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L’addio di Elly

di Elly Schlein (dalla sua pagina fb, 8 maggio 2015)
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Queste sono forse le righe più difficili che abbia mai scritto. Le scrivo dopo due lunghi giorni di silenzio, ma riflessioni che durano da settimane, o forse mesi. E che mi portano ad una scelta soffertissima.

L’altro giorno è uscito il nuovo album dei Mumford&Sons. E in molti, me compresa, sono rimasti un po’ delusi, perché è senz’altro un buon disco, ma non è il loro sound. Non si riconoscono quasi. E, interrogandomi sui motivi per cui avessero scelto di fare una cosa così diversa da loro, per la prima volta mi sono sentita calcolata. Ho pensato che probabilmente secondo le leggi del marketing questo sound è in grado di rivolgersi a un pubblico molto più ampio, e che quindi avranno tenuto in conto che una parte dei più affezionati si sarebbe sentita tradita e disorientata, ma che ciononostante avrebbero venduto di più. E quando ti senti calcolato, per istinto umano diventi imprevedibile, alla Jim Carrey in The Truman Show, e ti spingi fino al limite per trovare la porta che ti rimette in libertà.

Forse anche noi, siamo stati calcolati. E le forzature costanti dell’ultimo anno, le continue violenze verbali, l’indifferenza e l’irrisione verso ciascuna delle tante proposte, e le umiliazioni verso le minoranze sono state fatte per rivolgersi a un pubblico più vasto, quello del centro che abbiamo risucchiato e fagocitato, e della destra che stiamo imbarcando su tanti territori, con una disinvoltura inquietante e una voracità da indigestione. E magari si calcolava pure che dopo tanto chiasso saremmo comunque rimasti dentro, a coprire a sinistra, convinti come al solito che, anche quando non si è d’accordo, la battaglia si faccia da dentro. Beh, amici e compagni, questa convinzione mi ha guidato sin qui con l’ostinazione e la passione che sapete. Ma oggi, come Pippo, non ci credo più. E per carattere non riesco proprio a fare cose in cui non credo. Non ci credo perché per fare le battaglie da dentro bisogna almeno giocare su un campo comune, e invece qui ci hanno portato via la scacchiera e ci siam trovati a sorpresa col doppio dei pezzi neri.

In quest’anno abbiamo visto stracciare diritti dei lavoratori nel nome della libertà di licenziare e nell’illusione, culturalmente così distante dalla nostra storia, che questo aiuti a creare maggiore e migliore occupazione. Abbiamo visto scegliere con forza un modello energetico che non ha nulla di nuovo, è vecchio e superato dai tempi, frutto di un’incapacità di visione e lungimiranza su che tipo di suolo, di ambiente vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi. Abbiamo assistito a forzature costituzionali insopportabili, in continuità col pericoloso esautoramento del Parlamento in atto da anni (ma che prima contestavamo), e che ha avuto il suo grave culmine con la fiducia su una materia di squisita competenza parlamentare. E più giro i territori più assisto a scissioni silenziose e sofferte di tanti militanti ed elettori davanti all’ingresso nel partito di figure che abbiamo sempre combattuto, ex fascisti, ex berlusconiani, affaristi e a sentir Saviano pure di peggio. La verità è che vale la pena di lottare dentro al Partito finché c’è il partito, ma io temo che questo partito non esista già più, e si sia trasformato in un’altra cosa, molto diversa da quella cui avevamo entusiasticamente aderito e da ciò che era nato per essere, perno della sinistra moderna e di governo che vogliamo.

Me ne vado anche io, insieme a Pippo Civati. Nel suo volto di ieri sera dalla Gruber ho rivisto dopo mesi difficilissimi quell’amico e maestro che ha avuto lo straordinario merito di riavvicinare alla politica tantissimi ragazzi come me, che eran rimasti delusi e si erano allontanati. Molti dei quali, lungo quest’anno di riforme calate dall’alto e fuori da ogni programma, se ne sono andati di nuovo. Chiedevamo “un partito all’altezza della sua base”, che desse ascolto a militanti ed elettori e li coinvolgesse nelle scelte più importanti, ma in questo l’era Renzi non ha portato nulla di nuovo. Me ne vado con il dolore infinito di lasciare tanti amici e compagni di intense battaglie, ma con la speranza che un giorno ci ritroveremo. Con il tormento interiore di sapere che deluderò alcuni di coloro che mi avevano sostenuto, e che ci credono ancora. Li rispetto, abbiamo nutrito di tutte le nostre energie questa convinzione che ha alimentato l’entusiasmo e la grinta con cui abbiamo portato giorno dopo giorno il nostro contributo al PD, ed è un travaglio anche personale quello che porta all’amara convinzione che la mutazione genetica del partito sia ormai irreversibile. Ma se la raggiungi, questa consapevolezza, per onestà intellettuale e per coerenza devi chiederti se quel che fai è abbastanza, per il Paese. O se è quanto basta per salvare la tua coscienza. Devi chiederti, cioè, se dopo un anno di trasformazioni profonde, di calci in faccia e di riforme che non condividi vuoi offrire al Paese solo il tuo dissenso, perennemente irriso e calpestato, oppure una prospettiva. Ed io scelgo la seconda.

Esco anche io dal Partito Democratico, e continuerò con coerenza e con la stessa passione a fare le battaglie di sempre, su cui mi sono impegnata anzitutto con chi ha scritto il mio nome sulla scheda. Lo faccio con un fortissimo groppo in gola pensando ai compagni che oggi fanno una scelta diversa, e ai tanti amici e colleghi che stimo, che in ottima fede si impegnano ogni giorno a tutti i livelli per dare un senso a quest’appartenenza. Lo faccio guardando in faccia la paura che fa una scelta così, sapendo che è un all-in, e che potrebbe essere la fine o un nuovo inizio. Ma lo faccio perché a volte devi fare ciò che ritieni giusto, e trovare il coraggio nelle tue convinzioni. Perché c’è un limite umano alle forzature che si possono sopportare, e il mio l’abbiamo già superato da un po’. È troppo tempo che non mi riconosco più in nulla di quello che sta facendo il governo, che vivo male la contraddizione sempre più insanabile tra il mio impegno quotidiano e quel che facciamo a livello nazionale, e che faccio fatica a rispondere ai tanti che mi chiedono cosa facciamo qui dentro.

Tanti di noi si sono messi in gioco nel momento in cui non si sentivano più rappresentati, convinti che se non ci mettiamo in prima persona a cambiare le cose, nessuno lo farà per noi. Ricordo bene quando occupammo le sedi del partito contro le larghe intese, convinti che la strada giusta fosse cambiare il PD per cambiare il Paese. Il problema è che il PD oggi è radicalmente cambiato, ma sono le larghe intese che stanno occupando noi. Che dettano le scelte di governo, che dettano le più impensabili delle alleanze sui territori, e portano a trasformismi di ogni tipo. Il problema non è essere una minoranza, lo eravamo anche prima. Il problema è come fare a portare avanti con coerenza le proprie battaglie sull’immigrazione, con un governo che non chiede di estendere il mandato di Triton, come fare a portare avanti le battaglie sulla legalità, con un governo che diluisce ogni norma anticorruzione, come fare a portare avanti le proprie battaglie sui diritti civili, con un ministro che chiede di cancellarli dai registri, e come fare a portare avanti le proprie battaglie per un futuro sostenibile, con chi sceglie di nuovo cemento e trivelle?

È proprio per uscire da questa dolorosa contraddizione che, dopo tanti mesi a tentare di segnalare un disagio profondo, che non è soltanto mio o di Pippo ma di moltissimi elettori che abbiamo perso per strada e ritroviamo nelle piazze, che sento di non poter più tenere questa tessera in tasca. Col dolore di chi in essa e nei suoi colori aveva trovato un’appartenenza a lungo cercata, ma ora tradita dalla foga iconoclasta con cui si passa sopra alcuni di quelli che erano i nostri principi fondanti, e dalla prepotenza di chi non tollera una voce diversa.

A chi deluderò dico che mi dispiace davvero. A chi ci guida dico che se si cerca un nemico al giorno, si allontanano anche gli amici, quelli che sfuggono alla rigida dicotomia “o vuoi innovare come diciamo noi o sei un conservatore”. Perché le cose possono cambiare in meglio o in peggio, e io vorrei le cambiassimo in meglio. A chi dei nostri sostenitori da tempo ci aspettava fuori dico che mi abbracci forte, perché è un giorno difficile. E a me stessa, per una volta, dedico quella citazione di Terzani che mi sta tanto a cuore: “Quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è più speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all’erta.”

Vi abbraccio tutti, col cuore in mano.

La decisione di Barbara

Segnalato da crvenazvezda76

Pubblichiamo la lettera spedita domenica 7 giugno 2014 alla lista L’Altra Europa con Tsipras. Spinelli ci ripensa e lascia Marco Furfaro (Sel) fuori dall’europarlamento

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Cari tutti, cari elet­tori, cari can­di­dati e garanti della Lista “L’Altra Europa con Tsipras”,

ho molto medi­tato quel che dovevo fare, in con­si­de­ra­zione della domanda sem­pre più insi­stente che veniva dagli elet­tori e da un gran numero di can­di­dati, e ritorno sulle mie deci­sioni: accet­terò l’elezione al Par­la­mento euro­peo, dove andrò nel gruppo GUE-Sinistra Euro­pea, ripro­met­ten­domi di garan­tire la fedeltà al primo mani­fe­sto della Lista ita­liana «L’Altra Europa con Tsi­pras» e ai 10 punti di pro­gramma che abbiamo pro­po­sto agli elet­tori. Sin dalla con­fe­renza stampa del 26 mag­gio avevo lasciato in sospeso la mia deci­sione: e non solo per­ché sor­presa dalla quan­tità di pre­fe­renze ma anche in con­si­de­ra­zione del fatto che la situa­zione politico-elettorale stava pre­ci­pi­to­sa­mente cambiando.

La linea mae­stra alla quale intendo atte­nermi è di ope­rare nel Par­la­mento euro­peo –  e anche nella comu­ni­ca­zione scritta, come rap­pre­sen­tante degli elet­tori euro­pei – per una poli­tica di lotta vera all’ideologia dell’austerità e della cosid­detta «pre­ca­rietà espan­siva», alla cor­ru­zione e alle minacce mafiose in Ita­lia; per i diritti dei cit­ta­dini; per la rea­liz­za­zione di un’Europa fede­rale dotata di poteri auten­tici e demo­cra­tici: quell’Europa che sinora, gestita dai soli governi in un mici­diale equi­li­brio di forze tra potenti e impo­tenti, è man­cata ai suoi com­piti. Il Par­la­mento in cui intendo entrare dovrà, su spinta della nostra Lista e delle pres­sioni che essa eser­ci­terà in Europa e in Ita­lia, essere costi­tuente. Dovrà lot­tare acca­ni­ta­mente con­tro lo svuo­ta­mento delle demo­cra­zie e delle nostre Costi­tu­zioni, a comin­ciare da quelle ita­liane e dal vuoto demo­cra­tico che si è creato in un’Unione che non merita, oggi, il nome che ha.

Mi ha con­vinto a cam­biare opi­nione anche la let­tera di Ale­xis Tsi­pras. La domanda che mi rivolge di accet­tare il risul­tato delle ele­zioni è per me deci­siva e – ne sono certa – lo sarà per la Lista nel suo com­plesso. Alle innu­me­re­voli sol­le­ci­ta­zioni rice­vute dall’interno (garanti, elet­tori, comi­tati, can­di­dati) si aggiun­gono infine sol­le­ci­ta­zioni dall’esterno (depu­tati del GUE e non solo).

So che molti sono delusi: il pro­po­sito espresso all’inizio di non andare al Par­la­mento euro­peo sarebbe disat­teso, e que­sto equi­var­rebbe a una sorta di tra­di­mento. Non sento tut­ta­via di aver tra­dito una pro­messa. I patti si per­fe­zio­nano per volontà di almeno due parti e gli elet­tori il patto non l’hanno accet­tato, accor­dan­domi oltre 78.000 pre­fe­renze. Mi sono resa conto, il giorno in cui abbiamo cono­sciuto i risul­tati, che sono vera­mente molti coloro che mi hanno scelto nep­pure sapendo quel che avevo annun­ciato: anche loro si sen­ti­reb­bero tra­diti se non tenessi conto della loro volontà. Inol­tre, come garante della Lista, ho il dovere di pro­teg­gerla: le logi­che di parte non pos­sono com­pro­met­terne la natura ori­gi­na­ria. Pro­prio le divi­sioni iden­ti­ta­rie che si sono create sul mio nome mi indu­cono a pen­sare che la mia pre­senza a Bru­xel­les garan­ti­rebbe al meglio la voca­zione, che va asso­lu­ta­mente sal­va­guar­data, del pro­getto – inclu­sivo, sopra le parti – che si sta costruendo.

Per quanto riguarda la scelta che sono chia­mata uffi­cial­mente a com­piere, annun­cio che essa sarà in favore del Col­le­gio Cen­tro: è il mio col­le­gio natu­rale, la mia città è Roma. È qui che ho rice­vuto il mag­gior numero di voti. A Sud non ero capo­li­sta ma seconda dopo Ermanno Rea, e da molti ver­rei per­ce­pita come «para­ca­du­tata» dall’alto. Mi assumo l’intera respon­sa­bi­lità di quest’opzione, che mi pare la più giu­sta, nella piena con­sa­pe­vo­lezza dei prezzi e dei sacri­fici che essa comporterà.

La mia più grande gra­ti­tu­dine va a Marco Fur­faro per la gene­ro­sità che ha messo nella cam­pa­gna e che spero dedi­cherà ancora all’avventura Tsi­pras. Sono certa che i tanti elet­tori di SEL, bat­tu­tisi con forza per la nostra Lista, appro­ve­ranno e comun­que accet­te­ranno una scelta che è stata molto sof­ferta, visti i costi che saranno sop­por­tati dal can­di­dato del Cen­tro desi­gnato come il primo dei non eletti. Conto non solo sulla loro fedeltà alla Lista ma sulla loro par­te­ci­pa­zione immu­tata al pro­getto ini­ziale, che ha come pro­spet­tiva un’aggregazione di forze (di sini­stra, di delusi dalla pre­sente demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva, di emi­grati nell’astensione) alter­na­tiva all’odierno centro-sinistra e alle grandi intese.

Augu­rando a tutti voi e noi il pro­se­gui­mento di una bat­ta­glia uni­ta­ria e inclu­siva al mas­simo, vi saluto con grande affetto e gratitudine.