FI

Sicilia, il ritorno di province e indennità

Sicilia, tornano le Province (ma le chiamano «liberi consorzi»). Ripristinate anche le indennità

Alla vigilia di Ferragosto, con un colpo a sorpresa voluto da Forza Italia, passa la reintroduzione dell’elezione diretta dei presidenti. Viene ripristinata anche l’indennità.

di Cesare Zapperi – corriere.it, 11 agosto 2017 
Il presidente della Regione Sicilia Rosario CrocettaIl presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta
Ritorno al passato

La legge regionale segna un ritorno al passato. La Sicilia, infatti, aveva deciso di anticipare la riforma Delrio cancellando per prima le Province, ma da allora le elezioni indirette (cioè affidate agli amministratori locali) sono sempre state rinviate. Esulta il centrodestra: «Abbiamo messo fine alla riforma più strampalata di Rosario Crocetta. Le ex province sono state massacrate da scelte scellerate del Pd per cinque anni. Ora si vede un po’ di luce. Torna anche la democrazia con il voto a suffragio universale. Sono orgoglioso di essere stato il primo firmatario del disegno di legge che oggi con il voto d’Aula ha reintrodotto il voto diretto», afferma Vincenzo Figuccia, deputato di Forza Italia.

Il blitz

La reintroduzione «mascherata» delle province è stato un vero e proprio blitz. Il voto è arrivato dopo che l’aula aveva approvato le norme della cosiddetta finanziaria bis. A sorpresa i deputati hanno chiesto alla presidenza dell’Ars di mettere ai voti il disegno di legge, iscritto all’ordine del giorno da tempo, che reintroduce il voto diretto nelle ex Province. Marco Falcone, capogruppo di Forza Italia, osserva: «Oggi restituiamo la parola ai cittadini. Con questa legge certifichiamo al tempo stesso la politica fallimentare del Pd, che sulla riforma ottenne l’improvvido sostegno dei 5 Stelle, anche nel settore degli enti locali». Ribatte l’assessore regionale all’Agricoltura Antonello Cracolici: «La decisione del parlamento siciliano di approvare gli articoli della legge che ripristina l’elezione diretta a suffragio universale del sindaco metropolitano è una palese violazione della norma nazionale. È evidente che questa legge sarà inevitabilmente impugnata dal governo nazionale, determinando un ulteriore condizione di caos sulle ex province».

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Da sud a nord, rivolta anche in casa Alfano

Alleanze. Dopo l’abbraccio in Sicilia tra Pd-Ap, il partito del ministro degli esteri è in fermento. Ma anche Renzi ha un problema con Orlando, dopo che l’Assemblea regionale ha approvato una legge che ripristina il voto diretto per le province.

 Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando

di Alfredo Marsala – ilmanifesto.info, 11 agosto 2017

Un’immagine plastica di cos’è la politica in Sicilia, abbarbicata nei giochetti pre-elettorali col pallottoliere e i sondaggi tra le mani, arriva direttamente dal parlamento più antico d’Europa. Ieri ultimo giorno di lavoro per i deputati regionali, da oggi in vacanza (rientro a settembre). A sorpresa, Ap e un pezzo di Pd , per la felicità del centrodestra, impongono, riuscendoci, di mettere ai voti un disegno di legge che poltriva da mesi nel polveroso ordine del giorno dell’Assemblea siciliana. Giovanni Ardizzone, presidente dell’Assemblea e sodale di Casini-D’Alia, lascia in fretta lo scranno, cedendolo al suo vice, Giuseppe Lupo (Pd). Sfilandosi apparentemente così dal pasticcio: come dire, io non c’ero e se c’ero ero in altre faccende affaccendato. Messo ai voti il ddl passa: d’un colpo ritorna l’elezione diretta nelle ex province – ora «Liberi consorzi» – e nelle tre città metropolitane di Palermo, Catania e Messina dove i sindaci si sono insediati da qualche mese.
Un blitz vero e proprio, in barba alla (fallimentare) legge Delrio che ha cancellato il voto diretto. In Sicilia, invece se il governo non impugnerà la legge, si tornerà a votare in primavera nella tornata per le amministrative, unica regione in Italia, per la scelta di presidenti, sindaci e consiglieri. L’obiettivo centrato dalla fronda bipartisan – col voto contrario del governatore Rosario Crocetta e del M5s – era quello di rimettere in sesto poltrone da assegnare per rassicurare le truppe assetate di potere. Così è stato. Un blitz che non è piaciuto a Leoluca Orlando, che s’era battuto nei mesi scorsi proprio per fare passare all’Ars l’adeguamento alla Delrio e c’era riuscito tra i maldipancia di molti.

Un problema politico in più per il Pd che ora dovrà dare spiegazioni al sindaco di Palermo con il quale ha congelato il confronto nell’attesa di chiudere l’accordo con Alfano per le regionali di novembre. Già irrigidito da questo flirt, Orlando rischia di ritrovarsi col cerino in mano. La trattativa sul nome del candidato «centrista» a governatore non piace a Mdp e Sinistra italiana, partner di Orlando nella partita. La sinistra rimane ferma sul «modello Palermo»: candidato non legato ai partiti e liste civiche senza simboli.
In realtà un progetto mascherato dietro al quale ci sono le solite facce, persino della prima Repubblica tipo Carlo Vizzini e Totò Cardinale. «Non possiamo in questo contesto non vedere come l’accordo politico tra il Pd e Alfano sostituisca al modello Palermo una alchimia politica siciliana che ripropone ancora una volta il sistema di potere che ha caratterizzato l’esperienza del governo Crocetta» ragionano i leader di Mdp e Si. Schermaglie, per ora. Che non bloccano il dialogo in corso sulla coalizione in Sicilia (anche perché il Pd lavora proprio a un candidato civico), ma minacciano di ripetersi nelle importanti Regioni prossime al voto.

Non è passata inosservata l’offensiva avviata da sinistra anche sulla Lombardia, dov’è in campo per il Pd la candidatura di Giorgio Gori. Sul sindaco di Bergamo, che si è detto pronto alle primarie, Mdp non nasconde le sue perplessità. E dopo l’elogio di Gori all’ex governatore Formigoni, il capogruppo alla camera Francesco Laforgia dichiara che con un «moderatismo senz’anima» che punta ai voti del centrodestra, la sinistra perde. Anche in Lombardia – afferma – la strada del centrosinistra è tutta da costruire». Difficile, per il momento, che a Renzi riesca in Sicilia il progetto del campo largo: una grande ammucchiata con dentro Pd, Ap, centristi per l’Europa, Mdp, Si e liste civiche. I veti incrociati non mancano, mentre il tempo scorre e il M5s corre. Dentro Ap, i malumori sono parecchi. Soprattutto al nord, dove i big, a cominciare da Formigoni, spingono per un’intesa con Forza Italia. Ma anche al Sud le fibrillazioni non mancano.

In Sicilia, il grande bis sponsor della rimpatriata con il centrodestra è Ciccio Cascio, che alle comunali di Palermo, disobbedendo agli ordini di Alfano, ha appoggiato Fabrizio Ferrandelli allineandosi alla scelta di Forza Italia. Cascio è tra i più attivi sostenitori dell’accordo con Fi, dove monta il malessere nei confronti del commissario Gianfranco Miccichè.Tra i dissidenti c’è l’emergente Vincenzo Figuccia, cui è toccato il compito di bacchettare il «capo» per il rinvio del vertice azzurro che era stato fissato per oggi. «Avevamo chiesto a Miccichè un incontro col gruppo parlamentare di Forza Italia all’Assemblea siciliana, evidentemente non è in grado di reggere il confronto e preferisce parlare nei salotti con Alfano», attacca. «La verità – ammette – è che c’è una lotta interna tra chi vuole far rinascere il centrodestra in Sicilia e chi vuole rimanere morbosamente attaccato al potere». E avverte i suoi: «Non è più tempo di burattini da gestire a proprio piacimento. Noi non seguiremo Miccichè in questo percorso». Un endorsement per Nello Musumeci, gradito a un pezzo di Fi che lo ritiene il candidato ideale per sconfiggere il Movimento 5 Stelle.

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I gatti frettolosi fecero la riforma cieca

segnalato da Barbara G.

Di Lucia Annunziata – huffingtonpost.it, 08/06/2017

La gatta frettolosa fece i gattini ciechi. Il popolare proverbio, usato dalle mamme per controllare le impazienze di generazioni di bambini, stavolta si è elevato anche a norma politica: la legge elettorale frettolosamente messa insieme con un accordone da Santa Alleanza, fra quattro leader diversissimi tra loro, pur di andare alle elezioni, si è schiantata al primo voto in aula. Schiantata in mezzo a una coreografia – il cartellone che per errore manda in chiaro un voto segreto, accuse reciproche di tradimento fra partiti – che esalta un clima caotico, la mancanza di organizzazione, un’aria da rompete le righe, uno sbando ad alta intensità emotiva. Una scena da sussurri e grida. Insomma aria che parla in tutto di fine legislatura.

La camera ha vissuto così, come nei suoi momenti peggiori, il fallimento di quello che sicuramente possiamo considerare l’ultimo possibile tentativo di fare una legge elettorale. Una sconfitta che condiziona ora il modo di come si chiude la legislatura, ma anche gli equilibri dentro e fra partiti.

Per il Pd e per il suo leader Matteo Renzi, che sono state le forze che più si sono impegnate a portare a casa una legge elettorale, costitusce la seconda battuta d’arresto in pochi mesi. Non è una batosta pubblica come la prima, quella del Referendum, ma rimane una seconda brusca frenata di un progetto mirato a riportare un partito rinnovato (dopo scissione e congresso) e il suo segretario al centro della dinamica politica.

Perché Matteo Renzi e la sua organizzazione non riescano a “rialzarsi” è forse la parte meno visibile, e più significativa, di questa vicenda. Moltissimo ha a che fare con la turbolenta relazione fra il Segretario e il Sistema – intendendo per quest’ultimo in questo caso il complesso istituzionale, economico e politico, dato. Fra le due entità non c’è mai stato idillio, con un giovane fiorentino arrivato brandendo la bandiera della rottamazione e una Roma da tempo, cioè dall’ultimo anno di Silvio Berlusconi nel 2011, in bilico fra richiami europei, crisi economica, scollamento dei partiti, rabbia dei cittadini. La discesa a Roma del Rinnovatore, applaudita, facilitata, e spesso adulata, si è ben presto però rivelata incline anche a colpi testa, forzature, improvvisazioni. Insomma impresa spesso troppo solitaria ed autoreferenziale, per istituzioni molto consapevoli della fragilità degli equilibri complessivi. Al netto di discussioni di merito sulle scelte politiche, che pure hanno contato, è proprio il metodo renziano, la forzatura come cardine dell’azione politica, che ha costituito alla fine il peggior nemico del Premier/Segretario.

Questione, questa della forzatura, di non poco conto. Di questo si è trattato infatti per il Referendum: sarebbe stato diverso il percorso se i contenuti politici molto controversi di quella riforma non fossero stati proposti con la tagliola di un si o un no? A questa domanda, nelle ore della sconfitta, lo stesso Renzi sembrava rispondere con un forte dubbio.

La legge elettorale, anticipatrice necessaria di un ritorno anticipato al voto, è stata segnata dalla stessa voglia di forzare i processi, e infatti portata avanti con la stessa fretta. Incontrando le stesse razionalità, gli stessi dubbi. Nel caso specifico non si è trattato di un processo vasto e popolare come quello del referendum, ma si è trattato comunque di obiezioni pervenute dal mondo istituzionale. Confindustria, Ministero del Tesoro, Palazzo Chigi, Quirinale, in vari modi, hanno additato il pericolo di un voto anticipato in piena Finanziaria, con nodi irrisolti di debito pubblico, e rapporti incerti con la situazione internazionale. Ma quel che forse di più ha frenato la corsa sono state una serie di opinioni pesanti uscite dal seno dello stesso partito del Segretario. Alla fine di una settimana in cui si si sono messe in fila sulle pagine dei media dissensi espressi da Veltroni, Bindi, Prodi, Letta, Finocchiaro, e soprattutto Giorgio Napolitano, si può capire come molti nello stesso Pd cominciassero ad avvertire dubbi su quanto costasse questa legge.

Lo stesso dubbio sul costo ha schiantato il Movimento 5 Stelle, attraversato, a differenza del Pd renziano, da una feroce deriva interna di dissenso. Lo sbarco dei pentastellati fra i quattro firmatari del patto ha avuto in effetti per la organizzazione di Grillo l’impatto di un vero Congresso interno. Con due ipotesi in campo, entrambe rappresentative del bivio di fronte a cui si trova il movimento: la necessità di diventare sempre più istituzionali a fronte di un potenziale ruolo di governo e la fedeltà ai proprio principi di alterità. Alla fine ha prevalso quest’ultima.

Non è un caso che le accuse reciproche siano alla fine volate fra queste due forze, Pd e M5s. In questo processo erano diventate lo specchio di uno stesso drastico e forzato riadeguamento: il primo nella alleanza con Berlusconi, il secondo nella alleanza con il sistema.

La legge lascia entrambi i gruppi scossi, anche se non feriti. Sia Pd che M5s infatti possono ritirarsi, come già indicano che faranno, sulla più sicura spiaggia della identità separata.

In compenso la spericolata manovra lascia una ferita profonda sulla legislatura. Messa in discussione, messa da parte come cosa finita dai legislatori aspiranti stregoni, ne esce segnata dalla sua spendibilità.

Il finale caotico del voto, di cui parlavamo all’inizio, è infatti la rappresentazione di tutto quello che in questi ultimi cinque anni è diventata la politica: un instabile cocktail di ambizioni personali, arrembaggi, privatismo, nutritosi della e nella crisi dei partiti.

Non sarà un caso che l’accordo elettorale è stato formulato da Quattro leader nessuno dei quali siede in Parlamento. Né è un caso che appena arrivato in Parlamento l’accordo si sia liquefatto, come un gelato al sole di questo inizio di estate romana.

Arfio per battere il MoV

Roma: parte la corsa al Campidoglio. Tutti cercano Marchini, Cicchitto: “Una grande lista civica per battere M5S”

di Andrea Carugati – huffingtonpost.it, 1° novembre 2015

Dopo il fallimento della giunta Marino, e quello ancora più eclatante della squadra di Alemanno, un fantasma si aggira per la Capitale: quello di una grossa coalizione con tutti dentro, o meglio: di una lista civica con tutti i principali partiti, dal Pd a Forza Italia, nel nome di Alfio Marchini, benedetto qualche sera da Berlusconi e da sempre in buoni rapporti con il Pd, tanto da essere determinante nel trovare le firme per dimissionare Marino. Un fantasma che per ora non ha padri né madri, e anzi a sentire i dem l’ipotesi di un sostegno a Marchini viene definita “improbabile”.

E tuttavia Fabrizio Cicchitto, ex berlusconiano di ferro e ora teorico del partito della Nazione, non ha paura a metterci la faccia e dire che “oggi a Roma parlare di centrodestra o di centrosinistra significa non capire il dramma che purtroppo la politica sta vivendo in questa città per cui l’unica via d’uscita è una grande lista civica che è tutt’altro che un’arca di Noè ma l’unica alternativa possibile al M5S”. Un listone civico che mescoli e nasconda i simboli dei vecchi partiti, salvando dal naufragio una parte della nomenklatura, e contrapposto ai grillini nel nome della politica. Un’ipotesi prematura ma tutt’altro che inverosimile. Tanto che lo stesso Marchini a Repubblica ha raccontato di quei dem che gli hanno già proposto, riservatamente, una lista “Democratici per Marchini”. Magari alleata con la lista di Forza Italia priva però del nome e del simbolo.

Al Nazareno per ora non si parla di possibili candidature. Renzi ha in testa solo il lavoro del “dream team” guidato dal prefetto di Milano Paolo Tronca che ha il compito di rimettere in piedi la città in un paio di mesi. Una mission assai più difficile dell’Expo, e tuttavia è a quel modello di successo che ormai il Pd attinge a piene mani. Oltre al pressing su Giuseppe Sala come sindaco di Milano, infatti, anche la squadra che dovrà traghettare Roma ha il timbro del “partito dell’Expo”: non solo Tronca, ma anche per il ruolo di subcommissari ai Trasporti e ai Rifiuti (i due capitoli più sofferenti nella Capitale) il premier guarda al team di Expo: per i trasporti si parla di Marco Rettighieri, general manager costructions per i padiglioni di Rho, e per i rifiuti a Gloria Zavatta, manager per la sostenibilità di Expo.

“Nomi forti, che ci aiutino a lasciarci alle spalle il disastro il prima possibile”, ha spiegato Renzi ai suoi. Dunque prima si testerà il lavoro del dream team, e solo tra qualche mese si passerà alla ricerca del candidato, con una serie di sondaggi che vedranno testato anche Fabrizio Barca, oltre ad alcuni ministri romani tra cui Beatrice Lorenzin, Marianna Madia e Paolo Gentiloni. Non Matteo Orfini, che ha già fatto capire di voler restare fuori dalla partita. Ma l’ipotesi di candidare un politico, almeno per ora, resta sullo sfondo. Troppo forte la bruciatura, troppo alto il rischio di non arrivare neppure al ballottaggio. Che, ad oggi, sembra assai più probabile tra Marchini e un grillino, con il Pd fuori dai giochi. Sempre che i dem alla fine non decidano di saltare sul carro del costruttore.

Nel caso del listone pro Marchini, resterebbero con tutta è probabilità fuori la Lega e Fratelli d’Italia, pronti a candidare Giorgia Meloni, la prima a ribellarsi all’ipotesi del costruttore ex rosso. Salvini, per ora, non si sbilancia: “La Meloni la conosco e la stimo, Marchini non lo conosco e non esprimo giudizi. Dico solo che l’ultima cosa di cui c’è bisogno in Italia, e in particolare a Roma e Milano è litigare”. Su Marchini la sua per ora è una posizione di attesa. Non ci sono stati incontri e neppure telefonate dirette. Nei prossimi giorni si attendono contatti con i vertici romani di “Noi con Salvini”, lo stesso Salvini ha spiegato che intende vedere “Alfio” dopo la manifestazione dell’8 novembre a Bologna. Ma di fronte all’ipotesi di un listone civico con dentro il Pd il Carroccio si chiamerebbe certamente fuori.

La sinistra di Sel e dintorni, a sua volta, pare aver definitivamente chiuso l’alleanza col Pd. Al prossimo giro si ragiona su una candidatura in proprio. Civati ha lanciato il senatore Walter Tocci, che fa ancora parte del Pd. Ma si sta ragionando anche sull’ipotesi di candidare Stefano Fassina, il nome più forte sulla piazza romana, per testare nella sfida clou delle amministrative 2016 la nuova forza politica che nascerà a gennaio. E senza alleanza con i dem, è probabile anche un sostegno di Civati.

In casa M5S regna ancora l’incertezza. Grillo e Casaleggio sono consapevoli di giocarsi la partita della vita, ma ancora oscillano tra la volontà di rispettare le regole e candidare un militante come i 4 consiglieri comunali uscenti (la favorita è l’unica donna, Virginia Raggi), o allargare le maglie delle prossime “comunarie” in modo da consentire la corsa a personalità civiche del calibro del giudice Ferdinando Imposimato. Casaleggio non è rimasto particolarmente colpito dalla performance tv dei 4 moschettieri due settimane fa da Lucia Annunziata a “In Mezz’Ora”. E tuttavia non intende derogare ai regolamenti che impediscono la corsa di un parlamentare in carica come Di Battista. Lavori in corso. L’unica certezza è che il “Dibba”, Grillo e anche Di Maio saranno in prima fila nella campagna elettorale con il Campidoglio. In ogni caso. Convinti di poter conquistare la Capitale sulle rovine dei partiti.

Promesse elettorali

Uno su due non crede al taglio delle tasse

da ilfattoquotidiano.it (con modifiche), 24 luglio 2015

Più di un italiano su due non crede nell’annuncio di abbassamento delle tasse fatto da Renzi. Secondo il sondaggio il 61% degli italiani non crede a questa promessa. Il 33% ne è invece convinto. Fra gli elettori del Pd, il 59% crede che all’annuncio di sabato scorso seguiranno i fatti.

Sergio Mattarella è il leader più amato dagli italiani, con il 62% dei consensi, stabile rispetto al dato della settimana scorsa. Matteo Salvini è l’unico leader che cresce negli indici di popolarità. Tra gli elettori dei Cinque Stelle Luigi Di Maio batte Beppe Grillo. Sono gli elementi principali, in sintesi, di due sondaggi di Ixè e Swg.

I partiti
Per Ixè il Pd si attesta al 33,8 per cento, mentre il Movimento Cinque Stelle è a un distacco esatto di 10 punti (22,8). La Lega Nord si conferma terzo partito con il 15,7, mentre Forza Italia scende addirittura al limite della doppia cifra (10 per cento). Riuscirebbero a varcare la soglia di sbarramento Sel (4 per cento), Fratelli d’Italia (3,4) e Ncd e Udc se si presentassero davvero insieme alle elezioni come Area Popolare (metterebbero insieme rispettivamente il 2,8 e l’1,3, raggiungendo il 4,1).

Renzi stabile, sale la fiducia nel governo
Per le rilevazioni Ixè per Agorà Estate (Rai Tre) la popolarità di Matteo Renzi è stabile al 31 per cento, mentre Salvini è comunque terzo, passando dal 23 al 24 per cento in una settimana. Seguono Beppe Grillo (22%), Silvio Berlusconi (13%) e Angelino Alfano (11%). Sale, intanto, di un punto percentuale la fiducia nel governo, che passa dal 27% della settimana scorsa al 28. Per Swg, mentre il Movimento Cinque Stelle cresce dal 24,4 al 26 per cento in una settimana, il vicepresidente della Camera Di Maio piace più del leader M5s Grillo (28 contro 24 per cento).

Infine l’immigrazione: quasi un italiano su due (49%) accoglierebbe dei migranti nel quartiere in cui abita e non accoglierebbe un campo rom. Alla domanda: accoglierebbe dei migranti nel suo quartiere? Il 49% del campione si è detto favorevole; il 45% contrario. Risultato diverso alla domanda se accoglierebbe un campo rom nel suo quartiere: il 78% degli intervistati si è detto contrario, il 17% favorevole.

Larghe intese a beccafico

di barbarasiberiana

Giusto per togliersi ogni dubbio su quello che è diventato il PD, facciamo un po’ di rassegna stampa sulla situazione siciliana. Leggiucchiando in giro ho trovato un po’ di “pirle” niente male.

NOTIZIA n°1

L’ha segnalata anche Boka, ma ve la riporto qui.

Pd e Forza Italia insieme alle primarie, scoppia la polemica ad Agrigento

(…) L’ufficializzazione dell’accordo tra i due fronti è arrivata al termine di un incontro, avvenuto ieri sera proprio ad Agrigento alla presenza del governatore siciliano Rosario Crocetta. Presenti in un albergo agrigentino, oltre a Crocetta, Giuseppe Zambito, segretario provinciale del Pd, la vicepresidente della Regione e assessore alla Formazione della Sicilia, Mariella Lo Bello, Maria Iacono, l’ex assessore alla Formazione Nelli Scilabra, oggi nella segreteria di Crocetta, il deputato Angelo Capodicasa, Salvatore Cascio, Piero Macedonio, Riccardo Gallo Afflitto, vicesegretario regionale di Forza Italia in Sicilia, vicinissimo a Gibiino, e altri esponenti politici locali. Non c’era però un altro big del partito, Marco Zambuto, presidente del Pd regionale, ed ex sindaco di Agrigento, anche se secondo molti è tra coloro che hanno caldeggiato l’accordo Pd-Fi. (…)

NOTIZIA n°2 – PROLOGO

Dopo aver reclutato 5 fedelissimi di Cuffaro e Lombardo, il PD in Sicilia perde i civatiani

Partito Democratico e mutazioni siciliane – Le fratture interne al Partito Democratico sono ormai evidenti e a dimostrarlo evidenziamo alcune dinamiche interne a livello regionale: come ad esempio in Sicilia, dove l’area civatiana – formata da seicento tra militanti e dirigenti – si è allontanata nettamente dal partito. I motivi sono spiegati nelle loro dichiarazioni: “Pd e governo siciliano litigano per mostrare chi è più rottamatore, più antimafioso, rivoluzionario. L’isola affonda, ma non c’è rottamazione e rivoluzione. Il Pd diventa la casa per tutto e il contrario di tutto, anche per chi era il peggior avversario di centrodestra“.

Ma ciò non è stato l’unico mutamento interno nelle dinamiche di partito visto che il PD ha da poco reclutato cinque fedelissimi di Cuffaro e Lombardo , tra i quali spunta il nome di Nicotra, ex sindaco di Aci Catena che fu rimosso dalla carica per una brutta storia di boss assassinati e funerali vietati, mostrando un ulteriore svolta verso il centro. E nonostante i cinque provengano dal partito ‘Articolo 4′ – molto lontano politicamente dal Partito Democratico – essi hanno voluto chiarire la loro posizione in merito a questo passaggio, attraverso le parole del sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone: “No a un modello chiuso: ci vuole un atteggiamento aperto, senza avere paura. La nostra ambizione deve essere quella di allargare l’orizzonte”.

Tra i cinque deputati passati al PD evidenziamo la presenza di personaggi del calibro di Luca Sammartino (eletto con l’Udc, aveva già destato l’attenzione dei media per la storia delle telefonate che partivano dalla clinica Humanitas per convincere i malati di tumore a votare per lui), di Paolo Ruggirello (molto vicino a Lombardo, una volta apostrofò con la parola “infame” una persona che aveva collaborato con i carabinieri, definiti da lui come “sbirri”) e del già citato Raffaele Nicotra (ha cambiato molti partiti, tra cui l’Udc, ed è stato in passato indagato per voto di scambio).

(I Civatiani più svegli di Civati?)

NOTIZIA n°2 – SVOLGIMENTO

Valentina Spata scrive a riguardo:

“Sanciamo il nostro ingresso nella grande casa del Pd nella quale proseguiremo il nostro impegno nell’interesse dello sviluppo della Sicilia”. Con queste parole Articolo 4, il partito di centro destra di Luca Sammartino, di Ruggirello e di Valeria Sudano (la “padrona” della discarica di Motta), annuncia l’ingresso ufficiale al Pd nella conferenza che si terrà domani a Catania alla presenza degli “scienziati” di Crocetta, il sottosgretario all’Istruzione Davide Faraone, il Segretario Regionale del Pd, Fausto Raciti e il vice segretario nazionale Guerini.

Nel frattempo altri dirigenti del Pd catanese hanno restituito la tessera.

Ma il Segretario provinciale del Pd tranquillizza tutti dichiarando: “Vorrei tranquillizzare dirigenti e iscritti – spiega Enzo Napoli – il nostro percorso politico non cambia. Andarsene dal Pd non risolve alcun problema, la Democrazia Cristiana aveva una sinistra, una destra e un centro. Il Pd è destinato a essere un soggetto plurale”. Agghiacciante!

‪#‎sonotutticompagni

NOTIZIA n°2 – INTERMEZZO

Sicilia laboratorio per la “nuova sinistra”: dai pezzi del Pd agli ex M5S

Sel fa da ponte tra i 500 che contestano la gestione del Partito democratico e gli ex grillini. Un asse che potrebbe ripetersi anche in Liguria e in Campania. (…).

(Ma sarà vero – dopo la Grecia anche da noi sinistra vera – no me par vero)

NOTIZIA n°2 – EPILOGO

Guerini e Faraone al “welcome party” per l’ingresso dei “riciclati” di Sicilia

Di G.A. Falci –glistatigenerali.com, 06/03/2015

Alle Ciminiere di Catania è tutto pronto. Pochi minuti e le bandiere del Partito democratico targato Matteo Renzi sventoleranno in una delle bomboniere del lombardismo (nel senso di Don Raffaele Lombardo). E mancheranno soltanto Raffaele Lombardo e il figlio Toti, affaccendati nella ricerca dell’autonomia isolana. Per il resto i nipoti, gli amici e i conoscenti dell’ex governatore siciliano non diserteranno l’appuntamento. Anzi. Smaniano di baciare le mani ai portatori del consenso di sempre.

Perché quest’oggi si consumerà un passaggio storico nella politica siciliana, e non solo. Il cartello elettorale Articolo 4 – un dream team di uomini e donne per tutte le stagioni, da Cuffaro a Lombardo – si scioglierà e confluirà nel Pd. «Con questa manifestazione – si legge in una nota di Articolo 4 – sanciamo l’ultimo passaggio di un percorso che ci ha portato fino a definire, adesso, l’ingresso di Articolo 4 nella grande casa del Pd nel quale proseguiremo il nostro impegno insieme a tanti altri colleghi, nell’interesse dello sviluppo della Sicilia. Abbiamo scelto per presentarci la formula della festa-dibattito per aprirci alla partecipazione certi come siamo del percorso che ci attende».

Un party accompagnerà la conversione al renzismo di personaggi come Valeria Sudano (nipote di Mimmo, ex senatore Udc, ed eletta all’Ars nel Pid di Saverio Romano), Luca Sammartino (ex Udc), Paolo Ruggirello (ex Mpa, ex Pdl), Raffaele Nicotra (ex Psi, ex Mpa, ex Pdl, ex Udc) e Alice Anselmo. Ma non finisce certo qui la storia. Perché la “conversione”, questa volta, non sarà un’operazione che avverrà nel segreto delle stanze. Ma addirittura riceverà la benedizione dei vertici del Nazareno. Il vice segretario nazionale Lorenzo Guerini e il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone parteciperanno al battesimo dei “riciclati” con l’obiettivo del 61 a zero di berlusconiana memoria. In questo caso la rottamazione in Sicilia diventa una virtuosa messa a dimora della raccolta differenziata.

(QUASI) ULTIM’ORA

Torniamo a livello nazionale

Molto rumore per nulla

C’eravamo tanto arrabbiati. Dopo lo schiaffo sul Jobs act e la dura intervista di Pierluigi Bersani ad Avvenire a fine febbraio, il voto finale sulle riforme costituzionali – martedì mattina a Montecitorio – aveva preso la fisionomia di un vero e proprio redde rationem tra le due anime del Pd. E invece, dopo tanto rumore, nell’Aula della Camera non succederà praticamente nulla. O meglio, il testo che riforma Senato e Titolo V della Costituzione passerà senza problemi, con una grandissima massa di voti dem, compreso quello di Bersani e del grosso della sua corrente. Solo il duro Civati, e forse Fassina e qualche altro pasdaran segnaleranno il loro dissenso restando fuori dall’Aula. Ma in una maniera super controllata, per evitare qualsiasi sorpresa al governo. Non solo Area riformista ma anche l’area che fa riferimento a Gianni Cuperlo voterà secondo le indicazioni del partito.(…)

ALLE “ANIME BELLE” CHE ANCORA STANNO LI’ DENTRO

Diventerete OGM: Onorevoli Geneticamente Modficati. Uscite, se avete ancora (un po’ di) dignità.

Fantapolitica

di crvenazvezda76

Sino alla direzione Pd, nella quale Renzi ha presentato il candidato al Colle, tutti impegnatissimi a elucubrare sul mitico Patto del Nazareno.

E invece ecco la mossa Mattarella, blindata (mica alla carlona come la mossa Prodi di Bersani!) e spiazzante. In un colpo solo Renzi si libera di Berlusconi, indebolisce Alfano, mette a tacere la minoranza Pd, riavvicina Sel, isola Grillo. La Lega è un discorso a parte. Con Salvini i conti sono rimandati.

Il tutto all’indomani delle elezioni greche, delle parole ammiccanti di Tsipras (che la settimana prossima sarà in Italia e certamente incontrerà il Presidente del Consiglio).

Provo a formulare uno scenario, mettendo insieme tutti i pezzi che ho esposto prima.

Il futuro PdR è un politico moderato e amico, stimato in Italia, ma pressoché un signor nessuno all’estero. Questo renderebbe le cose più semplici sul fronte interno e lascerebbe a Renzi la ribalta internazionale, soprattutto quella europea.

Ma allora il Patto del Nazareno non è mai esistito? Sì, il Patto c’era. E Renzi lo ha usato per quanto gli è servito: le riforme, la legge elettorale, un’opposizione non troppo dura su tutto il resto.

E l’alleanza col centrodestra di Alfano? È servita per portare a casa il “resto” di cui sopra, dal Jobs Act in giù agli ottanta euro, passando per le banche.

Sembra che una buona fetta di programma Renzi lo abbia messo in saccoccia, o almeno sia a uno stadio di avanzamento di tutto rispetto, soprattutto se confrontato coi risultati dei suoi predecessori.

Ora resta l’altra parte. Quella legata ai temi della crescita e dei rapporti con Bruxelles, Strasburgo e Francoforte.

Renzi non ha mai fatto mistero di soffrire i vincoli finanziari imposti dagli organismi sovranazionali, è arrivato a dichiarare che avrebbe rispettato il pareggio di bilancio più per dimostrare che l’Italia non è quel Paese inaffidabile che vedono all’estero, che per effettiva necessità o pericolo di default.

Ed ecco perché Tsipras. Perché, se decidesse ora di far seguire i fatti alle dichiarazioni anti-austerity, visto l’alto debito pubblico italiano, la scarsa crescita e i molti altri indicatori economici non troppo confortanti, c’è bisogno di alleanze che escano dai confini nazionali, ma che godano di consenso, quando si deve giocare in casa.

Per fare questo non si può pensare certo all’appoggio di Berlusconi, ma neppure a quello di Alfano. E quindi?

Beh, se prima c’era una maggioranza utile agli obiettivi di allora, perché non puntare ora a una maggioranza per gli obiettivi di domani?

La minoranza Pd dovrebbe rientrare nei ranghi. Sel ci starebbe, così come i transfughi grillini. Il M5S è un buon serbatoio di parlamentari sempre disponibili (almeno una coppia a settimana…).

Io la butto lì. Come da premessa, è fantapolitica.

Il partito unico di Matteo

da La Stampa (10/10/2014) – di Massimo Gramellini

In Italia è rimasto un solo partito e non è di sinistra. Si chiama ancora Pd, ma è già la versione moderna, senza tessere né sacrestie, della Democrazia Cristiana, la balena interclassista che tutti criticavano e però votavano. Il processo ha raggiunto il suo culmine questa settimana con la sconfitta degli ultimi eredi del Pci sull’articolo 18. Renzi ha celebrato il proprio trionfo con una scelta mediatica significativa: andando a pontificare negli unici talk show che parlano all’ex popolo berlusconiano, quelli capitanati da Porro e da Del Debbio.

Con la spregiudicatezza tipica delle persone cresciute in un ambiente familiare sereno e quindi molto sicure di sé, l’annunciatore fiorentino sta disintegrando i tabù che hanno paralizzato per decenni i suoi predecessori comunisti e pidiessini. Il timore di avere nemici a sinistra e di mettersi contro la Cgil, ma soprattutto l’imbarazzo nel chiedere voti alla base sociale dell’incantatore di Arcore: liberi professionisti, commercianti, piccoli imprenditori e disoccupati, che secondo l’analisi pubblicata nei giorni scorsi dal Sole 24 Ore hanno «cambiato verso» alle elezioni europee, dirottando per la prima volta i loro consensi sul partito che finora gli aveva procurato solo attacchi di orticaria.

La realtà è che oggi chiunque, da Passera a Della Valle, pensi di entrare in politica per rifondare il centrodestra deve prendere atto che al momento non esiste un bacino di voti disponibile. Renzi ha fatto il pieno, lasciando scoperta solo la zona riservata ai piccoli borghesi impoveriti, cioè ai lepenisti italiani magistralmente interpretati dall’altro Matteo, il becero ma efficacissimo Salvini. Il resto è un mondo finito e svuotato di consensi che sopravvive sui giornali per vecchi automatismi che inducono i cronisti a interessarsi alle ultime convulsioni dei tirapiedi e dei traditori di Berlusconi. I voti di Alfano e di Monti sono già tutti in pancia al Pd. E quei pochi che restano a Silvio finiranno in parti uguali a Matteo uno e Matteo due.

L’unica terra di conquista elettorale è dunque quella che un tempo avremmo chiamato Sinistra. Sono i giovani e i precari attratti da Grillo (fino a quando?), i pensionati, i nostalgici dello Stato sociale e in genere gli oppositori di un sistema capitalistico che per un processo apparentemente ingovernabile sta privilegiando le rendite, disintegrando il ceto medio e creando sacche sempre più ampie di povertà.

Il pigliatutto di Palazzo Chigi, naturalmente, si considera di sinistra anche lui. Anticomunista, ma di sinistra. Solo che la sua non è la sinistra europea e statalista dei Palme e dei Mitterrand, ma quella anglosassone e meritocratica dei Clinton e dei Blair. Per chi non vi si riconosce rimarrebbe uno spazio persino più ampio di quello occupato dagli emuli dilettanteschi del greco Tsipras. Manca però appunto uno Tsipras. Cioè un leader in grado di indicare un modello sociale alternativo ma praticabile e di perseguirlo con coerenza. Difficile possa esserlo Civati e meno che mai Bersani e D’Alema, con il sostegno delle truppe brizzolate della Camusso. Se i grandi vecchi non se ne vanno dal Pd, non è per fedeltà a un partito che tanto non sarà mai più il loro, ma perché sanno che fuori di lì si condannerebbero all’insignificanza di un Gianfranco Fini.

Nella settimana in cui comincia ufficialmente l’era del partito unico, bisogna riconoscere che l’Antirenzi potrà nascere solo dentro il nuovo Pd, così come i rivali dei leader democristiani venivano prodotti in serie dalla stessa Democrazia Cristiana. Renzi lo sa talmente bene che sta provvedendo a ucciderli tutti nella culla. Ma con la consapevolezza che, come accade sempre in politica, prima o poi qualcuno riuscirà a sopravvivergli e a fargli la pelle.