Elezioni

Civati c’è

Pippo Civati all’HuffPost risponde all’appello di Massimo D’Alema per un’unica lista di sinistra: “Io ci sono”

“Nelle aree dem vicine a Orlando ed Emiliano c’è disagio per il nuovo Nazareno”

di Claudio Paudice – huffingtonpost.it, 28 maggio 2017

Lentamente, il progetto politico a sinistra del Pd prende forma. All’appello, lanciato con un’intervista al Corriere della Sera, di Massimo D’Alema per un’unica lista alternativa al Partito Democratico risponde Pippo Civati, leader di Possibile e in Parlamento “alleato” di Sinistra Italiana. “Noi ci siamo e siamo promotori di una sinistra alternativa al Pd da quando abbiamo lasciato il principale partito di maggioranza”, dice Civati all’HuffPost. Primo tra i fuoriusciti, poi seguito da tanti altri in rotta con la metamorfosi renziana del partito, Civati guarda favorevolmente non solo ai partiti di sinistra ma anche a chi è ancora all’interno del Pd. In particolare, soprattutto dopo la rottura tra i dem sui voucher, a diversi esponenti delle aree di Andrea Orlando e Michele Emiliano, usciti sconfitti dalle primarie del Pd: “Molti non nascondono il loro disagio per questo riavvicinamento di Renzi a Berlusconi”.

D’Alema ha lanciato un appello per una sinistra unita ma alternativa al Partito Democratico. Come risponde?

Era la mia idea fin dall’inizio. Renzi ha scelto Berlusconi, ed è evidente che la scelta non lascia indifferenti diversi esponenti del Pd, tanto dell’area Orlando quanto dell’area Emiliano. Lo ha detto anche il ministro nella sua intervista di venerdì al Foglio. E anche informalmente sappiamo che, in alcune aree dem, c’è del disagio per la deriva centrista del Pd. La mia proposta in un certo senso supera quella di D’Alema: non solo una lista unica, ma un progetto intorno al quale raccogliere persone che non necessariamente facciano politica, anche perché è inutile far distinzioni tra chi fa parte di un partito e chi di un altro come a Gargonza. Chi vuole cambiare non può votare Renzi o Berlusconi.

D’Alema ha chiamato i Comitati del No, la società civile, il cattolicesimo democratico. Dimentica qualcuno?

Oltre ai soggetti citati ci sono le forze laiche e repubblicane più o meno organizzate. Ma l’esigenza, prima ancora di ricostruire la sinistra, è quella di ribaltare un quadro politico che parla ormai del nulla. In questo senso, le nostre non sono ricette diverse, anzi sono molto simili. Ed è chiaro che raccolgo la sfida. D’Alema dice, ad esempio, che la scissione andava fatta prima. Tutti quei passaggi, qualcuno li ha fatti: prima in solitudine, adesso in un quadro più largo. Ma non è il caso di rivendicare la primogenitura. L’unico punto che contesto è quello che riguarda il partito unico, perché forse sarebbe il caso di costruire prima un contesto culturale e politico dove poter lavorare insieme. Poi le formule verranno dopo, l’importante è che vi sia un unico progetto elettorale. Noi ci siamo e siamo promotori fin da quando abbiamo lasciato il Pd.

Sarebbe singolare che tanti esponenti, prima tutti nel Pd, una volta usciti – e per le stesse ragioni o quasi – non riescano a trovare un accordo su un progetto politico.
In due anni mi sono preso molta solitudine e tante difficoltà, come è ovvio quando esci da un grande partito di maggioranza. Avevo messo in conto che non sarebbe stato facile, ma ricostruire la sinistra è stato sempre il mio progetto.
Siamo nel pieno del dibattito parlamentare sulla legge elettorale. Si parla di una soglia di sbarramento al 5%…
Guardi, io sono dell’idea che sia meglio avere una soglia del 5% che ti sprona a fare il 10%, invece di una soglia al 3% che rischia di portare alla sconfitta. Bisogna puntare a fare più del 5 per cento, può essere uno sprone a costruire un fronte più largo e plurale e nello stesso tempo ad affermare un’idea.

Il Governo sembra voler reintrodurre i voucher, dopo averli cancellati per evitare i referendum promossi dalla Cgil. Avete in cantiere qualche iniziativa nel caso la discussione parlamentare prosegua su questo piano?

Noi siamo stati i primi a denunciare l’uso disinvolto e alternativo dei voucher. Se si tratta di risolvere i problemi delle famiglie, noi ci siamo. Ma in un quadro di chiarezza e tracciabilità. Se poi si vuole estenderli allora non si è capito il vero senso della raccolta delle firme per i referendum della Cgil. Il Governo continua a giocare all’equivoco, e non si capisce il perché. Il problema è che nella politica italiana bluffano tutti.

Venerdì Sinistra Italiana ha fatto una conferenza stampa per contestare un emendamento alla manovrina che favorirebbe la speculazione edilizia in relazione alla costruzione di nuovi stadi. Il ministro per lo Sport Lotti ha replicato affermando che si tratta di un fatto inesistente.

Al di là della polemica di queste ore, quello della speculazione edilizia e dell’abusivismo è un tema. Consumo di suolo, rivoluzione ecologica e gestione dei beni comuni sono tutti argomenti che hanno preso cinque anni di pausa durante i governi di larghe intese.

La candidata col velo

segnalato da Barbara G.

Un candidato donna in Iran contro Rohani? I conservatori ci stanno pensando

di Davood Abbasi – agi.it, 31/03/2017

Una donna presidente della Repubblica islamica dell’Iran: un tempo sarebbe stato impensabile ma ora, a 38 anni dalla vittoria della rivoluzione khomeinista nel Paese erede dell’antica Persia, una candidatura femminile potrebbe arrivare già alle presidenziali di maggio.

L’apertura di Khamenei

Nell’ultimo discorso alla nazione, prima del nuovo anno persiano, il 19 marzo, la guida suprema, l’ayatollah Seyyed Alì Khamenei, ha detto una frase che conferma le voci circolate sulla possibilità della candidatura di una o più donne alle presidenziali del 19 maggio: “Uomini e donne non sono diversi nell’accedere a posizioni di guida spirituale, a incarichi di potere e di leadership e nelle capacità di guidare l’umanità”.

Le parole di Khamenei arrivano dopo l’annuncio del 18 gennaio con cui la parlamentare riformista iraniana Parvanè Salahshourì aveva anticipato all’agenzia Irna che i conservatori iraniani – i rivali del presidente Hassan Rohani – avrebbero deciso di proporre come proprio candidato Marziyeh Vahid Dastgerdi. Un’affermazione che inizialmente non era stata presa sul serio ma che ora appare più credibile dopo l’intervento della Guida suprema.

Il nome che circola: Dastgerdi, l’ostetrica ex ministro della Sanità

Classe 1959, Marziyeh Vahid Dastgerdi è un medico ostetrico specializzato e per 13 anni ha insegnato all’università di Teheran. E’ stata la prima donna a ricoprire l’incarico di ministro della Repubblica Islamica, il terzo nell’intera storia dell’Iran. Appare in pubblico con il chador, il lungo velo nero, spesso è stata immortalata sorridente, fonti imparziali ammettono che ebbe un operato impeccabile durante il suo ministero e guidò la sanità iraniana in tempi di sanzioni e di crisi. Originaria di Isfahan, è la cugina di un cantante pop iraniano.

Nel 2009, Mahmoud Ahmadinejad, al suo secondo mandato, la nominò ministro della Sanità ma nel 2012, a seguito di una divergenza sorta con lo stesso Ahmadinejad, fu deposta dal suo incarico. Oggi prosegue la sua attività specialistica presso l’ospedale Arash. Khamenei l’ha nominata nel 2015 come membro della direzione dell’organizzazione di beneficenza “Comitato degli aiuti dell’Imam Khomeini”.

A gennaio 2017 il suo nome ha cominciato a circolare tra gli ambienti conservatori come possibile candidato unitario in funzione anti-Rohani. “Potrebbe essere un’operazione di facciata, ovviamente. Ma potrebbe anche essere il segnale di un ripensamento globale della politica iraniana”, spiega sul suo blog dedicato all’Iran lo scrittore italiano Antonello Sacchetti, che commenta così questo nuovo elemento sulla scena politica iraniana.

La frase della Costituzione che pone un ostacolo (superabile)

In base alla Costituzione iraniana, il presidente della Repubblica deve fare parte dei “Regial-e-Siyassì” (tradotto letteralmente “uomini politici”). Nel caso di una candidatura della Dastgerdi, sarà compito del Consiglio dei Guardiani, una sorte di corte costituzionale incaricata di confermare l’idoneità dei candidati, interpretare questa frase. In passato tantissimi esperti, soprattutto conservatori, hanno sostenuto che questa frase significa che una donna non può diventare presidente dell’Iran. Negli ultimi anni però, il portavoce del Consiglio dei Guardiani, Abbas Alì Kadkhodaee, ha spiegato che tale consiglio, interpretando la Costituzione, non si opporrebbe alla candidatura di donne. In pratica, per il potente Consiglio, formato da giuristi e sapienti religiosi, “Regial-e-Siyassì” significa “personaggi della politica” che possono anche non essere di sesso maschile.

Un nome rispettato dai conservatori. E dai riformisti

“E’ un politico conservatore ma ha ottime posizioni per quanto riguarda i diritti delle donne e soprattutto si oppose coraggiosamente ad Ahmadinejad“, ha spiegato Parvanè Salahshouri, deputato donna riformista al Parlamento, eletta dalla circoscrizione di Teheran. Lei ha spiegato che considera la Dastgerdi, anche se del fronte opposto, un personaggio rispettabile, qualificato e di grande esperienza. Secondo la Salahshourì, i conservatori non hanno un candidato carismatico da presentare e la dottoressa Dastgerdi sarebbe l’unica persona in grado di “giocarsela” con l’attuale presidente Rohani. E proprio da qui bisogna capire che il fronte riformista teme un simile sviluppo.

Le regine nella storia del Paese

Gli iraniani sono eredi dell’antica Persia e non sono stati pochi i casi di regine e di sovrane giuste ed eque. Arses è la regina persiana che avviò nel terzo secolo dopo Cristo l’insurrezione contro i Seleucidi greci: in suo onore la dinastia che nacque di seguito venne detta degli “Arsacidi”. Nel periodo islamico, molte dinastie iraniane vennero guidate di fatto dalle regine. Un candidato donna, per la prima volta, avrebbe un appeal fortissimo tra una popolazione di un’età media di 31 anni in cui le donne sono tra le più dinamiche e libere di tutto il mondo islamico.

Renzi va veloce contro l’onda trumpista. Lo fermi chi può.

Dimensione Mendez

trumpistiDal referendum costituzionale al referendum su Donald Trump.
Più ravvicinate nel tempo saranno e più le prossime elezioni politiche in Italia rischiano di trasformarsi in questo: una consultazione nella quale il modello Trump sarà inevitabilmente al centro del dibattito, rendendolo bipolare. Da un lato il blocco di chi è essenzialmente ‘protezionista’ su una serie di temi cruciali: politiche migratorie, sicurezza, lavoro ed economia. E dall’altro chi? Essenzialmente il PD, spaccato al proprio interno e sull’orlo di una scissione. Essenzialmente Matteo Renzi che tenta nuovamente un uno contro tutti, nella convinzione che quel 40% per lui letale del 4 dicembre scorso possa tramutarsi in un 40% elettorale vincente, capace di consegnargli quel premio di maggioranza indispensabile per governare nuovamente il Paese.

Lo schema insomma, nella testa del segretario PD, non cambia di una virgola. La sua scommessa è destinata ad imperniarsi ancora una volta sulla convinzione che, di fronte allo spauracchio…

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Il discorso del Presidente

Sergio Mattarella

Sergio Mattarella

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Mattarella, nel discorso di Capodanno critiche al renzismo. E sulla fuga dei cervelli cancella Poletti

Mattarella: – “La crescita è debole e il lavoro problema numero uno”. Il discorso del capo dello Stato fa a pezzi la narrazione dell’Italia felix.

di Fabrizio d’Esposito – ilfattoquotidiano.it, 2 gennaio 2017

Giunto al suo secondo messaggio di San Silvestro, Sergio Mattarella fa un discorso prettamente politico, e non solo per la parte finale sulla legge elettorale, e distrugge l’intera narrazione renziana dei mille giorni, il fatidico storytelling dell’Italia felix, in continuità con la visione berlusconiana dei “ristoranti sempre pieni”. Al contrario, Mattarella, seduto in poltrona senza scrivania, e circondato dal rosso delle stelle di Natale, s’ispira al principio di realtà e parla di una “comunità” che “va costruita, giorno per giorno, nella realtà”. Non nelle slide o nei tweet. La realtà come valore guida di ogni analisi seria.

In questo, Mattarella, da democristiano di sinistra, archivia pure i nove annidella monarchia repubblicana di Giorgio Napolitano, comunista di destra fedele al principio togliattiano di usare il realismo per guidare i processi politici. Non proprio agli antipodi, ma quasi. Per il capo dello Stato, allora, “il problema numero uno del Paese resta il lavoro. Combattere la disoccupazione e, con essa, la povertà di tante famiglie è un obiettivo da perseguire con decisione. Questo è il primo orizzonte del bene comune”. Il presidente, la sera dell’ultimo dell’anno, pur senza citarlo, sfiducia di fatto davanti agli italiani anche l’improbabile ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, confermato da Gentiloni, e protagonista di un’oscena gaffe sui giovani che vanno via per lavoro: “Centomila giovani che vanno via per lavoro? Alcuni è meglio non averli tra i piedi”. Frase pronunciata nello stesso giorno in cui a Berlino è rimasta uccisa Fabrizia Di Lorenzo, altra giovane italiana morta ricordata sempre ieri da Mattarella.

Sui giovani che vanno via, il capo dello Stato ha pronunciato parole sinora mai sentite da un esponente di governo: “Molti di voi studiano o lavorano in altri Paesi d’Europa. Questa, spesso, è una grande opportunità. Ma deve essere una scelta libera. Se si è costretti a lasciare l’Italia per mancanza di occasioni, si è di fronte a una patologia, cui bisogna porre rimedio. I giovani che decidono di farlo meritano, sempre, rispetto e sostegno”. Altro che levarseli dai piedi, altro che Poletti, rimasto tranquillamente al suo posto. Dov’è, dunque, l’Italia felix tanto cara all’ex Rottamatore in esilio zen nella sua Pontassieve? Anche perché il principio di realtà mattarelliano riferisce di “una crescita debole”, di “ansie diffuse nella società”, di “diseguaglianze, marginalità, insicurezza” che “minano le possibilità di sviluppo”, infine della tradizionale frattura tra il Nord e il Sud del Paese, quest’ultimo afflitto da un atavico “affanno”.

L’analisi presidenziale non risparmia nessuno. Le varie sfumature dell’avanzante populismo investono innanzitutto le riflessioni del Colle sul “terrorismo internazionale di matrice islamista”. In ogni caso, pur assicurando “tutti gli sforzi” per la sicurezza, “l’equazione immigrato uguale terrorista è ingiusta e inaccettabile”. L’odio, poi, “come strumento di lotta politica” e in abbinamento al “ring permanente” del web, “dove verità e falsificazione finiscono per confondersi”. Chiari sia i riferimenti a Lega(immigrazione) e grillini (odio e uso del web), da inquadrare nella premessa di Mattarella dell’altra sera, quella di “una comunità di vita” che se divisa e rissosa “smarrisce il senso di comune appartenenza, distrugge i legami, minaccia la sua stessa sopravvivenza”. Anche qui, rispetto al passato di Re Giorgio, la cesura è netta. Napolitano, da politicista, era interessato esclusivamente dalla sopravvivenza del Sistema, minacciato dalla “patologia eversiva” dell’antipolitica. Mattarella, invece, affida alla dinamica della comunità l’analisi delle questioni, senza fare sconti a nessuno. Non a caso, il capo dello Stato non ha mai citato la parola “riforme”, vero tormentone dei lustri scorsi.

E qui si arriva alla parte finale sulla legge elettorale, anticipata dal Fattosabato scorso. Ancora una volta, il presidente è entrato nel merito del problema, stavolta davanti agli italiani riuniti a tavola per il cenone di San Silvestro. In sostanza, un no secco definitivo all’ipotesi di votare senza una legge elettorale ma con il Consultellum per il Senato e l’Italicum per la Camera, come vorrebbero “i due Mattei”, sia Renzi sia Salvini: “Con regole contrastanti tra loro chiamare subito gli elettori al voto sarebbe stato, in realtà, poco rispettoso nei loro confronti e contrario agli interessi del Paese”. Proprio per questo la reazione del leader leghista, seguito dalla fasciolepenista Giorgia Meloni, è stata brutale: “Sergio Mattarella non mi rappresenta. Ha detto che si vota il più tardi possibile: sento aria di regime, aria di poltrone, di restaurazione, puzza di vecchio, di ritorno della veccia Dc. Noi non ci stiamo”. A Salvini, ha risposto per tutti il premier Gentiloni: “Vergognati”. Anche se “il plauso unanime” della maggioranza di governo a Mattarella ricorda lo sketch di Totò-Pasquale preso a schiaffi ma che rideva.

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Non basta la Consulta per le urne. Così il Colle ha respinto le critiche

La scelta di rispondere alle lettere dei cittadini (ma anche ai partiti). Per il presidente serve una legge elettorale, non una sentenza «autoapplicativa».

di Marzio Breda – corriere.it, 1 gennaio 2017

Ha capito che avrebbe dovuto riparlarne quando ha sfogliato le lettere arrivate al Quirinale a partire dal 21 dicembre, giorno in cui pensava di aver ormai definitivamente chiarito (davanti alle alte cariche dello Stato) perché non aveva chiuso la legislatura dopo le dimissioni del premier Matteo Renzi, ferito dalla sconfitta referendaria, fissando il voto già in febbraio. Quella corrispondenza gli dimostrava che troppi cittadini, disorientati da certi strampalati scenari disegnati in sede politica, coltivavano ancora la stessa «critica»: non avrebbe fatto meglio, invece d’insediare un nuovo governo, a sciogliere subito le Camere? No, considerati i suoi doveri costituzionali, meglio non era. Ecco perché l’altra sera Sergio Mattarella ha riproposto la questione, anche se avrebbe preferito non inserire nel messaggio di fine anno un tema così carico di polemiche e, in quanto tale, ansiogeno.

Il ritorno alle urne

Ci è tornato sopra per due motivi: 1) perché giudica seria l’obiezione, e infatti non ha mai escluso che si debba votare nel 2017; 2) perché, per onestà, voleva sgombrare gli equivoci nel modo più diretto. Spiegandosi così: «Non c’è dubbio che, in alcuni particolari momenti, la parola agli elettori costituisca la strada maestra. Ma chiamare gli elettori al voto anticipato è una scelta molto seria. Occorre che vi siano regole elettorali chiare e adeguate perché gli elettori possano esprimere, con efficacia, la loro volontà e questa trovi realmente applicazione nel Parlamento che si elegge». E qui ha riaperto il punto politico: «Queste regole, oggi, non ci sono: al momento esiste, per la Camera, una legge fortemente maggioritaria e, per il Senato, una legge del tutto proporzionale». Insomma, «con regole contrastanti tra loro chiamare subito gli elettori al voto sarebbe stato, in realtà, poco rispettoso nei loro confronti e contrario all’interesse del Paese. Con alto rischio di ingovernabilità».

La legge elettorale

Parrebbe un quadro limpido e ineccepibile. Se non che, nonostante «alle consultazioni tutti i partiti si siano dichiarati d’accordo con l’esigenza di approvare un nuovo sistema di voto», un certo ambiguo gioco continua. Infatti, nell’attesa che il 24 gennaio la Corte costituzionale si pronunci sull’Italicum, qualcuno insiste per la corsa alle urne, immaginando ancora il voto a febbraio. La proposta è sempre la stessa: superiamo le difficoltà di trovare un accordo e accontentiamoci di applicare la «risultante di quelle sentenze». Un’ipotesi pericolosa (ad esempio per la valanga di potenziali ricorsi) ma soprattutto inaccettabile, dal punto di vista di Mattarella. Il quale, non a caso, si è richiamato ai «doveri» e alle «responsabilità» della politica. Per lui — e questo è il «non detto» del suo discorso — non si può affidare alla Consulta il compito di fare una legge elettorale. È il Parlamento che deve farla.

Internet e il lavoro

Il resto del messaggio ha legato insieme tutti i problemi su cui il capo dello Stato spende la propria sensibilità sociale. Per restare alla sfera pubblica, l’allarme per il diffondersi «dell’odio come strumento di lotta politica… odio e violenza verbale che si propagano nella società, intossicandola» e che rischiano di esser moltiplicati da un pur utile strumento come Internet. E poi le nostre ormai croniche emergenze. Dal lavoro, «problema numero uno», a tante altre «fratture da ricomporre», come il divario Nord-Sud; dalla corruzione all’evasione fiscale alle diverse forme d’illegalità. E, specie oggi, al «senso d’insicurezza» provocato dal terrorismo, contro il quale servono nuovi sforzi per «impedire che si radichino nel Paese presenze minacciose o predicatori di morte».

I giovani in fuga

Non basta. Nella sua idea di Stato-comunità, troppa gente resta in difficoltà e schiacciata da ansie che la politica farebbe bene a «non sottovalutare», perché «non ci devono essere cittadini di serie B». Infine, dopo aver certificato la crescita economica ancora «debole» e con un impatto che «stenta a esser percepito», Mattarella si concede un cenno che suona come un’aspra censura all’infelicissima sortita del ministro Poletti sui nostri giovani in fuga. Dice il presidente: «Molti studiano o lavorano in altri Paesi d’Europa. Questa spesso è una grande opportunità. Ma dev’essere una scelta libera. Se si è costretti a lasciare l’Italia per mancanza di occasioni, si è di fronte a una patologia, cui bisogna porre rimedio». Capita l’antifona, ministro?

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Orfini: urne anche prima di giugno Da Gentiloni a Renzi noi compatti

L’esponente Pd: il G7 e i trattati? La democrazia non è un problema. Sul Consultellum: «Se la trattativa fallisce si voterà con i sistemi indicati dalla Corte, non per colpa del Pd».

di Monica Guerzoni – corriere.it, 2 gennaio 2017

Votare è «urgente» e il mese limite per tornare alle urne è giugno. E se la trattativa sulla legge elettorale dovesse naufragare, Matteo Orfini pensa si possa votare già in primavera, senza drammatizzare le scadenze dei Trattati a marzo e del G7 a maggio: «La democrazia non è un problema».

Il Pd ha fretta di votare, ma Mattarella chiede regole «chiare e adeguate». 

«Noi condividiamo le parole del presidente Mattarella, tanto che ci siamo fatti carico di far nascere un altro governo, con l’obiettivo di armonizzare le leggi elettorali. Però questa responsabilità non può ricadere solo sul Pd, che non ha i numeri. La legislatura è politicamente terminata il 4 dicembre e solo il tentativo, difficile ma possibile, di armonizzare il sistema ipermaggioritario della Camera con quello proporzionale del Senato, può prolungarla ».

Perché Renzi preme per andare alle urne?

«Per le riforme abbiamo eccezionalmente accettato di stare al governo assieme a forze a noi alternative, prima Berlusconi e poi Alfano. Fallito il percorso costituente, viene meno la ragione».

Davvero Gentiloni non vede il voto come «minaccia»?

«È così per tutto il Pd. Non c’è alcuna differenza tra Renzi, Gentiloni e Orfini».

Non dobbiamo aspettarci mesi di #Paolostaisereno e cannoneggiamenti dal Nazareno su Palazzo Chigi?

«Assolutamente no. Gentiloni ha detto che il suo è un governo di servizio al Paese, ma una volta completato il percorso è giusto restituire la parola ai cittadini. E Mattarella ha segnalato la spinta del Paese verso il voto anticipato».

La road map di Renzi è votare a giugno, Politiche e Comunali assieme?

«Ci sono due scenari. Se si coglie negli incontri la disponibilità delle altre forze a cambiare l’Italicum, si può iniziare a lavorare nel merito senza aspettare la Consulta. Altrimenti si prende atto della indisponibilità e vengono meno le ragioni per proseguire».

Con il secondo scenario si vota anche prima? Aprile?

«Se riusciamo a far partire la nostra road map si può votare a giugno con una nuova legge, fermo restando che la data la decide il presidente della Repubblica. Qualora invece gli altri partiti ci lasciassero soli nel tentativo sincero di cambiarla, dovremmo sperare che il doppio Consultellum sia il più possibile omogeneo. Inevitabilmente si voterebbe con i sistemi indicati dalla Corte costituzionale e non certo per responsabilità del Pd».

Non è decisivo consentire a Gentiloni di partecipare ai Trattati di Roma il 25 marzo e al G7 di maggio?

«Ci sono sicuramente delle scadenze importanti, ma non drammatizzerei. Per chi come noi crede nella democrazia, dare la parola agli elettori non è mai un problema».

La minoranza insinua che stiate cercando una «scorciatoia» per votare con il Consultellum al Senato e con l’Italicum corretto alla Camera, è così?

«Non stiamo aspettando la Consulta il 24 gennaio, stiamo proponendo a tutte le forze politiche di vederci già nei prossimi giorni, al Nazareno o in una sede neutra. Rispondere, come Forza Italia, che l’unico luogo di discussione possibile sono le commissioni parlamentari, significa fare melina. Vogliamo perdere mesi o iniziare una discussione? E su quale testo?».

Non vede frenatori anche nel Pd, per il vitalizio o per ragioni politiche?

«La proposta unitaria del Pd è stata accettata responsabilmente anche da chi, come me, non ama il Mattarellum. Abbiamo chiarito che, cambiato l’Italicum, si va al voto e questa posizione ha unito il Pd».

Puzzle spagnolo

di Luigi Pandolfi – Linkiesta – 20 dicembre 2015

In Spagna si è chiusa un’epoca. Con queste elezioni (ieri, n.d.r.) infatti, si è messa la parola fine al sostanziale bipartitismo che ha segnato la storia democratica del Paese. Agli amanti della numerologia, non sarà sfuggito, per di più, l’insistenza del numero 20 negli snodi più rilevanti della storia politica spagnola degli ultimi quattro decenni. Il 20 dicembre del 1973 muore in un attentato a Madrid l’ammiraglio Luis Carrero Blanco, delfino di Franco, candidato alla successione del dittatore. Fu l’inizio della fine del regime, che, di fatto, avvenne il 20 novembre del 1975, giorno in cui si spense il Caudillo. Quarant’anni dopo, il 20 dicembre, la politica spagnola entra ufficialmente in una fase nuova. Simpatica curiosità.

Come per altri Paesi europei, anche in Spagna la crisi si è fatta levatrice di un nuovo quadro politico, favorendo l’affermazione di nuovi movimenti e di nuove leadership carismatiche, che, dalla crisi stessa, e dalle trasformazioni da essa indotte, hanno tratto motivazioni e spinta propulsiva.

L’affluenza alle urne è stata più alta che nel 2011, e molti di più sono stati coloro che hanno votato per posta, dall’estero (+14%), a conferma che la voglia di partecipare al cambiamento questa volta non era solo uno slogan dei partiti emergenti. Ma è la composizione del voto, i dati che sembrerebbero restituire le urne, a tracciare un quadro nuovo, obiettivamente complesso, per la politica spagnola.

A scrutinio ultimato, il Partido Popular, col 28,7%, si conferma la prima forza politica del Paese, lontanissimo però da quel robusto 44,63% che ottenne alle precedenti elezioni generali, nel 2011, il 20 novembre. Una vittoria dal sapore di sconfitta, insomma, sia per il crollo dei consensi, sia per le difficoltà che adesso si addenseranno nella ricerca di alleati per la formazione di una maggioranza di governo. Seconda forza del Paese è invece il Psoe, contrariamente a quanto sembrava emergere dai primi exit poll, con il 22%.

Successo anche per Podemos, che si attesterebbe al terzo posto (primo in Catalogna), con un soddisfacente 20,6%. Per il partito di Pabolo Iglesias si tratta di un risultato che confermerebbe la grande rimonta degli ultimi giorni di campagna elettorale, soprattutto a danno dei socialisti. La vera sorpresa, tuttavia, è il risultato di Ciudadanos, che si ferma al 13,8%, quindi ben distante dai numeri che alcuni sondaggi gli attribuivano alla vigilia del voto. Molto al di sotto del 5% Izquerda Unida, a dispetto di una ripresa che tutti i media spagnoli avevano segnalato negli ultimi giorni di campagna elettorale. Con queste percentuali, al Pp andrebbero 122 seggi, al Psoe 91, a Podemos 69, a Ciudadanos 40, soli due deputati a Izquerda Unida-Unidad Popular. Sebbene la distanza tra Psoe e Podemos non sia enorme, lo scarto in seggi tra le due forze è abbastanza marcato, perché la ripartizione degli stessi avviene su base provinciale.

Considerando che l’asticella per la maggioranza in parlamento è fissata a 176 seggi, nemmeno un’alleanza tra i popolari ed il movimento di Albert Rivera, come si ipotizzava alla vigilia, sarebbe sufficiente per dare vita ad un nuovo governo, anche perché i voti di Ciudadanos non sarebbero sommabili a quelli delle forze nazionaliste, catalane e basche, entrate in parlamento. Scenario molto incerto, quindi, che potrebbe aprirsi a soluzioni inedite, oppure ad una qualche forma di collaborazione tra forze politiche tradizionali, in nome della governabilità e della stabilità del Paese.

La prima dichiarazione ufficiale di Ciudadanos, per bocca Fernando de Pàramo, responsabile della comunicazione del movimento, è stata la seguente: «Siamo comunque felici, veniamo dal nulla, da zero, e stiamo moltiplicando i risultati delle comunali», aggiungendo «Credo che siamo stati l’unico partito che ha messo in chiaro che cosa avrebbe fatto con i voti ottenuti prima delle elezioni». Poi ha concluso:« L’unione di tutti gli spagnoli non si tocca, non è negoziabile. Vogliamo riformare la Spagna, non romperla».

Pablo Iglesias invece ha detto che «grazie al nostro brillante risultato in Catalogna e nei Paesi Baschi, siamo l’unica forza che può favorire un accordo territoriale nuovo. La Spagna ha votato per cambiare il sistema. Ora si cambi la costituzione, per ampliare i diritti sociali e fare della Spagna un Paese più giusto. Si cambi anche la legge elettorale in senso proporzionale».

Beata Polonia

di Bernard Guetta – 26 ottobre 2015 – Internazionale

Annunciata e scontata, questa vittoria ha assunto le proporzioni di uno tsunami. Secondo gli exit poll, la destra nazionalista ha conquistato il potere in Polonia dopo che il partito Diritto e giustizia (Pis) ha ottenuto il 39 per cento dei suffragi contro il 23 per cento della maggioranza uscente dei centristi di Piattaforma civica.

Se confermato, il risultato concederà la maggioranza assoluta a Diritto e giustizia, che aveva già vinto le presidenziali della scorsa primavera. Inoltre, se ai 242 seggi ottenuti dal Pis si aggiungono i 44 conquistati da un rocker altrettanto estremista, ci rendiamo conto che l’insieme delle destre nazionaliste occuperà i tre quinti della dieta, il parlamento polacco.

La Polonia si è buttata a destra, così nettamente che le sinistre, incapaci di superare la soglia di sbarramento, non avranno nemmeno un deputato. La tendenza, in ogni caso, non è solo polacca.

Una nuova rivoluzione industriale

In un’Europa già nettamente spostata a destra, quasi ovunque le destre reazionarie o estreme ottengono un avanzamento netto, strappando elettori alle sinistre e alle destre moderate e imponendo un tripartitismo che sta sconvolgendo tutti gli scacchieri politici, al livello nazionale ed europeo.

Le ragioni del fenomeno sono tanto profonde quanto chiare. Il rallentamento delle industrie tradizionali e la nascita di nuovi settori di attività ha prodotto una nuova rivoluzione industriale che genera società a due velocità in cui agli emarginati si oppone una classe emergente, urbana, giovane e saldamente piantata in questo nuovo secolo. Questo scontro produce traumi e una grande nostalgia dei tempi in cui lo stato era più forte.

La nostalgia, a sua volta, genera un ritorno dell’aspirazione a un nazionalismo delle frontiere e a un meccanismo di protezione ormai perduto, un sentimento che si esprime in un rifiuto crescente dell’unità europea, percepita come il cavallo di Troia della globalizzazione, e questo nonostante sia chiaro che solo una potenza pubblica europea (un’Europa politica) potrebbe avere la forza di controbilanciare l’onnipotenza del denaro.

Le nuove destre, in Polonia e altrove, si appoggiano ai movimenti sociali e al nazionalismo nutrendosi della paura dell’islam, come dimostra il rifiuto paradossale di accogliere i profughi siriani provenienti dalle classi medie e in fuga dal terrorismo, dalla guerra e dalle dittature.

L’unità dell’Europa è solida e in quasi sei decenni si è talmente radicata da non poter sparire da un giorno all’altro. Ma allo stesso tempo il progetto europeo è indebolito dal divorzio tra l’Europa e i suoi cittadini, dalla disoccupazione giovanile, dall’assenza di obiettivi comuni e dalla crisi dei profughi a cui gli europei non riescono a trovare una soluzione unitaria. Questo terremoto nazionalista in Polonia non farà altro che accentuare le divisioni dell’Unione in quasi tutti i campi.

fonte: http://www.internazionale.it/opinione/bernard-guetta/2015/10/26/polonia-vittoria-destra-nazionalista-tendenza-europa

Un po’ meno Indignados…

Spagna, Iglesias paga cara la vicinanza a Tsipras: Podemos scende sotto il 20%

di Davide Tenconi – ilfattoquotidiano.it, 3 agosto 2015

La crisi greca e le iniziali battaglie di Syriza avevano aiutato il professore e compagni a esprimere un nuovo concetto di Europa, votata alla solidarietà e al ripensamento del modello fondato sull’austerità. Ma il ko del leader della sinistra greca nelle trattative per il terzo salvataggio di Atene ha danneggiato anche il partito spagnolo: secondo l’ultima rilevazione di Metroscopia, la traduzione politica del movimento degli Indignados otterrebbe oggi il 18% dei consensi, dietro ai socialisti e ai popolari. Inoltre Ciudadanos è a soli 5 punti di distanza: a inizio anno Podemos poteva contare su 10 lunghezze in più.

Nella lunga tappa di montagna, con il traguardo finale posto alle elezioni generali, il corridore spagnolo con il fiato corto sembra essere Pablo Iglesias. Prendiamo in prestito una metafora ciclistica per raccontare lo stato di forma di Podemos, l’alternativa anti-austerity, nella corsa per la presidenza della Moncloa contro il PP del premier Mariano Rajoy, il PSOE del leader Pedro Sanchez e l’alternativa di centrodestra Ciudadanos capitanata da Albert Rivera.

In costante ascesa di consensi dalla nascita, Podemos vive il primo delicato passaggio politico della sua storia. La crisi greca e le iniziali battaglie di Tsipras avevano aiutato Iglesias e compagni a esprimere un nuovo concetto di Europa, votata alla solidarietà e al ripensamento del modello economico e non solo un palazzo di tecnocrati pronti ad imporre politiche di lacrime e sangue ai cittadini.

La vittoria del referendum di Atene di qualche settimana fa aveva illuso i sostenitori di sinistra che Tsipras potesse avere la forza politica, non solo quella del mandato popolare dei suoi elettori, per combattere a muso duro Angela Merkel e Wolfgang Schäuble. Lo stesso Iglesias era certo che il premier greco potesse essere il primo esempio di come poter urlare un “no” forte a nuove imposizioni dall’alto. A Strasburgo, durante il dibattito al Parlamento, lo accolse a braccia aperte e la sua immagine del profilo di Twitter è una foto dei due leader abbracciati e sorridenti.La lunga notte di negoziazioni e la firma del terzo pacchetto di aiuti hanno detto il contrario. Da uomo forte Tsipras si è trasformato in agnellino, deludendo molti cittadini sotto il Partenone.

Iglesias ha pagato, in termini d’immagine, la vicinanza a Syriza. Nell’ultima rilevazione diMetroscopia, Podemos otterrebbe oggi il 18% dei consensi, dietro al Partito Socialista e al Partito Popolare del premier Rajoy. Non solo: la quarta carta del mazzo, ovvero Ciudadanos, è a soli 5 punti di distanza. Ad inizio anno Podemos poteva contare su 10 punti in più. Sono sondaggi, quindi da prendere con la dovuta cautela, però è la prima volta da molti mesi che il movimento di Iglesias si distanzia dai due partiti tradizionali e scende sotto il 20%.

Mariano Rajoy non aspettava altro per etichettare il professore con il codino come “pericoloso”. Le code ai bancomat di Atene, la chiusura delle banche e della Borsa e il rischio concreto di perdere il patrimonio sono diventate formidabili armi elettorali del premier spagnolo, desideroso come mai di poter paragonare Tsipras ad Iglesias e incutere paura ai cittadini. Paura ingiustificata perché l’economia, seppur gonfiata da dati eccessivamente ottimisti sul recupero dell’occupazione, crescerà del 3% nel 2015 e del 3,5% nel 2016. Rajoy specula sulle difficoltà che si stanno vivendo ad Atene per recuperare consensi dopo un anno di dure sconfitte elettorali, con la perdita del Comune di Madrid come ciliegina sulla torta. Il fiato corto di Podemos non può però essere spiegato solo con le difficoltà di Tsipras. C’è dell’altro e Iglesias lo sa bene.

Le vittorie di Ada Colau e Manuela Carmena nella elezioni municipali di Barcellona e Madrid hanno rappresentato il punto più alto del movimento, soprattutto a livello d’immagine. Va però fatto un distinguo: nella capitale, così come in Catalogna, Podemos ha vinto grazie a un’alleanza con la componente civile e Izquierda Unida ed il successo è stato molto risicato (solo pochi seggi di differenza). Iglesias ha rifiutato apertamente un’alleanza elettorale con l’estrema sinistra anche per la Moncloa, decidendo di correre da solo. Molti elettori non hanno apprezzato pensando che il modello Barcellona-Madrid potesse rappresentare la miglior carta da giocare. Se, ipoteticamente, il risultato delle elezioni nazionali rispecchiasse quello delle comunali di un mese fa, difficilmente Podemos potrebbe insediarsi al governo. Il PP potrebbe allearsi con Ciudadanos e raccogliere più seggi per presentarsi nuovamente davanti al Re per giurare.

Iglesias ha deciso di lottare da solo, come fece Beppe Grillo nelle elezioni politiche italiane. Come il M5S, potrebbe ottenere un exploit straordinario ma pensare di poter raggiungere una maggioranza assoluta sembra oggi fantascienza. E rimaniamo sempre nel campo della fantascienza se pensiamo che domani Iglesias e Sanchez possano sedersi nello stesso governo. Il primo ha etichettato il leader del PSOE come capo di una banda di corrotti, il secondo parla del professore come di un visionario. Immaginarli allo stesso tavolo a discutere di programmi economici comuni per il rilancio dell’occupazione è un’impresa molto ardua. Chi ride sotto la barba è ovviamente Rajoy, conscio del fatto che un’alleanza tra Podemos e PSOE metterebbe la parola fine, anche prima delle urne, a un suo secondo mandato.