fascismo

In ogni dove

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Stuprate quella donna

segnalato da Barbara G.

Lo stupro come metodo per umiliare popoli in guerra, per fare pulizia etnica.

Lo stupro come modo per affermare il potere su una donna (ma anche su trans, gay…), per umiliare, per rappresentare il senso del possesso.

Lo stupro come punizione.

I commenti deliranti che si leggono in questi giorni non sono, purtroppo, una novità, nemmeno da noi. Ma se scaviamo un pochino nel nostro passato, scopriamo che non ci si è limitati al solo parlare, minacciare. Si è anche passati all’azione. E con responsabilità anche fra le istituzioni.

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“I Carabinieri ci dissero: stuprate Franca Rame”

temi.repubblica.it/micromega-online, 13/05/2013

Nel 1988 Biagio Pitarresi, fascista di una certa notorietà, racconta che l’ordine di stuprare Franca Rame arrivò dai carabinieri. Bisognava “punire” quella donna che andava a ficcare il naso dappertutto, anche nelle carceri e nella strage di stato.

di Girolamo De Michele, da carmillaonline.com

Il 9 marzo 1973 Franca Rame fu sequestrata da cinque uomini, costretta a salire su un furgone all’interno della quale fu torturata e violentata. Come si sa, Franca è riuscita a raccontare la violenza subita in un monologo intitolato appunto “Lo stupro”, che inserì nello spettacolo “Tutta casa, letto e chiesa”. Per molto tempo, Franca raccontò di essersi ispirata ad un episodio di cronaca, non rivelando di essere stata lei stessa la vittima dello stupro.

La sera del 9 marzo 1973, alla notizia dell’avvenuto stupro, qualcuno a Milano gioì: era il generale Palumbo, comandante della divisione Pastrengo. «La notizia dello stupro della Rame in caserma fu accolta con euforia, il comandante era festante come se avesse fatto una bella operazione di servizio. Anzi, di più…», secondo la testimonianza di Nicolò Bozzo, che sarebbe diventato stretto collaboratore di Carlo Alberto Dalla Chiesa, e che all’epoca era in servizio alla Pastrengo:

«Arrivò la notizia del sequestro e dello stupro di Franca Rame. Per me fu un colpo, lo vissi come una sconfitta della giustizia. Ma tra i miei superiori ci fu chi reagì in modo esattamente opposto. Era tutto contento. “Era ora”, diceva. […] Era il più alto in grado: il comandante della “Pastrengo”, il generale Giovanni Battista Palumbo. […] Allora io vissi quella reazione di Palumbo solo come una manifestazione di cattivo gusto. Credevo che il generale fosse piacevolmente sorpreso della notizia, nulla di più. D’altronde Palumbo era un personaggio particolare, era stato nella Repubblica Sociale, poi era passato con i partigiani appena prima della Liberazione. Non faceva mistero delle sue idee di destra. E alla “Pastrengo”, sotto il suo comando, circolavano personaggi dell’estrema destra, erano di casa quelli della “maggioranza silenziosa” come l’avvocato Degli Occhi» [qui].

Nel 1981, il nome del generale Palumbo fu trovato all’interno dell’elenco degli iscritti alla Loggia P2, assieme a due alti ufficiali dell’Arma. Secondo Bozzo, «il comandante generale [dell’Arma dei carabinieri] era il generale Mino. Basta leggere la relazione di maggioranza della commissione d’inchiesta sulla P2 per capire perché non si accorgesse di nulla. Lui non era negli elenchi, ma la commissione lo dava come organico».

Nel 1987-88 due fascisti, Angelo Izzo e Biagio Pitaresi, rivelano al giudice Salvini che a compiere lo stupro fu una squadraccia neofascista, e soprattutto che l’ordine di “punire” Franca Rame con lo stupro venne dall’Arma dei Carabinieri. Si legge nell’ordinanza di rinvio a giudizio dell’inchiesta sull’eversione neofascista degli anni Settanta:

«Pitarresi ha fatto il nome dei camerati stupratori: Angelo Angeli e, con lui, “un certo Muller” e “un certo Patrizio”. Neofascisti coinvolti in traffici d’armi, doppiogiochisti che agivano come agenti provocatori negli ambienti di sinistra e informavano i carabinieri, balordi in contatto con la mala. Fu proprio in quella terra di nessuno dove negli Anni 70 s’incontravano apparati dello Stato e terroristi che nacque la decisione di colpire la compagna di Dario Fo. Ha detto Pitarresi: “L’azione contro Franca Rame fu ispirata da alcuni carabinieri della Divisione Pastrengo. Angeli ed io eravamo da tempo in contatto col comando dell’Arma» [qui].

A supportare la testimonianza dei due “pentiti”, un appunto dell’ex dirigente dei Servizi Gianadelio Maletti che racconta di un violento alterco tra il generale Giovanni Battista Palumbo e Vito Miceli, futuro capo del servizio segreto: «Il primo, si leggeva nella nota di Maletti, durante la lite aveva rinfacciato al secondo “l’azione contro Franca Rame”».

F_rame Commenta il giudice Salvini: «Il probabile coinvolgimento come suggeritori di alcuni ufficiali della divisione Pastrengo non deve stupire […] il comando della Pastrengo era stato pesantemente coinvolto, negli Anni 70, in attività di collusione con strutture eversive e di depistaggio delle indagini in corso, quali la copertura di traffici d’ armi, la soppressione di fonti informative che avrebbero potuto portare a scoprire le responsabilità nelle stragi dei neofascisti Freda e Ventura» [qui].

Ma secondo Nicolò Bozzo lo stesso generale Palumbo non sarebbe il responsabile primo dell’ordine di stuprare Franca Rame, quanto l’esecutore di «una volontà molto superiore»:

«A parte le sue convinzioni politiche io ricordo che Palumbo riceveva spesso telefonate dal ministero, dal ministro. So che parlava con il ministro della Difesa e degli Interni. È norma che un ministro della Difesa chiami un comandante di divisione. Ma secondo me un crimine del genere non nasce a livello locale. È vero che alla notizia dello stupro ci furono manifestazioni di contentezza nella caserma, però personalmente non me lo vedo il generale Palumbo chiamare i terroristi e ordinargli o chiedergli di fare questo» [qui].

Nel 1973 il capo del governo in carica era Giulio Andreotti, con una maggioranza di centro-destra il cui scopo, secondo quanto si legge nel Memoriale Moro, era di «deviare, per sempre, le forze popolari nell’accesso alla vita dello Stato». Il ministro della Difesa era Mario Tanassi, quello dell’Interno Mariano Rumor.

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“I carabinieri ci dissero: stuprate Franca Rame”. E il giudice accusa cinque neofascisti

di Giovanni Maria Bellu, da Repubblica, 10 febbraio 1998

ROMA – Furono alcuni ufficiali dei carabinieri a ordinare lo stupro di Franca Rame. L’aveva detto dieci anni fa l’ex neofascista Angelo Izzo, l’ha confermato al giudice istruttore Guido Salvini un esponente di spicco della destra milanese, Biagio Pitarresi. Il suo racconto occupa due delle 450 pagine della sentenza di rinvio a giudizio sull’eversione nera degli Anni 70.
La sentenza è stata depositata pochi giorni fa, il 3 di questo mese. Lo stupro avvenne il 9 marzo del 1973, venticinque anni orsono. Un tempo che fa scattare la prescrizione e che garantisce l’impunità alle persone chiamate in causa.
Pitarresi ha fatto il nome dei camerati stupratori: Angelo Angeli e, con lui, “un certo Muller” e “un certo Patrizio”. Neofascisti coinvolti in traffici d’armi, doppiogiochisti che agivano come agenti provocatori negli ambienti di sinistra e informavano i carabinieri, balordi in contatto con la mala. Fu proprio in quella terra di nessuno dove negli Anni 70 s’incontravano apparati dello Stato e terroristi che nacque la decisione di colpire la compagna di Dario Fo.
Ha detto Pitarresi: “L’azione contro Franca Rame fu ispirata da alcuni carabinieri della Divisione Pastrengo. Angeli ed io eravamo da tempo in contatto col comando dell’Arma”. Commenta il giudice Guido Salvini nella sua sentenza di rinvio a giudizio: “Il probabile coinvolgimento come suggeritori di alcuni ufficiali della divisione Pastrengo non deve stupire… il comando della Pastrengo era stato pesantemente coinvolto, negli Anni 70, in attività di collusione con strutture eversive e di depistaggio delle indagini in corso, quali la copertura di traffici d’armi, la soppressione di fonti informative che avrebbero potuto portare a scoprire le responsabilità nelle stragi dei neofascisti Freda e Ventura”.
Quando, nel 1987, Angelo Izzo parlò per la prima volta di un coinvolgimento dei carabinieri nell’aggressione a Franca Rame, molti non ci credettero: la storia sembrava assurda, e Izzo era considerato, in generale, un personaggio poco attendibile, uno psicopatico sadico: era in carcere per lo stupro-omicidio del Circeo, una delle vicende più atroci della cronaca nera degli Anni 70.
Poi i sospetti si erano rafforzati, ma senza determinare l’avvio di una apposita indagine, durante l’inchiesta sulla strage di Bologna quando era stato trovato un appunto dell’ex dirigente dei Servizi Gianadelio Maletti. Raccontava di un violento alterco tra due generali: Giovanni Battista Palumbo (un iscritto alla loggia P2 che poi sarebbe andato a comandare proprio la “Pastrengo”) e Vito Miceli (futuro capo del servizio segreto). Il primo, si leggeva nella nota di Maletti, durante la lite aveva rinfacciato al secondo “l’azione contro Franca Rame”.
Era stata una delle più spregevoli, tra le tante ignobili, commesse dai neofascisti negli Anni 70. La sera del 9 marzo del 1973, nella via Nirone, a Milano, Franca Rame era stata affiancata da un furgone. C’erano cinque uomini che l’avevano obbligata a salire. La violentarono a turno. Gridavano: “Muoviti puttana, devi farmi godere”. Le spegnevano sigarette sui seni, le tagliavano la pelle con delle lamette. Una sequenza allucinante, che la Rame avrebbe inserito in un suo spettacolo, “Tutta casa, letto e chiesa”.
Fu subito chiaro che la violenza contro la compagna di Dario Fo veniva dagli ambienti neofascisti. E infatti, come in quasi tutti i crimini compiuti in quegli anni dai neofascisti, i responsabili non furono scoperti”.

E il generale gioì per lo stupro. “Avete violentato Franca Rame? Era ora…”

di Luca Fazzo, da Repubblica, 11 febbraio 1998

MILANO – “La notizia dello stupro della Rame in caserma fu accolta con euforia, il comandante era festante come se avesse fatto una bella operazione di servizio. Anzi, di più…”. Sono passati venticinque anni, ma l’ uomo è di quelli che hanno la memoria buona. Nicolò Bozzo oggi è un generale dei carabinieri che si gode la pensione nella sua Genova, dopo una carriera ad altissimo livello: soprattutto nella fase più lunga e più dura, quella al fianco di Carlo Alberto Dalla Chiesa nella lotta al terrorismo. Ma quel 9 marzo 1973 il giovane Bozzo era un capitano in servizio a Milano, all’Ufficio Operazioni del comando della Divisione Pastrengo, il reparto più importante dell’Arma nell’Italia del nord-ovest. Quel giorno l’attrice Franca Rame – moglie di Dario Fo, una delle voci più in vista della “nuova sinistra” – venne sequestrata e stuprata da un gruppo di neofascisti. Dai verbali dell’inchiesta su quegli anni condotta dal giudice Salvini, ora si scopre che la banda degli stupratori aveva agito – secondo un testimone – su indicazioni di “alcuni carabinieri della divisione Pastrengo”. Ma i ricordi di Bozzo rendono quel che sta venendo a galla ancora più sconvolgente.

Generale, lei quel giorno era lì, al comando della Pastrengo. Cosa ricorda?
“Io lavoravo all’ufficio operazioni, al piano inferiore. Ma quando il mio superiore era in licenza salivo di sopra, dove c’erano lo stato maggiore e il comando di divisione. Quello era uno di quei giorni. Arrivò la notizia del sequestro e dello stupro di Franca Rame. Per me fu un colpo, lo vissi come una sconfitta della giustizia. Ma tra i miei superiori ci fu chi reagì in modo esattamente opposto. Era tutto contento. “Era ora”, diceva”.

Può fare il nome di quell’ufficiale?
“Certo. Era il più alto in grado: il comandante della “Pastrengo”, il generale Giovanni Battista Palumbo”.

Lei racconta un fatto di una gravità eccezionale. Perché lo fa ora, dopo venticinque anni?
“Perché allora io vissi quella reazione di Palumbo solo come una manifestazione di cattivo gusto. Credevo che il generale fosse piacevolmente sorpreso della notizia, nulla di più. D’altronde Palumbo era un personaggio particolare, era stato nella Repubblica Sociale, poi era passato con i partigiani appena prima della Liberazione. Non faceva mistero delle sue idee di destra. E alla “Pastrengo”, sotto il suo comando, circolavano personaggi dell’estrema destra, erano di casa quelli della “maggioranza silenziosa” come l’avvocato Degli Occhi”.

Poi il nome di Palumbo saltò fuori negli elenchi della P2.
“Lui, e altri due ufficiali importanti dell’Arma a Milano. E io il 24 aprile 1981 mi presentai dai giudici Colombo e Turone per raccontare cosa avevo capito dei disegni di quella gente. Una testimonianza che ho pagato con procedimenti disciplinari, trasferimenti, ritardi nella carriera. Ma del fatto di Franca Rame ai giudici non parlai, perché mai avrei pensato che fosse qualcosa di più di una manifestazione di gioia, del tutto in linea con il modo di pensare del mio comandante. Ma ieri ho letto quello che ha scoperto il giudice Salvini, ed è stato un po’ come se tutto andasse a posto”.

È possibile che a Milano l’ Arma fosse comandata da gente simile, e a Roma i vertici non sapessero nulla?
“Il comandante generale era il generale Mino. Basta leggere la relazione di maggioranza della commissione d’inchiesta sulla P2 per capire perché non si accorgesse di nulla. Lui non era negli elenchi, ma la commissione lo dava come organico”

NazItalia

Il vento fascista dalle periferie al Parlamento

Gli squadristi sono tornati in strada. Soffiano sul fuoco delle migrazioni e della crisi economica. Mentre crescono i consensi, i loro slogan tracimano nelle istituzioni.

di Giovanni Tizian – Foto di Espen Rasmussen – espresso.repubblica.it, 1 agosto 2017
Il vento fascista dalle periferie al Parlamento
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Braccia tese dietro le barricate. Ombre nere sulle periferie, strette nella morsa del degrado. Scontri con le forze dell’ordine per difendere «il diritto alla casa degli italiani» nelle borgate, sempre più distanti dai centri storici, da Palazzo Chigi, dal Parlamento, dal Campidoglio.

I fascisti sono tornati. Eredi dei “Boia chi molla”, fomentano e guidano le proteste. I loro consensi crescono, e sono entrati anche in diversi consigli comunali. I loro linguaggi e le loro parole d’ordine tracimano dai gruppi minoritari alle forze politiche più grosse, anche in Parlamento. Ostentano saluti romani sul web e nelle strade, organizzano ronde per la “sicurezza urbana” o contro gli ambulanti stranieri sulle spiagge, e perfino navi per bloccare gli sbarchi dei migranti.

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Mussolini? Un grande urbanista. Ma anche Hitler ha fatto cose giuste. Gli elogi al Duce e a volte anche al dittatore nazista da parte dei rappresentanti delle istituzioni davvero non mancano. In tutto l’arco costituzionale.

Periferie, la prima linea 
“Prima gli italiani”, è il grido dei guerrieri urbani del neofascismo romano. L’avanguardia che ha alzato il livello dello scontro sociale. Soffiano, i militanti neri, sulla miccia della guerra tra poveri delle periferie. «Resistenza etnica», la definisce Giuliano Castellino, ultras della Roma, leader del movimento “Roma ai Romani”, vicino a Forza Nuova. Castellino ha nel suo curriculum anche un apparizione nella Destra di Storace. “Roma ai romani”, insieme a Forza Nuova e CasaPound, si batte per «il diritto alla casa delle sole famiglie italiane».

Il 23 gennaio scorso, al Trullo, quartiere popolare di Roma, il gruppo si è mobilitato per difendere dallo sfratto una giovane coppia di romani abusivi, lei 17 anni e incinta, lui 20 anni e precario: a pagarne le conseguenze una famiglia egiziana, padre, madre e cinque figli, a cui la casa era stata assegnata. Dalla protesta all’azione, con i capi della destra radicale al fianco degli emarginati. A distanza di poco tempo si sono verificati altri due episodi simili. A San Basilio, periferia romana al centro di forti interessi criminali, a una famiglia di origine marocchina è stato impedito di entrare nell’alloggio assegnatole dal Comune: l’azione ha ricevuto la solidarietà di Forza Nuova e di “Roma ai Romani”. Tre settimane fa a Tor Bella Monaca, altro sobborgo dilaniato da spaccio e mafie varie, Howlader Dulal, 52 anni, cittadino italiano ma originario del Bangladesh, è stato aggredito. Aveva finalmente ottenuto l’appartamento popolare, ma il colore della pelle ha fatto la differenza: «Negro, qui non c’è posto per te. Le case sono tutte occupate», gli hanno urlato, ignoti, mentre lo picchiavano.

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Pugni, insulti e cinghiate: i fascisti sono tornati a far paura. Negli ultimi mesi sono aumentate esponenzialmente violenze, blitz, pestaggi. I responsabili, il più delle volte, appartengono a gruppi di estrema destra. I bersagli: migranti, Ong, militanti di sinistra.

Basta un soffio e il focolaio divampa. I movimenti neofascisti hanno trovato il loro campo di battaglia. Ecco cosa scriveva Castellino sulla sua pagina Facebook qualche giorno fa: «Il popolo di Tor Bella Monaca ha dimostrato con i fatti che Roma e i Romani sono sempre più con i fascisti». In un altro post del 15 giugno dettava la linea: «La patria si difende a calci e pugni». Nella foto pubblicata c’è anche il camerata Maurizio Boccacci, 60 anni, capo dell’organizzazione Militia Italia, storico leader dell’estrema destra dei Castelli Romani, già animatore di presidi di solidarietà a favore dell’ex capo delle SS naziste Erich Priebke, tra gli esecutori dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

 

Negli ultimi mesi Boccacci non ha perso un’udienza del processo Mafia Capitale: maglia verde militare, ascoltava in silenzio le accuse rivolte al suo amico Massimo Carminati, il “Cecato” dei Nuclei armati rivoluzionari. Boccacci e Castellino hanno anche un nemico comune: Emanuele Fiano, il parlamentare del Pd riferimento della comunità ebraica. «Fiano delle tue leggi ce ne freghiamo, eccoti il saluto romano», recitava uno striscione sequestrato dalla Digos di Roma al gruppo di Castellino. Dello stesso tenore le esternazioni social di Boccacci: «Fiano, pezzo di … Siamo fascisti e tanto basta».

Skinhead nelle istituzioni 
I gruppi della destra estrema si sentono forti. Sospinti dal vento che spira nel Paese e in Europa, hanno alzato il livello dello scontro. Legittimati dalle campagne xenofobe alimentate da leader dal grande seguito come Matteo Salvini. I flirt tra Lega e forze neofasciste – per quanto Salvini si sforzi di negarlo – non sono, del resto, un mistero.

Un esempio di joint venture politica con queste sembianze ha preso forma a Monza. La nuova giunta di centrodestra, Lega inclusa, ha nominato assessore allo Sport Andrea Arbizzoni. Eletto con Fratelli d’Italia, la comunità ideale da cui proviene è però Lealtà – Azione, gruppo d’area skinhead radicato in Lombardia. Arbizzoni tra il 2009 e il 2012 aveva ricoperto il medesimo ruolo ai tempi del sindaco leghista Mariani. Ma l’assessore – ultras nel tempo libero – non è l’unico ad avere avuto accesso ai palazzi delle istituzioni. Stefano Pavesi, pure lui di Lealtà – Azione, è stato eletto con la Lega Nord nel municipio 8 di Milano. Si è fatto notare fin da subito nel giorno della commemorazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, secondo lui «una logica conseguenza del vile attentato dei partigiani». Il 26 gennaio scorso, invece, all’incontro organizzato da una costola di Lealtà – Azione, dal titolo “Come il gender vuol sostituirsi all’uomo e alla donna”, ha partecipato Jari Colla, consigliere regionale del Carroccio. Matteo Salvini ripete spesso che fascismo e antifascismo sono ormai concetti del secolo scorso, che gli italiani vogliono guardare avanti. Salvo, poi, esprimere solidarietà al nostalgico del Duce titolare del lido di Chioggia. E non sembrano guardare oltre i movimenti di estrema destra che hanno trovato una sponda nella Lega. Come i militanti di Lealtà – Azione, appunto, che ogni anno salutano con il braccio teso i caduti della Repubblica sociale italiana nel cimitero Maggiore di Milano.

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Marco Tarchi: «L’estrema destra è sempre più forte per colpa dei partiti». «Il neofascismo è un frutto avvelenato della globalizzazione ed è sempre più forte in Italia e in Europa» dice il politologo, che avverte: «L’estremismo non è il populismo, hanno programmi completamente differenti».

Pugni e cinghiate 
Anche le squadracce sono tornate. E a volte usano le cinghie per punire i detrattori. Il 12 febbraio scorso a Vignanello, in provincia di Viterbo, Paolo, poco più che ventenne, viene aggredito da una quindicina di militanti di CasaPound. Colpevole secondo il branco di aver commentato sui social una vignetta sul movimento: “Chi mette il parmigiano sulla pasta al tonno non merita rispetto”. Versione ironica dello slogan reale con cui CasaPound ha tappezzato alcune città: “Chi scappa dalla guerra abbandonando famiglia, mogli e figli non merita rispetto”.

«Fermati», gli hanno intimato mentre una mano lo trascinava a terra. «Non devi più prendere in giro CasaPound». E giù botte. Sulla scena anche Jacopo Polidori, leader locale del movimento. «Con fare minaccioso batteva la cintura sul palmo della mano e poi sferrava quattro o cinque colpi sulla schiena di Paolo, non desistendo alle sue suppliche», hanno scritto i magistrati. A Paolo hanno fratturato il naso, rotto un dente e le cinghiate gli hanno lasciato delle escoriazioni sul dorso. «La prossima volta ti fai i cazzi tuoi», gli ha detto uno dei picchiatori prima di andarsene. Il 20 ottobre ci sarà il processo a carico di Polidori. Il leader nazionale di CasaPound, Gianluca Iannone, non ha condannato il gesto.

 

Ostia patria nostra 
Nel decimo municipio della Capitale, a Ostia, fra tre mesi si andrà alle urne per scegliere il nuovo presidente. Sarà il primo voto post scioglimento per mafia. Un anno fa alle ultime comunali CasaPound ha ottenuto il due per cento, e in alcuni seggi ha toccato punte del 10. In particolare a Nuova Ostia, zona popolare e con un alto tasso di criminalità. Un risultato che se venisse confermato a ottobre garantirebbe a Casa Pound un consigliere municipale. Nella stessa area di massimo consenso per il movimento, secondo i detective e la procura di Roma comanda il clan Spada. Un gruppo criminale, al centro di molti sospetti e di varie retate, l’ultima il 12 aprile scorso.

A Ostia CasaPound ha organizzato ronde su richiesta per cacciare i venditori abusivi stranieri dalla spiaggia. Sostiene le famiglie italiane che hanno occupato le case popolari a rischio sfratto. Accusa il Pd e commissario prefettizio del degrado in cui versa il municipio. Tra le figure del movimento che hanno riscosso più successo c’è Carlotta Chiaraluce, alter ego del responsabile del litorale romano, Luca Marsella. Candidata alle ultime comunali, ha raccolto più di 1.300 voti. Entrambi non hanno speso una parola sul potere locale del clan Spada. Forse perché in sintonia con i militanti di CasaPound c’è Roberto Spada, fratello di Carmine detto “Romoletto”, ritenuto dall’antimafia di Roma il capo del clan. I contatti con CasaPound risalgono all’anno scorso, titolo dell’iniziativa “Giovinezza in piazza”, promossa dal movimento di Iannone e dalla scuola di danza della moglie del fratello del boss.

Le foto che ritraevano Spada con i referenti locali di CasaPound innescarono polemiche politiche, ma a distanza di tempo i rapporti non si sono interrotti. Anzi, stando ai commenti pubblicati su Facebook, pare l’amicizia sia reciproca. L’ultimo contatto a fine giugno, quando Carlotta Chiaraluce sulla pagina di Roberto Spada ha scritto: «Ro’ più tardi passiamo», riferendosi a una grigliata in spiaggia organizzata da Spada, che vanta tra gli amici anche altri militanti dell’organizzazione di Iannone. Non deve stupire. È lo stesso Roberto Spada che sui social si schiera sulle posizioni del movimento dell’estrema destra. È contrario allo Ius soli, vorrebbe chiudere le frontiere. E condivide lo slogan “Prima gli italiani”. Tolleranza zero. Anche se, per paradosso, la sua famiglia ha origini nomadi.

Il Gomblotto

di George Monbiot – the Guardian – 19 luglio 2017

È il capitolo mancante: la chiave per capire la politica dell’ultimo mezzo secolo. Leggere il nuovo libro di Nancy MacLean, “Democrazia in catene: la storia profonda del piano segreto della Destra Radicale per l’America” è vedere quel che era prima invisibile.

Il lavoro della docente di storia sull’argomento cominciò per caso. Nel 2013 si imbattè per caso in una baracca vuota nel campus della George Mason University in Virginia. Era piena zeppa degli archivi non ordinati di un uomo che era morto quell’anno e il cui nome probabilmente non vi è familiare: James McGill Buchanan. Lei dice che la prima cosa che aveva raccolto era un pacco di lettere confidenziali che riguardavano milioni di dollari trasferiti all’università dal miliardario Charles Koch.

Le sue scoperte in quella casa degli orrori rivelano come Buchanan, in collaborazione con ricchi uomini d’affari e gli istituti che avevano fondato, avevano sviluppato un programma occulto per sopprimere la democrazia a nome dei molto ricchi. Quel programma sta attualmente rimodellando la politica. E non solo negli Stati Uniti.

Buchanan era stato fortemente influenzato sia dal neoliberismo di Friedrich Hayek e Ludwig von Mises, che dal suprematismo proprietario di John C. Calhoun, il quale nella prima metà del 19. secolo sosteneva che la libertà consiste nell’assoluto diritto di usare la tua proprietà (inclusi i tuoi schiavi) in qualunque modo tu desideri; ogni istituzione che interferisce con questo diritto è un agente di oppressione, che sfrutta uomini che hanno proprietà nell’interesse di masse immeritevoli.

James Buchanan mise insieme queste influenze per creare quel che chiamò Teoria della scelta pubblica. Lui sostenne che una società non poteva essere considerata libera a meno che ogni cittadino avesse avuto il diritto di veto sulle decisioni. Quel che intendeva con questo era che nessuno doveva essere tassato contro la sua volontà. Ma i ricchi invece erano sfruttati da gente che usava i loro voti per domandare denaro che altri avevano guadagnato attraverso tasse involontarie per sostenere spesa pubblica e welfare. Permettere ai lavoratori di formare sindacati e imporre tasse sul reddito progressive erano forme di “legislazione differenziale o discriminatoria contro i proprietari del capitale.

Ogni scontro tra la “libertà” (permettere ai ricchi di fare come desiderano) e la democrazia dovrebbero essere risolti in favore della libertà. Nel suo libro “I limiti della libertà” egli notava che “il dispotismo può essere la sola alternativa organizzativa alla struttura politica che osserviamo”. Dispotismo in difesa della libertà.

La sua ricetta era una “rivoluzione costituzionale”: creare restrizioni irrevocabili per limitare la scelta democratica. Sponsorizzato per tutta la vita da facoltose fondazioni, miliardari e corporations, egli sviluppò una descrizione teoretica di quel che questa rivoluzione costituzionale poteva essere e una strategia per realizzarla.

Lui spiegò come si potevano frustrare i tentativi di desegregare le scuole nel sud dell’America mettendo in piedi una rete di scuole private sponsorizzate dallo stato. Fu lui a proporre per primo la privatizzazione delle università e imporre il pieno pagamento delle tasse universitarie agli studenti: la sua proposta originale era di schiacciare l’attivismo studentesco. Considerava urgente privatizzare la sicurezza sociale e molte altre funzioni dello stato. Cercò di rompere i legami tra il popolo e il governo e di demolire la fiducia nelle istituzioni pubbliche. Il suo scopo, in breve, era di salvare il capitalismo dalla democrazia.

Nel 1980 ebbe l’occasione di mettere in pratica il suo programma. Fu invitato in Cile dove aiutò il dittatore Pinochet a scrivere una nuova costituzione che, in parte grazie ai meccanismi astuti che Buchanan propose, si è dimostrata impossibile da rovesciare in toto. Tra torutre e uccisioni lui consigliò il governo di estendere i programmi di privatizzazione, austerità, restrizioni monetarie, deregolamentazioni e la distruzione dei sindacati: un pacchetto che fu in parte la causa scatenante del collasso economico del 1982.

Niente di tutto questo disturbò l’Accademia Svedese che, attraverso il suo seguace all’università di Stoccolma Assar Lindbeck, nel 1986 assegnò a James Buchanan il Nobel alla memoria per l’economia. È una delle numerose decisioni che hanno reso tossico questo premio.

Ma il suo potere cominciò veramente a farsi sentire quando Koch, attualmente il settimo uomo più ricco degli Stati Uniti, decise che Buchanan aveva la chiave per la trasformazione che stava cercando. Koch vedeva perfino ideologi come Milton friedman e Alan Greenspan come “venduti”, perchè cercavano di migliorare l’efficienza del governo invece che distruggerlo del tutto. Ma Buchanan andò fino in fondo.

MacLean dice che Charles Koch riversò milioni nel lavoro di Buchanan alla George Mason, i cui dipartimenti giuridico ed economico assomigliano più a delle think-tanks delle multinazionali che a facoltà accademiche. Utilizò l’economista per selezionare i “quadri” rivoluzionari che avrebbero messo in atto il suo programma (Murray Rothbard, al Cato Institute che Koch aveva fondato, spinse il miliardario a studiare le tecniche di Lenin e applicarle alla causa liberista). Tra di loro cominciarono a sviluppare un programma per cambiare le regole.

I documenti che Nancy MacLean ha scoperto dimostrano che Buchanan vedeva il segreto come cruciale. Disse ai suoi collaboratori che “la segretezza cospiratoria è essenziale in ogni momento”. Invece di rivelare la loro destinazione ultima, sarebbero andati avanti per passi successivi. Per esempio, cercando di distruggere il sistema di sicurezza sociale, loro avrebbero rivendicato che lo stavano salvando, sostenendo che sarebbe fallito senza una serie di “riforme” radicali. (Lo stesso argomento è usato da coloro che attaccano l’NHS). Gradualmente avrebbero costruito una “contro-intelligentsia”, alleata ad una “vasta rete di potere politico” che sarebbe diventata il nuovo establishment.

Attraverso la rete di thinktanks che Koch e altri miliardari hanno sponsorizzato, attraverso la trasformazione che hanno operato nel Partito Repubblicano e le centinaia di milioni che hanno rovesciato nelle campagne per l’elezione di giudici e deputati, attraverso la colonizzazione massiva dell’amministrazione Trump da parte di membri di questo network e attraverso campagne efficacemente letali contro qualunque cosa dalla salute pubblica all’azione sul cambiamento climatico, sarebbe corretto dire che la visione di Buchanan sta maturando negli Stati Uniti.

Ma non solo lì. Leggere questo libro da la sensazione che si diradi la nebbia attraverso la quale io vedo la politica britannica. Il falò dei regolamenti messo a nudo dal disastro della Greenfell Tower, la distruzione dell’architettura dello stato attraverso l’austerità, le regole di bilancio, lo smantellamento dei servizi pubblici, delle tasse scolastiche e il controllo delle scuole: tutte queste misure seguono il programma di Buchanan alla lettera. Mi domando quante persone sono coscienti che il programma di scuole libere di Cameron si inscrive in una tradizione concepita per intralciare la desegregazione razziale nel sud degli Stati Uniti.

Sotto un aspetto Buchanan aveva ragione: c’è un conflitto intrinseco tra quel che lui chiamava “libertà economica” e la libertà politica. La totale libertà per i miliardari significa povertà, insicurezza, inquinamento e servizi pubblici al collasso per tutti gli altri. Siccome non voteremo mai per questo, può essere ottenuta solo attraverso la mistificazione e il controllo autoritario. La scelta che abbiamo davanti è tra capitalismo sfrenato e democrazia. Non possiamo avere entrambi.

Il programma di Buchanan è la ricetta per il capitalismo totalitario. E i suoi discepoli hanno solo cominciato ad attuarlo. Ma almeno, grazie alle scoperte di MacLean, adesso possiamo comprendere il piano. Una delle prime regole della politica è conosci il tuo nemico. Ci stiamo arrivando.

fonti: https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jul/19/despot-disguise-democracy-james-mcgill-buchanan-totalitarian-capitalism

traduzione Lame

Comune ‘defascistizzato’

segnalato da Barbara G.

2 giugno. Cavarzere, Comune ‘defascistizzato’. La sfida di Elisa: “Basta morbidezza, alziamo la guardia”.

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“Qui siamo in Italia. E in Italia esiste una Costituzione repubblicana che vieta ‘la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista’. Esistono principi e leggi di difesa della democrazia, di argine contro le discriminazioni razziali, etniche, religiose o sessuali. Attorno a questi argini però si assiste ad un costante cedimento. Ormai il livello di guardia è sempre più basso: c’è una indifferenza, una assuefazione, un tacere quotidiano, anche di fronte alle manifestazioni più becere, fasciste e xenofobe. Questo ‘essere morbidi’, in nome di una calma piatta che è finta perché favorisce un rabbioso degrado della democrazia, non può appartenere alle istituzioni. Ed è per questo che ho voluto alzare nuovamente questa guardia, almeno nel pezzo d’Italia in cui vivo”.

Cavarzere, Italia. Parafrasando, da qualche giorno questo è diventato uno dei Comuni più ‘defascistizzati’ d’Italia. Sicuramente “in controtendenza rispetto al volemose bene” che tende ad archiviare tutto, dai saluti romani…

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Cattivi maestri

di Michela Murgia  – 7 luglio 2016 (dalla sua pagina facebook)

I cattivi maestri del fascista e razzista che ha ucciso Emmanuel Chidi Namdi e picchiato sua moglie Chinyery siedono in Senato: sono quelli che dieci mesi fa hanno negato l’autorizzazione a procedere contro Calderoli quando diede dell’orango a Cecile Kyenge. Era critica politica, affermarono, mica razzismo, e lo dissero senza distinzione di partito, compresi 81 senatori del PD e 3 di Sel che oggi si dichiareranno certamente sconvolti e turbati davanti a tutti i microfoni dei media. Questo succede a pensare che le parole non abbiano conseguenze. Ipocriti.

Giovani marmotte

segnalato da Barbara G.

CasaPound? Un’irresistibile combriccola di giovani marmotte. Parola di Polizia.

di Giulio Cavalli – left.it, 02/02/2016

Siamo strani noi che li abbiamo sempre vissuti e raccontati come un manipolo di fascistelli prepotenti mentre, invece, quelli di CasaPound sono bravi ragazzi con «uno stile di militanza fattivo e dinamico ma rigoroso nelle rispetto delle gerarchie interne» sospinti dal dichiarato obiettivo «di sostenere una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio.» Il delirio è protocollato (protocollo N.224/SIG. DIV 2/Sez.2/4333) dalla Direzione centrale della Polizia di prevenzione e porta la data dell’11 aprile 2015. È la Polizia a dirci, con trasporto apologetico, come CasaPound abbia preso corpo «facilitato dalla concomitante crisi delle compagini della destra radicale e dalla creazione di ampi spazi politici che Casa Pound si è dimostrata pronta ad occupare» e faccia proselitismo «anche attraverso l’organizzazione di innumerevoli convegni e dibattiti cui sono frequentemente intervenuti esponenti politici, della cultura e del giornalismo anche di diverso orientamento politico».

Ma non finisce qui: nel documento allegato dal legale di CasaPound in una causa tra l’organizzazione e la figlia di Erza Pound (la signora Mary Pound vedova de Rachewiltz che contesta l’uso del nome del poeta da parte dei «fascisti del terzo millennio» che è un po’ come se a suo tempo Sbirulino avesse fatto causa a Sandra Mondaini, per dire, nda) il compiacente (e compiaciuto) funzionario della polizia racconta della «progettualità tesa al conseguimento di un’affermazione del sodalizio al di là dei rigidi schemi propri delle compagini d’area» comprovato (secondo l’acuta analisi politica) da «le recenti intese con la Lega Nord, di cui si condividono le istanze di sicurezza e l’opposizione alle politiche immigratorie, con la creazione della sigla “Sovranità – Prima gli Italiani” a sostegno della campagna elettorale del leader leghista».

Il documento (reso pubblico solo nella giornata di ieri) è l’ennesimo tentativo di correzione chirurgica di un fascismo che in molti vorrebbero riesumare sotto le mentite spoglie di un ideale piuttosto che un crimine ma è anche (e lo scrivo con tutto il consapevole rischio di generalizzare a ragion veduta) l’ennesimo abboccamento tra l’estrema destra e pezzi di forze dell’ordine. Se davvero è possibile redigere un’informativa in cui si scrive che «l’impegno primario» di CasaPound è la «tutela delle fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazione di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado di strutture pubbliche per sollecitare la riqualificazione e la promozione del progetto “Mutuo Sociale”» allora davvero occorre segnare il passo.

I raid, le violenze? Nulla. Dice la relazione che «il sodalizio organizza con regolarità, sull’intero territorio nazionale, iniziative propagandistiche e manifestazioni nel rispetto della normativa vigente e senza dar luogo ad illegalità e turbative dell’ordine pubblico» e se ci sono violenti basta decontestualizzarli  dicendo «che all’interno del movimento militano elementi inclini all’uso della violenza, intesa come strumento ordinario di confronto e di affermazione politica oltre che quale metodo per risolvere controversie di qualsiasi natura».

E quindi? Quindi CasaPund sono le “giovani marmotte” del terzo millennio e noi non ce siamo mai accorti. E allora ti viene da pensare che in un mondo visto da questa prospettiva forse davvero anche Salvini sarebbe un moderato pronto ad assurgere a statista.

Molto bene. Buon martedì.

Il vero rischio per la democrazia

L’inchiesta del Tribunale dell’Aquila e i 14 arresti tra le frange dell’estremismo nero sono un dato preoccupante che deve invitare a una riflessione corale.

E, infatti, secondo il presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, che pure non nasconde l’allarme, “il vero rischio per la democrazia è la politica di oggi. La crisi dei partiti, è terribile da dire, mi fa ancora più paura di un possibile attentato”.

Per un approfondimento leggere l’intervista concessa da Smuraglia al giornalista Paolo Foschini del Corriere della Sera.

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Piazza Fontana, 45 anni dopo

Essere Sinistra

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di Ivana FABRIS

Avevo 8 anni, quel pomeriggio del 12 dicembre 1969. Un pomeriggio invernale come tanti altri, freddo e altrettanto sicuro nel tepore della mia casa, a Milano.

Poi la notizia: è scoppiata una caldaia in una banca, è morta tanta gente. Solo più tardi non era più una caldaia, era stata una bomba, una bomba in una banca in Piazza Fontana, a pochi passi dal Duomo.

Ero piccola in una famiglia di adulti e questo, oltre alla mia innata curiosità di sapere e capire, mi spingeva sempre ad ascoltare attentamente, a scrutare i volti per comprendere gli accadimenti e per capire quali fossero i sentimenti che esprimevano al di là delle parole.

E poi c’erano le domande, quelle che mi era consentito porre senza alcun problema e a cui una risposta arrivava sempre, da mio padre, soprattutto e alla mia domanda su chi fosse stato, lui rispose: “Ivana…

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