme. «C’è stata solo una grave interruzione», racconta l’avvocata Benedetti. «Durante il procedimento penale abbiamo incontrato un giudice pieno di pregiudizi che, all’udienza preliminare per reato di maltrattamento in famiglia, ha deciso di prosciogliere l’imputato perché riteneva che la querela di K. fosse strumentale a ottenere il permesso di soggiorno. Il primo e, fino ad oggi, l’unico caso in cui si è messo nero su bianco tale affermazione. Abbiamo impugnato in Cassazione il provvedimento, che dubitava della veridicità e accusava la ragazza di avere un amante, La sentenza, per fortuna, è stata annullata e rinviata al Tribunale in diversa composizione».

K. non smette di dire che la salvezza l’ha trovata proprio nei centri antiviolenza. Un luogo che, per quasi un anno, è stato una casa, un rifugio per lei e per i suoi figli, un posto in cui autodeterminarsi e riprendere in mano la vita. «Ho quasi trent’anni adesso e sento di poter fare tutto. Vorrei un giorno poter aiutare tutte le donne, senza differenza di provenienza e diventare anch’io un’operatrice dei centri anti violenza. So cosa vuol dire sentirsi spaventata, persa, violata. So cosa significa sentirsi sotto ricatto. E so che si può uscire da questo dramma. Sono andata a scuola, ho ricominciato da zero. Ho lavorato come commessa, nelle pulizie, ovunque. Ho fatto corsi di formazione, tante esperienze diverse. A trent’anni mi sento una donna nuova, lontana da quella sposa bambina che ero e non più sotto il ricatto di nessuno».

Le ragazze del ’43 e la bicicletta

segnalato da Barbara G.

uisp.it, 13/05/2015

Le ragazze del ’43 e la bicicletta” è il documentario realizzato da Uisp e Udi in occasione del 70° della Liberazione. Il video racconta il contributo decisivo delle donne alla Resistenza e in modo particolare quello dei Gruppi di difesa della donna e delle staffette partigiane. L’Uisp sceglie la bicicletta come simbolo della Liberazione per celebrare il ruolo fondamentale giocato dalle Staffette partigiane durante la Resistenza. La bici è, inoltre, un esempio di Liberazione da un modello di mobilità urbana insostenibile.

Le donne nella Resistenza erano in gran parte giovani e giovanissime e per il loro impegno hanno usato i mezzi semplici e poveri che avevano a disposizione, come la bicicletta. Questa, proibita come pericolosa dai nazisti, rimane il simbolo dell’impegno di una nuova generazione di uomini e di donne per la libertà del nostro paese e aiuta a comprendere il coraggio e la generosità di quella storia.

Il documentario, della durata di 30′, racconta, attraverso immagini e le testimonianze di Marisa Rodano, Lidia Menapace, Luciana Romoli e Tina Costa, quelle straordinarie pagine della Resistenza italiana, scritte anche con l’uso della bicicletta. Il video è stato ideato da Vittoria Tola e Raffaella Chiodo, che hanno curato e realizzato le interviste, mentre la regia e il montaggio sono firmati da Francesca Spanò.

Ecco alcuni stralci delle interviste alle quattro partigiane: “La bicicletta in quegli anni serviva per scappare, per questo i nazisti la vietarono a Roma durante l’occupazione, con un editto del 1943. La stessa cosa avvenne in altre città italiane, ha detto Marisa Rodano, classe 1921, parlamentare italiana ed europea che ebbe un ruolo attivo nella lotta partigiana a Roma.

“La maestra un giorno ci disse che saremmo dovuti andare tutti vestiti da figli della lupa e piccole italiane e a me l’idea piaceva molto. Mia madre quel giorno mi disse: ‘qui c’è poco da mangiare, vai a cercare la lupa e fatti dare da mangiare, perché anche per lei non ne abbiamo’. Credo di aver fatto la mia scelta quel momento, anche guidata da una famiglia di antifascisti”. Queste le parole di Tina Costa.

Luciana Romoli, ci ha raccontato il suo primo atto di ribellione, nel 1938: “Appartenevo ad una famiglia di antifascisti, mia madre addormentava le mie sorelle con canzoni sovversive. Nel 1938 quando facevo la terza elementare sono stata espulsa da tutte le scuole del regno perché ho difeso la mia compagna di banco ebrea”.

“Dopo l’8 settembre mio padre viene preso e portato in un campo di concentramento, noi siamo sfollati ma mia sorella e io in bicicletta tutte le mattine scendiamo a Torino per andare a scuola. Una volta mentre scendiamo due ragazzi in borghese ma col moschetto ci fermano e ci chiedono ‘Da che parte state?’ Io rispondo che sto contro quelli che hanno portato via mio padre, allora ci propongono di aiutarli a portare messaggi a Novara. Così sono diventata staffetta, usando la bici che era il mezzo di comunicazione più popolare”, così Lidia Menapace racconta il suo ingresso tra le staffette partigiane.

Quando le donne sono al potere possono fare la differenza

segnalato da Barbara G.

internazionale.it, 22/11/2017

“La prima volta che ho annunciato che mi sarei candidata per il parlamento si sono messi a ridere. Poi ci ho riprovato e alla fine ce l’ho fatta”, dice Peris Tobiko, la prima donna masai diventata parlamentare in Kenya.

Quando le donne sono al potere, a livello locale o nazionale, possono fare la differenza, soprattutto su temi come la parità e la violenza di genere. Ma la loro presenza in politica è ancora insufficiente.

Secondo i dati raccolti dall’Unione interparlamentare (Ipu) in 193 parlamenti di tutto il mondo, le donne siedono solo sul 23 per cento dei seggi. Appena un ministro su cinque è donna. Nel 2017 il numero delle donne capo di stato o di governo nel mondo è sceso da 17 a 15.

Il paese con maggiore presenza femminile in parlamento è il Ruanda, dove il 61 per cento dei seggi è occupato da donne. A seguire la Bolivia con il 53 per cento di parlamentari donne e Cuba con il 49 per cento.

I leader del mondo si sono impegnati a raggiungere l’equilibrio di genere nella rappresentanza politica entro il 2030, ma si teme che i progressi fatti in questa direzione siano troppo lenti per raggiungere l’obiettivo.

Il video della Thomson Reuters Foundation.

Questo progetto è stato cofinanziato dall’European journalism centre, tramite il programma Innovation in development reporting grant.

Femminismo islamico

La sfida delle donne nell’Islam

Al di là dei più triti e fuorvianti luoghi comuni del passato, da tempo si muovono molte cose interessanti nel mondo dell’Islam per quel che riguarda le lotte condotte dalle donne. Come le grandi affermazioni ottenute in Tunisia e Giordania sul piano delle leggi istituzionali. Molta strada è naturalmente ancora da fare: la legge tunisina, per fare un solo esempio, resta discriminatoria in ambito familiare, mentre la Giordania, che ha finalmente abrogato il matrimonio “riparatore” in seguito a uno stupro, è ancora ben lontana dal raggiungere risultati significativi sul piano culturale e su quello dell’impunità delle violenze. Della “jihad delle donne” – una parola che i terroristi hanno trasformato in un qualcosa di terribile, ma “jihad” significa in realtà “sfida personale”, tentativo di superarsi -, a Roma abbiamo parlato a lungo con “Aisha”, una donna somala sunnita che da più di 25 anni vive in Italia e lavora con i migranti.

di Patrizia Larese – comune-info.net, 12 agosto 2017

In Tunisia ed in Giordania, l’estate del 2017 rimarrà un anniversario importante nella storia della difesa dei diritti civili e costituirà una pietra miliare lungo il difficile cammino di impegno e di lotta contro la violenza sulle donne.
Il 27 luglio 2017, dopo un iter parlamentare accidentato e ostacolato da ripetuti rinvii che avevano fatto temere un fallimento, il Parlamento tunisino ha approvato all’unanimità con 146 voti a favore la legge contro la violenza e i maltrattamenti sulle donne e per la parità di genere.
Sono stati emanati 43 articoli divisi in 5 capitoli per fornire misure efficaci per contrastare e punire ogni forma di violenza o sopruso basato sul genere. Il testo ha l’obiettivo di garantire alle donne tunisine rispetto e dignità a partire dall’uguaglianza tra i sessi, prevista dalla Costituzione, anche in ambiente lavorativo. L’attuazione della legge include la prevenzione, la punizione dei colpevoli e la protezione delle vittime. Viene offerta assistenza alle donne che hanno subìto violenza domestica e le stesse possono richiedere un’ordinanza restrittiva contro chi ha abusato di loro senza che sia aperta una procedura penale e senza che le vittime debbano chiedere il divorzio, nel caso in cui si tratti del marito.
La legge persegue le molestie nei confronti delle donne anche negli spazi pubblici, un vero tormento per le vittime, non più tollerabile. La nuova normativa prevede, per la prima volta, un’ammenda pecuniaria per i molestatori. Le pene si sono inasprite anche nei casi di violenza in famiglia e l’età del consenso è salita dai 13 ai 16 anni. È criminalizzato l’impiego di minori come lavoratori domestici e i datori di lavoro che non rispettano la parità salariale tra i sessi saranno soggetti a sanzioni.
Il punto cruciale della legge è l’abrogazione dell’articolo 227 bis del codice penale che concedeva una sorta di “perdono” agli stupratori di una minorenne in caso di matrimonio con la vittima. La nuova norma giuridica contempla invece pene molto severe per gli stupratori a cui non è più data alcuna possibilità di sfuggire alla legge. Questa attenuante, presente anche in codici penali di altri paesi, nel 2012 provocò scandalo e forte dibattito in Marocco, dove un’adolescente di 16 anni, Amina, si suicidò con il veleno per topi dopo che fu data in sposa al suo stupratore, evitandogli il carcere. Due anni dopo, il suo caso obbligò il Parlamento marocchino a cancellare con un nuovo emendamento quell’articolo indegno trasformando Amina in un simbolo per i diritti delle donne marocchine.
Il cambiamento di leggi e pratiche ingiuste sulle donne, purtroppo, vede la luce dopo molte vittime e un grande lavoro della società civile che, nel caso della Tunisia, ha avuto un ruolo primario per la stesura della legge.Tuttavia, non si può affermare che sia stato completato il disegno per una uguaglianza reale di genere, l’uguaglianza in ambito lavorativo di rispetto e dignità esiste ma la questione dell’eredità è ancora ferma. La legge tunisina rimane discriminatoria in ambito familiare dato che solo gli uomini possono essere considerati capofamiglia e nel ricevere un’eredità i membri femminili non hanno diritto a una quota pari a quella dei loro fratelli. Il dibattito è in atto e continua sia in Tunisia sia in Marocco, ma il cambiamento è ancora lontano.
A pochi giorni dalla vittoria delle donne in Tunisia, il 1 agosto 2017, anche la Giordania ha abrogato il matrimonio riparatore a seguito di una violenza di stupro.
“Questo è un giorno da celebrare”, ha detto Salma Nims, segretario generale della Commissione nazionale giordana per le donne. “È un momento storico non solo per la Giordania ma per l’intera regione, il risultato degli sforzi della società civile e delle organizzazioni per i diritti umani del Paese”.
L’articolo 308 violava apertamente i diritti umani secondo gli attivisti giordani. Questa legge permetteva agli stupratori di non essere perseguiti se avessero sposato le proprie vittime e non avessero divorziato per almeno tre anni.
Nell’ottobre 2016, il re Abdullah II aveva ordinato l’istituzione di una commissione reale di riforma del sistema giudiziario e del codice penale, in vigore nel paese dal 1960. A febbraio 2017, il comitato aveva raccomandato l’abrogazione dell’articolo 308.
“Dopo 57 anni, finalmente abbiamo compiuto un passo importante per la riforma della società e per l’eguaglianza tra i sessi”, ha detto Khaled Ramadan, parlamentare giordano e promotore della nuova legge.
Oggi mandiamo un messaggio a tutti gli stupratori, che i loro crimini non resteranno impuniti”. Quando la nuova normativa entrerà in vigore, la Giordania si unirà a paesi come il Marocco, in cui è stato abolito nel 2014.
Secondo l’organizzazione internazionale Human Rights Watch, altri paesi in cui sono ancora in vigore tali norme sono: Algeria, Iraq, Kuwait, Libia e Siria, così come è ancora presente nei Territori Occupati Palestinesi. L’Egitto ha già cancellato la norma nel 1999, mentre per il Libano e il Barhein la questione è in corso di dibattimento.

Incontro con “Aisha”, al quartiere Esquilino di Roma

In una torrida mattinata romana, seduta in un bar del quartiere Esquilino, converso amabilmente delle importanti conquiste delle donne tunisine e giordane con Aisha (il nome è di fantasia perché la persona per sua tranquillità preferisce rimanere anonima), una donna somala sunnita sulla cinquantina che da circa 26 anni vive in Italia.
Risponde alle mie domande in un ottimo italiano senza accenti e senza inflessioni dialettali, esprime tutta la sua solidarietà per la vittoria delle sue “sorelle”, pensa che siano due traguardi importanti per la difesa dei diritti delle donne in quei Paesi.
Mi racconta che è arrivata da sola in Italia, non porta il velo ma, dice, non lo indossava neppure quando aveva 20 anni e viveva nella sua Terra, perché la Somalia negli anni ’70 e ’80 era un Paese libero dove le donne, nei loro vestiti tipici con colorati foulard sul capo o grandi scialli, sempre abbinati alla tonalità dell’abito, si muovevano senza costrizioni, pur nella loro dignità di donne musulmane. Mi spiega che lei si sente una moderata e rispettosa dei precetti dell’Islam. È sposata con un italiano che si è convertito alla religione islamica già prima di conoscerla. Suo marito, da giovane, dopo aver viaggiato nei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, e, dopo aver conosciuto e studiato le culture di quei Paesi, ha deciso di abbracciare la religione di Mohammad (Maometto).
Aisha lavora nei centri di accoglienza per immigrati, sempre a contatto con persone indigenti e bisognose, ascolta ogni giorno decine di storie di donne musulmane immigrate, offre loro supporto per una più facile integrazione nel nostro Paese. Secondo la sua esperienza, molti stereotipi del mondo islamico, pur rimanendo presenti nei media e nell’opinione comune, sono ormai superati in Italia: la poligamia, per esempio e l’infibulazione. Ha visto che la maggioranza degli uomini musulmani sono convinti della propria monogamia.
La poligamia – mi conferma – storicamente si è rafforzata dopo vari conflitti bellici delle epoche iniziali dell’Islam (anche se c’era già, ovviamente, in tutto il mondo antico) ed era mirata soprattutto per consentire la sopravvivenza delle vedove e dei numerosi orfani che rimanevano privi di sostentamento e che erano destinati ad una sicura esistenza di stenti e di indigenza.
“L’infibulazione – mi spiega Aisha – non ha nulla a che fare con la religione islamica, è una pratica pre-islamica e si presume che provenga dagli Egizi, per questo motivo nel mio Paese veniva chiamata “infibulazione faraonica”. Fortunatamente non si pratica più da circa 25 anni, almeno nei centri più popolati. Era un’usanza che veniva messa in atto più per un equivoco sociale, una sorta di “ulteriore protezione e garanzia” dell’integrità intima delle ragazze, in qualche modo legata ad una prassi derivante dai precetti del Corano. Diverso è il caso della circoncisione dei maschi che è invece molto consigliata.”

foto: Natalia Andújar – WordPress.com

In Somalia nel 1991 è scoppiata una guerra civile (che non si può dire sia cessata del tutto malgrado l’attuale presidente sia stato votato da una grandissima maggioranza di somali) che ha provocato migliaia di morti ed una diaspora enorme. Chi, come Aisha, ha potuto, è fuggito, ora esistono comunità somale in tutto il mondo. “La gente del mio Paese – prosegue – è più praticante rispetto al passato e, in particolare, le donne oggi si coprono di più forse anche a causa della ferocia e delle violenze che sono state costrette a vedere e a subire durante il terribile conflitto e poi perché hanno riscoperto i benefici della fede, della fratellanza, del rispetto della vita, del creato e del suo Creatore.
Dopo l’11 settembre l’Occidente si è arroccato sui propri nazionalismi e vive i musulmani come nemici, non tutto l’Occidente fortunatamente. Ogni donna con il velo, ogni uomo con la barba, sovente, sono visti con sospetto, circospezione, diffidenza e le moschee, spesse volte, sono considerate potenziali luoghi di ritrovo per presunti terroristi.
Molti musulmani, a loro volta, dopo il crollo delle Torri Gemelle sentendosi più emarginati ed esclusi che in passato, hanno riscoperto le loro origini religiose e rafforzato le ritualità sia in moschea sia in comunità.
Il vivere maggiormente la religione è un riconoscimento di fede e di appartenenza.
Quando le chiedo come mai abbia deciso di non portare il velo lei, molto candidamente, mi risponde: “So che come donna musulmana è un mio limite, però, personalmente quando non porto il velo mi sento meno osservata, diciamo che è come se mi mimetizzassi un po’ anche se sono fiera della mia fede. Ora ci sono molte più donne col velo. Comunque indosso il velo come tutte le donne musulmane durante la preghiera e i riti. Il velo – prosegue Aisha – è un segno di dignità nei confronti di noi stesse e argina il narcisismo dell’anima, è un simbolo di modestia e di umiltà nei confronti della comunità e, naturalmente, un’offerta spirituale verso Allah”.
Non solo in Tunisia ed in Giordania le donne stanno compiendo enormi passi avanti sul percorso dell’indipendenza e dell’emancipazione ma, in Occidente, nel mondo musulmano è in atto un grande movimento femminile, il cosiddetto “femminismo islamico” che sta sfidando con grande determinazione i pregiudizi religiosi e culturali tradizionali.
La definizione di “femminismo islamico” sembra un ossimoro eppure esistono già in Europa e negli Stati Uniti donne che guidano la preghiera, imamah, teologhe, storiche, attiviste che combattono quotidianamente la loro personale jihad.
Questo movimento è esaminato con cura nel libro “La jihad delle donne” della giornalista Luciana Capretti (Salerno Editrice) in cui sono riportate numerose interviste di donne musulmane, la maggior parte figlie di seconda generazione, ormai inserite nel Paese che le ha accolte. Queste paladine del nuovo millennio lottano non solo per se stesse ma si impegnano per offrire aiuto ad altre donne musulmane perché possano conquistare una maggiore consapevolezza e determinazione per liberarsi, in molti casi, dal giogo della violenza domestica e da altri soprusi che sono costrette a subire nella vita di tutti i giorni.
“La chiamano la jihad delle donne, perché jihad, che i terroristi hanno trasformato in una parola terribile, simbolo di violenza ed orrore, significa in realtà “sfida personale”, tentativo di superare se stessi”1
Interessante la storia di Amina Wadud una donna di colore afroamericana con i capelli grigi, teologa che oggi insegna alla Starr King School e alla University of California di Berkeley che è diventata la prima imamah riconosciuta dei nostri tempi.

Una manifestazione delle donne giordane per l’abrogazione dell’articolo 308

Era il 18 marzo 2005 quando per la prima volta una donna ha sfidato l’ultimo avamposto di resistenza della supremazia maschile nell’Islam. Ha condotto la salh al-jum’ah, la preghiera del venerdì davanti a una ummah mista di fedeli, una comunità di uomini e donne alla Synod House della Cattedrale St. John the Divine di New York.” Amina, celebre per il suo libro “Qur’an and Women” (Il Corano e le Donne), prima analisi complessiva del Corano sulla base dell’uguaglianza dell’umanità è diventata il simbolo di una nuova corrente di femminismo.
Sherin Khankan, la prima donna Imam della Scandinavia. Di madre finlandese e padre siriano, un anno fa ha inaugurato la “Maryam Mosque”: una moschea femminile a Copenhagen dove, insieme con altre cinque Imam donne, guida la preghiera del venerdì, celebra nozze interreligiose e insegna ai giovani musulmani la via spirituale alla religione di Maometto. Si dichiara una femminista islamica. Ha imparato ad esserlo da suo padre, rifugiato siriano arrivato in Danimarca nei primi anni Settanta. Lui diceva che l’uomo perfetto è una donna. Ė una citazione del poeta sufi Ibn Arabi. Significa che un perfetto musulmano deve, in realtà, cercare di avvicinarsi all’ideale femminile. In una intervista a “Io Donna” del 3 aprile 2017 Sherin ha dichiarato che una delle esigenze emergenti per le giovani musulmane è quella di poter sposare un uomo di un’altra fede religiosa, pur continuando a essere musulmane a tutti gli effetti. L’interpretazione più diffusa della shar’ia permette a un uomo musulmano di sposare qualsiasi donna che abbia una fede monoteista, mentre ciò non è concesso a una donna musulmana, il cui marito può solo essere dello stesso credo religioso. Per una ragazza che cresce, studia e lavora in Europa le probabilità di innamorarsi e voler sposare un cristiano sono elevatissime. Così noi veniamo incontro a questa domanda celebrando nozze tra donne musulmane e uomini di altre fedi religiose, basandoci sul fatto che nel Corano non vi è esplicito divieto di matrimoni interreligiosi per le donne. Molte altre donne stanno seguendo gli insegnamenti di queste “Capitane Coraggiose”, costrette anch’esse ogni giorno a lottare per difendere se stesse ed i loro ideali e principi innovativi da una società e da una mentalità maschilista, ancora ben radicate con i loro usi e costumi.
Le femministe islamiche studiano ed analizzano il Corano con l’intenzione di riportare l’Islam alla sua essenza originaria, fatta di giustizia ed uguaglianza fra uomo e donna.

Note

1 “La jihad delle donne” di Luciana Capretti (Ediz. Salerno 2017) pag. 13.
2 http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2017/04/03/sherin-khankan-la-donna-imam-della-scandinavia-sono-una-femminista-islamico/?refresh_ce-cp

Fonti:
1. http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/stati/tunisia/2017/07/27/tunisia-passa-la-legge-contro-la-violenza-sulle-donne_f1df185a-af91-4ddb-9d3f-bd7657b314f2.html
2. http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/26/news/tunisia_legge_contro_violenza_donne-171724631/
3. http://www.lastampa.it/2017/07/28/societa/e-sempre-l-8-marzo/in-tunisia-passa-legge-contro-la-violenza-sulle-donne-4fzEQUGlXKQZYVxKsolWlI/pagina.html?lgut=1
4. https://www.hrw.org/news/2017/07/27/tunisia-landmark-step-shield-women-violence
5. https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/27/tunisia-passa-la-legge-contro-la-violenza-ce-vento-di-diritti-per-le-donne/3759085/
6. https://ilmanifesto.it/la-mobilitazione-delle-donne-tunisine-paga-la-legge-e-cambiata/
7. https://www.tpi.it/mondo/africa-e-medio-oriente/giordania/legge-stupro-matrimonio/
8. http://www.ilpost.it/2017/04/24/giordania-articolo-308/
9. https://www.amnesty.it/giordania-finisce-limpunita-gli-stupratori/
10. http://www.treccani.it/enciclopedia/islam-e-condizione-femminile_%28XXI-Secolo%29/
11. http://www.huffingtonpost.it/2016/07/13/velo-islamico-lavoro_n_10958322.html?utm_hp_ref=it-donne-islam
12. http://archivio.panorama.it/mondo/il-mio-iran/L-Islam-e-la-violenza-contro-le-donne-L-ANALISI
13. http://www.giovannidesio.it/articoli/donna%20e%20islam.htm
14. http://www.ingenere.it/finestre/donne-e-islam-una-passeggiata-libreria
15. http://www.lastampa.it/2016/11/23/cultura/opinioni/editoriali/per-i-saggi-del-cairo-il-velo-non-islamico-tjBhDmhFDLbOttB5XFGAAM/pagina.html
16. http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/11/velo-nellislam-una-scelta-libera-e-consapevole/526479/
17. http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2017/04/03/sherin-khankan-la-donna-imam-della-scandinavia-sono-una-femminista-islamico/?refresh_ce-cp
18. http://27esimaora.corriere.it/articolo/sapete-che-ce-un-femminismo-islamico-rilegge-il-corano-dalla-parte-delle-donne/?refresh_ce-cp
19. https://europa.eu/eyd2015/it/eu-european-parliament/posts/every-girl-and-woman-has-right-education
20. “La jihad delle donne” di Luciana Capretti (Ediz. Salerno 2017);
21. “Le donne nell’Islam” di Sherif Abdel Azim https://islamhouse.com/it/books/191529/

Caro Matteo, oltre le mamme c’è di più

segnalato da Barbara G.

di Michela Cella – glistatigenerali.com, 08/05/2017

Ieri l’Assemblea Nazionale del Partito Democratico ci ha regalato un viaggio indietro nel tempo quando il neo-proclamato segretario Matteo Renzi ha elencato le tre parole chiave che ha scritto sul foglio bianco (cit) del nuovo mandato: lavoro, casa, mamma.

Sì proprio mamma, non donna, mamma.

Io, che sono figlia degli anni 70 e sono una mamma, crescendo già sapevo che il diventare madre era solo una delle opzioni che avevo davanti. Eppure nel 2017 il leader del Partito Democratico per parlare del genere caratterizzato dai cromosomi con tutte le gambette utilizza un sostantivo che ormai nemmeno i parroci durante le omelie.

Da non crederci, decenni di femminismo buttati al macero e la donna ridotta alla sua sola funzione riproduttiva.

Come se non ci fossero altri modi per mettere un apostrofo rosa nel discorso programmatico.

Come se l’essere madre fosse per forza un requisito di merito per fare politica o essere oggetto dell’azione politica: “Abbiamo portato le mamme a occuparsi di politica. Ora la politica si occupi di loro”.

Come se all’inizio di quest’anno non ci fosse stata un manifestazione mondiale che ha riportato alla ribalta il ruolo delle donne, non delle mamme, in politica e nel mondo del lavoro.

Dubito che sia stato uno scivolone inconsapevole, credo che la scelta sia stata ben ponderata, ed è l’ennesima riprova (tra le più recenti il decreto Minniti o la legittima difesa) che Renzi non si rivolge più alla constituency che ha dato vita al Partito Democratico ma a quel calderone informe di moderati più o meno clericali che erano la constituency della Democrazia Cristiana senza dimenticare qualche strizzatina d’occhio anche un po’ più a destra. Perché anche la parola chiave “casa” a ben vedere (“Casa è anche legittima difesa”) è un richiamo al privato e ai muri. Non proprio la parola chiave della società accogliente e inclusiva che la sinistra-sharing moderna vorrebbe costruire.

La parità di genere è una questione di civiltà, deve riguardare tutti

segnalato da Barbara G.

Lotto Marzo

segnalato da Barbara G.

Contro la violenza, l’8 marzo sciopero generale delle donne

agi.it, 03/03/2017

Per l’8 marzo le donne incrociano le braccia, in tutto il mondo. Non solo mimose e paroline dolci: la festa internazionale della donna quest’anno diventa una giornata di lotta e partecipazione, #LottoMarzo, con uno sciopero generale che abbraccia lavoratrici dipendenti, precarie, autonome, intermittenti, disoccupate, studentesse, casalinghe.

“Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo!”

“Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo!” è lo slogan che raccoglie adepte in oltre 40 Paesi dove si terranno contemporaneamente sit-in, manifestazioni, cortei, banchetti informativi, proiezioni, letture. Le forme per bloccare le attività produttive e riproduttive – ricordano le organizzatrici in Italia – sono molteplici: l’astensione dal lavoro, lo sciopero bianco, lo sciopero del consumo, l’adesione simbolica, lo sciopero digitale, il picchetto. Non solo, si può aderire agli eventi organizzati nelle singole città o anche scegliendo di non esercitare una delle tante attività domestiche o di cura che non vengono riconosciute né retribuite. Come si sottolinea nel blog dedicato, “non una di meno, nessuna da sola”.

Sciopero generale contro la violenza

Lo sciopero generale dell’8 marzo vuole essere la risposta delle donne alla “violenza ormai strutturale della società, in famiglia, al lavoro, a scuola, negli ospedali, in tribunale, sui giornali, per la strada”. Da qui, scrivono le organizzatrici, la decisione di “riaffermare la nostra forza a partire dalla nostra sottrazione: una giornata senza di noi”.

Resteremo al sole delle piazze a goderci la primavera che arriva anche per noi a dispetto di chi ci uccide per “troppo amore”, di chi, quando siamo vittime di stupro, processa prima le donne e i loro comportamenti; di chi “esporta democrazia” in nostro nome e poi alza muri tra noi e la nostra libertà. Di chi scrive leggi sui nostri corpi; di chi ci lascia morire di obiezione di coscienza. Di chi ci ricatta con le dimissioni in bianco perché abbiamo figli o forse li avremo; di chi ci offre stipendi comunque più bassi degli uomini a parità di mansioni.

Perché scioperare in 8 punti

  1. La risposta alla violenza è l’autonomia delle donne
  2. Senza effettività dei diritti non c’è giustizia né libertà per le donne
  3. Sui nostri corpi, sulla nostra salute, sul nostro piacere decidiamo noi
  4. Se le nostre vite non valgono, non produciamo
  5. Vogliamo essere libere di muoverci e di restare
  6. Vogliamo distruggere la cultura della violenza attraverso la formazione
  7. Vogliamo dare spazio ai femminismi nel movimento
  8. Rifiutiamo i linguaggi sessisti e misogini

I cortei, le assemblee e il piano femminista nazionale

Era il 26 novembre a Roma, una grande manifestazione con oltre 100mila donne attraversa il centro della città. Il giorno dopo, in un’affollata assemblea all’università La Sapienza di Roma, si discute di proposte politiche concrete e di un piano femminista nazionale. Infine a Bologna, il 4 e 5 febbraio un appuntamento nazionale richiama migliaia di donne, chiamate a partecipare alla scrittura del piano e alla condivisione di percorsi e pratiche verso lo sciopero globale dell’8 marzo.

A cento anni dall’8 marzo 1917, le donne decidono di tornare in strada in tutto il mondo per “protestare e scioperare contro la guerra che ogni giorno subiamo sui nostri corpi: la violenza, fisica, psicologica, culturale, economica”. L’appello è per tutte, quelle che lavorano nel pubblico come nel privato, ma anche chi si occupa di lavoro domestico e di cura, “invisibile e quotidiano, ancora appannaggio quasi esclusivo delle donne, ancora sottopagato e gratuito”.

Sarà uno sciopero dai ruoli imposti dal genere in cui mettere in crisi un modello produttivo e sociale che, contemporaneamente, discrimina e mette a profitto le differenze.

Da nord a sud, i principali appuntamenti in Italia

  • Roma –  Presidio delle lavoratrici Almaviva, corteo al ministero dell’Istruzione, alla Regione Lazio e all’Università La Sapienza. Alle 17 corteo al Colosseo
  • Milano – Performance artistica presso l’Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele, con la realizzazione di un gigantesco Mandala
  • Torino – iniziative sparse nella città, nel pomeriggio corteo da Piazza XVIII Dicembre
  • Viterbo – Flash mob contro la violenza maschile sulle donne a Piazza del Plebiscito
  • Trieste – corteo fino a Piazza Unità
  • Cagliari – corteo fino a Piazza del Carmine
  • Parma – ‘Cacerolada’ a Piazzale Santa Croce
  • Brescia – Letture per bambine e bambini contro gli stereotipi di genere a Piazza della Loggia, segue corteo
  • Cosenza – Corte rumoroso nero e fucsia
  • Lecce – Musica, arti visive e flash mob
  • Catania – presidio a Piazza Dante e poi corteo notturno
  • Benevento – Presidio in difesa della 194
  • Bologna – Piazza Maggiore corteo notturno “Zitte e composte non ci stiamo”
  • Lanciano – Iniziative tutta la giornata, tra cui lettura di “Una giornata senza le donne. Prologo semiserio in chiave antisociale”
  • Genova – Presidio Ospedale Galliera per l’autodeterminazione delle scelte riproduttive
  • Jesi – Flash mob “Lotto Marzo e Ballo” sulla coreografia internazionale di ‘One Billion Rising’

Il futuro dell’Afghanistan è donna

segnalato da Barbara G.

Il futuro dell’Afghanistan è donna. Intervista a Masooma Khawari

È la più giovane parlamentare afghana, ha 31 anni ed è stata eletta nel 2010: “Lavoriamo per cambiare il nostro Paese”, spiega, a partire dall’educazione

di Francesca Morandi – altreconomia.it, 02/01/2017

“Sebbene le donne afghane non abbiano partecipato alle guerre e conseguenti distruzioni del loro Paese, oggi vogliono contribuire a ricostruirlo”. Masooma Khawari è una donna afghana di 31 anni: membra della Wolesi Jirga (il Parlamento dell’Afghanistan), cerca di trasformare ogni giorno le sue parole in fatti. “Mi occupo quotidianamente di leggi e regolamenti che possano favorire il mio popolo e specialmente le donne -racconta ad Altreconomia, che l’ha incontrata grazie al Centro italiano per la pace in Medio Oriente-. Sono anche Segretario generale della Commissione giudiziaria contro la corruzione, un altro compito di grande responsabilità che svolgo nell’interesse del mio Paese”.

L’Afghanistan di oggi -in guerra da 15 anni- resta uno Stato colmo di problematiche complesse, ma alcuni progressi sono incontestabili: nel Paese centroasiatico esistono istituzioni democratiche, 150 emittenti radio e 50 tv libere, il 27% dei parlamentari sono donne e tre milioni di bambine vanno a scuola. Progressi tangibili se si pensa che nel 2001, quando gli Usa attaccarono militarmente il Paese per rovesciare il regime dei talebani, l’Afghanistan era uno Stato collassato, da ricostruire completamente, dove nessuna bambina poteva studiare.
Oggi nuovi equilibri e potenzialità si stanno delineando, come racconta Khawari. Originaria di una famiglia di Samangan, provincia afghana settentrionale, ha studiato in Iran e in Turchia, dove si è laureata in Chimica, ed è rientrata in Afghanistan nel 2009. Un anno dopo è stata eletta alla Wolesi Jirga a soli 25 anni, diventando il membro più giovane del parlamento afghano.
Dal 2012, Khawari fa parte della commissione parlamentare che si occupa dei diritti delle donne. Un compito molto difficile in Afghanistan, conosciuto per i fondamentalisti talebani e il “burqa”, il velo che copre integralmente il corpo delle donne e permette loro di vedere solo attraverso una rete di stoffa. Tutt’oggi, spiega Khawari, “i tradizionalisti non considerano la donna come un essere umano”. Ma, aggiunge, ci sono spiragli: “Oggi molte ragazze afghane della mia provincia vogliono diventare parlamentari”.

Grazie alla Costituzione afghana promulgata nel 2004, oggi il 27% dei parlamentari sono donne. Qual è l’ostacolo maggiore che deve affrontare quotidianamente nella sua attività alla Wolesi Jirga?

In Afghanistan una donna deve far fronte a molte sfide quando inizia la sua attività sociale: deve innanzitutto sopportare sguardi e giudizi di uomini che la definiscono come incapace di svolgere numerose attività, è vista come arretrata, poco saggia e persino schiava.
Alcuni uomini si vergognano anche soltanto di pronunciare il nome della propria moglie in pubblico.
Gli uomini occupano la maggioranza all’interno del parlamento afghano e molti non accettano la nostra presenza, non ascoltano i nostri discorsi, e spesso è pure impossibile far cambiare loro idea. Ma noi siamo lì e lavoriamo per ricostruire e cambiare il nostro Paese.

Ci racconta in breve la sua storia?

Sono una donna afghana, sono nata in una famiglia tradizionalista a Samangan, una delle 34 province del Paese. Mia madre non è una donna istruita, tuttavia ha sempre voluto che i suoi figli, e soprattutto le sue figlie, andassero a scuola. Ho dovuto combattere contro tanti ostacoli posti dalla società conservatrice per accedere all’istruzione, ma ho sempre avuto fede e -come dice un proverbio- “dove c’è la volontà, c’è una strada”. Sono fermamente convinta che gli esseri umani siano artefici del proprio destino.
Ho sempre ambito a vivere in un mondo dove le donne non si sentano inferiori agli uomini e non si percepiscano come inutili per la società.

Quali sono gli obiettivi del suo lavoro in parlamento?

Dedico quasi tutto il mio tempo a lavorare su leggi e regolamenti a favore del mio popolo, specialmente delle donne. Lo faccio con passione anche perché sono convinta che sia necessario togliere qualsiasi discriminazione contro le donne in ogni settore, a livello legislativo, di regolamentazioni, procedure e comuni attività sociali.  Oltre a questo, mi occupo di progetti di sviluppo nella provincia che rappresento: seguo tutte le fasi di un determinato piano, come la costruzione di una scuola per ragazze o la creazione di un servizio sociale per le donne, affinché tutti i requisiti siano adempiuti. Sono tuttavia ben consapevole che il problema dell’emancipazione femminile in Afghanistan non sia solo legislativo, ma risieda in una mentalità tradizionalista radicata in larga parte del popolo afghano, che vede nella donna un essere inferiore all’uomo. Certamente la necessità di dare più diritti alle donne va calata nella realtà del mio Paese, e prima di passare all’azione è necessario valutare attentamente molti criteri che devono essere praticabili e sicuri per le donne. In primo luogo, è necessario identificare gli ostacoli nella società e in specifici ambienti che si oppongono all’attività delle donne, in modo da neutralizzare la crescita di fattori negativi. Ritengo, inoltre, che l’istruzione delle donne sia fondamentale per emanciparle e renderle partecipi allo sviluppo della società afghana. Il loro ruolo è, fra l’altro, fondamentale per il miglioramento dei servizi sociali alle famiglie.

Riscontra nelle donne afghane un’attenzione verso il suo lavoro? Trovano ispirazione, azione nel suo coraggio e determinazione?

Posso citare molti casi in cui insegnanti delle scuole della provincia che rappresento hanno sottoposto a me, e non al ministero dell’Istruzione, le loro esigenze e richieste.
Questo anche per la mia storia e per quello che faccio: la mia gente sa che lavoro per loro, che sono lì per loro. Un recente sondaggio condotto in una delle scuole di Samangan ha interpellato le ragazze chiedendo loro chi volessero diventare in futuro. La maggioranza ha risposto facendo il mio nome, Masooma Khawari, e affermando che vogliono diventare parlamentari. Mi commuovo di fronte a queste giovani che affermano di voler essere come me “da grandi” e soprattutto realizzo che il mio lavoro sta funzionando concretamente. Ritengo fondamentale dotare le donne di istruzione e consapevolezza sociale, accrescendo il loro pensiero positivo, partendo da un’autostima che le porti ad accettarsi come degne e preziose esseri umani, dotate di potenzialità che possono esprimere. Per sviluppare una vera società civile è necessario usare le capacità di uomini e donne al pari: solo così sarà possibile far fronte a una moltitudine di problemi che altrimenti restano irrisolti. È dunque fondamentale creare pari opportunità di lavoro per le donne senza alcuna differenza di genere, oltre ad accrescere la loro partecipazione in posizioni chiave, sia sociali che politiche.

In Europa si immagina la donna afghana come completamente coperta del burqa e brutalmente sottomessa. Lei invece appare libera, e lotta per i diritti delle donne del suo Paese: l’Afghanistan sta cambiando? 

Ancora oggi la maggioranza delle donne afghane indossa il burqa, che limita i loro diritti e libertà, ma le ragazze afghane hanno una mentalità più aperta, e lo stesso vale per i giovani uomini che sono d’accordo nel dare alle donne pari opportunità, credono nelle loro capacità e sono al loro fianco per sostenere i loro diritti.
Questo è anche il risultato di una maggiore istruzione che coinvolge la nuova generazione di afghani. È proprio il passaggio dalla vecchia alla nuova generazione a segnare oggi una fase critica in Afghanistan, ma da questa transizione dipenderà il futuro del mio Paese. Io confido nei giovani e nelle donne afghane.

A livello legislativo quali progressi sono stati raggiunti a favore delle donne?

Negli ultimi anni l’Assemblea nazionale dell’Afghanistan ha fatto un grande lavoro, approvando leggi, accordi, convenzioni per il riconoscimenti dei diritti delle donne. Alcuni esempi sono la Legge per l’eliminazione della violenza contro le donne, la Legge contro le molestie sessuali contro le donne, o le Linee di azione educative per le donne nelle scuole superiori, così come le garanzie di maggiori e migliori opportunità e concessione di crediti educativi alle donne che intendono sostenere l’esame di ingresso all’università, e maggiori occasioni di impiego lavorativo. Si tratta di grandi sforzi fatti dai membri del parlamento e del governo afghano. Progressi ostacolati dalla perdurante instabilità e mancanza di sicurezza nel Paese, e dalla mancata applicazione delle legge. Ciononostante si tratta di conquiste civili che vanno tutelate. Ringrazio moltissimo la cooperazione internazionale, anche dell’Italia, che lavora genuinamente per mettere in atto molteplici progetti di sviluppo, anche a favore di donne e bambine.

Le donne di Gaza

segnalato da Barbara G.

di Alessandra Mecozzi – comune-info.net, 07/03/2016

Doveva essere una settimana dedicata a Gaza e all’inaugurazione del laboratorio Liutati di Gaza, la musica al lavoro contro la distruzione. Le cose sono andate un po’ diversamente. I ragazzi, il direttore e gli insegnanti, della scuola Al Kamanjati, di Ramallah, non sono riusciti ad avere il permesso per entrare,io l’ho avuto all’ultimo minuto quando ero arrivata già a Ramallah e fatto un “piano B”, pensando di non poter entrare. Alla fine ce l’ho fatta, grazie all’impegno di Meri Calvelli, direttrice dell’accogliente e super attivo centro di scambi culturali Palestina-Italia intitolato alla memoria di Vittorio Arrigoni dove avrà la sede, almeno all’inizio, anche il Laboratorio di Al Kamanjati, per il quale ho messo… la prima pietra, ovvero uno dei violoncelli da riparare, donati da un generoso liutaio francese, a Roma.

Ho mantenuto solo una piccola parte del “piano B”, visitando, e acquistando khefie multicolori, la fabbrica della famiglia Hirbawi, ad Hebron, l’unica rimasta a produrre kefie, dopo che il mercato è stato occupato dalla produzione cinese… La sua sopravvivenza è dovuta all’intelligenza della “diversificazione produttiva”: kefie di vari disegni e colori, non solo quelle tradizionali bianche e nere o bianche e rosse. Così la famiglia Hirbawi esporta con successo prodotti veramente belli, di qualità e buon gusto.

Ho cancellato invece, sia pure a malincuore, l’incontro con il Freedom Theater di Jenin, una volta avuto il permesso di entrata a Gaza. Tornarvi dopo sette anni è stato emozionante e sorprendente. Una gioia trovare mare e sole dopo tre giorni di freddo, pioggia e tormenta a Ramallah. Ma Gaza sorprende per molto altro. Meri stessa, che è con me ed è stata fuori un mese, si meraviglia per quanto è stato fatto di sgombero delle macerie e di ricostruzione in questo periodo. Immaginavo di trovarmi dentro una massa di macerie ma, almeno all’entrata e lungo il percorso per Gaza city, se ne vedono poche: da quando hanno avuto la possibilità di ricevere il materiale, hanno lavorato incessantemente. Grandi lavoratori, spesso per un lavoro di Sisifo, che ogni guerra (una ogni due anni ripetono tutti) costringe a ricominciare da capo.

Adesso regna la calma: passeggiando al porto vediamo barche che vanno e vengono, nelle poche miglia loro consentite, per la pesca o anche per gite turistiche; una bella moschea ricostruita, nuova di zecca, bianca e azzurra, svetta sul mare con i suoi minareti. La sera sul lungomare c’è una quantità di gente e (mai viste negli anni che ricordo) una gran quantità di macchine nuove e costose. Una piccola parte della popolazione si arricchisce, forse attraverso l’uso distorto di donazioni internazionali senza controlli. Ma ci sono zone dove la miseria è assoluta. Di questa grande disuguaglianza sociale c’è chi accusa la corruzione, chi il governo locale, chi l’Anp, decisamente non amata né a Ramallah né qui, ma la chiusura, l’impossibilità di entrare e uscire, sono gli effetti di un assedio che dura da circa dieci anni. Meri ci racconta i giorni e le notti di paura e di affanno durante la guerra, per aiutare gli sfollati, comprare e portare materassi e coperte, sotto le bombe….

Tutt’altra atmosfera oggi, quando assistiamo a un concerto, organizzato da Al Kamandjati insieme ai musicisti locali per inaugurare il progetto: possiamo vedere e ascoltare il saluto triste da Ramallah di Ramzi Aburedwan, il suo direttore, solo attraverso l’immancabile smartphone. Poi due ore di canzoni di lotta e di festa creano entusiasmo nel folto giovane pubblico, ragazze e ragazzi che si spellano le mani ad applaudire e cantano insieme alla band. Molte ragazze non portano più il velo, il clima è gioioso e, da me, totalmente inaspettato.

La sorpresa più bella sta negli incontri con le tante donne che inventano, creano, costruiscono, lavorano per la loro comunità senza stancarsi né lamentarsi, senza perdere il sorriso, costruttrici di futuro e di speranza, vera spina dorsale di resistenza. Ci accompagna quasi sempre Nashwauna giovane architetta-archeologa che avevamo conosciuto in Italia in occasione di un periodo di formazione con Iccrom (agenzia delle Nazioni Unite per i beni culturali). Siamo felici di ritrovarci qui e per prima cosa ci mostra il suo attuale lavoro: dirige il restauro di un antico monastero, Al Khader, creato 1700 anni fa, a Deir el Balah, a metà della striscia di Gaza. Diventerà una biblioteca per bambini, legata a Nawa (seme di palma), associazione per la cultura e le arti, la cui direttrice, Reem Abu Jaber, incontreremo subito dopo. Intelligente, energica, ha viaggiato molto, studiato al Cairo, e raccolto spunti e idee per il centro che dirige, dedicato ai bambini e alle loro famiglie. Il posto è molto bello, pieno di luce, con materiali naturali, mobili di legno chiaro e tanti colori intorno. Molte sono le attività: dall’educazione al riciclo e alla cura dell’ambiente, all’amore per la lettura, con il programma “amiamo leggere”.

Nata nel 2014, accoglie migliaia di bambini, impiega ventidue giovani donne e due uomini (con piccoli stipendi), cura i rapporti con le famiglie. Disegno, storia, ginnastica, artigianato e in futuro la musica: una comunità autogestita, dove il personale adulto, animatrici e animatori, si riserva una giornata, il giovedì, di training collettivo, inclusa la meditazione. L’uso equilibrato del tempo, per sé e per gli altri, è uno dei principi fondamentali di Nawa, insieme a quello della cultura come strumento di crescita: il suo slogan, “il potere della cultura affronta una cultura del potere” dice molto.

I bambini che hanno vissuto la paura e la distruzione della guerra, vengono coinvolti attraverso le varie attività nei valori fondamentali di Nawa: ambiente accogliente, libertà di parola, impegno e senso di appartenenza, sviluppo dell’autoapprendimento. “Non siamo una Ong e usiamo decisamente metodi diversi, il nostro obiettivo è fornire ai bambini, alle famiglie, a chi educa, nel centro della striscia di Gaza, attività che aiutino a conservare la cultura palestinese e a dare sicurezza di sé alle future generazioni”. Questa donna, creativa e instancabile, ci dice che sta crescendo una nuova leva, perché conta, nel giro di pochi anni, di trasferirsi in altra zona per costruire una analoga impresa.

Nashwa, la nostra accompagnatrice, è innamorata di questi luoghi e della bellezza degli edifici antichi per il cui restauro lavora: si illumina quando ci porta a visitare strutture restaurate, come il bellissimo edifico per la conservazione del patrimonio culturale, della famiglia Al Alami, si incupisce quando ci imbattiamo in una antica casa venduta ad un nuovo proprietario, che la sta facendo demolire.

Nel quartiere dove abita con la sua famiglia, Al Shejaeya, incontriamo le donne di Zakher, altra associazione, per lo sviluppo delle capacità femminili, anche essa in un bell’edifico restaurato, unico centro di donne, in un’area che ha visto un massacro di civili nell’ultima guerra. La cosa di cui la direttrice è orgogliosa è la “cucina femminista” Sarroud (pentola bassa con coperchio), a pochi metri di distanza, creato per rispondere ai bisogni delle donne a cui la guerra ha portato via il marito, rimaste sole a gestire casa e famiglia. La particolarità di Sarroud è che tutta la gestione della cucina, gli acquisti, la produzione di cibi, è fatta da donne: l’obiettivo dell’attività è fornire modesti redditi alle donne rimaste vedove, alle divorziate o a quelle sottoposte a violenza familiare.

Infine, in Gaza city, visiteremo a lungo la sede di Aisha, parlando con la giovane e attivissima Miriam, addetta alle “relazioni esterne”: Aisha è il nome della prima direttrice del centro, nato nel 2009 staccandosi dal Gaza Community mental health program (dopo quindici anni di attività), il suo significato è “vita”. Le donne di Aisha realizzano progetti finanziati da varie associazioni europee, inclusa l’italiana Gazzella, e hanno un vasto spettro di campi di attività. Vedremo al lavoro parrucchiere e truccatrici, donne che lavorano a maglia o a uncinetto, che producono artigianato: attività diverse che consentono un sia pur modesto reddito.

Altro importante settore è quello dedicato, con strumenti giuridici e psicologici, a combattere la violenza contro le donne e a proteggere le donne stesse, nonché i bambini. Ben 5.800 donne colpite dall’aggressione israeliana del 2014, sono state sostenute sia psicologicamente, sia fisicamente, anche, nei casi, più gravi con psicoterapia attraverso la clinica mobile. È così che molte donne acquisendo fiducia in se stesse hanno la capacità di dare sostegno ad altre.

Miriam ci racconta molto orgogliosa l’episodio di una frequentatrice del centro che, incontrata per strada una donna piangente a causa della violenza del marito contro se stessa e i bambini, sottratti dal marito per farli lavorare al mercato, è stata capace di fare causa, portarla in tribunale, farle riottenere i figli e farli tornare a scuola! Aisha, dice Miriam, è un agente di cambiamento sociale. E anche attraverso la formazione, sollecita   ragazze e ragazzi (“I giovani creano il cambiamento”) alla partecipazione politica nelle amministrazioni comunali, all’impegno per superare le divisioni politica – sempre un fattore paralizzante – attivando invece un lavoro sociale comune e servizi alla comunità.

Di politica, di partiti, di governo, si parla ben poco: la consapevolezza di una situazione difficilissima è diffusa, ma non ho sentito nessuna/o lamentarsi; tutti amano il proprio paese, ci interrogano sull’ostracismo della comunità internazionale, sul perché essere costretti a vivere in prigione e sul perché il nome di Gaza sia avvolto dal sospetto e dal rifiuto. Di risposte non ne abbiamo, possiamo solo assicurare di fare il possibile per trasmettere nel nostro paese immagini positive, racconti di storie e persone di grande vitalità e dignità, il loro desiderio, ma anche il loro diritto a una vita libera.

Né operai né fuoriclasse del calcio ai ragazzi servono modelli diversi

Un articolo di Chiara Saraceno, apparso su LaRepubblica, 08/06/2015

Triskel182

Le disparità
LA MANCANZA di un livello elevato di istruzione e di competenze culturali che consentano di navigare un modo sempre più complesso non è più solo un fattore discriminante per la possibilità delle donne di stare nel mercato del lavoro pur avendo una famiglia. Sta diventando anche un fattore discriminante per gli uomini, rispetto sia al trovare un lavoro e tenerlo, sia all’avere una famiglia. Sono sempre più numerosi i lavoratori manuali maschi a bassa qualifica — i blue collar workers — i cui posti di lavoro sono stati decimati dalla crisi e difficilmente torneranno. Come i contadini italiani degli anni Cinquanta, in alcuni paesi questi uomini fanno fatica anche a trovare moglie, o comunque una compagna, perché hanno poco da offrirle, salvo insicurezza economica unita alla frustrazione di non poter far valere il proprio tradizionale ruolo maschile di procacciatore principale, o unico, di reddito.

View original post 452 altre parole