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Brexit, i risultati in diretta: vince il Leave col 52%. Regno Unito fuori da Ue. Farage: “Indipendence Day, via Cameron”

Inghilterra e Galles votano per uscire dall’Unione, Scozia e Irlanda del Nord per restare. Il leader storico degli euroscettici dell’Ukip canta vittoria: “Questa è l’alba di un Regno Unito indipendente, è arrivato il momento di liberarci da Bruxelles. Ora il premier si dimetta”. Male le Borse, crollano le asiatiche. Spread in forte rialzo.

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Il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea: nel referendum sulla cosiddetta Brexit i cittadini britannici hanno votato con il 52% per l’uscita dall’Ue. Il leader storico degli euroscettici dell’Ukip, Nigel Farage, canta vittoria: “Questa è l’alba di un Regno Unito indipendente, oggi è il nostro Independence Day, è arrivato il momento di liberarci da Bruxelles”. Alla domanda se Cameron, che ha indetto il referendum nel 2013 e una campagna per rimanere nella Ue, dovrebbe dimettersi Farage ha detto: “Immediatamente“. Ma dal governo arrivano segnali in senso contrario: Cameron “resterà primo ministro e darà seguito alla volontà del popolo britannico”, ha detto il ministro degli Esteri Philip Hammond, secondo un tweet dellaBbc.

I primi dati e le prime analisi avevano fatto pensare ad una vittoria del fronte Remain. Poi, via via che i numeri ufficiali hanno iniziato ad affluire, ci si è resi conto che la realtà era radicalmente diversa da quella prospettata da sondaggisti e analisti. I primi ad accorgersene sono stati i mercati che, dopo un apertura entusiastica, spinta dai sondaggi effettuati a urne aperte, hanno fatto segnare una netta inversione di tendenza facendo sprofondare la sterlina a livelli che non conosceva da metà anni ottanta.

Poi sono arrivati i broker, che hanno deprezzato la vittoria del Leave. Uno dopo l’altro sono arrivati i risultati delle periferie, delle campagne, di quelle zone del paese che maggiormente si trovano a dover fare i conti con un mercato del lavoro sempre più difficile, con la paura dell’immigrazione e la frustrazione di non riuscire a garantire un futuro dignitoso per i propri figli. Sono loro i fautori della vittoria del fronte Leave. Una classe popolare spaventata dal futuro, insoddisfatta dal proprio presente, che preferisce compiere un salto nel buio votando la Brexit.

Un evento deflagrante, che porta la firma della destra populista, quella dell’Ukip di Nigel Farage, quella dei conservatori euroscettici di Boris Johnson. Quella di chi ha condotto una campagna – a tratti violenta – contro l’immigrazione e contro l’integrazione. Una vittoria, quella del Leave, che è stata strappata con le unghie e con i denti contro il volere e le previsioni della finanza, contro il volere e le previsioni dei poteri forti, contro i sondaggi, contro gli appelli, contro l’opinione e gli sforzi dei principali partiti e dei leader internazionali. La Brexit ha vinto. Circa 17 milioni di britannici (il 52% degli elettori) hanno segnato il destino del Paese, aprendo una ferita profonda, destinata a far sentire le sue conseguenze anche nel resto del Continente, chiamato ora a fare i conti con un’ondata di euroscetticismo senza precedenti.

La realtà è che il risultato del referendum, consegna alla storia un Paese frammentato e c’è da immaginarsi che le conseguenze, prima ancora che su un piano internazionale, si faranno sentire in terra britannica. Scozia (dove il Remain ha vinto in tutti i 32 distretti in cui è suddiviso il Paese con 1.661.191 voti contro i 1.018.322 andati al Leave, con un’affluenza del 67,2%) e Irlanda del Nord (ha vinto il fonte degli euroconvinti con 440.437 voti, il 55,78% dei voti , contro i 349.442 andati agli euroscettici, con un’affluenza del 62,9%) hanno votato per rimanere, il Galles e l’Inghilterra per uscire. Una frattura che tornerà a far parlare di separazione.

Un’ipotesi ventilata nelle settimane della campagna elettorale, che ha trovato subito conferma nelle in dichiarazioni ufficiali pronunciate questa mattina, a risultati non ancora definitivi. Il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha prima espresso soddisfazione per il risultato del suo Paese, sottolineando che “Tutta la Scozia è per il Remain”, aggiungendo poi che vede il futuro del proprio Paese “come parte dell’Unione Europea”.”La Scozia – ha ricordato, parlando prima dell’ufficializzazione della vittoria della Brexit – ha contribuito in modo significativo al voto per restare. Questo riflette la campagna positiva che il Partito nazionale scozzese ha combattuto, sottolineando i benefici dell’adesione alla Ue, e la gente in Scozia ha risposto in modo positivo”.

Reazione speculare anche Irlanda del Nord, dove a parlare è lo Sinn Fein che non ha tardato a far sapere che l’esito del voto accelera il processo di separazione dal Regno Unito. Il presidente onorifico del partito repubblicano nordirlandese, Declan Kearney, ha fatto sapere che la vittoria della Brexit deve portare a un nuovo referendum sull’unità dell’Irlanda. “Il governo britannico ha perso ogni mandato che doveva rappresentare gli interessi economici o politici dell’Irlanda del Nord”, ha detto il leader della formazione, l’ex braccio politico dell’esercito repubblicano irlandese (IRA).

Male le Borse, crollano le asiatiche – La sorpresa è stata forte e i crolli sui mercati proporzionati: nelle ore dello spoglio i listini sono crollati (sterlina -10%, la Borsa di Tokyo ha toccato punte di calo dell’8%, i futures sull’avvio della Borsa di Londra sono arrivati a cedere il 9%), mentre i beni rifugio (oro e derivati sui titoli di Stato Usa) stanno ovviamente correndo.

Il mercato azionario di Tokyo – che ha applicato il ‘circuit breaker‘ per inibire le funzioni di immissione e modifica degli ordini limitando i ribassi troppo elevati – è il listino borsistico aperto durante lo spoglio del voto che ha accusato maggiormente il colpo, arrivando a perdere con l’indice Nikkei fino all’8,17%, lasciando sul terreno oltre 1.300 punti. La Banca del Giappone è pronta a fornire liquidità, se necessario, per garantire la stabilità dei mercati, ha detto il governatore, Haruhiko Kuroda.

Hong Kong scende oltre il 4%, con Seul, Sidney e Mumbai che cedono più del 3%. Meno accentuati (attorno ai due punti percentuali) i cali di Singapore, Bangkok e Jakarta, mentre anche le Borse cinesi – che in un primo momento hanno provato a tenere – dopo la la pausa di metà seduta raddoppiano le perdite: Shanghai perde scende di oltre il 2% e Shenzhen più del 3%.

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ASPIRAPOLVERE VS BAZOOKA, QUESTO È IL DILEMMA CHE VA OLTRE LA BREXIT

di Marco Gaiazzi – glistatigenerali.com, 23 giugno 2016

“Mio padre ha combattuto i tedeschi non per farci dare ordini da loro 70 anni dopo”. Sta nella risposta di questa signora inglese il nocciolo vero della complessa partita in gioco con la Brexit.

Ed in effetti, se l’intero progetto europeo finisce per identificarsi con le desiderata di uno solo dei Paesi membri, significa che abbiamo un problema, che l’Europa, come progetto, ha un problema.

C’è voluto l’ex Governatore di Bankitalia Antonio Fazio a riportare al centro della discussione il ruolo che la Germania ha avuto e ha tutt’ora nelle dinamiche economiche nel vecchio continente. Fazio, ripreso da Libero in un articolo dell’ottimo Franco Bechis, stigmatizza senza mezzi termini il tema dei temi: il surplus tedesco, indicato come il killer dell’euro.

Se ne parla molto sul web ma poco o niente sui giornali o nei salotti tv. Forse perché materia ostica. Eppure serve ribadire il concetto perché “that is the question”: aspirapolvere contro Bazooka, chi la spunterà?

A giudicare dal significato intrinseco di queste parole non può che vincere il bazooka. Purtroppo non è così. Lo vado dicendo da almeno un anno. Il Quantitive Easing di Draghi non serve a nulla, quanto meno non per l’obiettivo principale per cui, così ci hanno detto, è stato armato, ossia riportare l’inflazione al 2%. E non serve per una moltitudine di motivi, il più macroscopico dei quali è l’aspirapolvere di cui sopra.

Il bazooka di Draghi spara soldi, l’aspirapolvere della Merkel aspira tutto, annullandone l’effetto.

Come si può pensare di scaldare i prezzi (in soldoni con più domanda interna in ciascun Paese) se in Europa ci sono alcuni Stati, Germania in testa, che esportano centinaia di miliardi di euro di inflazione, creando così deflazione?

La Germania esporta molto più di quello che importa e lo fa sì verso gli altri Paesi europei ma, si badi, molto di più verso i Paesi non europei. In sostanza il surplus tedesco, in assoluta violazione dei trattati, da molti anni ormai viaggia ben al di sopra della soglia del 6% del Pil imposta dagli accordi. E per fare questo la Germania ha implementato politiche di austerità salariale molto marcate con l’obiettivo di mantenere stitica la domanda interna, di abbassare il costo per unità prodotto, di vendere sui mercati mondiali prodotti di qualità a bassi prezzi, con ricadute in termini di sostanziale piena occupazione. Non solo. E poi riuscita, forte del suo ruolo di locomotiva, ad imporre facendo pressing stretto su Bruxelles altrettanta austerità sui bilanci pubblici degli altri Paesi europei confinanti. Austerità che ha acuito le recessioni in corso, creando disoccupazione, riduzione dei salari e falcidiando la domanda.

L’insieme di queste pratiche ha permesso alla Merkel di affrancare le proprie esportazioni dell’area europea (ed esserne così meno dipendente) a vantaggio dell’export worldwide.

Queste politiche, in atto da anni, hanno creato degli squilibri di tale gravità che Berlino si meriterebbe non una ammonizione bensì un rosso diretto. Eppure, al di là di un blando richiamo, nessuno si è permesso di ammonire la Germania con la stessa decisione e veemenza verbale usate, ad esempio, dal ministro Schäuble contro Italia, Grecia o Spagna per altre questioni.

Per dirla ancora più chiaramente, il progetto era questo: la Bce taglia i tassi, stampa moneta e tra aste di liquidità e acquisto di bond corre in aiuto delle banche che, avendo più risorse, dovrebbero erogare più credito a imprese e famiglie, al fine di sostenere la domanda interna e generare inflazione e Pil. L’ultimo passaggio, quello forse più importante, come si è visto non ha funzionato e gli utilizzatori finali della moneta, cioè noi, questo flusso di capitali non lo hanno visto neanche col binocolo. Non solo, tutta quella moneta stampata con l’obiettivo di creare inflazione ha visto risucchiato il suo potenziale effetto da uno tsunami di dimensioni eccezionali rappresentato dal surplus tedesco che permette così alla Germania di ottenere, dal combinato disposto di tutti questi elementi, il massimo vantaggio.

Tutto questo è aberrante e non v’è chi non veda che in campo c’è una sola squadra che gioca una partita senza arbitro né rivali.

L’unica cosa saggia da fare sarebbe (ma bisognava farlo anni fa) implementare un grande piano Marshall europeo, un piano di investimenti pubblici-europei-comunitari di dimensioni bibliche. Al netto degli annunci fatti da Juncker il cui piano da 300 mld è fuori dai radar. Faccio sommessamente notare che Obama in 8 anni di mandato ha implementato periodicamente investimenti infrastrutturali per centinaia di miliardi di dollari, l’ultimo dei quali ammonta a 302 miliardi per l’esattezza per il triennio 2015-2018. A conferma del fatto che non basta avere i soldi nel portafoglio per far ripartire l’economia, i soldi vanno spesi e bene.

Tornando alla nostra signora inglese mi domando: perché stare in una Europa che sembra parlare solo tedesco? Per lo stesso motivo per cui 70 anni fa suo padre combattè sul campo. L’Europa di pace è stata una conquista di tutti, non va lasciata nelle mani di uno solo.

Varoufakis sbaglia (?)

segnalato da crvenazvezda76

Varoufakis sbaglia: la torre europea va sorretta, non buttata giù

di Roberto Sommella – huffingtonpost.it, 7 febbraio 2016

Yanis Varoufakis sbaglia, pur nel nobile intento di smuovere la palude in cui ci troviamo: la Torre pendente dell’Europa unita va puntellata, rafforzata nelle fondamenta, non buttata giù. Nel Manifesto dell’ex ministro delle Finanze greco, il Diem25, ci sono dei buoni punti di partenza – riassetto democratico dell’Ue, Assemblea costituente, fine della ‘burodittatura’ di Bruxelles – ma mancano proposte immediatamente operative (leggi QUI il documento di Varoufakis). Che in sintesi dovrebbero essere queste.

1) Noi europei siamo oggi il 7% della popolazione mondiale, produciamo il 25% e consumiamo il 50% del welfare: significa che abbiamo ancora la possibilità di ripartire dall’individuo e non dalle normative. Perché non trovare le risorse nel bilancio Ue di 1.000 miliardi di euro, per un reddito di cittadinanza?

2) Come evitare l’Ue a doppia velocità. L’integrazione europea, dal punto di vista economico, è soprattutto retta da Trattati internazionali ma non ancora europei e da Regolamenti che hanno assunto illegittimamente (e qui Varoufakis ha ragione) il rango di Atti costituenti, come il Patto di stabilità .

Il Fiscal Compact e il Six Pack, regolando invece in modo pro-ciclico la possibilità di indebitamento dei paesi dell’Eurozona, di fatto hanno peggiorato la recessione. A questo si aggiungono la direttiva sui salvataggi bancari (il bail in) e l’Unione bancaria. Quest’ultima poggia su tre gambe fondamentali: la Vigilanza centralizzata (attuata), il Meccanismo di risoluzione delle crisi creditizie (appunto il bail in, attuato ma a livello disomogeneo nell’Ue, come teme lo stesso Mario Draghi) e la Tutela centralizzata dei depositi. Berlino e i suoi alleati del Nord Europa sono contrari alla tutela dei depositi comunitari fin quando non verranno messi paletti al debito pubblico dei paesi e all’acquisto dei bond sovrani, eliminando la clausola del ‘risk free’, che di fatto permette all’Italia di vendere alle banche gran parte dei 300 miliardi all’anno di debito pubblico. Ma ridurre i rischi senza condivisione del debito, senza un Tesoro europeo che emetta eurobond e senza tutela unica dei depositi significa creare un euro di fascia A e un euro di fascia B. Per evitarlo serve un Tesoro unico europeo che emetta titoli di debito comunitari e indichi le politiche economiche da perseguire.

3) Serve una Costituzione Ue. L’euro ha comportato molti vantaggi ma non per le fasce più deboli della società e le istituzioni di Bruxelles sembrano lontane anni luce dai 500 milioni di persone che dovrebbero amministrare. Occorre indire subito, in previsione dei 60 dal Trattato di Roma, una grande Conferenza che stabilisca tre cose: la redazione di una Costituzione Europea, il rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo, la riforma della legge elettorale con espressa scelta del Presidente della Commissione da parte dell’elettorato. Solo così si riuscirà a passare dall’attuale Confederazione ad una vera Federazione di stati.

4) Conferenza europea sul debito. A parte le dispute, il 3% di rapporto deficit-Pil e il 60% del tetto di rapporto debito-Pil sono ormai anti-storici. Il primo, violato più volte da Francia e Germania all’inizio del Millennio, ha dovuto trovare la foglia di fico della ”flessibilità” concessa da Bruxelles legata alle emergenze (prima la crisi, poi i migranti e poi le spese anti-terrorismo) per essere di fatto sospeso, salvo i diktat improvvisi sulle leggi finanziarie nazionali. Il secondo è bypassato pressoché da tutti (la Grecia e l’Italia ne sanno qualcosa) ma ingabbiato nelle maglie del Fiscal Compact. E’ arrivato il momento di una moratoria su tutte le diavolerie contabili che stanno diventando ingestibili (deficit strutturale, deficit al netto del ciclo, squilibri economici) per gli stessi addetti ai lavori comunitari che controllano i bilanci dell’Eurozona. Servirebbe una Bretton Woods europea sul debito.

5) Senza Schengen l’euro non ha senso. Anche solo indebolire il Trattato sulla libera circolazione degli individui – nella versione che vorrebbe la Germania e cioè limitarlo a pochi paesi ritenuti affidabili del Nord Europa magari instaurando una tassa migranti – significa rendere priva di senso la stessa moneta unica. Schengen, come Maastricht e come il Trattato di Roma, è base fondante dell’Unione Europea, rappresenta la Costituzione materiale dell’Ue. Sospenderlo, lasciando liberi di viaggiare i capitali ma non le persone, darebbe ragione a chi sostiene che l’Europa è fatta solo per i ricchi. Insomma, a quel punto il Movimento Diem25 e i tanti partiti euroscettici avrebbero ragione da vendere.

6) Ellis Island europea. Il caos generatosi dalla combinazione del flusso degli immigrati con la paura di nuovi attacchi terroristici di matrice Isis mette a nudo la mancanza di politica estera dell’Unione Europea. Gli attentati a Parigi e tutti gli altri assalti alle libertà, che hanno coinvolto in vario modo i paesi che sono snodi cruciali dell’immigrazione, dimostrano che serve un’identificazione di pochi e chiari approdi europei (hotspot) e la salda collaborazione dei paesi dell’Unione allargata, che oggi sembrano invece solo prendere dall’Ue senza dare nulla in termini di solidarietà. In vista dei tanti appuntamenti elettorali nel biennio 2016-2017 (politiche spagnole forse di nuovo alle porte, amministrative italiane, presidenziali francesi, elezioni tedesche, referendum inglese sulla Brexit, per non dire della Grexit sempre incombente) che inevitabilmente avranno come tema anche il ritorno alle frontiere, sarebbe cruciale scegliere una Ellis Island europea per dimostrare che l’Unione c’è ma aiuta solo chi rispetta le regole. Col ritorno dei confini e la fine dell’Unione, l’Italia si troverebbe poi di nuovo da sola a vigilare su buona parte tutto del Mediterraneo, cosa che peraltro già fa con la sua Guardia Costiera, sempre in prima linea anche in acque greche e maltesi.

7) Desecretazione degli atti di Commissione, Eurogruppo ed Ecofin. Se questi organi davvero ci rappresentano, occorre che gli atti che preludono e accompagnano tutti i vertici comunitari, vengano resi noti all’opinione pubblica. Non è possibile leggere sui giornali e non in documenti ufficiali che la Germania vuole la Grecia fuori dall’euro o limitare l’emissione di debito pubblico italiano. Questi si’ che sono atti anti-democratici.