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LEAVE

Brexit, i risultati in diretta: vince il Leave col 52%. Regno Unito fuori da Ue. Farage: “Indipendence Day, via Cameron”

Inghilterra e Galles votano per uscire dall’Unione, Scozia e Irlanda del Nord per restare. Il leader storico degli euroscettici dell’Ukip canta vittoria: “Questa è l’alba di un Regno Unito indipendente, è arrivato il momento di liberarci da Bruxelles. Ora il premier si dimetta”. Male le Borse, crollano le asiatiche. Spread in forte rialzo.

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Il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea: nel referendum sulla cosiddetta Brexit i cittadini britannici hanno votato con il 52% per l’uscita dall’Ue. Il leader storico degli euroscettici dell’Ukip, Nigel Farage, canta vittoria: “Questa è l’alba di un Regno Unito indipendente, oggi è il nostro Independence Day, è arrivato il momento di liberarci da Bruxelles”. Alla domanda se Cameron, che ha indetto il referendum nel 2013 e una campagna per rimanere nella Ue, dovrebbe dimettersi Farage ha detto: “Immediatamente“. Ma dal governo arrivano segnali in senso contrario: Cameron “resterà primo ministro e darà seguito alla volontà del popolo britannico”, ha detto il ministro degli Esteri Philip Hammond, secondo un tweet dellaBbc.

I primi dati e le prime analisi avevano fatto pensare ad una vittoria del fronte Remain. Poi, via via che i numeri ufficiali hanno iniziato ad affluire, ci si è resi conto che la realtà era radicalmente diversa da quella prospettata da sondaggisti e analisti. I primi ad accorgersene sono stati i mercati che, dopo un apertura entusiastica, spinta dai sondaggi effettuati a urne aperte, hanno fatto segnare una netta inversione di tendenza facendo sprofondare la sterlina a livelli che non conosceva da metà anni ottanta.

Poi sono arrivati i broker, che hanno deprezzato la vittoria del Leave. Uno dopo l’altro sono arrivati i risultati delle periferie, delle campagne, di quelle zone del paese che maggiormente si trovano a dover fare i conti con un mercato del lavoro sempre più difficile, con la paura dell’immigrazione e la frustrazione di non riuscire a garantire un futuro dignitoso per i propri figli. Sono loro i fautori della vittoria del fronte Leave. Una classe popolare spaventata dal futuro, insoddisfatta dal proprio presente, che preferisce compiere un salto nel buio votando la Brexit.

Un evento deflagrante, che porta la firma della destra populista, quella dell’Ukip di Nigel Farage, quella dei conservatori euroscettici di Boris Johnson. Quella di chi ha condotto una campagna – a tratti violenta – contro l’immigrazione e contro l’integrazione. Una vittoria, quella del Leave, che è stata strappata con le unghie e con i denti contro il volere e le previsioni della finanza, contro il volere e le previsioni dei poteri forti, contro i sondaggi, contro gli appelli, contro l’opinione e gli sforzi dei principali partiti e dei leader internazionali. La Brexit ha vinto. Circa 17 milioni di britannici (il 52% degli elettori) hanno segnato il destino del Paese, aprendo una ferita profonda, destinata a far sentire le sue conseguenze anche nel resto del Continente, chiamato ora a fare i conti con un’ondata di euroscetticismo senza precedenti.

La realtà è che il risultato del referendum, consegna alla storia un Paese frammentato e c’è da immaginarsi che le conseguenze, prima ancora che su un piano internazionale, si faranno sentire in terra britannica. Scozia (dove il Remain ha vinto in tutti i 32 distretti in cui è suddiviso il Paese con 1.661.191 voti contro i 1.018.322 andati al Leave, con un’affluenza del 67,2%) e Irlanda del Nord (ha vinto il fonte degli euroconvinti con 440.437 voti, il 55,78% dei voti , contro i 349.442 andati agli euroscettici, con un’affluenza del 62,9%) hanno votato per rimanere, il Galles e l’Inghilterra per uscire. Una frattura che tornerà a far parlare di separazione.

Un’ipotesi ventilata nelle settimane della campagna elettorale, che ha trovato subito conferma nelle in dichiarazioni ufficiali pronunciate questa mattina, a risultati non ancora definitivi. Il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha prima espresso soddisfazione per il risultato del suo Paese, sottolineando che “Tutta la Scozia è per il Remain”, aggiungendo poi che vede il futuro del proprio Paese “come parte dell’Unione Europea”.”La Scozia – ha ricordato, parlando prima dell’ufficializzazione della vittoria della Brexit – ha contribuito in modo significativo al voto per restare. Questo riflette la campagna positiva che il Partito nazionale scozzese ha combattuto, sottolineando i benefici dell’adesione alla Ue, e la gente in Scozia ha risposto in modo positivo”.

Reazione speculare anche Irlanda del Nord, dove a parlare è lo Sinn Fein che non ha tardato a far sapere che l’esito del voto accelera il processo di separazione dal Regno Unito. Il presidente onorifico del partito repubblicano nordirlandese, Declan Kearney, ha fatto sapere che la vittoria della Brexit deve portare a un nuovo referendum sull’unità dell’Irlanda. “Il governo britannico ha perso ogni mandato che doveva rappresentare gli interessi economici o politici dell’Irlanda del Nord”, ha detto il leader della formazione, l’ex braccio politico dell’esercito repubblicano irlandese (IRA).

Male le Borse, crollano le asiatiche – La sorpresa è stata forte e i crolli sui mercati proporzionati: nelle ore dello spoglio i listini sono crollati (sterlina -10%, la Borsa di Tokyo ha toccato punte di calo dell’8%, i futures sull’avvio della Borsa di Londra sono arrivati a cedere il 9%), mentre i beni rifugio (oro e derivati sui titoli di Stato Usa) stanno ovviamente correndo.

Il mercato azionario di Tokyo – che ha applicato il ‘circuit breaker‘ per inibire le funzioni di immissione e modifica degli ordini limitando i ribassi troppo elevati – è il listino borsistico aperto durante lo spoglio del voto che ha accusato maggiormente il colpo, arrivando a perdere con l’indice Nikkei fino all’8,17%, lasciando sul terreno oltre 1.300 punti. La Banca del Giappone è pronta a fornire liquidità, se necessario, per garantire la stabilità dei mercati, ha detto il governatore, Haruhiko Kuroda.

Hong Kong scende oltre il 4%, con Seul, Sidney e Mumbai che cedono più del 3%. Meno accentuati (attorno ai due punti percentuali) i cali di Singapore, Bangkok e Jakarta, mentre anche le Borse cinesi – che in un primo momento hanno provato a tenere – dopo la la pausa di metà seduta raddoppiano le perdite: Shanghai perde scende di oltre il 2% e Shenzhen più del 3%.

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ASPIRAPOLVERE VS BAZOOKA, QUESTO È IL DILEMMA CHE VA OLTRE LA BREXIT

di Marco Gaiazzi – glistatigenerali.com, 23 giugno 2016

“Mio padre ha combattuto i tedeschi non per farci dare ordini da loro 70 anni dopo”. Sta nella risposta di questa signora inglese il nocciolo vero della complessa partita in gioco con la Brexit.

Ed in effetti, se l’intero progetto europeo finisce per identificarsi con le desiderata di uno solo dei Paesi membri, significa che abbiamo un problema, che l’Europa, come progetto, ha un problema.

C’è voluto l’ex Governatore di Bankitalia Antonio Fazio a riportare al centro della discussione il ruolo che la Germania ha avuto e ha tutt’ora nelle dinamiche economiche nel vecchio continente. Fazio, ripreso da Libero in un articolo dell’ottimo Franco Bechis, stigmatizza senza mezzi termini il tema dei temi: il surplus tedesco, indicato come il killer dell’euro.

Se ne parla molto sul web ma poco o niente sui giornali o nei salotti tv. Forse perché materia ostica. Eppure serve ribadire il concetto perché “that is the question”: aspirapolvere contro Bazooka, chi la spunterà?

A giudicare dal significato intrinseco di queste parole non può che vincere il bazooka. Purtroppo non è così. Lo vado dicendo da almeno un anno. Il Quantitive Easing di Draghi non serve a nulla, quanto meno non per l’obiettivo principale per cui, così ci hanno detto, è stato armato, ossia riportare l’inflazione al 2%. E non serve per una moltitudine di motivi, il più macroscopico dei quali è l’aspirapolvere di cui sopra.

Il bazooka di Draghi spara soldi, l’aspirapolvere della Merkel aspira tutto, annullandone l’effetto.

Come si può pensare di scaldare i prezzi (in soldoni con più domanda interna in ciascun Paese) se in Europa ci sono alcuni Stati, Germania in testa, che esportano centinaia di miliardi di euro di inflazione, creando così deflazione?

La Germania esporta molto più di quello che importa e lo fa sì verso gli altri Paesi europei ma, si badi, molto di più verso i Paesi non europei. In sostanza il surplus tedesco, in assoluta violazione dei trattati, da molti anni ormai viaggia ben al di sopra della soglia del 6% del Pil imposta dagli accordi. E per fare questo la Germania ha implementato politiche di austerità salariale molto marcate con l’obiettivo di mantenere stitica la domanda interna, di abbassare il costo per unità prodotto, di vendere sui mercati mondiali prodotti di qualità a bassi prezzi, con ricadute in termini di sostanziale piena occupazione. Non solo. E poi riuscita, forte del suo ruolo di locomotiva, ad imporre facendo pressing stretto su Bruxelles altrettanta austerità sui bilanci pubblici degli altri Paesi europei confinanti. Austerità che ha acuito le recessioni in corso, creando disoccupazione, riduzione dei salari e falcidiando la domanda.

L’insieme di queste pratiche ha permesso alla Merkel di affrancare le proprie esportazioni dell’area europea (ed esserne così meno dipendente) a vantaggio dell’export worldwide.

Queste politiche, in atto da anni, hanno creato degli squilibri di tale gravità che Berlino si meriterebbe non una ammonizione bensì un rosso diretto. Eppure, al di là di un blando richiamo, nessuno si è permesso di ammonire la Germania con la stessa decisione e veemenza verbale usate, ad esempio, dal ministro Schäuble contro Italia, Grecia o Spagna per altre questioni.

Per dirla ancora più chiaramente, il progetto era questo: la Bce taglia i tassi, stampa moneta e tra aste di liquidità e acquisto di bond corre in aiuto delle banche che, avendo più risorse, dovrebbero erogare più credito a imprese e famiglie, al fine di sostenere la domanda interna e generare inflazione e Pil. L’ultimo passaggio, quello forse più importante, come si è visto non ha funzionato e gli utilizzatori finali della moneta, cioè noi, questo flusso di capitali non lo hanno visto neanche col binocolo. Non solo, tutta quella moneta stampata con l’obiettivo di creare inflazione ha visto risucchiato il suo potenziale effetto da uno tsunami di dimensioni eccezionali rappresentato dal surplus tedesco che permette così alla Germania di ottenere, dal combinato disposto di tutti questi elementi, il massimo vantaggio.

Tutto questo è aberrante e non v’è chi non veda che in campo c’è una sola squadra che gioca una partita senza arbitro né rivali.

L’unica cosa saggia da fare sarebbe (ma bisognava farlo anni fa) implementare un grande piano Marshall europeo, un piano di investimenti pubblici-europei-comunitari di dimensioni bibliche. Al netto degli annunci fatti da Juncker il cui piano da 300 mld è fuori dai radar. Faccio sommessamente notare che Obama in 8 anni di mandato ha implementato periodicamente investimenti infrastrutturali per centinaia di miliardi di dollari, l’ultimo dei quali ammonta a 302 miliardi per l’esattezza per il triennio 2015-2018. A conferma del fatto che non basta avere i soldi nel portafoglio per far ripartire l’economia, i soldi vanno spesi e bene.

Tornando alla nostra signora inglese mi domando: perché stare in una Europa che sembra parlare solo tedesco? Per lo stesso motivo per cui 70 anni fa suo padre combattè sul campo. L’Europa di pace è stata una conquista di tutti, non va lasciata nelle mani di uno solo.

La crisi che viene dal Nord

segnalato da marco

AEP: LA FINLANDIA CHE DISCUTE IL “FIXIT” È L’ULTIMO ATTO D’ACCUSA CONTRO L’EURO

Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph parla della Finlandia, paese che, seppure additato come archetipo della competitività della UEM, ha perso un quarto della sua industria dal 2008 a causa della crisi indotta dal cambio fisso sopravvalutato rappresentato dall’euro. La situazione economica è così grave che il parlamento finlandese è stato impegnato da una petizione di 50mila cittadini a discutere del Fixit, l’uscita dall’unione monetaria, nel 2016: l’ultima di una lunga serie di crisi che scuote dalle fondamenta l’Unione Europea, e che questa volta coinvolge uno dei paesi core ritenuti “modello”.

di Ambrose Evans Pritchard, 18 novembre 2015 – da vocidallestero.it, 21/11/2015

La Finlandia sta scivolando sempre più nella recessione economica, prova principale del fallimento della moneta unica e, per i difensori teorici dell’euro, una saga ancora più preoccupante della crocifissione della Grecia.

A ben sei anni e mezzo dall’inizio dell’attuale espansione globale, il PIL della Finlandia è del 6pc di sotto del suo precedente picco. Sta soffrendo una crisi più profonda e più prolungata del crollo post-sovietico dei primi anni ’90, o della Grande Depressione degli anni ’30.

Nessuno può accusare la Finlandia di essere spendacciona, o indisciplinata, o tecnologicamente arretrata, o corrotta, o prigioniera di una oligarchia consolidata, quel tipo di accuse avanzate contro greci e latini.

Il debito pubblico del paese è al 62pc del PIL, inferiore a quello della Germania. La Finlandia è stata a lungo additata nell’unione monetaria come l’archetipo dell’austerità, della determinazione, e della super-flessibilità, l’unico membro della periferia che si presumeva avesse fatto i compiti a casa prima di entrare nell’unione monetaria e potesse quindi far fronte alle avversità.

La Finlandia è la prima della UE nell’indice di competitività globale del World Economic Forum. E’ prima in tutto il mondo per le scuole primarie, l’istruzione superiore e la formazione, l’innovazione, i diritti di proprietà, la tutela della proprietà intellettuale, il quadro normativo e l’affidabilità legale, le politiche anti-monopolio, i collegamenti delle università in ricerca e sviluppo, la disponibilità delle tecnologie più recenti, così come per gli scienziati e gli ingegneri.

Il suo profilo quasi perfetto demolisce l’affermazione centrale del ministero delle Finanze tedesco – attraverso il suo portavoce a Bruxelles – secondo la quale i paesi nella UEM vanno incontro a guai seri solo se non si impegnano nelle riforme e spendono troppo.

Il paese è stato ovviamente colpito da una serie di shock asimmetrici: il collasso del suo campione hi-tech, Nokia, il crollo dei prezzi delle materie prime forestali, e la recessione in Russia.

Il punto importante è che adesso il paese non può difendersi. La Finlandia è intrappolata da un tasso di cambio fisso e dalla camicia di forza fiscale del Patto di Stabilità, un costrutto avvocatesco che non è mai stato pensato per tali circostanze. Il Patto è stato applicato in ogni caso, perché le regole sono regole e perché i leader del blocco teutonico hanno la fissazione che l’azzardo morale dilagherà se qualche paese del nucleo dell’unione monetaria dà un cattivo esempio.

La produzione della Finlandia si è ridotta ulteriormente dello 0.6pc nel terzo trimestre e la recessione del paese si sta trasformando da triennale a quadriennale. Gli ordini industriali sono scesi del 31pc a settembre. “E ‘inquietante”, ha detto Pasi Sorjonen, da Nordea.

La Svezia è stata in grado di navigare tra shock simili lasciando che la sua moneta si svalutasse nei momenti chiave negli ultimi dieci anni. Il PIL svedese adesso è del 8pc al di sopra del suo livello pre-Lehman.

La divergenza tra la Finlandia e la Svezia è sconcertante per due economie nordiche con così tanto in comune, e questo ha riacceso il dormiente movimento anti-euro della Finlandia.

Il parlamento finlandese l’anno prossimo terrà le udienze ‘Fixit’ sull’uscita dall’unione monetaria e sul ritorno al marco, la moneta che ha salvato la Finlandia nei primi anni ’90 (una volta abbandonata la malaccorta politica del marco pesante e del cambio fisso con l’ECU).

Paavo Väyrynen, eurodeputato e presidente onorario del partito di governo Centro, ha obbligato il parlamento ad inserire le audizioni in agenda dopo aver raccolto 50.000 firme. “La zona euro non è un’area valutaria ottimale e le persone stanno diventando consapevoli delle vere ragioni della nostra crisi”, ha detto.

“Siamo in una situazione simile a quella dell’Italia e abbiamo perso un quarto della nostra industria. Il nostro costo del lavoro è troppo alto”, ha detto.

Gli elettori in Svezia e Danimarca hanno impedito ai loro governi di abolire le proprie vecchie valute. Gli elettori finlandesi non hanno mai avuto un referendum per esprimersi. La decisione di aderire all’euro fu imposta a scapito di una diffusa opposizione, e fu camuffata come una questione di sicurezza nazionale.

Väyrynen ha detto che il campo pro-euro ha incitato alla minaccia russa negli anni ’90, sostenendo che la Finlandia aveva bisogno di legarsi il più profondamente possibile a tutti gli aspetti del sistema UE per una maggiore sicurezza (sebbene senza entrare nella Nato, l’organizzazione più importante per la difesa). “Hanno giocato la carta della politica estera. Era un trucco “, ha detto.

E’ difficile evitare la conclusione che la Finlandia ha gestito i suoi affari economici con più abilità negli anni ’20 e ’30 sotto la guida di Risto Ryti (molto apprezzato da Lord King, ex Governatore della Banca d’Inghilterra), che comprese i mali causati da un disallineato del tasso di cambio, e liberò in anticipo il suo paese dalle devastazioni del Gold Standard nel 1931. Non sarebbe mai stato sedotto dalle facili promesse dell’unione monetaria.

Ryti era un anglofilo antinazista. Per una tragica sequenza di eventi si trovò costretto ad allearsi con Hitler contro Stalin, e, infine, in guerra con la Gran Bretagna. E ‘probabilmente l’unica volta nella storia che due democrazie sviluppate si sono fatte guerra.

La Banca d’Inghilterra cercò di intercedere alla fine della seconda guerra mondiale per impedire che fosse trattato come un criminale di guerra (come richiesto da Stalin), ma non ci riuscì. Fu condannato ai lavori forzati. Ma sto divagando.

La coalizione di centro-destra che governa la Finlandia è determinata a portare avanti una ‘svalutazione interna’, esattamente la politica che ha destinato mezza Europa al ciclo debito-deflazione quattro anni fa e che ha fatto si che il rapporto debito-PIL salisse ancora più velocemente attraverso l’effetto denominatore. Questa politica rischia di essere di per sé controproducente anche per la Finlandia, dato che il debito delle famiglie è oltre il 100pc del PIL.

Il governo non è riuscito ad ottenere un patto sociale con i sindacati, così adesso sta cercando di aggirarli  sgretolandone il potere di contrattazione collettiva – l’ultimo esempio di come il sistema dell’euro erode i diritti dei lavoratori ed è fondamentalmente incompatibile con i valori politici della sinistra. I sindacati hanno lanciato i più grandi scioperi da due decenni a questa parte nel mese di settembre.

Resta per me un mistero il motivo per cui la sinistra europea continua a chiedere scusa per quelle che possono essere descritte soltanto come politiche reazionarie, ma il clima sta finalmente cambiando. Stefano Fassina, un socialdemocratico e vice ministro alla finanza italiano, sta guidando un’iniziativa per creare un’”alleanza di fronti di liberazione nazionale” che abbracci Sinistra e Destra per rovesciare l’ordine della UEM.

Il signor Fassina, il tedesco Oskar Lafontaine, il francese Jean-Luc Mélenchon, e il greco Yanis Varoufakis, hanno aperto uno di questo fronti a Parigi durante il fine settimana, proponendo un ‘Piano B’ di valute parallele e, infine, l’uscita dall’euro se la UEM continua ad applicare politiche di contrazione e ad operare al di fuori del controllo democratico – come sostengono.

La Finlandia si sta scavando una fossa sempre più profonda. Il Fondo Monetario Internazionale ha messo in guardia questa settimana contro  l’adozione di eccessiva austerità e di tagli “prociclici” prima che l’economia sia abbastanza forte da sostenerla.

Il FMI ha parlato a bassa voce ma il messaggio era chiaro. La Finlandia non dovrebbe nemmeno pensare ad un ulteriore carico di contrazione fiscale o a tagliare gli investimenti in un momento in cui il suo output gap è il 3.2pc del PIL.

Le autorità finlandesi hanno ammesso nella loro risposta all’articolo IV del rapporto del FMI che non avevano scelta, perché dovevano rispettare il Patto di Stabilità. Questo è ciò che è diventato in Europa il processo decisionale sulle politiche da adottare.

Alcuni in Finlandia si erano affrettati a lanciare pietre contro la Grecia durante la crisi del debito, apparentemente inconsapevoli in quel momento che anche loro vivevano in una casa dalle pareti di vetro. La loro storia non è poi così diversa dai disastri della UEM che si sono verificati nel Sud.

I tassi di interesse erano troppo bassi per i bisogni della Finlandia durante il boom delle materie prime, e questo ha causato il surriscaldamento dell’economia. Il costo unitario del lavoro è aumentato vertiginosamente fino al 20pc a partire dal 2006, lasciando il paese a secco quando la festa è finita. Il debito pubblico era basso ma il debito privato era alto (similmente a Spagna e Irlanda). La crisi ha colpito più tardi solo perché la bolla delle materie prime non è scoppiata fino al 2012.

Il movimento ‘Fixit’ è un colpo di avvertimento, come lo è l’elezione in Portogallo di una maggioranza di tre partiti di sinistra che giurano di strappare il copione dell’austerità – e ancora bloccati dal formare un governo per un pretesto costituzionale quasi sei settimane dopo la votazione.

La zona euro potrebbe godere in questo momento di una parziale ripresa, grazie allo stimolo di euro a basso costo, petrolio a buon mercato, e quantitative easing, ma ha sprecato un ciclo economico globale completo ed è a corto di tempo per ripristinare le difese prima che colpisca la prossima tempesta globale.

Quando la tempesta colpirà, il debito totale, pubblico e privato, sarà al 270pc del PIL, 36 punti percentuali in più di quanto fosse appena prima della crisi di Lehman nel 2008. La società avrà già subito quasi un decennio di disoccupazione di massa, e il capitale politico delle elites della UEM sarà quasi esaurito.

La domanda deve essere fatta in ogni caso: se l’euro non è fatto per funzionare in quello che dovrebbe essere il paese più competitivo in Europa, per chi può funzionare?

Autoritarismo emergenziale (ovvero fine della democrazia)

Luciano Gallino: “La fine della democrazia? Iniziò con Thatcher. E continua con Renzi”

Il voto dei cittadini conta sempre di meno, i margini di manovra dei governi eletti – quando sono davvero eletti – sono sempre più ridotti. La logica dell'”autoritarismo emergenziale” fa il resto. Un vizio che, secondo il sociologo, ha origine negli anni Ottanta e nell’avvento del neoliberismo. Così le riforme volute dal presidente del consiglio “rispetto alla gravità della crisi si collocano tra il dramma e la barzelletta”. Come venirne fuori? “Affiancando all’euro una moneta parallela. A meno che non sia la Gemania a buttarci fuori”.

“La vera società non esiste: ci sono uomini e donne, e le famiglie”, spiegava Margaret Thatcher nel lontano 1980. L’inizio della fine della democrazia che l’Europa sta vivendo nel 2015, l’annus horribilis in cui Banca centrale Europea e Fmi piegano il volere di cittadini e governo greco, è lì. All’origine dell’applicazione pratica delle politiche neoliberiste, sostiene il sociologo Luciano Gallino. Fosse stato per la Scuola di Chicago di Milton Friedman, i Chicago Boys, i pensatori che costruirono l’impero teorizzando che il mercato si regola da solo, e che meno stato nell’economia meglio è, si sarebbe già potuto iniziare nei primi anni Settanta. Giusto il tempo degli ultimi fuochi keynesiani dei “Trente Glorieuses” (1945-75), quelli della ripresa economica improntata sul risparmio e sul welfare, sulle istituzioni statali indipendenti e sovrane rispetto ai fondi monetari, alle banche mondiali, alla rapacissima finanza. Il big bang lo fa deflagrare quella signora dalla permanente un po’ blasé, assieme all’ex attore hollywoodiano Ronald Reagan, che cominciano ad asfaltare sindacati e sindacalizzati, a cancellare il sistema di welfare a protezione delle fasce più deboli. Le tornate elettorali cominciano a diventare un optional. Governi conservatori o progressisti, europei o statunitensi, agiscono tutti verso la stessa direzione: smantellare lo stato sociale e privatizzare i servizi pubblici. Tanto ci pensa il mercato.

“Il potere economico nella forma che conosciamo si chiama capitalismo e per un certo periodo nel dopoguerra al capitalismo sfrenato si è potuto opporre qualche ostacolo favorendo prima di tutto la crescita economica e sociale di lavoratori e ceti medi”, spiega Gallino, ordinario di sociologia all’Università di Torino dal ’71 al 2002, e autore di un volume sul tema intitolato “Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa” (Einaudi). Per lo stesso editore sta per pubblicare “Il Denaro, il debito, la doppia crisi”. “Dopo il 1980 però comincia la controffensiva neoliberale che ha avuto la meglio su tutti i governi d’Europa compresi quelli socialisti e socialdemocratici che non erano differenti nella pratica da quelli neoliberali e conservatori – continua Gallino –È stata una rivincita delle classi dominanti che ha avuto un successo straordinario. L’unico governo da allora ad oggi non allineato è forse quello greco di Tsipras”.

Ma come si è innescata la stessa dinamica impositiva del credo neoliberista nelle istituzioni e nel governo dell’Unione Europea?

A partire dagli anni Ottanta, a partire dagli Stati Uniti ma con un grosso contributo delle nazioni europee, si è affermato il processo cosiddetto della “finanziarizzazione”, per cui interessi e paradigmi finanziari hanno avuto la meglio su qualsiasi altro aspetto socio-economico. Il percorso di liberalizzazioni avviato in Usa da Reagan è avvenuto anche in Gran Bretagna con la Thatcher, e in Francia ad opera nientemeno che di un socialista come Mitterand. Tutto ciò ha fatto sì che il sistema ‘ombra’ delle banche, non assoggettabile in pratica ad alcune forma di regolazione, oggi valga quanto il sistema bancario che lavora per così dire alla ‘luce del sole’. Sono stati compiuti eccessi non immaginabili in campo finanziario, che hanno fortemente danneggiato l’economia reale. Qualunque dirigente o imprenditore di fronte alla possibilità di fare il 15% di utile speculando a livello finanziario o il 5% producendo beni reali, ha cominciato a scegliere la prima opzione senza stare più a pensarci troppo.

Poi c’è stata la crisi del 2007-2008…

Una crisi causata soprattutto dalla “finanziarizzazione”, non disgiunta dalla stagnazione dell’economia reale. A cui si dovevano far seguire serie riforme a livello bancario e finanziario, anche solo tornando alle regole, tipo la legge Glass-Steagall del ‘33, che avevano assicurato 50 anni di stabilità. Però non si è fatto nulla. Le banche e il sistema finanziario sono tornate più grosse, prepotenti e invadenti di prima della crisi. L’euro e la superiorità della Germania riflettono i risultati della finanziarizzazione. Va detto che la politica tedesca è stata quella di comprimere i salari dei propri lavoratori, e di utilizzare fiumi di forniture a basso prezzo dai paesi industriali dell’Est per favorire le proprie esportazioni in modo incredibile. Nel 2014 l’eccedenza degli incassi tra import ed export è stata di 200 miliardi di euro. I crediti di qualcuno sono però i debiti di qualcun altro: spesso dei paesi impoveriti sotto il predominio della Germania, alla quale l’euro ha giovato moltissimo, impedendo agli altri paesi di svalutare la propria moneta per stare dietro alla competitività tedesca.

Il caso greco sarà quindi il primo di tanti altri che arriveranno?

Sì. Con la Grecia i tedeschi hanno detto: “Umiliarne uno per educarne diciotto”, se parliamo dell’eurozona. Ne seguiranno altri. La Germania procede con decisione, la sua industria e le sue banche sono pesantemente coinvolte nel meccanismo infernale che hanno messo in moto. Dopo la Grecia toccherà all’Italia, alla Spagna, e anche alla Francia.

Eppure il presidente Renzi ogni giorno vara una nuova riforma…

Le riforme di Renzi si collocano tra il dramma e la barzelletta. Rispetto alle dimensioni del problema, alla gravità della crisi, il Jobs Act è una stanca ricucitura di vecchi testi dell’Ocse pubblicati nel 1994 e smentiti dalla stessa Ocse: la flessibilità non aumenta l’occupazione. Abbiamo perso il 25% della produzione industriale, il 10-11% di Pil, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono penosamente modesti. I giochetti delle riforme sono l’apoteosi preoccupante del fatto che il governo non ha la più pallida idea dei problemi reali del paese; o forse ce l’hanno ma procedono per la loro strada di passiva adesione alle politiche di austerità.

C’è chi vede la capitolazione greca di fronte alla fermezza Bce e Fmi come l’atto più antidemocratico avvenuto in Europa negli ultimi vent’anni. Che ne pensa?

“Il ministro Schauble, il mastino della Germania e dell’euro, sta preparando altre strettoie dittatoriali per rafforzare il dominio tedesco sugli altri paesi dell’eurozona. A me pare che per un paese che vale demograficamente un ottavo della Germania, tener testa per cinque mesi agli ottusi e feroci burocrati di Bruxelles, della Bce e del Fmi sia un altissimo riconoscimento, un grande esempio di dignità politica. L’Italia è lontana anni luce dalla Grecia. Siamo un paese economicamente molto più pesante e di fronte ai memorandum europei avremmo potuto ottenere risultati maggiori; ma questi neoliberali che ci governano rappresentano le classi sociali alleate con la finanza che ci domina.

Renzi un neoliberale come Reagan e la Thatcher?

Sì. Anche Monti arrivò da Bruxelles, grazie all’intervento di Napolitano, per fare il gendarme delle più grandi insensatezze mai immaginate in campo economico: il pareggio obbligatorio di bilancio inserito addirittura in Costituzione, le riforme regressive del lavoro, i tagli forsennati alle pensioni. La Commissione Europea e la Bce ci mandano lettere che assomigliano ai feroci memorandum mandati alla Grecia. Ci manca soltanto che ci mandino lettere con su scritto come confezionare il pane, proprio come suggerito nell’accordo dell’Eurogruppo con Tsipras il 12 luglio.

Che c’è scritto in materia di produzione del pane?

Si tratta di una indicazione dell’Ocse richiamata espressamente nel testo dell’accordo. Da sempre i panettieri greci vendono due tipi di pane: da mezzo e da un chilo. Nella “cassetta degli attrezzi” dell’Ocse (così si chiama) ci sono alcuni paragrafi dedicati ai fornai a cui viene imposto, al fine di allargare la liberalizzazione di un paese e bla bla bla, di introdurre varie altre pezzature di diverso peso delle pagnotte. E poi il pane dovrà essere venduto in qualunque posto, anche nei saloni di bellezza, se lo vogliono. Capirete bene cosa rappresenta un’imposizione del genere: si sta dicendo ad un paese intero come fare il pane. Pensiamo ai 30mila dipendenti della Cee a Bruxelles e alle migliaia che lavorano per l’Ocse e per l’Eurogruppo con le loro macchinette mentre calcolano migliaia di coefficienti e trovano il tempo e ritengono opportuno intervenire sul pane. Si è raggiunto un livello di imbecillità inaudito, ed è soprattutto una forma di dittatura che avanza.

Ci può spiegare il concetto di “autoritarismo emergenziale” che ha coniato?

Un governo che ha una vocazione autoritaria, ma è ancora soggetto al peso del voto, deve trovare buone ragioni per imporre le sue misure autoritarie. Per farlo ricorre allo “stato di eccezione”, un vecchio concetto politico che indica che una parte di uno stato che non ne avrebbe diritto si appropria di poteri non suoi. Lo stato di eccezione può essere costituito dalla guerra, da epidemie, da disastri naturali, dove s’impone che la Costituzione venga messa da parte. Ricordiamo la costituzione della repubblica di Weimar, la più liberale d’Europa. Conteneva un articolo sullo stato di eccezione che nel 1933 permise al capo di governo Adolf Hitler di appropriarsi del potere assoluto facendo fuori gli altri partiti e poi la costituzione stessa. In Europa con la crisi delle banche, non solo americane, e grazie alle folli liberalizzazioni sono emerse le montagne di debito a cui gli istituti si sono esposti. Quando queste procedure sono cadute come castelli di carta i governi si sono dissanguati per salvare le banche con fiumi di denaro che hanno indebolito i bilanci pubblici degli stati. Così il debito pubblico europeo è salito in due anni dal 65% all’85% e i governi hanno inventato uno stato di eccezione, quello della spesa eccessiva per la protezione sociale. Si è speso troppo? Bisogna tagliare i bilanci pubblici. Così s’impongono misure sempre più dittatoriali.

Secondo lei ci sono le condizioni per constrastare ideologicamente e culturalmente la vulgata neoliberista?

Il neoliberismo ha stravinto la battaglia culturale, ha conseguito un’egemonia a cui Gramsci poteva guardare con invidia: controlla 28 su 29 governi dei paesi dell’area europea, qualunque siano i nomi dei partiti al governo. Hanno il 95% della stampa a favore, il 99% delle tv, dominano nelle università, e hanno conquistato i governi. Sono piuttosto difficili oggi da sconfiggere. La sinistra come forza partitica poi non esiste più e quindi non ha la forza di opporre un ruolo di riflessione o denuncia paragonabile a quello all’attacco vincente dei neoliberisti. Inoltre non ci sono saggi, libri, testi da contrapporre all’egemonia culturale neoliberale, qualcosa che contrasti la favola dei mercati efficienti, della finanza che inaugura una nuova fase del capitalismo e altre amenità simili.

Le vecchie categorie di pensiero del Novecento non bastano più per comprendere la realtà politica attuale?

No, ce ne sono alcune che funzionano ancora bene. Il fatto è che non basta dire “proletari della UE unitevi”, o cambiando forma dire ‘precari’ o ‘classi medie impoverite della UE unitevi’. Qui bisogna fornire idee, documenti, possibilità di azione e controreazione. Possono esserci milioni di elettori che voterebbero una politica di sinistra, realmente progressista, per uscire dall’austerità, ma chi glielo spiega?

C’è chi indica il salvataggio nell’uscita dall’euro. Oppure secondo lei si può stare dentro e modificarne in qualche modo il pensiero dominante?

Al di là della demagogia di alcuni politici italiani, l’euro è una camicia di forza peggiore anche del ‘gold standard’. Ha giovato solo alla Germania, perfino la Francia ha perso punti nelle esportazioni e aumentato la disoccupazione. Così com’è l’euro non può più funzionare. Sia chiaro che uscire dall’oggi al domani non si può, sarebbe un disastro per i depositi bancari, la fuga dei capitali, la forte svalutazione della moneta sul mercato internazionale. Ma bisognerà affrontare presto la questione del “se e come uscirne”, perchè ciò vuol dire molti mesi di preparazione; oppure possiamo tentare di temperare questa uscita in qualche modo: affiancare all’euro una moneta parallela che permetta ai governi di avere libertà di bilancio, mentre con gli euro si continua a sottostare al giogo dei creditori internazionali. Purtroppo con la Germania al comando e l’inanità del nostro e degli altri governi non c’è molto da sperare. Intanto i muri della Ue scricchiolano e prima o poi sarà il peggioramento della crisi a imporci decisioni drastiche. Sempre che non arrivi Herr Schauble a dirci che non ci vuole più nell’euro. Non è una battuta, stando ai documenti che circolano”.

 

Grecia: riflessioni dopo la battaglia

Essere Sinistra

tsiprasiglesias

di Pablo Bustinduy AMADOR

[traduzione dell’articolo – del 1 settembre 2015 – del Segretario delle relazioni internazionali di Podemos a cura di Serena Corti]

La risoluzione della crisi greca ha gettato nella disperazione molti di coloro che lavorano per il cambiamento democratico in Europa. Va detto senza mezzi termini : il terzo memorandum è una grave battuta d’arresto, il cui prezzo continuerà a venir pagato dal popolo greco con anni di sofferenze e di austerità, e comporta una disillusione in coloro che credono e sperano nella costruzione di un’Europa democratica e sociale.

Si tratta di un accordo dannoso frutto dell’ideologia politica e finanziaria dei creditori che non cercano di difendere gli interessi generali della Grecia né dell’ Europa, ma di rafforzare il controllo politico e finanziario della Germania e neutralizzare ogni possibilità di alternativa politica nella periferia europea. Tuttavia, una volta espresse queste premesse, penso che sia necessario…

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Rifondare l’Europa

segnalato da Barbara G.

RIFONDARE L’EUROPA E’ PIU’ IMPORTANTE DEL DEBITO GRECO

di Bernard Guetta – internazionale.it, 09/07/2015

Non è quello che ci aspetteremmo da loro. Grexit o non Grexit, accordo o non accordo, la sopravvivenza dell’Unione europea è talmente a rischio che sarebbe lecito pretendere che i leader europei mostrassero lungimiranza anziché mercanteggiare come in un bazar sull’iva negli alberghi delle isole greche e altre quisquilie del genere.

Davanti all’ascesa del nazionalismo provocata dalla crisi vorremmo che i 28 stati dell’Unione, i 19 paesi della zona euro o almeno la cancelliera tedesca e il presidente francese si impegnassero per ridare un senso al progetto di unificazione che rischia di affondare.

Mentre aumenta la tensione politica tra liberisti e keynesiani, ci piacerebbe che i leader del vecchio continente spiegassero chiaramente che la spaccatura a livello europeo tra i difensori del risanamento dei conti e i partigiani di un rilancio attraverso l’investimento (lo stesso chiesto da Alexis Tsipras davanti al parlamento europeo) sono solo il riflesso di divisioni a livello nazionale che si estendono ai vertici europei, e che dobbiamo superare queste divergenze ideologiche anziché lasciare che ci paralizzino.

Ma nessuno dirà queste cose. I leader europei non rilasceranno alcuna dichiarazione comune, perché sono tutti convinti che meno parlano di Europa e meglio è per loro. In realtà si può addirittura dubitare che siano capaci di trovare le parole giuste, tanto la classe politica europea manca della lungimiranza e dei veri statisti che servirebbero all’Unione e ai paesi che la compongono.

Al confine meridionale dell’Europa, sull’altra sponda del Mediterraneo, il mondo islamico sprofonda in un caos che si estende ormai fino al Maghreb, moltiplicando il numero di rifugiati che arrivano sulle coste europee. Convertiti o musulmani dalla nascita, gli aspiranti jihadisti con passaporto europeo rappresentano un problema sempre più grave per l’Unione. Nel frattempo Vladimir Putin e il suo tentativo di restituire alla Russia le sue frontiere imperiali riportano la guerra nel cuore del continente.

Gli europei non devono solo dare prova di unità politica nella difesa dei loro valori, ma hanno bisogno di un passo avanti verso la nascita di una difesa europea, perché nessuno degli stati dell’Unione è capace da solo di affrontare questa sfida. Lo capirebbe anche un bambino e lo capiscono benissimo i cittadini europei, tanto che i sondaggi mostrano un forte sostegno alla creazione in un esercito europeo. Ma le sfide alla sicurezza, per quanto gravi, rappresentano solo una parte del problema.

La competitività internazionale dell’Europa dipende molto dalla riduzione delle sue spese pubbliche, ma soprattutto dai suoi investimenti nella ricerca e nell’industria del futuro. Per non perdersi le prossime rivoluzioni industriali come si è persa la rivoluzione informatica, l’Europa deve fare fronte comune, dotandosi di politiche industriali e creando università paneuropee d’eccellenza per attirare i migliori studenti, ricercatori e insegnanti del mondo, come fanno Harvard o Berkeley. L’Europa deve pensare e finanziare il suo futuro, qualcosa che nessuno stato europeo può fare contando solo sulle proprie forze.

La scelta dell’Europa è semplice: contare qualcosa o non contare nulla in un secolo che sarà dominato dagli stati-continente e dalle unioni regionali. Essere o non essere, quindi, e in questo senso il debito greco è un problema secondario.

La soluzione a questa crisi non dipende solo da Tsipras. Il primo ministro greco deve fare la sua parte e non può continuare a scommettere che alla fine i suoi partner europei gli concederanno tutto quello che vuole piuttosto che fare un salto del buio. Di questo passo Tsipras finirà per decretare la sconfitta del suo paese e di tutta l’Europa. Al contempo, però, le altre capitali europee a partire da Berlino devono ammettere che la priorità concessa alla riduzione del debito e del deficit ha ridotto drammaticamente la crescita e aumentato la disoccupazione, scatenando l’eurofobia e rafforzando i partiti che la sostengono.

Questa crisi ci insegna che l’Unione deve raggiungere al più presto un grande compromesso tra il rilancio economico e il risanamento dei conti pubblici, che non può più avere una moneta unica senza una politica economica comune, che deve lavorare all’armonizzazione delle sue politiche fiscali e sociali e che, considerando che le politiche comuni sono e diventeranno sempre più importanti, le sue istituzioni devono essere più rappresentative e soprattutto trasparenti.

Grexit o non Grexit, questa crisi dev’essere l’occasione per un riscatto europeo, per una ripartenza collettiva prima che l’“ognuno per sé” si riveli fatale per tutti.

Atene è un precedente

Pubblichiamo l’intervista rilasciata da Luigi Zingales al FQ alla vigilia del voto greco.

***

Grecia, Zingales: “Atene quasi forzata ad uscire dall’euro per creare un precedente”

L’economista della Chicago Booth School of Business punta il dito contro la Banca Centrale Europea: “I principali istituti greci hanno passato un test di solvibilità condotto dall’Ue. Perché allora la Bce non fornisce loro liquidità illimitata? Perché la fornitura di liquidità di emergenza è stata centellinata di giorno in giorno e poi bloccata? In sostanza, Francoforte tiene la Grecia appesa a un filo”. Così Atene, che “non vuole uscire dall’euro, viene quasi forzata a farlo”.

di Marco Pasciuti  – ilfattoquotidiano.it, 3 luglio 2015

Luigi Zingales, economista presso la Chicago Booth School of Business. L’Ue ha fatto tutto quanto era in suo potere per salvare la Grecia? 

“No, nel gestire la crisi si è anche tenuto conto del precedente che si andava creando”.

Un monito per gli altri Paesi che si trovano in una situazione di rischio. Un monito anche per l’Italia, quindi.

“La preoccupazione per l’Italia non riguarda l’arco temporale di un anno. I problemi nasceranno dopo, quando finirà il Quantitative Easing (piano di acquisto di titoli di Stato da parte della Bce con l’obiettivo di far ripartire la crescita dell’Eurozona, ndr), i tassi cominceranno a salire e la situazione si farà più difficile“.

Perché invece di puntare a riavere indietro una parte dei prestiti ma a riaverla con certezza, i creditori continuano a chiedere indietro tutta la somma, sapendo che non riusciranno mai a ottenerla?

“L’errore fondamentale è stato commesso nel 2010, quando si fece finta che la Grecia fosse solvente, in grado di ripagare tutto il debito, quando era già chiaro che non era così”.

Tsipras ha deciso di interpellare il popolo greco: decisione giusta o populismo?

“Il referendum è sostanzialmente sbagliato, sembra la scelta più democratica che si possa fare, ma non è così. Indire una consultazione di questo genere, interpellare il popolo durante una fase così delicata del negoziato, su una proposta che non è neanche più sul tavolo è velleitario. Per di più Tsipras sembra non aver capito che non sarebbe riuscito a fare il referendum con le banche aperte, per la corsa agli sportelli. Per il governo greco potrebbe rivelarsi un gigantesco autogol“.

Juncker, presidente della Commissione Ue, è intervenuto in tv per dire ai greci di votare sì al referendum. Dov’è finita la sovranità nazionale?

“Non è la cosa peggiore che abbia fatto Juncker. Negli Stati Uniti, se c’è un referendum a livello locale, il presidente può prendere posizione. Quello che trovo più pericoloso è che la Banca Centrale Europea controlli la sopravvivenza delle banche, forzando la mano in una direzione o nell’altra al governo. Questo fatto è molto più lesivo della sovranità popolare del fatto che Juncker dica la propria opinione. Tra l’altro, ogni volta che il presidente della Commissione parla fa campagna per il no”.

Draghi però in questo momento sta tenendo in vita il sistema.

“Lo sta tenendo in vita, ma non lo sta tenendo aperto e funzionante. Le principali banche greche hanno passato un test di solvibilità condotto dall’Ue, quindi ora la Bce dovrebbe essere il garante della loro solvibilità. Se Francoforte si è presa un impegno, ha fatto un’analisi e ha detto che le banche sono solventi, ora dovrebbe in tutti i modi aiutarle a sopravvivere, altrimenti che unità europea è? Di che unità monetaria parliamo? Se la sopravvivenza delle banche è decisa dalla Bce non è più solo un’unione monetaria, ma una egemonia della Bce”.

Egemonia?

“Quella di dare liquidità alle banche è una decisione che prende qualsiasi banca centrale nel momento in cui stabilisce che le banche sono solventi ma illiquide. Questo perché la funzione principale di una banca centrale è quella di essere disponibile a fare prestiti in situazioni di tensioni di mercato alle banche che sono solventi. Ora, nel caso della Grecia, abbiamo la certificazione fornita dalla stessa Bce qualche mese fa, che le sue banche sono solventi. Perché allora la Bce non fornisce loro liquidità illimitata? Perché la ELA (fornitura di liquidità di emergenza, ndr) è stata centellinata di giorno in giorno e poi bloccata (il 1° luglio La Bce ha fissato a 89 miliardi il livello massimo stabilito per l’erogazione di Ela alle banche greche, ndr)? In sostanza, la Bce tiene la Grecia appesa a un filo”.

Un precedente che sia anche un memento mori per tutti gli altri.

“Se crediamo veramente che questa unità monetaria sia irreversibile e che, come ha promesso, Draghi farà “whatever it takes” per tenerla in piedi (“Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough”, affermava il 26 luglio 2012 il governatore della Bce, promettendo cioè che avrebbe “fatto di tutto per salvare l’euro”, ndr), concludiamo che si può fare di più per la Grecia”.

Come diceva lei, nel 2012 e nel 2014 Mario Draghi ha affermato che l’euro è “irrevocabile” e “irreversibile”: ribaltando il concetto, vuol dire che se la Grecia esce, l’euro diventa reversibile e crolla l’intero impianto.

“Sono abituato a pensare che di irreversibile esista solo la morte. Certo è che nel momento in cui un Paese viene sostanzialmente escluso dall’unione monetaria, tutto diventa possibile. La Grecia non vuole uscire dall’euro, si trova in una situazione diversa da quella del Regno Unito: Londra non è nell’euro, ma ipotizza la possibilità di uscire dall’Unione Europea. Atene, invece, non vuole uscire dall’euro eppure viene praticamente messa nelle condizioni di farlo, viene quasi forzata a farlo”.

Tutto ciò come potrà influire sull’Italia? Una volta stabilito che dall’euro si può uscire, i paesi fortemente indebitati possono essere oggetto di attacchi speculativi. Il pericolo per l’Italia è reale?

“Il pericolo è reale, ma non immediato. Quello che oggi ci protegge dagli attacchi speculativi è il Quantitative Easing in corso. Per cui chiunque provi a fare un attacco speculativo si troverebbe contro la Bce dall’altra parte che compra titoli di Stato, calmierando il mercato. C’è però un costo nel lungo periodo, perché il QE non sarà infinito e alla prossima crisi, che potrà arrivare tra una anno o tra dieci, cui troveremmo con lo stesso problema”.

Come finirà?

“Non finirà. Qualunque soluzione verrà presa, sarà temporanea. La crisi greca sarà con noi ancora a lungo”.

La Germania in Grecia

Segnalato da Barbara G.

LA GERMANIA IN GRECIA: COM’E’ NATA E COME SI PUO’ RISOLVERE LA CRISI DI ATENE

La vicenda ellenica è una questione di democrazia, Stato sociale, sovranità. Un paese cicala può diventare un paese formica, ma serve l’intelligenza politica – anche dei creditori.

di Giorgio Arfaras – limesonline, 26/06/2015

Proviamo a immaginare la Grecia in un mondo senza euro e senza Unione Europea.

Per cominciare, i trasferimenti di capitali che si sono avuti negli ultimi anni dai paesi dell’euro verso Atene non ci sarebbero stati.

La ragione è da cercarsi nella moneta ellenica: una moneta debole che nessuno avrebbe voluto, se non in cambio di interessi proibitivi. Non arrivando del denaro da fuori, la spesa pubblica in deficit – in deficit perché in Grecia non si raccoglievano le imposte nella misura necessaria – sarebbe stata finanziata con l’emissione di poche obbligazioni (che pochi, anche greci, avrebbero voluto) e soprattutto con l’emissione di moneta. La quale, se offerta in eccesso, avrebbe (come ha fatto) alimentato l’inflazione. Con dazi elevati e una moneta debole le importazioni di beni sarebbero state frenate. Le esportazioni greche di beni erano (e sono) poco importanti, mentre rilevano quelle dei servizi turistici. Insomma: la Grecia era un paese povero, con un equilibrio economico precario, la cui importanza dipendeva dalla collocazione geografica.

Vediamo ora Atene nell’euro e nell’Ue. La moneta comune annulla il problema del cambio. Si investe in Grecia comprando il suo debito pubblico in euro, ed euro si ricevono alla scadenza dell’obbligazione. Annullato il rischio cambio, il rendimento delle obbligazioni scende. E scende molto, al punto da rendere attraente l’emissione di obbligazioni per finanziare il deficit pubblico. Il nuovo debito pubblico, infatti, costa molto poco. La spesa pubblica greca può così aumentare senza che vi sia una gran necessità di alzare le imposte. Allo stesso tempo, si ha la liberalizzazione dei mercati delle merci e dei capitali. Insomma, la crescita è trainata dalla spesa pubblica in deficit, finanziata dagli acquisti di obbligazioni del Tesoro ellenico soprattutto di origine estera.

Due numeri. Dal 1990 alla crisi del 2008, il pil greco senza inflazione passa da 100 a 165 – nello stesso periodo quello italiano e tedesco passano da 100 a 130. Il pil greco sale molto, ma la qualità dell’ascesa è modesta: la produttività totale dei fattori nel periodo resta, infatti, invariata – anche in Italia resta invariata nel 1990-2008, mentre in Germania cresce (pag. 5, qui). Scoppia la crisi e il pil greco si contrae da 165 a 125 – quello italiano cala da 130 a 115, mentre quello tedesco sale da 130 a 135.

Mentre cresceva il debito pubblico, non sorgevano le condizioni strutturali per onorarlo nel lungo termine, come si evince dalla dinamica della produttività. Dov’è finito il controvalore del gran debito? Nella spesa per i salari ai dipendenti pubblici, nelle pensioni, nelle opere pubbliche.

Sorge la domanda: possibile che dall’estero nessuno si sia accorto di niente e che quindi sia arrivata lo stesso una massa di denaro sproporzionata alla forza economica di lungo termine dell’Ellade? Il sistema bancario europeo era esposto verso la Grecia per 100 miliardi di euro nel 2005, miliardi che sono diventati ben 300 prima della crisi del 2008. Da allora l’esposizione è scesa a meno di 50 miliardi. Il sistema finanziario non si è perciò mostrato “lungimirante”, forse perché contava di essere salvato in caso di crisi grave. Sei “formica” quando crei le condizioni per la tua solvibilità, sei “cicala” se sperperi senza pensare ai tuoi obblighi verso i creditori.

Le formiche dell’Eurozona, in primis le banche francesi e tedesche, pensavano (o facevano finta di pensare) che anche i greci fossero delle formiche fino alla crisi, ma poi si sono (piuttosto) velocemente convinte che erano solo delle detestabili cicale.

Scoppia la crisi e Atene volens nolens tenta affannosamente di diventare una formica. In Grecia vi erano ben – considerando la popolazione nel complesso – 907.251 dipendenti pubblici nel 2009. A fine 2014 erano 651.717, ossia un 25% in meno (pag.290, qui). Immaginate l’impatto politico della stessa riduzione in altri paesi. Il deficit pubblico greco sul pil è passato dal 15% del 2009 al 2,5% l’anno scorso. Anche qui, immaginate l’impatto politico della stessa riduzione in altri paesi.

Insomma: la Grecia ultimamente si sta comportando da formica, ma la crescita non si è palesata, nonostante il debito pubblico durante la crisi del 2010-2012 sia all’80% finito in mano alla Trojka e costi solo il 2% – come quello tedesco, la metà di quello italiano. L’economia greca, già povera di suo, si è contratta al punto che i pur modesti debiti giunti a scadenza sono pari alla metà circa del pil di un mese. Da qui l’impossibilità di pagarli, in assenza di crescita, a meno che il debito giunto a scadenza non venga tosto rinnovato.

Assumiamo che il racconto fin qui fatto sia veritiero. Abbiamo esaurito l’argomento? No, perché vanno ancora osservate le problematiche nascoste, che sono quelle relative all’interazione fra integrazione economica, Stato nazionale e democrazia. Per evitare un discorso astratto, partiamo dalla vicenda pensionistica.

Le pensioni – in un sistema detto “a ripartizione”, laddove lo Stato è intermediario fra chi lavora e chi si è ritirato, con i primi che versano le pensioni ai secondi – sono finanziate dai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. In Grecia avviene lo stesso, ma i contributi erano pari a due terzi delle pensioni erogate prima della crisi e sono diventati pari a poco più della metà durante la crisi. Il sistema pensionistico greco ha anche dei beni reali e finanziari, che però rendono poco: alla fine, la differenza fra le entrate del sistema pensionistico e le sue spese – con le seconde che sono il doppio delle prime – è a carico del bilancio pubblico. Questa differenza è pari a 13 miliardi di euro l’anno ogni anno: un esborso pari al 15% delle entrate statali.

Come mai il sistema pensionistico è sottofinanziato? I contributi dei datori di lavoro sono in linea con quelli degli altri paesi, ma non lo sono quelli dei lavoratori. Come mai? I lavoratori autonomi sono molto numerosi e con un reddito modesto, come si può immaginare che siano in un paese di servizi turistici.

I greci “privati” non vanno in pensione molto prima degli altri europei, ma contribuiscono meno – quando sono attivi – al funzionamento del sistema pensionistico. I greci “pubblici” vanno, invece, in pensione molto prima degli altri europei. Perciò abbiamo un sistema incapace di finanziare le pensioni senza il contributo dello stato. Senza il contributo dello Stato le pensioni sarebbero dimezzate. Le pensioni in un paese per il quale si può parlare di “famiglia allargata” sono molto più che delle pensioni, perché compensano la mancanza di servizi pubblici estesi. I nonni mantengono i nipoti disoccupati, potremmo dire. Per tagliare la pensione ai nonni dovresti dare un sussidio di disoccupazione o un reddito di cittadinanza ai nipoti, potremmo aggiungere. Oppure ancora, dimezzare le pensioni e non offrire i servizi pubblici estesi. (Auguri alle prossime elezioni…)

Se la Grecia fosse in grado di finanziare agevolmente le pensioni pur con tutte le loro distorsioni – alcuni sono privilegiati, come i pensionati statali, e il sistema pensionistico nel complesso svolge anche il compito improprio di “Stato sociale” – nessuno potrebbe dire niente. Insomma, se i greci votano per dei governi che tengono in vita questo sistema pensionistico, essi esercitano la propria “sovranità”. Nel momento in cui diventano un paese insolvente – ossia incapace di pagare il debito pubblico, che si è potuto accumulare grazie all’integrazione economica – debbono soddisfare le richieste dei creditori. Questi vorrebbero un sistema pensionistico moderno, ossia che distribuisca solo pensioni e che non assolva altri compiti: un sistema che però esiste solo nelle economie con una base industriale forte e Stato sociale diffuso.

Insomma, i creditori vogliono la Germania in Grecia. La democrazia esercitata in uno Stato sovrano, in assenza di crisi economica, probabilmente manterrebbe il sistema pensionistico attuale, che serve molti e diffusi interessi. In questo caso, avremmo una “sovranità” che tiene in vita un sistema arcaico. La pressione a cambiare sistema spinge, invece, verso la “modernità”, ma limita la sovranità.

Dove sta l’intelligenza politica del debitore? Supponiamo che voglia modernizzare il paese, ma che non ne abbia la forza politica. L’occasione si presenta con i creditori che ti inseguono. Non puoi posporre le decisioni, pena la crisi finanziaria. Qual è allora la soluzione? Rendere – nella misura del possibile – morbida la modernizzazione. La sovranità la eserciti negoziando condizioni morbide per riformare il sistema.

Dove sta l’intelligenza politica del creditore? Nel concedere le condizioni morbide. Anche perché, se la Grecia diventasse insolvente, fra Germania e Francia andrebbero persi circa 150 miliardi di euro. Che cosa racconterebbero a quel punto Merkel e Hollande ai loro elettori? Che hanno prestato una montagna di denaro a un paese che era ultra-esposto con le banche estere, paese che poi è fallito?

Per approfondire: Moneta e impero

Il vero obiettivo di Tsipras e Varoufakis

Segnalato da n.c.60

TROIKA-GRECIA, ECCO IL VERO OBIETTIVO DI TSIPRAS E VAROUFAKIS

Di Fabio Massimo Piersanti – dailystorm.it, 19/02/2015

Le trattative sono ben lontane dal conludersi. La scadenza del piano di aiuti è alle porte e il default greco sembra vicino. Ma il governo di Syriza ancora non cede. E non va sottovalutato. Perché, oltre a vincoli e regole, lo scontro riguarda ben altro: l’irreversibilità dell’euro. Su cui l’Ue rischia di affossarsi da sola.

Con lo stupore di molti e contro lo scetticismo dei più, le prime settimane del governo Tsipras sono state contornate da fittissime cronache relative alle contrattazioni in essere tra la Troika e il governo greco riguardo il rinnovo del piano di aiuti finanziari da parte dell’Ue alla Grecia. Nel mentre in Europa sembra essercisi dimenticati del “rivoluzionario” piano di Quantitative easing lanciato da Mario Draghi solo qualche settimana fa. Anzi, la minaccia che tale programma possa non essere esteso alla Grecia qualora essa non rispetti gli accordi in essere sembra non essere più un fatto di gran rilievo. Il motivo principale è che ad oggi, 20 marzo, data di inizio ufficiale del Qe, quella minaccia appare distante, ma soprattutto che non sarà tale manovra a garantire a Tsipras e ai cittadini ellenici una ripresa economica degna di nota. L’orizzonte temporale si è ridotto e probabilmente questo venerdì si conoscerà l’esito dello scontro Troika-Grecia. Ma c’è più di qualche dubbio.

Quello che risulta evidente, però, è come Varoufakis e Tsipras stiano facendo per far ammettere all’Ue che l’euro a questo punto non è più irreversibile. Il piano di aiuti finanziari in soccorso della Grecia scade il 28 febbraio e qualora non venisse rinnovato per quella data la Grecia sarebbe praticamente in default. A questo punto vale davvero la pena chiedersi quale possa essere l’oggetto della diatriba, ovvero il motivo per cui la Grecia e l’Ue non riescono ad arrivare ad un accordo che soddisfi entrambe le parti. Syriza, anche in campagna elettorale, non ha mai dichiarato di voler sforare i limiti di budget fiscale imposti dalla Troika, dunque non c’è motivo di scontro su questo punto. La realtà è che l’attuale governo greco non vuole cedere sulle privatizzazioni e sulle riforme di liberalizzazione del mercato del lavoro imposte in maniera dogmatica a qualunque Paese abbia avuto la malaugurata sorte di trovarsi sotto il suo torchio, spesso con risultati opinabili.

È questa la mossa astuta da parte di Varoufakis & Co. Alla Troika infatti non interessa che si sforino i deficit di bilancio. Nessun, ad esempio, ha fatto troppe storie quando la Francia ha rimandato per l’ennesima volta il rientro dei deficit fiscali agli anni a venire. Più importante è riuscire ad imporre le privatizzazioni e le liberalizzazioni sul mercato del lavoro. Tutto il resto è noia e, se non lo è, ci va molto vicino. Il governo greco è riuscito a mettersi nella condizione di vedere fino a che punto la Troika è in grado di forzare la mano: se è persino disposta, in sostanza, a mettere in gioco l’irreversibilità dell’euro. A quel punto sarebbe davvero molto difficile capire chi ci perderebbe o chi ci guadagnerebbe.

È un punto che molti critici a priori fanno fatica a comprendere. Dichiarare di volersi attenere alle regole fiscali imposte dall’Ue è stato arguto da parte del governo greco, nonostante possa sembrare distante dalla linea keynesiana più spesso associata ad un partito di sinistra. Dichiarazioni del genere suggeriscono al pubblico più attento che in una situazione del genere sembra più la Troika a voler estromettere la Grecia dall’euro che la Grecia a volerne uscire. E non certo per motivi di inottepperanza dei vincoli fiscali, quanto per semplice disobbedienza all’imposizione di ulteriori politiche economiche d’austerità.

IL TESTO DELL’ACCORDO ALL’EUROGRUPPO DEL 20/02