finanziamenti

Governo fossile

Le industrie sporche spendono sempre più in politica per mantenerci nell’era fossile.
di George Monbiot – 19 gennaio 2017 – the Guardian

Facciamo aspettare l’America di nuovo. Questa è la sostanza della politica energetica di Trump. Fermate tutti gli orologi, mettiamo la rivoluzione tecnologica in attesa, assicuriamoci che la transizione dai combustibili fossili all’energia pulita sia ritardata il più a lungo possibile.

Trump è il presidente che i luddisti delle multinazionali sognavano; l’uomo che consentirà loro di spremere ogni cent rimasto dalle loro riserve di petrolio e carbone prima che diventino senza valore. Loro hanno bisogno di lui perchè la scienza, la tecnologia e le domande della gente per un mondo sicuro e stabile li hanno lasciati a terra. Non c’è nessuna battaglia giusta che possano vincere, quindi la loro ultima speranza sta in un governo che truccherà la competizione.

A questo scopo Trump ha nominato nel suo gabinetto alcuni di questi responsabili di un crimine universale: inflitto non a particolari nazioni o gruppi, ma a tutti quanti.

Ricerche recenti suggeriscono che – se non vengono prese misure drastiche del tipo previsto dall’accordo di Parigi sul cambiamento climatico – la perdita di ghiaccio nell’Antartico potrebbe far salire i livelli dei mari di un metro in questo secolo e di quindici metri nei secoli seguenti. Combinate questo con lo scioglimento in Groenlandia e l’espansione termica delle acque marina e scoprirete che molte delle grandi città del mondo sono a rischio esistenziale.

Lo sconvolgimento climatico di zone agricole cruciali – in Nord e Centro America, Medio Oriente, Africa e buona parte dell’Asia – presenta una minaccia alla sicurezza che potrebbe sovrastare tutte le altre. La guerra civile in Siria, se non vengono adottate politiche risolute, ci fa intravedere il possibile futuro globale.

Questi non sono, se i rischi si materializzano, cambiamenti a cui possiamo adattarci. Queste crisi saranno più grandi della nostra capacità di rispondere ad esse. Potrebbero portare alla rapida e radicale semplificazione della società, il che significa, per dirla brutalmente, la fine della civilizzazione e di molte delle persone che sostiene. Se questo accade sarà il pi grande crimine mai commesso. E vari membri del gabinetto proposto da Trump sono tra i principali responsabili.

Nelle loro carriere, finora, hanno difeso l’industria fossile allo stesso tempo contestando le misure intese a prevenire la degradazione del clima. Hanno considerato i bisogni di pochi eccessivamente ricchi di proteggere i loro folli investimenti per alcuni anni ancora, soppesandoli contro le condizioni climatiche benigne che hanno permesso all’umanità di fiorire e hanno deciso che gli investimenti folli sono più importanti.

Nominando Rex Tillerson, amministratore delegato della società petrolifera ExxonMobil come segretario di stato, Trump non solo assicura all’economia fossile che siederà vicino al suo cuore; offre conforto ad un altro supporter: Vladimir Putin. È stato Tillerson che ha concluso l’affare da 500 miliardi di dollari tra la Exxon e la società statale russa Rosneft per sfruttare le riserve petrolifere dell’Artico. Come risultato gli è stato concesso da Putin l’Ordine Russo dell’Amicizia.
L’affare è stato stoppato dalle sanzioni che gli USA hanno imposto quando la Russia ha invaso l’Ucraina. La probabilità che queste sanzioni sopravvivano nella loro forma corrente al governo Trump è, fino all’ultimo decimale, la stessa di una palla di neve all’inferno. Se la Russia ha interferito nelle elezioni USA sarà lautamente ricompensata quando l’affare andrà avanti.

Le nomine di Trump a segretario per l’energia e agli interni sono entrambi negazionisti del cambiamento climatico, i quali – curiosa coincidenza – hanno una lunga storia di sponsorizzazioni da parte delle industrie fossili. La sua proposta per procuratore generale, il senatore Jeff Session, sembra abbia dimenticato di dichiarare nella sua lista di interessi personali che affitta terra ad una società petrolifera.

L’uomo nominato a guidare l’EPA (Environmental Protection Agency, Agenzia di Protezione dell’Ambiente, n.d.t.), Scott Pruit ha speso gran parte della sua vita lavorativa a fare campagna contro…l’Agenzia di Protezione dell’Ambiente. Come procuratore generale in Oklahoma ha aperto 14 indagini contro l’EPA, cercando tra le altre cose, di stroncare il Piano Energia Pulita, i suoi limiti al mercurio e altri metalli pesanti rilasciati dalle centrali a carbone e la sua protezione delle forniture di acqua da bere e della fauna. In tredici di queste indagini sarebbero coinvolte come parti in causa delle società che hanno finanziato la sua campagna politica o comitati affiliati a lui.

Le nomine di Trump riflettono quel che io chiamo il Paradosso dell’Inquinamento. Più una società è inquinante e più denaro deve spendere in politica per accertarsi che non vengano stabilite regole che la costringono a chiudere. I finanziamenti delle campagne quindi finiscono per essere dominati da società sporche, che si assicurano di esercitare la più grande influenza, con l’esclusione conseguente dei loro rivali più puliti. Il gabinetto di Trump è imbottito di gente che deve la propria carriera politica alla sporcizia.

Si poteva una volta sostenere, giusto o no, che i benefici umani dati dallo sviluppo delle attività estrattive di combustibili fossili potevano superare i danni. Ma la combinazione di una scienza climatica più sofisticata, che ora presenta i rischi in termini crudi e il costo in caduta delle tecnologie pulite rende questo argomento altrettanto obsoleto di una centrale a carbone.

Mentre gli USA si rintanano nel passato, la Cina sta investendo massicciamente in energie rinnovabili, auto elettriche e nuove tecnologie per le batterie. Il governo cinese sostiene che questa nuova rivoluzione industriale genererà 13 milioni di posti di lavoro. Questo, in contrasto con la promessa di Trump di creare milioni di posti di lavoro attraverso la rianimazione del carbone, ha almeno una chance di materializzarsi. Non si tratta solo del fatto che tornare ad una vecchia tecnologia quando ne sono disponibili di migliori è difficile; è anche che l’estrazione del carbone è stata automatizzata fino al punto che ora offre pochi posti di lavoro. Il tentativo di Trump di far rivivere l’era fossile non servirà a nessun altro che ai baroni del carbone.

Comprensibilmente i commentatori hanno cercato lampi di luce nella posizione di Trump. Ma non ce ne sono. Non potrebbe averlo detto più chiaramente, attraverso le sue dichiarazioni pubbliche, la piattaforma Repubblicana e le sue nomine, che intende chiudere i fondi nella maggior misura possibile sia per la scienza climatica che per l’energia pulita, stracciare l’accordo di Parigi, mantenere i sussidi ai combustibili fossili e annullare le leggi che proteggono le persone e il resto del mondo vivente dall’impatto dell’energia sporca.

La sua candidatura è stata rappresentata come una ribellione che sfida il potere costituito. Ma la sua posizione sul cambiamento climatico rivela quel che avrebbe dovuto essere ovvio fin dall’inizio: lui e il suo team rappresentano il potere in carica e combattono le tecnologie ribelli e le sfide politiche a un modello di business moribondo. Essi tratterranno la marea di cambiamento per quanto a lungo potranno. E poi la diga esploderà.

fonte: http://www.monbiot.com/2017/01/20/the-pollution-paradox/

(trad. Lame)

Renzi promette miliardi, ma il Tesoro confessa: “Niente soldi contro il dissesto idrogeologico”

Tanto fumo…

Triskel182

dissesto

Ieri Matteo Renzi è andato a Genova: “Stasera presentiamo i lavori sul Bisagno (il fiume esondato nel 2014, ndr): la lotta al dissesto non si fa con le parole ma coi cantieri. E sono molto fiero dei passi in avanti giganteschi che sono stati fatti. Ma non basta”. I passi avanti giganteschi sono parte del Grande Piano contro il dissesto idrogeologico 2015-2020 da 9 miliardi: “Una rivoluzione copernicana – la definì il premier l’anno scorso –. Abbiamo già stanziato 1,2 miliardi. Ci rimbocchiamo le maniche e sistemiamo tutto”. Su Italiasicura.it si possono vedere i cantieri in una graziosa mappa multimediale. Poi, però, c’è la realtà.

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Narco Isis

segnalato da Barbara G.

Quel traffico di droga dimenticato che finanzia il terrorismo nel mondo

Il Califfato tra Siria e Iraq è al centro dei commerci di stupefacenti verso l’Europa. Da Boko Haram in Nigeria ai taleban in Afghanistan i gruppi islamisti si arricchiscono.

di Antonio Maria Costa – lastampa.it, 10/02/2016

Antonio Maria Costa economista e docente universitario è stato direttore dell’ufficio Onu contro il narcotraffico dal 2002 al 2010

Le camicie nere jihadiste mirano a creare una teocrazia (califfato) dall’Africa occidentale all’Asia orientale, grazie a una potenza di fuoco e una strategia operativa capaci di sopravvivere alla reazione militare delle grandi potenze. Quali le fonti di finanziamento sulle quali contano? Recenti notizie mostrano una strategia economica che sfrutta la centralità del califfato fra i traffici globali di droga.

Il primo allarme proviene dal Centro per l’Analisi delle Operazioni marittime, di Lisbona.

In breve, il terrorismo approfitta del fatto che «il traffico marittimo in Europa non è controllato». Nel solo Mediterraneo migliaia di navi transitano mensilmente, molte provenienti da, o dirette verso aree controllate da gruppi affiliati all’Isis. Mentre l’attenzione è concentrata sui barconi stipati di migranti, non c’è sorveglianza sui mercantili che trasportano merci legali, certo – ma anche tanta droga e molto materiale bellico. Solo a gennaio 540 navi sono entrate nei porti europei, dopo avere sostato in Siria, Libia e Libano per ragioni sospette. Un tipico caso preoccupante: settimane addietro una nave di 76 metri, partita da Golchuk (Turchia), ha sostato a Misurata (Libia), per poi spegnere il transponder per diverse ore prima di approdare a Pozzallo, in Sicilia.

LE ROTTE TERRESTRI

Il secondo allarme proviene dal Pentagono, dove l’Africa Command ora riconosce che il Sahara rappresenta un altro buco nero nei meccanismi di controllo dei traffici aerei e terrestri. Infatti, data la carenza di controllo, nell’Africa occidentale sono emersi due snodi di commerci illeciti, nei golfi di Guinea e del Benin, dove la droga transatlantica approda prima di attraversare il Sahara grazie al coinvolgimento dei jihadisti di Aqim in Mali e Mauritania, Boko Haram in Nigeria, e Ansar-al-Sharia in Libia. Animano il traffico i cocainomani europei (5 milioni), che ne sniffano 150 tonnellate per un valore di 40 miliardi di dollari.

UN FIUME DI EROINA  

La terza notizia proviene dalle Nazioni Unite: nel 2015 la produzione di oppio in Afghanistan, pur se in declino, si è mantenuta sulle 3 mila tonnellate che, trasformate in eroina, è consumata da 3 milioni di tossicodipendenti dall’Atlantico agli Urali, per un valore complessivo di oltre 35 miliardi di dollari l’anno. A beneficiarne in Afghanistan sono i Talebani, Al Qaeda e Haqqani e poi, nei Paesi di transito, l’Isis in Siria/Iraq, Hezbollah in Libano e Al-Shabaab in Somalia. Secondo i servizi anti-narcotici russi, l’eroina che transita attraverso i territori controllati dal califfato, genera «un miliardo di dollari l’anno».

LE ANFETAMINE  

L’ultima notizia concerne le droghe sintetiche, soprattutto le anfetamine che, un tempo prodotte in Olanda e poi in Bulgaria, sono trafficate attraverso Turchia, Siria e Iraq, per finire soprattutto in Arabia Saudita, un paese che da solo confisca una maggiore quantità di captagone (il narcotico preferito localmente) del resto del mondo: 10 tonnellate l’anno. Se si considera che il volume di droga sequestrato in loco rappresenta circa il 10% del mercato nazionale, si conclude che un centinaio di tonnellate di anfetamine sono consumate annualmente in Arabia Saudita. I servizi segreti saudi confermano il coinvolgimento dell’Isis, mentre altri gruppi estremisti curano la coltivazione del cannabis nella valle della Bekaa, tra Siria e Libano, per l’esportazione nel Golfo – e in Europa.

In conclusione, quattro notizie convergenti su come l’Europa è circondata da flussi di droga dei quali beneficiano le mafie internazionali – e le camicie nere dell’Isis che, quando non gestiscono i traffici direttamente, tassano il transito nelle zone da esse controllate. La globalizzazione del terrorismo ha beneficiato dell’aiuto finanziario proveniente dai Paesi (sunniti) simpatetici alla causa del fondamentalismo, dal commercio del petrolio (in calo), e dal traffico di referti archeologici (in crescita, ora che è iniziato lo spoglio dei siti romani di Leptis Magna e Sabratha). Inspiegabilmente trascurata è stata la fonte tipica di fondi per il terrorismo internazionale: la droga, venduta in contanti (poi riciclati, da banche conniventi), oppure direttamente barattata (per armi e mezzi). Una circostanza sorprendente, dato che tutti i gruppi terroristici al mondo si sempre sono finanziati commerciando stupefacenti, a partire dai grandi movimenti in Spagna (Eta), Irlanda (Ira), Sri Lanka (Le Tigri Tamil), e ovviamente in Colombia (Farc) e Perù (Sentiero Luminoso). L’estremismo islamico ne segue il modello, che l’Europa rifiuta di riconoscere.

Il mattone nel parco

segnalato da Barbara G.

L’emendamento alla Legge di stabilità, una bomba esplosiva contro parchi e riserve

Vittorio Emiliani – hiuffingtonpost.it, 15/01/2015

Dalle pieghe della Legge di stabilità salta fuori un altro attentato all’integrità dei Siti di Importanza Comunitaria (Sic): il comma 363, infilato dal governo Renzi, consente infatti di effettuate lavori di manutenzione, risanamento, ristrutturazione edilizia (ahi, ahi!) “anche con incrementi volumetrici o di superfici coperte inferiori al 20% delle volumetrie o delle superfici coperte esistenti”. In parole più semplici: si potrà edificare in zone protette, delicatissime, montane. collinari, costiere, boschive, un 20 % in più.

Basterà soltanto l’assenso del Comune e amen. Soprintendenze? Ma de che? Con tanti saluti alla conclamata Bellezza, anzi Grande Bellezza sulla quale sia Renzi che Franceschini fanno suonare ogni giorno le trombe. L’ha scoperto una deputata del M5s Patrizia Terzoni presentando il 28 dicembre interrogazione. Il comma 363 è stato inserito, quasi fuori sacco, nel maxiemendamento finale col quale si è votata la pasticciatissima legge di stabilità. Ma dov’era il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti mentre inserivano questa norma micidiale che richiama palesemente il “gonfiamento” delle cubature previsto dai famigerati piani-casa? Dov’erano i sottosegretari Barbara Degani e Silvia Velo?

La cosa inquietante è che un nuovo elenco di Siti di Importanza Comunitaria (in Italia nel 2012 erano già 2.299) è giunta da Bruxelles il 26 novembre scorso. Giusto il tempo di impallinarla con questo emendamento ben nascosto. Corrono rischi zone preziosissime, da Rhêmes-Notre-Fame in Val d’Aosta alla Laguna di Burano a Capalbio in Maremma, dalle rive del Lago di Segrino (Como) alla Testa del Gargano. Con questo attentato si conferma che la sensibilità per i problemi paesaggistici e ambientali è finita in Italia sotto i tacchi. “Al fine di rilanciare le spese per gli investimenti degli enti locali”, recita questo incredibile comma 363, cioè con licenza di uccidere definitivamente i paesaggi del Belpaese con tonnellate di cemento.

Del resto dei venti Piani paesaggistici previsti dal Codice per il paesaggio Rutelli (2006), elaborati d’intesa fra regioni e ministero per i Beni Culturali, ne sono stati approvati appena tre: in Sardegna ai tempi della Giunta Soru (coordinatore l’arch. Edoardo Salzano) che la successiva Giunta Cappellacci di centrodestra ha invano cercato di smontare; in Puglia e in Toscana, dopo furibonde polemiche da parte di cavatori, costruttori, promotori di porti turistici, ecc. Sul resto si hanno vaghe notizie. Dalla Sicilia nessuna: probabilmente – come è già accaduto nel lontano 1985 (legge Galasso) – la specialissima autonomia dell’isola verrà utilizzata per non fare assolutamente nulla lasciando fare tutto a costruttori e speculatori.

La regione Marche, tanto per togliersi subito il disturbo, ha pensato bene di dimezzare i fondi per una trentina di Parchi regionali (Conero, San Bartolomeo, Furlo, Fiastra, ecc.) e riserve naturali portandoli da 2,1 di spese “incompribili” a 1,2 milioni. Col che, fra pagamento a fine anno e riduzione a metà dei finanziamenti, si garantisce il dissesto economico dei Parchi e la loro pratica estinzione. Inclusi molto probabilmente alcuni Sic quali la Selva dell’Abbazia di Fiastra. il litorale di Porto d’Ascoli e i Boschi ripariali del Tronto. E pensare che, all’inizio, le Regioni si erano applicate con fervore ad accrescere le tutele del zone più pregiate e insidiate: la Lombardia aveva approvato in pochi mesi, su sollecitazione dello stesso presidente Piero Bassetti la proposta di legge popolare firmata da ventimila lombardi per istituire il primo Parco regionale, quello, bellissimo e minacciato, del Ticino. Adesso si regredisce a velocità incredibile quasi dappertutto. Persino nelle nobili Marche.

Una grottesca situazione viene segnalata con sdegno e amarezza da un autorevole esperto di economia dell’ambiente, il professor Ugo Leone, il quale già valoroso presidente del Parco Nazionale del Vesuvio. Egli denuncia che da due anni i due Parchi Nazionali della Campania, Vesuvio e Cilento, sono privi di presidente “e di conseguenza dei Consigli direttivi”. Come del resto i Parchi regionali. Ovviamente la loro gestione va avanti per inerzia, con pochi mezzi e molti rischi di degrado. Aprendo la strada a quanti si sono sempre opposti a queste aree protette: cacciatori, bracconieri, cavatori, speculatori immobiliari, promotori di villaggi e di impianti turistici, di skylift, ecc. Signori e signore, è la giostra della turbo-cultura che consente di far soldi, soldi, soldi sulla pelle dell’articolo 9 della Costituzione: la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. ministri Galletti e Franceschini cosa vogliamo fare sul piano delle cifre e degli atti concreti? Dormire o comunque chiudere gli occhi, facendo finta di non vedere, in barba all’Europa, porcherie come questa del comma 363 della legge di stabilità?

Non mi fa risparmiare

segnalato da barbarasiberiana

NO, LA TUA SCUOLA PRIVATA NON MI FA RISPARMIARE

leonardo.blogspot.it, 09/03/2015

Ciao a tutti, mi chiamo Leonardo, ho un blog, e non mi va di pagare per la privata dei vostri figli. Chi mi conosce da un po’ di tempo lo sa – è una cosa che scrivo a intervalli regolari, più o meno ogni volta che qualche lobbista o politico di area cattolica bussa al governo con la mano sul cuore e l’altra tesa.

Stavolta però mi hanno letto in tantissimi, non so neanche io perché. Scherzi di facebook. Tra i tantissimi era normale che ci fosse anche qualche lettore che non la pensa come me. Qualcuno convinto che finanziare le scuole private coi miei soldi di contribuente sia una cosa buona e giusta – se non altro perché, pensate un po’, farebbe risparmiare allo Stato un sacco. 

È in effetti una storia che ho sentito spesso. Siccome l’articolo 33 della Costituzione è chiarissimo (“Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”), l’unico sistema per aggirarlo è sostenere che le scuole private facciano addirittura risparmiare. Anche la recentissima letterina pubblicata su Avvenire e controfirmata da 44 parlamentari di area Pd spiega che il “sistema [delle private paritarie] costa allo stato solo 470 milioni di euro/anno [fonte?], pari a circa 450 euro/anno/alunno per la scuola dell’infanzia e primaria [fonte?], mentre lo stanziamento per le secondarie di I e di II grado è praticamente inesistente”. Siccome secondo il Ministero dell’Istruzione ogni studente costa allo stato 6000€ all’anno, il risparmio appare evidente.

Ma sarà vero?

Tanto per cominciare, mi piacerebbe sinceramente capire chi ha fatto il famoso conteggio dei 470 milioni di euro l’anno. Se è un dato vero, che problema c’è a citare la fonte? E invece nessuno la cita mai. Se la prendono con te che non sai l’aritmetica, ma non ti spiegano da dove loro hanno preso i dati. È curioso.

Ma anche volendo prendere per buono il dato dei 470 milioni di euro all’anno, qualcosa non mi torna – no, in generale non mi torna niente. È uno di quei problemi che sembrano appunto banalmente aritmetici e poi a guardarli bene non lo sono affatto. Un ente – non necessariamente una scuola – un qualsiasi ente che mi promette di farmi risparmiare se gli do dei soldi, mi lascia perplesso. Forse davvero non sono abbastanza intelligente da capire come funziona. Mi piacerebbe che qualcuno intervenisse qua sopra e me lo spiegasse. Finora non c’è riuscito nessuno, forse sono senza speranza.

Proviamo a capirci. Le scuole private esistono già. Se per assurdo scomparissero all’improvviso; se gli alunni fossero a causa di ciò costretti a iscriversi alle pubbliche, è chiaro che la spesa pubblica leviterebbe. Credo che sia appunto il caso che hanno in mente i 44 parlamentari quando parlano di un “risparmio evidente”. Ma è un caso abbastanza assurdo, no? Le scuole private esistono già, e tanti genitori ci manderanno comunque i loro figli. Che lo Stato li aiuti o no. Quale convenienza ha lo Stato aiutandoli?

Gli studenti di queste scuole costano poco allo Stato – 5530€ in meno ad alunno, a dar retta ai vostri numeri. Sembra un bel risparmio, ma se aumentassimo il numero di posti, lo Stato risparmierebbe di più? Ne siete convinti? Io non ne sono del tutto convinto.

E se invece lo calassimo?

Partiamo da un presupposto: si tratta di scuole paritarie. Gli alunni che le frequentano dovrebbero essere in grado di sostenere gli stessi esami degli alunni che frequentano le statali. I pochi dati che abbiamo in riguardo non ci permettono di sostenere che le scuole paritarie finanziate dallo Stato offrano in media un servizio di qualità. A quanto pare per ora il servizio medio è inferiore a quello delle pubbliche – ma a parte questo: qualcuno si aspetta che le scuole paritarie costino di meno?

Da un punto di vista meramente economico non c’è nessun motivo perché ciò succeda. Anche se non è in grado di assicurare ai propri studenti un’istruzione dello stesso livello di quella delle scuole pubbliche, una scuola paritaria dovrebbe far fronte a tutte le spese di quella pubblica. A meno di non credere alla favola del volontariato – ovvero: mi va bene se in cortile c’è un volontario che sta attento che i bambini non si ammazzino sull’altalena – ma se in classe c’è un volontario che insegna ai bambini l’inglese, non è un volontario. È un insegnante non abilitato e non pagato – oppure pagato poco e in nero. È schiavitù, al limite evasione fiscale – non volontariato. Siamo d’accordo su questo? Lo spero.

Dunque non si capisce effettivamente come possa una scuola paritaria costare ai genitori meno di una scuola pubblica. Quest’ultima, tra l’altro, facendo parte di un’enorme rete di scuole presenti in modo capillare sul territorio italiano, può ottenere diversi servizi a un prezzo di favore. Può selezionare insegnanti in tutto il territorio italiano mediante concorsi (anche se spesso non lo fa), razionalizzando una serie di risorse (mezzi di trasporto, personale non docente, cancelleria), con un’efficienza molto maggiore. È un po’ il motivo per cui la grande distribuzione può permettersi di tenere i costi più bassi di una bottega in centro. Per lo stesso motivo, ci si aspetterebbe che una scuola paritaria privata costasse al pubblico un po’ di più della scuola pubblica. E infatti è così.

Ma ad alcuni non va bene.

Vorrebbero pagarla di meno.

Vorrebbero che gliela pagassi un po’ io.

E se io smettessi di pagargliela?

Prendiamo per buoni i dati dei 44 parlamentari. Uno studente di privata primaria costa allo Stato 450 euro? Ma se la scuola costa più o meno quanto quella pubblica (e davvero, non si capisce come potrebbe costargli di meno), questo significa che gli altri 5000 euro e rotti ce li mette il genitore. Abbiamo dunque davanti un genitore che è disponibile a sborsare 5000 euro all’anno per l’educazione di suo figlio, ma ne pretende 450 da me. Ma se smettessi di dargliene 450? Se gliene dessi soltanto, diciamo, 225? Lui toglierebbe suo figlio dalla privata paritaria? Secondo me no. Cioè, magari alcuni sì. Ma pochi. La maggior parte continuerebbe a iscriverlo alla privata, perché cosa sono in fondo i miei 225 rispetto ai suoi 5000?

Vedete come funzionano i numeri? Voi li usate per dirmi che i buoni scuola fanno risparmiare. Io vi prendo gli stessi numeri e vi dimostro che posso risparmiare ancora di più – se i buoni scuola ve li taglio a metà. Chi avrà ragione? Il dibattito è aperto.

Prendete, per esempio, la questione del volontariato. L’istruzione di massa ha convinto il gonzo che lo stato non può – e forse neanche deve – far fronte ai bisogni essenziali dei miserabili, e che a questo può – addirittura preferibilmente deve – supplire l’attività benevolente del volontariato, che tuttavia non può farsene interamente carico, sicché necessita di un aiuto, e da chi se non dallo stato? Al gonzo si fa credere che questo si traduca comunque in un risparmio, e il gonzo, oggi, ci crede. Al gonzo d’una volta, invece, mancava il concetto di sussidiarietà: alla richiesta di denaro pubblico per fare beneficenza avrebbe drizzato le antennine, fottendosene altissimamente di poter apparire cinico, ancor meno di rivelarsi ignorante sul ruolo dei cosiddetti corpi intermedi. Il gonzo d’oggi non se lo può permettere (Malvino)

Pozzo senza fondo

di barbarasiberiana

Delle polemiche relative alla realizzazione di Bre.Be.Mi. ne abbiamo sentito parlare tutti, credo. Alti costi di realizzazione (teoricamente sborsati da privati, ma in realtà non è così), alti costi di percorrenza, corsie deserte, difficoltà a trovare imprenditori disposti ad investire nelle aree di servizio, indagini relative allo smaltimento di rifiuti tossici.

Tanto per avere un’idea segnalo che Francesco Bettoni, presidente di Bre.BeMi. S.p.A., ha partecipato all’intermeeting Lions tenutosi a Cremona il 13/01, in tale occasione ha affermato che (vedi QUI e QUI):

  • L‘opera è il primo esempio in Italia di infrastruttura autostradale realizzata in project financing, ovvero finanziata con capitale privato.
  • Il modello della Bre.Be.Mi in una situazione di grossa crisi economica dovrebbe essere replicato in Italia per altre infrastrutture ed esportato all’estero
  • L’autostrada è dotata di servizi modernissimi per la sicurezza degli utenti, anche in caso condizioni atmosferiche avverse, ed è stata pensata sfruttando al meglio le caratteristiche paesaggistiche dei territori che attraversa riducendo al minimo l’impatto ambientale; meno traffico sulla viabilità locale, minore utilizzo di carburante con riduzione delle emissioni di Co2, meno ore di code.
  • Le difficoltà burocratiche e legislative a cui la società è andata incontro di fatto hanno a lungo ritardato i lavori.
  • E’ soddisfatto per l’inaugurazione recentemente avvenuta, anche se una parte della tratta autostradale manca ancora dei collegamenti con l’A21 e con la TEEM si è detto certo che saranno pronti per EXPO Milano 2015.

Alle affermazioni di Bettoni ha risposto la sezione cremonese del forum “Salviamo il paesaggio.

(…) Secondo quanto riportato dai media locali, Bettoni avrebbe parlato della nuova autostrada A35 (Bre.Be.Mi) come di un “modello da replicare”. Queste parole suonano in stridente contrasto con l’attuale realtà dei fatti: i dati sui flussi di traffico attuali sulla nuova autostrada parlano di circa 20.000 veicoli giornalieri, meno della metà delle stime iniziali riguardanti la fase di apertura. Il riferimento alla “corda molle” di collegamento con la A21 sembra un azzardo: il rischio concreto è che si aggiunga asfalto sopra asfalto, con ulteriore compromissione del territorio lombardo, frammentazione delle aziende agricole e cementificazione delle aree adiacenti alle nuove infrastrutture (il classico “effetto vetrina”, da sempre collegato alla realizzazione di nuove tratte stradali ed autostradali). Uno strano concetto di “rispetto dell’ambiente”. La tempistica, secondo quanto dichiarato da Bettoni, non sarebbe inferiore ai 5 anni (l’esperienza sui tempi italiani ci consiglia di non essere “ottimisti”). Allo stesso modo risultano fuorvianti i riferimenti alla realizzazione della Teem, che garantirebbe il collegamento con l’Autosole incrementando il traffico della Bre.Be.Mi del 15% circa, secondo quanto riportato dallo staff dello stesso Bettoni (le ragioni di cui sopra inducono a rivedere di queste stime). D’altro canto l’attuale percorso della Bre.Be.Mi si conclude a Pozzuolo Martesana, una ventina di chilometri ad Est di Milano, mentre la manifestazione di Expo, cui spesso la realizzazione dell’opera è stata accostata, si svolgerà alla periferia Nord-Ovest della città. Per questi motivi ci pare inappropriato parlare di “eccellenza lombarda”.

Anche il fatto che l’autostrada sia stata “completamente autofinanziata” non corrisponde al vero. Secondo quanto riportato dal sito La Repubblica, “su 1.818 milioni di euro di prestiti, 820 milioni derivano da un finanziamento della Cassa Depositi e Prestiti (CDP), controllata dal ministero dell’Economia e delle finanze; 700 arrivano dalla Banca europea per gli investimenti (BEI), controgarantiti dalla SACE (controllata dalla CDP, a sua volta controllata dal ministero dell’Economia)”. I prestiti dovrebbero essere ripagati dai pedaggi autostradali, ma vista la situazione attuale la cosa appare poco probabile, e Bre.Be.Mi ha già chiesto una proroga della concessione per la gestione dell’A35 (da 20 a 30 anni). Inoltre Regione Lombardia ha inserito, nel bilancio di previsione per il 2015, un “finanziamento opere di viabilità” di 60 milioni di euro in tre anni per la Bre.Be.Mi, cui si aggiunge il contributo di 300 milioni di euro previsto dalla Legge di Stabilità. A tutto ciò si aggiunge la richiesta di defiscalizzazione da parte di Brebemi SpA, pari a circa 430 milioni di euro (…)

Il contributo di 60 milioni in 3 anni, sopra riportato, è stato ottenuto decurtando i fondi per l’edilizia sanitaria. Di contro, per il prossimo anno i trasferimenti dalla regione verso il trasporto locale sono stati ridotti di 50 milioni. Giusto per capire quali sono le priorità.

A questa telenovela si è recentemente aggiunto un nuovo episodio.

Il transito sulla BreBeMi. è in saldo. Gli utenti dotati di Telepass avranno diritto nei prossimi mesi ad uno sconto del 15%.

Di seguito riporto un articolo dl Luca Martinelli (altreconomia) relativo ai “conti” della Bre.Be.Mi.

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L’A35 è stata inaugurata nel luglio del 2014

CHI PAGA LO SCONTO DI BREBEMI?

Fino a maggio 2015 gli utenti Telepass che percorreranno l’autostrada Brescia-Milano hanno diritto a una riduzione del 15% sul costo del pedaggio. L’offerta è destinata ad incidere negativamente sull’equilibrio del piano economico e finanziario della società, che a dicembre 2014 ha ottenuto un finanziamento pubblico di 60 milioni di Regione Lombardia. Paolo Besozzi, oggi amministratore delegato di CAL spa, il concessionario con cui BREBEMI spa ha concordato lo sconto, fino al 2013 era il consigliere delegato di Serravalle spa, che di BREBEMI spa è socia.

di Luca Martinelli – 28 gennaio 2015

Fino al 31 maggio 2015, la BREBEMI è un po’ meno cara. In particolare, ogni utente titolare di un dispositivo Telepass potrà ottenere una riduzione del 15% dell’intero pedaggio. Il costo elevato, 10,30 euro dalla barriera di Chiari Est al casello di Liscate lungo la Tangenziale Est esterna di Milano, infatti, è stato indicato fin dall’inaugurazione del 23 luglio 2014 come uno dei problemi del mancato successo della nuova arteria, che avrebbe dovuto collegare “direttamente” Brescia e Milano, senza passare per Bergamo come fa l’A4, e -secondo i promotori- avrebbe conquistato per questo parte del traffico che oggi corre lungo la Torino-Trieste. La BREBEMI è costata oltre due miliardi di euro.

La scelta di praticare uno “sconto”, così, parrebbe andare incontro all’interesse del consumatore/utente, per richiamarlo sulla nuova autostrada A35 che corre dritta tra Travagliato (a Ovest di Brescia) e Melzo (a Est di Milano), senza deviare a Nord (passa invece per Treviglio, nella bassa bergamasca).

La scelta di praticare uno “sconto” è, inoltre, legittima, perché lo prevede -all’articolo 29- la convenzione tra il concedente (Concessioni autostradali lombarde) e il concessionario BREBEMi, che garantisce al primo la possibilità di accordare esenzioni ed agevolazioni a favore di particolari categorie di utenti, “previa autorizzazione del concedente”. Nello specifico, il concedente non è il ministero delle Infrastrutture e trasporti, guidato da Maurizio Lupi, ma una società partecipata dall’ANAS e da Regione Lombardia (attraverso Infrastrutture lombarde spa).

La scelta di praticare uno sconto, pone, però, alcuni interrogativi. Perché BREBEMI spa non è un soggetto che “sta sul mercato”, ma è titolare di una concessione, che ha una scadenza limitata nel tempo ed è basata su un piano finanziario allegato. In questa logica, i pedaggi rispondono a un’esigenza, che è quella di coprire i costi dell’investimento realizzato (nel caso della BREBEMI, per altro, anche se la durata della concessione è di 19 anni e sei mesi dall’entrata in esercizio del collegamento autostradale, che è avvenuta il 23 luglio 2014, la “convenzione” alla base della concessione prevede “il completo ammortamento dell’opera dopo 40 anni di gestione ovvero nel 2052”, come si legge in Gazzetta Ufficiale).

Ai mancati introiti da pedaggio -il 15 per cento di sconto accordato agli utenti Telepass per cinque mesi del 2015-, così, corrisponde anche un disequilibrio nel piano finanziario dell’opera, la cui situazione economica era già in difficoltà, come dimostrano la richiesta al Governo (negata) di accedere ai benefici della defiscalizzazione e la richiesta di un finanziamento pubblico, accordato da Regione Lombardia nella misura di 60 milioni in tre anni.

Così, ci chiediamo: chi paga (davvero) lo sconto di BREBEMI?

Lo abbiamo chiesto alla società, che però ha scelto di non rispondere alle domande di Altreconomia:

qual è il ricavo medio mensile atteso nel periodo gennaio 2015-maggio 2015, secondo il piano economico e finanziario di BREBEMI? In che modo lo sconto andrà ad incidere sui ricavi attesi? Qual è la “riduzione” degli incassi attesa dagli utenti pendolari? Qual è invece l’aumento di incasso previsto dalla capacità di attrarre nuovi utenti (pendolari e non) lungo la tratta? Quali sarebbero le conseguenze -per l’equilibrio del piano economico e finanziario dell’azienda- qualora l’attrazione di nuovi utenti (pendolari e non) lungo la tratta non dovesse realizzarsi?

Cercavamo di capire se e in che modo fosse state realizzata una valutazione adeguata, a partire da un’analisi costi-benefici.

La società fa sapere solo che tutto è stato concordato con Concessioni autostradali lombarde (CAL spa), la società partecipata da ANAS e Regione Lombardia.

Amministratore delegato di CAL (la persona che secondo ANAS potrebbe rispondere alla domande di Ae) è Paolo Besozzi, che però dal 2010 e fino al 2013 è stato vice-presidente e consigliere delegato di Milano Serravalle-Milano Tangenziali spa, società partecipata dalla Provincia di Milano (e oggi da Regione Lombardia), che è anche azionista di BreBeMi.

Restiamo in attesa di un riscontro da parte di CAL.

E alle domande già poste, ne aggiungiamo un’altra. A prescindere dallo sconto accordato, alla scadenza della concessione a favore di BREBEMI spa, l’autostrada inaugurata nel luglio del 2014 non sarebbe stata ripagata, e la convenzione prevede un “valore di subentro” pari a 920 milioni di euro. Ciò significa che chi volesse partecipare e dovesse vincere alla gare per gestire l’autostrada dal 2034, dovrà riconoscere a BreBeMi spa quasi un miliardo di euro (in questo modo, spesso, si finisce con il rendere “perpetue” le concessioni autostradali, perché è difficile trovare qualcuno disposto ad accollarsi il valore di subentro). Ci chiediamo però se a fronte dello sconto, qualora le cose dovessero andar male (e l’aumento di traffico generato non arrivasse a coprire la “perdita” legata al 15% di riduzione sui pedaggi), il “valore di subentro” sia destinato ad aumentare.