Francia

Libertà di ribellarsi

segnalato da Sundance

Proteste studentesche in Francia: se ribellarsi è giusto

L’occupazione dei centri universitari francesi continua da tre settimane per le proteste contro la legge che riforma l’università

it.blastingnews.com, 11/04/2018

Dopo gli eventi della facoltà di diritto di Montpellier, lo scorso 22 marzo, la #protesta degli studenti contro la legge Vidal, più nota come legge ORE, (Orientation et Réussite des étudiants) si è estesa in tutta #FranciaParigi, uno dei principali campus dell’università Sorbonne è occupato da ormai tre settimane. La legge ORE, promulgata l’8 marzo dal presidente Emmanuel Macron[VIDEO]prevede nuovi criteri di selezione all’università e di fatto chiuderà ermeticamente l’accesso secondo criteri arbitrari alle università pubbliche più rinomate. Inoltre, il numero di posti di ogni facoltà verrà scelto in base alle possibilità di sbocchi lavorativi in seguito al diploma.

E la legge prevede infine un re-orientamento automatico nel caso in cui uno studente faccia richiesta per un’università non considerata alla sua portata.

Il ‘maggio francese’, 50 anni dopo

Gli occupanti del centro Pierre Mendes France, o centro PMF, sono circa duecento studenti, professori e impiegati amministrativi. Dallo scorso 26 marzo abitano il centro, impedendo il regolare svolgimento delle lezioni e di tutte le funzioni amministrative che il centro ricopre normalmente ed organizzano conferenze e manifestazioni. Sono circa diecimila gli studenti che non possono più seguire i corsi. Gli occupanti chiedono l’abrogazione della legge, le dimissioni di Macron e un voto comune di 10/20 agli esami finali che si dovrebbero tenere a maggio. Hanno votato in assemblea generale l’occupazione ad oltranza, dichiarato il campus “università aperta’’, e si augurano che il maggio 2018 possa prendere ispirazione da quello del ’68.

L’occupazione

L’occupazione del centro ha diviso gli studenti. Da una parte, chi sta lottando contro la legge si sente l’erede della tradizione rivoluzionaria che da sempre incita i giovani a scendere in piazza per difendere i loro diritti. La manifestazione è fondamentale per chi si sente coinvolto a livello politico, sopratutto in uno stato come la Francia. Dall’altro lato, gli studenti che vorrebbero seguire le lezioni e che non possono si sentono ingiustamente messi in difficoltà dai loro stessi compagni. Questo ha fatto sì che altre assemblee studentesche – in particolare, quella degli studenti della facoltà di filosofia – si siano riunite per cercare una linea d’azione comune. Inoltre, hanno intenzione di presentare una controproposta di legge.

Il presidente dell’università non ha preso posizione fino a stamattina, quando in uncomunicato ufficiale ha deciso di ricorrere all’intervento delle forze dell’ordine per sgomberare il centro PMF dopo tre settimane di occupazione.

Ribellione e repressione

In un articolo pubblicato recentemente sul quotidiano Libération, il filosofo spagnolo Paul Breciado analizza la diffusione della democrazia in occidente e sostiene che “attorno a noi ci sono le condizioni istituzionali che permettono l’affermazione di quella che potremmo chiamare democrazia repressiva”. Con“democrazia repressiva”, Breciado intende quel neoliberismo spietato che sta letteralmente soffocando l’Europa. Stermini, espulsioni [VIDEO], umiliazioni, saccheggi e repressioni. Sopratutto per quanto riguarda l’espressione del dissenso, si può parlare di una democrazia sovrana che giustifica la restrizione dei diritti di ogni opposizione.

Pierre Rosanvallon, storico e sociologo francese, sottolinea che questo tipo di democrazia non fa che portare a compimento la visione di un governo che unisce un’estremizzazione della legittimazione tramite l’elezione ad un’esaltazione della responsabilità politica. Ma se il voto maggioritario è il principio incontestabile per la scelta dei governanti, non è assolutamente un principio di giustificazione permanente delle loro azioni una volta eletti.

Breciado Inoltre nell’articolo denuncia la condanna del rapper spangolo Valtònyca due anni e sei mesi di prigione per vilipendio della corona spagnola e incitamento al terrorismo. Questo a causa delle seguenti parole : “Ho il diritto alla ribellione, non importa se non è legale. Questa costituzione non lo prevede. Che il tribunale mi processi e mi chiuda in carcere, come farebbe l’inquisizione, come se fossi un eretico. Resistere significa vincere“. L’idea della resistenza è quella che ha animato gli studenti occupanti fino ad adesso. Sebbene si possano contestare la legittimità e la giustizia dell’occupazione e più in generale del fatto di impedire di seguire le lezioni e di dare esami ad altri studenti non necessariamente schierati, allo stesso tempo è difficile criticare gli studenti che hanno preso una posizione chiara opponendosi fattualmente alla legge. Resistere fa parte delle loro libertà, e nella contestazione della resistenza bisogna fare le giuste differenze: non è un diritto, la ribellione, ma è una libertà. Già il filosofo Thomas Hobbes, conosciuto per le teorie di stampo assolutista descritte nell’opera il Leviatano, ammetteva che i cittadini avessero la libertà – e non il diritto – di disobbedire ed eventualmente ribellarsi.

L’uomo e le circostanze

La storia è stata distrutta e il terrore è tornato in superficie, scrive ancora Breciado. Potrebbe essere la risposta al perché molti studenti francesi hanno sentito il bisogno di schierarsi nettamente da un lato o dall’altro: al posto di lasciar cadere come tutto il resto l’eredità storica che sentono, hanno deciso di raccoglierla. Non passa inosservato il fatto che siano passati cinquant’anni dal maggio del 1968. Ma non si tratta della ricerca di una forma di legittimazione,quanto piuttosto una forma di ispirazione nostalgica che permette agli studenti e professori schierati un senso di appartenenza e, appunto, di libertà. Appartenenza, per esempio, ad una categoria che si sente minacciata dalle azioni del governo – legittime, ma non sempre giustificabili – e che è giusto che difenda le circostanze che la caratterizzano come tale. Perché circostanze? Con circostanza si intende una situazione che si accompagna ad un fatto, determinandone la natura e dandogli un particolare significato o importanza. Senza questa, l’importanza della cosa si perde. La libertà nell’accesso all’università pubblica può essere un esempio di circostanza. Un altro filosofo spagnolo, José Ortega y Gasset, scriveva “Io sono io e la mia circostanza e se non salvo questa non salvo neppure me” nelle “Meditaciones del Quijote.” E salvare le circostanze, ogni tanto, può significare doverle difendere.

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Francia: studenti (e non solo) protestano contro la riforma universitaria

it.euronews.com, 10/04/2018

Video delle proteste

Memoria per Ustica (1980-2017)

Triskel182

La settimana scorsa la Cassazione ha definitivamente messo la parola fine alla storia (giudiziaria) sulla strage di piazza della Loggia a Brescia: la bomba in quella piazza gremita per una manifestazione dei sindacati è stata messa da esponenti della destra fascita con l’aiuto e la copertura dei servizi.
Temo che per Ustica, l’abbattimento del DC9 IH-870 dell’Itavia sui cieli del Tirreno la notte del 27 giugno 1980, la stessa speranza rimarrà vana.
Il contesto è diverso: dietro la tragedia di Ustica (o de I-Tigi, come l’ha chiamata nel suo spettacolo Marco Paolini) ci sono i vertici dell’aeronautica militare, paesi della Nato e probabilmente anche delle complicità da parte della politica.

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Françafrique

I soldati vegliano sui terroristi mentre le imprese fanno affari. Dal Ciad al Niger fino alla Costa d’Avorio rinasce la Françafrique
di Domenico Quirico – lastampa.it, 07/07/2016

Il Francese sedeva sulla balconata dell’albergo nel centro di N’Djamena, in pantaloncini corti, le ginocchia rosa e senza peli contro la ringhiera di ferro. Era venerdì e il muezzin chiamava da tutte le moschee alla preghiera con lo stesso messaggio registrato.

Attorno alla piscina le ragazze nere con indosso costumi succinti si dedicavano alla interminabile impresa di stirarsi i capelli. Il colorito pallido e la mancanza di interesse per le ragazze indicavano che il Francese era appena arrivato in Ciad. Sotto gli alberi del giardino sfilavano gli espatriati e qualche «évoluée», in costume da bagno e con le mogli in abiti sgargianti senza suscitare in lui alcuna attenzione.

Era una di quelle persone di cui non ci si ricorda mai. Anche adesso non saprei descriverlo, era corpulento e aveva una risata esagerata. Diceva di chiamarsi Victor. Ci sono uomini il cui cognome non è mai pronunciato.

Revival colonialista

La prima volta che l’avevo incontrato mi aveva detto di essere in Ciad «per affari». «Import export. Sono un rappresentante di commercio, diciamo, un po’ esotico», aveva aggiunto con un sorriso malizioso. Poi un’ora dopo notai che gli ufficiali del contingente francese arrivati in albergo dalla vicina base per una festa con i colleghi ciadiani scattavano sull’attenti: davanti a lui, in bermuda, che li trattava con distratta degnazione. C’era uno strano cameratismo nei movimenti di quegli uomini, come se fossero resi tutti eguali dal fatto che erano impegnati in un compito che avevano già eseguito insieme in tempi immemorabili. Un dignitario dell’Administration in trasferta o uomo dei Servizi o, ancor più probabile, un «barbouze» come se ne trovano tanti confortevolmente insabbiati nei vecchi territori dell’impero.

Ah, il perenne revival colonialista della «Francafrique!». Non c’è inquilino dell’Eliseo che non ne abbia proclamato la definitiva tumulazione; semplicemente si aggiorna, si africanizza di facciata, ma non si sbullona mai.

Il Francese diceva sull’Africa cose non banali, e provava un piacere evidente a sorprendere l’interlocutore con paradossi.

«L’Africa ormai è il tam tam e il telefono satellitare, la capanna di paglia e il grattacielo, il capotribù sanguinario e il presidente democratico. Bisogna tener conto di tutto e del suo contrario, il mondo si è complicato e si deve essere cauti. Altrimenti arrivano i semplificatori radicali come i jihadisti. Noi abbiano una certa esperienza quaggiù ma alla fine quello che conta sono due cose e questo gli islamisti lo hanno capito benissimo: chi ha la forza e chi ha il denaro. Noi francesi non abbiamo più il denaro, ma siamo stati prudenti: abbiamo conservato la forza, almeno qui».

Eppure i cinesi sembrano impegnati con successo a soppiantarvi. Vedo nascere nei suoi occhi una lunga catena di pensieri: «La Cinafrique, già, quante esagerazioni! Sì, sì comprano petrolio e legname, costruiscono autostrade che si sfasciano alla prima stagione delle piogge ma gli africani son contenti perché pensano di aver fatto comunque un dispetto ai vecchi colonizzatori. Poverini. E poi riempiono di pentole i mercati dei pezzenti. I minerali e i governi, quelli, li abbiamo sempre in mano noi francesi. Perché al contrario dei cinesi abbiamo la forza. Ha costeggiato la base militare qui nella capitale? Una città nella città, impressionante vero? Ecco i cinesi non hanno la Legione. Qui in Africa vuol dire ancora molto, anzi è il fattore decisivo. E dunque: allons enfants».

I capi di Stato in disgrazia

Mi viene in mente, ascoltandolo, la triste fine di alcuni capi di Stato africani che hanno tentato di giocare la carta dei cinesi contro i francesi per far alzare un po’ i prezzi, per monetizzare il loro valore di alleati. Laurent Gbagbo cacicco della Costa d’Avorio, il Paese del cacao, arruffapopolo pittoresco, ex socio delle redditizie immondizie della Francafrique, sta intristito davanti al tribunale internazionale per crimini di guerra, lui che aveva sillabato il socialismo ai tavolini della Rive Gauche e inventato la formula «l’Africa è il 1789 in presenza di Amnesty international. Nientemeno!»

E François Bozizé, ex presidente del Centrafrica, che triste fine. Eppure l’aveva ben servita la République fucina di idee generose ma, ahimè, anche di interessi sudici. Si fidava, Bozizé, pensava bastasse l’obbedienza al padrone. Lo hanno lasciato cadere sotto i colpi dei suoi nemici come un frutto marcio.

E Mamadou Tanja, un fedelissimo dai modi grifagni? Chi lo ricorda? Aveva disturbato le certezze di Areva che estrae l’uranio del suo Niger in accomodato monopolio.

La dominazione francese è come un iceberg, ne affiora appena la punta ovvero la retorica: la Francia miglior amica dell’Africa, la francofonia, la patria dei diritti umani. Il resto è sommerso ed è la Mafiafrique, tutta una questione di reti di controllo: c’è quella di Total che veglia sul petrolio e l’energia, quella di Bolloré che si occupa di comunicazioni e trasporti, e poi Bouygues, servizi pubblici e drenaggio degli aiuti allo sviluppo. E le logge massoniche, di cui molti capi di Stato africani sono componenti.

Visto da qui, il neocolonialismo in salsa gauchiste appare più vispo che mai, anzi impegnato nell’ennesimo aggiornamento e trasformazione. Che riguarda anche noi europei. Certo. Il copione sarà sempre quello: despoti locali che fanno finta di governare, dedicandosi con passione alle bustarelle. Per il resto Parigi continuerà a decidere con la potenza del pugno sinistro o con la potenza della mano destra. Nell’epoca delle telluriche guerre sante e delle migrazioni occorre un maquillage. Per questo Parigi si interessa così direttamente della Libia: è la miccia che può incendiare tutto il cortile africano di casa.

Le elezioni truccate

E poi saranno i telefonini o Internet (si provvede comunque a limitarne il pestifero effetto lasciando la maggior parte delle ex colonie senza elettricità), ma le plebi si son fatte impazienti. Le elezioni truccate e scenografiche non bastano più, bisogna regalare un po’ di sviluppo. Come fare senza soldi in cassa? L’unico modo è far pagare la fattura all’Unione europea. Insomma il colonialismo senza le spese. L’Africa saheliana e francese, grande produttrice di migranti, sarà la destinataria del piano «aiutare gli africani in Africa, perché non partano più». Gli europei donatori di buona volontà e miopi rovesceranno denaro «per lo sviluppo», si intende: questo finirà in gran parte nei conti in banca dei soliti proconsoli di Parigi specializzati in finte elezioni e autentici dispotismi, che ne trarranno nuovi motivi di affezione all’Exagone, le imprese francesi continueranno a sfruttare i minerali, le truppe veglieranno sull’ordine e contro il terrorismo.

Ahmadou Kourouma è un intellettuale mauritano. Sulla strada che porta al mare c’erano sedie e tavolini e le cucinette portatili ardevano e friggevano, ma il quartiere in cui vive è un’altra città dove al calar del sole il lavoro invece di finire sembra cominci. Ho trovato la sua casa con difficoltà, attraverso strani mucchi di rottami accumulati: quasi figure di Picasso. Anche la scala interna era fiancheggiata da rottami e scarti che un giorno o l’altro sarebbero potuti tornare utili. Ahmadou è infuriato con la Francia: «Perché dovrei amarla? Nel mio Paese esiste ancora la schiavitù, i francesi lo sanno ma fanno finta di nulla. Lei ricorda Fanon: “Il negro e l’altro… i dannati della terra…?” Anni 60, la decolonizzazione, parole magnifiche, sembravano trombe di guerra: “La decolonizzazione è semplicemente la sostituzione di una specie di uomini con un’altra specie di uomini. Si propone di mutare l’ordine universale. È un programma di disordine assoluto”. Che ridicole illusioni, imbecilli! Oggi Fanon dovrebbe riconoscere che il suo libro è carta straccia, il nostro è un destino irremissibile, altro che uomini nuovi».

Razze nemiche

Dal fumo e dall’aria viziata di un locale di Bamako spunta una ballerina. Danza con una specie di rabbia che viene vinta dal torpore, si riprende, ricade. Questa parte dell’Africa è ancora viva? Da mesi, da anni non la sento più respirare. Razze nemiche, jihadisti algerini, libici, Boko Haram, ciadiani si uccidono su un cadavere. Ed ecco questa ragazza meravigliosa che danza per noi che amiamo questa terra dura e crudele e la lasciamo morire. Danza. Danza. Ho appena letto su un giornale che a poca distanza di qui un kamikaze ha fatto strage in un mercato, trenta corpi già allineati. Questa ragazza meravigliosa danza su un carnaio. Chi ha pietà dell’Africa?

 

I movimenti sociali sono formati sempre da minoranze

segnalato e tradotto da Antonella

di Antoine Sabot, Le monde 2 giugno 2016

Irène Pereira, sociologa della militanza e copresidente del’Istituto di ricerca, studi e formazione sul sindacalismo e i movimenti sociali (IRESMO).

 

IrenePereira

 

Come qualificare le strategie dei sindacati a proposito della loi travail? Qual è la rappresentatività dei differenti attori? Quali sono i tratti caratteristici della contestazione? Mentre il Senato ha iniziato l’esame del progetto di legge di riforma del codice del lavoro e la mobilitazione contro il testo prosegue, la sociologa Irène Pereira, copresidente dell’Istituto di ricerca, studi e di formazione sul sindacalismo e i movimenti sociali (IRESMO) e autrice di Travailler e lutter (L’Harmattan, 2016), ha risposto alle domande degli internauti di LeMonde.fr.

In un paese dove solo il 10% degli attivi sono sindacalizzati, si può ancora parlare di rappresentatività delle organizzazioni sindacali per negoziare e discutere di un progetto di legge?

Si distinguono in genere tre aspetti: il tasso di sindacalizzazione, la partecipazione all’elezioni sindacali e la fiducia che la popolazione accorda ai sindacati per difendere i suoi interessi. Dunque il tasso di sindacalizzazione non riflette l’adesione dei salariati ai sindacati.

Bisogna inoltre tener conto di altre variabili: in certi paesi europei, il tasso di sindacalizzazione può essere più importante, ma i sindacati non hanno la stessa funzione che in Francia (essi possono generare dei servizi come le mutue dei servizi sociali…); e ci sono dei settori dove è molto difficile aderire al sindacato, come le piccole imprese, per esempio. La precarietà e il timore, in certi settori, della repressione sindacale, possono ugualmente limitare la sindacalizzazione.

Quasi un giovane su tre non ha un lavoro in Francia. Perché i sindacati, e in particolare la CGT, non riconoscono il diritto dei disoccupati e dei giovani al lavoro e non l’includono mai nelle loro rivendicazioni?

Il sindacalismo così com’è andato a costituirsi in Francia è fondato sull’attività lavorativa. Essere disoccupato non è un’attività lavorativa: un disoccupato è ricollegato al sindacato della professione ch’egli esercitava in precedenza. Perché? Perché altrimenti si dovrebbe riconoscere che essere disoccupato, è uno stato sociale legittimo. Per i giovani è lo stesso: non ci si sindacalizza per categorie d’età, i giovani da una parte, gli anziani dall’altra e gli attivi nel mezzo. Da lì, lo scopo del sindacato è quello di difendere il diritto al lavoro e di creare solidarietà tra i lavoratori, sulla base della loro attività, del loro settore professionale, delle loro condizioni di lavoratori.

Ci sono più aderenti nella CGT che in qualunque partito politico. Perché non lo dite mai?

I partiti politici francesi non sono dei partiti di massa. Meno dell’1% della popolazione è aderente ad un partito, che è più basso del tasso di sindacalizzazione. Al contrario, un organizzazione sindacale ha vocazione a essere un’organizzazione di massa, riunendo l’insieme dei lavoratori. L’idea di un sindacato è che l’uniona fa la forza, dunque il numero di aderenti e il suo potere di mobilitazione sono una dimensione più importante che per un partito politico. Un partito affilia avvalendosi delle sfide elettorali (senza essere aderenti si vota per il partito al momento delle elezioni). Non è la stessa logica: un partito aspetta che si voti per lui, mentre un sindacato può anche avere come obbiettivo di mobilitare durante uno sciopero e le manifestazioni, al di là delle elezioni sindacali.

Come spiegare il fatto che la mobilitazione sembra amplificarsi tra i lavoratori mentre il numero dei manifestanti tende a ridursi?

E’ una contraddizione che ha una temporalità abbastanza stupefacente. Abbiamo, in un primo tempo, un forte coinvolgimento dei liceali e degli studenti; poi un governo che rivede il testo; in seguito i sindacati si dividono su questa seconda proposizione (sostenuta dalla CFDT); in parallelo c’è l’emergenza del movimento Nuit debout e delle tensioni nelle manifestazioni; infine una legge che è votata con il 49.3. Tutti questi elementi non sono abituali, con un conflitto che si radicalizza dopo l’approvazione della legge. Fu differente nel 2003 e nel 2010 contro le riforme delle pensioni; quando le leggi furono votate, le mobilitazioni cessarono.

Globalmente, la radicalizzazione del conflitto dovrebbe essere intesa in un contesto più ampio del disconoscimento del governo e della sua politica, che non corrisponde alle aspettative del suo elettorato. Dunque la mobilitazione sindacale attuale cristallizza questo malcontento. Essa permette ai sindacati più contestatori, come la CGT o Solidaire, di rafforzare la loro legittimità nella difesa dei lavoratori. Di fatto, la mobilitazione dei lavoratori e lo sciopero dei settori strategici (nucleare, trasporti, etc.) possono trovare un sostegno più ampio nella popolazione.

Non bisogna leggere questo conflitto unicamente in termini di azione sindacale, di posizionamento della CGT rispetto alla CFDT in vista delle elezioni sindacali. Bisogna considerare un contesto sociale più generale.

La CGT, irrigidendo la sua linea, si serve, tuttavia, della loi travail come alibi per recuperare legittimità, mentre rischia di ritrovarsi dietro la CFDT alle prossime elezioni sindacali?

A mio avviso, non è pertinente ridurre un movimento sociale come questo ad un solo fattore, relativamente superficiale, rispetto a quello che ci insegnano la storia e la sociologia nell’analisi delle questioni sociali. Da un secolo i ricercatori ricollocano i movimenti sociali in un contesto sociale più profondo. Oggi il lavoro resta una questione cruciale che mobilita un’intera società, che ci dice alcune cose su questa società. Così i movimenti sociali sono dei rivelatori di rapporti sociali.

Quali sono, secondo lei, le ragioni della flessione dei voti espressi in favore della CGT nelle recenti elezioni sindacali? Pensa che l’impegno della CGT nel movimento contro il progetto di loi travail gli permetterà di guadagnare nuovi sostegni al momento delle prossime elezioni?

In generale, la conflittualità può portare benefici ad un sindacato al momento delle elezioni. Ma per me resta una dimensione piuttosto superficiale dei movimenti sociali.

Durante il suo ultimo congresso la CGT ha adottato una posizione che va verso una maggiore radicalizzazione. Tuttavia, non se ne deve dare un’interpretazione unicamente in termini di strategia sindacale. Questa affermazione di radicalità può essere anche letta come l’espressione di un disconoscimento della classe politica. I sindacati si sentiranno tanto più legittimati a supportare le rivendicazioni del mondo del lavoro, dato  il cedimento della sinistra radicale politica. Attraverso i sindacati i lavoratori ritrovano un mezzo d’espressione, sulle questioni sociali, che essi non trovano più nei partiti politici, Con il conflitto attuale i sindacati monopolizzano la questione sociale, che era stata captata dall’estrema destra negli ultimi tempi.

Lo sciopero si manifesta sempre attraverso un blocco delle imprese e delle istituzioni? Perché la contestazione non comporta una gratuità dei servzi? Sarebbe una leva più forte che non penalizerebbe la Francia intera, mobiliterebbe altrettanto i manifestanti e darebbe un’immagine molto più positiva e costruttiva della protesta…

Il vantaggio dei blocchi è che paralizzano i nodi strategici. Quello che possiamo constatare almeno dal dicembre 1995, all’epoca della mobilitazione contro la legge Juppé sulla riforma della Sécurité sociale, è l’importanza di paralizzare le vie di comunicazione, le vie di trasmissione dell’approvvigionamento energetico… Tutto questo corrisponde all’organizzazione della nostra società industriale, che è molto vulnerabile quando si colpiscono questi punti strategici di comunicazione e approvvigionamento.

In uno sciopero bisogna distinguere gli scioperanti e quelli che li sostengono. Il blocco è minoritario, ma può beneficiare di un più ampio sostegno della popolazione. Nello stesso modo quando c’è uno sciopero, questo non è mai votato da una percentuale di salariati, ma da un numero di presenti all’assemblea generale. La visione della democrazia nella storia del sindacalismo, è una democrazia diretta di minoranze attive. I movimenti sociali sono sempre costituiti, nella storia, da minoranze. Allora, la questione è sapere se queste minoranze hanno il sostegno della popolazione. Oggi, per esempio, i sindacati si sentono legittimati poiché la maggioranza della popolazione era contraria al passaggio della legge tramite il ricorso all’articolo 49.3.

La gratuità può essere praticata, è, per esempio, una pratica corrente nel settore dei musei; si organizza spesso con casse di sostegno da parte dei visitatori. Ma si deve considerare nei conflitti la questione dell’efficacia: la gratuità può avere una virtù positiva simbolica, ma il blocco impatta più profondamente l’economia. Introduce un rapporto di forza più importante, più ampio. C’è nei conflitti sociali il timore delle organizzazioni sindacali che i gruppi di scioperanti si dissolvano se la mobilitazione non si dimostri efficace e debba prolungarsi.

La militanza sindacale è influenzata dalle nuove pratiche sociali: individualizzazione, reti sociali, etc?

Si pone talvolta un’enfasi sulle nuove forme di militanza e d’azione (petizioni, blocchi di siti istituzionali, etc.) che tenderebbero a far sparire le forme più antiche. Per i sociologi è una lettura superficiale. I mezzi tecnologici sono degli strumenti, ma non modificano in profondità, per il momento, il repertorio d’azione. Si vede che l’essenza della mobilitazione continua a giocarsi negli scioperi e nelle manifestazioni. Le reti sociali hanno un ruolo nella comunicazione, ma internet non costituisce lo spazio dove si manifestano i rapporti di forza.

Divide, impera, spara

segnalato da Barbara G.

Solita strategia in Libia: divide, impera, spara

di Fulvio Scaglione, 25/02/2016

Niente da fare, non se ne esce. La strategia è sempre la stessa. Prendi uno Stato che ti interessa, diciamo la Libia, lo scardini a suon di bombe, lasci che i pezzi vadano alla deriva, poi decreti: non c’è nulla da fare, bisogna spezzettarlo. E prepari un’altra guerra o un’occupazione militare. Strategia illuminata, come dimostrano le condizioni del Medio Oriente in genere e, in particolare, dei Paesi come l’Iraq dove essa è stata applicata. Ma tant’è, si continua imperterrriti e indisturbati.

Il caso della Libia, se tale strategia fosse davvero applicata, potrebbe persino diventare più inquietante. Intanto, perché c’è il solito buo nero politico da rimontare. Una volta fatto cadere e ammazzare Gheddafi, ci siamo precipitati a riconoscere il Governo di Tobruk, perché più “laico” e soprattutto perché dotato di un’armata, quella guidata dal generale Khalifa Belqasim Haftar che è un vecchio amico degli Usa: già arruolato negli anni Ottanta ne tentativo di rovesciare il regime di Gheddafi, Haftar fu poi riscattato, portato in America, dotato di cittadinanza americana e nel 2011 riportato in Libia per dare un leader all’insurrezione contro Gheddafi. Nel 2015 è stato nominato ministro della Difesa e capo di Stato maggiore appunto dal Governo di Tobruk.

Peccato che ora siano proprio il “nostro” Governo, quello di Tobruk, e il “nostro” generale, Haftar appunto, a silurare il piano Onu per un Governo di unità nazionale, la cui richiesta (e questa è la posizione italiana) potrebbe poi aprire le porte a un intervento sotto l’egida delle Nazioni Unite. Mentre il Governo islamista (più o meno moderato) di Tripoli, che abbiamo fin qui osteggiato, sarebbe d’accordo.

Strategia e realtà in Libia

Bel colpo, grande strategia. Anche perché mentre i mediatori trattatano e l’Italia insiste, altri Paesi lavorano per mandare tutto a monte e arrivare alla famosa partizione del Paese: Tripolitania, Cireneaica e Fezzan. La Francia ha già mandato reparti speciali dell’esercito e dei servizi segreti a dare una mano alle truppe di Haftar, ora impegnate a scontrarsi con le milizie Isis attestate nella regione di Sirte. Le ragioni di Hollande sono chiare e sono le stesse per cui Sarkozy scatenò la guerra nel 2011: instaurare un protettorato sulla Tripolitania e garantirsi il controllo dei giacimenti off shore di gas e dei gasdotti. La Gran Bretagna, a sua volta, mira alla Cirenaica con i suoi pozzi di petrolio e il lungo confine con l’Egitto.

Ai di là dei politici, che perseguono lo spezzatino della Libia ma non lo dicono, si leva puntualmente il coro di coloro che approvano questa strategia, anzi la ritengono saggia. Di solito citano il caso dei Balcani come esempio riuscito di partizione lungo linee etniche. Riuscito? Oggi nei Balcani ci sono 13 mila soldati Onu (di cui 579 italiani), in Kosovo sono di stanza 16 mila soldati (di 34 Paesi) della missione Kfor (Kosovo Force) della Nato e, sempre in Kosovo, è stata costruita la base di Camp Bondsteel, uno delle più grandi tra quelle dell’esercito americano all’estero, capace di ospitare fino a 7 mila soldati. Che cosa pensate che succederebbe se questi presidi militari venissero ritirati? Credete che la strategia dello spezzatino resisterebbe? E poi perché i teorici di queste spartizioni non citano mai il caso della divisione tra India e Pakistan nel 1947, con un milione di morti subito, 70 anni di tensioni e di scontri in seguito e due apparati nucleari a fronteggiarsi?

Inoltre: davvero pensiamo di mandare, domani, decine di migliaia di soldati delle più varie provenienze a controllare che lo spezzatino in Libia stia in piedi? Per quanti anni li terremo laggiù? Siamo convinti che le tribù resteranno tranquille? Per non parlare dei movimenti terroristici di tutta l’Africa? È questa la strategia? E quanti morti nostri e loro abbiamo messo in bilancio?

Tutte queste teorie spartitorie hanno in realtà un solo obiettivo: rendere più facile il ritorno alla politica dei protettorati e dei mandati vecchia di un secolo. Ma nel frattempo è passato appunto un secolo e la strategia non funziona più. Riusciamo a rendere obsoleta la vecchia teoria di Marx: la storia è dramma, quando si ripete diventa farsa. Non la ripetiamo, rendendola però ancor più drammatica.

I No Triv d’Oltralpe sono al governo

segnalato da Barbara G.

Francia, stop alla ricerca petrolifera e investimenti nelle rinnovabili

di Maria Rita D’Orsogna – ilfattoquotidiano.it, 23/02/2016

Il governo francese, su proposta del ministro dell’Ecologia e dell’Energia di Francia, Segolene Royal, ha deciso di vietare tutte le operazioni di ricerca petrolifera sul proprio territorio. Non cercheranno più petrolio da nessuna parte – una decisione monumentale. Visto che in Francia in questo momento ci sono 54 permessi esplorativi e 130 domande di ricerca di petrolio, più di 180 istanze assegnate o da assegnare finiranno nel dimenticatoio.

Segolene Royal ha ricordato che spera che il diniego di nuovi permessi esplorativi porterà nuovi investimenti nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica del paese. Dice anche che bloccare la ricerca di petrolio è una risposta naturale all’esigenza di diminuirne l’uso. La decisione verrà inglobata nell’Energy Transition Act, varato nel 2015 dalla Francia e che impone per il 2050 la riduzione dell’uso di energia del 50% rispetto ai livelli del 2012, e di un taglio del 30% dell’uso di fonti fossili entro il 2030.

Segolene Royal è stata da poco nominata presidente del Cop21, il ramo delle Nazioni Unite che si occupa di cambiamenti climatici. A gennaio era stata in visita in California, ad incontrare i leader dell’industria anche verde di questo stato, e poi all’Onu per discutere con il segretario generale Ban Ki Moon come fare per implementare al meglio le decisioni prese durante il summit del clima di Parigi. A New York disse: “Ogni nazione deve adesso trasformare gli impegni presi a Parigi in azioni concrete” e che l’Europa deve rimanere di esempio per altri paesi sulla transizione rapida verso l’energia pulita. Con questa decisione del no a tutti i nuovi permessi petroliferi, la Francia di Segolene Royal cerca di fare il suo primo passo.

La Francia diventa così la prima nazione d’Europa a vietare la ricerca petrolifera nei propri confini nazionali. Nel 2011 i cugini d’oltralpe avevano già vietato il fracking, prima di tutti gli altri, dando l’esempio a Bulgaria, Germania ed Olanda che hanno successivamente adottato provvedimenti simili o comunque molto restrittivi sull’estrazione di shale gas.  In Francia la persona che si occupa di ambiente e di energia è la stessa persona. In Francia negli scorsi anni hanno approvato leggi o preso decisioni per facilitare la creazione di giardini sui tetti o per incentivarne la solarizzazione, per pavimentare le strade con pannelli solari, per aumentare le tasse sulle emissioni di Co2, e pure per diminuire la propria dipendenza energetica dal nucleare.

E in Italia? Possiamo per una volta pure noi prendere decisioni grandi e lungimiranti e non solo sulla scia delle proteste popolari, quanto invece dall’alto, con intelligenza e programmazione e per il bene del paese?

Gli approfondimenti qui.

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Trivelle, il divieto della Francia e i sussidi dell’Italia

di Raffaele Lupoli – left.it, 26/02/2016

I sussidi pubblici, le royalties più basse d’Europa e per giunta detraibili dalle tasse. E perfino l’esenzione dall’Ici. Se qualcuno si chiede perché c’è ancora chi ha interesse a trivellare l’Italia nonostante i rischi ambientali e il prezzo del petrolio ai minimi storici, ecco la risposta. Nel nostro Paese il business delle concessioni petrolifere resta appetibile perché può contare sul sostegno delle politiche governative (le stime delle diverse forme di sostegno alle fonti fossili nel nostro Paese di aggirano attorno ai 17,5 miliardi di euro l’anno), che invece penalizzano le fonti pulite. Il decreto Milleproroghe in via di approvazione, per stare ai fatti più recenti, prevede la cancellazione della norma che prevede la progressività della bolletta energetica in base al principio che chi consuma di più (e non presta attenzione a efficienza e risparmio energetico) paga conseguentemente di più.

In attesa che gli italiani si esprimano attraverso il referendum del 17 aprile, è giunta ieri una sentenza della Corte di Cassazione che stabilisce l’obbligo di pagare l’Ici per quattro piattaforme di estrazione in acque italiane al largo dell’Abruzzo. Il Comune di Pineto, nel Teramano, si era opposto alla decisione delle commissioni tributarie provinciale e regionale di esentare le trivelle dalla tassazione sugli immobili in quanto non iscritte al catasto e strumentali rispetto all’impianto sulla terraferma a cui sono collegate.

Non la pensa così la sezione tributaria della Suprema Corte, che ritiene le piattaforme petrolifere assoggettabili alla categoria degli immobili ai fini civili e fiscali, quindi soggetti ad accatastamento e strumento che consente di produrre reddito. Dal canto suo l’Eni, proprietaria delle piattaforme in questione, fa notare che il governo con l’ultima legge di Stabilità ha abolito l’Ici-Imu sui cosiddetti imbullonati e sottolinea in una nota che questa sarebbe «la dimostrazione della grande irrazionalità di applicare agli impianti produttivi le imposte concepite per i plusvalori immobiliari e per il finanziamento dei servizi locali».

Intanto dalla Francia arriva la notizia che d’ora in poi saranno vietate le ricerche petrolifere su tutto il territorio nazionale. Il ministro dell’Ecologia e dell’Energia, Segolene Royal, ha spiegato che la mossa di non concedere più permessi di esplorazioni darà una forte spinta allo sviluppo dell’industria dell’efficienza energetica e delle rinnovabili, convogliando gli investimenti pubblici e privati su questo settore.

Il ministro francese, da poco nominata presidente della Cop21 e anche in questa veste alle prese con l’applicazione degli accordi sul clima di Parigi, fa compiere al suo Paese – che diventa così il primo in Europa a rinunciare a nuove trivellazioni – un importante passo avanti verso la riduzione delle emissioni climalteranti. «Dal momento che dobbiamo ridurre la quota dei combustibili fossili – ha chiesto Royal davanti ai parlamentari d’Oltralpe -, perché continuare a fornire autorizzazioni agli idrocarburi convenzionali?». Una scelta, quella francese, che rende più chiara la posta in gioco in Italia con il referendum del 17 aprile.

Ultime dal mondo

Venezuela, sconfitto Maduro: l’opposizione antichavista vince le elezioni

La coalizione Mud sfiora il 60% e ottiene per ora 99 seggi su un totale di 167 nell’Assemblea nazionale: il presidente riconosce la sconfitta: “Ha vinto la democrazia”. Il partito al potere Psuv è ridotto a meno della metà dei seggi degli avversari, ma il distacco potrebbe aumentare.

I leader del Mud: Lilian Tintori (moglie del dissidente incarcerato Leopoldo Lopez), Freddy Guevara, Jesus Torrealba, Julio Borges (ap)

di Omero Ciai – Repubblica.it, 7 dicembre 2015

CARACAS – Il colpo è forte, per la prima volta dopo 17 anni di vittorie il Psuv del presidente Nicolas Maduro, l’erede di Hugo Chávez, è un partito di minoranza in Venezuela. E non una minoranza qualsiasi, il governo in carica ha meno della metà dei seggi dell’opposizione nel nuovo Parlamento. Solo a notte fonda, dopo ore di attesa, la commissione nazionale elettorale (Cne) ha dato i primi risultati. La Mud, coalizione unitaria dell’opposizione, ha ottenuto 99 seggi, il Psuv di Maduro 46. Altri 19 seggi sono ancora da assegnare, circostanza che molto probabilmente consentirà all’opposizione di superare la soglia dei 100 seggi e avere nella nuova Assemblea una maggioranza qualificata dei tre quinti. Il presidente Maduro è andato in televisione e ha riconosciuto pubblicamente la sconfitta: “Siamo venuti qui con la nostra morale, la nostra etica e riconoscere questi risultati contrari, ad accettarli e a dire al nostro Venezuela che ha trionfato la Costituzione e la democrazia”.

Con molto imbarazzo, la presidente della Commissione elettorale, Tibisay Lucena, esponente del chavismo al governo, non ha fornito percentuali nazionali. Ma è probabile che l’opposizione abbia sfiorato il 60 percento dei suffragi. D’altra parte, secondo proiezioni di istituti di sondaggio vicini alla Mud (Mesa de unidad democratica), il risultato finale dei seggi, dopo l’assegnazione dei 19 che mancano, potrebbe arrivare attorno ai 110. Chou Torrealba, il coordinatore della Mud, qualche ora prima della proclamazione ufficiale dei primi risultati parziali, ha detto usando una metafora: “Il Real Madrid è stato fondato 113 anni fa”. Forse non saranno 113, ossia i due terzi che darebbero all’opposizione anche la possibilità di promulgare una amnistia per i detenuti politici. I due più importanti esponenti in carcere sono Leopoldo Lopez, leader di “Voluntad Popular”, il gruppo più radicale dell’opposizione, e Antonio Ledezma, l’ex sindaco di Caracas.

I prossimi scenari sono tutti di grande incertezza. Il nuovo Parlamento si insedia all’inizio di gennaio ma è abbastanza probabile che nei prossimi giorni si apra una resa dei conti all’interno del partito fondato da Hugo Chávez, l’ex presidente morto nel marzo del 2013. D’altra parte Chávez non aveva mai perso una elezione (a parte un referendum di riforma costituzionale nel 2007), costruendo in 14 anni di potere un sistema che aveva a poco a poco occupato tutto quel che c’era in Venezuela. Dalla holding del petrolio, Pdvsa, trasformato in una sorta di bancomat per le iniziative del partito al potere, fino a tutti i giornali, le tv, nazionalizzando centinaia di fabbriche e altre attività industriali. Era il “socialismo del XXI secolo” che ha avuto tanti entusiasti sostenitori a sinistra  soprattutto in Italia, Spagna (Podemos) e Grecia (il primo Tsipras). Che all’inizio del secolo ha regalato a Fidel Castro ancora qualche anno di egemonia a Cuba rifornita ogni giorno con 90mila barili di petrolio a prezzo politico. Che ha esteso la sua influenza in tutto il continente sudamericano, dall’Argentina al Brasile, dall’Ecuador alla Bolivia, al Nicaragua. Appena morto Chávez il modello s’è inceppato e in pochi mesi i suoi opachi epigoni hanno dissipato l’eredità. Maduro paga la crisi economica ma soprattutto la sua incapacità a governarla, il suo assoluto immobilismo mentre esplodevano carestia e inflazione.

Di fronte al disastro ha scelto la strada del progressivo arroccamento che a poco a poco è diventato isolamento. Qualsiasi critica era lesa maestà, come è accaduto ieri ad alcuni ex presidente latino americani insultati e allontanati dal Paese. Una vittoria dell’opposizione era prevista da mesi nei sondaggi ma nessuno immaginava che sarebbe stata così ampia. Gestirla, lo sanno tutti gli attori in campo, non sarà affatto facile soprattutto perché la drammatica crisi economica richiede misure drastiche e immediate che né presidente, né l’opposizione hanno l’interesse di affrontare.

Leggi anche:

http://ilmanifesto.info/la-volonta-dei-venezuelani-e-a-prova-di-frode/

http://www.repubblica.it/economia/2015/12/06/news/venezuela_elezione_cruciale_per_un_paese_sull_orlo_del_baratro-128895444/?ref=HREA-1

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Francia al voto, il Front National primo partito grazie a Marine e Marion Le Pen

Il partito di estrema destra si piazza tra 29,5 e 30,8%, davanti ai Repubblicani di Nicolas Sarkozy, e conquista sei regioni su tredici. Una vittoria dell’accoppiata improbabile tra zia laica e “moderna” e nipote supercattolica e tradizionalista. Le differenze si sono per il momento trasformate in un vantaggio, la possibilità per il partito di attingere a elettorati complementari.

di Leonardo Martinelli – ilfattoquotidiano.it, 6 dicembre 2015

La vittoria del Fn è in gran parte la loro: sempre secondo gli exit poll, per Marine Le Pen avrebbe votato il 40,3% degli elettori (ci sono oltre 15 punti percentuali di distacco rispetto al secondo classificato), mentre Marion si sarebbe aggiudicata addirittura il 41,2% (anche qui il divario con il secondo è di circa 15 punti percentuali). Entrambe emanazioni del clan del patriarca, Jean-Marie Le Pen, Marine e Marion sono a loro modo un’accoppiata improbabile, con posizioni politiche che spesso divergono (e notevolmente): laica e “moderna” la prima, supercattolica e tradizionalista la seconda. Le differenze si sono per il momento trasformate in un vantaggio, la possibilità per il partito di attingere a elettorati complementari. Tanto che c’è chi pensa che sia tutta una messa in scena. Più probabile, invece, che la furba Marine sfrutti la bella Marion per attirare gli elettori cattolici, che della zia non si fidano per nulla.

Marine Le Pen ha 47 anni e Marion quasi 26 (li compirà il 10 di dicembre). La prima assomiglia al padre (vocione compreso) ed è molto ruspante. Più femminile la seconda, con un fisico da mannequin, ma “con un carattere e una determinazione d’acciaio” (lo ha detto la zia). Entrambe sono passate dall’antica villa di Jean Marie, sulle alture di Saint-Cloud (che lui ereditò da un imprenditore, ricco e strano, in condizioni ancora oggi oscure). Vi hanno trascorso molta della loro infanzia e adolescenza e anche oltre, ma in epoche diverse.

Marine ha vissuto lì gli alti e bassi dei genitori, compresa la fuga della mamma con l’amante. Psicologicamente ha resistito bene, conquistando poi la sua indipendenza. Da giovane, quando poteva, frequentava le discoteche, spesso accompagnata dalla sorella Yann. Lei partorì Marion nel 1989 e a quel momento non si sapeva neppure chi fosse il padre. Poi Yann si sposerà con Samuel Maréchal, che riconoscerà Marion. Solo a tredici anni la ragazzina scoprirà le vere generalità del papà, che ha poi frequentato regolarmente (è morto nel frattempo). Da piccola Marion si ritrovava soprattutto da sola con il nonno in quel palazzotto isolato, ad ascoltare i suoi monologhi. Con lui non ha mai rotto i ponti, neanche dopo che Marine, qualche mese fa, ha preso definitivamente le distanze da Jean-Marie.

Oggi le due donne sono il prodotto dei loro due distinti passati. Marine dice di essere cattolica ma non praticante. Prende sempre posizione a favore della laicità ed è una repubblicana convinta. Nel 2013 mai mise piede alle manifestazioni contro il matrimonio gay. Anzi, il suo direttore di campagna attuale è Sébastien Chenu, omosessuale dichiarato, nel passato anche attivista per i diritti dei gay. È priva di qualsiasi freno cattolico che le impedisca di dire che “il sistema penale senza la pena di morte non tiene”. Marion, invece, alle manifestazioni del 2013 si faceva vedere e lì si avvicinò ai cattolici più reazionari. Anche per quello è contraria alla pena di morte. Ha promesso, se sarà eletta, di eliminare i sussidi regionali ai consultori familiari, “perché banalizzano l’aborto” (la zia l’ha subito criticata). Marine si è presa un colpo anche quando Marion ha iniziato a esprimere simpatie monarchiche. E quando ha puntato il dito contro un progetto consolidato “per sostituire i francesi di origine con quelli musulmani in certi quartieri”: affermazioni liquidate da Marine come complottiste. Stasera le due donne rappresentano un duetto vincente. Ma la loro sfida reale per il futuro è restare assieme.

La cartina politica della Francia dopo il primo turno delle Regionali: ecco chi è in testa.

Leggi anche:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/07/elezioni-francia-front-national-partito-piu-votato-dai-giovani-tra-18-e-24-anni/2283645/

http://www.corriere.it/esteri/15_dicembre_06/francia-elezioni-regionali-front-national-destra-socialisti-risultati-a79caf9e-9c49-11e5-9b09-66958594e7c5.shtml

 

Obsolescenza programmata

Segnalato da Barbara G.

L’obsolescenza programmata diventa reato grave in Francia

La Francia ha approvato una legge che rende reato l’azione di obsolescenza programmata attuata da alcune aziende. La pena massima è di 2 anni di carcere.

Di Dario D’Elia – tomshw.it, 04/09/2015

L’obsolescenza programmata è diventata un grave reato in Francia. La pena massima è di due anni di reclusione per l’amministratore delegato dell’azienda responsabile e una multa di 300mila euro – che può salire fino al 5% del fatturato generato nel paese.

È passato poco meno di un anno dall’approvazione dell’emendamento della commissione speciale per l’energia; adesso la nuova legge sull’efficienza energetica contiene questo piccolo grande dettaglio che perplime anche le associazioni dei consumatori.

Il Governo vorrebbe proteggere i consumatori dal comportamento sleale di alcune aziende, ovvero progettare dispositivi che dopo pochi anni sono destinati a rompersi. Il meccanismo è noto – risale al 1924 con il Cartello Phoebus – e serve ovviamente ad alimentare le vendite. Prodotti troppo efficienti generebbero cicli di vita troppo lunghi, con gravi effetti collaterali sulle attività aziendali.

Il problema è che è difficile definire o individuare la deliberata azione dei produttori, anche se un’indagine dell’European Consumer Centre, pubblicata nel 2013, sembrerebbe indicare il contrario.

Esistono infatti vari tipi di obsolescenze: quella dovuta a un difetto funzionale, all’incompatibilità con nuovi aggiornamenti, alla non disponibilità di parti di ricambio, etc. Come scovarle? Beh, la legge francese non arriva a tanto e rimane vaga sull’operatività.

La buona notizia è che qualcosa inizia a muoversi in questa direzione. La Francia è un’avanguardia, ma Belgio, Olanda e Finlandia sono intenzionate a fare lo stesso. Persino la Commissione Europea ha in cantiere un progetto ad hoc per il 2016. I rifiuti di apparecchiature elettroniche (RAEE) hanno un costo non solo per l’ambiente ma anche di gestione. Il tema non è filosofico, bensì economico.

Diktat

Varoufakis: “Non solo la Grecia: così Schaeuble vuole imporre la Troika anche a Roma e Parigi”

La denuncia dell’ex ministro: “Temo che la Grexit sia inevitabile, servirà a incutere la paura necessaria per forzare il consenso di Italia, Spagna e Francia”.

di Claudi Pérez [© El País. Traduzione di Elisabetta Horvat] – Repubblica.it, 2 agosto 2015

ATENE – “Il sadico dispotismo dell’ideologia dominante”. “La lettura morale di questa crisi”. “L’abbraccio mortale del debito”. Yanis Varoufakis accoglie El País nella sua casa al centro di Atene; la sua ormai celebre moto è parcheggiata all’angolo della strada, pronta a ripartire rombando alla fine dell’intervista. Visto da vicino, Varoufakis è amabile, attento e disinvolto. Offre al giornalista una tazzina di caffè preparato di fresco, e subito si capisce perché la sua lingua è considerata una delle più affilate d’Europa. Parlando a mitraglia, usa toni tra il solenne e il drammatico, con l’economia e la politica come generi letterari al servizio di un alibi: la Grecia epitome della crisi europea, e quest’ultima vista non come una fase transitoria, ma come uno stato tendente a perpetuarsi.

Alcuni giorni fa ha lasciato il ministero. Come è cambiata la sua vita quotidiana?

“I giornali pensano che io sia deluso per aver lasciato il governo. Di fatto però io non sono entrato in politica per far carriera, ma per cambiare le cose. E chi cerca di cambiarle paga un prezzo”.

Quale?

“L’avversione, l’odio profondo dell’establishment. Chi entra in politica senza voler far carriera finisce per crearsi questo tipo di problemi”.

Intanto la Grecia continuerà a subire la tutela della Troika…

“Noi avevamo offerto all’Fmi, alla Bce e alla Commissione l’opportunità di tornare ad essere le istituzioni che erano in origine; ma hanno insistito per ripresentarsi come Troika. Ma l’ultimo accordo si basa sulla prosecuzione di una farsa, ma si tratta solo di procrastinare la crisi con nuovi prestiti insostenibili, facendo finta di risolvere il problema. Ma si può ingannare la gente, si possono ingannare i mercati per qualche tempo, non all’infinito”.

Cosa si aspetta nei prossimi mesi?

“L’accordo è programmato per fallire. E fallirà. Siamo sinceri: il ministro tedesco Wolfgang Schaeuble non è mai stato interessato a un’intesa in grado di funzionare. Ha affermato categoricamente che il suo piano è ridisegnare l’eurozona: un piano che prevede l’esclusione della Grecia. Io lo considero come un gravissimo errore, ma Schaeuble pesa molto in Europa. Una delle maggiori mistificazioni di queste settimane è stata quella di presentare il patto tra il nostro governo e i creditori come un’alternativa al piano di Schaeuble. Non è così. L’accordo è parte del piano Schaeuble”.

La Grexit è ormai scontata?

“Speriamo di no. Ma mi aspetto molto rumore, e poi rinvii, mancato raggiungimento di obiettivi che di fatto sono irraggiungibili, e l’aggravamento della recessione, che finirà per tradursi in problemi politici. Allora si vedrà se l’Europa vuole davvero continuare a portare avanti il piano di Schaeuble oppure no”.

Schaeuble ha suggerito di togliere poteri alla Commissione, e di applicare le regole con maggior durezza. Se sarà lui a vincere la Grecia è condannata?

“C’è un piano sul tavolo, ed è già avviato. Schaeuble vuole mettere da parte la Commissione e creare una sorta di super-commissario fiscale dotato dell’autorità di abbattere le prerogative nazionali, anche nei Paesi che non rientrano nel programma. Sarebbe un modo per assoggettarli tutti al programma. Il piano di Schaeuble è di imporre dovunque la Troika: a Madrid, a Roma, ma soprattutto a Parigi”.

A Parigi?

“Parigi è il piatto forte. È la destinazione finale della Troika. La Grexit servirà a incutere la paura necessaria a forzare il consenso di Madrid, di Roma e di Parigi”.

Sacrificare la Grecia per cambiare la fisionomia dell’Europa?

“Sarà un atto dimostrativo: ecco cosa succede se non vi assoggettate ai diktat della Troika. Ciò che è accaduto in Grecia è senza alcun dubbio un colpo di Stato: l’asfissia di un Paese attraverso le restrizioni di liquidità, per negargli l’imprescindibile ristrutturazione del debito. A Bruxelles non c’è mai stato l’interesse di offrirci un patto reciprocamente vantaggioso. Le restrizioni di liquidità hanno gradualmente strangolato l’economia, gli aiuti promessi non arrivavano; c’era da far fronte a continui pagamenti a Fmi e Bce. La pressione è andata avanti finché siamo rimasti senza liquidità. Allora ci hanno imposto un ultimatum. Alla fine il risultato è uguale a quando si rovescia un governo, o lo si costringe a gettare la spugna”.

Quali gli effetti per l’Europa?

 “Nessuno è libero quando anche una sola persona è ridotta in schiavitù: è il paradosso di Hegel. L’Europa dovrebbe stare molto attenta. Nessun Paese può prosperare, essere libero, difendere la sovranità e i suoi valori democratici quando un altro Stato membro è privato della prosperità, della sovranità e della democrazia”.

Anche se è vero che la Grecia ha cambiato i termini del dibattito, in politica si devono ottenere dei risultati. I risultati la soddisfano?

“L’euro è nato 15 anni fa. È stato concepito male, come abbiamo scoperto nel 2008, dopo il tracollo della Lehman Brothers. Fin dal 2010 l’Europa ha un atteggiamento negazionista: l’Europa ufficiale ha fatto esattamente il contrario di quanto avrebbe dovuto fare. Un Paese piccolo come la Grecia, che rappresenta appena il 2% del Pil europeo, ha eletto un governo che ha messo in campo alcuni temi essenziali, cruciali. Dopo sei mesi di lotte siamo davanti a una grande sconfitta, abbiamo perso la battaglia. Ma vinciamo la guerra, perché abbiamo cambiato i termini del dibattito”.

Lei aveva un piano B: una moneta parallela, in caso di chiusura delle banche. Perché Tsipras non ha voluto premere quel pulsante?

“Il suo lavoro era quello di un premier. Il mio, nella mia qualità di ministro, era di mettere a punto i migliori strumenti per quando avremmo preso quella decisione. C’erano buoni argomenti per farlo, come c’erano per non premere quel pulsante”.

Lei lo avrebbe fatto?

 “Chiaramente, e l’ho detto pubblicamente, ma ero in minoranza. E rispetto la decisione della maggioranza”.

Tsipras ha ribadito che non esistevano alternative al terzo riscatto; mentre lei, col suo piano B, sosteneva che un’alternativa c’era.

“Fin da quando ero giovanissimo, ho sempre respinto nella mia concezione politica il discorso thatcheriano dell'”assenza di alternative”. C’è sempre un’alternativa”.

Quale sarà l’eredità di Angela Merkel per l’Europa?

“L’idea europea non era quella di punire una nazione orgogliosa per intimorire le altre. Non è questa l’Europa di Gonzales, Giscard o Schmidt. Abbiamo bisogno di ricuperare il significato di ciò che significa essere europei, trovare le vie per ricreare il sogno di prosperità condivisa nella democrazia. L’idea che la paura e l’odio debbano essere le pietre a fondamento della nuova Europa ci riporta al 1930. l’Europa corre il rischio di trasformarsi in una gabbia di ferro. Spero che la cancelliera non voglia lasciarci un’eredità come questa”.

Fanatismo ideologico

Segnalato da transiberiana9

GRECIA, SAPELLI: “GERMANIA VUOLE UCCIDERE LA GRECIA MOSSA DA FANATISMO IDEOLOGICO”

Di Marco Pasciuti – ilfattoquotidiano.it, 13/07/2015

L’economista e docente di Storia economica all’università Statale di Milano: “Si è compiuto ciò che era già scritto. Sono dei fanatici che fanno dell’austerità una religione”. La possibilità di una Grexit temporanea di 5 anni? “Non ha un senso economico ma solo politico, di affermazione, di dominio. I tedeschi hanno vinto, ma è una vittoria di Pirro perché stanno segnando la fine dell’Europa unita”

Giulio Sapelli, economista e docente di Storia economica all’università Statale di Milano. Cosa guadagna la Germania da una eventuale Grexit?

“La Germania vuole ammazzare la Grecia. Se si fosse riunito il Consiglio Ue a 28 – cosa che non si è fatta sotto la pressione diplomatica francese e americana – e si fosse arrivati al voto, la Germania e i suoi vassalli l’avrebbero espulsa. Poi è arrivata la decisione di non riunione il Consiglio europeo, ma di convocare l’Eurosummit composto dai Paesi che hanno l’euro”.

Che ha chiesto ad Atene un fondo da 50 miliardi in cui far confluire gli asset greci in cambio del terzo salvataggio.

“Si è compiuto ciò che era già scritto. Sono dei fanatici che fanno dell’austerità una religione: all’austerità può credere soltanto un professore della Bocconi, uno che non è un economista ma è un ragioniere. Dietro questa battuta c’è una tragedia immensa: la riduzione dell’economia alla ragioneria“.

In alternativa, è rimasta sul tavolo fino all’ultimo la possibilità di una Grexit temporanea di 5 anni.

“E’ matto, non ha un senso economico. Ha solo un senso politico, di affermazione, di dominio: i tedeschi vogliono di nuovo dominare l’Europa. Helmut Schmidt diceva :’Devi abbracciare l’Europa, non sedertici sopra‘. Loro ci si siedono sopra. La questione greca – e in questi giorni si celebra l’anniversario della strage di Srebrenica – comincia dalla Bosnia, passa dalla Macedonia, va in Grecia, poi finisce a Mosca o in Turchia. Ci sono buone ragioni per pensare che i tedeschi spalancheranno le porte alla vittoria dell’Isis”.

E’ un’affermazione forte, professore.

“Questa è la vera chiave di questa tragedia. Destabilizzando la Grecia, destabilizzano i Balcani. E in Bosnia, in Kosovo in Macedonia e in Montenegro c’è l’Isis, sono Paesi in cui è evidente e diffuso il fenomeno della radicalizzazione “.

Cosa succede oggi in Grecia senza un accordo?

“Le banche resteranno chiuse e spero che tra un po’ di tempo verranno fuori le monete complementari, di cui la Bce aveva preconizzato l’uso. I greci andranno avanti per un po’ con le monete complementari, poi torneranno alla dracma ma sarà una catastrofe perché dovranno pagare i loro debiti in euro e soprattutto le banche francesi e quelle tedesche sono piene di debito greco collateralizzato, un’arma di distruzione di massa”.

Ma perché la Germania avrebbero architettato questo piano diabolico?

“I tedeschi fanno questo non per calcolo economico, ma solo per fanatismo ideologico. Sono dei fanatici. Questa situazione riflette la disgregazione dell’ordine internazionale. Tutte le medie potenze regionali aspirano ad operare “stand alone“, da sole: i tedeschi sono convinti di poter andare avanti senza gli Stati Uniti e si alleano con i cinesi, gli inglesi anche, i russi hanno scelto da tempo la via dell’isolazionismo, i francesi sono gli unici che hanno ambizioni imperiali e ciò è dimostrato dal fatto che hanno cercato di aiutare i greci. Noi abbiamo perso una grande occasione e credo che Renzi rischi moltissimo”:

Cosa rischia Renzi?

Questa roba delle intercettazioni è stato un avviso degli americani, che gli hanno detto ‘guarda che se non ti comporti bene, non fai come Hollande e non ti metti chiaramente con Atene, noi ti facciamo cadere’. Ma il nostro presidente non intercetta i messaggi che arrivano da oltreoceano, quindi sceglie di essere fedele assolutismo teutonico. Questa è una disgrazia, perché l’Europa senza l’appoggio degli Stati Uniti non esiste, è un nano. Anche economico, nella stagnazione secolare che avanza. Avevo previsto questa tendenza al predominio dei tedeschi. E’ una cosa che inizia con la vittoria di Sedan, dal 1870 (battaglia decisiva della prima fase della guerra franco-prussiana, che portò alla capitolazione di Napoloeone III e alla fine della secondo Impero francese, ndr). I tedeschi adesso danno l’ultima mazzata alla Francia. Ma è anche una grande sconfitta della Merkel: se avesse aiutato Atene, non sarebbe più stata Cancelliere”.

Quindi Renzi crede ancora di potere esercitare un ruolo in Europa?

“Renzi non crede in nulla. Se lo credesse, avrebbe dovuto chiedere una conferenza internazionale con Stati Uniti e Cina sul debito greco”.

Forse lei conferisce a Renzi un peso internazionale che non ha.

“Il peso internazionale lo si acquisisce sfidando il cielo. Potrebbe cominciare a farlo: insomma, l’Italia ha 60 milioni di abitanti, è in una posizione di assoluta centralità al centro del Mediterraneo. Avrebbe le carte in regola per osare e chiedere di più. E’ solo un fatto di coraggio. Renzi questo coraggio non ce l’ha, quindi segna la fine della Grecia, del ruolo internazionale dell’Italia e forse anche del suo governo”.

Alla fine vincerà la Germania, quindi.

“Ha già vinto. Ma vincerà, perdendo: Merkel porta a casa una vittoria di Pirro perché sarà costretta a fare un blocco economico del Nord. All’inizio si darà vita a un euro a due velocità. E questo segnerà la fine dell’Europa unita”.