energia

Vivere oltre i limiti

segnalato da Barbara G.

Earth Overshoot Day, esaurite le risorse 2017 della Terra

ansa.it, 31/07/2017

Uomo sempre più “vorace” e le risorse naturali, quelle che la Terra è in grado di rigenerare da sola, si esauriscono sempre prima. L’Earth Overshoot Day, il giorno in cui la popolazione mondiale ha consumato tutte le risorse terrestri disponibili per il 2017, quest’anno cade il 2 agosto. Da mercoledì il pianeta sarà sovrasfruttato dall’uomo: lo stiamo consumando 1,7 volte più velocemente della capacità naturale degli ecosistemi di rigenerarsi. Per soddisfare la domanda degli italiani ci sarebbe bisogno di 4,3 “Italie”.

Il calcolo è del Global Footprint Network, organizzazione di ricerca internazionale, che evidenzia come ogni anno questa giornata cada sempre prima a causa dell’aumento dei consumi mondiali di natura che comprendono frutta e verdura, carne e pesce, acqua e legno. L’anno scorso era stata celebrata l’8 agosto, due anni fa il 13 agosto, nel 2000 a fine settembre.

Invertire la tendenza, secondo gli attivisti, è possibile e lanciano la campagna #movethedate, per cercare di posticipare l’Overshoot Day. Se riuscissimo a spostare in avanti questa data di 4,5 giorni ogni anno, spiegano, ritorneremmo “in pari” con l’uso di risorse naturali entro il 2050. Ognuno può contribuire con piccole azioni ma servono soluzioni “sistemiche”, dice l’organizzazione: se ad esempio l’umanità dimezzasse le emissioni di anidride carbonica, l’Overshoot Day si sposterebbe in avanti di quasi tre mesi.

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coenergia.com, 11/08/2015

Vent’anni fa l’Earth Overshoot Day è stato il 10 ottobre, nel 1975 il 28 novembre, nel 1970 il 23 dicembre. Lo scorso anno è stato l’8 Agosto.

Quello che offre il pianeta non basta a soddisfare i bisogni, sempre crescenti, della popolazione globale: secondo il report, se avessimo lo stile di vita degli americani, avremmo bisogno delle risorse naturali di almeno 4,8 pianeti mentre se vivessimo come gli australiani ne servirebbero almeno 5,4. Lo stile di vita di noi italiani necessiterebbe di 2,7 Terre mentre servirebbero 4,3 Italie per soddisfare il fabbisogno nazionale con le sole risorse territoriali.

Tuttavia, nonostante il dato davvero allarmante, si è notato un lieve rallentamento di questa tendenza negli ultimi 5 anni, anche grazie all’aumento dell’utilizzo dell’energia proveniente da fonti rinnovabili!
Grazie alle tecnologie disponibili e con un piccolo sforzo da parte di tutti, sarà possibile invertire la rotta!

Nell’interesse dei lavoratori

segnalato da Barbara G.

Perché votare sì al referendum interessa anche i lavoratori del comparto degli idrocarburi

di Enzo di Salvtore – primalepersone.eu, 14/03/2016

I sostenitori del “no” al referendum abrogativo sulle estrazioni di idrocarburi in mare utilizzano due argomenti principali: il fabbisogno energetico nazionale e i posti di lavoro. Entrambi gli argomenti, però, costituiscono un falso problema. Le multinazionali che chiedono un permesso per cercare o una concessione per estrarre idrocarburi non lo fanno per corrispondere alle esigenze del fabbisogno energetico nazionale né per creare posti di lavoro. Lo fanno solo per perseguire i propri interessi economici; e questo lo capisce anche un bambino. Non c’è nessun collegamento diretto tra le attività estrattive e il fabbisogno energetico nazionale. Dopo la scoperta del giacimento, le risorse presenti nel sottosuolo appartengono allo Stato, e cioè a tutti noi. A seguito del rilascio della concessione, però, quello che viene estratto diviene di “proprietà” di chi lo estrae. La società petrolifera, in questo caso, è tenuta a versare alle casse dello Stato solo il 10% del valore degli idrocarburi estratti se l’attività riguarda la terraferma e solo il 7% del petrolio e il 10% del gas estratti se l’attività riguarda il mare. Dunque: il 90-93% degli idrocarburi estratti può essere dalla società petrolifera portato via e venduto altrove oppure può essere rivenduto direttamente allo Stato italiano.

Veniamo alla questione “occupazione”. Oggi, la realizzazione di progetti petroliferi non crea di per sé posti di lavoro significativi. Basti pensare al progetto “Ombrina mare”, il cui procedimento per il rilascio della concessione è stato chiuso solo di recente (ma la norma sulle «durata di vita utile del giacimento», sottoposta ora a referendum, “congela” di fatto il relativo permesso di ricerca). Qualora fosse stato realizzato, il progetto avrebbe dato lavoro solo a ventiquattro persone. Certo, ci sarebbe stato comunque l’indotto da considerare. Ma quel progetto – per le sue caratteristiche proprie (una “grande opera” collocata a soli 6 km dalla costa) – avrebbe potuto compromettere ben altre attività economiche: per esempio il turismo della costa teatina, il quale – diversamente da quello romagnolo (romagnolo, non ravennate, si badi) – non è un turismo di massa e risulta attrattivo per ragioni che non possono prescindere dalle tipicità del territorio: i trabocchi in mare, l’agriturismo, i borghi storici, ecc. Ora, quello che si sta sostenendo – anche da parte del Presidente del Consiglio Renzi – è che se il referendum del 17 aprile dovesse andare a buon fine si metterebbe in ginocchio l’occupazione dell’intero comparto degli idrocarburi. L’affermazione non è corretta. Il referendum spiegherebbe i propri effetti immediati non già sulle attività di estrazione in corso, ma sulla durata “naturale” delle concessioni attualmente vigenti. Non c’è nulla di teorico in questo discorso ed è sufficiente andare a verificare quale sia la data di scadenza delle concessioni. Se ci si attiene ai dati forniti dal Ministero dello sviluppo economico, in mare sarebbero presenti ben 135 piattaforme (tra produttive e non produttive), corrispondenti a venticinque concessioni ricadenti entro le dodici miglia marine (si tratta, in verità, di dati incompleti, in quanto, solo per fare un esempio, nel Canale di Sicilia non risulta attiva – come vorrebbe, invece, il Ministero – solo la concessione Vega A; in ogni caso, i dati diffusi non tengono conto che la norma sulla durata a tempo indeterminato dei titoli minerari incide anche sui permessi di ricerca e non solo sulle concessioni). Ebbene, soltanto cinque concessioni scadranno tra 5 anni. Tutte le altre scadranno tra 10-20 anni. E questo vuol dire che prima di quelle date non si perderà un solo posto di lavoro: almeno non per effetto del referendum. Anzi, è semmai vero il contrario: se non si vincerà questo referendum, c’è il rischio che in prospettiva si perdano posti di lavoro senza che si riesca a far fronte tempestivamente al problema. Mi spiego.

Il comparto degli idrocarburi è già in crisi. Proprio qualche giorno fa «Il Sole 24 Ore» pubblicava un articolo dedicato alle attività di estrazione del gas nel ravennate. Il titolo del pezzo era il seguente: “A rischio il futuro dell’oil&gas. In sei mesi persi 900 posti di lavoro”. Come si vede, la perdita dei posti di lavoro non può essere attribuita al referendum, non essendosi questo ancora tenuto. Il punto, allora, è il seguente: come ha pensato di porre rimedio il Governo alla crisi occupazionale che investe il settore? In nessun modo. La norma sulla durata a tempo indeterminato delle attività di estrazione degli idrocarburi non è stata varata per far fronte al problema occupazionale, ma solo per fare un favore alle multinazionali del petrolio. Mi pare evidente. Se il Governo avesse avuto a cuore i 900 lavoratori del ravennate, sarebbe intervenuto direttamente sulla questione con misure di altra natura e non già con una norma che, di per sé, non aggiunge e non toglie niente al problema. Quella norma, se non sarà abrogata rapidamente, e se non si indurrà il Governo a riflettere sin da ora intorno al reimpiego futuro dei lavoratori del comparto, finirà per scontentare tutti per il seguente motivo: essa è palesemente illegittima, in quanto una durata a tempo indeterminato delle concessioni viola le regole sulla libera concorrenza. La norma, in altri termini, si pone in contrasto con il diritto dell’Unione europea e, segnatamente, con la direttiva 94/22/CE (recepita dall’Italia con d.lgs. 25 novembre 1996, n. 625), che, al fine di realizzare taluni obiettivi, tra i quali il rafforzamento della competitività economica e la garanzia dell’accesso non discriminatorio alle attività di prospezione, di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi e al loro esercizio, secondo modalità che favoriscono una maggiore concorrenza nel settore, prescrive che “la durata dell’autorizzazione non superi il periodo necessario per portare a buon fine le attività per le quali essa è stata concessa” e che solo in via eccezionale (e non in via generale e a tempo indeterminato!) il legislatore statale possa prevedere proroghe della durata dei titoli abilitativi, “se la durata stabilita non è sufficiente per completare l’attività in questione e se l’attività è stata condotta conformemente all’autorizzazione”. D’altra parte, il caso della direttiva Bolkestein, e cioè della legittimità delle proroghe delle concessioni balneari (sulla quale la Corte di giustizia si pronuncerà a breve), dovrebbe insegnare qualcosa.

Questo vuol dire che, al netto di una procedura di infrazione che l’Unione europea potrebbe aprire nei confronti dell’Italia, qualora la norma sulla durata delle concessioni arrivasse sul tavolo della Corte costituzionale, questa ne dichiarerebbe quasi certamente l’illegittimità per violazione dell’art. 117, primo comma, della Costituzione. Se ciò accadesse, le concessioni tornerebbero di nuovo a scadere secondo la data originariamente prevista. Proprio come si propone ora con il referendum abrogativo. Ma con una differenza di non poco conto: che in questa evenienza, non conoscendosi ancora né l’ora né il giorno, sarebbe troppo tardi per intervenire e salvare quei lavoratori.

Sì o no?

Referendum Trivelle: le ragioni del Sì, le ragioni del No. Votare informati

di Angelo Romano e Antonio Scalari (con Arianna Ciccone, Marco Nurra, Andrea Zitelli – valigiablu.it

Il dibattito sul cosiddetto “referendum anti-trivelle” si è caricato, in queste settimane, di significati politici e simbolici che vanno al di là della stessa questione (tutto sommato limitata) oggetto del quesito referendario. Nel confronto tra le ragioni del sì e quelle del no, o dell’astensione, si è finito spesso per prendere di mira non le tesi, ma i loro sostenitori, finendo per parlare di questioni molto più ampie, come il fabbisogno energetico, l’inquinamento ambientale, i consumi. Da una parte si è evocato il rischio della “marea nera” o dei danni al turismo, dall’altra quello della perdita di posti di lavoro e della fine di un intero settore economico e industriale (in una polemica contro l’“ambientalismo ideologico” e l’“Italia dei no”).

Abbiamo, perciò, messo in fila alcune delle affermazioni che in queste settimane sono state pronunciate a sostegno del sì e del no, convinti che la correttezza degli argomenti utilizzati in una discussione sia indispensabile per comprendere il tema e quindi votare in modo consapevole.

In un altro articolo abbiamo ricostruito tutto il percorso referendario, la questione istituzionale e lo scontro Stato-Regioni, gli studi sulla qualità del petrolio in Italia, la storia dei nostri giacimenti e i rischi legati alle nuove tecniche di estrazione e ricerca idrocarburi, in particolare la tecnica air-gun e il rischio della subsidenza dei nostri suoli.

Qual è il quesito referendario?

Il testo del quesito referendario è:

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?

Nello specifico si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa.

Il quesito referendario, quindi, non riguarda le trivellazioni sulla terraferma, né quelle in mare che si trovano a una distanza superiore alle 12 miglia dalla costa (22,2 chilometri), né nuove concessioni entro le 12 miglia marine, vietate dalle norme introdotte nella legge di stabilità 2016.

Cosa succede se vince il sì?

Se il quesito dovesse passare, alla scadenza naturale della concessione, le compagnie petrolifere non potranno rinnovare la licenza anche se i giacimenti non sono ancora esauriti.

Cosa succede se il referendum non passa?

Se il referendum fallisse, alla scadenza delle concessioni le compagnie petrolifere potranno chiedere un prolungamento dell’attività e, ottenute le autorizzazioni in base alla Valutazione di impatto ambientale, potranno estrarre gas o petrolio fino all’esaurimento completo del giacimento.

Perché la soglia delle 12 miglia?

La soglia limite delle 12 miglia è stata introdotta nel 2010 dal cosiddetto “Decreto Prestigiacomo”, approvato subito dopo l’esplosione nel Golfo del Messico della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, per la salvaguardia delle coste e la tutela ambientale.

Da allora questa soglia è stata più volte oggetto di revisioni. Nel 2012, il Decreto legge “Misure urgenti per la crescita del Paese” del governo Monti ha esteso il limite previsto dal precedente decreto all’intero litorale nazionale (e non solo alle aree marine protette) e ha stabilito che le richieste delle compagnie debbano essere sottoposte alla valutazione di impatto ambientale e al parere degli enti locali interessati. Questa rimodulazione – ratificata dal Decreto Ministeriale 9 agosto 2013 – ha ridotto del 44% la superficie totale delle zone marine aperte alle attività minerarie. Tuttavia, col nuovo decreto, tale divieto si applicava solo alle nuove richieste di ricerca ed estrazione di idrocarburi in mare, salvando tutte le richieste presentate e le concessioni autorizzate prima dell’emanazione del Decreto Prestigiacomo, ovvero il 20 giugno 2010.

La Legge di Stabilità 2016 ha stabilito il divieto di ricerca e coltivazione idrocarburi nelle zone di mare poste entro 12 miglia dalle linee di costa, tranne che per “i titoli abilitativi già rilasciati, fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento”. Una compagnia può, così, continuare a trivellare entro le 12 miglia, se ha ottenuto la licenza prima dell’entrata in vigore della legge di stabilità 2016 e potrà farlo fino all’esaurimento del giacimento. In altre parole, con questa norma il governo ha messo le concessioni già autorizzate al riparo dal divieto di poter estrarre idrocarburi entro le 12 miglia. È sparito, inoltre, ogni riferimento al parere sul rinnovo delle concessioni (che ogni 5 anni potevano essere prorogate di volta in volta fino all’infinito) degli enti locali, “posti in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere interessate dalle attività”, come recitava la vecchia legge.

Questo referendum, così come è stato riformulato dalla Cassazione, chiede, quindi, di ripristinare uniformare il divieto di estrarre idrocarburi entro le 12 miglia così come già previsto per le nuove licenze, estendendolo anche alle concessioni già autorizzate, consentendo loro però di restare attive fino alla scadenza legale del permesso.

Le ragioni del Sì

Il referendum affronta diverse questioni. Innanzitutto una giuridica. Per il costituzionalista Enzo Di Salvatore (tra i promotori dei quesiti referendari) la norma presente nella “Stabilità 2016” è «palesemente illegittima in quanto una durata a tempo indeterminato delle concessioni viola le regole sulla libera concorrenza». La legge, prosegue Di Salvatore, in altri termini, si pone in contrasto con il diritto dell’Unione europea e, segnatamente, con la direttiva 94/22/CE (recepita dall’Italia con d.lgs. 25 novembre 1996, n. 625), che in materia di ricerca e di estrazione di idrocarburi «prescrive che “la durata dell’autorizzazione non superi il periodo necessario per portare a buon fine le attività per le quali essa è stata concessa” e che solo in via eccezionale (e non in via generale e a tempo indeterminato) il legislatore statale possa prevedere proroghe della durata dei titoli abilitativi, “se la durata stabilita non è sufficiente per completare l’attività in questione e se l’attività è stata condotta conformemente all’autorizzazione”». La conseguenza, sempre per il costituzionalista, potrebbe essere l’apertura da parte dell’Unione Europea di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.

Poi c’è la questione ambientale. Le trivellazioni andrebbero fermate per tutelare i nostri mari. I promotori fanno riferimento ai rischi legati alle tecniche di ricerca (la cosiddetta tecnica air-gun) ed estrazione di idrocarburi, che, secondo loro, possono incidere sulla fauna marina, elevando il livello di stress o provocando danni, al rischio di subsidenza (cioè l’abbassamento della superficie del suolo, causato da fenomeni naturali o indotto dall’attività dell’uomo), ai danni provocati da eventuali incidenti.

A queste, si aggiunge quella di politica energetica. Il voto, per i promotori, ha un grosso valore simbolico. Un’eventuale vittoria del Sì, darebbe un segnale al governo nell’incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Infine, il referendum ha un obiettivo politico. Mira a far sì che il divieto di estrazione entro le 12 miglia marine sia assoluto e ad evitare, qualora non si raggiungesse il quorum o prevalesse il No, che il Parlamento un giorno possa prevedere che si torni a cercare ed estrarre gas e petrolio ovunque, anche all’interno delle 12 miglia. Inoltre, in caso di fallimento del referendum, potrebbe esserci il rischio che le compagnie titolari di licenze possano anche raddoppiare le piattaforme legate alle concessioni loro assegnate.

Le ragioni del No

Contro il referendum è stato fondato il comitato “Ottimisti e razionali“, presieduto da Gianfranco Borghini, ex deputato del Partito Comunista e poi del PdS, e che vede al suo interno, tra gli altri, Piercamillo Falasca (presidente di Stradeonline.it), Umberto Minipoli (Associazione Italiana Nucleare), Davide Tabarelli (Nomisma) e Chicco Testa (Presidente di Assoelettrica). Anche nel caso delle posizioni del comitato per il NO al referendum possono essere individuate quattro questioni fondamentali.

La questione energetica. L’Italia estrae sul suo territorio il 10% del gas e del petrolio che utilizza: se le concessioni in scadenza non dovessero essere rinnovate, la quota di energia prodotta da quelle attività estrattive non verrebbe sostituita da altrettante pale eoliche o pannelli solari, ma da altrettanto gas naturale o petrolio proveniente da altre parti del mondo. Diventeremmo quindi maggiormente dipendenti dai paesi fornitori come la Russia.

La questione ambientale. Se il referendum vincesse, arriverebbero in Italia più petroliere, aumentando i rischi di inquinamento da idrocarburi nel mar Mediterraneo.

La questione sociale e occupazionale. La chiusura delle piattaforme significherebbe per le migliaia di persone lavorano nel settore la fine dei loro posti di lavoro.

La questione politica. Il referendum è lo strumento sbagliato per chiedere al governo maggiori investimenti nelle energie rinnovabili e, inoltre, svela, come scrive Giordano Masini su Strade (anch’egli membro del “Comitato Ottimisti e Razionali”), «un approccio fideistico e superstizioso ai problemi ambientali, che ne rifiuta la complessità e ne promuove la non-soluzione irrazionale in cambio di una comoda rimozione – occhio non vede, cuore non duole». Il referendum sarebbe, così, “intriso di sindrombe Nimby”, cioè attento a difendere il proprio cortile, senza porsi una visione d’insieme.

Il referendum fermerà le attività di estrazione di petrolio in Italia?

No > le piattaforme presenti entro le 12 miglia, oggetto del quesito referendario, sono 92, di cui 48 eroganti. Di queste 39 estraggono gas e solo 9 petrolio. Solo l’8,7% del petrolio estratto in Italia è in mare. Gran parte della ricerca di idrocarburi in Italia avviene, infatti, su terraferma. Su 107 concessioni autorizzate, 84 sono su terraferma e 23 sul fondale marino. Le regioni in cui sono presenti pozzi a terra sono l’Emilia Romagna, il Lazio, la Lombardia, il Molise, il Piemonte, la Sicilia, la Toscana (con i giacimenti nelle aree di Grosseto e Pisa) e la Basilicata, dove viene estratto il 70% del petrolio nazionale.

Se vince il Sì mettiamo a rischio la nostra autosufficienza energetica?

No > perché le quantità di gas e petrolio estratte entro le 12 miglia non sono così significative da comportare scenari da crisi energetica per il nostro paese. Giovanni Esentato, segretario dell’Associazione Imprese Subacquee Italiane, in un post molto condiviso su Facebook ha scritto che:

In pratica con già tutte le strutture fatte, i tubi posati sul fondo del mare e senza dover fare nessuna nuova perforazione, saremmo costretti a chiudere i rubinetti delle piattaforme esistenti da un giorno all’altro rinunciando a circa il 60-70% della produzione di gas nazionale (gas metano stiamo parlando e non petrolio). Non potendo da un giorno all’altro sopperire a questo fabbisogno con le fonti rinnovabili il tutto si tradurrebbe in maggiori importazioni ed incremento di traffico navale (navi gassiere e petroliere) nei nostri mari, alla faccia dello spirito ambientalista che anima i comitati promotori e con sostanzioso impatto sulla nostra bolletta energetica

In realtà, come scrive Dario Faccini su Aspo Italia (Associazione per lo studio del piccolo per il petrolio), basandosi sui dati ufficiali del Ministero dello Sviluppo Economico, se il referendum passasse rinunceremmo al 17,6% della produzione nazionale di gas (pari al 2,1% dei consumi nel 2014) e al 9,1% della produzione nazionale di petrolio (pari allo 0,8% dei consumi nel 2014). In questo calcolo sono state prese in considerazione solo le piattaforme eroganti, cioè funzionanti. Facendo riferimento anche ai pozzi marini senza piattaforme, o alle piattaforme che raccolgono la produzione di pozzi a terra, la percentuale di gas estratto cui rinunceremmo sarebbe maggiore di tre punti percentuali.

via Aspo Italia

Le 17 concessioni di gas interessate dal referendum hanno estratto 1,21 miliardi di metri cubi di gas, mentre le 4 concessioni di petrolio hanno estratto 500mila tonnellate di petrolio.

via Aspo Italia

Nel 2014, la produzione di idrocarburi in Italia ha soddisfatto quasi il 10% del consumo totale nazionale. I nostri giacimenti hanno prodotto 7.286 milioni di metri cubi di gas (e di questi, 4.863 milioni, pari al 67%, in mare) e 5,75 milioni di tonnellate di petrolio (di cui solo 0,75 milioni in mare).

via Ministero Sviluppo Economico

Se vince il Sì, le piattaforme chiuderanno immediatamente e saranno a rischio migliaia di posti di lavoro?

No > perché le concessioni saranno valide fino alla loro scadenza, come era già previsto fino al 31 dicembre 2015, prima che entrasse in vigore la norma della legge di stabilità che ha prorogato le licenze fino all’esaurimento dei giacimento. Di tali concessioni, una scade fra due anni, altre cinque fra 5 anni, tutte le altre scadranno tra 10-20 anni. Questo vuol dire che prima di quelle date non si perderà un solo posto di lavoro per effetto del referendum. Inoltre, 9 piattaforme non sono interessate dal referendum perché la richiesta di proroga è stata fatta prima dell’entrata in vigore della legge di stabilità e, verosimilmente, verranno concesse anche in caso di vittoria del referendum.

Con queste piattaforme, l’Italia rischia un disastro ambientale come quello che si è verificato nel Golfo del Messico?

No, ma > Nel 2010 una esplosione avvenuta sulla piattaforma di estrazione Deepwater Horizon provocò nelle settimane successive la fuoriuscita di più di 500mila tonnellate di petrolio nel mare del Golfo del Messico provocando un grave disastro ambientale. Sebbene si possa escludere che in uno degli impianti italiani che estraggono petrolio possa accadere un disastro di queste dimensioni in termini di volume, il rischio di incidenti c’è, anche se ad oggi non sono mai avvenuti. Come spiega Ezio Mesini, docente dell’Università di Bologna, la struttura dei pozzi petroliferi italiani è molto diversa da quella delle piattaforme dove si sono verificati gravi incidenti. Negli anni ‘60 nel mare Adriatico si è verificato un incidente al largo di Ravenna, con fuoriuscita di metano ma, dice Mesini, si è trattato di una fuga di gas con danni ambientali non paragonabili a quelli provocati dalla Deepwater Horizon.

Il Mar Mediterraneo, però, soffre già di inquinamento da idrocarburi, causato dal trasporto di petrolio. Secondo quanto riporta l’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (Ispra), dal 1977 al 2010 sono state sversate nel Mediterraneo circa 312.000 tonnellate di petrolio, senza considerare alcune decine di incidenti per i quali non è nota la quantità di greggio fuoriuscito. Nello stesso periodo di tempo nei mari italiani si sono verificati 132 incidenti di cui 52 con sversamento del carico durante il trasporto.

L’Italia dipende ancora dai combustibili fossili per i propri consumi?

Sì, ma > Come gli altri paesi anche l’Italia non può ancora fare a meno di petrolio e gas naturali (nel 2015, infatti, secondo l’ultimo rapporto di GSE – Gestore Servizi Energetici, responsabile del monitoraggio statistico dello sviluppo delle fonti rinnovabili in Italia – a livello nazionale la stima preliminare del consumo totale di energia proveniente da fonti rinnovabili è stato del 17,3%, +4,3% rispetto a cinque anni prima).

Tuttavia, secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico, nel 2014 si è registrata una riduzione del consumo interno lordo di petrolio dell’1,8% e di gas naturale dell’11,6% rispetto al 2013. In generale, il consumo di energia in Italia è diminuito del 3,8%.

Contestualmente, si è registrato un aumento della produzione nazionale di energia elettrica (+2,8%) e, in particolare, proveniente dalla produzione di petrolio (+4,8%) e da fonti rinnovabili (+4,7%), mentre è diminuita la produzione di gas naturale (-7,6%).

Il magazine Strade nota che «un terzo dell’energia elettrica che usiamo, anche quella che tiene accesi i nostri computer e ricarica i nostri smartphone da cui scriviamo accorati appelli “contro le trivelle”, viene dal gas». Tuttavia, come mostrano i dati sul consumo interno lordo di energia elettrica, raccolti dalla società Terna, operatore di reti per la trasmissione dell’energia elettrica, nel 2013 la quota percentuale di energia elettrica prodotta da rinnovabili è stata del 33,9%. Ed è salita al 37,5% nel 2014. Mentre l’energia elettrica ricavata da fonti tradizionali è scesa dal 53,3 al 48,8%. Questi numeri dimostrano che il contributo delle fonti rinnovabili alla produzione nazionale di energia elettrica eguaglia (e supera) ormai quello del gas naturale (sceso dal 33% del 2013 al 29,1% nel 2014).

Secondo un’indagine pubblicata da “Oil Change International” a dicembre 2015, l’Italia spende in sussidi ai combustibili fossili risorse 42 volte maggiori dei fondi destinati alle politiche climatiche. Per 84 miliardi di dollari l’anno dati all’industria petrolifera, solo 2 vengono destinati al Fondo verde per il clima, creato dall’ONU per catalizzare fondi da spendere in misure di adattamento e mitigazione degli effetti del riscaldamento globale. L’Australia spende in sovvenzioni alla dirty energy 113 volte di più ogni anno rispetto agli impegni che prende con il Fondo per il clima, il Canada ha un rapporto di 79:1, il Giappone 53:1, il Regno Unito 48:1, l’Italia 42:1, gli Stati Uniti 32:1, la Germania 21:1 e la Francia 6:1.

via Oil Change International

È un referendum “NIMBY”?

No > L’espressione Not In My Back Yard, letteralmente “non nel mio cortile”, viene utilizzata per definire la protesta di una comunità locale di fronte alla realizzazione di un impianto o di un’opera in prossimità di un centro abitato, per timore di conseguenze ambientali o sanitarie. L’acronimo NIMBY sottointende un giudizio dispregiativo nei confronti di una protesta che si suppone essere interessata soltanto a impedire che la realizzazione di un’opera avvenga “nel proprio cortile”, cioè vicino a casa propria, per un atteggiamento di egoismo locale. Secondo Dieter Rucht, NIMBY sono quei «gruppi e movimenti che vogliono liberarsi dei problemi nel loro territorio, ma non li definiscono come questioni di principio». Il referendum del 17 aprile non può essere definito una iniziativa NIMBY perché ha come oggetto una questione nazionale, anche se è stato presentato dalle regioni. Inoltre, tra le ragioni alla base del referendum non c’è soltanto la volontà di impedire la costruzione di piattaforme di estrazione vicino alle coste per non danneggiare l’economia del turismo, ma c’è anche la volontà di porre al centro del dibattito nazionale il tema della politica energetica. Gli stessi critici del referendum imputano ai sostenitori del sì l’intenzione di voler dare un segnale politico al di là del merito del quesito. Ma se è così, allora il referendum non può essere ridotto a una iniziativa NIMBY.

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C’era una volta il rinascimento nucleare

segnalato da Barbara G.

di Gianluca Ruggieri – glistatigenerali.com, 08/03/2016

Qualche tempo fa il mainstream dell’informazione parlava di rinascimento nucleare. Tra i principali esempi che si facevano c’era quello inglese, dove si voleva realizzare un nuovo reattore nella centrale di Hinkley Point. Dopo lunghe trattative nel 2013 venne raggiunto un accordo tra il governo britannico e EDF, azienda elettrica all’85% di proprietà dello stato francese.
La base dell’accordo era la garanzia di acquisto di elettricità per 35 anni a un prezzo garantito pari a 92,5 sterline per megawattora (circa 120 euro al cambio attuale). Se consideriamo che il prezzo dell’elettricità all’ingrosso sul mercato britannico era all’epoca circa la metà, si capisce bene perché qualcuno lo definisca il peggior affare della storia da parte del governo (e lasciamo stare il fatto che il ministro Edward Davey responsabile dell’accordo non sia stato rieletto e sia oggi un consulente per una società di lobbying che lavora anche per EDF).

Il prezzo dell’energia da allora è ulteriormente crollato e nell’ultimo anno è rimasto tra 42 e 32 sterline a megawattora. Ma ovviamente nessuno può sapere cosa succederà nei prossimi 35 anni. Quello che sappiamo è che già oggi negli Stati Uniti si vende elettricità da fotovoltaico a meno di 40 dollari al megawattora (cioè a meno di 30 sterline) un terzo di quello che viene promesso al nucleare in UK.  E se rimaniamo in terra d’Albione, l’elettricità da impianti eolici è venduta a 85 dollari a megawattora (meno di 60 sterline, con un possibile risparmio di circa un terzo rispetto al prezzo fissato per il nucleare).
E non si capisce perché il prezzo di generazione da rinnovabili dovrebbe aumentare in futuro, visto che le tecnologie stanno costantemente migliorando e diventando più economiche.

Ma forse la cosa più interessante di tutti sul rinascimento nucleare è che, nonostante il prezzo garantito fosse molto favorevole, EDF non è ancora stata in grado di confermare il proprio impegno. Addirittura è notizia di ieri che il Chief Financial Officer di EDF si è dimesso perché non è d’accordo sugli investimenti previsti per la centrale di Hinkley Point.
Del resto l’importo degli investimenti richiesti al gruppo francese è praticamente pari all’attuale valore di borsa di EDF, circa 23 miliardi di euro.

Comunque andrà a finire la vicenda di Hinkley Point, è ormai chiaro che la decisione verrà presa non per ragioni energetiche, economiche o finanziarie, ma puramente politiche. Con tanti ringraziamenti a chi nel 2011 avrebbe preferito non votare al referendum sul nucleare (e che il 17 aprile ci vorrebbe far votare NO).

Liberi dall’oro nero

segnalato da Barbara G.

Liberarsi dell’energia fossile entro il 2050? Si può

Secondo uno studio di ricercatori di Stanford, tutti i Paesi del mondo potrebbero rinunciare a gas e petrolio. Manca, però, la volontà politica per farlo.

linkiesta.it, 21/11/2015

Se tutti fossero d’accordo, se le linee guida sono giuste, e se ci fosse la volontà politica per farlo, si potrebbe smettere di usare combustibili fossili per sempre già dal 2050. Lo ha stabilito una ricerca condotta dall’Atmosphere/Energy Program dell’Università di Stanford, coordinata da Mark Z. Jacobson.

È una cosa importante. Si dimostra che “il passaggio da un’economia basata sul consumo di energia fossile a una affidata al 100% a risorse rinnovabili è possibile”, spiega l’autore della ricerca. Le critiche spesso si concentrano sui costi (“troppo caro”) sulla scarsità di risorse (“servono troppi spazi”) sull’efficacia finale (“in ogni caso non si riuscirebbe”). Tutto sbagliato. Si può fare, senza ricadute per l’ambiente, per il paesaggio e per l’economia. Anzi: “Si creerebbero in tutto 20 milioni di posti di lavoro”, molti di più “di quelli che verrebbero a mancare con l’abbandono dell’industria dell’energia fossile”.

Oltre al fatto che, decentralizzando l’energia, si avrebbe un crollo della richiesta di petrolio, con conseguente diminuzione di guerre, terrorismo e stragi. Niente gas, niente oro nero. Solo vento, sole e acqua.

La ricerca si è basata su un esame dei numeri: è stata calcolato il quantitativo di energia di cui ogni Paese avrà bisogno nel 2050 (elettricità, trasporti, riscaldamento, raffreddamento, energia, agricoltura), poi si è ipotizzato il modo in cui le rinnovabili potrebbero coprirlo, compresi costi e strategie.

L’Italia, secondo lo studio, potrebbe puntare molto sugli impianti solari (il 63,1%) e – molto meno – sull’eolico terrestre (l’11%), e infine una punta di idroelettrico (7,8%). Dal punto di vista economico, sarebbe una manna: il costo, che oggi è circa di 6.876 dollari all’anno a testa, si ridurrebbe a 486 dollari all’anno. Un successo.

Il problema, però, è che non si troverà mai, o quasi mai, l’intesa politica per portare a termine il progetto. Sia per la debolezza della politica, sia per l’incapacità di guardare sul lungo periodo (ma non è nemmeno così lungo). Però, come monito, può funzionare. È più interessante di quelli che faceva, ai tempi, Napolitano.

Il gioco vale la trivella?

Segnalato da Barbara G.

A quanto pare, persino alcuni esponenti delle principali compagnie petrolifere stanno mettendo in discussione l’opportunità (e l’economicità) di continuare basare le strategie energetiche sui combustibili fossili, mentre in Italia le attività di trivellazione sono considerate “strategiche” sulla base del decreto Sblocca Italia. Riporto di seguito alcuni contributi ed analisi nei quali si “fanno le pulci” alla strategia (?) energetica del nostro governo (minuscolo non casuale).

Buona lettura

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#NoTriv, per un nuovo sistema energetico

Di Stefano Catone – possibile.it, 13/08/2015

La mobilitazione #NoTriv, contro le concessioni che il decreto Sblocca Italia fa alle trivellazioni, sta scaldando l’agosto italiano. Ad essa si saldano altre questioni, dalle autostrade agli inceneritori, che rendono evidente il disegno strategico tracciato dal governo Renzi. Un disegno strategico all’avanguardia, se fossimo negli anni ’50. Forse.

Per quanto riguarda la strategia energetica, in particolare, abbiamo dialogato con Vincenzo Balzani, professore emerito presso l’Università di Bologna, che, dati alla mano, ci ha spiegato come questa scelta – e tutto lo schema argomentativo a sostegno – sia semplicemente sbagliata.

(Al termine dell’intervista potete scaricare un documento molto dettagliato prodotto dal prof. Balzani e da altri studiosi).

Professor Balzani, partiamo da un’analisi dello scenario macro. Qual è il contesto internazionale in campo energetico? Quali prospettive si stanno delineando?

Un dato certo dal quale partire è 80%. Il fabbisogno energetico mondiale è soddisfatto, infatti, per l’80% da combustibili fossili, cioè da risorse non rinnovabili, destinate a diminuire e a esaurirsi, il cui consumo produce anidride carbonica, un gas serra: il principale responsabile dei cambiamenti climatici. La buona notizia è che la quasi totalità della comunità scientifica è d’accordo con questa analisi, ed è ormai chiaro a molti – se non a tutti – che è necessario abbandonare questo sistema il più presto possibile, attuando una transizione che ci porterà verso l’utilizzo massiccio di fonti rinnovabili, in particolare energia solare.

Ci sta dicendo che un sistema energetico fondato sulle energie rinnovabili è praticabile nei fatti? Non sarà la solita storiella che raccontano «quattro comitatini» ambientalisti?

È diffusa la credenza secondo la quale le energie rinnovabili siano risorse “di nicchia”, cose con cui divertirsi. E invece sono sufficientemente abbondanti per soddisfare tutti i bisogni energetici. Se c’è un collo di bottiglia questo non è assolutamente la disponibilità di tali risorse ma, semmai, la loro conversione. Trasformare l’energia solare in calore o elettricità, infatti, comporta la produzione di strumenti, e quindi l’utilizzo di materiali da estrarre dalla terra: anche questi non sono infiniti. Ecco perché la prima cosa da fare per avviare la transizione è ridurre i consumi energetici – il 10% sarebbe un ottimo risultato -, che non significa tornare all’età della pietra, ma efficientare gli edifici, promuovere il trasporto pubblico, privilegiare il trasporto su ferro rispetto a quello su gomma, adottare comportamenti consapevoli.

La transizione energetica, in Italia, sembra un miraggio. Come se la passano nel resto del mondo?

A diverse velocità, la transizione verso un altro modello energetico è un fenomeno che sta prendendo piede in tutto il mondo. Ci sono degli ostacoli che determinano le diverse velocità, a partire dal fatto che dietro ai combustiibili fossili si concentrano interessi giganteschi, nelle mani di persone che spostano enormi capitali.

Detto questo, l’Unione Europea ha assunto dei buoni impegni, come quello di portare la quota di energie rinnovabili utilizzate all’80% del totale entro il 2050. Negli Stati Uniti abbiamo appena visto l’impegno assunto da Obama. Così come in Cina (accusata di aver sviluppato numerosissime centrali a carbone, ma bisogna ricordare che il consumo energetico pro capite in questo paese è un terzo di quello degli Stati Uniti) le rinnovabili stanno facendo progressi notevoli, sia sufficiente pensare che l’eolico ha superato il nucleare.

E in Italia, a che punto siamo?

L’Italia è in una buona posizione, se pensiamo che circa il 40% dell’energia proviene da idroelettrico, eolico e fotovoltaico. Il problema, però, sta diventando politico, nel senso che stiamo imboccando una strada che comprometterà la nostra strategia energetica per i prossimi venti o trent’anni: Renzi è andato alle Nazioni Uniti per ribadire il nostro impegno in questo campo, poi è tornato in Italia per autorizzare le trivellazioni. Non si può ripartire con le trivellazioni: non servono nemmeno per gestire il presente, perché i pozzi ce li tireremo avanti per venti e trent’anni, ipotecando il futuro energetico. E’ una cosa molto grave.

Ci dicono che senza trivellazioni non c’è futuro, che sono fondamentali per la crescita economica. È davvero così?

Cercare le ultime quattro gocce di petrolio nel nostro Paese è un esercizio poco utile e dannoso. In primo luogo perché è poco, appunto. Se estraessimo tutto il petrolio e tutto il metano che si trova sul nostro territorio, questo basterebbe per coprire il fabbisogno energetico italiano per poco più di un anno.

Quanti posti di lavoro potrebbero crearsi investendo nell’industria petrolifera?

Relativamente pochi, se pensiamo che l’industria del petrolio e del metano è a forte intensità di capitale, ma genera pochi posti di lavoro. Ma soprattutto teniamo conto di altri due fattori: investire in rinnovabili vuol dire investire nell’industria manifatturiera italiana, perché – come dicevamo – sono necessarie macchine per convertire l’energia. E l’industria manifatturiera è la nostra industria. In secondo luogo, riusciamo solo a immaginare quali danni potrebbe provocare un incidente in un mare come l’Adriatico? Sarebbe la fine per il turismo, che invece rappresenta una fonte sicura di reddito.

Cosa pensa della strategia referendaria?

Penso che possa essere vincente: abbiamo l’esempio del nucleare. Su questi temi le persone si mobilitano, perché sono coscienti che c’è in gioco il proprio futuro e quello dei propri figli.

Per chiudere, quali consigli possiamo dare, per dare il via, anche nel nostro piccolo, alla transizione verso un nuovo sistema energetico?

La prima operazione che dobbiamo fare è di tipo culturale: ognuno deve essere consapevole del fatto che stiamo parlando del futuro nostro e del pianeta. E che si può agire localmente – riqualificando gli edifici, pensando a un’altra mobilità -, pur tenendo presente che la sfida è globale. In questo senso possiamo anche dire che le energie rinnovabili sono più democratiche: si trovano in tutto il mondo, sono a disposizione di tutti. Non sono concentrate nelle mani di pochi, con le conseguenze internazionali che ben conosciamo.

Scarica il documento redatto dal prof. Balzani e dagli altri studiosi del gruppo energiaperlitalia.it

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Trivelle: 10 Regioni depositano 6 referendum

Ansa.it, 30/09/2015

I rappresentanti dei Consigli regionali di dieci Regioni – Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise – stanno depositando in Cassazione sei quesiti referendari contro le trivellazioni entro le 12 miglia e sul territorio.

Capofila dell’iniziativa è la Basilicata. I sei quesiti chiedono l’abrogazione di un articolo dello Sblocca Italia e di cinque articoli del decreto Sviluppo. Questi ultimi si riferiscono alle procedure per le trivellazioni. Su cinque articoli oggetto dei quesiti referendari presentati stamani in Cassazione dai dieci Consigli regionali, è attesa anche la decisione della Consulta che si pronuncerà da gennaio ad aprile sulla questione trivellazioni.

“Chiediamo che non ci siano trivellazioni entro le 12 miglia e che siano ripristinati i poteri delle Regioni e degli enti locali mettendo inoltre i cittadini al riparo dalla limitazione del loro diritto di proprietà perché, ad esempio, un articolo dello ‘Sblocca Italia’ prevede che per 12 anni sia concesso il permesso di ricerca sui terreni privati alle società estrattrici”. Lo sottolinea il presidente della Basilicata, Pino Lacorazza, presentando i quesiti antitrivelle in Cassazione.

“Nella nostra Regione, la Basilicata – ha spiegato il presidente Pino Lacorazza – abbiamo già la presenza di 70 impianti di trivellazione: non è che siamo affetti dal ‘nimby’, ossia che non vogliamo ‘sporcare il nostro giardino e spostare il problema in quello degli altri, ma crediamo che la politica energetica dell’Italia debba raccordarsi con l’Unione europea, che non può soltanto occuparsi di moneta e burocrazia”. Ad avviso di Lacorazza, “più che fare altre trivellazioni, il nostro Paese deve limitare i consumi energetici e arrivare alla piena efficienza energetica costruendo diversamente gli edifici e ammodernando quelli già esistenti”. In proposito, Lacorazza ha ricordato i buoni risultati ottenuti con gli “ecobonus, che in questo settore hanno funzionato”.

“E’ la prima volta che dei quesiti referendari sostenuti dai Consigli regionali vengono presentati da dieci Regioni, che rappresentano il doppio del quorum richiesto”. Lo ha detto il presidente della Basilicata, Pino Lacorazza, depositando in Cassazione sei quesiti ‘anti Trivelle’ e aggiungendo che “anche la Sicilia e la Lombardia hanno dimostrato di apprezzare la nostra iniziativa e l’Emilia Romagna ha detto ‘no’ ma Bonaccini ha detto che approva la ‘carta anti trivelle di Termoli'”, ha aggiunto Lacorazza.

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Petrolio, referendum e Sblocca Italia: il gioco vale la trivella?

di Angelo Romano – valigiablu.it, 17/10/2015

Articolo in partnership con i quotidiani locali del gruppo Espresso.

Ha collaborato Antonio Scalari , contributi di Andrea Colasuonno, Francesco Dondi, Ilaria Bianchini, Pietro Dommarco, Riccardo De Cristiano, Sergio Ferraris, Tiziana Bisogno.

L’articolo intero, con immagini e grafici, lo trovate QUI. E’ suddiviso nei seguenti capitoli:

  1. Referendum: i sei quesiti presentati dalle Regioni
  2. Una questione di metodo: le competenze tra Stato e Regioni
  3. Una questione di merito: le ricerche di idrocarburi sono “opere strategiche, urgenti e indifferibili”?
  4. Gli idrocarburi in Italia
  5. Il fabbisogno e la speranza del raddoppio della produzione
  6. Le Royalties fanno la felicità?
  7. La qualità del petrolio
  8. L’impatto ambientale: il rischio subsidenza
  9. La tecnica air-gun
  10. Il gioco vale la trivella? Per noi no, ecco perché

Rinnovabili? No, grazie

di Francesco Ferrante* – La Stampa – 3 giugno 2015

Una turbina del minieolico da tetto

 Il 22 giugno prossimo, in preparazione della Conferenza ONU di Parigi del prossimo dicembre, il governo italiano ha convocato gli Stati Generali del Clima. E ne ha affidato il coordinamento a colui che nel governo ha il miglior pedigree ambientalista: Erasmo D’Angelis (il capo della missione sul dissesto idrogeologico insediata a Palazzo Chigi). Bene.

Ma se si vuole evitare il rischio, sempre insito in questi appuntamenti, di un evento con molte, belle, altisonanti dichiarazioni prive di qualsivoglia effetto pratico, bisognerebbe connettersi alle scelte concrete che il governo ha fatto, sta facendo e farà nei prossimi mesi.

E, ahimè, nel campo delle politiche energetiche sono assai lontani gli atti politici del governo Renzi da ciò che davvero servirebbe per affrontare la drammatica crisi ambientale dei cambiamenti climatici in atto (e che peraltro sarebbe utile anche a combattere la crisi economica e occupazionale da cui non siamo affatto usciti).

Ciò che è stato fatto è noto: da una parte l’attacco alle rinnovabili con lo spalmaincentivi – inutile (per l’esiguità e l’irrilevanza dei risparmi ottenuti) e dannoso (per fuga degli investitori conseguente a ogni intervento retroattivo) -, dall’altra il via libera alle trivellazioni oil&gas con il famigerato «SbloccaItalia» in ossequio alle richieste delle multinazionali fossili. Ciò che verrà fatto (il mitico Green Act) è ancora avvolto nel mistero.

Ma ciò che si sta compiendo in questi giorni è davvero assai grave, in sé e per l’approccio politico che rivela e conferma. Da dicembre si attende che il governo emani un decreto sugli incentivi per i nuovi impianti da fonti rinnovabili non fotovoltaiche (in quanto per queste ultime non sono più previsti incentivi, ormai da oltre un anno). Ebbene la proposta che il Ministero dello Sviluppo Economico ha trasmesso ai Ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura, per poi mandarla in Conferenza Stato Regioni è una tragedia che ostacolerebbe ogni sviluppo delle rinnovabili ed è, per di più, infarcita dei soliti regali alle solite lobby con punte quasi farsesche se non fossero drammatiche.

C’è una chiara e dichiarata volontà punitiva contro le rinnovabili “vere”, soprattutto se piccole, e per esempio si propone un taglio sino al 40% per il mini eolico – settore nella quale si stava finalmente sviluppando una filiera tutta “Made in Italy – e ci si dimentica della geotermia a bassa entalpia (che grazie all’innovazione tecnologica sarebbe in grado di sfruttare piccoli salti di temperatura in impianti quasi “casalinghi” da 200 kW); si azzera ogni possibilità di vedere anche in questo Paese qualche impianto eolico offshore ; si mettono bastoni tra le ruote a tecnologie sperimentali e dense di futuro quali la geotermia a ciclo binario e a emissioni zero, e il solare termodinamico (anche quello un brevetto italiano); si tagliano biogas e biomasse.

Potremmo continuare con l’elenco degli ostacoli, ma forse spiega meglio il senso del decreto andare a vedere cosa si “salva”. Unico settore che non prevede alcun taglio, ma che anzi al contrario si vede riconoscere il livello degli incentivi dell’età dell’oro, sono i 135 MW che si vogliono “regalare” per la riconversione degli ex zuccherifici in impianti a biomasse a filiera lunghissima (magari di importazione da paesi in via di sviluppo)! E l’altro settore che si salva è l’incenerimento dei rifiuti (sic!). Insomma due cose che con le “vere” rinnovabili c’entrano poco.

C’è da domandarsi il perché di questo accanimento contro il futuro. E la risposta è probabilmente nel difficile presente che vivono i fossili sopravvissuti. In questo Paese abbiamo assistito a uno spettacolare aumento delle rinnovabili che non sono più la nicchia, dove le si voleva confinare, perché oggi contribuiscono con oltre il 40% alla produzione nazionale di elettricità. E con questa esplosione si sta modificando in maniera radicale il modo stesso di generarla: nel 2013 si contavano 584.567 impianti di “piccola generazione”, cioè sotto al MW, per 16.612 MW di potenza e una produzione lorda di 26,2 TWh: circa il 9% del dato nazionale. Si tratta di energia quasi completamente rinnovabile – per il 98,4% della produzione e il 99,8% degli impianti. In totale la produzione lorda di energia elettrica da generazione distribuita (intesa come tutti gli impianti allacciati alle reti di distribuzione) è stata pari a 63,4 TWh, circa il 21,9% dell’intera produzione nazionale. Si sta quindi cambiando il paradigma energetico su cui si era fondato tutto lo sviluppo dalla rivoluzione industriale in poi: non più grandi centrali termoelettriche alimentate dai fossili ma piccoli impianti da rinnovabili con il conseguente necessario adeguamento della rete che deve diventare rapidamente più smart. Ma contro questa innovazione si battono i “conservatori” di ogni risma e il governo sino adesso ha scelto di sostenere questi “fossili” contro l’innovazione.

Così non si prepara Parigi ma si schiera il nostro Paese nella retroguardia d’Europa. Per questo il 17 giugno, alla vigilia di quegli Stati Generali, che rischiano di diventare inutili, il Coordinamento FREE (Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica) ha convocato un confronto con il governo per ottenere un cambiamento radicale di quel pessimo decreto. Siamo ancora in tempo per invertire rotta e imboccare la strada dell’economia circolare, quella opposta allo SbloccaItalia? Non abbiamo il tempo di rimandare ai posteri la risposta. Tocca a noi hic et nunc.

* Coordinamento GreenItalia