eutanasia

I migranti italiani dell’eutanasia

E’ morto Max Fanelli, malato di SLA dal 2013, simbolo della battaglia per la legge sul fine vita. I nostri illuminati parlamentari riusciranno, fra un diktat e l’altro, a legiferare in materia? Tutti abbiamo diritto di decidere della nostra vita. Liberi fino alla fine.

segnalato da transiberiana9

Morire ‘in esilio’ in Svizzera: i migranti italiani del suicidio assistito

di Luigi Mastrodonato – news.vice.com/it, 18 novembre 2015

“Ogni settimana riceviamo tra le 70 e le 80 telefonate di persone disperate. A volte ci chiama anche la polizia, in incognito, ma noi siamo tranquilli perché non facciamo nulla di illegale.”

A parlare è Emilio Coveri, Presidente di Exit Italia – Associazione Italiana per il diritto ad una Morte Dignitosa. L’Associazione, nata nel 1996, si batte da diciannove anni per l’approvazione di una normativa italiana che accolga l’eutanasia, nonché per la legalizzazione del testamento biologico.

L’apertura anche solo di un dibattito politico sul tema in Italia sembra qualcosa di arduo. E questo nonostante nel 2014 un rapporto pubblicato da Eurispes abbia evidenziato come quasi il 60% degli italiani si dichiari favorevole all’eutanasia.

Il suicidio assistito in Svizzera

Basta guardare al di là del nostro confine, tuttavia, per riscontrare una situazione completamente diversa.

In Svizzera il suicidio assistito è legale dal 1942 — tanto per i residenti, quanto per i cittadini stranieri. I vari tentativi di ridimensionare questo diritto sono stati bloccati dalla popolazione locale. L’ultima volta nel 2011, attraverso i referendum.

Un contesto di questo tipo ha fatto sì che nel corso degli anni si sia creato un vero e proprio flusso di italiani decisi a morire in Svizzera. “È questa l’unica via d’uscita per quelle persone, gravemente malate e disperate, che hanno come ultimo desiderio quello di poter porre fine alle loro sofferenze e morire in modo dignitoso,” spiega a VICE News Emilio Coveri di Exit Italia.

L’associazione non si occupa direttamente delle sorti di queste persone. Se lo facesse, infatti, sarebbe perseguibile ai sensi degli articoli 579 e 580 del Codice Penale Italiano, che regolano l’omicidio del consenziente e l’istigazione al suicidio.

Exit, semplicemente, fornisce informazioni sul tema del suicidio assistito in Svizzera, pur non dando alcun contatto diretto con una delle quattro associazioni svizzere attive nel settore: Dignitas, Exit ADMD, Liberty Life e Spirit.

La ‘dolce morte’

Perché una persona possa effettivamente andare fino in fondo, è necessario che ottenga il placet da parte di una commissione medica formata da tre dottori, i quali redigono una cartella clinica.

Al termine delle analisi, se i medici avvallano l’eutanasia, uno dei tre si assume la responsabilità di proseguire nelle operazioni. L’abilitazione a procedere arriva solo per i malati terminali, o comunque per quelli affetti da malattie gravi e irreversibili.

Secondo la legge svizzera, il dottore è obbligato a fare di tutto per far desistere il paziente dal suicidio assistito.

Le statistiche di Dignitas parlano di un 40% di persone che cambiano idea all’ultimo momento, grazie al supporto dato dal medico svizzero incaricato. “In Svizzera non ci sono macellai di persone. Molti tornano indietro perché quando arrivano al punto di dover decidere non ce la fanno, scelgono la vita.” A parlare a VICE News è Mina Welby, moglie di Piergiorgio e fondatrice di SOS Eutanasia, un gruppo di disobbedienza civile che informa e in alcuni casi offre supporto logistico e finanziario alle persone che vogliono ottenere l’eutanasia.

Sempre per smentire le credenze più comuni, il Presidente di Exit Emilio Coveri ci tiene a sottolineare a VICE News che, a differenza di come titolava gran parte della stampa italiana, “non esiste nessuna clinica della morte.”

La procedura del suicidio assistito avviene infatti nell’ambulatorio del medico che ha assunto la pratica, ovunque esso si trovi. Il paziente ingerisce due pastiglie di antiemetico (anti-nausea) e poco dopo un bicchiere d’acqua al cui interno sono viene sciolta una dose letale – 15 grammi – di pentobarbital di sodio, un sedativo ad effetto rapido sintetizzato nel 1929. In pochi minuti, il paziente cade in un sonno profondo da cui non si sveglierà più.

Tutta la procedura viene filmata — così vuole la legge svizzera. L’articolo 115 del Codice Penale Svizzero afferma che “chiunque per motivi egoistici istiga alcuno al suicidio o gli presta aiuto è punito, se il suicidio è stato consumato o tentato, con la reclusione sino a cinque anni”.

Il filmato servirà dunque al medico legale e alla polizia per verificare che la morte sia avvenuta in modo volontario e non sia stata indotta dai presenti. È il malato che deve bere direttamente dal bicchiere, o comunque tramite cannuccia. Se non riesce, il mix letale viene immesso in vena, ma sarà comunque il paziente a premere il pulsante che lascia scorrere il pentobarbital di sodio.

Il prezzo di tutta la pratica si aggira tra i 5mila e i 10mila euro, ed include le visite e l’assistenza medica, l’espletazione delle procedure burocratiche, la cremazione della salma, il trasporto ed il servizio funebre.

Quanti italiani scelgono la Svizzera?

Secondo lo studio dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Zurigo Suicide Tourism: a pilot study on the Swiss phenomenon, il numero di italiani che si è recato oltre confine per ricorrere al suicidio assistito è cresciuto di dieci volte tra il 2008, quando il dato fu però eccezionalmente basso, ed il 2012.

In realtà, il basso numero di arrivi registrati nel 2008 e nel 2009 non riguardava solo l’Italia; si trattava piuttosto di un fenomeno più ampio. La Dottoressa Saskia Gauthier dell’Università di Zurigo vede tra le possibili cause di questo calo i risultati di una sorta di ‘battaglia mediatica‘ avviata in quel periodo da diversi media internazionali, dovuta all’utilizzo su quattro pazienti della Dignitas nella primavera del 2008 di un metodo considerato troppo cruento: l’inalazione di elio.

W. Hamilton e R.D. Ogdeon, dell’UC School of Medicine di San Francisco, parlano diun caso la cui la morte effettiva avvenne 40 minuti dopo l’inalazione di elio tramite maschera, duranti i quali la persona incosciente gemeva e mostrava episodi di movimento dei bulbi oculari”. Si tratta di una metodologia di suicidio assistito successivamente abbandonata, portando a un ammorbidimento delle polemiche e dando il via a una nuova ondata di arrivi a partire dal 2010.

Un’alternativa alla malattia

Rispetto alle altre nazionalità, comunque, in questi ultimi anni gli italiani hanno fatto registrare un incremento di gran lunga maggiore in termini percentuali.

Tra il 2011 e il 2014 circa una sessantina di persone, che si erano informate tramite Exit, hanno poi deciso di andare fino in fondo. A queste cifre bisogna aggiungere tutte quelle persone che si sono appoggiate alle associazioni svizzere senza passare da intermediari italiani per la richiesta di informazioni e che, dunque, sono al di fuori delle statistiche dell’Associazione, così come quelle che hanno cambiato idea all’ultimo secondo.

Una di queste è Giovanna, 54 anni e gravemente malata, che già nel 2009 iniziò ad esprimere la volontà di porre fine alle sue sofferenze ricorrendo all’eutanasia. “Le spiegai che in Italia non è possibile” racconta a VICE News Mina Welby. “Due anni fa, poi, mi scrisse dicendo di avere urgentemente bisogno di me. Quando andai a trovarla, scoprii che lei aveva già contattato la Svizzera, aveva parlato con una delle associazioni per il suicidio assistito, insomma aveva fatto tutto da sola nonostante l’età e le difficoltà di informazione.”

Giovanna ha poi organizzato il viaggio, prenotato l’aereo e un albergo in Svizzera. Ma all’ultimo momento ha cambiato idea e ha deciso di spegnersi in Italia—cosa che è avvenuta due mesi dopo, in modo naturale.

Chi invece non è più tornata è Piera Franchini, un’anziana signora di Mestre, da anni malata di cancro. Senza qualcuno disposto ad accompagnarla, decise di rivolgersi a SOS Eutanasia per poter ottenere un supporto concreto al suo ultimo viaggio verso la Svizzera.

Marco Cappato, da anni nel Partito Radicale e attuale consigliere comunale a Milano, si offrì di accompagnarla. “Piera venne a Milano. Il giorno dopo andai a prenderla in macchina e ci mettemmo in viaggio per la Svizzera”, racconta al telefono a VICE News.

Dopo sette ore di viaggio, Marco e Piera arrivarono all’albergo, situato a 200 metri dal luogo dove ci sarebbe stato l’accesso al suicidio assistito”. Piera fu visitata da un medico. A lui diede conferma delle sue condizioni di salute, ribadendo poi la sua volontà di porre fine alla sua vita. La sera cenammo insieme in albergo; la mattina dopo si sottopose a una nuova visita con il medico”.

Anche il giorno successivo, Piera ribadì la sua volontà, ottenendo l’approvazione definitiva del medico a procedere con il suicidio assistito. “Terminata la visita, andammo con calma in una specie di ambulatorio”, continua Cappato. “Era arredato in modo confortevole, pieno di piante… nulla di squallido diciamo, non dava un’impressione ambulatoriale, quanto piuttosto quella di un luogo di accoglienza”.

A questo punto, però, sorse un problema: a causa di una difficoltà alla trachea, Piera insistette perché il mix letale le venisse iniettato via endovena. “Aveva paura che potessero andarle di traverso le sostanze”, ricorda oggi Cappato. I medici videro però in questa richiesta una sorta di esitazione, un ripensamento inconscio di Piera, o qualcosa di simile. Così, Marco dovette riportare Piera in Italia. La procedura venne tuttavia ripetuta un mese dopo — questa volta senza intoppi.

Sebbene Piera abbia posto fine alla sua vita nel nord della Svizzera, da un anno a questa parte la soluzione più semplice per un italiano che decidesse di ricorrere al suicidio assistito è probabilmente quella di rivolgersi a Liberty Life, la più giovane tra le associazioni svizzere che se ne occupano (è nata nel 2014).

Ciò che contraddistingue quest’ultima dalle altre è infatti la sua sede a Paradiso — un comune a venti minuti dal confine con la Lombardia. La vicinanza al nostro Paese e il fatto che l’associazione operi in italiano, aumenta esponenzialmente il suo appeal nei confronti degli italiani.

VICE News ha raggiunto Liberty Life al telefono. “Non parliamo mai di numeri in modo preciso; quello che le posso dire è che l’80% delle persone che si sono rivolte a noi nel 2015 sono persone italiane e che anche le richieste in corso per l’80% sono di persone italiane”.

Le difficoltà pratiche

Per un italiano che decidesse di cercare il suicidio assistito in Svizzera, non mancano alcune difficoltà di carattere più pratico. Innanzitutto, un’indagine dell’Accademia svizzera di scienze mediche (ASSM) rivela l’esistenza di obiettori di coscienza sul tema del suicidio assistito: mentre i tre quarti dei medici del campione si dicono tendenzialmente d’accordo alla concessione di questo diritto, meno della metà si dichiara poi disposto a passare dalle parole ai fatti. “Questi risultati mostrano l’ambivalenza del corpo medico a questo proposito,” afferma Michelle Salathé, Vicesegretaria Generale dell’ASSM.

Trovare un medico disponibile non è dunque scontato. Ma c’è altro problema. Accompagnare qualcuno a morire in Svizzera è considerato un reato penale dal Codice italiano: si rischiano dai 5 ai 12 anni di carcere, poiché il crimine ricade nel campo dell’istigazione al suicidio.

“Spesso i familiari non sono disponibili ad accompagnare perché hanno paura di essere incriminati dalla giustizia italiana. È successo di recente a una persona di Mantova che, una volta tornata in Italia dopo avere accompagnato la mamma a morire in Svizzera, ha ricevuto un avviso di garanzia”, racconta a VICE News Mina Welby, che aggiunge: “Andare soli, non avere la possibilità di avere un abbraccio prima di morire… c’è spesso una grande e terribile solitudine per le persone che prendono questa decisione”.

Marco Cappato racconta a VICE News che questa situazione non lo preoccupa: “Se dovessero aprire dei procedimenti nei miei confronti, avremmo raggiunto il risultato di avviare un dibattito pubblico sull’assurdità di una condizione che obbliga all’esilio delle persone che vogliono semplicemente decidere come porre fine alla propria sofferenza. Se invece non succedesse nulla, si creerebbe un precedente positivo e questo darebbe più tranquillità ad altre persone che volessero accompagnare amici o familiari all’estero”.

Emilio Coveri di Exit Italia ha citato anche casi di denunce esposte da membri interni alla famiglia del suicida, magari spinti da una cultura cattolica che non apparteneva invece né al parente defunto né all’accompagnatore.

Abbiamo chiesto al Presidente di Exit se secondo lui è qualcosa cambiato in Italia nel dibattito sull’eutanasia negli ultimi anni, e se è fiducioso per il futuro. “L’atteggiamento di medici e magistrati italiani è cambiato in positivo negli ultimi tre anni”, ha risposto con un tono tra lo speranzoso e l’afflitto.

“Finalmente qualcuno inizia a mettere davanti a tutto e tutti il paziente e i suoi problemi. Glielo dico sinceramente, io penso che né io né lei riusciremo mai a vedere la legge sull’eutanasia in Italia”. Salvo poi aggiungere: “Sono convinto che prima o poi, in un futuro lontano, arriverà”.

La battaglia di Max

di barbarasiberiana

Molti di noi avranno sentito parlare di Max Fanelli, malato di SLA che si sat battendo per l’eutanasia legale in italia. Con la sua campagna #iostoconmax, portata avanti sui social e con iniziative di notevole impatto mediatico, sta riportando sotto i riflettori questo tema. Numerosi parlamentari hanno aderito alla sua campagna, ad esempio Civati ha  pubblicato la sua lettera ed è andato a trovarlo a casa, su youtube si può trovare il video. Con le cartoline #iostoconmax è possibile aderire alla mobilitazione sia tramite facebook che spedendo le cartoline, che saranno successivamente raccolte e recapitate alla Presidente della Camera Boldrini.

L’ultima iniziativa è di qualche giorno fa: Max si è fatto accompagnare nell’atrio della Galleria Dorica ad Ancona e si è fatto incatenare ad un palo. La notizia la potete trovare QUI.

Riportiamo l’appello di Max Fanelli ai parlamentari per l’eutanasia legale.

Onorevoli Parlamentari

mi chiamo Massimo Fanelli, ho 54 anni e dal mese di settembre 2013 sono malato di sla. Progressivamente ho perso ogni autonomia e forza muscolare. Ora sono allettato ed ho bisogno di assistenza 24 ore su 24. Respiro grazie alla tracheotomia, mi alimento via PEG. Vivo, o sarebbe meglio dire “sopravvivo” nel disagio psicofisico di questa patologia che tra dolori e disagi psicologici raggiunge e supera spesso il limite della sopportazione e della dignità umana. Tutto questo é aggravato dalle leggi in vigore che non prevedono né regolamentano il diritto all’eutanasia come in molti paesi civili . E’ umano e nobile quindi, difendere il diritto all’autodeterminazione ed alla libertà di scelta dei malati terminali di come e quando poter porre fine alla propria vita, in modo da evitare atroci sofferenze e difendendo quella componente indispensabile della nostra Libertà che si chiama Dignità. Questo fino a che il Governo non esaminerà la proposta di legge di iniziativa popolare sostenuta dall’associazione Luca Coscioni e dal comitato Eutanasia legale, depositata in Parlamento alla Camera dei deputati già il 13 settembre 2013. Con questa mia, spero di trovare un prezioso supporto per la difesa del diritto di ogni uomo all’autodeterminazione, nel pieno rispetto degli altri e con unico giudice la propria coscienza. Grazie per la vostra disponibilità ed attenzione. Massimo.

Per seguire la battaglia di Max Fanelli

http://iostoconmax.tumblr.com/

https://www.facebook.com/pages/Io-Sto-Con-Max-Si-Alleutanasia/363116450536119?ref=ts&fref=ts

https://www.youtube.com/channel/UC1t9QoejXsr4GwsMN2VJxWA

Liberi di decidere fino alla fine

di barbarasiberiana

Le decisioni di fine vita sono decisioni personalissime e, in quanto tali, devono essere prese con la massima libertà dalla persona per se stessa. In Italia, benché la Costituzione riconosca che nessuno può essere obbligato ad alcun trattamento sanitario contro la propria volontà, non vi sono leggi che regolino l’affermazione delle volontà della persona: né una legge sul testamento biologico, né sull’eutanasia.

Di seguito riportiamo alcune note relative a testamento biologico ed eutanasia, tratte principalmente dal sito dell’Associazione Luca Coscioni (http://www.associazionelucacoscioni.it/) e alcune iniziative di sensibilizzazione sul tema.

ALCUNE “DEFINIZIONI”

Eutanasia: volontaria, involontaria, passiva

Il significato letterale di eutanasia è quello di buona morte. Un dibattito sull’eutanasia è comparso negli ultimi decenni del XX secolo: principalmente per il perfezionamento delle macchine con cui si può tenere in vita un morente per tempi lunghissimi e per l’allungamento della vita. Lo scontro etico-giuridico si delinea tra coloro che ritengono che la fine della vita umana sia un evento a noi disponibile e coloro che ritengono che la vita umana sia un valore inviolabile.

Eutanasia attiva volontaria: atto con il quale qualcuno produce esplicitamente la morte di un’altra persona che è affetta da una grave malattia e vicina alla morte e che patendo gravi sofferenze fisiche e psicologiche chiede dunque, in modo consapevole, al suo medico curante e ad altri medici di essere aiutato a morire. Costituisce reato e rientra nelle ipotesi previste e punite dall’articolo 579 (Omicidio del consenziente) o dall’articolo 580 (Istigazione o aiuto al suicidio) del codice penale.

Eutanasia involontaria: l’atto eutanasico per la persona non più competente dovrà essere considerato non approvabile se non si dispone di direttive anticipate, mentre si può accettare nel caso in cui vi sia la volontà precedentemente espressa.

Eutanasia passiva: legata ad una serie di distinzioni tra azione ed omissione, sospendere e iniziare una cura, mezzi di intervento terapeutici straordinari o ordinari. Costituisce un diritto inviolabile in base all’articolo 32 della Costituzione italiana in base al quale: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Principio affermato, tra l’altro, dalla sentenza con la quale il Tribunale di Roma ha prosciolto Mario Riccio, il medico che ha praticato a Welby la sedazione terminale. Tuttavia in Italia viene disatteso anche questo principio che conduce al fenomeno dell’eutanasia clandestina.

Il testamento biologico

Il testamento biologico, detto anche dichiarazione anticipata di trattamento (DAT), è una espressione che indica le manifestazioni di volontà (generalmente formulate in un documento scritto)  con le quali ogni individuo, in condizioni di lucidità mentale, decide quali trattamenti sanitari (somministrazione di farmaci, sostentamento vitale, rianimazione, etc.) intende o non intende accettare nel momento in cui questi trattamenti siano necessari e il soggetto non sia più capace di intendere e di volere ovvero non sia più autonomo.

Al momento il nostro sistema giuridico non prevede una normativa che disciplina la pratica del testamento biologico. Tuttavia gli articoli 13 e 32 della Carta Costituzionale conferiscono ad ogni individuo piena e libera facoltà di decidere a quali trattamenti sanitari sottoporsi, il che dimostrerebbe l’esistenza di un vero e proprio diritto all’autodeterminazione, quale specificazione del più ampio diritto alla dignità umana.

Contemporaneamente al caso di Eluana Englaro, il Governo mise a punto un disegno di legge il cui nodo saliente era l’impossibilità di poter rinunciare a idratazione e alimentazione da parte del malato, anche se cosciente e sebbene egli avesse precedentemente disposto la sua volontà a interrompere le cure. Seccamente respinto dal Presidente della Repubblica e contestato da un’ampia fetta dell’opinione pubblica, ad esso è poi seguito un disegno di legge, a prima firma Raffaele Calabrò. Il ddl Calabrò è stato approvato in Senato nel 2009 e al momento è in discussione alla Camera dei deputati. L’impalcatura ideologica rimane identica a quella del disegno di legge precedente, fatte salve alcune modifiche, anche se meramente formali, apportate a seguito dell’evolversi della vicenda Englaro e del dibattito politico.

LE INIZIATIVE DELL’ASSOCIAZIONE LUCA COSCIONI

Le attività dell’Associazione

Clicca QUI per materiale informativo e per le attività dell’Associazione Luca Coscioni.

Il testmento biologico

Sul sito è disponibile un vademecum sul fine vita, con tutti i riferimenti alla normativa attuale in termini di rifiuto delle cure. E’ possibile scaricare il modulo per il testamento biologico redatto dall’associazione A buon diritto, e compilarlo, anche online o su facebook.

Segnaliamo inoltre la possibilità di richiedere, attraverso una proposta di delibera popolare, l’istituzione del registro del testamento biologico presso il proprio comune di appartenenza. Ci sono già diversi comuni che lo hanno fatto (guarda la mappa) e che hanno aderito alla Lega degli enti locali per il registro delle dichiarazioni anticipate di trattamento.

Petizione sul fine vita

Puoi firmare QUI

Un atto di disobbedienza civile

I radicali Marco Cappato, Mina Welby e Gustavo Fraticelli hanno costituito una associazione “Associazione soccorso civile per l’eutanasia” e aperto il sito internet www.SOSeutanasia.it e un conto corrente per condurre un’azione di disobbedienza civile sull’eutanasia.

Cappato, Welby e Fraticelli hanno dichiarato:

Forniamo informazioni e, in alcuni casi anche assistenza logistica e finanziaria, alle persone che vogliono ottenere l’eutanasia, quando vi siano le condizioni previste dalla proposta di legge di iniziativa popolare del Comitato per l’eutanasia legale.

La nostra azione è un atto di disobbedienza civile nei confronti delle leggi esistenti (che condannano fino a 15 anni di carcere per “omicidio del consenziente”o concorso nello stesso reato). Risponderemo a tutte le richieste, in nome dell’affermazione del diritto all’autodeterminazione, alla libertà fondamentale di scegliere per se stessi, il proprio corpo e la propria malattia anche nella fase finale della propria vita, in nome dell’effettiva attuazione degli articoli 3, 13 e 32 della Costituzione. (…)

L’azione di disobbedienza civile proseguirà fino a quando il Parlamento italiano non calendarizzerà la proposta di legge di iniziativa popolare depositata a settembre 2013 e da allora mai discussa in Parlamento, in violazione dell’articolo 71 della Costituzione.

QUI il comunicato stampa.