Formazione

Legambiente – Corso di formazione alla buona politica

segnalato da Barbara G.

12 lezioni di approfondimento e confronto, seguendo le tracce di Alex Langer

cartolina_langer

lombardia.legambiente.it

Il Circolo Reteambiente di Milano e il Circolo Legambiente Cinisello Balsamo, grazie al contributo di Fondazione Cariplo, propone un Corso di formazione dedicato alla politica associativa, partendo dal libro dedicato ad Alex Langer “Una buona politica per riparare il mondo” per fare una proposta di formazione ai giovani. Desideriamo proporre un percorso che, facendo leva sui temi cari alla politica di Langer, affronti le sfide presenti dell’ambientalismo per un “futuro desiderabile”. Alle 12 dodici lezioni e ai due laboratori di formazione alla politica parteciperanno gli autori del libro e con loro affronteremo i temi con un processo di interazione e partecipazione attiva.

Il corso si divide in 3 lezioni di base che saranno realizzate tra maggio e giugno e in due momenti di approfondimento di 2 lezioni ciascuno, che saranno svolti in autunno.

Le iscrizioni sono aperte, di seguito trovate il programma e il modulo d’iscrizione da rimandare compilato a: clarissa.amico94@gmail.com entro il 13 aprile 2017.

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Le future classi dirigenti

di Barbara G.

Mi è capitato diverse volte qui di affrontare il tema “formazione politica e amministrativa”, ed ogni volta ho avuto la netta sensazione di non riuscire a trasmettere ciò che avevo in testa. Siccome sono di coccio, ci voglio riprovare, stavolta facendo anche un esempio molto concreto di “formazione“. Probabilmente mi ripeterò un po’…abbiate pazienza…è l’età che avanza…

Tempo fa mi ha molto colpito un discorso che ha fatto Peppe. Parlava del ruolo delle vecchie sezioni di partito, e raccontava l’esperienza di suo padre e dei suoi Compagni (con la C maiuscola): le sezioni erano luoghi dove si faceva formazione, dove anche chi non aveva studiato poteva comprendere i meccanismi di funzionamento dello stato, e sviluppare le tematiche alla base delle scelte politiche. E ai tempi il PCI era il partito degli operai, non “studiati”, ma mi sa che i militanti erano in grado di intavolare una discussione sulla politica molto più di adesso, dove il livello di istruzione medio è molto più elevato.

E io mi sono fatta questa idea: nei decenni passati ci si batteva per i principi, per le idee, e per migliorare concretamente le condizioni di vita delle persone proprio perché la politica faceva parte del linguaggio comune (e non solo perché c’erano molte situazioni critiche su cui lavorare). Si lottava, scioperava anche se ci si vedeva decurtato lo stipendio, proprio perché si voleva stare meglio e si voleva più giustizia, più equità. Questo ora non succede più, si sciopera solo quando si è veramente nella merda, negli altri casi si preferisce non aderire e tenersi lo stipendio pieno perché “tanto non mi riguarda”.

Della mancanza di cultura politica, e del totale disinteresse dei partiti verso questo tipo di formazione, ne ho spesso sentito parlare da amici e conoscenti militanti (o ex tali) del PD, e, a sentire loro, questo influenzava profondamente le attività dei circoli. Nella maggioranza dei casi si passava il tempo a discutere di buche, lampioni e rotatorie, questioni di “amministrazione applicata” che dovrebbero probabilmente trovare spazio nelle commissioni comunali e nei gruppi di lavoro a sostegno delle liste piuttosto che monopolizzare l’attività delle sezioni. I circoli in cui si affrontano seriamente tematiche più generali, in cui si parla di scelte politiche e delle conseguenze dei vari approcci, e, nel caso, delle possibili applicazioni nella gestione della “cosa pubblica”, sono pochissimi.

Insomma…più amministrazione spicciola e a breve termine che scelte amministrative di ampio respiro. Per quello che ne so io, fino a qualche anno fa almeno il PD qualche corso per amministratori lo faceva, adesso francamente non so.

Ma non è importante solo trattare gli aspetti “applicativi”, credo sia importante andare alla radice delle tematiche, alle implicazioni sociali, per poter effettivamente proporre soluzioni da elaborare, così come conoscere un minimo di evoluzione del pensiero, sapere da “dove arriviamo” per capire il presente e, con un bel po’ di fortuna, influenzare il futuro. E parlo per (piccola) esperienza personale. Lo scorso anno con il gruppo della mia città stavamo organizzando alcuni incontri a tema: di quello sulle unioni civili ve ne avevo parlato, ma su un altro tema ci siamo dovuti fermare per causa di forza maggiore. Nella fattispecie, il tema da affrontare era la povertà e l’introduzione del reddito minimo. Una sera un’amica filosofa ci ha intrattenuto per almeno tre quarti d’ora con la visione di Amartya Sen e il suo concetto di felicità e di bisogno, e a me, tecnico per il quale la filosofia era “quella cosa con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale”, si è aperto un mondo. E ho avuto la conferma del fatto che non ci si può improvvisare politici (e nemmeno amministratori) perché per far bene le cose bisogna avere conoscenze trasversali, se non si hanno solide basi culturali bisogna sopperire con il confronto continuo con persone con esperienze e cultura differente, facendosi consigliare letture, partecipando a corsi e seminari, attività che un tempo si facevano nelle sezioni di partito.

Veniamo ora all’esempio pratico, giusto per far capire cosa intendo con “formazione”, nel caso specifico indirizzata agli amministratori.

Sindaci, consiglieri comunali, così come i semplici cittadini che si interessano a vario titolo di politica e amministrazione, qualche possibilità di fare formazione seria su tematiche inerenti le buone pratiche amministrative ce l’hanno, grazie all’Associazione dei Comuni Virtuosi. Questa associazione ha infatti fondato la “Scuola di AltRaAmministrazione“, che da alcuni anni organizza giornate a tema in cui vengono sviscerate tematiche quali la gestione rifiuti, la gestione virtuosa della “cosa pubblica”… incontri nei quali si ha la trasmissione di esperienze e conoscenze fra amministratori, con l’esposizione di casi concreti e progetti effettivamente messi in pratica. In particolare, in occasione delle amministrative di questa primavera, l’associazione organizza una serie di incontri formativi destinati principalmente ai futuri amministratori comunali. Marco Boschini ha scritto ieri sul suo blog:

Un tempo la formazione dei quadri dirigenti la si faceva all’interno delle sezioni di partito. Oggi che i partiti sono quasi del tutto scomparsi, nascosti dietro l’ombra ingombrantissima dell’uomo solo al comando, ecco che troppo spesso ritroviamo nei vari livelli delle istituzioni repubblicane persone senza alcun tipo di esperienza e conoscenza.

Ecco perché abbiamo deciso di fare la nostra parte in vista delle prossime elezioni amministrative di maggio, dove oltre 1.200 comuni saranno chiamati ad eleggere sindaco e consigli comunali.

Tutto ciò che c’è da sapere sulle scuole di Bologna, Milano, Torino, Roma e Caserta lo trovate qui.

Potete iscrivervi, partecipare, invitando altri a farlo. Saranno ottime occasioni di confronto e contaminazione dal basso.

La scuola di cui parla Boschini si chiama “L’ABC del buon amministratore“, con la quale gli aderenti all’Associazione hanno pensato di mettere a disposizione le loro competenze (frutto dell’esperienza maturata sul campo) e la loro passione, per raccontare che cosa significa fare gli amministratori oggi. Cos’è un Comune, come funziona, quali sono le opportunità e i vincoli (economici, burocratici, normativi). Com’è organizzata la macchina comunale. Come si scrive una delibera, una mozione. Che cos’è una determina e quali sono i compiti di un responsabile di settore…Il patto di stabilità e gli strumenti che hanno in mano gli amministratori per attuare gli interventi in programma pur in presenza dei vincoli di spesa a cui è soggetto il Comune. Gli esempi virtuosi di alcuni amministratori della rete, da cui trarre spunto per progettare un futuro sostenibile.

Un supporto tecnico, insomma, per chi si sta buttando in una nuova avventura. E qui l’aristocrazia non centra assolutamente nulla, anzi…una seria formazione può consentire anche a chi non arriva dalla borghesia politica o dai centri di potere di mettersi in gioco, di dare il proprio contributo in termini di tempo e idee in modo veramente costuttivo.

Per me, l’uno vale uno passa inevitabilmente da qui.

Formazione alla tedesca

Segnalato da barbarasiberiana

IL SISTEMA FORMATIVO DELLA GERMANIA FUNZIONA? NEIN

Abuso dell’apprendistato e un sistema che «ha cristallizzato il Paese»: le critiche della sociologa Heike Solga al Festival dell’Economia di Trento

Di Francesco Floris – linkiesta.it, 01/06/2015

A sud della Alpi s’invidia il mercato del lavoro tedesco, con il tasso di disoccupazione assestato al 5% – il più basso d’Europa secondo solo a quello della Norvegia (dati Eurostat, febbraio 2015) – gli indicatori macroeconomici in termini di export e avanzo commerciale, la crescita economica, la sostenibilità della finanza pubblica, il sistema istituzionale e quello scolastico-formativo.

Non sempre a ragione.

Fa specie che a dirlo sia una tedesca, la professoressa Heike Solga. Insegna Sociologia alla Libera Università di Berlino e dirige l’unità di ricerca “Formazione delle competenze e mercati del lavoro” presso il Wzb Berlin Social Science Center. Fa ancora più specie che lo pronunci dal palco del Festival dell’Economia di Trento, nella regione italiana che per storia e tradizione condivide con la Mitteleuropa e l’aerea linguistica tedesca le maggiori affinità.

Comincia citando i lavori dell’Ocse che, assieme ad altre organizzazioni internazionali, accusa la Germania di abusare dello strumento dell’apprendistato a scapito del percorso universitario; abuso che si è fatto più intenso dall’avvio della crisi economica.

«Se il sistema economico non funziona nel suo complesso, i sistemi di formazione e avviamento al lavoro non possono sopperire. Le correlazioni matematiche di cui disponiamo dimostrano che non c’è stato alcun miracolo».

Parla del Vet – Vocational Education Training – l’impalcatura su cui si regge l’intero sistema alternativo alla formazione scolastica tradizionale, e che porta la metà dei giovani di nuova “immatricolazione” a finire in un sistema duale: 3 giorni in azienda e 2 giorni a scuola, per una durata di due-tre anni.

A parole è più semplice che nella realtà dei fatti, visto che l’inserimento è figlio di una lunga ed estenuante trattativa fra quattro tipologie distinte di soggetti: il Governo federale, i governi federati dei singoli Länder, le associazioni di categoria e i sindacati. A oggi esistono 329 testi legislativi differenti di regolamentazione, dopo un lungo processo di snellimento normativo che ne ha stralciati quasi 600 dagli anni ’70 in poi.

Di tutte le imprese tedesche, aderiscono al sistema del Vet solo il 25%, per lo più grandissime aziende come Siemens o Bmw.

L’apprendistato riguarda sia lavori manuali a bassa qualifica sia il mondo dei servizi. In questi ultimi finiscono quasi il 40% dei giovani tedeschi maschi e più del doppio delle donne, l’88%.

È un sistema multi-livellare e carico di disparità, perché relega i ragazzi in quattro differenti segmenti per tipologia lavorativa: alto (16%), medio-alto (32%), medio-basso (20%), basso (33%). Nel segmento basso – ad esempio commessi – oltre un quinto dei ragazzi corre il rischio di non essere assunto finito il periodo di formazione, e chi ci riesce guadagna in media 400€ al mese, con orari di lavoro frammentati su turni e scarsi contributi previdenziali.

All’opposto chi esce dal segmento più elevato, come i bancari, gode praticamente della certezza di essere assunto – solo l’1% non ottiene un contratto.

Una fetta inferiore ma comunque cospicua dei VET, circa il 22%, non partecipa alla formazione in azienda: si tratta di apprendisti infermieri o assistenti sociali, quasi tutte donne. Nel loro caso la regolamentazione è figlia della sola volontà politica dei Länder, non esiste una fase di contrattazione con le parti sociali.

La dottoressa Heike Solga insiste su un punto specifico: «Nel VET, in sostanza, si assiste alla fotografia della stratificazione sociale tedesca in classi», e sebbene queste leggi siano state varate con l’intenzione di promuovere la mobilità sociale, «in realtà hanno cristallizzato il Paese». «L’analisi empirica ci dice che c’è una stretta correlazione fra il titolo di studio dei genitori e quello a cui accederanno i figli». La Germania svetta in Europa, in questa classifica, mentre è la Finlandia il Paese in cui è più facile che un operaio sogni un figlio dottore – con qualche possibilità di vedere il suo sogno realizzato.

Per non parlare di chi non riesce ad accedere nemmeno ai programmi di apprendistato – circa il 26% del totale, che finisce nei programmi cosiddetti “pre-vocational”, per un periodo che varia dai 6 ai 12 mesi, ottenendo un attestato non parificato a quello di istruzione secondaria. “Senza né laurea né apprendistato in Germania si è considerati una completa nullità, si vivrà probabilmente di lavori saltuari e sussidi pubblici”.

E anche chi esce da un apprendistato non avrà vita facile, prosegue Solga: «Un terzo degli apprendisti cambia mestiere nel giro del primo anno. Ovviamente è possibile per via di una serie di convenzioni, ma così facendo sono costretti a seguire un nuovo programma oppure ad essere inquadrati in azienda con il minor livello contrattuale e quindi salariale». «Se entro i venticinque anni non hai trovato un impiego stabile è difficile che tu riesca a stabilizzarti in futuro». È un meccanismo, secondo la Solga, che premia i migliori ma ha creato una vasta sacca più oscura. Negli ultimi anni il problema si è aggravato con l’aumentare degli immigrati, che ovviamente trovano la loro collocazione in questa terra di mezzo, in questo limbo.

Chiude con una nota di ottimismo la sociologa tedesca: «L’inclusione è garantita almeno al 60% dei diplomati-apprendisti che poi vengono assunti» e soprattutto «il sistema impedisce la piaga dell’abbandono scolastico completo dopo la terza media: i ragazzi comunque svolgono per altri due-tre anni una formazione professionale con qualche ora dedicata alle discipline generali, come la matematica e le lingue».