ENI

Gli Ikebiri denunciano ENI

segnalato da Barbara G.

greenpeace.org, 04/05/2017

Per la prima volta in Italia, una piccola comunità africana, stanca di subire l’inquinamento degli sversamenti petroliferi nel Delta del Niger, porta in tribunale una multinazionale: il gigante del petrolio ENI.

Siamo in Nigeria, nello Stato di Bayelsa. Qui vive la comunità Ikebiri che, sostenuta dall’Associazione Friends of the Earth (Amici della Terra*) Europe e da Environmental Rights Action/FoE Nigeria, ha deciso di portare davanti a un tribunale italiano il gigante del petrolio ENI.

L’accusa è relativa ad un incidente verificatosi nel 2010, in seguito ad un guasto dell’impianto estrattivo (ammesso dalla stessa ENI) che ha causato uno sversamento di petrolio nell’area del Delta del Niger dove vive la comunità.

ENI, che opera in Nigeria attraverso la sua controllata Nigeria Agip Oil Company (NAOC), sostiene di aver già ripulito il sito ma la comunità locale contesta che il petrolio fuoriuscito sia stato semplicemente bruciato, e per di più senza il loro consenso e senza una completa bonifica.
Gli Ikebiri portano adesso ENI in tribunale per chiedere di completare la pulizia del sito inquinato e ottenere un risarcimento danni.

Francis Temi Ododo, capo della Comunità Ikebiri, racconta: “La nostra comunità non può aspettare. Abbiamo subito l’inquinamento di Eni per troppo tempo. Le nostre attività di pesca hanno subito danni, la nostra agricoltura ha subito danni. Le nostre vite hanno subito danni”.

Di fatto, le comunità che abitano nel delta del Niger subiscono da decenni gli effetti degli sversamenti di petrolio, con sversamenti che si succedono ogni settimana. Dell’enorme businnes del petrolio in Nigeria di giganti come ENI e Shell, la popolazione locale subisce solo gli effetti disastrosi, come l’inquinamento dell’acqua e della terra.

Secondo FoE Europe, fino ad oggi 11 milioni di barili di petrolio sono stati sversati nel Delta del Niger, che corrispondono al doppio della quantità sversate durante il disastro Deepwater Horizon nel Golfo del Messico.

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*Il nome “Amici della Terra” è riportato a titolo di semplice traduzione dall’inglese. L’associazione italiana “Amici della Terra” a seguito di una decisione dell’Assemblea Generale (http://www.foei.org/no-category/italy) non fa più parte, dall’Ottobre 2014, di Friends of the Earth International.

L’occasione persa del giovane fossile

segnalato da Barbara G.

I proclami del presidente del Consiglio sul rilancio delle energie pulite passati ai raggi X in questo contributo di Francesco Ferrante, ecologista e fondatore di Green Italia

di Francesco Ferrante – lastampa.it, 28/06/2016

Un’occasione persa. Sembra la sintesi più efficace per commentare la conferenza stampa con cui Renzi qualche giorno fa a Palazzo Chigi si è presentato per “rilanciare” le rinnovabili. Un’occasione persa sia per la riconquista del consenso all’indomani di un brutto risultato alle elezioni amministrative – che era uno dei motivi dichiarati dallo stesso premier nell’annuncio dell’”evento” – sia, per noi tutti cosa assai più rilevante, per tracciare un’idea, una linea di politica industriale, magari fondata su una strategia energetica, ad oggi del tutto assente.

In quella sede è stato detto che si stanziavano 9 miliardi in 20 anni per le rinnovabili e si sono presentati i progetti di investimento di tre aziende Eni, Enel e Terna. Ma se si va oltre le slides, ciò che resta è poco e non ha nulla a che vedere con il supposto “rilancio”.

Le risorse vere (che vengono dalle bollette elettriche) sono in realtà solo 430 milioni che saranno rapidamente esaurite nei prossimi sei mesi non appena si potranno fare le aste previste dal decreto la cui firma è stata annunciata dal Ministro Calenda e che nei fatti arriva dopo quasi due anni di ritardo. Un decreto dove ci sono molte assurdità e mentre si prevedono tagli anche rilevanti agli incentivi per le vere rinnovabili, si mantengono in vita quelli inutili e anacronistici per gli inceneritori, si regalano soldi per la conversione degli zuccherifici, si rinuncia ancora una volta a semplificare le procedure burocratiche. Peraltro, considerando i tempi di realizzazione degli impianti, nemmeno 1 MW di nuove rinnovabili verrà realizzato attraverso la aggiudicazione di queste aste per tutto il 2017.

E così anche per l’anno prossimo si confermerà il passo indietro della percentuale di produzione da energie rinnovabili cui abbiamo assistito dal 2015. Perché il fatto è che quando Renzi dice che siamo all’avanguardia in questo settore in Europa dice la verità, ma si scorda di dire che campiamo di rendita sul passato, e che purtroppo il trend positivo che ci aveva consentito di raggiungere il 40% di energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili, di cui quasi l’8% con il fotovoltaico (un record mondiale di cui si dovrebbe essere orgogliosi ai tempi della Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici), si è invertito.

Sì: in questo campo si è davvero “cambiato verso” ma nella direzione opposta a quella che si sarebbe dovuto percorrere. Qui purtroppo infatti le idee, i comportamenti, le scelte politiche del Presidente del Consiglio sembrano una efficace metafora di una smarrita capacità di innovazione e visione del futuro.

Renzi si presentò sulla scena politica italiana da “rottamatore” e nel suo discorso pubblico, nonché nei suoi programmi con cui vinceva elezioni fiorentine e primarie democratiche, erano centrali argomenti quali Green Economy, rinnovabili, consumo del suolo. Insomma sembrava efficacemente rappresentare, insieme al superamento di una vecchia classe dirigente “fossile”, la necessità che si dovesse marciare anche verso una modernità fossil free che, sul modello delle esperienze internazionali, più avanzate costruisse una nuova economia, oltre che una “nuova” politica. Invece da quando si è insediato a Palazzo Chigi le scelte concrete sembrano andare in una direzione diametralmente opposta e sostanzialmente conservatrice, più attenta agli interessi dei soliti big players che non di quel diffuso sistema di imprese italiane che ha puntato sull’innovazione tecnologica per fare efficienza, rinnovabili, chimica verde.

Il primo segnale si ebbe con lo “spalmaincentivi” sulle rinnovabili. Un provvedimento inutile (il risparmio sulle bollette è stato come avevamo previsto inavvertibile e inavvertito) e scellerato in quanto come ogni intervento retroattivo ha scoraggiato investimenti come persino la non certo rivoluzionaria Assoelettrica ha certificato. Ma poi le cose, dal punto di vista del segnale politico, sono persino peggiorate con il decreto “sblocca Italia”, nel quale la sacrosanta idea di semplificare e sburocratizzare veniva declinata in favore di ricerca ed estrazione di oil&gas, realizzazione di inceneritori e di qualche infrastruttura (prevalentemente stradale).

Come se fossero quelle – simbolo e materialità – della old Economy le opere da sbloccare. E l’economia circolare? I processi autorizzativi lunghissimi che fanno lievitare i costi per le energie rinnovabili? La mobilità sostenibile?

Nel frattempo, è vero, in Parlamento con un paio di anni di ritardo arrivava all’approvazione del “collegato ambientale” in cui c’erano un po’ di norme che dovrebbero favorire quel tipo di economia (e ora siamo in atteso dei soliti relativi decreti attuativi), ma nel sostanziale disinteresse di Renzi che mai ne ha fatto oggetto del suo discorso pubblico, se non in un ormai famoso tweet del 2 gennaio 2015 dove annunciava il Green Act. Ancora aspettiamo. E nel DEF adesso lo si prevede (forse) per il 2017.

Un disinteresse che ha portato Renzi a un clamoroso errore di posizionamento in occasione del referendum notriv. Dopo aver capito che le norme che liberalizzavano ricerca ed estrazione di petrolio e gas erano insostenibili politicamente e averci quindi rinunciato, invece di capire che marciare in quella direzione avrebbe comportato un’inevitabile perdita di consenso, da Palazzo Chigi non sono riusciti a evitare una consultazione su un quesito marginale e hanno preferito cullarsi in una facile vittoria (di Pirro) cavalcando l’astensionismo, piuttosto che comprendere che così si sarebbero allontanati ulteriormente da quelle fasce di elettorato più giovani anagraficamente, più moderne e dinamiche. Quelle stesse che in queste ore tutti osannano perché le più sagge nel Regno Unito e che infatti nel nostrano referendum mostrarono più propensione alla partecipazione.

Renzi sembra cogliere il segnale all’indomani della sconfitta alle amministrative quando scrive che tra le cose su cui si deve caratterizzare la nuova azione del PD ci devono essere proprio le energie rinnovabili. Ma invece fa questa conferenza stampa in cui parte da una battuta “si siamo al servizio di una lobby, quella delle rinnovabili”, per presentare un po’ di greenwashing dell’Eni che ha in programma di mettere pannelli fotovoltaici in 400 ettari di suoi terreni bonificati o da bonificare. Per carità, un segno dei tempi positivo che persino il nostro campione fossile debba iniziare a fare un po’ di rinnovabili. E poi i programmi di investimento (all’estero) di Enel su rinnovabili e la digitalizzazione dei contatori che si sarebbe comunque fatta in ogni caso. Per arrivare poi a presentare gli investimenti di Terna per la modernizzazione della rete.

Interlocuzione con chi fa (o vorrebbe fare) concretamente le rinnovabili e efficienza nel nostro Paese per capire cosa servirebbe davvero? Nessuna. Contatti con il Coordinamento Free (che riunisce tutte le associazioni di impresa di quei settori) che proprio in quelle ore organizzava sua assemblea annuale per ascoltare le proposte per il futuro che ci permetterebbero di raggiungere obiettivi ambiziosi? Zero. E così si torna a quando – sin dai tempi della Prima Repubblica e quasi senza soluzione di continuità – le scelte energetiche del nostro Paese erano affidate a Enel ed ENI.

Certo per fortuna almeno l’Enel è cambiata reagendo a ciò che succede nel resto del mondo e oggi è una delle più grandi utilities globali impegnate sull’innovazione. Ma che senso ha affidare agli interessi parziali di due imprese private scelte collettive? Sarebbe mai possibile nel resto del mondo? Merkel presenta la Energiewende insieme alle utilities tedesche? O piuttosto un Governo dovrebbe capire quali sono le prospettive future più promettenti, prendere sul serio ciò che viene detto nelle conferenze internazionali, comprendere che ormai i “fossili sono dalla parte sbagliata della storia”, studiare il sistema imprenditoriale italiano che anche in questo caso è fatto di piccole e medie imprese innovative (spesso costrette a lavorare all’estero), e cambiare una strategia e energetica vecchia per scegliere la modernità? Qui sta l’occasione persa. Il mondo va avanti. Noi rischiamo di restare indietro.

Morire di lavoro

di Emiliano Liuzzi – FQ, 11 aprile 2016 (pubblicato postumo)

Morire di Lavoro. E senza nessuna garanzia per chi resta.

Nemmeno sapere perché e come sia accaduto. Grazie ai governi di Enrico Letta e di Matteo Renzi, la legge che era in vigore nel 1965 è stata tanto semplificata che le società italiane con impianti in altri Paesi non devono neanche più comunicare all’Italia l’avvenuto infortunio.

Modifiche (nel 2014 con il Jobs Act, ad esempio) che hanno reso impossibile qualsiasi indagine per capire cosa sia realmente accaduto. Arriva una comunicazione dal governo libico piuttosto che kazako (luoghi dove, neanche a dirlo, lavora quasi esclusivamente l’Eni) che quasi sempre riporta l’arresto cardiocircolatorio. Che non è una causa di morte.

Quando viene restituito il corpo, in una cassa chiusa, ogni indagine è sostanzialmente impossibile. Questo vuol dire non vigilare sulla sicurezza e soprattutto dispensare l’azienda che assume i lavoratori in Italia e li spedisce all’estero (ancora l’Eni, in larga parte) da ogni tipo di risarcimento.

Una legge che esisteva dal 1965, disponeva che il datore di lavoro “deve, nel termine di due giorni, dare notizia all’autorità locale di pubblica sicurezza di ogni infortunio sul lavoro che abbia per conseguenza la morte o l’inabilità al lavoro per più di tre giorni”.

La denuncia deve essere fatta all’autorità di pubblica sicurezza del Comune in cui è avvenuto l’infortunio. Se l’infortunio sia avvenuto in viaggio e in territorio straniero, la denuncia deve essere fatta all’autorità di pubblica sicurezza “nella cui circoscrizione è compreso il primo luogo di fermata in territorio italiano” mentre per la navigazione marittima e la pesca marittima deve essere fatta alla autorità portuale o consolare competente.

La norma è stata abrogata dalla legge n. 98 del 2013 (il cosiddetto “Decreto del fare”). Tutto quello che ne segue è stato ricostruito dagli avvocati Luigi Pisanu e Ivano Iai di Sassari, che seguono il caso dell’infortunio mortale in Kazakistan di un lavoratore sardo impiegato dalla Elettra Energia S.p.A. in un cantiere gestito dalla Agip KCO, società di diritto olandese integralmente posseduta (manco a dirlo) dall’Eni. E qui corre l’obbligo di una parentesi.

Già, perché l’Eni, azienda statale, ha una serie di imprese controllate con sedi sparse tra paradisi fiscali e Paesi dove la pressione è più bassa o dove gestisce le proprie operazioni. C’è l’Agip Energy and Natural Resources, capitale di 5 milioni, che ha sede in Nigeria; la Burren Energy ltd, 62 milioni di capitale, che invece ha la sua sede alle Bermuda e alle Isole Vergini. Poi un’altra lunga serie di controllate tra Amsterdam, Londra e Cipro.

La mancata denuncia, poi, avrebbe dovuto anche essere corredata dalla precisa descrizione del fatto, dei nomi dei testimoni e del parere del responsabile della sicurezza aziendale. Un articolo che non esiste più.

L’infortunio dal quale gli avvocati sardi sono partiti è avvenuto in Kazakistan. Alla famiglia di Oreste Angioi, classe 1954, arrivano dopo diversi mesi dal decesso due certificati mortuari che attestano diverse date della morte: uno riporta come data il 15 marzo 2010, l’ altro dice il 14 marzo e cambia anche il luogo della morte.

La notizia sarebbe invece stata comunicata alla moglie e ai tre giovani figli il 16 marzo, per via telefonica. Un dettaglio, si fa per dire, che non è ancora stato chiarito. Soprattutto, la salma rientra in Sardegna quando sono ormai trascorsi dieci giorni e non è più possibile nessun esame autoptico anche e soprattutto perché, considerato che non è stata avvisata nessuna autorità di polizia italiana, bisogna fidarsi: del luogo dove l’incidente o il malore è avvenuto e sulle cause certificate di decesso che, anche stavolta, sono contraddittorie.

Quel che è certo è che Oreste Angioi, originario di Ottana in provincia di Nuoro (nota area di crisi del centro Sardegna, segnata proprio dalle dismissioni dell’Eni e dall’inquinamento), dopo una lunga serie di contratti di lavoro con la Elettra Energia S.p.A., quando muore ha un contratto a tempo determinato. Ed è particolare: sei ore al giorno che, però, in forza di un accordo integrativo, diventano dieci.

La visita medica disposta dall’azienda imponeva di evitare all’operaio lavori in altezza e qualsiasi sforzo. Ma la società ha continuato a sfruttare il dipendente fino alla morte, per poi cancellare ogni traccia. Anche l’ultima, quella della disposizione che prevede l’obbligo di comunicare il decesso alle autorità italiane, sebbene all’epoca dei fatti l’articolo 54 fosse ancora in vigore: l’Eni già sapeva che presto sarebbe diventata un’abrogatio ad personam, anzi ad societatem: ne ha semplicemente anticipato l’applicazione.

Non solo: il lavoratore aveva l’obbligo, prima di poter rientrare a casa, di lavorare 41 giorni di seguito. In un ambiente dove durante la stagione invernale si raggiungono i 35 – 40 gradi sotto lo zero e nei mesi caldi punte di 45 gradi. E con un aspetto allarmante: Angioi non poteva lavorare in condizioni climatiche estreme, né stressanti, come da precise raccomandazioni scritte del medico aziendale al datore di lavoro, in quanto affetto da fibrillazione atriale.

I velENI del Pertusillo

segnalato da Barbara G.

“Io rovinato per aver fatto il mio dovere. E per aver raccontato i veleni del petrolio in Basilicata prima di tutti”

In un colloquio con Il Fatto Quotidiano lo sfogo di Giuseppe Di Bello, tenente di polizia provinciale ora spedito a fare il custode al museo di Potenza per le sue denunce sull’inquinamento all’invaso del Pertusillo

di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it, 04/04/2016

“Mi chiamo Giuseppe Di Bello, sono tenente della polizia provinciale ma attualmente faccio il custode del Museo di Potenza. Da sei anni sono stato messo alla guardia dei muri, trasferito per punizione perché ho disonorato la divisa che porto. L’ho disonorata nel gennaio del 2010 quando mi accorgo che la ghiaia dell’invaso del Pertusillo si tinge di un colore opaco. Da bianca che era la ritrovo marrone. Affiora qualche pesciolino morto. L’invaso disseta la Puglia e irriga i campi della Lucania. Decido, nel mio giorno di riposo dal lavoro, di procedere con le analisi chimiche. Evito di far fare i prelievi all’Arpab, l’azienda regionale che tutela la salute, perché non ho fiducia nel suo operato. Dichiara sempre che tutto è lindo, che i parametri sono rispettati e io so che non è così. L’Eni pompa petrolio nelle proprie tasche, e lascia a noi lucani i suoi veleni. Chiedo la consulenza di un centro che sia terzo e abbia tecnologia affidabile e validata. Pago con soldi miei. Infatti le analisi confermano i miei sospetti. C’è traccia robusta di bario, c’è una enorme concentrazione di metalli pesanti, tutti derivati da idrocarburi. E’ in gioco la salute di tutti e scelgo di non attendere, temo che quei documenti in mano alla burocrazia vadano sotterrati, perduti, nascosti. Perciò le analisi le affido a Maurizio Bolognetti, segretario dei radicali lucani, affinché le divulghi subito. Tutti devono sapere, e prima possibile!

Decido di denunciare i fatti alla magistratura accludendo le analisi che ho fatto insieme a quelle precedenti e ufficiali dell’Arpab molto più ottimistiche e tranquillizzanti ma comunque anch’esse costrette a rilevare delle anomalie. Alla magistratura si rivolge anche l’assessore regionale all’Ambiente che mi denuncia per procurato allarme. Il presidente della Regione, l’attuale sottosegretario alla Salute Vito De Filippo, dichiara pubblicamente che serve il pugno duro. Infatti così sarà. I giudici perquisiscono l’abitazione di Bolognetti alla ricerca delle analisi, che divengono corpo di reato. Io vengo denunciato per violazione del segreto d’ufficio, sospeso immediatamente dall’incarico e dallo stipendio (il prefetto mi revocherà per “disonore” anche la qualifica di agente di pubblica sicurezza) mentre l’invaso del Pertusillo si colora improvvisamente di rosso, con una morìa di pesci impensabile e incredibile. Al termine dei due mesi di sospensione vengo obbligato a consumare le ferie. Parte il procedimento disciplinare, mi contestano la lesione dell’immagine dell’ente pubblico e mi pongono davanti a un’alternativa: andare a fare l’addetto alla sicurezza del museo o attendere a casa la conclusione del processo. E’ un decreto di umiliazione pubblica. Ma non mi conoscono e non sanno cosa farò.

Infatti accetto l’imposizione, vado al museo a osservare il nulla, ma nel tempo libero continuo a fare quel che facevo prima. Costituisco un’associazione insieme a una geologa, una biologa e a un ingegnere ambientale e procedo nelle verifiche volontarie. Vado col canotto sotto al costone che ospita il pozzo naturale dove l’Eni inietta le acque di scarto delle estrazioni petrolifere. In linea d’aria sono cento metri di dislivello. Facciamo le analisi dei sedimenti, la radiografia di quel che giunge sul letto dell’invaso. Troviamo l’impossibile! Idrocarburi pari a 559 milligrammi per chilo, alluminio pari a 14500 milligrammi per chilo. E poi manganese, piombo, nichel, cadmio. E’ evidente che il pozzo dove l’Eni inietta i rifiuti non è impermeabile. Anzi, a volerla dire tutta è un colabrodo!

La striscia di contaminazione giunge fino a Pisticci, novanta chilometri a est, e tracce di radioattività molto superiori al normale e molto pericolose sono rintracciate nei pozzi rurali da dove i contadini traggono l’acqua per i campi, per dissetare gli animali quando non proprio loro stessi. La risposta delle istituzioni è la sentenza con la quale vengo condannato a due mesi e venti giorni di reclusione, che in appello sono aumentati a tre mesi tondi. Decido di candidarmi alle regionali, scelgo il Movimento Cinquestelle. Sono il più votato nella consultazione della base, ma Grillo mi depenna perché sono stato condannato, ho infangato la divisa, sporcato l’immagine della Basilicata. La Cassazione annulla la sentenza (anche se con rinvio, quindi mi attende un nuovo processo). Il procuratore generale mi stringe la mano davanti a tutti. La magistratura lucana ora si accorge del disastro ambientale, adesso sigilla il Costa Molina. Nessuno che chieda a chi doveva vedere e non ha visto, chi doveva sapere e ha taciuto: e in quest’anni dove eravate? Cosa facevate?”.