elezioni greche

Grecia al voto e servizio pubblico dimezzato

segnalato da barbarasiberiana

di Valerio Cataldi – articolo21.org, 24/01/2015

Amici ascoltatori, da piazza Omonia abbiamo trasmesso il comizio di Alexis Tsipras“.

La voce calda di Marion non si sente attraverso il vetro, ma esce direttamente dalla tv, terzo canale della tv greca, su cui continuano ostinatamente a trasmettere i “licenziati” della tv di stato, rimossi con la forza lo scorso settembre su ordine del primo ministro Samaras. Una decisione presa “per risparmiare”, in linea con le indicazioni arrivate da Bruxelles. “Non l’abbiamo mai accettata quella decisione, perché non è stata una decisione democratica. Neanche la giunta fascista dei colonnelli ha mai preso una decisione come quella di Samaras contro la tv di stato“. Christoforos alza la voce, ha due figli e una storia lunga 18 anni nella tv di stato. “Siamo qui da volontari, nessuno ci paga eppure trasmettiamo programmi culturali e informazione 24 ore al giorno. È quello che siamo, è quello che la gente ha il diritto di avere“.

Nel grande monitor appeso alla parete la voce calda di Marion si mescola alle note di Bella ciao che fanno da sottofondo allo sventolare delle bandiere di Syriza che riempiono piazza Omonia (che probabilmente non a caso significa unità) e che escono dalla Tv.

Ci sono le elezioni politiche in Grecia, domani si vota e in questo piccolo studio hanno tutti un solo pensiero. Dice Giannis, che alla Ert ha lavorato per 26 anni. “Cosa ci aspettiamo lunedì? Ci aspettiamo più democrazia, ma questo dipende dal popolo, è la gente a decidere. E ci aspettiamo di riavere il nostro lavoro, ci hanno licenziato illegalmente, ingiustamente e in modo non democratico. La gente, che domenica dovrà scegliere, lo sa bene”.

Ertopen è il nome del servizio pubblico che i “licenziati” della Tv di stato hanno scelto per il loro canale. “Orgogliosi di quello che siamo stati e di quello che torneremo ad essere” dice Panagiotis, 28 anni di Ert, mentre si apre la giacca e mostra una spilla con la sigla “Ertopen”.

Quello che è successo l’11 giugno del 2013 è stato un vero e proprio colpo di stato“. Nikos Michalitsis ha pochi peli sulla lingua e un passato importante nella radiotelevisione ellenica. È stato direttore generale del settore tecnico e sono in molti a ritenere che sarà il prossimo direttore della Ert che Alexis Tsipras farà rinascere (come ha promesso ripetutamente) dopo aver vinto le elezioni. “Il servizio pubblico secondo la costituzione greca deve esistere sempre, senza interruzioni. Non può essere fermato. E invece l’hanno chiuso con la polizia in assetto anti sommossa.”

Lo ripete più volte, mentre tra gli sbuffi del sigaro osserva i sondaggi che annunciano la vittoria già scritta di Syriza, venti mesi dopo la chiusura della tv pubblica.

Sul palazzone storico della Ert, la notte brilla una scritta blu: Nerit. È il nome della nuova tv di stato, aperta dal governo un paio di mesi dopo lo sgombero. Panagiotis Kalfagiannis, è il presidente del sindacato Ert, guarda quel palazzone e ricorda: “Il 7 di novembre sono arrivati alle 4 del mattino. Decine di poliziotti in assetto antisommossa, come se fossimo dei terroristi. Sono entrati da quel cancello, hanno spezzato la catena che avevamo messo e sono arrivati all’ingresso del palazzo. Ci hanno arrestati tutti e dopo due ore ci hanno rilasciati senza nessuna accusa“.

Panagiotis racconta mentre siamo nel mezzo di viale Mesogion e il flash del mio cellulare illumina il palazzo della Tv. Una donna ferma al semaforo mi guarda e mi chiede: “fotografa quella scritta? Oggi fa ancora in tempo. Deve cadere al più presto, non lo ha fatto il governo lo faremo noi domenica” dice alzando le spalle. Poi accelera e si allontana sulla sua auto. Sul sedile di dietro dormono due bambini. “Vedi – mi dice Panagiotis mentre la guarda andare via – la gente è dalla nostra parte, lo è stata fin dall’inizio di questa storia. Erano cinquantamila a protestare contro il governo nei giorni della chiusura. Magari erano anche arrabbiati con il servizio pubblico, che non sempre ha fatto il suo dovere, ma la Ert l’hanno sempre sentita come parte di loro stessi, e non solo perché pagano il canone.”

La Ert open è un ufficio di poche decine di metri quadrati che si affaccia proprio di fronte alla sede storica della Ert, attuale Nerit, che ora trasmette su un solo canale con un quinto dei dipendenti e, dice Despina, “fatica a produrre cultura e informazione libera.” Despina spalanca la finestra e lascia entrare la luce della luna. “Cerco di non guardare quel palazzo, non dice niente. Non è importante il palazzo, è importante la gente che ci lavora dentro. E di una cosa dobbiamo essere tutti consapevoli: la storia non si cancella cambiando un nome e scrivendone un altro. La storia è scritta nella memoria delle persone.” La storia in questo piccolo ufficio è scritta anche sulle pareti piene di disegni fatti dai bambini, i figli dei dipendenti, che gridano frasi colorate per salvare Ert.

I lavoratori licenziati non si sono mai fermati. Si sono presi la terza rete della vecchia Ert e continuano a trasmettere con lo stesso nome. Nessuno di loro percepisce stipendio.

Christoforos si domanda: “C’è la crisi in Grecia? Certo. Ognuno di noi deve sopportare il peso della crisi che Bruxelles ci ha imposto e ognuno di noi, qui dentro, deve sopportare il peso della chiusura del servizio pubblico, anche questa imposta dall’Europa. Ma non molliamo. Lunedì vedremo se abbiamo avuto ragione.”

Nei primi giorni dopo la chiusura c’erano oltre 50 mila greci sotto la ert a protestare contro il governo. Manifestazioni di solidarietà si sono svolte in tutte le capitali europee. Solidarietà ai lavoratori e difesa del servizio pubblico, un bene comune. Un tema che va ben oltre i confini della grecia. Lo sottolinea Nikos Michalits: “in questi 19 mesi siamo stati appoggiati dall’European Broadcasting Union, l’unione delle tv pubbliche europee. Ma in questo stesso periodo in Spagna è stata chiusa la televisione di Valencia, in Israele stanno chiudendo gran parte della tv, lo stesso sta succedendo in Romania. So che anche alla Rai, in Italia, cercano di ridurre le redazioni e che hanno messo in vendita le torri di trasmissione e forse taglieranno ancora. In Europa chi comanda spinge a tagliare sui settori pubblici. Nella stessa direzione vanno gli interessi dei privati che vogliono guadagnarsi spazi nella radiotelevisione. La nostra speranza è che si cambino le politiche in tutta Europa per salvare la televisione pubblica che è un bene di tutti. Domenica sarà l’inizio di questo cambiamento.”

Lo speriamo tutti, davvero.

 

PODEMOS, il partito che scuote la Spagna

segnalato da Antonella

da Le Monde diplomatique (Il Manifesto), gennaio 2015 – di Renaud Lambert

La prospettiva di una vittoria della formazione di sinistra radicale Syriza alle elezioni legislative anticipate in Grecia è bastata ad allarmare la Commissione europea. Altrove in Europa la resistenza alle politiche di austerità si organizza al di fuori di strutture partitiche, sospettate di fare parte del problema piuttosto che della soluzione. È stato così a lungo in Spagna, fino alla creazione di un partito che sembra aver cambiato le cose.

Madrid, 15 maggio 2011. Migliaia, e poi centinaia di migliaia di manifestanti che la stampa ben presto battezza “indignati”, si riuniscono a alla Puerta del Sol, nel cuore della capitale spagnola. Denunciano la presa delle banche sull’economia e una democrazia che non li “rappresenta”. Nelle loro animate assemblee sono bandite le bandiere di partito, le sigle politiche e gli interventi a nome di organizzazioni o collettivi. Ben presto si fa strada uno slogan: “Il popolo unito non ha bisogno di un partito”.

Tre anni dopo, la piazza della Porta del Sol è vuota. L’ambizione di cambiare le cose non è scomparsa, è cambiata. Inaspettatamente, la speranza si cristallizza ormai su una nuova formazione politica, Podemos (Possiamo). Che incontra un successo inatteso, mentre nella maggior parte dei paesi europei i partiti sono oggetto di un sempre maggior discredito.

“Si fa fatica a crederlo”, sorride l’eurodeputato Pablo Echenique durante un incontro organizzato dal “circolo” parigino di Podemos nel novembre 2014. “Il nostro partito è stato creato nel gennaio del 2014. Cinque mesi dopo, abbiamo ottenuto l’8% dei voti alle elezioni europee. Oggi, tutti i sondaggi presentano la nostra formazione come la prima forza politica in Spagna!”. I dirigenti di Podemos sanno che un sondaggio non è uno scrutinio elettorale. Del resto, nel dicembre 2014, nuovi sondaggi piazzano la formazione al secondo posto, dietro il Partito socialista operaio spagnolo (Psoe). Tuttavia, è difficile escludere una vittoria di Podemos alle elezioni generali che si dovranno tenere entro il 20 dicembre 2015”.

La creazione di Podemos nasce da una constatazione: “Secondo noi, il movimento del 15 maggio si è chiuso in una concezione movimentista della politica”, ci spiega il sociologo Jorge Lago, membro del consiglio cittadino di Podemos, la sua direzione allargata. “L’idea che l’accumulazione progressiva di forze avrebbe necessariamente portato ad una traduzione politica dei raduni di piazza si è rivelata sbagliata”. Sono nate associazioni di lotta contro gli sfratti, così come reti di resistenza contro il crollo della sanità, ma il movimento in generale si è afflosciato per poi disgregarsi.

Stessa delusione sul piano elettorale. “L’8% degli spagnoli si dichiaravano d’accordo con il movimento, ma ha continuato a votare in maniera tradizionale”, prosegue Lago. Nel novembre 2011, elezioni generali furono uno tsunami conservatore. Da lì la doppia ipotesi: e se, fra le persone che simpatizzavano per il movimento del 15 maggio, una parte sentisse ancora il bisogno di essere rappresentata? E se, nel contesto attuale, il passaggio attraverso lo Stato fosse ancora una condizione sine qua non per la trasformazione sociale?

Pur in netto disaccordo con gli appelli alla democrazia diretta della Puerta del Sol, Podemos si vuole erede dello “spirito di maggio”, soprattutto per via di principi come il finanziamento partecipativo, la trasparenza, la collegialità nelle decisioni. Ma i suoi membri sembrano aver tratto un bilancio critico dalle trappole dell’assemblearismo. Nel primo congresso del partito, lo scorso mese di ottobre, la mozione di Echenique proponeva di aumentare decentramento, orizzontalità e leggerezza. Quella di Pablo Iglesias, che è stata votata con una grande maggioranza, promuovendo questo ricercatore universitario a segretario generale del partito, sosteneva al contrario che per raggiungere gli obbiettivi del movimento occorresse dotare quest’ultimo di un’organizzazione più solida, per non dover diluire le rivendicazioni in un’interminabile riflessione sul proprio finanziamento.

Fra i manifestanti del 2011 che più tengono all’autonomia del movimento sociale, quasi si grida al tradimento: il nuovo partito giocherebbe il ruolo dell’utile idiota del “sistema”. “Podemos nasce come un modo per istituzionalizzare l’energia sociale e il grande processo sperimentale” degli ultimi anni, denuncia Nuria Alabao, attivista di un collettivo di Barcellona. Podemos non “recupera” il movimento del 15 maggio, gli propone un nuovo fronte di lotta, rispondono dall’entourage di Iglesias. “I movimenti sociali possono benissimo conservare la loro autonomia e al tempo stesso sostenere, quando lo ritengano opportuno, un governo che sia loro più favorevole di quelli che la Spagna ha conosciuto negli ultimi tempi”, osserva Lago. Ma la questione del sostegno presenta meno difficoltà di quella della critica: che succede quando un governo che i movimenti sociali ritengono troppo timido si trova già in preda all’attacco dei conservatori? Conviene raggiungere il coro dei contestatori facendo il gioco dell’avversario oppure tacere i propri dubbi e tradire così le proprie lotte? Come nel resto del mondo, la domanda rimane aperta.

Se non c’è continuità diretta fra il movimento del 15 maggio e il successo di Podemos, il secondo non sarebbe stato possibile senza il primo che, secondo i dirigenti del nuovo partito, ha offerto un soggetto politico, raramente così costituito in Europa: il popolo. “Non è il popolo a produrre la sollevazione, è la sollevazione a produrre il proprio popolo”, scrive nel suo ultimo libro il collettivo anonimo Comité invisible. Mentre altrove il termine “popolo” rimane vago – una fantomatica potenza politica che discorsi incantatori hanno l’ambizione di agglomerare -, in Spagna il termine avrebbe preso corpo nelle lunghe serate di occupazione delle piazze.

E SE LA SINISTRA SI MOSTRASSE SEMPLICE, SIMPATICA, PERFINO… DIVERTENTE?

L’emergere di questo “noi” collettivo si spiega in gran parte con le turpitudini delle élite del paese, che Podemos ha chiamato “la casta”. A partire da un livello di corruzione che al confronto fa sembrare la Francia un tempio di virtù. Sono quasi 2000 le inchieste giudiziarie in corso, a carico di almeno cinquecento funzionari, con un costo per lo Stato di 40 miliardi di euro all’anno. Reazioni dei due partiti principali, Il Partito popolare (Pp, destra, al potere) e il Psoe: mettersi d’accordo per “limitare la responsabilità penale alle persone fisiche che ricevono donazioni illegali”, e sottrarre alla giustizia le formazioni politiche che ne approfittano. Neanche la monarchia, ritenuta intoccabile, riesce più a ridare lustro alle élites, visti gli scandali che sommergono l’infanta Cristina di Borbone.

Quando arriva a simili livelli, spiega Iglesias, la corruzione diventa “strutturale”. Impossibile dunque distinguerla da una concezione più generale della politica, illustrata da un’esclamazione: quella della deputata conservatrice Andrea Fabra, l’11 luglio 2012, durante una seduta plenaria del Congresso nel corso del quale Mariano Rajoy annunciava una nuova riduzione delle indennità di disoccupazione. Fabra non era riuscita a contenere la soddisfazione. Applaudendo il capo del governo, aggiunse questo messaggio rivolto ai disoccupati: “Vadano a farsi fottere!”

Mentre un disoccupato su due non riceve più indennità, 33 delle 35 principali società spagnole evadono le imposte grazie alle loro filiali in paradisi fiscali. Mezzo milione di bambini è finito in povertà nel 2009, mentre le grandi fortune del paese prosperano: il loro patrimonio è cresciuto del 67% in media dopo l’arrivo di Rajoy al potere.

E, per contenere il rischio di vedersi rampognare da una popolazione indignata, dallo scorso dicembre una legge per la cosiddetta “sicurezza cittadina” vieta metodicamente tutto ciò che aveva reso possibile la mobilitazione del 2011: riunione nei luoghi pubblici, distribuzione di volantini, occupazione di piazze…

Podemos ritiene che l’esplosione della bolla immobiliare spagnola abbia spezzato le basi materiali sulle quali si fondava il “consenso” inaugurato dalla Costituzione del 1987, con il patto di transizione, la monarchia – screditata a tal punto che Juan Carlos ha dovuto abdicare in favore del figlio – e le speranze di ascesa sociale. “La crisi economica, spiega Lago, ha provocato una crisi politica – il tipo di situazione eccezionale che è la premessa di ogni trasformazione sociale profonda.”  Dopo il processo “destituente” del maggio 2011, sarebbe giunta l’ora di avviare un processo “costituente”: trasformare lo Stato a partire dallo Stato.

Il periodo che attraversa la Spagna sarebbe pieno di pericoli. Infatti, sottolinea Iglesias, l’estrema destra “si muove come un pesce nell’acqua” (marzo 2013). In questo campo, tuttavia, la sinistra spagnola gode di un vantaggio rispetto a quella francese per un’ampia frangia dell’estrema destra nazionalista, che è formalmente integrata nel Pp, è difficile fare un discorso anti-sistema simile a quello del Fronte nazionale, che finora ha governato solo enti locali.

Per i dirigenti di Podemos, la sinistra si è data a lungo ad analisi astruse, riferimenti oscuri e vocabolario in codice. Ma, ritiene Iglesias, “i cittadini non votano per un politico perché si identificano con la sua ideologia, la sua cultura e i suoi valori, ma perché sono d’accordo con lui” (30 luglio 2012). E lo fanno ancora più quando il candidato in questione è capace di mostrarsi normale, simpatico, perfino… divertente.

Il priimo lavoro di Podemos consiste nel “tradurre” le posizioni tradizionali della sinistra in discorsi capaci di ottenere la più ampia adesione: le questioni della democrazia, della sovranità, dei diritti sociali. “Concretamente, precisa Lago, non parliamo di capitalismo. Sosteniamo l’idea di democrazia economica”. Dunque nei discorsi la dicotomia sinistra-destra è lasciata da parte: “La linea di frattura, spiega Iglesias, oppone ormai chi come noi difende la democrazia (…) a chi sta con le élites, le banche, il mercato; c’è chi è in basso e c’è chi è in alto; una élite e la maggioranza” (22 novembre 2014).

I guardiani dell’ortodossia marxista denunciano questo tipo di analisi sociale indifferenziata. Il 24 agosto 2014, un militante si rivolge a Iglesias nel corso di una conferenza. Perché non si usa mai il termine “proletariato”? Risponde il giovane dirigente politico: “Quando è iniziato il movimento del 15 maggio, alcuni studenti della mia facoltà – molto politicizzati, avevano letto Marx e Lenin – hanno partecipato per la prima volta ad assemblee con persone “normali”. Avevano i capelli dritti: “Questi non capiscono niente!”. E urlavano: “Tu sei un operaio, anche se non lo sai!” Le persone li guardavano come se fossero extraterrestri; insomma i miei studenti sono tornati a casa delusi (…) Ecco quel che il nemico si aspetta da noi. Che utilizziamo parole che nessuno capisce, che rimaniamo minoritari, al riparo dei nostri simboli tradizionali. Il nostro nemico sa bene che finché stiamo là non lo possiamo minacciare.”

Fondato, almeno in parte, da militanti di estrema sinistra, alcuni dei quali provenienti dalla formazione Izquierda (Sinistra) Anticapitalista, Podemos sottolinea con soddisfazione il fatto che il 10% dei suoi elettori alle europee del maggio 2014 aveva votato in precedenza per la destra. La base sociale del partito si è ampliata anche con la creazione di mille “circoli” in tutto il paese. I giovani laureati e urbani delle prime fasi sono stati raggiunti da operai, impiegati, abitanti delle campagne.

Ma la storia mostra che un’alleanza interclassista di questo tipo tende a spezzarsi non appena sono state soddisfatte le aspirazioni dei più abbienti. Come garantire che Podemos non incontri lo stesso destino? “La garanzia non c’è, ammette Lago. Ma è una questione che si pone solo a quelli che possono vincere. Preferisco dover affrontare questo piuttosto che proteggermi dietro la tradizionale marginalità della sinistra”.

Plasmati dalle analisi di Antonio Gramsci, i dirigenti di Podemos ritengono che la battaglia politica non possa limitarsi al rovesciamento delle strutture economiche e sociali esistenti, ma debba essere condotta anche sul piano culturale, quello dell’ ”egemonia” che legittima il dominio dei potenti agli occhi dei dominati. In questo campo il nemico impone i propri codici, il proprio linguaggio, la propria drammaturgia. E per forgiare il “senso comune” c’è uno strumento più potente degli altri: la televisione.

UN SISTEMA ELETTORALE PENSATO AFFINCHÉ NULLA CAMBI

Già nel 2003, Iglesias e i suoi amici (fra i quali l’universitario Carlos Monedero, oggi alla guida di Podemos), avevano creato programmi audiovisivi autonomi, fra i quali “La Tuerka”. Questo programma di dibattito politico, diffuso da diverse catene televisive locali e su internet, gioca anche il ruolo di centro di riflessione “per cercare, in una prospettiva leninista, di comprendere il mondo per essere pronti, una volta arrivato il momento” (Iglesias, marzo 2013). Invitando all’occorrenza anche personalità politiche connotate a destra, questo gruppo di giovani acquisisce una notorietà che permette loro di intervenire anche in dibattiti politici organizzati dalle grandi reti; il secondo elemento della loro strategia è infatti “non lasciare il campo al nemico”.

Finora, questo non si è tradotto né in un equivalente iberico di Closer, né in un’esagerata docilità… Il 6 dicembre 2014. “La noches en 24 horas”, uno dei principali programmi politici di Tve (la prima rete televisiva pubblica del paese), ospita Iglesias. D’improvviso, egli sottolinea di non considerare l’invito come un favore: “Abbiamo dovuto dar battaglia perché fossi invitato, osserva davanti al giornalista e conduttore Sergio Martin, imbarazzato. Mi permetta di ringraziare i lavoratori di questa azienda perché, come lei sa, senza la loro pressione voi non mi avreste mai ricevuto qui.”

La classe dirigente spagnola ha un sistema elettorale favorevole alle due formazioni dominanti e ai partiti che posso contare su territori circoscritti. “L’aritmetica è semplice,  spiegava il sociologo Laurent Bonelli nel novembre 2011. Per ottenere un seggio, ai nazionalisti di Geroa bai occorrono 42.411 voti, al Pp 60.000, al Psoe 64.000 e a Iu 155.000 ..” Senza contare che la strategia di Podemos, che rifiuta apparentamenti – una “zuppa di sigle” che rischierebbe di reinserire la formazione  nella classica sinistra-destra – potrebbe privare il partito dei voti dei nazionalisti di sinistra o dei militanti di Iu, che denunciano “l’irresponsabilità storica” di Podemos. L’élite iberica, tuttavia, sembra inquieta: il 1 dicembre 2014, il capo degli imprenditori spagnoli Juan Rosell faceva appello a una grande coalizione “alla tedesca” fra Pp e Psoe.

“Nel programma di Podemos non c’è niente di massimalista”, sottolinea Iglesias. Assemblea costituente non appena arrivati al potere, riforma fiscale, ristrutturazione del debito, opposizione all’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni, passaggio alle 35 ore (contro le 40 attuali), referendum sulla monarchia, rilancio industriale, recupero delle prerogative sovrane dello Stato cedute a Bruxelles, autodeterminazione delle regioni spagnole… Tuttavia, i progetti di Podemos, con la possibile alleanza con forze simili nell’Europa meridionale (…), minacciano i poteri finanziari, che Iglesias chiama “l’Europa tedesca” e “la casta”.

Quest’ultima mostra i denti. Un editoriale del giornalista Salvador Sostres, sul quotidiano El Mundo del 2 dicembre, paragona Iglesias al defunto dirigente romeno Nicolae Ceausescu, sospettandolo di avere una sola idea in testa: “far scorrere il sangue dei più poveri, fino all’ultima goccia”. Alcune settimane dopo un parlamentare del Pp è ancora più diretto: “Sparategli in testa”.