energie rinnovabili

L’occasione persa del giovane fossile

segnalato da Barbara G.

I proclami del presidente del Consiglio sul rilancio delle energie pulite passati ai raggi X in questo contributo di Francesco Ferrante, ecologista e fondatore di Green Italia

di Francesco Ferrante – lastampa.it, 28/06/2016

Un’occasione persa. Sembra la sintesi più efficace per commentare la conferenza stampa con cui Renzi qualche giorno fa a Palazzo Chigi si è presentato per “rilanciare” le rinnovabili. Un’occasione persa sia per la riconquista del consenso all’indomani di un brutto risultato alle elezioni amministrative – che era uno dei motivi dichiarati dallo stesso premier nell’annuncio dell’”evento” – sia, per noi tutti cosa assai più rilevante, per tracciare un’idea, una linea di politica industriale, magari fondata su una strategia energetica, ad oggi del tutto assente.

In quella sede è stato detto che si stanziavano 9 miliardi in 20 anni per le rinnovabili e si sono presentati i progetti di investimento di tre aziende Eni, Enel e Terna. Ma se si va oltre le slides, ciò che resta è poco e non ha nulla a che vedere con il supposto “rilancio”.

Le risorse vere (che vengono dalle bollette elettriche) sono in realtà solo 430 milioni che saranno rapidamente esaurite nei prossimi sei mesi non appena si potranno fare le aste previste dal decreto la cui firma è stata annunciata dal Ministro Calenda e che nei fatti arriva dopo quasi due anni di ritardo. Un decreto dove ci sono molte assurdità e mentre si prevedono tagli anche rilevanti agli incentivi per le vere rinnovabili, si mantengono in vita quelli inutili e anacronistici per gli inceneritori, si regalano soldi per la conversione degli zuccherifici, si rinuncia ancora una volta a semplificare le procedure burocratiche. Peraltro, considerando i tempi di realizzazione degli impianti, nemmeno 1 MW di nuove rinnovabili verrà realizzato attraverso la aggiudicazione di queste aste per tutto il 2017.

E così anche per l’anno prossimo si confermerà il passo indietro della percentuale di produzione da energie rinnovabili cui abbiamo assistito dal 2015. Perché il fatto è che quando Renzi dice che siamo all’avanguardia in questo settore in Europa dice la verità, ma si scorda di dire che campiamo di rendita sul passato, e che purtroppo il trend positivo che ci aveva consentito di raggiungere il 40% di energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili, di cui quasi l’8% con il fotovoltaico (un record mondiale di cui si dovrebbe essere orgogliosi ai tempi della Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici), si è invertito.

Sì: in questo campo si è davvero “cambiato verso” ma nella direzione opposta a quella che si sarebbe dovuto percorrere. Qui purtroppo infatti le idee, i comportamenti, le scelte politiche del Presidente del Consiglio sembrano una efficace metafora di una smarrita capacità di innovazione e visione del futuro.

Renzi si presentò sulla scena politica italiana da “rottamatore” e nel suo discorso pubblico, nonché nei suoi programmi con cui vinceva elezioni fiorentine e primarie democratiche, erano centrali argomenti quali Green Economy, rinnovabili, consumo del suolo. Insomma sembrava efficacemente rappresentare, insieme al superamento di una vecchia classe dirigente “fossile”, la necessità che si dovesse marciare anche verso una modernità fossil free che, sul modello delle esperienze internazionali, più avanzate costruisse una nuova economia, oltre che una “nuova” politica. Invece da quando si è insediato a Palazzo Chigi le scelte concrete sembrano andare in una direzione diametralmente opposta e sostanzialmente conservatrice, più attenta agli interessi dei soliti big players che non di quel diffuso sistema di imprese italiane che ha puntato sull’innovazione tecnologica per fare efficienza, rinnovabili, chimica verde.

Il primo segnale si ebbe con lo “spalmaincentivi” sulle rinnovabili. Un provvedimento inutile (il risparmio sulle bollette è stato come avevamo previsto inavvertibile e inavvertito) e scellerato in quanto come ogni intervento retroattivo ha scoraggiato investimenti come persino la non certo rivoluzionaria Assoelettrica ha certificato. Ma poi le cose, dal punto di vista del segnale politico, sono persino peggiorate con il decreto “sblocca Italia”, nel quale la sacrosanta idea di semplificare e sburocratizzare veniva declinata in favore di ricerca ed estrazione di oil&gas, realizzazione di inceneritori e di qualche infrastruttura (prevalentemente stradale).

Come se fossero quelle – simbolo e materialità – della old Economy le opere da sbloccare. E l’economia circolare? I processi autorizzativi lunghissimi che fanno lievitare i costi per le energie rinnovabili? La mobilità sostenibile?

Nel frattempo, è vero, in Parlamento con un paio di anni di ritardo arrivava all’approvazione del “collegato ambientale” in cui c’erano un po’ di norme che dovrebbero favorire quel tipo di economia (e ora siamo in atteso dei soliti relativi decreti attuativi), ma nel sostanziale disinteresse di Renzi che mai ne ha fatto oggetto del suo discorso pubblico, se non in un ormai famoso tweet del 2 gennaio 2015 dove annunciava il Green Act. Ancora aspettiamo. E nel DEF adesso lo si prevede (forse) per il 2017.

Un disinteresse che ha portato Renzi a un clamoroso errore di posizionamento in occasione del referendum notriv. Dopo aver capito che le norme che liberalizzavano ricerca ed estrazione di petrolio e gas erano insostenibili politicamente e averci quindi rinunciato, invece di capire che marciare in quella direzione avrebbe comportato un’inevitabile perdita di consenso, da Palazzo Chigi non sono riusciti a evitare una consultazione su un quesito marginale e hanno preferito cullarsi in una facile vittoria (di Pirro) cavalcando l’astensionismo, piuttosto che comprendere che così si sarebbero allontanati ulteriormente da quelle fasce di elettorato più giovani anagraficamente, più moderne e dinamiche. Quelle stesse che in queste ore tutti osannano perché le più sagge nel Regno Unito e che infatti nel nostrano referendum mostrarono più propensione alla partecipazione.

Renzi sembra cogliere il segnale all’indomani della sconfitta alle amministrative quando scrive che tra le cose su cui si deve caratterizzare la nuova azione del PD ci devono essere proprio le energie rinnovabili. Ma invece fa questa conferenza stampa in cui parte da una battuta “si siamo al servizio di una lobby, quella delle rinnovabili”, per presentare un po’ di greenwashing dell’Eni che ha in programma di mettere pannelli fotovoltaici in 400 ettari di suoi terreni bonificati o da bonificare. Per carità, un segno dei tempi positivo che persino il nostro campione fossile debba iniziare a fare un po’ di rinnovabili. E poi i programmi di investimento (all’estero) di Enel su rinnovabili e la digitalizzazione dei contatori che si sarebbe comunque fatta in ogni caso. Per arrivare poi a presentare gli investimenti di Terna per la modernizzazione della rete.

Interlocuzione con chi fa (o vorrebbe fare) concretamente le rinnovabili e efficienza nel nostro Paese per capire cosa servirebbe davvero? Nessuna. Contatti con il Coordinamento Free (che riunisce tutte le associazioni di impresa di quei settori) che proprio in quelle ore organizzava sua assemblea annuale per ascoltare le proposte per il futuro che ci permetterebbero di raggiungere obiettivi ambiziosi? Zero. E così si torna a quando – sin dai tempi della Prima Repubblica e quasi senza soluzione di continuità – le scelte energetiche del nostro Paese erano affidate a Enel ed ENI.

Certo per fortuna almeno l’Enel è cambiata reagendo a ciò che succede nel resto del mondo e oggi è una delle più grandi utilities globali impegnate sull’innovazione. Ma che senso ha affidare agli interessi parziali di due imprese private scelte collettive? Sarebbe mai possibile nel resto del mondo? Merkel presenta la Energiewende insieme alle utilities tedesche? O piuttosto un Governo dovrebbe capire quali sono le prospettive future più promettenti, prendere sul serio ciò che viene detto nelle conferenze internazionali, comprendere che ormai i “fossili sono dalla parte sbagliata della storia”, studiare il sistema imprenditoriale italiano che anche in questo caso è fatto di piccole e medie imprese innovative (spesso costrette a lavorare all’estero), e cambiare una strategia e energetica vecchia per scegliere la modernità? Qui sta l’occasione persa. Il mondo va avanti. Noi rischiamo di restare indietro.

I quattro giorni puliti del Portogallo

segnalato da Lame

La pietra miliare delle emissioni zero è stata raggiunta quando il paese è stato fatto funzionare solo con il vento, il sole e l’energia idroelettrica per 107 ore.

Arthur Neslen – 18 maggio 2016 – the guardian

Portugal’s clean energy surge has been spurred by the EU’s renewable targets for 2020.

Il Portogallo ha tenuto accese le proprie luci solo con le energie rinnovabili per quattro giorni consecutivi la scorsa settimana in un passaggio epocale per l’energia pulita rivelato dall’analisi dei dati della rete energetica nazionale.

Secondo questa analisi il consumo di elettricità nel paese è stato completamente coperto da energia solare, eolica e idroelettrica in uno straordinario periodo di 107 ore che è andato dalle 6 e 45 di sabato 7 maggio fino alle 5 e 45 del mercoledì seguente.

La notizia di questa svolta cruciale arriva a pochi giorni dall’annuncio della Germania che domenica 15 maggio il paese ha coperto quasi completamente il suo fabbisogno elettrico con energia pulita e i prezzi sono diventati negativi varie volte durante il giorno – con i consumatori che di fatto venivano pagati per usare energia.
L’energia eolica genera il 140 per cento della domanda di elettricità della Danimarca.

Oliver Joy, portavoce dell’associazione commerciale Wind Europe ha detto: “Stiamo vedendo trend come questi diffondersi attraverso l’Europa – l’anno scorso in Danimarca e adesso in Portogallo. La penisola iberica è una grande risorsa per le rinnovabili e per l’eolico, non solo per la regione ma per l’intera Europa”

James Watson, amministratore delegato di Solar Power Europe afferma: “Questo è un risultato significativo per un paese europeo, ma quel che sembra straordinario oggi sarà all’ordine del giorno in Europa in appena pochi anni. Il processo di transizione energetica sta prendendo slancio e record come questi continueranno ad essere raggiunti e superati attraverso l’Europa”.

Soltanto nel 2013 il Portogallo generava metà della sua elettricità dai combustibili fossili, con il 27 per cento che veniva dal nucleare, il 13 dall’idroelettrico, il 7,5 per cento dall’eolico e il 3 per cento dal solare, secondo i dati Eurostat.

Dall’anno scorso il dato si è capovolto, con l’eolico che forniva il 22 per cento dell’elettricità e tutte le rinnovabili insieme che fornivano il 48 per cento secondo l’associazione portoghese delle energie rinnovabili.

Mentre il picco di energia pulita del Portogallo è stato stimolato dal target UE 2020 per le rinnovabili, i programmi di supporto per nuova capacità eolica sono stati ridotti nel 2012.

Ciononostante il Portogallo ha aggiunto 550 Megawatt di capacità eolica tra il 2013 e il 2016 e i gruppi industriali hanno messo fermamente gli occhi sul potenziale di export dell’energia verde, sia all’interno dell’Europa che all’esterno.

“Un aumentato accumulo di interconnettori, un mercato dell’elettricità riformato e la volontà politica sono tutti essenziali” ha detto Joy. “Ma con le giuste politiche in atto, l’eolico potrebbe coprire un quarto del fabbisogno energetico dell’Europa nei prossimi 15 anni”.

Nel 2015 l’eolico da solo ha coperto il 42 per cento della domanda di elettricità in Danimarca, il 20 per cento in Spagna, il 13 in Germania e l’11 per cento in Gran Bretagna.

In un passaggio salutato come “punto di svolta storico” dai sostenitori dell’energia pulita, i cittadini inglesi, la scorsa settimana, ha nno goduto la loro prima settimana di generazione elettrica senza carbone.

Watson ha dichiarato: L’era delle tecnologie rigide e inquinanti sta giungendo al termine e l’energia sarà sempre più fornita da fonti pulite e rinnovabili”.

fonte: http://www.theguardian.com/environment/2016/may/18/portugal-runs-for-four-days-straight-on-renewable-energy-alone

Italia bocciata in Rinnovabili

segnalato da Barbara G.

Per l’Onu «l’incertezza politica ha offuscato molti mercati, compreso quello italiano»

Rinnovabili, l’Unep boccia l’Italia: 1 miliardo di dollari in investimenti, diminuiti di 30 volte

Dal 2014 al 2015 calo del 21%: i tagli retroattivi del governo Renzi agli incentivi «hanno contribuito»

di Luca Aterini – greenreport, 25/03/2016

Immagine1Nell’ultimo anno gli investimenti in energie rinnovabili nel mondo hanno tagliato un traguardo mai raggiunto prima, raggiungendo il record di 285,9 miliardi di dollari: finora, la vetta massima era stata raggiunta nel 2011, con 278.5 miliardi di dollari. Nella decima edizione del rapporto Unep (il Programma dell’Onu per l’ambiente) Global trends in renewable energy investment prodotto in collaborazione con la Frankfurt School e Bloomberg new energy finance ci sono molti dati che fanno ben sperare per un presente e futuro rinnovabile, ma si prende atto che il progresso non è stato certo omogeneo. C’è anzi chi ha indietreggiato parecchio, e tra i paesi che secondo l’Unep camminano a passo di gambero spicca l’Italia.

Come osservano da tempo anche le associazioni ambientaliste (data ieri l’ultimo rapporto di Greenpeace, mentre di fianco proponiamo il grafico elaborato da Legambiente), mentre nel mondo gli investimenti diretti allo sviluppo delle energie rinnovabili non fanno che salire, entro i nostri confini sono ormai in picchiata. Adesso arriva anche l’ufficialità da parte delle Nazioni unite: nel 2015 «l’Italia ha visto gli investimenti in energie rinnovabili scendere sotto 1 miliardo di dollari, in calo del 21% rispetto al 2014 e molto al di sotto del picco di 31,7 miliardi di dollari raggiunto durante il boom fotovoltaico del 2011». E la colpa di tale declino non va ricercata solo nella crisi economica, peraltro presente anche nel 2011. I tagli retroattivi del governo Renzi agli incentivi, osserva l’Unep, «hanno contribuito a smorzare l’interesse degli investitori in Italia lo scorso anno». Il Programma Onu per l’ambiente si riferisce qui evidentemente al cosiddetto “Spalma incentivi”, divenuto legge nel 2014 all’interno del decreto Competitività. Si tratta di uno dei primi provvedimenti voluti dall’attuale esecutivo a guida del premier Renzi, nonostante la pressoché unanime contrarietà da parte del mondo industriale e ambientalista, fino ad osservatori internazionali come il Wall street journal.

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Nuovi investimenti in energie rinnovabili, per Stato

Ma i problemi per le rinnovabili italiane non sono circoscritti ad un singolo provvedimento, quanto legati alla «incertezza politica» che «ha offuscato molti mercati, compreso quello italiano». Non consola sapere che l’Unep ci lega ad una folta compagnia, dalla Spagna alla Polonia alla Germania.

Dal 2004 a oggi, l’Unep stima che gli investimenti in energie rinnovabili abbiano toccato quota 12 trilioni di dollari. Fino a tempi recenti, i leader indiscussi in questa scalata erano nel mondo occidentale, con l’Europa in testa e l’Italia e la Germania in particolare (si guardi ad esempio alla crescita del fotovoltaico) come punte di diamante. Tali investimenti – finanziati tramite incentivi pubblici, dunque con risorse della collettività – hanno contribuito grandemente a far crollare il costo delle tecnologie rinnovabili, in un’azione meritoria di cui però oggi si avvantaggiano altri paesi. In Europa dal 2011 a oggi gli stanziamenti sono crollati del 60%, mentre nel 2015 per la prima volta nella storia la quota maggiore degli investimenti in rinnovabili è arrivata dai paesi in via di sviluppo, Cina e India in testa.

Anche altri paesi occidentali, come gli Usa con +19% negli investimenti nel 2015, continuano la loro corsa pur essendo partiti in sordina, mentre l’Europa e l’Italia in particolare rimangono ingessate.

Il rischio non è solo quello di non contribuire a sufficienza nella lotta ai cambiamenti climatici – senza le rinnovabili l’anno scorso sarebbero state emesse nel mondo 1.5 gigatonnellate di CO2 in più –, ma di scendere da un treno economico ormai avviato (proprio grazie ai nostri sforzi).

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Investimenti in energie rinnovabili, per Regione

Le energie rinnovabili rappresentano ancora oggi una minoranza della capacità totale installata nel mondo (circa il 16,2%) e una frazione dell’energia elettrica prodotta (10,3%), ma entrambi gli indicatori non cessano di crescere, e lo fanno sempre più velocemente. L’anno scorso il 54% di tutti i gigawatt installati nel mondo facevano capo alle rinnovabili, più di carbone e gas.

Nonostante ciò, la crescita delle energie pulite rimane minacciata su più fronti. Le centrali a carbone e gli altri impianti tradizionali, ad esempio – spiega il presidente della Frankfurt school of finance & management, Udo Steffens – hanno «una vita molto lunga. Senza ulteriori interventi di policy, le emissioni climalteranti continueranno ad aumentare per almeno dieci anni». Simili effetti sono dovuti al recente crollo dei prezzi di carbone, petrolio e gas, un fenomeno che interessa tutte le commodity e che impatta pesantemente anche sul riciclo e l’economia circolare. Anche qui la risposta deve essere politica, mettendo in campo strumenti come una riforma fiscale ecologica (intervenendo su emissioni e risorse), che potrebbe tra l’altro portare 30 miliardi di euro di gettito all’Italia. «Nonostante gli ambiziosi segnali arrivati dalla Cop21 di Parigi e la crescente, nuova capacità installata da fonti rinnovabili – conclude Steffens – rimane ancora molta strada da fare». L’Italia del governo Renzi continua però a marciare nella direzione sbagliata.

Nell’ultimo anno gli investimenti in energie rinnovabili nel mondo hanno tagliato un traguardo mai raggiunto prima, raggiungendo il record di 285,9 miliardi di dollari: finora, la vetta massima era stata raggiunta nel 2011, con 278.5 miliardi di dollari. Nella decima edizione del rapporto Unep (il Programma dell’Onu per l’ambiente) Global trends in renewable energy investment prodotto in collaborazione con la Frankfurt School e Bloomberg new energy finance ci sono molti dati che fanno ben sperare per un presente e futuro rinnovabile, ma si prende atto che il progresso non è stato certo omogeneo. C’è anzi chi ha indietreggiato parecchio, e tra i paesi che secondo l’Unep camminano a passo di gambero spicca l’Italia.

Come osservano da tempo anche le associazioni ambientaliste (data ieri l’ultimo rapporto di Greenpeace, mentre di fianco proponiamo il grafico elaborato da Legambiente), mentre nel mondo gli investimenti diretti allo sviluppo delle energie rinnovabili non fanno che salire, entro i nostri confini sono ormai in picchiata. Adesso arriva anche l’ufficialità da parte delle Nazioni unite: nel 2015 «l’Italia ha visto gli investimenti in energie rinnovabili scendere sotto 1 miliardo di dollari, in calo del 21% rispetto al 2014 e molto al di sotto del picco di 31,7 miliardi di dollari raggiunto durante il boom fotovoltaico del 2011». E la colpa di tale declino non va ricercata solo nella crisi economica, peraltro presente anche nel 2011. I tagli retroattivi del governo Renzi agli incentivi, osserva l’Unep, «hanno contribuito a smorzare l’interesse degli investitori in Italia lo scorso anno». Il Programma Onu per l’ambiente si riferisce qui evidentemente al cosiddetto “Spalma incentivi”, divenuto legge nel 2014 all’interno del decreto Competitività. Si tratta di uno dei primi provvedimenti voluti dall’attuale esecutivo a guida del premier Renzi, nonostante la pressoché unanime contrarietà da parte del mondo industriale e ambientalista, fino ad osservatori internazionali come il Wall street journal.

Ma i problemi per le rinnovabili italiane non sono circoscritti ad un singolo provvedimento, quanto legati alla «incertezza politica» che «ha offuscato molti mercati, compreso quello italiano». Non consola sapere che l’Unep ci lega ad una folta compagnia, dalla Spagna alla Polonia alla Germania.

Dal 2004 a oggi, l’Unep stima che gli investimenti in energie rinnovabili abbiano toccato quota 12 trilioni di dollari. Fino a tempi recenti, i leader indiscussi in questa scalata erano nel mondo occidentale, con l’Europa in testa e l’Italia e la Germania in particolare (si guardi ad esempio alla crescita del fotovoltaico) come punte di diamante. Tali investimenti – finanziati tramite incentivi pubblici, dunque con risorse della collettività – hanno contribuito grandemente a far crollare il costo delle tecnologie rinnovabili, in un’azione meritoria di cui però oggi si avvantaggiano altri paesi. In Europa dal 2011 a oggi gli stanziamenti sono crollati del 60%, mentre nel 2015 per la prima volta nella storia la quota maggiore degli investimenti in rinnovabili è arrivata dai paesi in via di sviluppo, Cina e India in testa.

Anche altri paesi occidentali, come gli Usa con +19% negli investimenti nel 2015, continuano la loro corsa pur essendo partiti in sordina, mentre l’Europa e l’Italia in particolare rimangono ingessate.

Il rischio non è solo quello di non contribuire a sufficienza nella lotta ai cambiamenti climatici – senza le rinnovabili l’anno scorso sarebbero state emesse nel mondo 1.5 gigatonnellate di CO2 in più –, ma di scendere da un treno economico ormai avviato (proprio grazie ai nostri sforzi).

Le energie rinnovabili rappresentano ancora oggi una minoranza della capacità totale installata nel mondo (circa il 16,2%) e una frazione dell’energia elettrica prodotta (10,3%), ma entrambi gli indicatori non cessano di crescere, e lo fanno sempre più velocemente. L’anno scorso il 54% di tutti i gigawatt installati nel mondo facevano capo alle rinnovabili, più di carbone e gas.

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Nonostante ciò, la crescita delle energie pulite rimane minacciata su più fronti. Le centrali a carbone e gli altri impianti tradizionali, ad esempio – spiega il presidente della Frankfurt school of finance & management, Udo Steffens – hanno «una vita molto lunga. Senza ulteriori interventi di policy, le emissioni climalteranti continueranno ad aumentare per almeno dieci anni». Simili effetti sono dovuti al recente crollo dei prezzi di carbone, petrolio e gas, un fenomeno che interessa tutte le commodity e che impatta pesantemente anche sul riciclo e l’economia circolare. Anche qui la risposta deve essere politica, mettendo in campo strumenti come una riforma fiscale ecologica (intervenendo su emissioni e risorse), che potrebbe tra l’altro portare 30 miliardi di euro di gettito all’Italia. «Nonostante gli ambiziosi segnali arrivati dalla Cop21 di Parigi e la crescente, nuova capacità installata da fonti rinnovabili – conclude Steffens – rimane ancora molta strada da fare». L’Italia del governo Renzi continua però a marciare nella direzione sbagliata.

Sì o no?

Referendum Trivelle: le ragioni del Sì, le ragioni del No. Votare informati

di Angelo Romano e Antonio Scalari (con Arianna Ciccone, Marco Nurra, Andrea Zitelli – valigiablu.it

Il dibattito sul cosiddetto “referendum anti-trivelle” si è caricato, in queste settimane, di significati politici e simbolici che vanno al di là della stessa questione (tutto sommato limitata) oggetto del quesito referendario. Nel confronto tra le ragioni del sì e quelle del no, o dell’astensione, si è finito spesso per prendere di mira non le tesi, ma i loro sostenitori, finendo per parlare di questioni molto più ampie, come il fabbisogno energetico, l’inquinamento ambientale, i consumi. Da una parte si è evocato il rischio della “marea nera” o dei danni al turismo, dall’altra quello della perdita di posti di lavoro e della fine di un intero settore economico e industriale (in una polemica contro l’“ambientalismo ideologico” e l’“Italia dei no”).

Abbiamo, perciò, messo in fila alcune delle affermazioni che in queste settimane sono state pronunciate a sostegno del sì e del no, convinti che la correttezza degli argomenti utilizzati in una discussione sia indispensabile per comprendere il tema e quindi votare in modo consapevole.

In un altro articolo abbiamo ricostruito tutto il percorso referendario, la questione istituzionale e lo scontro Stato-Regioni, gli studi sulla qualità del petrolio in Italia, la storia dei nostri giacimenti e i rischi legati alle nuove tecniche di estrazione e ricerca idrocarburi, in particolare la tecnica air-gun e il rischio della subsidenza dei nostri suoli.

Qual è il quesito referendario?

Il testo del quesito referendario è:

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?

Nello specifico si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa.

Il quesito referendario, quindi, non riguarda le trivellazioni sulla terraferma, né quelle in mare che si trovano a una distanza superiore alle 12 miglia dalla costa (22,2 chilometri), né nuove concessioni entro le 12 miglia marine, vietate dalle norme introdotte nella legge di stabilità 2016.

Cosa succede se vince il sì?

Se il quesito dovesse passare, alla scadenza naturale della concessione, le compagnie petrolifere non potranno rinnovare la licenza anche se i giacimenti non sono ancora esauriti.

Cosa succede se il referendum non passa?

Se il referendum fallisse, alla scadenza delle concessioni le compagnie petrolifere potranno chiedere un prolungamento dell’attività e, ottenute le autorizzazioni in base alla Valutazione di impatto ambientale, potranno estrarre gas o petrolio fino all’esaurimento completo del giacimento.

Perché la soglia delle 12 miglia?

La soglia limite delle 12 miglia è stata introdotta nel 2010 dal cosiddetto “Decreto Prestigiacomo”, approvato subito dopo l’esplosione nel Golfo del Messico della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, per la salvaguardia delle coste e la tutela ambientale.

Da allora questa soglia è stata più volte oggetto di revisioni. Nel 2012, il Decreto legge “Misure urgenti per la crescita del Paese” del governo Monti ha esteso il limite previsto dal precedente decreto all’intero litorale nazionale (e non solo alle aree marine protette) e ha stabilito che le richieste delle compagnie debbano essere sottoposte alla valutazione di impatto ambientale e al parere degli enti locali interessati. Questa rimodulazione – ratificata dal Decreto Ministeriale 9 agosto 2013 – ha ridotto del 44% la superficie totale delle zone marine aperte alle attività minerarie. Tuttavia, col nuovo decreto, tale divieto si applicava solo alle nuove richieste di ricerca ed estrazione di idrocarburi in mare, salvando tutte le richieste presentate e le concessioni autorizzate prima dell’emanazione del Decreto Prestigiacomo, ovvero il 20 giugno 2010.

La Legge di Stabilità 2016 ha stabilito il divieto di ricerca e coltivazione idrocarburi nelle zone di mare poste entro 12 miglia dalle linee di costa, tranne che per “i titoli abilitativi già rilasciati, fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento”. Una compagnia può, così, continuare a trivellare entro le 12 miglia, se ha ottenuto la licenza prima dell’entrata in vigore della legge di stabilità 2016 e potrà farlo fino all’esaurimento del giacimento. In altre parole, con questa norma il governo ha messo le concessioni già autorizzate al riparo dal divieto di poter estrarre idrocarburi entro le 12 miglia. È sparito, inoltre, ogni riferimento al parere sul rinnovo delle concessioni (che ogni 5 anni potevano essere prorogate di volta in volta fino all’infinito) degli enti locali, “posti in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere interessate dalle attività”, come recitava la vecchia legge.

Questo referendum, così come è stato riformulato dalla Cassazione, chiede, quindi, di ripristinare uniformare il divieto di estrarre idrocarburi entro le 12 miglia così come già previsto per le nuove licenze, estendendolo anche alle concessioni già autorizzate, consentendo loro però di restare attive fino alla scadenza legale del permesso.

Le ragioni del Sì

Il referendum affronta diverse questioni. Innanzitutto una giuridica. Per il costituzionalista Enzo Di Salvatore (tra i promotori dei quesiti referendari) la norma presente nella “Stabilità 2016” è «palesemente illegittima in quanto una durata a tempo indeterminato delle concessioni viola le regole sulla libera concorrenza». La legge, prosegue Di Salvatore, in altri termini, si pone in contrasto con il diritto dell’Unione europea e, segnatamente, con la direttiva 94/22/CE (recepita dall’Italia con d.lgs. 25 novembre 1996, n. 625), che in materia di ricerca e di estrazione di idrocarburi «prescrive che “la durata dell’autorizzazione non superi il periodo necessario per portare a buon fine le attività per le quali essa è stata concessa” e che solo in via eccezionale (e non in via generale e a tempo indeterminato) il legislatore statale possa prevedere proroghe della durata dei titoli abilitativi, “se la durata stabilita non è sufficiente per completare l’attività in questione e se l’attività è stata condotta conformemente all’autorizzazione”». La conseguenza, sempre per il costituzionalista, potrebbe essere l’apertura da parte dell’Unione Europea di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.

Poi c’è la questione ambientale. Le trivellazioni andrebbero fermate per tutelare i nostri mari. I promotori fanno riferimento ai rischi legati alle tecniche di ricerca (la cosiddetta tecnica air-gun) ed estrazione di idrocarburi, che, secondo loro, possono incidere sulla fauna marina, elevando il livello di stress o provocando danni, al rischio di subsidenza (cioè l’abbassamento della superficie del suolo, causato da fenomeni naturali o indotto dall’attività dell’uomo), ai danni provocati da eventuali incidenti.

A queste, si aggiunge quella di politica energetica. Il voto, per i promotori, ha un grosso valore simbolico. Un’eventuale vittoria del Sì, darebbe un segnale al governo nell’incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Infine, il referendum ha un obiettivo politico. Mira a far sì che il divieto di estrazione entro le 12 miglia marine sia assoluto e ad evitare, qualora non si raggiungesse il quorum o prevalesse il No, che il Parlamento un giorno possa prevedere che si torni a cercare ed estrarre gas e petrolio ovunque, anche all’interno delle 12 miglia. Inoltre, in caso di fallimento del referendum, potrebbe esserci il rischio che le compagnie titolari di licenze possano anche raddoppiare le piattaforme legate alle concessioni loro assegnate.

Le ragioni del No

Contro il referendum è stato fondato il comitato “Ottimisti e razionali“, presieduto da Gianfranco Borghini, ex deputato del Partito Comunista e poi del PdS, e che vede al suo interno, tra gli altri, Piercamillo Falasca (presidente di Stradeonline.it), Umberto Minipoli (Associazione Italiana Nucleare), Davide Tabarelli (Nomisma) e Chicco Testa (Presidente di Assoelettrica). Anche nel caso delle posizioni del comitato per il NO al referendum possono essere individuate quattro questioni fondamentali.

La questione energetica. L’Italia estrae sul suo territorio il 10% del gas e del petrolio che utilizza: se le concessioni in scadenza non dovessero essere rinnovate, la quota di energia prodotta da quelle attività estrattive non verrebbe sostituita da altrettante pale eoliche o pannelli solari, ma da altrettanto gas naturale o petrolio proveniente da altre parti del mondo. Diventeremmo quindi maggiormente dipendenti dai paesi fornitori come la Russia.

La questione ambientale. Se il referendum vincesse, arriverebbero in Italia più petroliere, aumentando i rischi di inquinamento da idrocarburi nel mar Mediterraneo.

La questione sociale e occupazionale. La chiusura delle piattaforme significherebbe per le migliaia di persone lavorano nel settore la fine dei loro posti di lavoro.

La questione politica. Il referendum è lo strumento sbagliato per chiedere al governo maggiori investimenti nelle energie rinnovabili e, inoltre, svela, come scrive Giordano Masini su Strade (anch’egli membro del “Comitato Ottimisti e Razionali”), «un approccio fideistico e superstizioso ai problemi ambientali, che ne rifiuta la complessità e ne promuove la non-soluzione irrazionale in cambio di una comoda rimozione – occhio non vede, cuore non duole». Il referendum sarebbe, così, “intriso di sindrombe Nimby”, cioè attento a difendere il proprio cortile, senza porsi una visione d’insieme.

Il referendum fermerà le attività di estrazione di petrolio in Italia?

No > le piattaforme presenti entro le 12 miglia, oggetto del quesito referendario, sono 92, di cui 48 eroganti. Di queste 39 estraggono gas e solo 9 petrolio. Solo l’8,7% del petrolio estratto in Italia è in mare. Gran parte della ricerca di idrocarburi in Italia avviene, infatti, su terraferma. Su 107 concessioni autorizzate, 84 sono su terraferma e 23 sul fondale marino. Le regioni in cui sono presenti pozzi a terra sono l’Emilia Romagna, il Lazio, la Lombardia, il Molise, il Piemonte, la Sicilia, la Toscana (con i giacimenti nelle aree di Grosseto e Pisa) e la Basilicata, dove viene estratto il 70% del petrolio nazionale.

Se vince il Sì mettiamo a rischio la nostra autosufficienza energetica?

No > perché le quantità di gas e petrolio estratte entro le 12 miglia non sono così significative da comportare scenari da crisi energetica per il nostro paese. Giovanni Esentato, segretario dell’Associazione Imprese Subacquee Italiane, in un post molto condiviso su Facebook ha scritto che:

In pratica con già tutte le strutture fatte, i tubi posati sul fondo del mare e senza dover fare nessuna nuova perforazione, saremmo costretti a chiudere i rubinetti delle piattaforme esistenti da un giorno all’altro rinunciando a circa il 60-70% della produzione di gas nazionale (gas metano stiamo parlando e non petrolio). Non potendo da un giorno all’altro sopperire a questo fabbisogno con le fonti rinnovabili il tutto si tradurrebbe in maggiori importazioni ed incremento di traffico navale (navi gassiere e petroliere) nei nostri mari, alla faccia dello spirito ambientalista che anima i comitati promotori e con sostanzioso impatto sulla nostra bolletta energetica

In realtà, come scrive Dario Faccini su Aspo Italia (Associazione per lo studio del piccolo per il petrolio), basandosi sui dati ufficiali del Ministero dello Sviluppo Economico, se il referendum passasse rinunceremmo al 17,6% della produzione nazionale di gas (pari al 2,1% dei consumi nel 2014) e al 9,1% della produzione nazionale di petrolio (pari allo 0,8% dei consumi nel 2014). In questo calcolo sono state prese in considerazione solo le piattaforme eroganti, cioè funzionanti. Facendo riferimento anche ai pozzi marini senza piattaforme, o alle piattaforme che raccolgono la produzione di pozzi a terra, la percentuale di gas estratto cui rinunceremmo sarebbe maggiore di tre punti percentuali.

via Aspo Italia

Le 17 concessioni di gas interessate dal referendum hanno estratto 1,21 miliardi di metri cubi di gas, mentre le 4 concessioni di petrolio hanno estratto 500mila tonnellate di petrolio.

via Aspo Italia

Nel 2014, la produzione di idrocarburi in Italia ha soddisfatto quasi il 10% del consumo totale nazionale. I nostri giacimenti hanno prodotto 7.286 milioni di metri cubi di gas (e di questi, 4.863 milioni, pari al 67%, in mare) e 5,75 milioni di tonnellate di petrolio (di cui solo 0,75 milioni in mare).

via Ministero Sviluppo Economico

Se vince il Sì, le piattaforme chiuderanno immediatamente e saranno a rischio migliaia di posti di lavoro?

No > perché le concessioni saranno valide fino alla loro scadenza, come era già previsto fino al 31 dicembre 2015, prima che entrasse in vigore la norma della legge di stabilità che ha prorogato le licenze fino all’esaurimento dei giacimento. Di tali concessioni, una scade fra due anni, altre cinque fra 5 anni, tutte le altre scadranno tra 10-20 anni. Questo vuol dire che prima di quelle date non si perderà un solo posto di lavoro per effetto del referendum. Inoltre, 9 piattaforme non sono interessate dal referendum perché la richiesta di proroga è stata fatta prima dell’entrata in vigore della legge di stabilità e, verosimilmente, verranno concesse anche in caso di vittoria del referendum.

Con queste piattaforme, l’Italia rischia un disastro ambientale come quello che si è verificato nel Golfo del Messico?

No, ma > Nel 2010 una esplosione avvenuta sulla piattaforma di estrazione Deepwater Horizon provocò nelle settimane successive la fuoriuscita di più di 500mila tonnellate di petrolio nel mare del Golfo del Messico provocando un grave disastro ambientale. Sebbene si possa escludere che in uno degli impianti italiani che estraggono petrolio possa accadere un disastro di queste dimensioni in termini di volume, il rischio di incidenti c’è, anche se ad oggi non sono mai avvenuti. Come spiega Ezio Mesini, docente dell’Università di Bologna, la struttura dei pozzi petroliferi italiani è molto diversa da quella delle piattaforme dove si sono verificati gravi incidenti. Negli anni ‘60 nel mare Adriatico si è verificato un incidente al largo di Ravenna, con fuoriuscita di metano ma, dice Mesini, si è trattato di una fuga di gas con danni ambientali non paragonabili a quelli provocati dalla Deepwater Horizon.

Il Mar Mediterraneo, però, soffre già di inquinamento da idrocarburi, causato dal trasporto di petrolio. Secondo quanto riporta l’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (Ispra), dal 1977 al 2010 sono state sversate nel Mediterraneo circa 312.000 tonnellate di petrolio, senza considerare alcune decine di incidenti per i quali non è nota la quantità di greggio fuoriuscito. Nello stesso periodo di tempo nei mari italiani si sono verificati 132 incidenti di cui 52 con sversamento del carico durante il trasporto.

L’Italia dipende ancora dai combustibili fossili per i propri consumi?

Sì, ma > Come gli altri paesi anche l’Italia non può ancora fare a meno di petrolio e gas naturali (nel 2015, infatti, secondo l’ultimo rapporto di GSE – Gestore Servizi Energetici, responsabile del monitoraggio statistico dello sviluppo delle fonti rinnovabili in Italia – a livello nazionale la stima preliminare del consumo totale di energia proveniente da fonti rinnovabili è stato del 17,3%, +4,3% rispetto a cinque anni prima).

Tuttavia, secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico, nel 2014 si è registrata una riduzione del consumo interno lordo di petrolio dell’1,8% e di gas naturale dell’11,6% rispetto al 2013. In generale, il consumo di energia in Italia è diminuito del 3,8%.

Contestualmente, si è registrato un aumento della produzione nazionale di energia elettrica (+2,8%) e, in particolare, proveniente dalla produzione di petrolio (+4,8%) e da fonti rinnovabili (+4,7%), mentre è diminuita la produzione di gas naturale (-7,6%).

Il magazine Strade nota che «un terzo dell’energia elettrica che usiamo, anche quella che tiene accesi i nostri computer e ricarica i nostri smartphone da cui scriviamo accorati appelli “contro le trivelle”, viene dal gas». Tuttavia, come mostrano i dati sul consumo interno lordo di energia elettrica, raccolti dalla società Terna, operatore di reti per la trasmissione dell’energia elettrica, nel 2013 la quota percentuale di energia elettrica prodotta da rinnovabili è stata del 33,9%. Ed è salita al 37,5% nel 2014. Mentre l’energia elettrica ricavata da fonti tradizionali è scesa dal 53,3 al 48,8%. Questi numeri dimostrano che il contributo delle fonti rinnovabili alla produzione nazionale di energia elettrica eguaglia (e supera) ormai quello del gas naturale (sceso dal 33% del 2013 al 29,1% nel 2014).

Secondo un’indagine pubblicata da “Oil Change International” a dicembre 2015, l’Italia spende in sussidi ai combustibili fossili risorse 42 volte maggiori dei fondi destinati alle politiche climatiche. Per 84 miliardi di dollari l’anno dati all’industria petrolifera, solo 2 vengono destinati al Fondo verde per il clima, creato dall’ONU per catalizzare fondi da spendere in misure di adattamento e mitigazione degli effetti del riscaldamento globale. L’Australia spende in sovvenzioni alla dirty energy 113 volte di più ogni anno rispetto agli impegni che prende con il Fondo per il clima, il Canada ha un rapporto di 79:1, il Giappone 53:1, il Regno Unito 48:1, l’Italia 42:1, gli Stati Uniti 32:1, la Germania 21:1 e la Francia 6:1.

via Oil Change International

È un referendum “NIMBY”?

No > L’espressione Not In My Back Yard, letteralmente “non nel mio cortile”, viene utilizzata per definire la protesta di una comunità locale di fronte alla realizzazione di un impianto o di un’opera in prossimità di un centro abitato, per timore di conseguenze ambientali o sanitarie. L’acronimo NIMBY sottointende un giudizio dispregiativo nei confronti di una protesta che si suppone essere interessata soltanto a impedire che la realizzazione di un’opera avvenga “nel proprio cortile”, cioè vicino a casa propria, per un atteggiamento di egoismo locale. Secondo Dieter Rucht, NIMBY sono quei «gruppi e movimenti che vogliono liberarsi dei problemi nel loro territorio, ma non li definiscono come questioni di principio». Il referendum del 17 aprile non può essere definito una iniziativa NIMBY perché ha come oggetto una questione nazionale, anche se è stato presentato dalle regioni. Inoltre, tra le ragioni alla base del referendum non c’è soltanto la volontà di impedire la costruzione di piattaforme di estrazione vicino alle coste per non danneggiare l’economia del turismo, ma c’è anche la volontà di porre al centro del dibattito nazionale il tema della politica energetica. Gli stessi critici del referendum imputano ai sostenitori del sì l’intenzione di voler dare un segnale politico al di là del merito del quesito. Ma se è così, allora il referendum non può essere ridotto a una iniziativa NIMBY.

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I No Triv d’Oltralpe sono al governo

segnalato da Barbara G.

Francia, stop alla ricerca petrolifera e investimenti nelle rinnovabili

di Maria Rita D’Orsogna – ilfattoquotidiano.it, 23/02/2016

Il governo francese, su proposta del ministro dell’Ecologia e dell’Energia di Francia, Segolene Royal, ha deciso di vietare tutte le operazioni di ricerca petrolifera sul proprio territorio. Non cercheranno più petrolio da nessuna parte – una decisione monumentale. Visto che in Francia in questo momento ci sono 54 permessi esplorativi e 130 domande di ricerca di petrolio, più di 180 istanze assegnate o da assegnare finiranno nel dimenticatoio.

Segolene Royal ha ricordato che spera che il diniego di nuovi permessi esplorativi porterà nuovi investimenti nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica del paese. Dice anche che bloccare la ricerca di petrolio è una risposta naturale all’esigenza di diminuirne l’uso. La decisione verrà inglobata nell’Energy Transition Act, varato nel 2015 dalla Francia e che impone per il 2050 la riduzione dell’uso di energia del 50% rispetto ai livelli del 2012, e di un taglio del 30% dell’uso di fonti fossili entro il 2030.

Segolene Royal è stata da poco nominata presidente del Cop21, il ramo delle Nazioni Unite che si occupa di cambiamenti climatici. A gennaio era stata in visita in California, ad incontrare i leader dell’industria anche verde di questo stato, e poi all’Onu per discutere con il segretario generale Ban Ki Moon come fare per implementare al meglio le decisioni prese durante il summit del clima di Parigi. A New York disse: “Ogni nazione deve adesso trasformare gli impegni presi a Parigi in azioni concrete” e che l’Europa deve rimanere di esempio per altri paesi sulla transizione rapida verso l’energia pulita. Con questa decisione del no a tutti i nuovi permessi petroliferi, la Francia di Segolene Royal cerca di fare il suo primo passo.

La Francia diventa così la prima nazione d’Europa a vietare la ricerca petrolifera nei propri confini nazionali. Nel 2011 i cugini d’oltralpe avevano già vietato il fracking, prima di tutti gli altri, dando l’esempio a Bulgaria, Germania ed Olanda che hanno successivamente adottato provvedimenti simili o comunque molto restrittivi sull’estrazione di shale gas.  In Francia la persona che si occupa di ambiente e di energia è la stessa persona. In Francia negli scorsi anni hanno approvato leggi o preso decisioni per facilitare la creazione di giardini sui tetti o per incentivarne la solarizzazione, per pavimentare le strade con pannelli solari, per aumentare le tasse sulle emissioni di Co2, e pure per diminuire la propria dipendenza energetica dal nucleare.

E in Italia? Possiamo per una volta pure noi prendere decisioni grandi e lungimiranti e non solo sulla scia delle proteste popolari, quanto invece dall’alto, con intelligenza e programmazione e per il bene del paese?

Gli approfondimenti qui.

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Trivelle, il divieto della Francia e i sussidi dell’Italia

di Raffaele Lupoli – left.it, 26/02/2016

I sussidi pubblici, le royalties più basse d’Europa e per giunta detraibili dalle tasse. E perfino l’esenzione dall’Ici. Se qualcuno si chiede perché c’è ancora chi ha interesse a trivellare l’Italia nonostante i rischi ambientali e il prezzo del petrolio ai minimi storici, ecco la risposta. Nel nostro Paese il business delle concessioni petrolifere resta appetibile perché può contare sul sostegno delle politiche governative (le stime delle diverse forme di sostegno alle fonti fossili nel nostro Paese di aggirano attorno ai 17,5 miliardi di euro l’anno), che invece penalizzano le fonti pulite. Il decreto Milleproroghe in via di approvazione, per stare ai fatti più recenti, prevede la cancellazione della norma che prevede la progressività della bolletta energetica in base al principio che chi consuma di più (e non presta attenzione a efficienza e risparmio energetico) paga conseguentemente di più.

In attesa che gli italiani si esprimano attraverso il referendum del 17 aprile, è giunta ieri una sentenza della Corte di Cassazione che stabilisce l’obbligo di pagare l’Ici per quattro piattaforme di estrazione in acque italiane al largo dell’Abruzzo. Il Comune di Pineto, nel Teramano, si era opposto alla decisione delle commissioni tributarie provinciale e regionale di esentare le trivelle dalla tassazione sugli immobili in quanto non iscritte al catasto e strumentali rispetto all’impianto sulla terraferma a cui sono collegate.

Non la pensa così la sezione tributaria della Suprema Corte, che ritiene le piattaforme petrolifere assoggettabili alla categoria degli immobili ai fini civili e fiscali, quindi soggetti ad accatastamento e strumento che consente di produrre reddito. Dal canto suo l’Eni, proprietaria delle piattaforme in questione, fa notare che il governo con l’ultima legge di Stabilità ha abolito l’Ici-Imu sui cosiddetti imbullonati e sottolinea in una nota che questa sarebbe «la dimostrazione della grande irrazionalità di applicare agli impianti produttivi le imposte concepite per i plusvalori immobiliari e per il finanziamento dei servizi locali».

Intanto dalla Francia arriva la notizia che d’ora in poi saranno vietate le ricerche petrolifere su tutto il territorio nazionale. Il ministro dell’Ecologia e dell’Energia, Segolene Royal, ha spiegato che la mossa di non concedere più permessi di esplorazioni darà una forte spinta allo sviluppo dell’industria dell’efficienza energetica e delle rinnovabili, convogliando gli investimenti pubblici e privati su questo settore.

Il ministro francese, da poco nominata presidente della Cop21 e anche in questa veste alle prese con l’applicazione degli accordi sul clima di Parigi, fa compiere al suo Paese – che diventa così il primo in Europa a rinunciare a nuove trivellazioni – un importante passo avanti verso la riduzione delle emissioni climalteranti. «Dal momento che dobbiamo ridurre la quota dei combustibili fossili – ha chiesto Royal davanti ai parlamentari d’Oltralpe -, perché continuare a fornire autorizzazioni agli idrocarburi convenzionali?». Una scelta, quella francese, che rende più chiara la posta in gioco in Italia con il referendum del 17 aprile.

Liberi dall’oro nero

segnalato da Barbara G.

Liberarsi dell’energia fossile entro il 2050? Si può

Secondo uno studio di ricercatori di Stanford, tutti i Paesi del mondo potrebbero rinunciare a gas e petrolio. Manca, però, la volontà politica per farlo.

linkiesta.it, 21/11/2015

Se tutti fossero d’accordo, se le linee guida sono giuste, e se ci fosse la volontà politica per farlo, si potrebbe smettere di usare combustibili fossili per sempre già dal 2050. Lo ha stabilito una ricerca condotta dall’Atmosphere/Energy Program dell’Università di Stanford, coordinata da Mark Z. Jacobson.

È una cosa importante. Si dimostra che “il passaggio da un’economia basata sul consumo di energia fossile a una affidata al 100% a risorse rinnovabili è possibile”, spiega l’autore della ricerca. Le critiche spesso si concentrano sui costi (“troppo caro”) sulla scarsità di risorse (“servono troppi spazi”) sull’efficacia finale (“in ogni caso non si riuscirebbe”). Tutto sbagliato. Si può fare, senza ricadute per l’ambiente, per il paesaggio e per l’economia. Anzi: “Si creerebbero in tutto 20 milioni di posti di lavoro”, molti di più “di quelli che verrebbero a mancare con l’abbandono dell’industria dell’energia fossile”.

Oltre al fatto che, decentralizzando l’energia, si avrebbe un crollo della richiesta di petrolio, con conseguente diminuzione di guerre, terrorismo e stragi. Niente gas, niente oro nero. Solo vento, sole e acqua.

La ricerca si è basata su un esame dei numeri: è stata calcolato il quantitativo di energia di cui ogni Paese avrà bisogno nel 2050 (elettricità, trasporti, riscaldamento, raffreddamento, energia, agricoltura), poi si è ipotizzato il modo in cui le rinnovabili potrebbero coprirlo, compresi costi e strategie.

L’Italia, secondo lo studio, potrebbe puntare molto sugli impianti solari (il 63,1%) e – molto meno – sull’eolico terrestre (l’11%), e infine una punta di idroelettrico (7,8%). Dal punto di vista economico, sarebbe una manna: il costo, che oggi è circa di 6.876 dollari all’anno a testa, si ridurrebbe a 486 dollari all’anno. Un successo.

Il problema, però, è che non si troverà mai, o quasi mai, l’intesa politica per portare a termine il progetto. Sia per la debolezza della politica, sia per l’incapacità di guardare sul lungo periodo (ma non è nemmeno così lungo). Però, come monito, può funzionare. È più interessante di quelli che faceva, ai tempi, Napolitano.

Il gioco vale la trivella?

Segnalato da Barbara G.

A quanto pare, persino alcuni esponenti delle principali compagnie petrolifere stanno mettendo in discussione l’opportunità (e l’economicità) di continuare basare le strategie energetiche sui combustibili fossili, mentre in Italia le attività di trivellazione sono considerate “strategiche” sulla base del decreto Sblocca Italia. Riporto di seguito alcuni contributi ed analisi nei quali si “fanno le pulci” alla strategia (?) energetica del nostro governo (minuscolo non casuale).

Buona lettura

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#NoTriv, per un nuovo sistema energetico

Di Stefano Catone – possibile.it, 13/08/2015

La mobilitazione #NoTriv, contro le concessioni che il decreto Sblocca Italia fa alle trivellazioni, sta scaldando l’agosto italiano. Ad essa si saldano altre questioni, dalle autostrade agli inceneritori, che rendono evidente il disegno strategico tracciato dal governo Renzi. Un disegno strategico all’avanguardia, se fossimo negli anni ’50. Forse.

Per quanto riguarda la strategia energetica, in particolare, abbiamo dialogato con Vincenzo Balzani, professore emerito presso l’Università di Bologna, che, dati alla mano, ci ha spiegato come questa scelta – e tutto lo schema argomentativo a sostegno – sia semplicemente sbagliata.

(Al termine dell’intervista potete scaricare un documento molto dettagliato prodotto dal prof. Balzani e da altri studiosi).

Professor Balzani, partiamo da un’analisi dello scenario macro. Qual è il contesto internazionale in campo energetico? Quali prospettive si stanno delineando?

Un dato certo dal quale partire è 80%. Il fabbisogno energetico mondiale è soddisfatto, infatti, per l’80% da combustibili fossili, cioè da risorse non rinnovabili, destinate a diminuire e a esaurirsi, il cui consumo produce anidride carbonica, un gas serra: il principale responsabile dei cambiamenti climatici. La buona notizia è che la quasi totalità della comunità scientifica è d’accordo con questa analisi, ed è ormai chiaro a molti – se non a tutti – che è necessario abbandonare questo sistema il più presto possibile, attuando una transizione che ci porterà verso l’utilizzo massiccio di fonti rinnovabili, in particolare energia solare.

Ci sta dicendo che un sistema energetico fondato sulle energie rinnovabili è praticabile nei fatti? Non sarà la solita storiella che raccontano «quattro comitatini» ambientalisti?

È diffusa la credenza secondo la quale le energie rinnovabili siano risorse “di nicchia”, cose con cui divertirsi. E invece sono sufficientemente abbondanti per soddisfare tutti i bisogni energetici. Se c’è un collo di bottiglia questo non è assolutamente la disponibilità di tali risorse ma, semmai, la loro conversione. Trasformare l’energia solare in calore o elettricità, infatti, comporta la produzione di strumenti, e quindi l’utilizzo di materiali da estrarre dalla terra: anche questi non sono infiniti. Ecco perché la prima cosa da fare per avviare la transizione è ridurre i consumi energetici – il 10% sarebbe un ottimo risultato -, che non significa tornare all’età della pietra, ma efficientare gli edifici, promuovere il trasporto pubblico, privilegiare il trasporto su ferro rispetto a quello su gomma, adottare comportamenti consapevoli.

La transizione energetica, in Italia, sembra un miraggio. Come se la passano nel resto del mondo?

A diverse velocità, la transizione verso un altro modello energetico è un fenomeno che sta prendendo piede in tutto il mondo. Ci sono degli ostacoli che determinano le diverse velocità, a partire dal fatto che dietro ai combustiibili fossili si concentrano interessi giganteschi, nelle mani di persone che spostano enormi capitali.

Detto questo, l’Unione Europea ha assunto dei buoni impegni, come quello di portare la quota di energie rinnovabili utilizzate all’80% del totale entro il 2050. Negli Stati Uniti abbiamo appena visto l’impegno assunto da Obama. Così come in Cina (accusata di aver sviluppato numerosissime centrali a carbone, ma bisogna ricordare che il consumo energetico pro capite in questo paese è un terzo di quello degli Stati Uniti) le rinnovabili stanno facendo progressi notevoli, sia sufficiente pensare che l’eolico ha superato il nucleare.

E in Italia, a che punto siamo?

L’Italia è in una buona posizione, se pensiamo che circa il 40% dell’energia proviene da idroelettrico, eolico e fotovoltaico. Il problema, però, sta diventando politico, nel senso che stiamo imboccando una strada che comprometterà la nostra strategia energetica per i prossimi venti o trent’anni: Renzi è andato alle Nazioni Uniti per ribadire il nostro impegno in questo campo, poi è tornato in Italia per autorizzare le trivellazioni. Non si può ripartire con le trivellazioni: non servono nemmeno per gestire il presente, perché i pozzi ce li tireremo avanti per venti e trent’anni, ipotecando il futuro energetico. E’ una cosa molto grave.

Ci dicono che senza trivellazioni non c’è futuro, che sono fondamentali per la crescita economica. È davvero così?

Cercare le ultime quattro gocce di petrolio nel nostro Paese è un esercizio poco utile e dannoso. In primo luogo perché è poco, appunto. Se estraessimo tutto il petrolio e tutto il metano che si trova sul nostro territorio, questo basterebbe per coprire il fabbisogno energetico italiano per poco più di un anno.

Quanti posti di lavoro potrebbero crearsi investendo nell’industria petrolifera?

Relativamente pochi, se pensiamo che l’industria del petrolio e del metano è a forte intensità di capitale, ma genera pochi posti di lavoro. Ma soprattutto teniamo conto di altri due fattori: investire in rinnovabili vuol dire investire nell’industria manifatturiera italiana, perché – come dicevamo – sono necessarie macchine per convertire l’energia. E l’industria manifatturiera è la nostra industria. In secondo luogo, riusciamo solo a immaginare quali danni potrebbe provocare un incidente in un mare come l’Adriatico? Sarebbe la fine per il turismo, che invece rappresenta una fonte sicura di reddito.

Cosa pensa della strategia referendaria?

Penso che possa essere vincente: abbiamo l’esempio del nucleare. Su questi temi le persone si mobilitano, perché sono coscienti che c’è in gioco il proprio futuro e quello dei propri figli.

Per chiudere, quali consigli possiamo dare, per dare il via, anche nel nostro piccolo, alla transizione verso un nuovo sistema energetico?

La prima operazione che dobbiamo fare è di tipo culturale: ognuno deve essere consapevole del fatto che stiamo parlando del futuro nostro e del pianeta. E che si può agire localmente – riqualificando gli edifici, pensando a un’altra mobilità -, pur tenendo presente che la sfida è globale. In questo senso possiamo anche dire che le energie rinnovabili sono più democratiche: si trovano in tutto il mondo, sono a disposizione di tutti. Non sono concentrate nelle mani di pochi, con le conseguenze internazionali che ben conosciamo.

Scarica il documento redatto dal prof. Balzani e dagli altri studiosi del gruppo energiaperlitalia.it

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Trivelle: 10 Regioni depositano 6 referendum

Ansa.it, 30/09/2015

I rappresentanti dei Consigli regionali di dieci Regioni – Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise – stanno depositando in Cassazione sei quesiti referendari contro le trivellazioni entro le 12 miglia e sul territorio.

Capofila dell’iniziativa è la Basilicata. I sei quesiti chiedono l’abrogazione di un articolo dello Sblocca Italia e di cinque articoli del decreto Sviluppo. Questi ultimi si riferiscono alle procedure per le trivellazioni. Su cinque articoli oggetto dei quesiti referendari presentati stamani in Cassazione dai dieci Consigli regionali, è attesa anche la decisione della Consulta che si pronuncerà da gennaio ad aprile sulla questione trivellazioni.

“Chiediamo che non ci siano trivellazioni entro le 12 miglia e che siano ripristinati i poteri delle Regioni e degli enti locali mettendo inoltre i cittadini al riparo dalla limitazione del loro diritto di proprietà perché, ad esempio, un articolo dello ‘Sblocca Italia’ prevede che per 12 anni sia concesso il permesso di ricerca sui terreni privati alle società estrattrici”. Lo sottolinea il presidente della Basilicata, Pino Lacorazza, presentando i quesiti antitrivelle in Cassazione.

“Nella nostra Regione, la Basilicata – ha spiegato il presidente Pino Lacorazza – abbiamo già la presenza di 70 impianti di trivellazione: non è che siamo affetti dal ‘nimby’, ossia che non vogliamo ‘sporcare il nostro giardino e spostare il problema in quello degli altri, ma crediamo che la politica energetica dell’Italia debba raccordarsi con l’Unione europea, che non può soltanto occuparsi di moneta e burocrazia”. Ad avviso di Lacorazza, “più che fare altre trivellazioni, il nostro Paese deve limitare i consumi energetici e arrivare alla piena efficienza energetica costruendo diversamente gli edifici e ammodernando quelli già esistenti”. In proposito, Lacorazza ha ricordato i buoni risultati ottenuti con gli “ecobonus, che in questo settore hanno funzionato”.

“E’ la prima volta che dei quesiti referendari sostenuti dai Consigli regionali vengono presentati da dieci Regioni, che rappresentano il doppio del quorum richiesto”. Lo ha detto il presidente della Basilicata, Pino Lacorazza, depositando in Cassazione sei quesiti ‘anti Trivelle’ e aggiungendo che “anche la Sicilia e la Lombardia hanno dimostrato di apprezzare la nostra iniziativa e l’Emilia Romagna ha detto ‘no’ ma Bonaccini ha detto che approva la ‘carta anti trivelle di Termoli'”, ha aggiunto Lacorazza.

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Petrolio, referendum e Sblocca Italia: il gioco vale la trivella?

di Angelo Romano – valigiablu.it, 17/10/2015

Articolo in partnership con i quotidiani locali del gruppo Espresso.

Ha collaborato Antonio Scalari , contributi di Andrea Colasuonno, Francesco Dondi, Ilaria Bianchini, Pietro Dommarco, Riccardo De Cristiano, Sergio Ferraris, Tiziana Bisogno.

L’articolo intero, con immagini e grafici, lo trovate QUI. E’ suddiviso nei seguenti capitoli:

  1. Referendum: i sei quesiti presentati dalle Regioni
  2. Una questione di metodo: le competenze tra Stato e Regioni
  3. Una questione di merito: le ricerche di idrocarburi sono “opere strategiche, urgenti e indifferibili”?
  4. Gli idrocarburi in Italia
  5. Il fabbisogno e la speranza del raddoppio della produzione
  6. Le Royalties fanno la felicità?
  7. La qualità del petrolio
  8. L’impatto ambientale: il rischio subsidenza
  9. La tecnica air-gun
  10. Il gioco vale la trivella? Per noi no, ecco perché

Rivoluzione industriale green

segnalato da Barbara G.

GREEN ECONOMY COME TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: FUNZIONERA’? VEDIAMO L’ESEMPIO DANESE

di Claudio Ricciardi – tuttogreen.it, 14/01/2014

Solo il 3% dei rifiuti finisce in discarica, il 36% dei tragitti quotidiani vengono coperti in bicicletta (e un’autostrada per biciclette inaugurata nel 2012),  il 30% fabbisogno energetico deriva dall’energia del vento, con un obiettivo di elettricità pulita al 100% entro il 2050.  Altro appunto sull’agenda: bilancio di emissioni di Co2 neutro entro il 2025.

Tutto questo succede, e non in un paradiso metafisico, ma in una realtà distante poco più di 1000 km dall’Italia. L’Eden verde si chiama Danimarca, avanguardia europea nei sistemi di produzione e gestione delle rinnovabili, un risultato raggiunto grazie a lungimiranti e pazienti politiche di programmazione. Furono tra i primi, i danesi, a capire che dopo la crisi petrolifera del 1973 serviva individuare un’alternativa valida e pulita ai sistemi di approvvigionamento basati su combustibili fossili e nucleare. Ovvero i due simboli della seconda rivoluzione industriale, congiuntura dell’economia mondiale che lanciava i primi segnali di una saturazione definitivamente esplosa con la crisi dell’ultimo quinquennio.

Fu così che il governo e le imprese iniziarono a puntare sulle potenzialità dell’eolico, e a ragione. Il vento permise, tutt’ora permette di produrre energia, e genera posti di lavoro, in paese, e fuori dai suoi confini.

Un esempio su tutti è Samso, l’isola delle energie rinnovabili. Altro caso paradigmatico è dato dalla Ranboll, società di consulenza in ambito ingegneristico, che dà lavoro a 10mila figure specializzate, vanta sedi in 20 paesi del mondo, ed ha come sede e “manifesto” un palazzo di vetro alimentato esclusivamente dalle risorse offerte naturalmente dall’ambiente. Il core business è la produzione di parchi eolici offshore, progettati su misura per le condizioni degli ambienti in cui vengono posizionati. Il fatturato aziendale solo nell’ultimo anno è cresciuto del 16%, segno che la green economy, se sostenuta da professionalità, azzeccate politiche di business e sostegno delle istituzioni, può davvero essere protagonista della terza rivoluzione industriale, quella f0ndata sulle rinnovabili.

Condivisione, è questo uno dei segreti del sistema danese. La popolazione locale ama condividere, lo fa con i parchi eolici, le piste ciclabili, i sistemi comunali di riscaldamento. Quello che si produce va dato agli altri. A Copenhagen, nel 2009, è stato lanciato il Copenhagen Cleantech Cluster, organizzazione che  ha facilitato la vendita di energia verde danese a 10 città straniere. Il mix tra finanziamenti europei e investimenti di partner locali ha permesso di creare, in 4 anni, 700 posti di lavoro, e di sostenere le idee innovative di diverse start-up. Anche Ranboll aderisce al Cluster.

Perché – si chiedono economisti ed esperti del settore – non spostare le risorse investite dai paesi europei per importare gas e petrolio da Russia e Medio Oriente verso concrete iniziative di sviluppo sulle risorse naturali disponibili in loco? La risposta la forniscono gli stessi teorici: dobbiamo capire da che parte le istituzioni vogliono stare, se verso una seconda rivoluzione industriale che ormai ha esaurito il suo corso “positivo”, o piuttosto puntare su una terza rivoluzione industriale, dall’alto potenziale economico, sociale e aggiungiamo anche morale. Non mancano le risorse economiche, a mancare è forse il volere.

Per esempio, tornando alla pratica, uno dei punti deboli del circuito rinnovabile riguarda la carenza di efficaci sistemi di immagazzinamento dell’energia assorbita.

Sole e vento sono fonti a intermittenza, per loro natura non possono garantire intensità costante, per questo motivo vanno sfruttate al meglio nei momenti di maggior resa, consentendo di mettere da parte l’eccesso di produzione, e di renderlo disponibile a seconda delle necessità. Immagazzinare e fare rete, come il Copenhagen Cluster. Una transizione, che sempre la Danimarca insegna, va pianificata nel medio-lungo periodo, agendo anche sulla partecipazione delle utenze, i cittadini, che tramite le loro case a risparmio energetico, tra pannelli solari e sistemi di recupero di acqua piovana,  sono ingranaggio portante del sistema. Sono parte di un ingranaggio, che auspichiamo possa assumere dimensioni di Continente, e coinvolgere anche il nostro paese.

SCOPRILA MEGLIO: Copenhagen: la City of Cyclists

FOCUS: Un intero quartiere di Copenhagen riprogettato per adattarsi ai cambiamenti climatici

Il fondo del barile

segnalato da transiberiana9

di Antonio Cianciullo – La Repubblica, 19/08/2014

SIAMO IN DEFICIT ECOLOGICO: LE RISORSE RINNOVABILI SONO FINITE

Il 19 agosto è l’overshoot day: abbiamo prelevato più di quanto avevamo a disposizione fino a dicembre nel conto corrente del pianeta. Da domani sopravviveremo rubando aria, acqua, terra fertile alle generazioni future.

Meno di otto mesi nell’arco di un anno. È questo il margine di autonomia del nostro sistema produttivo: il 19 agosto entra in rosso. È l’overshoot day. Vuol dire che abbiamo prelevato più di quanto avevamo a disposizione fino a dicembre nel conto corrente del pianeta. Dal 20 agosto andiamo avanti indebitandoci, sottraendo beni e servizi al futuro perché gli ecosistemi non sono più in grado di rigenerarli. Piante, aria pulita, suolo fertile: ci stiamo mangiando anno dopo anno la dotazione che abbiamo ricevuto da una storia evolutiva durata oltre 3 miliardi di anni.

Sono i calcoli del Global Footprint Network, il centro di ricerca che studia l’andamento dell’impronta ecologica dell’umanità, la capacità del pianeta di ricostituire le risorse e di assorbire i rifiuti, compresa la CO2. “Il problema del superamento della capacità rigenerativa sta diventando la sfida del ventunesimo secolo: è sia un problema ecologico che economico”, ha detto Mathis Wackernagel, presidente del Global Footprint Network. L’elemento più impressionante è l’accelerazione del trend negativo. Mentre negli ultimi anni si parla sempre più spesso di politiche ambientali, i numeri mostrano un quadro molto diverso. Nel 1961 l’umanità usava solo tre quarti della capacità della Terra di generare cibo, fibre, legname, risorse ittiche e di assorbire gli inquinanti. All’inizio degli anni Settanta l’impronta ecologica dell’umanità ha superato la capacità di produzione rinnovabile del pianeta. E da allora il deficit è andato crescendo.

Oggi, l’85% della popolazione mondiale vive in paesi che richiedono alla natura più di quanto i loro ecosistemi nazionali riescano a dare. E l’Italia è fra questi: consumiamo più di 4 volte le risorse disponibili sul nostro territorio.

Peggio di noi il Giappone, (7 volte di più), e gli Emirati arabi (12 volte di più). Calcolando non il livello di efficienza delle singole economie, ma il rapporto tra consumi e risorse disponibili all’interno di un singolo paese, il deficit degli Stati Uniti viaggerebbe attorno al valore 2. Ma se lo stile di vita americano venisse esportato a livello globale, cioè se oltre 7 miliardi di persone consumassero come lo statunitense medio, sarebbe una catastrofe.

Già oggi, secondo i calcoli del Global Footprint Network, ci sarebbe bisogno di 1.5 Terre per produrre le risorse rinnovabili necessarie per sostenere l’improntaecologica dell’umanità. E, in base a una proiezione prudente, si arriverà a 3 pianeti prima della metà di questo secolo. “C’è bisogno non solo di un cambiamento tecnologico, ma anche di una svolta negli stili di vita”, osserva Roberto Brambilla, di Rete civica italiana. “Le aziende non possono più dirsi virtuose se si limitano a ridurre i propri consumi: devono mettere chi compra i loro prodotti in condizione di inquinare meno”.