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Ecco tutti gli errori di Renzi

Lunghissima e dettagliata analisi, capitolo per capitolo, della politica seguita dall’ex presidente del Consiglio, scritta e firmata da quattro economisti che da anni animano i dibattiti e gli studi del Nens come Salvatore Biasco, Vincenzo Visco, Pierluigi Ciocca e Ruggero Paladini. Risultato: “Alla luce delle considerazioni precedenti, è difficile sostenere che quella del Governo Renzi sia stata un’esperienza positiva”

di Salvatore Biasco, Pierluigi Ciocca, Ruggero Paladini e Vincenzo Visco

nuovatlantide.org, 22/01/2017

1. La nascita del Governo Renzi era stata accolta con molta fiducia e aspettative favorevoli, sia per la personalità del nuovo Presidente del Consiglio, che per la forza derivante dal fatto di essere il segretario del PD. In particolare ci si aspettava da Renzi il rilancio dell’economia e dell’occupazione, il contenimento del fenomeno populista e in particolare del M5S, il varo di riforme strutturali e istituzionali. A consuntivo dei tre anni di governo il bilancio non appare particolarmente positivo, anche se provvedimenti condivisibili non sono mancati quali quelli sui diritti civili, tema sul quale i Parlamenti precedenti non erano riusciti a deliberate, l’inizio di interventi di natura sociale, senza peraltro affrontare in modo organico il problema della diseguaglianza crescente, l’alternativa scuola lavoro, e l’aumento della tassazione di alcuni redditi finanziari.

2. Per quanto riguarda l’economia, discutibile e contradittoria appare la linea seguita in Europa. La presidenza italiana dell’Unione Europea poteva essere l’occasione per porre in discussione formalmente la politica economica seguita, imposta dalla Germania, in quanto errata sul piano teorico e inefficace o controproducente su quello pratico (salvo che per la Germania stessa). Gli argomenti non mancavano certo. A questo si è arrivati molto più tardi dopo un periodo che è sembrato di acquiescenza alle posizioni di Schauble. Ci si è arrivati con una linea indebolita dall’obiettivo di ottenere individualmente una maggiore flessibilità di bilancio da utilizzare non già per maggiore spese per investimenti bensì per finanziare la politica dei bonus, senza rendersi conto che la credibilità di un Paese fortemente indebitato come l’Italia dipendeva (e dipende) dalla capacità di rispettare gli impegni assunti, pur mantenendo i propri punti di vista, cercando eventualmente di farli valere anche con convergenze e alleanze con altri Paesi, con il Parlamento europeo, ecc.. Anche questo è stato carente. Poco si è puntato sul ridisegno della architettura complessiva. Non si è cercato di porre sul tappeto la questione della ristrutturazione del debito europeo, nonostante che a una proposta italiana (Visco) se ne fosse aggiunta una (pressoché identica) avanzata dai “saggi” consulenti della signora Merkel. Non si è posta sul tappeto neppure la questione della concorrenza fiscale in Europa. Durante la crisi greca, invece di fornire un sostegno al governo di Tsipras, si preferì defilarsi lasciando la Grecia al suo destino, secondo una deriva nazionalista che è andata inevitabilmente crescendo.
3. Per quanto riguarda la politica interna, la strategia seguita dal Governo Renzi si è ispirata sostanzialmente a una politica dell’offerta: riforme strutturali (in primis quella del mercato del lavoro), riduzione delle imposte, tagli alla spesa pubblica, maggiore libertà all’azione privata e riduzione dei vincoli amministrativi. In sostanza l’approccio mainstream che ha dominato il pensiero economico negli ultimi decenni, ma che, dopo la crisi del 2007-08, appariva non solo carente, ma anche superato sia in concreto, in quanto del tutto inadatto ad affrontare una situazione di deflazione e stagnazione come quella attuale, sia da un punto di vista teorico. Il risultato inevitabile è stato quello di sprecare ingenti risorse con l’obiettivo di rilanciare il consumo delle famiglie che invece è rimasto stagnante (per es. la Banca d’Italia ha valutato che l’erogazione degli 80 euro si è tradotta in consumi solo per il 40%), e di aumentare i profitti delle imprese nella speranza che esse avrebbero aumentato gli investimenti, cosa che in carenza di domanda non poteva accadere. Peraltro, anche la riduzione del cuneo fiscale (Irpef e imposte sulle imprese) tentata dal II Governo Prodi nel 2006 non aveva avuto successo: la riduzione delle imposte, invece di tradursi in investimenti determinò similmente un aumento degli accantonamenti delle imprese (e degli imprenditori).
Anche l’occupazione è stata massicciamente sussidiata con risultati complessivi che andranno valutati allo scadere degli incentivi previsti, ma probabilmente non esaltanti. Inoltre bisogna chiedersi quanto gli incentivi non abbiano contribuito a rendere conveniente impiegare lavoratori a bassa qualifica piuttosto che investire in nuove tecnologie e quindi contribuito alla riduzione della produttività.
4. Un altro approccio era invece possibile, come auspicato da molti e dimostrato dal XV rapporto Nens sugli andamenti e prospettive della finanza pubblica italiana che ha simulato gli effetti di una diversa strategia di politica economica basata sul riassorbimento progressivo delle clausole di salvaguardia oggi previste, su una efficace politica di contrasto all’evasione (come quella più volte proposta da uno degli autori) con il contestuale utilizzo dei proventi per misure di riduzione dell’Irpef e dei contributi sociali (cuneo) e di sostegno delle situazioni di povertà, e utilizzando tutte le altre risorse disponibili, incluse quelle derivanti dalla flessibilità europea, per spese di investimento ad elevato moltiplicatore.
Come si ricorderà, questa è la politica che recentemente è stata proposta dal FMI, dall’OCSE, e da autorevoli economisti in tutto il mondo. Pur prendendo con cautela i risultati ottenuti dalla simulazione, le direzioni cui avrebbe portato una strategia alternativa sono inequivocabili e di rilievo: nel periodo 2015-18 il PIL sarebbe cresciuto di (almeno) il 6% invece che del 3,8% implicito nelle manovre governative considerando i risultati acquisiti nel 2015 e quelli previsti nei documenti governativi per i tre anni successivi (e probabilmente sovrastimati); l’indebitamento pubblico per il 2017 si sarebbe collocato sull’1,6% invece del 2,3-2,4% oggi previsto; il debito pubblico sarebbe sceso al 130,2% del PIL, 2,5 punti in meno della stima del Governo. Inoltre ci sarebbero stati effetti positivi sull’occupazione, le aspettative e il clima di fiducia generale nei confronti della nostra economia sia in Italia che all’estero.
5. Un’altra grave carenza dell’azione economica del Governo Renzi (in parte da condividere col Governo Letta) riguarda la crisi bancaria che è stata causata in Italia non già da un eccesso di investimenti in prodotti strutturati, come in UK, USA, Germania, ecc., bensì dalla doppia recessione che ha determinato il fallimento di decine di migliaia di imprese e l’esplosione delle sofferenze. In tale situazione era necessario costituire al più presto una bad bank per smaltire i crediti deteriorati e rimettere in funzione il sistema. Non è stato fatto, e la crisi si è trascinata fino alla deprimente conclusione della vicenda MPS. Alla base di tale comportamento vi è stato un pregiudizio ideologico, condiviso e rafforzato dalla comunità dei banchieri, contro ogni intervento pubblico diretto nel settore. Se i Monti bonds fossero stati convertiti in azioni tra il 2013 e il 2014 (Governi Letta e Renzi), la situazione si sarebbe stabilizzata, non si sarebbero sprecati aumenti di capitale per 8 miliardi, e non si sarebbe verificata la massiccia fuga di depositi dal Monte che è la causa principale della richiesta da parte della BCE di una maggiore capitalizzazione della banca. La questione bancaria è stata più volte evidenziata come urgente dalla Banca d’Italia, ma senza successo. Che sarebbe entrato in vigore l’accordo sul bail in non poteva sfuggire al Governo. Inoltre, le mancate dimissioni del ministro Boschi in occasione della vicenda della banca Etruria che, pur non strettamente necessarie, sarebbero state politicamente utili, ha fortemente indebolito il Governo esponendolo a critiche spesso infondate, ma sempre efficaci da un punto di vista comunicativo, da parte delle opposizioni, contribuendo alla sostanziale paralisi operativa, alla politica dei rinvii e delle “soluzioni di mercato”, in nome delle quali si è deciso perfino di sostituire d’autorità il vertice del MPS. Incomprensibile ed inaccettabile, comunque, è non essere intervenuti almeno subito dopo lo stress test del luglio scorso a salvare il Monte, lasciando marcire la situazione a causa della priorità del momento, il referendum istituzionale. Il costo ulteriore per i contribuenti è rappresentato dai 4 miliardi di maggior aumento di capitale richiesto. Né va dimenticato che anche le riforme delle banche popolari e di credito cooperativo non sono state fatte in modo da evitare rilievi sia di carattere amministrativo che costituzionale.
6. E’ difficile valutare quale sia stata la politica industriale del Governo Renzi, sempre che ce ne sia stata una. Con industria 4.0 si è cercato di recuperare il terreno per quanto riguarda la digitalizzazione del Paese, ma il processo deve ancora partire. Analogamente la digitalizzazione della PA stenta a decollare e non si vede un disegno ed una visione unitaria. Sono stati confermati gli sgravi fiscali per ristrutturazioni e interventi energetici e ambientali, ma senza disegnare una strategia complessiva di trasformazione ecologica di settori dell’economia (a differenza di quando fatto in altri Paesi, Germania in testa). Si sono predisposti strumenti per affrontare le crisi industriali utilizzando la CDP, ma non si è saputo affrontare la questione delle infrastrutture da una prospettiva generale. Per quanto il Piano per la logistica e i Porti abbia un approccio condivisibile (e così quello relativo agli interventi delle Ferrovie) esso è rimasto del tutto laterale rispetto all’azione di Governo diretta verso altri fronti. Gli impegni di spesa sono stati essenzialmente collocati verso gli anni di scadenza (2020) del piano e di fatto lo stato di avanzamento su tutti i lavori concernenti i corridoi europei è in ritardo a causa della esiguità dei fondi disponibili. Sulla banda larga si rischia di creare concorrenza tra più operatori, con relativo spreco di risorse trattandosi di un monopolio naturale. Si difende l’italianità di Mediaset, e si è lasciato che Vivendi acquisisse il controllo di Telecom. In concreto la politica industriale di Renzi si è basata soprattutto e principalmente su un consistente insieme di misure di detassazione e incentivazione fiscale a pioggia, sicuramente molto gradito alle imprese, ma non in grado di indirizzare il Paese verso un nuovo assetto industriale e neppure di recuperare il potenziale industriale perso durante la crisi. L’idea di fondo è sempre la stessa: se lo Stato riduce il suo perimetro (riducendo le tasse, i contributi, ecc.) il mercato, le imprese, troveranno nuova energia e nuove opportunità di crescita a beneficio di tutti. Non si è fatto nessuno sforzo, né si è suscitato nessun dibattito su quali settori potrebbe essere utile sviluppare in Italia con il sostegno pubblico tenendo conto delle esigenze del Paese, delle possibili sinergie con la ricerca e le Università, della possibilità di creare occupazione, né si è avviato un dibattito sulla possibilità di utilizzare in modo diverso e coordinato il residuo sistema delle partecipazioni statali, che continua ad essere visto soprattutto come fonte di reddito per la finanza pubblica, prova ne sia la privatizzazione di Poste che è avvenuta prima di esplorare le sinergie che poteva avere con la digitalizzazione del Paese e con lo sviluppo della logistica di consumo. Non è stata elaborata nessuna strategia valida per il Mezzogiorno, mentre si ripropone drammaticamente la questione del dualismo del Paese. Tardiva è stata la predisposizione di Patti con Regioni e Città, che pur andando nella giusta direzione, appaiono spesso affrettati oltre che imperniati su progetti tirati fuori dai cassetti degli Enti locali, e in ogni caso improntati a una logica frammentaria e priva di visione organica. In tutte le politiche verso cui sono state indirizzate risorse pubbliche o varati mutamenti di assetto è mancata una vera e propria regia di attuazione e coordinamento degli attori, in un attivismo mirato a poter vantare interventi e riforme in vari campi, più che curarne la completezza, la qualità, il raccordo e l’implementazione.
7. Particolarmente discutibile è stata la politica tributaria del Governo Renzi. Dall’ultima riforma organica del fisco italiano, quella del 1996-97, sono passati 20 anni e quindi sarebbe necessaria una revisione complessiva. Ma il problema di fondo del sistema fiscale italiano rimane quello della evasione di massa, considerevolmente ridotta (in via permanente) dai governi di centrosinistra tra il 1996 e il 2000, tollerata e incentivata dal centrodestra, ridotta di nuovo durante il Governo Prodi del 2006-08, aumentata durante il successivo Governo Berlusconi. Renzi ha ignorato il problema di una revisione sistematica del sistema e anzi ne ha accentuato il degrado con provvedimenti ad hoc, frammentari, episodici senza alcuna consapevolezza della necessità di una visione organica. Per quanto riguarda il contrasto all’evasione, all’inizio Renzi sembrava orientato ad intervenire, ed infatti adottò alcune delle misure proposte in un rapporto del Nens del giugno 2014, in particolare il reverse charge e lo split payment, misure che, visto il successo ottenuto (anche al di là delle previsioni) , sono state sistematicamente presentate come la dimostrazione dell’impegno e del successo del Governo nel contrasto all’evasione, sempre riaffermato pubblicamente, ma ben poco praticato in realtà. Le altre proposte contenute nel rapporto Nens sono state invece ignorate, tra queste l’uso dell’aliquota ordinaria nelle transazioni intermedie IVA, l’adozione del sistema del margine in alcune transazioni al dettaglio, la trasmissione telematica obbligatoria dei dati delle fatture IVA….In verità quest’ultima misura è stata adottata con l’ultima legge di bilancio, ma in modo tale da risultare in buona misura inefficace, in quanto è esclusa la trasmissione automatica dei corrispettivi delle vendite finali, non è previsto l’accertamento automatico in caso di evasione manifesta, non sono state introdotte misure di cautela nel caso in cui la reazione dei contribuenti comportasse una riduzione del margine abituale sui ricavi (mark up); le sanzioni, già modeste, sono state ulteriormente ridotte, l’entrata in funzione rinviata….In sostanza si è seguita la stessa logica in base alla quale, in seguito all’introduzione obbligatoria del POS ci si dimenticò di prevedere una sanzione in caso di inadempienza. Eppure il rapporto Nens stimava che la misura fosse potenzialmente in grado di produrre oltre 40 miliardi di recupero di evasione.
Contemporaneamente l’amministrazione finanziaria è stata delegittimata e indebolita, non si è salvaguardata la sua autonomia, si è consentito che membri del Governo attaccassero l’Agenzia delle Entrate, non si è data soluzione al problema creato da una discutibile sentenza della Corte Costituzionale relativa agli incarichi dirigenziali. Non si sono investite risorse nell’informatica.
Ma più in generale, l’intera politica fiscale si è indirizzata in direzione opposta a quella di serietà e di un ragionevole rigore: il sistema sanzionatorio è stato modificato innalzando le soglie di punibilità penale e restringendo le fattispecie incriminatrici; inizialmente era stato perfino proposto di depenalizzare la frode fiscale, misura poi rientrata; l’abuso del diritto (elusione) è stato depenalizzato e ridotto ad una fattispecie residuale, senza considerare il fatto che prima o poi la Cassazione e la Corte di Giustizia europea ristabiliranno l’interpretazione corretta. Ciò peraltro è già avvenuto con il falso in bilancio per cui la Cassazione ha già vanificato la portata della norma che allentava ben oltre quella approvata dal Governo Berlusconi, e per anni criticata dal centrosinistra, la possibilità di punire tale comportamento. E’ stato abolito il termine lungo di accertamento amministrativo per le condotte penalmente rilevanti, contrariamente a quanto previsto dalla normativa prevalente in Europa. La riscossione dei tributi è stata fortemente indebolita prevedendo la possibilità di rateazioni fino a 72 rate per i debitori decaduti negli ultimi due anni da un precedente piano di dilazione, ciò mentre per i debiti nei confronti di privati (banche) si sono accelerate le procedure di riscossione coattiva creando una inaccettabile discriminazione tra pubblico e privato. Ci si è uniformati alla propaganda del M5S sopprimendo, anche se solo in apparenza, Equitalia, e introducendo un condono (rottamazione) delle cartelle esattoriali, relative – è bene ricordarlo – a evasori conclamati, spesso sanciti come tali da più gradi di giudizio. Si sono varate due voluntary disclosures in apparente ossequio a un indirizzo internazionale, senza considerare che negli anni precedenti erano già stati varati da Tremonti ben due condoni in materia. Si è cercato di introdurre una sorta di riciclaggio di Stato prevedendo la sanatoria anche per il contante, norma che fortunatamente non è sopravvissuta alle critiche. Si è innalzata a 3000 euro la soglia di utilizzazione del contante favorendo così non solo l’evasione ma anche il riciclaggio. La norma sugli 80 euro, operando in un ristretto intervallo di reddito, da un lato ha penalizzato relativamente i redditi più bassi, e dall’altro ha introdotto un’aliquota marginale implicita pari al 79,5% (48% a causa del venir meno degli 80 euro, cui si aggiunge l’aliquota effettiva (formale e implicita) Irpef del 31,5%) per i contribuenti collocati sul limite superiore di applicazione della misura (tra i 24000 e i 26000 euro), per cui è stato necessario inserire nella ultima legge di bilancio, e in previsione degli aumenti contrattuali, una norma di deroga che non si sa ancora come opererà. L’Irpef è stata ulteriormente distorta dalla detassazione dei premi di produttività che fa sì che neanche i redditi di lavoro entrino più interamente nella base imponibile della imposta sul reddito in deroga a qualsiasi principio di progressività. Molte sono state le norme a favore delle imprese: dalla eliminazione dall’Irap dei redditi di lavoro (il che equivale ad escluderli da qualsiasi contributo specifico per la spesa sanitaria), alla decontribuzione per i nuovi assunti, alla patent box, al rafforzamento dell’ACE col recupero dell’incapienza sull’Irap, alla assegnazione agevolata dei beni ai soci, alle norme di accelerazione degli ammortamenti, alla riduzione dell’aliquota Ires al 24% e all’introduzione dell’IRI, all’eliminazione dell’IMU sui cosiddetti “imbullonati”. L’agricoltura è stata ulteriormente detassata (Irap, imposta patrimoniale), senza considerare che il settore era già quello più agevolato sul piano fiscale e quello in cui maggiore è l’evasione. La condivisibile esigenza di redistribuire il prelievo alleviandolo per alcuni settori e fattispecie non è stata affrontata, in altre parole, in modo organico e secondo un disegno preciso, ma con provvedimenti frammentari e ad effetto guidati da preoccupazioni di consenso. Si è inoltre rinunciato alla revisione del catasto dei fabbricati che era in dirittura d’arrivo e necessario avviare, e si è eliminata l’imposizione patrimoniale sulla casa di abitazione. Con le modifiche dell’Irap, della Tasi, e con le misure connesse all’obbligo di pareggio di bilancio e al funzionamento del fondo di solidarietà si è svuotata l’autonomia impositiva di regioni ed enti locali. Si è rinviato l’esercizio della delega di revisione delle cosiddette tax expenditures, che sono viceversa di molto aumentate. In tema di tassazione delle rendite finanziarie è stato aumentato il differenziale con la tassazione dei titoli pubblici, e nel complesso, pur essendo l’obiettivo condivisibile, il sistema il sistema è stato reso sempre più irrazionale.
8. Per quanto riguarda le riforme “strutturali”, quella più importante per il Governo era ovviamente la riforma istituzionale. Oggi è senso comune criticare Renzi per aver “personalizzato” e politicizzato lo scontro sul referendum confermativo, ma il problema nasce prima. La personalizzazione infatti è avvenuta immediatamente, fin dall’inizio del dibattito parlamentare quando Renzi ha imposto la sua peculiare visione della riforma senza accettare critiche né mediazioni, visione che aveva a cuore nella sostanza il fatto che i futuri senatori non dovessero beneficiare di alcuna retribuzione per ridurre i costi della politica oltre a quella derivante dalla drastica riduzione del loro numero. Questo è stato l’unico punto considerato irrinunciabile perché tutto il resto della proposta iniziale è stato oggetto di cambiamento per cercare convergenze tattiche. Questo approccio ha compromesso fin dall’inizio la possibilità di successo della riforma. Ed in verità il dibattito parlamentare al Senato mostra chiaramente che se si fossero accettati due punti essenziali, vale a dire che anche il numero dei deputati fosse ridotto a 400, e quello dei senatori a 200, e che i senatori fossero eletti direttamente dal popolo, ferma restando la differenza delle funzioni delle due assemblee e l’attribuzione del voto di fiducia alla sola Camera dei Deputati, la riforma avrebbe ottenuto un consenso molto ampio evitando la necessità del referendum, o comunque depotenziandone la portata politica. E’ qui emersa una caratteristica di fondo dell’approccio di Renzi alle riforme: la necessità di determinare in ogni caso rotture, divisioni, contrapposizioni, secondo una logica amici-nemici che, a ben vedere, riguardava principalmente una parte rilevante della sua costituency e del suo stesso partito. La questione di fondo era ideologica: le tradizionali posizioni della sinistra italiana non dovevano avere più legittimità: esse rappresentavano comunque il vecchio, qualcosa da rimuovere e “rottamare”.
9. La stessa logica è stata seguita sul jobs act, dove l’avversario principale è diventato il sindacato e in particolare la CGIL. Una riforma contro, quindi, e non una riforma utile per tutti. E anche in questo caso sarebbe stato sufficiente evitare alcuni eccessi e adottare, per esempio, il modello di contratto a tutele crescenti proposto da tempo da Tito Boeri, per ottenere un consenso pressoché unanime. Il risultato è stato quello di rischiare di sottoporre il Paese ad un ‘altra prova referendaria di cui non si sentiva certo il bisogno. Sui vouchers si sono allargate le maglie senza pensare ai possibili abusi, tanto che ora sarà necessario un intervento correttivo.
10. La riforma della scuola è avvenuta secondo lo stesso approccio: anche in questo caso il “nemico” era inizialmente il sindacato, ma ben presto sono diventati gli insegnanti. Il modello proposto è stato quello dell’autonomia scolastica interpretata come meccanismo in grado di simulare una sorta di mercato all’interno del settore pubblico, meccanismo che avrebbe inevitabilmente aumentato le diseguaglianze nei livelli di insegnamento tra le diverse zone del Paese e quartieri delle città. Ciò di cui avrebbe invece bisogno la scuola italiana è una modernizzazione dei programmi, un ripensamento dei cicli scolastici, una migliore qualità dei docenti, una carriera per i docenti, e investimenti rilevanti per ridurre le distanze tra le scuole di migliore qualità e le altre, rivalutando il ruolo sociale dei docenti, limitando le ingerenze indebite delle famiglie, prevedendo concorsi per le assunzioni, ecc. Ora il Governo Gentiloni è costretto a ritornare indietro (anche troppo) su alcuni punti della riforma cercando un accordo con i sindacati. E’ stata giusta l’introduzione nella nostra scuola dell’alternanza tra studio e lavoro. Ma al solito con fondi insufficienti e senza adeguata regia. Rimane non coordinato il canale dell’istruzione professionale di competenza statale con quello di competenza regionale e manca un Sistema Nazionale di Valutazione. Anche la ricerca pubblica non ha avuto alcuna razionalizzazione visto che non si è posto mano alla dispersione dei centri e al loro scarso coordinamento. L’Italia rimane nel mezzo delle due grandi direttrici della ricerca, quella dei grandi progetti diretti ai paradigmi tecnologici e che mettono insieme alte capacità realizzative industriali, Università, centri di ricerca (che può solo svolgersi come partecipazione a progetti di ricerca internazionali, in primo luogo quelli europei) e quella che si adatta alle situazioni concrete e esigenze tecnologiche specifiche. Di fatto l’Italia non segue né l’una né l’altra. Sebbene siano stati finalmente aumentati, dopo anni di tagli, i fondi per la ricerca pubblica, questi sono stati allocati in modo tale da suscitare una vera e propria sollevazione della comunità scientifica. L’eccessivo affidamento a criteri di mercato, soprattutto attraverso criteri di valutazione tecnicamente molto discutibili, si è riprodotto con l’Università producendo gli stessi problemi della scuola di determinare una frattura e differenziazioni che senza governance e correttivi del processo, rischiano di penalizzare pesantemente gli Atenei meridionali, non si capisce con quale vantaggio per il Paese.
11. La riforma della giustizia è rimasta al palo. In questo caso, la categoria presa di mira è stata quella dei magistrati attaccati sulle ferie, sulle retribuzioni e sulla età pensionabile, sulla quale, peraltro, si è fatta una parziale marcia indietro che si spera non diventi totale. In questo caso, tuttavia, va riconosciuto che, data la composizione del Governo, la riforma non era agevole. Va però sottolineato che il problema della legalità (corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata) non sembra essere stato al centro delle preoccupazioni e del programma di Governo. In diverse occasioni Renzi ha negato che in Italia esista un problema di evasione di massa, o che in alcune regioni italiane il potere dello Stato è contestato e talvolta vanificato dall’esistenza delle mafie. Molta propaganda è stata fatta all’Autorità anticorruzione guidata da Cantone, e sono state approvate nuove norme, secondo alcuni insufficienti, ma il punto di fondo è che i tre fenomeni sopra ricordati sono intrinsecamente collegati e andrebbero affrontati insieme e posti all’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze politiche, cosa che non è avvenuta. Uno degli strumenti possibili era quello di varare finalmente una buona legge sui partiti, legge di cui si è parlato, ma che non ha fatto passi avanti.
12. Quanto alla riforma della PA, si è seguito un vecchio modello, già sperimentato e fallito più di una volta, secondo una visione organicistica della PA, attaccando la dirigenza pubblica e portando alle estreme conseguenze una logica privatistica che mal si adatta al settore pubblico i cui dirigenti non possono essere assimilati a quelli delle imprese private, ma necessitano di competenze specifiche e specializzazioni. Anche in questo caso la riforma si è esposta a rilievi di ordine amministrativo e costituzionale.
13. Alla luce delle considerazioni precedenti, è difficile sostenere che quella del Governo Renzi sia stata un’esperienza positiva. Il Paese è oggi più diviso, il PD è politicamente isolato (salvo l’alleanza con Alfano e Verdini) ed è diviso, data la radicalità dello scontro sul referendum, si sono verificate fratture nelle famiglie e nelle amicizie. Le riforme sono state contestate e in parte sono rimaste sulla carta. L’opinione pubblica è confusa, disorientata, arrabbiata, e sempre più influenzabile da posizioni qualunquiste e di antipolitica. Dopo il risultato del referendum è inoltre diffusa, soprattutto all’interno dell’establishment la convinzione che il Paese è irriformabile e rassegnato al proprio destino. La colpa sarebbe della gente che non capisce. Ma così non è, la gente desidera riforme, ma vorrebbe capirne finalità e modalità, desidera essere coinvolta, e soprattutto vedere una classe dirigente preoccupata dei problemi e delle difficoltà dei cittadini comuni. Soprattutto ci sarebbe bisogno di un a classe dirigente competente e all’altezza. Uno dei lasciti del Governo Renzi rischia di essere proprio quello di aprire la strada a una classe dirigente ancora meno qualificata.

Il dibattito sul reddito base: aspetti politici, filosofici ed economici

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe

BasicIncome

di Daniel Raventós e Julie Wark – znetitaly.altervista.com, 21 agosto 2015

Barcellona

Il sostegno a un reddito base universale (definito qui [in inglese – n.d.t.]) sta crescendo. In Europa, ad esempio, la città di Utrecht sta per introdurre un esperimento che mira “a contestare l’idea che chi riceve soldi pubblici deve essere tenuto sotto controllo e punito”, per dirla con un responsabile di progetto del consiglio comunale di Utrecht. Nijmegen, Wageningen, Tilburg e Groningen sono in attesa del permesso dell’Aia per condurre programmi simili. In Svizzera sono state ottenute le centomila firme necessarie per indire un referendum su se i cittadini svizzeri debbano ricevere un reddito base incondizionato di 2.500 euro il mese, indipendentemente dal fatto che lavorino o no. Il 16 giugno il governo di centrodestra della Finlandia, in cui il 79% della popolazione è a favore di un reddito base universale, ha mantenuto la sua promessa elettorale e ratificato l’attuazione di un “reddito base sperimentale”. Un recente sondaggio in Catalogna (dal 13 al 17 luglio) mostra che il 72,3% della popolazione (fondamentalmente con l’eccezione della destra e dei settori più ricchi) appoggerebbe un reddito base di 650 euro il mese e, contrariamente a un’affermazione fastidiosamente abusata, l’86,2% afferma che continuerebbe a lavorare se fosse introdotta la misura. Cosa più rimarchevole, l’84,4% dei disoccupati afferma che continuerebbe a voler lavorare.

Si tratta di misure temporanee o incomplete ma sono anche significative perché significano dare potere alle persone, economicamente – e anche politicamente – in una situazione in cui il potere globale è largamente nelle mani di istituzioni non elette e di altri organismi oscuri, come ha reso più che chiaro il recente strazio della Grecia. Tuttavia il crescente interesse per il reddito base non significa un’agevole avvio all’implementazione. Argomenti da lungo tempo smentiti continuano a essere sollevati contro di esso e sono brandite dubbie proposte “alternative” quali il “lavoro garantito”, la “piena occupazione” e il reddito minimo garantito condizionato. Con un reddito base le persone non accetteranno il lavoro salariato, le donne saranno confinate in casa, gli immigrati “sciameranno” (come direbbe David Cameron), ci vorrebbe una rivoluzione per introdurlo e ammazzerebbe lo stato sociale. Indipendentemente dal fatto che queste affermazioni sono stato solidamente rigettate in numerose diverse lingue, esse continuano a rialzare la loro stupida testa. Ci sono ancora altri malintesi (o vere e proprie menzogne) che vanno affrontati poiché le disuguaglianze economiche e sociali si stanno amplificando così rapidamente e il reddito base è una misura ideale per combatterle.

Innanzitutto c’è la questione del finanziamento. Non c’è ancora molto materiale dettagliato su questo aspetto chiave ma uno studio recente condotto in Spagna, basato su due milioni di dichiarazioni dei redditi presentate nel 2010 (nel mezzo della crisi economica) è eloquente. Lo studio è stato basato su tre criteri: 1) il reddito base di 623 euro dovrebbe autofinanziarsi e non influire sulla spesa pubblica in sanità, istruzione, ecc.; 2) l’impatto distributivo dovrebbe essere fortemente progressivo in modo che ne benefici più dell’80 per cento della popolazione; e 3) le aliquote fiscali effettive dopo la riforma non dovrebbero essere molto elevate. Il reddito base deve essere al livello della linea della povertà (623 euro in Spagna) o superiore. Non sarebbe soggetto all’imposta personale sul reddito e sostituirebbe tutte le provvidenze assistenziali inferiori a 623 euro, mentre si riceverebbero interamente le provvidenze superiori a tale somma.

Finanziare questo reddito base per tutti gli adulti in Spagna – 43,7 milioni di persone – è possibile con un’aliquota fiscale unica del 49% che, combinata con un reddito base esente da imposte, sarebbe fortemente progressiva. Per il decile più povero tale 49% diventerebbe in realtà un – 209% (negativo poiché, in questo caso, sarebbe un trasferimento netto). Ne guadagnerebbe circa l’80% della popolazione e l’importo totale trasferito dai ricchi ai poveri sarebbe di circa 35 miliardi di euro. Ciò senza prendere in considerazione il problema dell’evasione fiscale (calcolata in circa 80 miliardi di dollari) in Spagna.

“Ah sì” – dicono – “Ma questo modello di finanziamento ‘inciderebbe negativamente sulle classi medie’”. Classi medie? In Spagna chi guadagna solo 3.500 euro il mese si situa nei due decili più elevati, mentre quelli che guadagnano 4.500 euro appartengono al 5% al vertice. Questi dati provengono da dichiarazioni ufficiali dei redditi! O per ignoranza o per malafede molti non riconosceranno che ciò segnala un enorme problema di frode fiscale che richiede attenzione urgente se deve essere intrapresa una qualsiasi riforma fiscale a favore della popolazione non ricca. Dati pubblicati dalla società di servizi finanziari globali UBS AG rivelano che solo 22 miliardari spagnoli hanno un patrimonio totale pari al 5% del PIL spagnolo  (cioè, ad esempio, circa il 60% del bilancio nazionale dell’assistenza sanitaria). Se i veri membri più ricchi della popolazione fossero individuati attraverso la loro dichiarazione personale dei redditi, il finanziamento del reddito base sarebbe più facile, l’aliquota fiscale inferiore e settori che potrebbero perdere nel modello attuale potrebbero finire col guadagnare. Questa ostinata idea che il reddito base sarebbe un’aggressione alle classi medie incoraggia alcuni atteggiamenti di farsesco attendismo. Così il PSOE (Partito Socialista) afferma di appoggiare il “reddito base” (ma intende il reddito minimo garantito) mentre altri della sinistra più o meno postmoderna sono entrati nella serie A del contorsionismo intellettuale affermando che il reddito base e il reddito minimo garantito sono “più o meno la stessa cosa”. Questi luoghi comuni sono politicamente dannosi, perché hanno indotto i progressisti a sostenere proposte “più moderate”.

Sfortunatamente il nuovo partito di sinistra Podemos sta cercando di eludere la questione del reddito base. Anche se la sua base preme molto forte per un reddito base, Podemos ha proposto un Piano di Reddito Minimo Garantito, apparentemente senza fare i conti. I nostri calcoli mostrano che il 50% della popolazione sarebbe colpito negativamente a causa del cambiamento dell’attuale struttura fiscale senza compensazione con un reddito base. Ciò è molto diverso da una politica che colpisce il 20% più ricco. Sembra che alcuni leader di Podemos, mostrandosi sordi alle idee di membri della loro base, stiano affermando che il reddito base è “troppo radicale”. Ma davvero? Garantire l’esistenza materiale dell’intera popolazione è troppo spaventoso quando il divario di ricchezza in Spagna è il maggiore d’Europa e, in termini globali, entro il 2016 l’un per cento al vertice avrà un patrimonio superiore a quello del 99%?

Quella che è davvero spaventosa è la generale accettazione di uno status quo in cui la maggior parte delle persone diventa sempre più povera, persino quando recenti studi dimostrano che la cosiddetta economia della “ricaduta dall’alto” si traduce in un flusso di reddito verso l’altro fino a quando vi ristagna come ricchezza tesaurizzata. Ciò ostacola la creazione di ricchezza nell’economia, come ha concluso l’Institute for Policy Studies dopo aver utilizzato modelli moltiplicatori economici standard per dimostrare per ogni dollaro extra pagato a un lavoratore a basso salario aggiunge circa 1,21 dollari all’economia statunitense. Se tale dollaro andasse a un lavoratore a salario elevato aggiungerebbe solo 39 centesimi al PIL. In altri termini, se i 26,7 miliardi di dollari pagati in premi ai giocatori d’azzardo di Wall Street nel 2013 fossero andati a lavoratori poveri, il PIL sarebbe salito di circa 32,3 miliardi di dollari.

Il denaro in basso è più di tre volte più efficace nel muovere la crescita economica del denaro al vertice. E’ buon senso, anche se la teoria ha il titolo sofisticato di “propensione marginale al consumo”: chi ha un reddito minore spende più rapidamente i suoi soldi mentre i ricchi li tesaurizzano. Con il mostruoso divario di ricchezza odierno la velocità del dollaro nell’offerta monetaria totale è più bassa di quanto sia stata mai. E’ anche logico. In effetti un nuovo modello prodotto da Ricardo Reis e Alistair McKay mostra che “i programmi di tassazione e trasferimento che incidono sulla disuguaglianza e l’assicurazione sociale possono avere un effetto più vasto sulla volatilità aggregata”. Persino dati del FMI suggeriscono che aumentare la quota del venti per cento al vertice di solo l’1% della ricchezza totale riduce la crescita economica di 0,08 punti. Ma se il venti per cento più in basso ricevesse la stessa quota dell’1% , la crescita economica aumenterebbe di 0,38 punti. Dunque non sarebbe una buona idea introdurre un reddito base universale? Scott Santens calcola che, negli Stati Uniti, la redistribuzione sotto forma di reddito base di 1.000 dollari il mese per ogni cittadino adulto e di 300 dollari per i minori di diciotto anni costerebbe circa 1,5 trilioni di dollari – circa l’8,5% del PIL – tenendo conto dell’eliminazione delle agevolazioni non più richieste una volta che sia operativo il reddito base. Il costo totale della sola povertà infantile è circa il 5,7% del PIL.

Se la disuguaglianza sta uccidendo la crescita economica, allora l’economia neoliberista ha sicuramente fallito. L’OCSE rileva che “l’aumento della disuguaglianza è stimato aver abbattuto di più di 10 punti percentuali la crescita in Messico e in Nuova Zelanda negli ultimi due decenni fino alla Grande Recessione. In Italia, Regno Unito e Stati Uniti il tasso cumulativo di crescita sarebbe stato da sei a nove punti percentuali più elevato se le disparità di reddito non si fossero accentuate …” Il punto chiave qui è che i programmi contro la povertà non possono mai essere sufficienti perché “l’impatto della disuguaglianza sulla crescita deriva dal divario tra il 40 per cento più in basso e il resto della popolazione, non solo del 10 per cento più povero”. Se il programma di trasferimento di denaro deve essere efficace, deve beneficiarne circa la metà della popolazione. Ciò suona molto simile alla proposta di reddito base universale presentata in Spagna. Ridurre la concentrazione di reddito al vertice dove il denaro produce altro denaro da accumulare è più di una questione morale o di una questione di giustizia; è competenza economica, come sta ora riconoscendo un numero crescente di economisti rispettabili, ad esempio (il barone) Robert Skidelsky.

Per quanto solidi possano essere gli argomenti economici e per quanto a lungo posso aver circolato in Spagna, soluzioni parziale continuano a essere promosse come “alternative” al reddito base. Il lavoro garantito è una di queste, promosso, tra gli altri, dal partito di sinistra Izquerda Unida (IU) anche se è molto più costoso (circa 10 euro lordi l’ora costerebbero allo stato 233,422 miliardi di dollari) nel lungo termine e meno efficace di un reddito base, che entrerebbe immediatamente in vigore per alleviare le dure condizioni di lavoro (o di non lavoro) e di vita del settore più povero. Peggio, il “lavoro garantito” (che non tiene conto del lavoro domestico o volontario) ha la patetica idea di libertà. Suppone che le persone debbano lavorare per un salario, l’implicazione essendo che se le persone avessero un reddito base se ne andrebbero in giro tutto il giorno a girarsi i pollici. La Spagna ha i dati di disoccupazione peggiori dei paesi OCSE (più del 15% in 25 degli ultimi 37 anni, mentre la seconda posizione peggiore, quella dell’Irlanda, ha toccato queste cifre solo in nove di tali 37 anni) e inoltre le proposte di lavoro garantito sono state ideate per economie con numeri relativamente ridotti di disoccupati. In breve l’idea è una pura sciocchezza, specialmente quando è dimostrato che un reddito base rafforzerebbe le posizioni negoziali dei lavoratori e stimolerebbe un maggior numero di piccole imprese.

Un’altra critica stramba (ma non per questo meno diffusa) è che il reddito base non combatterebbe la “divisione sessuale del lavoro”. Nemmeno il sistema di assistenza sanitaria pubblica porrebbe fine alla divisione sessuale del lavoro! Il reddito base affronterebbe parecchi problemi sociali, ma non questo. Quello che può fare è dare alle donne molta più autonomia in molti aspetti delle loro vite, il che non è poca cosa. Il reddito base non è una politica economica completa. Sarebbe parte di una politica economica che favorisce la popolazione non ricca. Altri problemi sociali come la divisione sessuale del lavoro, la generalizzata indifferenza al sapere scientifico, poteri privati che impongono la loro Weltanschauung a tutti gli altri, corruzione, traffico di esseri umani, brutalità nei confronti dei profughi e degli immigrati … vanno anch’essi affrontati, ma con strumenti appropriati specifici. Si potrebbe sostenere che una società con minor disuguaglianza e maggior interesse per gli esseri umani avrebbe maggiori probabilità di produrre tali strumenti.

Arriviamo poi a qualche dibattito più economico. Brandendo argomenti della Scuola Austriaca, alcuni a destra declamano i vantaggi di basse aliquote fiscali su una base vasta. Un aumento delle aliquote fiscali a favore del reddito base, affermano, ridurrebbe la base fiscale, le imposte incassate e l’elasticità della base fiscale, aggiungendo che non tener conto di questa elasticità annullerebbe qualsiasi conclusione. In realtà dati empirici da studi in Spagna mostrano che imposte aumentate non causerebbe minor elasticità con un effetto negativo sull’attività economica ma produrrebbero maggiore elasticità: maggiori imposte, maggiore PIL e accresciute entrate fiscali. Maggiori imposte ai ricchi consentono una spesa pubblica maggiore, con un effetto positivo sull’attività economica, generando maggior reddito e compensando possibili disincentivi. Era oltre la portata dello studio spagnolo sul reddito base calcolare in dettaglio gli effetti positivi che il reddito base potrebbe avere sull’attività economica e, di qui, sulle entrate fiscali ma, chiaramente, l’80% più povero della popolazione che ne guadagna consumerebbe più del 20% più ricco, dunque uno stato sociale più forte, finanziato da imposte e con un sistema di provvidenze sociali, compreso un reddito base, realizzerebbe una maggior partecipazione della forza lavoro e maggiori tassi di occupazione e, ne segue, maggior uguaglianza e benessere generale oltre a un’economia più resiliente in un sistema globale instabile.

Il reddito base non è solo una misura contro la povertà ma sarebbe una parte integrante di una politica economica complessiva che stimolerebbe la crescita economica e darebbe a tutti i membri della società un’esistenza materiale garantita e con essa una libertà effettiva. La libertà effettiva dei non ricchi reca il seme di un potere politico sovversivo ed è per questo motivo che la destra presenta pannicelli caldi quali il reddito minimo garantito che gli entusiasti di Hayek, che ritengono che le tasse siano una rapina, appoggiano come una forma di carità. Ma la carità è l’antitesi della giustizia. Dipende da umori liberamente decisi dei più abbienti donare ai poveri non liberi cui è negata la dignità umana precisamente perché sono costretti a essere destinatari della carità. Il reddito base non beneficia tutti ma si interessa di alleviare il fardello della parte non ricca della popolazione. Le sue fondamenta anti-neoliberiste sono da ricercare nel pensiero repubblicano classico e nella sua insistenza che una persona non può essere libera se non le sono garantiti i mezzi dell’esistenza materiale. Uno dei molti vantaggi del reddito base universale è che libererebbe le persone dalla tirannia del mercato dell’occupazione in cui sono semplici merci, garantendo il diritto umano più fondamentale di tutti, quello dell’esistenza materiale. Un reddito base sostiene non solo il diritto a una vita dignitosa ma, in termini pratici, consentirebbe anche alle persone di ampliare le loro vite e di difendersi dalle aggressioni alla loro libertà e dignità.

Infine, poiché questi diritti umani fondamentali sono dichiarati universali, c’è un ulteriore mito sul reddito base che andrebbe abbattuto, cioè che si tratta di una politica che può essere contemplata solo dai paesi ricchi. Esperimenti in Brasile, Namibia e Sudafrica, Messico, India, Kenya e Malawi mostrano che progetti modesti e parziali di reddito base hanno risultati economici e sociali impressionanti. In Namibia, ad esempio, un progetto pilota biennale (2007-2009) in Otjivero-Omitara, un’area rurale a basso reddito, in cui 930 abitanti hanno ricevuto un versamento mensile di 100 dollari namibiani ciascuno (12,4 dollari) ha ridotto la povertà dal 76% al 16%; la malnutrizione è scesa dal 42% al 10%; gli abbandoni scolastici sono precipitati dal 40% a quasi zero; i debiti medi delle famiglie sono scesi del36% e la polizia locale ha segnalato che i dati sulla delinquenza era del 42% inferiori; e il numero di piccole imprese è aumentato, così come è aumentato il potere d’acquisto degli abitanti, creando così un mercato per nuovi prodotti.

L’ostacolo principale al reddito base oggi è politico (e psicologico se l’avidità è da intendersi come patologica) perché no, non favorisce i ricchi ma, piuttosto, in termini morali e solidamente economici, chiede loro di contribuire con solo un pizzico della loro ricchezza a salvaguardare il diritto a un’esistenza dignitosa per tutti. Ma non si tratta solo di far sborsare i ricchi. Il vero problema è che chi sta più in basso, invece di stendere la mano per afferrare l’inesistente ricaduta, possa cominciare a trasformare la società e l’economia coerentemente con le proprie visioni e a difesa della propria dignità. E’ improbabile che l’un per cento costituito da persone disgustosamente ricche se ne stia con le mani in mano ad assistere alla propria estinzione.

Daniel Raventós è docente di economia all’Università di Barcellona e autore, tra gli altri, di ‘Basic Income: The Material Conditions of Freedom’ (Pluto Press, 2007) [Reddito base: le condizioni materiali della libertà]. Fa parte del comitato editoriale della rivista di politica internazionale Sin Permiso. Julie Wark è membro del comitato consultivo della rivista di politica internazionale Sin Permiso. Il suo ultimo libro è ‘The Human Rights Manifesto’ (Zero Books, 2013) [Il manifesto dei diritti umani].

Originale:

http://www.counterpunch.org/2015/08/21/the-basic-income-debate-political-philosophical-and-economic-issues/

Traduzione © 2015 znetitaly.org Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

Cari evasori questo governo fa il tifo per voi

Segnalato da Barbara G.

Di Bruno Tinti – ilfattoquotidiano.it, 07/08/2015

Poi arriva il momento di rispettare i patti, di raccogliere consensi, anche se hanno un cattivo odore. E scatta la porcata. Soglie di punibilità per gli evasori fiscali incrementate; della serie: il 3% del fatturato non è passato, proviamone un’altra. Impunità per chi evade un’imposta inferiore a 150.000 euro (fino adesso sono 50.000); e stesso trattamento per chi omette di dichiarare ricavi per un ammontare superiore a 3 milioni (fino adesso sono 2 milioni). Per capire l’assurdità e l’immoralità di questa iniziativa governativa occorre un piccolo schema sinottico del panorama sanzionatorio penale in materia tributaria.

Esistono sostanzialmente tre modalità di evasione: fatture false (costi inesistenti: ho ricavi per 1.000 e dichiaro di aver speso 750, gli utili sono 250; ma non è vero, ho speso solo 500, gli utili sono 500); ricavi non dichiarati (ho incassato 500; ma non è vero, i ricavi sono 1.000); dichiarazione omessa (non presento la dichiarazione). Nel primo caso si commette frode fiscale (da 1,6 a 6 anni); negli altri due dichiarazione infedele e dichiarazione omessa (da 1 a 3 anni). Nel primo caso, c’è una lontana possibilità di finire in galera; negli altri due la certezza dell’impunità, sia per la prescrizione certa, sia per l’affidamento in prova alla casa di riposo dei poveri vecchi a Cesano Boscone o in strutture similari.

Poiché l’evasione di Iva e imposte sul reddito è prerogativa del popolo dell’Iva (dipendenti e pensionati vorrebbero evadere anche loro ma non possono perché le tasse gliele prelevano prima di pagarli), si è posto il problema di una decina di milioni di lavoratori autonomi che rischiavano di finire in galera. In effetti falsificare la contabilità annotandovi fatture false o omettendo di annotare incassi veri è esattamente la stessa cosa: il risultato finale (nascondere al Fisco una parte di quello che si è ricavato) è ottenuto sempre con una documentazione falsa, le fatture o la contabilità artefatta. In entrambi i casi è il Fisco che deve dimostrare la falsità, fatture e contabilità fanno fede fino a prova contraria. Dunque si tratta, sempre di frode: da 2 a 6 anni. Ma il popolo dell’Iva conta molto in Parlamento; e così, con la madre di tutti gli inciuci, già nel 2000, all’approvazione della legge penale-tributaria, si chiarì che la frode dei lavoratori autonomi, quelli che fanno il “nero”, non era frode, era dichiarazione infedele, a prescrizione assicurata.

Ci sono poi ulteriori garanzie, le soglie di punibilità: non ogni evasione costituisce reato ma solo quelle di una certa gravità. Che è giusto: il ladro di due mele non è un delinquente, quello che ruba un’automobile sì. Però con gli evasori si è esagerato: per commettere il reato bisogna aver evaso un’imposta di almeno 50.000 euro; che significa un “nero”, cioè ricavi non dichiarati di almeno 100.000 euro, pari a uno stipendio mensile di un po’ più di 8.000 euro al mese che la stragrande maggioranza degli italiani non se lo sogna nemmeno. E poi bisogna che il fatturato (cioè i ricavi) non dichiarati siano superiori a 2 milioni di euro. Che è una soglia stupida: se i costi sono elevati, il reddito effettivo può essere insignificante; se sono bassi, si concede impunità a mega evasori.

In questo panorama di favoreggiamento dell’evasione, si inserisce ilrimaneggiamento dell’art. 4 della delega fiscale: triplicata la soglia di non punibilità per l’imposta evasa; aumentata di un terzo quella relativa al fatturato. Chi evade qualcosa meno di 30.000 euro al mese non dovrebbe commettere reato. Quale giustificazione avranno elaborato questi amici degli evasori per favorirli e allo stesso tempo sputtanarsi il meno possibile? Pare impossibile, ma hanno avuto la faccia di scrivere che occorre ridefinire “il rapporto tra gravità del comportamento e sanzioni comminate secondo un criterio più stretto di proporzionalità”.

Dunque incassare in “nero” 30.000 euro al mese è “proporzionalmente” meno grave che rubare una Alfa Giulietta al mese: in questo caso la pena va da 3 a 10 anni e si finisce subito in galera con arresto obbligatorio in flagranza; per l’evasione nemmeno ti processano, è fatto penalmente irrilevante.

Al di là della inaccettabile impunità per comportamenti di questo genere, soprattutto in un contesto in cui si chiedono sacrifici in cambio di promesse; leggi come questa incrementano quello che è l’handicap piu grave del nostro Paese: lo sfrenato individualismo. Il messaggio che questa legge porta con sé consiste nell’approvazione di comportamenti delittuosi in cui la parte offesa non è un altro cittadino ma lo Stato. Non è proprio quello che ci serve per essere accettati in Europa.