Elena Cattaneo

Disposti a tutto per il consenso

segnalato da Barbara G.

Referendum, la senatrice a vita Elena Cattaneo: “Ho visto politici disposti a tutto per il consenso”

huffingtonpost.it, 09/10/2016

CATTANEO

Sul referendum: “Sento urlare slogan che umiliano la discussione e i cittadini, a cui si chiede devozione verso un sì o verso un no”. In particolare: “Si dice che questa riforma riduca i costi della politica, che disegni un Senato simile a quello tedesco o francese. Ma è falso. E non accetto la menzogna nel 2016. Non posso accettare che i cittadini siano ingannati in questo modo”.

Il sentimento che cita più spesso in questa conversazione con l’Huffington Post Elena Cattaneo – professoressa di farmacologia, biologa, ricercatrice, senatrice a vita dal 2013 e ora autrice di un libro che fa il bilancio della sua esperienza in parlamento “Ogni giorno. Tra politica e scienza” (Mondadori, 205 pagine, 19,50 euro) – è “tormento”. E la si vede – proiettata su uno schermo dalla telecamera del suo pc nel corso di una videochiamata Skype – raggomitolarsi nello sforzo di asciugare le parole dall’emozione, pulirle dall’istinto di pronunciarle senza meditarle a fondo: “Mi raccontano che è difficile spiegare la riforma costituzionale. Che è necessario comunicarla così, dicendo cose false. E non capisco come si possano riavvicinare le persone alle istituzioni in questo modo. È una politica fallimentare, questa, che non mi troverà mai dalla sua parte”.

Quando dice “persone” la professoressa Cattaneo non ha in mente gli esperti che frequenta in aula o nei convegni dei ricercatori, ma, probabilmente, quelli come suo padre: “Un operaio Fiat che mi ha sempre insegnato a essere intransigente con me stessa, coltivando il desiderio di superare i limiti. Mi piaceva moltissimo andare a trovarlo in fabbrica a Milano, in Corso Sempione. Quando era salito di qualche grado nella gerarchia interna, lo vedevo camminare con la sua tuta bianca. E pensavo a come l’aveva conquistata, frequentando le scuole medie a trent’anni, dopo la guerra. Ancora oggi mi racconta di quando i suoi compagni di classe lo videro arrivare per la prima volta e corsero in aula. Pensavano fosse il professore. Invece, li raggiunse e si mise a sedere insieme a loro”.

Che insegnamento ha tratto?
Il gusto per i piccoli avanzamenti e la voglia di scoprire l’ignoto che c’è dietro la montagna. Anche la scienza si muove così: con una scoperta minuta dopo l’altra, andando verso qualcosa di oscuro, che non si conosce.

Ha imparato anche la passione politica in famiglia?
A casa c’era un grandissimo rispetto per la cosa pubblica, ma non una travolgente passione per i partiti. Alla politica mi sono avvicinata con il mio lavoro di scienziata. Raccontando le ricerche, rendendo conto dei soldi che ricevevo per farle e interrogandomi su quale sia il modo migliore per investire i finanziamenti pubblici.

Nel 2013 Giorgio Napolitano la chiama e le chiede di fare la senatrice a vita. Come è stato l’incontro tra scienza e politica?
Per quel che ho visto, l’incontro non c’è. Il più delle volte la politica vuole servirsi della scienza per realizzare i suoi fini. E, viceversa, alcuni scienziati vogliono usare la politica per trarne dei benefici. È deludente constatare che nel 2016 non ci sia ancora né una collaborazione reale né la volontà di mettere l’una a servizio dell’altra.

Sta crescendo anche la diffidenza verso la scienza?
Sento una sfiducia generalizzata verso le competenze. Tutte le competenze. E internet ha peggiorato le cose. Ci sono persone che sul web condividono esperienze e si rafforzano nelle loro convinzioni irreali. Basta qualche paginetta e ci si inventa esperti di conflitti mediorientali o di cellule staminali. Diventa difficile persino spiegare che i vaccini non causano l’autismo, che il fatto che i sintomi della malattia si manifestino alla stessa età in cui si iniettano i vaccini è solo una correlazione, non un rapporto di causa effetto. Credo però che questa diffidenza riguardi solo una minoranza di persone.

È una minoranza che però oggi ha trovato una rappresentanza politica: Donald Trump negli Stati Uniti e alcune posizioni anti-scientifiche – “l’Aids non esiste”, “si può convivere con il cancro” – di Beppe Grillo in Italia.
È un fenomeno pericolosissimo. Alimenta un’isteria di massa che fa sì che l’opinione di un ciarlatano valga quanto quella di un esperto. Pensi a Stamina: a un certo punto è arrivato un signore che diceva di poter curare tutti. E noi – io, Michele De Luca, Paolo Bianco – a spiegare con grande difficoltà che non era così. Con il parlamento che non riusciva a distinguere tra le opinioni di un impostore e le verità della scienza. Le fesserie e i fatti messi sullo stesso piano: un messaggio terribile.

Perché è successo?
La politica non riesce a fare argine perché cerca i voti, non la verità. E lo fa anche a costo di accarezzare certe pulsioni. Ho visto politici disposti a sostenere l’irrealtà pur di guadagnare un briciolo di consenso in più.

Un resoconto amaro, il suo.
Per natura sono super ottimista, ma non posso nascondere che la scienza fa fatica a entrare nel parlamento italiano. È bandita, ignorata, utilizzata solo strumentalmente. C’è una parte della politica che si sente minacciata dal suo metodo. E un’altra parte che capisce le sue ragioni, ma non è disposta a rinunciare al consenso che ha costruito intorno ad alcune posizioni, come quelle contro gli OGM. Sono pochi coloro con cui si può discutere veramente.

E la sua categoria?
Penso che anche gli scienziati a volte – come è successo con Human Technopole – vogliano usare la politica per scopi personali. È un errore gravissimo, a cui mi sono opposta. Perché la virtù più importante che la scienza può dare alla politica è l’indipendenza di giudizio.

Se la riforma costituzionale passerà, non potranno più essere nominati dei senatori a vita. È una perdita o un guadagno per l’Italia?
Fare il senatore a vita può essere un valore aggiunto per il paese se la nomina non è vissuta come una medaglia da appuntarsi al petto ma come la intendevano padri costituenti, cioè un modo per aggiungere competenze e sguardo largo al parlamento.

Ha altre perplessità?
Non ho apprezzato la discussione che c’è stata in aula né quella che stiamo facendo nella campagna referendaria. Mi stupisce che chi sostiene questa riforma porti avanti degli argomenti che si sgretolano alla prova dei fatti: la riduzione dei costi, la somiglianza del nuovo senato con quello francese o tedesco. Semplicemente, non sono veri.

Non c’è niente che la convinca?
Mi convincono la fine de bicameralismo perfetto e l’eliminazione della fiducia al senato. Ma il senato doveva essere uno strumento di controllo dei cittadini, non un luogo di rappresentanza dei cooptati dalla politica. Peraltro, non eletti direttamente dal popolo. E che si aggiunge a una camera composta da nominati dai partiti. Mi sembra un salto nel buio.

E nell’approvazione cosa non andava?
In privato alcuni senatori hanno espresso anche con me le loro riserve. Poi, però, sono stati costretti a votare sì per obbedire alla disciplina di partito. Mi turba il fatto che un politico possa non essere libero. E mi preoccupa, anche.

Cosa farà se vincerà il sì?
Sarò al servizio dei cittadini, qualsiasi cosa decidano.

I politici italiani e la medicina, scienza o pratiche sciamaniche?

Segnalato da Antonella

Elena Cattaneo: “Per molti politici non c’è differenza tra ciarlatani e medicina”

Vaccini, Ogm, Stamina. Non è l’Italia ad essere oscurantista, ma la politica a dar retta alle spinte meno serie della gente. E i media non aiutano

Di Daniela Minerva – espresso.repubblica.it, 30/03/2015

Elena Cattaneo La rivista “Nature” l’ha salutata con un “Brava Elena”, attribuendole, giustamente, la vittoria nell’affaire Stamina. Ma Elena Cattaneo è molto di più. Scienziata dell’Università di Milano, seduta su una pila di riconoscimenti internazionali, è stata nominata da Giorgio Napolitano senatore a vita. Ed è convinta che educare la politica alla scienza sia la mossa vincente. Ma non solo.

ElenaCattaneo

Caso Stamina, sperimentazione animale. Ma non solo. Spesso gli orientamenti degli italiani vanno contro i risultati della scienza. Perché secondo lei?
Benchè gli italiani, come tutti, siano immersi ed indissolubilmente legati a quanto conseguito dalla scienza, succede che venga vissuta, paradossalmente, come poco accessibile e poco vicina al sentire dei cittadini. Per un verso gli scienziati dovrebbero fare di più per spiegare non tanto i risultati ma la fatica, il coraggio, i fallimenti e raccontare come le conquiste scientifiche sono di tutti e per tutti.
Anche i media hanno la responsabilità di fare da cinghia di trasmissione dei fatti. Spesso, invece, tra semplificazione del messaggio e ricerca del clamore si tradisce il significato ed il portato della “nuova conoscenza”. Spesso scienziati e media comunicano il “risultato”, il “prodotto” trascurando il processo, il percorso che ha condotto a quel risultato.
Così i cittadini sono privati della consapevolezza necessaria per comprendere che una cura, ad esempio, non è “un coniglio che esce dal cilindro”. Nello stesso tempo li si priva anche della grande opportunità formativa e costruttiva che il metodo scientifico porta con sé per chiunque vi si accosti. Così gli italiani non percepiscono “veramente” cosa significhi fare scienza e quale straordinario strumento sia per appurare la realtà, ogni giorno, al meglio della nostra possibilità.
Se ne parla poco sui media. Pochissimo in TV. Si predilige una comunicazione fatta di “narrazioni umorali” anche quando si trattano temi che obbligherebbero ad ancorarsi ai fatti, a ciò che è stato verificato. Quindi, se è ovvio che la scienza non possa che dire come stanno le cose, anche quando è doloroso, i ciarlatani, al contrario, promettono miracoli (che ogni volta si dissolvono nel nulla).
Questo rende la scienza debole, a prima vista, agli occhi di un pubblico che ha una dieta mediatica composta essenzialmente di grandi miracoli o grandi catastrofi. Invece, i Paesi in cui i cittadini sanno cosa sia la scienza hanno grandi vantaggi, prima di tutto il prezioso strumento di comprendere che il metodo scientifico, nelle condizione date, è l’unico strumento che consente di appurare al meglio i fatti dell’oggi, coltivando fiducia nel domani.

I dati dell’Annuario Scienza Tecnologia e Società indicano che, in maggioranza variabile a seconda dei temi, gli italiani sono sempre meno ignoranti scientificamente. Che hanno in grande considerazione il lavoro degli scienziati. Che accettano in maniera strumentale i benefici delle scienze, soprattutto biomediche. E che sono favorevoli a molte delle innovazioni scientifiche osteggiate invece dalla politica. (ricerca biotech, fecondazione assistita ad esempio). E i sociologi della scienza affermano che spesso la percezione che i politici hanno dei desideri dei cittadini in materie scientifiche non corrisponda affatto alla realtà di questi desideri. Non è che i politici sono più antiscientifici degli italiani? Cosa ne pensa? 

La categoria del politico in astratto rispetto al cittadino è una pericolosa semplificazione. Il tema sotteso alla domanda è quanto il personale politico del Paese sia in grado di rappresentare il sentire e il volere dei cittadini in generale. Restando alla scienza, sulla base dei dati a cui si riferisce, si può osservare come, forse, i cittadini che si confrontano quotidianamente con le difficoltà e la speranza della vita abbiano sempre di più il polso di quanto un’innovazione scientifica possa incidere sul loro benessere e sulla libertà più di quanto, i loro politici, riescano a immaginare che siano in grado di fare. Politici che, inoltre, rispondono spesso a logiche di appartenenza che – paradossalmente – potrebbero allontanarli dal sentire comune e dal comprenderlo e guidarlo in modo più razionale, basato sulla conoscenza dei fatti.
Sulla “antiscientificità dei politici”, da quando frequento le aule parlamentari, posso però testimoniare come la situazione sia molto eterogenea. Così come vi sono alcuni con profonde competenze in ambito umanistico e aperti ed interessati anche a capire altre discipline, vi sono pure parlamentari che su temi scientifici sarebbero pronti a approvare qualunque legge sulla scorta del sentito dire e senza alcun indispensabile approfondimento tecnico.
Ci sono un bel po’ di esempi: non hanno alcuna idea di cosa sia in concreto la sperimentazione animale, ma chiedono che sia abolita; non hanno idea di come si arrivi a identificare un trattamento per una malattia umana e ti dicono che puoi arrivarci comunque con un computer o un piattino di cellule. Magari sono anche gli stessi che non capiscono la differenza tra i ciarlatani e la medicina.
Ci sono persino parlamentari che, ribaltando la realtà delle cose, cercano di far passare lo scienziato come “persona con pregiudizi”, ad esempio semplicemente perché si avvale delle prove della scienza per argomentare a sostegno dell’innocuità di specifici Ogm. Alcuni politici, sempre restando a questo esempio, li definiscono “pericolosi per la salute umana” e poi accettano che vengano importati a tonnellate per nutrire le nostre filiere alimentari. Sono posizioni incoerenti oltre che non documentate. Sta al cittadino, in definitiva, non solo percepire quanto gli sia utile la scienza, ma orientarsi verso rappresentanti, diciamo così, in grado di comprendere e includere le conquiste fatte per tutti nelle scelte per il Paese.
Sempre, di fronte a fatti come quello di Stamina o a questioni come Ogm o vaccini le posizioni si polarizzano: da una parte la comunità scientifica che afferma le sue conclusioni in maniera apodittica, senza esplicitare quelli che sono i limiti della conoscenza scientifica. Dall’altra una parte dell’opinione pubblica che nel formarsi il giudizio fa prevalere un atteggiamento politico o etico. Sembrano entrambe posizioni fideistiche. Insomma, l’impressione è che nessuna delle parti abbia un atteggiamento “laico” che metta in campo i pro e i contro. Cosa ne pensa?

Non so se la comunità scientifica non espliciti i limiti della conoscenza scientifica, mi pare piuttosto che, a volte, rinunci ad adeguare il suo linguaggio alle modalità della divulgazione. Talvolta in Italia, a differenza dei paesi di cultura anglosassone, c’è una ritrosia di una parte della comunità scientifica circa l’opportunità di impegnarsi, al pari dell’attività accademica, nel portare la scienza al pubblico. Parallelamente c’è un apparato mediatico che, non di rado per incapacità o disinteresse o tornaconto, trova ben più comodo dello studio e della preparazione che servirebbe per proporre un ragionamento degno di questo nome, rifugiarsi in schemi di narrazione ideologici che in questo paese sembrano buoni per ogni occasione. Molto spesso il giudizio distorto del pubblico, il prevalere di atteggiamenti incomprensibilmente irrazionali, dipende dalla sciatteria di ciò che si comunica o dalla sua parzialità, che è anche peggio.

È indubbio che la comunità scientifica in Italia sia meno capace di influenzare il dibattito pubblico di quanto non lo sia in altri paesi. Perché?

Quel che forse fa più male è quando lo scienziato addirittura si autolimita perché teme che la sua esposizione pubblica possa nuocere alla carriera, ai finanziamenti o semplicemente alienare simpatie politiche. Talvolta qualcuno nella comunità scientifica è troppo silente, poco coraggioso. Oppure si chiude in se stesso forse perché da sempre non considerato, e questo ha peggiorato le cose.Bisogna anche dire che nel paese manca un’educazione, anche politica, che ritenga necessario, come avviene in tante democrazie avanzate, l’ascoltare con serietà massima i dati empirici dei fenomeni, prima di adottare le scelte di politiche pubbliche decisive per la società. Questo punto richiama le responsabilità della classe politica, che troppo spesso ha mostrato di seguire furbescamente il richiamo “della pancia delle piazze” piuttosto che onorare con senso di responsabilità il proprio compito, primo fra tutto quello di volere (e far) conoscere prima di deliberare.Invece, spesso, si sono trattate le raccomandazioni della scienza, legate ai fatti, come opinioni alla stregua di tutte le altre opinioni. Questo è un atto di colpevole irresponsabilità, le cui conseguenze gravano poi sugli stessi cittadini e sui più deboli tra loro, oltre che sulla credibilità delle istituzioni del nostro paese. 

La comunità scientifica dal canto suo ha gli argomenti per essere utile al paese: tirarsi indietro per poi lamentarsi non è un atteggiamento che condivido. Così come da parte delle Istituzioni, non è giustificabile che la scienza la si invochi a tratti, spesso come spauracchio, senza riconoscerne gli indubbi meriti e competenze. La fiducia nelle istituzioni nel nostro paese è debole. E le istituzioni scientifiche sono vittima di questo handicap di contesto. Cosa ne pensa? In realtà le competenze in Italia le abbiamo. Molteplici sono le eccellenze mondiali, proprio in campo scientifico, di cui possiamo andare orgogliosi. Nell’immediato è necessario che ciascuno svolga il proprio lavoro al massimo della propria professionalità, cercando le evidenze e stando lontani dalle convenienze.
 Così si recupera fiducia. Ciascuna Istituzione Scientifica rifletta su quali siano gli aspetti su cui può migliorare nell’aprirsi alla comunità e senza timori si mostri per quel che quotidianamente fa per la collettività. Per altro, verso lo Stato, dati empirici alla mano, serve che vi sia un rinnovato impegno -anche di risorse- nel rilanciare la formazione e le attività del Paese in materie ad alto tasso di scientificità, perché ogni ritardo arreca un grave danno alla nostra competitività. Bisogna preservare almeno la ricerca pubblica di base da politiche squisitamente depressive, rilanciare un patrimonio di conoscenza che ancora sopravvive, ma che se non difeso (e in questo campo la stasi è equiparabile alla regressione) potrebbe definitivamente depauperarsi in pochi anni, “bruciando” molta più speranza per il futuro di quanto si possa immaginare.